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venerdì 24 gennaio 2020

LA VIA DELL'ITALEXIT di Leonardo Mazzei



Alcuni lettori, per niente convinti dell'ITALEXIT, ovvero dell'uscita dall'euro, hanno mosso delle obiezioni alle tesi di MPL-P101 pubblicate giorni addietro.  "L'Italia è troppo piccola per reggere l'urto della reazione dei mercati", "col debito che abbiamo ci strangolerebbero", "i capitali fuggirebbero a gambe levate", "avremmo inflazione e... svalutazione". Volentieri entriamo nel dettaglio con questo articolo.

giovedì 29 agosto 2019

ECCO COME USCIRE DALL'EURO di Programma 101

[ giovedì 29 agosto 2019 ]

Man mano che si avvicina la grande manifestazione LIBERIAMO L'ITALIA del 12 ottobre, la prima che rivendichi apertamente l'uscita dalla gabbia dell'euro, crescono, sia le adesioni sia coloro i quali si domandano: "Ma ce l'abbiamo le idee chiare su come rendere possibile l'uscita? Quali dovranno essere le misure politiche ed economiche affinché essa non sia un fiasco?". Domande legittime a cui questo documento, frutto di anni e anni di riflessioni e discussioni, offre la risposta.




1. Riconquista della sovranità monetaria e controllo pubblico della Banca d'Italia


Il primo atto da compiere consiste nel ripristino del controllo pubblico della Banca d'Italia. Essa dovrà mettere in circolazione la nuova lira, sostenere la politica economica del governo, fungere da acquirente di ultima istanza dei titoli del debito pubblico ad un tasso d'interesse sostenibile. In questo modo lo Stato non avrà più bisogno di finanziarsi sui mercati internazionali. La Banca d'Italia - a differenza della Bce che ha come unico scopo la stabilità dei prezzi - dovrà dunque essere uno strumento decisivo di una Nuova Politica Economica volta alla lotta alla disoccupazione ed alla povertà, alla tutela dei risparmi, finalizzata al bene comune e non agli interessi di pochi.

2. Gestione dei nuovi cambi e dell'inflazione

Su questi temi il terrorismo del blocco eurista imperversa sui media. Si tratta di paure assolutamente infondate. L'Italia ha bisogno di svalutare rispetto alla Germania, ma questo non deve far pensare ad una svalutazione catastrofica rispetto alle altre monete. In caso di rottura completa dell'Eurozona, diversi studi prevedono anzi una sostanziale stabilità della nuova lira verso l'insieme delle monete dei singoli paesi, con svalutazioni (peraltro neppure troppo elevate) verso Germania, Olanda ed Austria ed addirittura rivalutazioni verso Francia, Spagna e Belgio. Le esagerazioni sono dunque fuori luogo, pura materia di propaganda, mentre la svalutazione con la Germania - che proprio grazie alla sua moneta svalutata ha un pazzesco surplus commerciale vicino al 10% del Pil - è assolutamente necessaria, ma non solo per l'Italia. 

L'alternativa a questa svalutazione monetaria non è l'assenza di svalutazioni, come vorrebbero farci credere, bensì la svalutazione interna già in atto da anni. E che cos'è la svalutazione interna? Essa consiste in una progressiva riduzione dei salari, delle pensioni, del welfare, dello stesso valore di beni materiali come le abitazioni. L'alternativa è dunque la semplice prosecuzione del disastroso scenario degli ultimi dieci anni per altri decenni ancora.

L'altra terroristica menzogna che ci viene propinata riguarda l'inflazione. I precedenti storici, sia in Italia (1992) che in altri paesi, smentiscono ogni scenario di inflazione alle stelle. E' tuttavia necessario difendere i redditi dei lavoratori attraverso alcune misure: l'applicazione universale dei contratti collettivi di lavoro, la reintroduzione di una nuova scala mobile a tutela di salari e pensioni, il ripristino del metodo di calcolo retributivo sulle pensioni.

3. Ridenominazione del debito

Anche su questo il terrorismo mediatico impazza, volendo far credere che l'uscita dall'euro comporterebbe un forte aumento del debito verso l'estero. In realtà il governo non dovrà far altro che applicare il principio della Lex Monetae, peraltro già previsto dal nostro Codice civile, ridenominando il valore di ogni debito (dunque anche di quelli verso l'estero) nelle nuove lire, in base ad un rapporto con l'euro di uno a uno. I debiti (mutui inclusi) si ripagheranno perciò in nuove lire, non in euro come si dice per spaventare la gente.

In questo modo, il valore dei debiti italiani (pubblici e privati) calerà anziché aumentare. Certo, i possessori esteri di titoli italiani faranno il diavolo a quattro per non subire perdite. Ma l'esperienza insegna che i grandi creditori internazionali (banche e fondi di investimento) preferiscono in questi casi limitare le perdite piuttosto che perdere tutto. Uno Stato sovrano, con un governo deciso a difendere gli interessi del suo popolo, può obbligare i pescecani della finanza a più miti consigli.

4. Controllo del movimento dei capitali

L'operazione di fuoriuscita dall'euro va ovviamente accompagnata da un rigido controllo sul movimento dei capitali, impedendone la fuga verso l'estero. La fuga dei capitali non è però un problema del dopo Italexit, bensì della fase che la precede. Occorre dunque grande rapidità e fermezza nelle scelte che si renderanno necessarie. A chi ci dice che il controllo sui capitali è impossibile ricordiamo l'esperienza di Cipro nel 2013, quando pesanti misure sul movimento di capitali (un limite sulle transazioni verso l'estero, uno sulle spese di viaggio, un altro sugli assegni, eccetera) vennero imposte dalla stessa Unione Europea.

