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giovedì 11 aprile 2019

LANDINI... PIÙ IN BASSO DI COSÌ di Andrea Zhok

[ 11 aprile 2019 ]

L'8 aprile scorso Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, in vista del voto alle prossime elezioni europee dal 23 al 26 maggio hanno firmato un «appello per l’Europa». 



*  *  *


Le maggiori sigle sindacali, capitanate dal segretario della CGIL Maurizio Landini, hanno unito le loro forze a quelle di Confindustria per sottoscrivere un comune appello.
In esso si esortano “i cittadini di tutta Europa ad andare a votare alle elezioni europee per sostenere la propria idea di futuro e difendere la democrazia, i valori europei, la crescita economica sostenibile e la giustizia sociale”.

L’appello è specificamente rivolto contro “quelli che intendono mettere in discussione il progetto europeo per tornare all’isolamento degli Stati nazionali, richiamando in vita gli inquietanti fantasmi del novecento”.
Chiosando l’appello, conclude Landini: “Noi pensiamo di aver bisogno di più Europa, di un’Europa diversa da quella dell’austerità, lontana dai cittadini e dai lavoratori. Indichiamo un’Europa capace di dare prospettive di lavoro ai giovani, aperta al mondo, fattore di stabilità e pace, che sa accogliere. Un’Europa capace di compensare e ridurre le diversità economiche e sociali che vivono al suo interno”.
Ci sarà un giorno in cui nei libri di storia si chiederanno come tutto ciò sia stato possibile.
Ci si chiederà come è stato possibile che la totalità dei rappresentanti dei lavoratori di un paese si siano uniti in un fronte comune a difesa di un meccanismo istituzionale, l’Unione Europea, che ha demolito per vent’anni la dignità del lavoro in Italia e in gran parte d’Europa.
Dopo vent’anni di dumping fiscale e sociale, di austerità, di monetarismo, di tutela del grande capitale, di concorrenza fiscale al massimo ribasso, di accoglimento di paradisi fiscali interni all’UE, di ricatti a colpi di spread, di macelleria sociale greca, dopo tutto questo e molto altro ancora ci voleva proprio il terribile sindacalista trinariciuto, quello che “non le manda a dire al padronato”, che firmasse un appello con la Confindustria per avere “più Europa.”
Ma naturalmente non un’Europa qualunque, beninteso, no, questa volta sarà un’Europa del tutto diversa, nuova, verginale, idealista, quella dei “valori europei” della “giustizia sociale”. Questa volta, perché questa è la volta buona, non sarà più l’Europa di Juncker e Moscovici, non più l’Europa degli impuniti surplus commerciali tedeschi, non più l’Europa che “gli aiuti di Stato non si possono dare” salvo che si tratti di Airbus, di banche tedesche, di agricoltura francese, e insomma non staremo a guardare il pelo nell’uovo.
No, questa volta ci ergeremo a tutela del mondo del lavoro alleandoci, in questo eroico sforzo, con i santi protettori del sistema finanziario e del sistema industriale, uniti nella lotta per un’Europa più giusta e nella protezione degli interessi dei lavoratori.
Questa volta sarà tutto diverso, credetemi, parola di Landini.
* Fonte: Andrea Zhok

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giovedì 6 dicembre 2018

GLI INVESTIMENTI PUBBLICI E IL "PARTITO DEL PIL" di Leonardo Mazzei

[ 6 dicembre 2018 ]
Leonardo Mazzei smaschera le buffonate di Confindustria e soci — il cosiddetto "Partito del Pil" —e indica quello che dovrebbe essere il piano straordinario di investimenti pubblici di cui ha bisogno l'Italia.
Per una strana congiunzione astrale, più esattamente per un'insolita congiuntura politica, sono tornati inopinatamente di moda gli investimenti pubblici. Peccato che tanti li vogliano solo su misura, ritagliati in base ai loro specifici interessi. Generalmente interessi economici, talvolta accompagnati da obiettivi strettamente politici. 