Non si vede proprio per quale motivo ciò che è stato fatto allora, non possa essere fatto oggi - nelle forme che saranno più opportune - da uno Stato come l'Italia. Mentre l'esportazione di capitali dovrà essere contrastata anche in seguito, misure emergenziali come quelle che abbiamo citato dovranno avere ovviamente solo natura transitoria, esaurendosi la loro necessità con il completamento del passaggio alla nuova moneta.

5. Nazionalizzazione del sistema bancario, a partire dalle banche sistemiche 

Il sistema bancario italiano è reso traballante dalle assurde regole dell'Eurozona. Da un lato, in assenza di una banca centrale che svolga questo compito, le banche italiane sono state costrette a riempirsi di Btp; dall'altro, la svalutazione di questi titoli prodotta dall'aumento dello spread rischia di portare al dissesto alcune banche di rilevanza nazionale. Tutto ciò anche a causa delle norme penalizzanti dell'Unione bancaria, anch'essa scritta di fatto sotto dettatura tedesca.

C'è un solo modo per uscire da questa trappola, per tutelare i risparmi, per far sì che le banche tornino ad essere un fattore propulsivo dell'economia nazionale: la loro nazionalizzazione, a partire dalle banche più importanti, quelle definite come "sistemiche". 

6. Ridurre, grazie e contestualmente all'uscita dall'euro, il debito pubblico 

Abbiamo già visto come la semplice uscita dalla moneta unica determini da sola un abbattimento del valore effettivo del debito pubblico. Ma questo non basta. Insieme a quella dell'euro, l'Italia ha bisogno di uscire anche dalla schiavitù del debito. Tre provvedimenti saranno assolutamente necessari: la sterilizzazione dei titoli posseduti dalla Bce, una ristrutturazione della quota estera del debito, l'introduzione di nuovi strumenti finanziari per la sua rinazionalizzazione.

Il primo provvedimento era scritto nella bozza originaria del cosiddetto "contratto" di governo. Si tratta di azzerare i 250 miliardi dei titoli detenuti dalla Bce. Miliardi creati dal nulla, che nel nulla possono tornare, riducendo così l'ammontare complessivo del debito di un 11%. Il secondo provvedimento, valido solo per i titoli con possessori esteri, che già troppo hanno guadagnato speculando sui disastri imposti all'Italia dall'austerità e dalle regole del sistema dell'euro, può concretizzarsi sia con un allungamento delle scadenze che con una drastica riduzione degli interessi, meglio se con un mix di entrambe queste misure. 

Il terzo provvedimento - quello della rinazionalizzazione del debito - dovrà consistere nell'emissione di nuovi strumenti finanziari rivolti alle famiglie. Una sorta di "Btp famiglia" o dei "Cir" che il governo ha già annunciato, titoli rivolti esclusivamente alle famiglie italiane, integralmente garantiti dallo Stato, vantaggiosi fiscalmente o nei tassi applicati purché detenuti fino alla scadenza.

Scopo di queste misure non è solo la riduzione del debito accumulato, ma soprattutto la sua sostenibilità futura, garantibile soltanto con la totale indipendenza dai meccanismi e dagli avvoltoi della finanza internazionale. Come dimostra il caso del Giappone (che ne ha uno pari al 220% del Pil), il debito non è un problema quando si dispone pienamente della sovranità monetaria e quando esso è posseduto da soggetti interni.

7. Un programma di uscita dalla crisi, abbattimento della disoccupazione e della povertà 

Ovviamente l'uscita dall'euro non è fine a se stessa. Essa è la condizione necessaria, non ancora quella sufficiente per venir fuori dalla crisi e per sganciarsi dal sistema neoliberista. Per raggiungere questi obiettivi occorre un Piano per la ricostruzione economica e per il lavoro. 

La ricostruzione economica, che non va intesa in maniera meramente produttivistica, bensì principalmente nella sua dimensione di rifacimento di un vivere civile improntato al benessere fisico e psichico delle persone ed a quello della comunità, dovrà basarsi su un piano di reindustrializzazione fondato sulla nazionalizzazione dei settori strategici dell'economia (energia, telecomunicazioni, acqua, trasporti), sulla difesa dell'ambiente, sull'eliminazione del precariato, sulla difesa dei redditi da lavoro dipendente ed autonomo, su un sistema tributario che unisca la riduzione della pressione fiscale al suo carattere progressivo, sulla garanzia del diritto allo studio, alla salute e ad una vecchiaia serena.

Tutti questi obiettivi dovranno vivere dentro un Piano per il lavoro finalizzato a debellare la disoccupazione e a dare risposta ad alcuni fondamentali bisogni. In concreto si tratta di lavorare su: a) deciso sostegno al sistema scolastico pubblico e alla ricerca scientifica, b) sviluppo delle energie alternative, c) interventi per la riduzione del rischio idrogeologico, d) riorganizzazione complessiva del sistema dei trasporti, e) recupero del patrimonio edilizio esistente e piano di ristrutturazione antisismica nelle zone a rischio, f) sostegno al turismo non speculativo, g) tutela del patrimonio artistico e culturale, h) piano per un'assistenza dignitosa a tutti gli anziani i) riforma del sistema agrario a tutela delle piccole e medie imprese agricole, favorendo forme non intensive e sostenibili, l) creazione di servizi e network pubblici a sostegno dell'artigianato e delle piccole imprese.


Un ponte verso una alternativa di società
resistere e mobilitarsi per una nuova politica economica

La proposta di Programma 101 guarda ad una nuova società. La rottura con l'euro-dittatura è la condizione perché possa ripartire la lotta per l'eguaglianza sociale, per un'effettiva democrazia, per la fine dello sfruttamento e della precarietà, perché la solidarietà e la fratellanza prevalgano sulla mentalità avida, aggressiva ed individualista imposta dal pensiero unico neoliberale. In una parola, è la condizione necessaria affinché possa riaprirsi una prospettiva socialista largamente rinnovata.

Noi ci battiamo perché l'uscita dall'euro abbia questo significato di ponte verso una nuova società. Ma non siamo ciechi, sappiamo perfettamente che quell'uscita potrebbe essere guidata da forze con impostazioni ben diverse dalla nostra. E' questo il frutto della cecità dell'insieme delle formazioni della sinistra, che sfuggendo al tema della sovranità nazionale, hanno finito per cacciarsi nel vicolo cieco della totale irrilevanza, lasciando così ad altri la guida della ribellione popolare alle èlite.  

E' questo certamente un problema, ma l'uscita dall'Eurozona è comunque la premessa per ogni politica a favore delle classi popolari. Noi ci battiamo per un'uscita da sinistra, come quella che abbiamo qui descritto, ma preferiamo in ogni caso l'uscita - anche se basata su impostazioni diverse - alla permanenza in una gabbia che non lascerebbe alcuna speranza per il futuro. 

Come da tempo avevamo previsto, il campo di battaglia in cui oggi si gioca il futuro dell'Unione Europea, a partire da quello dell'euro, è l'Italia. Diverse sono le proposte del governo gialloverde che non ci piacciono - basti pensare alle inaccettabili misure repressive e manettare contenute nel cosiddetto "decreto sicurezza" - tuttavia la SINISTRA PATRIOTTICA non ha alcun dubbio su quale lato della barricata stare. “Barricata” appunto, poiché solo mobilitando il popolo, non tenendo quindi la battaglia confinata dentro i Palazzi del potere, la nuova Resistenza diventerà Liberazione.

A cura del Comitato centrale di Programma 101 - Ottobre 2018­

mercoledì 14 settembre 2016

VAROUFAKIS RISPONDE A FASSINA: "SBAGLI, SE ROMPI L'EUROZONA SFASCI ANCHE L'UNIONE"

[ 15 settembre ]

Qui sotto la nostra traduzione della risposta fresca fresca di Varoufakis a Stefano Fassina. Un dibattito di estremo interesse e che affronteremo in senso al III. Forum Internazionale No Euro.
Fassina, com'è noto, ritiene sia doveroso smantellare l'eurozona ma tenendo in vita l'Unione. 
Varoufakis, che sogna di poter salvare entrambi, fa notare, non senza argomenti forti, e citando Stiglitz, che anche solo l'uscita di un Paese dalla zona euro implicherebbe la inevitabile disintegrazione della stessa Unione europea. L'amore per l'Unione ci divide da Varoufakis, tuttavia le sue obiezioni a Fassina sono solide.

Stefano Fassina fa notare che nel mio articolo “La sinistra europea dopo Brexit” io non prendevo in considerazione la sua opzione preferita per gli stati dell'Eurozona: restare nella UE ma abbandonare l'euro. Naturalmente il motivo per cui mio articolo non ha discusso questa posizione è che esso si concentrava sulla Brexit e si riferiva ai Lexiteers [uscisti di sinistra, NdT] come Tariq Ali e Stathis Kouvelakis che difendono da sinistra, proprio sulla scia della Brexit, la posizione dell’uscita pura e semplice dalla UE . Ma sono più che felice di dire la mia sull’opzione preferita di Stefano (nella UE ma fuori dall'euro).

Un “divorzio amichevole” per l'Eurozona?

Stefano invoca Joe Stiglitz il quale, nel suo recente libro sull'euro, raccomanda un “divorzio amichevole” che porterebbe alla creazione di almeno due nuovi valute (una per i paesi in deficit e una per quelli in surplus). Dal momento che ho recentemente parlato di questo con Joe Stiglitz è forse utile per condividere il senso della nostra discussione con Stefano ed i nostri lettori.

Nella mia e-mail a Joe, ho espresso scetticismo che un “divorzio amichevole” sia davvero possibile. Nel momento in cui diventasse pubblica una discussione sul 'divorzio', un muro di denaro lascerebbe le banche dei paesi destinati a svalutare, in direzione di Francoforte. A quel punto, le banche dei Paesi in deficit crollerebbero (appena avessero esaurito collaterali accettabili da parte della BCE) e gli stati membri dovrebbero imporre controlli valutari e dei capitali stringenti —con tanto di funzionari negli aeroporti al controllo delle valigie e/o limiti duri in fatto di prelievo di contanti. Ciò significherebbe la fine non solo dell'unione monetaria, ma anche del (già malandato) Trattato di Schengen.