Sta di fatto che, all'improvviso, tutti si son messi a parlare di investimenti. Bene, ma un po' d'ordine va fatto. Parla di investimenti il governo, anche se per ora ha messo in cantiere ben poco. Ma ne parlano pure le sfiatate opposizioni, tanto per dire che il governo non gli sta dando la giusta importanza. Parlano di investimenti gli eurofili d'ogni razza e tendenza, giusto per contrapporli a reddito di cittadinanza e "quota 100", sempre dimentichi però del fatto che gli investimenti pubblici son crollati proprio a causa dell'accettazione di quelle regole dell'ordoliberismo euro-germanico che tanto amano.

Nel nostro piccolo, vorremmo parlare di investimenti pure noi, ma per farlo in maniera adeguata dobbiamo prima mettere i puntini su parecchie "i".

Partiremo allora dal contesto politico, arrivando alle cose serie (il piano di investimenti da fare), solo dopo aver liquidato quelle non serie, rappresentate oggi dal pittoresco "Partito del Pil", una delle più disoneste congreghe messe in piedi dall'inizio del secolo, che pure di buffonate ne ha già proposte diverse.



Dire sì agli investimenti pubblici è dire no all'Europa 


O si parte da questo dato di fatto, o non si va da nessuna parte. L'austerità targata euro, le rigide regole di bilancio imposte all'Italia dall'UE, hanno dato i loro frutti: dai 56,12 miliardi (md) del 2009 si è così passati ai 40,12 md del 2017 (-29%). Una decurtazione di sedici miliardi, che va avanti da diversi anni grosso modo nella stessa misura, che ha contribuito pesantemente alla riduzione sia del Pil che dell'occupazione. Di questo dobbiamo dire solo grazie all'Europa.


Illuminante è il dettaglio di questo disastroso andamento, suddiviso per le principali voci di investimento. Così ne ha parlato il Sole 24 Ore del 7 luglio scorso:
«Per le infrastrutture, i 5 miliardi stanziati nel 2017 significano una flessione del 20,7% rispetto a dieci anni fa, e fanno il paio con il -19,8% che si incontra alla casella "mobilità e trasporti"; la "difesa del territorio" fa segnare un -32,2%, mentre il capitolo su "ambiente e sviluppo sostenibile" finisce più che dimezzato (-54%). In controtendenza è la spesa per "competitività e sviluppo delle imprese", che mostra un balzo del 38% e apre la classifica delle "missioni" per valore. Ma la spiegazione è semplice: la voce copre anche gli interventi per la ricostruzione delle attività economiche, e il suo motore sono stati i terremoti degli ultimi anni».   

Adesso il governo gialloverde si è posto ufficialmente l'obiettivo del rilancio degli investimenti pubblici. Il ministro Savona ha più volte parlato della necessità di ritornare almeno a 50 miliardi annui, includendo però in questa cifra pure gli investimenti delle aziende controllate dallo Stato (valutati in 8 md). Nel Programma di bilancio inviato a Bruxelles a metà ottobre, il governo ha indicato investimenti aggiuntivi per 3,4 md nel 2019, 5,6 md nel 2020, 6,4 md nel 2021, per un totale di 15,4 md aggiuntivi nel triennio. Si tratta, in tutta evidenza, di cifre troppo modeste, assolutamente inadeguate ad invertire l'attuale depressione economica. Un incremento del tutto insufficiente a fronte delle necessità più urgenti di un Paese disastrato nelle sue infrastrutture da un decennio di tagli e di austerità.

Il quadro è dunque chiaro: il governo vorrebbe invertire il trend negativo degli investimenti, ma non può farlo in maniera adeguata se non rompe seriamente con la gabbia europea. Gira e rigira sempre lì si torna. E, naturalmente, il pantano della trattativa con Bruxelles, in cui l'esecutivo è andato ora a cacciarsi, non lascia presagire nulla di buono. La partita degli investimenti non è infatti diversa da quella contro la Fornero e per il reddito delle fasce più povere. Arriviamo così a chi, come Confindustria, reclama più investimenti, ma invitando il governo a piegarsi quanto prima ad ogni richiesta della Commissione europea. Lorsignori badano esclusivamente ai loro interessi, il che non stupisce, ma la smettessero almeno di prendere per i fondelli!