Nel frattempo, mentre i depositi bancari verrebbero ridenominati, gli enormi patrimoni appartenenti alla Bundesbank ed alle banche centrali degli altri paesi in surplus (ad esempio dell’Olanda), che sono i debiti dei paesi in deficit, scomparirebbero, provocando un putiferio di indignazione in Germania e la Olanda. In tali circostanze, e data la fase già avanzata di disintegrazione dell'Unione europea, è quasi certo che la dissoluzione della zona euro sarà tutt'altro che amichevole.

Joe Stiglitz mi ha risposto così: «Lei ha assolutamente ragione nel momento che un qualche paese contemplasse l’uscita, dovrebbero essere imposti controlli sui capitali... La precipitazione avverrà presumibilmente prima, quando un partito che sostenga un referendum dia la sensazione di vincere. Così, le decisioni difficili di imporre controlli sui capitali, per assurdo, potrebbero essere prese da un governo pro-euro. Se si ritarda, aspettando i risultati delle elezioni, il Paese potrebbe andare allo sfascio. L'immagine che l'Europa ha davanti a sé non è bella».

In conclusione, è una fantasia pensare che la UE possa sovrintendere una disgregazione amichevole della zona euro. In effetti, è difficile immaginare che l'Unione europea possa sopravvivere alla rottura della zona euro.

La strategia di DiEM25 di disobbedienza costruttiva è un mero bluff per un paese della zona euro?

Stefano Fassina scrive: «Mentre la strategia di" disobbedienza volontaria "... può essere efficace in un paese UE che ancora controlli la sua moneta e la sua banca centrale nazionale, è purtroppo un bluff per un paese della zona euro sotto grave stress economico, sociale e finanziarie, come il caso greco ha reso drammaticamente evidente».

Ciò che la disfatta della Primavera di Atene ha mostrato non era che io stavo bluffando. Essa dimostra semplicemente che la sconfitta di un governo sotto pressione è inevitabile se esso è diviso. In quanto ministro delle finanze di quel periodo, posso assicurare al lettore, ed a Stefano, che non stavo bluffando. Un bluff significa che si sta fingendo di avere una carta, oppure che ti manca —o che si farà qualcosa che non si intende fare. Quando dicevo che non ero disposto a firmare il Terzo accordo si “salvataggio” volevo dire proprio quello. Perché? Perché avevo classificato i potenziali risultati nel seguente ordine: (1) un accordo praticabile con la troika; (2) l’espulsione dalla zona euro; (3) La firma di un 3. Accordo di “salvataggio”. Mentre l'opzione (1) era di gran lunga la preferibile, e Grexit era estremamente costosa sia per la Grecia che per il resto d'Europa, il 3. accordo “salvataggio” era il peggior risultato possibile per tutti. In breve, non c’era alcun bluff quando ho dichiarato che non avrei firmato alcun accordo non basati su (i) la riduzione sostanziale del debito, (ii) un obiettivo di avanzo primario di non più dell’ 1,5%, e (iii) riforme profonde che avrebbero preso di mira gli oligarchi (invece dei cittadini  più deboli).

Se il mio governo fosse stato unito in questo, la nostro originaria valutazione, non si sarebbe fatta marcia indietro e, di conseguenza, o la troika avrebbe ceduto o avremmo dovuto creare la nostra liquidità in euro (che avrebbe avuto, naturalmente, un tasso di cambio con euro di carta —come è, di fatto il caso oggi, sotto il controlli dei capitali imposto dalla BCE. A quel punto, Bruxelles-Francoforte-Berlino avrebbero dovuto fare la loro scelta: un passo indietro dal baratro oppure spingerci fuori dall'euro violando molte delle stesse regole della UE. Non ho dubbi che avrebbero optato per la prima (dato che Grexit sarebbe costata all'Eurozona circa un trilione di euro). Ma sarei rimasto imperturbabile se non lo avessero fatto.

Stefano chiede giustamente: «Quale governo nazionale potrebbe negoziare rilevanti violazioni delle regole senza una praticabile alternativa sul tavolo?» Questo è il motivo per cui, ben prima del mio insediamento, avevo cominciato a lavorare su due piani: in primo luogo, un Piano di Deterrenza con cui far riflettere la BCE prima di far chiudere le nostre banche. In secondo luogo, un Piano X da attivare quando e se la troika avesse scelto di espellere noi dalla zona euro. Tuttavia, va detto che l'idea che questi piani potrebbero diventare operativi prima della rottura è di  fantasia, quanto quella di una disgregazione amichevole della zona euro —vedi sopra. In parole povere, ogni tentativo di rendere questi piani operativi innescherebbe l'uscita immediata dalla zona euro —un'uscita che sarebbe accaduta ben prima fossero diventati operativi. Il che significa che il costo a breve termine di una rottura è destinata ad essere di grandi dimensioni. Tuttavia, questo era costo che la maggior parte delle persone della Grecia ci aveva chiesto di evitare cercando di ottenere l’emancipazione dalla schiavitù del debito.

Falsa coscienza

Stefano la dice giusta, quando ci ricorda che l'euro non è semplicemente il beniamino di grandi imprese, ma gode di un ampio sostegno da più parti: dei sindacati tedeschi che sono stati cooptati nel modello mercantilista del paese, più ancora della classe media sia del Nord che del Sud ecc. E’ proprio così, per ragioni che ho segnalato nel mio recente libro “And the Weak Suffer What They Must?
Ma questo è, mi sembra, un ottimo motivo per evitare di trasformare la disintegrazione della zona euro nel nostro obiettivo (dato che un “divorzio amichevole” è una cosa impossibile —e gli europei capiscono che è proprio così) e, invece, volgere lo sguardo su una strategia di proposte politiche ragionevoli che convincano anche coloro che rimangono fedeli all'idea che l'euro sia una buona idea. Poi, se la troika decide nel suo solito modo autoritario e violento di minacciare il governo democraticamente eletto di chiudere le banche e di comprimere laliquidità, allora anche coloro che fossero a favore dell'euro uscirebbero per le strade per difendere il loro governo. Non è questo quello che è successo in Grecia il 5 Luglio 2015?

Conclusione

Stefano Fassina conclude chiamando all'unità i progressisti in Europa: «Il mio punto è quello di unire le forze», ha scritto. Questo è la ragion d'essere di DiEM25 —unendo le forze oltre i confini nazionali e le linee di partito.

Come Stefano anche io credo che l'Eurozona si stia disintegrando, probabilmente in un modo che porterà alla scomparsa della UE. Tuttavia, la mia differenza con Stefano è che non vedo alcuna ragione per cui dovremmo adottare come obiettivo la disintegrazione della zona euro. Anzi, vedo una tale opzione come un grave errore politico. Il nostro compito comune, come suggerisce DiEM25, è quello di progettare una Agenda Progressista per l'Europa, che punti:

- A livello nazionale, i governi nazionali progressivi devono offrire alla loro gente un piano A completo —una dimostrazione di come, entro il sistema attuale, la speranza possa tornare nel loro paese. Allo stesso tempo, i paesi della zona euro, devono avere un Piano di Deterrenza da attuare per quando la BCE e la troika rispondessero al Piano A del governo progressista con minacce di chiusura delle banche, strette sulla liquidità ecc. E, infine, essi devono avere un terzo piano (piano X, l’ho chiamato) per quando e se il 'centro' cospirasse per la loro espulsione dalla zona euro.

-       A livello pan-europeo, abbiamo bisogno di offrire agli europei un piano A per l'Europa o un New Deal europeo come DiEM25 rivendica —una dimostrazione di come, in poche settimane, sotto i trattati attuali, la speranza, lo sviluppo e la democrazia potrebbero fare un ritorno in Europa. Questo piano A deve includere un progetto per la gestione (ottimale, ovvero nel modo meno doloroso possibile) della disintegrazione della zona euro e dell'Unione europea.
-        
A tal fine, un comitato DiEM25 di esperti ha già iniziato a lavorare per la produzione di politiche globali sia a livello pan-europee che nazionali. Allo stesso tempo, i membri di DiEM25 effettueranno un lavoro analogo a livello di base. I temi trattati comprendono le valute, il sistema bancario, il debito pubblico, gli investimenti e la lotta alla povertà. Il compito è quello di produrre un European New Deal Policy Framework da presentare entro l'inizio del febbraio 2017 in modo che possa essere discusso, in uno speciale evento di due giorni, a Parigi l'ultima settimana del mese, poco prima dell’inizio ufficiale della campagna elettorale per la Presidenza della Repubblica.


C'è poco tempo da perdere. L'Europa sta disintegrando senza un piano sia per arginare la sua disintegrazione o per gestirlo. DiEM25 invita tutti i progressisti europei a partecipare alla grande impresa di sviluppare questo piano —l’European New Deal Policy Framework nel contesto di un più ampio Programma Progressista per l'Europa.

giovedì 4 agosto 2016

LA CRISI E I CDS di Alberto Bagnai

[ 4 agosto ]
Un attacco al vetriolo, come al solito arguto, quello di Alberto Bagnai, contro tutti coloro che hanno insistito e insistono sulla "uscita da sinistra dall'euro".

Valida la proprietà transitiva —malgrado al Nostro non sfugga che la sinistra è un'entità non solo eterogenea ma conflittuale—è una critica anche a noi. E va bene. 

Alberto ci concederà, ne siamo sicuri, il diritto retroattivo all'autodifesa.

Non condividemmo il suo enunciato per cui, siccome "l'euro è di destra" (egli scrisse anzi "nazista"), l'uscita non potrà che essere "di sinistra" cioè favorevole ai lavoratori —non vi può essere un'uscita da destra dal nazismo, scrisse.  Si trattava, com'è evidente, di un cattivo sillogismo, non fosse perché affinché una conclusione sia vera, occorrono almeno due premesse, non una sola.

Siamo tutti cretini perché pensiamo che, invece, al peggio non c'è limite? Esclude davvero, Alberto, che in assenza di una direzione politica democratica, la fine del regime dell'euro, la riconquista della sovranità statuale, potrebbe risolversi in uno sbocco di tipo fascista o nazional-liberista?

Ci permetterà infine, Alberto, di segnalare l'antinomia in cui cade. 
Egli ricorda come, nel suo Tramonto dell'euro, indicò con precisione che contestualmente all'uscita "occorrerà fare tante altre cose". Esatto, e le cose da fare che segnalava, erano tutte "di sinistra" o, nel lessico puritano della postmodernità imperiale, per cui "non c'è più né destra né sinistra", di marca keynesiana.

Veniamo all'antinomia, che è appunto sul piano logico: l'uscita dall'euro, di per sé, è una condizione necessaria, ma non sufficiente per realizzare le misure di politica economica a tutela delle classi popolari che Alberto propone.