Oggi le comiche: il "Partito del Pil"


L'inserto economico del Corsera del 3 dicembre dedica al tema le prime 7 pagine (sette). «Il partito del Pil si mette in marcia», questo il titolo di copertina che non ammette dubbi, né viene vagamente sfiorato dal senso del ridicolo.

Due le tesi fondamentali di questo disinteressato "partito". Primo, ogni investimento è buono a prescindere; secondo, chi vi si oppone, per qualunque motivo lo faccia, ha sempre torto.

Di fronte ad una simile faccia tosta discutere non è facile. Costoro vorrebbero dividere l'Italia in due: il partito del "fare" e quello del "no". Fare che cosa, per quale scopo, non importa. Tantomeno andare a vedere le ragioni del no. Nella recente manifestazione a favore della Tav c'era un cartello che ben sintetizzava il sentire dei partecipanti: «Sì Tav - Sì tutto». Ma tutto cosa? Tutto, come se edificare un ospedale fosse la stessa cosa che costruire un inceneritore od una fabbrica di mine antiuomo.

E' chiaro come con un simile atteggiamento si rifiuti ogni discussione nel merito dei singoli progetti. Il caso della Tav è a questo proposito illuminante. Come ha ben scritto Aldo Zanchetta, quando trent'anni fa nacque l'idea della Tav Torino-Lione si prevedeva un forte aumento del traffico merci in quel tratto, aumento che invece non c'è stato, dato che il volume delle merci trasportate lungo quel tragitto è rimasto lo stesso di prima e la linea ferroviaria esistente è semmai sotto-utilizzata. Dopo 30 anni (trenta) non sarebbe il caso di discutere ragionevolmente di tutto ciò, magari mettendo sul piatto il danno ambientale connesso all'opera nonché la spesa elevata che comporta (oltre 26 miliardi il costo complessivo stimato ad oggi)? No, non si può, ce lo impone il "partito del Pil", mica scherzi.

Di fronte a tanta protervia - "noi siamo il partito del Pil, voi quello dei fannulloni" - ci sarebbe ben poco da fare oltre a mandare a quel paese chi manifesta simili pretese. Ma all'arroganza costoro sommano una certo involontaria comicità, che ci par doveroso segnalare. Partito del Pil? Industriali, manager, giornalisti, piddini e forzaitalioti, più il pattume vario raccoltosi in questa occasione: sarebbe questo il partito del Pil? Ma se sono stati proprio loro, con il loro eurismo sfegatato, i principali sostenitori della cura austeritaria imposta all'Italia, quella che ci ha fatto perdere un 25% di Pil potenziale, quella che vorrebbero anche oggi continuare scardinando la pur debole inversione di tendenza impostata dal governo! Insomma, di fronte a tanta disonestà intellettuale proprio non ci sono parole adeguate.

Ecco, chiarito che la nostra visione è diametralmente opposta a quella di questa danarosa feccia, possiamo ora passare alle cose serie. Cioè a quale piano di investimenti bisognerebbe lavorare, fermo restando il fatto che senza fare i conti con l'UE, cioè senza avviare il necessario percorso di uscita dall'euro e dall'Unione, nessun piano di questo tipo potrà mai essere sviluppato in maniera seria. 


Quale piano di investimenti?


Ovviamente questo è solo un articolo che ha l'intento di sviluppare un ragionamento sul tema, non certo l'assurda pretesa di fornire risposte esaustive. Alcune cose però ci sentiamo di dirle. E lo facciamo partendo non dal Pil, ma dalle profonde esigenze sociali maturate da tempo, ed ancor più nelle vicende della lunga crisi italiana. Il Pil, dunque l'occupazione, con uno sviluppo finalizzato al benessere collettivo e non all'interesse di pochi, alla fine non potrebbe che beneficiarne in maniera ben più consistente del "Sì a tutto" dei manifestanti pro-Tav.