E qual'è, dunque, la condizione sufficiente che dev'essere soddisfatta affinché sia garantita la verità della proposizione di Alberto (la realizzazione di misure di marca keynesiana)? E' che l'uscita dall'eurozona (condizione necessaria) sia guidata da forze di stampo keynesiano, cioè di sinistra (condizione sufficiente).

Ricorrendo ora noi ad una delle figure del sillogismo la nostra proposizione era ed è quindi la seguente: un'uscita guidata da forze non-keynesiane (neo-fasciste o nazional-liberiste) non potrà applicare misure a favore del popolo lavoratore (quelle, appunto, indicate da Alberto nel suo Tramonto dell'euro).
Ad Alberto l'onere di dimostrare il contrario.

Se ne riparlerà comunque, proprio con Bagnai, D'Attorre e Barra Caracciolo, nella Tavola rotonda "Italia: chi guiderà l'uscita dall'euro" al III. Forum internazionale no euro.


LA CRISI E I CDS
di Alberto Bagnai




«La legge è uguale per tutti, almeno in teoria. La logica no. Pensate alle differenza fra condizione necessaria e sufficiente. Una condizione necessaria è un evento E che occorre si verifichi affinché accada l'evento A. Una condizione sufficiente è un evento E che basta si verifichi perché necessariamente accada l'evento A.

Se la condizione necessaria non si verifica, A non accade. Se la condizione sufficiente non si verifica, A può accadere (proprio perché la condizione sufficiente non è necessaria).

Ci sono due modi di essere diversamente logici, o diversamente leali, nel dibattito. Il primo è quello di attribuire al proprio avversario l'affermazione che una condizione necessaria sia sufficiente. 

I CDS con me l'hanno fatto migliaia di volte: "Bagnai dice che basta che usciamo (condizione sufficiente)...". No. Io (cioè i fatti) dicono che occorre che usciamo, ma non basta. Dopo occorrerà fare tante altre cose: tutte quelle descritte nel Tramonto dell'euro, cui aggiungere, al primo posto, dopo quattro anni di tentativi dei CDS di appropriarsene, riscoprendo in pompa magna l'acqua calda (via "uscita da sinistra"), due chiacchiere coi sullodati CDS. 

Il secondo modo di essere diversamente logici (o leali) è opposto: attribuire all'avversario l'idea che una condizione sufficiente sia necessaria.

E anche questo i CDS con me l'hanno fatto migliaia di volte: "Tu dici che l'euro implica l'austerità! Ma l'Inghilterra (o il Guatemala, o la Terra del principe Giorgio) non ha l'euro e ha fatto austerità!" E certo: perché l'euro è condizione sufficiente per l'austerità. Basta che ci sia il cambio fisso (o la moneta unica), e l'aggiustamento si scarica sui redditi (il recupero di competitività passa per il taglio dei salari).

Ciò non significa che dove non esiste questo ulteriore meccanismo di pressione i capitalisti siano presi da insana generosità. Significa solo che il loro compito è meno agevole. 

Ma i CDS non ammetteranno mai di essere stati i loro utili idioti. 

Ah, a proposito: CDS non significa Credit Default Swap. In questo caso significa Cretini Di Sinistra. Non una scommessa sul fallimento di uno stato. La certezza del fallimento dell'appartenenza. 

Comunque, come i fatti dimostrano, essere di sinistra non è condizione necessaria né sufficiente per essere un cretino. Anche se qualche volta aiuta. Ma cambierà, vedrete... Appena le élite daranno il liberi tutti, vedrete il fuggi fuggi degli intellettuali organici per sfuggire alla loro naturale destinazione: il cassonetto dell'umido!

Sarà un momento tragico, ma anche spassoso. 

Dieu et mon droit!»

* Fonte: Goofynomics

lunedì 4 luglio 2016

LEXIT, OVVERO "LEFT EXIT" DALL'EURO - Manifesto europeo

[ 4 luglio]

Pubblichiamo un importante Manifesto per l'Uscita dall'euro. In fondo l'elenco dei primi firmatari. Molti di loro saranno protagonisti del III. Forum internazionale che si svolgerà  dal 16 al 18 settembre prossimi.

Per la democrazia e la sovranità popolare, contro l’integrazione neoliberista e un’unione monetaria fallimentare

Con l’attuazione del mercato unico europeo e del Trattato di Maastricht, l’integrazione europea si è affermata come progetto di ristrutturazione a lungo termine dell’economia europea in senso neoliberista. Il Patto di Stabilità e Crescita, l’affermazione delle “libertà fondamentali” del mercato unico e l’Unione monetaria europea, rappresentano l’impalcatura istituzionale che ha alimentato le politiche di austerità, lo smantellamento dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale e le politiche di privatizzazione in tutti gli stati membri dell’UE.

Contrariamente alla tesi che vuole l’UE come un campo di gioco neutrale, gli eventi successivi alla Grande Recessione del 2007/9 hanno evidenziato come l’attuale progetto di integrazione europea sia segnato dalla natura regressiva dei trattati che lo definiscono e da una radicalizzazione senza precedenti del suo carattere neoliberista. Rapporti asimmetrici e relazioni gerarchiche di potere (centro-periferia) caratterizzano da lungo tempo l’integrazione europea, ma hanno raggiunto il loro culmine con il dominio tedesco sugli orientamenti di politica economica negli anni successivi alla Grande Recessione. Gli sviluppi normativi che hanno accompagnato la creazione dell’eurozona e le misure prese in risposta alla crisi dell’euro, con l’imposizione di vincoli sempre più stringenti e di regole e strumenti di governance con sempre minore legittimazione (Patto EuroPlus, Fiscal Compact ecc.) hanno accentuato il carattere autoritario e neoliberista di tale progetto di integrazione, che è diventato una vera minaccia alla democrazia e alla sovranità popolare.