Chiariamo adesso un'altra cosa. Chi scrive non si appassiona molto alla dicotomia "grandi opere"-"piccole opere". Ovviamente le "grandi opere" richiedono valutazioni di impatto ambientale ben più accurate. E sappiamo che nel capitalismo dietro alle "grandi opere" vi sono in genere grandi avvoltoi, ma il problema fondamentale non è la grandezza di un'opera, bensì la sua bontà - o viceversa la sua negatività - ai fini sociali. Giusto per fare un esempio, l'Acquedotto Pugliese fu certamente una grande opera. Lo fu all'epoca e lo sarebbe ancora oggi, ma non ho mai sentito nessuno metterne in discussione la positività. Questo in generale, perché invece problemi specifici vi sono anche in quel caso, com'è però inevitabile che sia. Ma una cosa è gestire al meglio questi problemi, nell'interesse della collettività; altra cosa è avviare opere (grandi o piccole che siano) la cui sostanziale inutilità, o addirittura la loro negatività, sia già sostanzialmente accertata in partenza. 

Tuttavia, se andiamo nel concreto, ci accorgiamo che quel che serve oggi è principalmente un grande piano di "piccole e medie opere". Non il gigantismo della cattedrale nel deserto, ma un intervento pianificato e programmato da uno Stato che ritorni a fare politica economica nel senso più alto del termine. 

Ma veniamo al dunque. Quali sono i principali settori su cui dovrebbe concentrarsi, e suddividersi, un grande piano statale di investimenti? A parere di chi scrive sono cinque: il sistema energetico, i trasporti, la sicurezza idrogeologica, quella antisismica, più il necessario ammodernamento di tante strutture (scuole, ospedali, eccetera) che hanno subito maggiormente il degrado di quest'ultimo decennio.

Proviamo ad approfondire un po' questi cinque punti


1. La transizione verso un sistema energetico fondato sulle energie rinnovabili va perseguita con forza. Senza un passaggio completo alle rinnovabili la stessa affermazione dell'auto elettrica non risolverebbe granché, spostando solo l'inquinamento dai centri cittadini ai siti delle centrali termoelettriche. Spingendo principalmente sul solare e sull'eolico, in Italia ci sono le condizioni per arrivare nell'arco di un ventennio (massimo un trentennio) ad una produzione di elettricità ottenuta al 100% dalle fonti rinnovabili. Ma questo richiede due cose: investimenti centralizzati promossi dallo Stato ed una forte politica di incentivi rivolta alle famiglie ed alle aziende. Se la seconda mossa, finalizzata ad una forte ripartenza del solare residenziale ed aziendale, è solo una questione di risorse; la prima abbisogna di una decisione politica di primaria importanza, la rinazionalizzazione del sistema elettrico, in pratica una "nuova Enel" con una nuova mission: quella di guidare, appunto, la transizione energetica verso il traguardo delle emissioni zero. Oltre alla costruzione di impianti a fonte rinnovabile (con la contestuale progressiva dismissione delle centrali termiche ed il relativo risanamento che ne consegue), il piano degli investimenti statali dovrebbe poi prevedere adeguati finanziamenti alla ricerca. Quanti soldi servirebbero per perseguire l'obiettivo indicato? Ragionando a spanne (e senza annoiare con troppi calcoli) potrebbero bastare 8 miliardi all'anno per vent'anni, 4 di investimenti diretti, altri 4 per gli incentivi di cui si è detto, che potrebbero ragionevolmente attivarne altrettanti di investimenti privati.



2. Della sicurezza idrogeologica ci ricordiamo solo d'autunno. Eppure non si contano le frane ed i corsi d'acqua su cui intervenire. Posto che in questo campo una sicurezza assoluta non potrà mai esservi, l'obiettivo dovrebbe essere quello di limitare al massimo in primo luogo il rischio per le persone, ed in secondo luogo l'entità dei danni al verificarsi degli eventi calamitosi. Poiché nell'ormai lunga stagione dei tagli l'incuria ha preso il sopravvento dappertutto, il piano di interventi dovrà interessare un po' tutto il territorio nazionale. Del resto l'88,3% dei Comuni è classificato a rischio idrogeologico. Decisivo dovrà dunque essere il ruolo degli enti locali, sia nel segnalare gli interventi necessari, sia nell'indicarne l'ordine di priorità. Allo Stato il compito di decidere, oltre a quello di finanziare le opere. Quali tempi e quali cifre si possono ipotizzare in questo campo? Lo Stato, in questi anni di amnesia da euro-tagli, non ha neppure realizzato uno studio attendibile su questo. Alcuni esperti parlano di un "venticinquennio da recuperare", guarda caso il periodo che ci separa dal Trattato di Maastricht. Un "piano anti-dissesto" dell'associazione dei consorzi di bonifica (altro esempio di dispersione delle competenze!) indicava, due anni fa, in 8 miliardi la cifra necessaria alla realizzazione di 3.581 interventi per la sicurezza idraulica. Quel che sappiamo è che il costo medio dei disastri idrogeologici è stimato in 2,5 miliardi all'anno, ai quali si debbono aggiungere i disagi, i danni alle persone ed alle attività produttive, talvolta lo spopolamento delle aree più colpite. Perché allora non spendere 3 miliardi all'anno almeno per un quinquennio, comprendendo in questa cifra non solo gli interventi straordinari ma un livello più adeguato di manutenzione continua del territorio?


3. Un discorso analogo a quello del punto precedente va fatto per la prevenzione antisismica. Anche in questo caso se ne parla sempre a terremoto avvenuto. Ed ogni volta fioccano le promesse di una rapida ricostruzione e di voler voltare pagina nel campo della prevenzione. Purtroppo, se i terremotati dell'Appennino centrale sono lì a ricordarci come lo Stato dimentichi sempre in fretta i suoi impegni, sulla prevenzione ben poco si è fatto. E' vero, sono stati introdotti degli incentivi (il cosiddetto "Sismabonus") alle ristrutturazioni, ma per ora non funzionano granché. Sta di fatto che i costi delle ricostruzioni post-sisma nel periodo 1968-2014 sono stati calcolati in 121,6 miliardi. Ma in questo caso l'aspetto principale è quello delle migliaia di vittime, dei feriti, di comunità che non si ricostruiranno più, dello spopolamento delle aree colpite. Tutte conseguenze che potevano essere fortemente limitate con un patrimonio edilizio messo a norma antisismica. E per il futuro? E' possibile una ristrutturazione di tutte le aree sismiche, partendo da quelle a rischio più elevato? In materia esistono le stime più disparate, ma quella della Protezione Civile per mettere in sicurezza gli edifici pubblici è di 50 miliardi. Quella del Consiglio nazionale degli ingegneri sulle case private è di circa 94 miliardi. Sommiamo queste due cifre ed arriviamo ad un totale di circa 144 miliardi. Naturalmente, non tutti questi soldi dovranno uscire dalle casse dello Stato, dato che per gli interventi sull'edilizia privata i contributi potranno coprire solo in parte i costi delle ristrutturazioni. L'ideale sarebbe un sistema di copertura a percentuale variabile, ad esempio da un minimo del 50 ad un massimo del 100% per le fasce più povere della popolazione. In questa maniera (con una copertura media del 75%) si arriverebbe ad una spesa per gli incentivi di circa 70 miliardi, che sommati agli altri 50 dà un totale di 120 miliardi. Immaginiamo di spalmare questi interventi nel lasso di un quindicennio, ed avremmo un investimento statale annuo di 8 miliardi. Non proprio un'esagerazione, specie se rapportata all'utilità sociale dell'operazione.