L’euro – Una valuta alla radice della crisi


La crisi dell’euro è il prodotto di un errore di concezione e un difetto di costruzione dell’Unione Monetaria Europea (UME), che ha avuto fin dall’inizio quali obiettivi prioritari l’austerità e il contenimento dell’inflazione. Per gli stati membri dell’eurozona, lungi dal condurre ad un processo di convergenza economica e sociale, la prospettiva di uno “sviluppo economico reale” (in termini di salari, produttività ecc.) si è progressivamente allontanata. L’Emu ha finito per alimentare pesanti squilibri macroeconomici (crescenti deficit delle partite correnti non solo nell’Europa meridionale più periferica, ma anche in Francia e in Italia, cui hanno corrisposto crescenti surplus in Germania e in altri paesi) e ha condotto, in una prima fase, a ingenti flussi di capitali dal centro alla periferia dell’eurozona. La disponibilità di credito a buon mercato ha alimentato bolle speculative immobiliari e finanziarie, determinando un aumento consistente del debito privato e, in alcuni casi, di quello pubblico.
Un’importante determinante di tali squilibri è stata la politica di contenimento del costo del lavoro in Germania, realizzata attraverso la riorganizzazione della filiera produttiva dell’export tedesco, con l’utilizzo di lavoro a buon mercato dell’Europa orientale, con politiche di dumping salariale e fiscale e con tagli alla spesa sociale.
La conseguenza di tutto questo è stata una forte pressione sulle economie più deboli perché aumentassero la “competitività internazionale” dei rispettivi settori produttivi nell’industria e nei servizi. Dal momento che nel quadro dell’UME non era possibile farlo attraverso un riallineamento delle valute, l’unica strada era quella della svalutazione interna. In termini pratici, voleva dire smantellamento dello stato sociale, privatizzazione dei servizi e delle infrastrutture pubbliche, riduzione dei salari e della spesa sociale, concorrenza fiscale, attacco alla contrattazione collettiva, riduzione del peso dei sindacati e demonizzazione, o in alcuni casi licenziamento, dei dipendenti pubblici.



L’euro – Uno strumento a vantaggio del capitale finanziario


È importante sottolineare che nessuna di queste cose è accaduta a causa di difetti di costruzione imprevedibili: dal punto di vista di chi ha concepito tale costruzione in un’ottica neoliberista, l’euro ha funzionato bene. Non ha funzionato rispetto agli obiettivi di equilibrio economico tra gli stati membri, di crescita economica e di piena occupazione, ma è stato molto efficace nel distruggere i diritti del lavoro, il sistema di sicurezza sociale, il settore pubblico, la tassazione dei profitti e nell’imporre il salvataggio delle banche con I soldi pubblici.
Questo è il modo in cui l’euro funziona dal punto di vista politico: costringe chi lo adotta ad una concorrenza al ribasso, per la quale la posizione economica di ciascuno stato membro può migliorare soltanto adottando politiche che vanno contro l’interesse della maggioranza della popolazione e a beneficio del capitale internazionale. Crea una spirale di progressiva riduzione delle retribuzioni, delle pensioni, delle prestazioni sociali, dell’impiego pubblico, degli investimenti pubblici.
Come dimostrato chiaramente da quanto è accaduto in Grecia nell’estate 2015, la struttura di governo dell’eurozona non mostra alcuna apertura verso politiche che seguono il volere espresso democraticamente da una maggioranza di cittadini quando queste sono in contrasto con l’agenda neoliberista. Quando il governo guidato da Syriza ha provato a realizzare il suo programma – e persino dopo il mandato ricevuto con l’Oxi del referendum – la BCE ha usato le sue armi finanziarie per costringere il governo a capitolare e firmare il memorandum.



L’euro – Un progetto sbagliato che non è possibile correggere


Come è stato dimostrato ormai da un numero elevato di studiosi, l’eurozona non ha i requisiti per essere un’area monetaria funzionante, né possiamo aspettarci che li possa avere in futuro. Per funzionare, un’area monetaria come l’eurozona, con livelli di produttività e strutture economiche così diverse, necessiterebbe tra le altre cose di ingenti trasferimenti finanziari in grado di compensare gli squilibri economici. Stime attendibili mostrano che occorrerebbe redistribuire qualcosa come il 10% del Pil dalle economie più forti a quelle più deboli. Una passo del genere non solo non è realizzabile politicamente, è anche indesiderabile: come dimostrano tutti i precedenti nella stessa eurozona, i governi dei paesi finanziatori userebbero la loro posizione per influenzare le politiche nazionali nei paesi percettori dei finanziamenti, calpestando la democrazia. Negli anni più recenti abbiamo visto con quale rapidità un tale sistema possa minare la sovranità popolare, dividere I popoli europei e alimentare la xenofobia.
In definitiva, l’opzione di uno stato europeo democratico e federale che non rifletta le attuali disparità di potere tra gli stati membri richiederebbe una società civile europea che al momento non c’è, e che non può certo essere creata dall’alto.