4. Lo stato pietoso della rete viaria nazionale è sempre più spesso al centro di dolorosi episodi di cronaca. Il crollo del ponte "Morandi" ha posto la questione all'attenzione dell'opinione pubblica, della politica e dei media. Il fatto è che - anche per il disastroso quanto lucroso sistema delle concessioni autostradali - il livello standard delle manutenzioni si è costantemente abbassato negli anni. Come per l'energia, la prima cosa da fare per affrontare lo sfascio attuale, è la nazionalizzazione del settore, fermando il percorso di privatizzazione delle Ferrovie e passando la gestione delle autostrade all'Anas. Per il 2019 il governo prevede un investimento aggiuntivo di un miliardo per la manutenzione straordinaria della rete viaria. Meglio che niente, ma decisamente poco. Basti pensare alla condizione comatosa delle strade affidate alle province, 155mila chilometri che si vorrebbero gestire con la miseria di 700 milioni all'anno, cioè 4.500 euro al chilometro. Un nulla i cui risultati si vedono giornalmente a vista d'occhio. Sempre procedendo con metodo inevitabilmente spannometrico, possiamo calcolare che la spesa aggiuntiva (tra investimenti veri e propri, manutenzioni straordinarie ed un diverso livello di quelle ordinarie) per far funzionare decentemente strade, autostrade e ferrovie del Paese, non potrà essere inferiore a 5 miliardi annui almeno per un decennio.



5. Quanto fin qui scritto è molto, ma non comprende tutto. Ci sono migliaia di scuole, ospedali ed altri edifici pubblici che abbisognano di importanti ammodernamenti, in diversi casi di rifacimenti ex-novo. Qui ogni cifra sarebbe comunque arbitraria, ma un incremento di questa voce di 3 miliardi all'anno per almeno cinque anni appare una ragionevole stima.



Conclusioni


A questo punto, qui ci fermiamo. La nostra è stata un'esercitazione per mostrare quel che servirebbe fare, ciò di cui c'è bisogno ed urgenza, evidenziando al tempo stesso come sarebbe possibile farlo con cifre non impossibili, del tutto alla portata delle risorse del Paese. Repetita iuvant: tutto ciò è da considerarsi realistico, però, solo a due condizioni: che vi sia un governo che pensi alla collettività e non ai "mercati", che si arrivi finalmente all'uscita dalla dittatura del sistema dell'euro e dei suoi assurdi vincoli di bilancio.

La somma delle cifre ipotizzate, delle quali ognuno può valutare la congruenza, arriva a 27 miliardi annui. A qualcuno parrà poco, ad altri sicuramente troppo. Ritornando a quanto ricordato all'inizio, si recupererebbero in questo modo i 16 miliardi annui persi a causa dell'euro-austerity (tornando così ai livelli pre-crisi), incrementati di altri 11 miliardi destinati a compensare quel che non si è fatto per un decennio.

In verità ci interessava dimostrare pure un'altra cosa. Che per far ripartire gli investimenti, dunque una crescita in grado di offrire l'occupazione che manca, non c'è bisogno né di buche da svuotare e riempire, né di opere faraoniche quanto spesso inutili. Con questo ci siamo sicuramente aggiudicati il premio La Palisse 2018, ma a ciò siamo stati costretti dall'ossessiva propaganda del vergognoso "Partito del Pil".

martedì 3 gennaio 2017

SE QUESTO È UN MINISTRO DELL'ECONOMIA... di Leonardo Mazzei

[ 3 gennaio ]

L'invocazione del direttore del Sole 24 Ore al fantasmatico ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan

Che nei piani alti del potere economico vi fosse una certa maretta si sapeva. Adesso però le acque si fanno agitate, e dalla maretta sembra che si stia per passare ai marosi.