Lexit – La strada per combattere efficacemente il neoliberismo e sostenere la democrazia


Sullo sfondo dell’allarmante perdita di diritti democratici, dello smantellamento dello stato sociale e della privatizzazione dei beni comuni, le forze di emancipazione presenti in Europa devono proporre un’alternativa praticabile e credibile, basata sull’esercizio della sovranità popolare, al corrente progetto autoritario di integrazione neoliberista. È per questo che occorre avanzare la proposta di una Lexit (left exit, uscita da sinistra) come strumento di rivendicazione democratica.
L’allarmante crescita delle forze di estrema destra nella maggior parte dei paesi dell’eurozona si spiega anche con la loro posizione contraria all’UE e al sistema di governo dell’euro. Le loro proposte politiche sono tuttavia fuorvianti: le forze anti-euro di destra, per esempio, lottano per maggiori controlli sull’immigrazione mentre non fanno alcun cenno alla mobilità incontrollata dei capitali da e verso quei paesi che perseguono politiche di compressione dei salari. Per queste forze sarebbe sufficiente fermare la libera circolazione delle persone in Europa e abbandonare l’euro, lasciando che le valute siano determinate dal libero operare dei mercati e dei movimenti speculativi: possiamo parlare a questo riguardo di “neoliberismo xenofobo”.
Se vogliamo evitare un tale scenario, abbiamo bisogno di una Lexit: un’alternativa internazionalista basata sulla sovranità popolare, sulla fraternità, sui diritti sociali e sulla difesa delle condizioni dei lavoratori e dei beni comuni.
L’insostenibilità dell’eurozona è un fatto oggettivo. Presto o tardi, si porrà una scelta tra alternative vie d’uscita dall’euro, verso destra o verso sinistra, con effetti molto diversi dal punto di vista sociale. Diciamo esplicitamente che l’obiettivo della Lexit è quello di sviluppare strategie di emancipazione di sinistra per superare l’euro e contrastare l’integrazione neoliberista. La discussione è già iniziata e ci sono diverse proposte sul tavolo: invitiamo tutti coloro che condividono l’idea della Lexit a unirsi a questa discussione e alla nostra iniziativa.




Primi firmatari

  • Tariq Ali, author and filmmaker, UK
  • Jorge Amar, Asociación por el pleno empleo y la estabilidad de precios, Spain
  • Prof. em. Yangos Andreadis, Pantheion University, Greece
  • Cristina Asensi, Democracia Real Ya and Money Sovereignty Commission, Spain
  • Prof. Einar Braathen, Oslo and Akershus University College, Norway
  • Prof. Lucio Baccaro, Université de Genève, Switzerland
  • Gina Barstad, No to the EU and Socialist Left Party, Norway
  • Luís Bernardo, Researcher, Portugal
  • Simon Brezan, 4th Group of United Left, Slovenia
  • Prof. Sergio Cesaratto, University of Siena, Italy
  • Prof. Massimo D’Antoni, University of Siena, Italy
  • Alfredo D’Attorre, MP Sinistra Italiana, Italy
  • Fabio De Masi, MEP GUE/NGL, Germany
  • Klaus Dräger, former staff of the GUE/NGL group in the EP, Germany
  • Stefano Fassina, former Vice-Minister of Finance, MP Sinistra Italiana, Italy
  • Prof. Scott Ferguson, University of South Florida, United States
  • Prof. Heiner Flassbeck, Hamburg University and Makroskop, Germany
  • Kenneth Haar, Corporate Europe Observatory, Denmark
  • Idar Helle, De Facto, Norway
  • Inge Höger, MP Die Linke, Germany
  • Prof. Martin Höpner, Max Planck Institute for the Study of Societies, Germany
  • Dr. Raoul Marc Jennar, Political scientist and author, France
  • Dr. Lydia Krüger, Scientific Council of Attac, Germany
  • Kris Kunst, Economy for the people, Germany
  • Wilhelm Langthaler, Euroexit, Austria
  • Prof. Costas Lapavitsas, SOAS University of London, UK
  • Frédéric Lordon, CNRS, France
  • Stuart Medina, Asociación por el pleno empleo y la estabilidad de precios, Spain
  • Prof. William Mitchell, Director of Centre of Full Employment and Equity, University of Newcastle, Australia
  • Joakim Møllersen, Attac and Radikal Portal, Norway
  • Pedro Montes, Socialismo 21, Spain
  • Prof. Andreas Nölke, Goethe University, Germany
  • Albert F. Reiterer, Euroexit, Austria
  • Dr. Paul Steinhardt, Makroskop, Germany
  • Steffen Stierle, Attac and Eurexit, Germany
  • Jose Sánchez, APEEP, Anti-TTIP Campaign, Attac, Spain
  • Gunnar Skuli Armannsson, Attac, Iceland
  • Petter Slaatrem Titland, Attac, Norway
  • Dr. Andy Storey, University College Dublin, Ireland
  • Prof. Wolfgang Streeck, Max Planck Institute for the Study of Societies, Germany
  • Diosdano Toledano, Plataforma por la salida del euro, Spain
  • Christophe Ventura, Memoire des luttes, France
  • Peter Wahl, Weed e.V., Scientific Council of Attac, Germany
  • Erik Wesselius, Corporate Europe Observatory, Netherlands
  • Prof. Gennaro Zezza, Università di Cassino e del Lazio Meridionale, Italy
* Fonte: LexitNetwork

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