Il 30 dicembre scorso il direttore del quotidiano di Confindustria, Roberto Napoletano, ha deciso di mandare di traverso il cenone di San Silvestro di Pier Carlo Padoan — Le chiavi del potere franco-tedesco e il conto che paga l'Italia. Dopo averlo ospitato, due giorni prima, nell'accogliente sede del giornale per un'intervista di ben 3 pagine, Napoletano ha deciso di dirla tutta: se veramente esistete (come governo), se davvero esisti (come ministro dell'Economia) cosa aspetti (e/o aspettate) a darcene prova?

Prima di dedicarci al merito del grido d'allarme di Napoletano, facciamo un passo indietro per dare uno sguardo all'intervista di Padoan. Tre pagine abbiamo detto, ma tre pagine di assoluta banalità. Gli altri media che se ne sono occupati hanno messo in rilievo il riferimento del ministro all'«opacità» della decisione della Bce su Mps. Sai che coraggio! 

Il bello, poi, è che questa denuncia di opacità è preceduta da mille rassicurazioni sul fatto che il governo italiano nulla farà per reagire all'affronto subito. All'intervistatore che gli chiede se vi sia intenzione di contestare formalmente la richiesta di ricapitalizzazione giunta da Francoforte, così inizia la risposta di Padoan: 
«La richiesta di 8,8 miliardi per l'aumento di capitale di Monte dei Paschi è una decisione votata dal board della vigilanza della Bce, anche se a maggioranza e non all'unanimità, e come tale non è contestabile perché la vigilanza è un'autorità indipendente».
Avete capito? La «Vigilanza» è un'autorità «indipendente», ed il Supervisory board decide a piacimento, in maniera «indipendente» perfino dai vertici della Bce, figuriamoci da quelli dell'UE, per non parlare dei governi nazionali! Ora, se davvero così fosse, non sarebbe questa la riprova dell'assoluta antidemocraticità delle istituzioni di un'Unione messa in mano ad una tecnocrazia che nessuno controlla? Ma così non è. Le cose infatti sono messe ancora peggio. Questa tecnocrazia esiste, ma a qualcuno risponde, come dimostra l'assoluta assonanza delle sue decisioni —nel caso prettamente politiche, come abbiamo già scritto con i padroni tedeschi dell'Europa. 

In quanto allo spessore mostrato da Padoan, citiamo altre due affermazioni da incorniciare. Alla contestazione del ritardo con il quale si è deciso di nazionalizzare Mps, così risponde:
«Non sono affatto pentito di aver sostenuto, nel rispetto dei ruoli di tutti, l'operazione di mercato, che sarebbe stata l'opzione migliore e avrebbe avuto effetti positivi, evitando i problemi che invece vanno gestiti adesso».
Insomma: mercato! mercato! mercato! Ma con quale faccia? E' proprio vero che "ad andar con gli zoppi si impara a zoppicare", ed a forza di sentire le balle di Renzi costui ha finito per crederci. Ma perché la "operazione di mercato" è fallita? Questo il ministro non ce lo dice. Ci dice anzi che dalle parti di Siena tutto va bene, Madama la Marchesa. Leggere per credere questa seconda affermazione di Padoan: 
«Vorrei cogliere questa occasione per ringraziare il management del Monte dei Paschi che ha fatto un gran lavoro. La banca è in ottime condizioni e avrà grande successo».
Roba da far strabuzzare gli occhi, e dalle parti di Confindustria devono aver fatto due conti sulla carta e l'inchiostro sprecato nell'occasione.

Ecco allora il deciso editoriale di Roberto Napoletano, cortese nella forma col ministro, quanto fermo nella richiesta di un'azione che evidentemente si valuta non ci sia. Ovviamente quest'azione non c'è, semplicemente perché non può esservi senza la messa in discussione della gabbia europea. Su questo, ovviamente, anche il direttore del Sole tace. Tuttavia, gli argomenti che egli tocca mettono in luce come nel campo dei dominanti —al di là della solita retorica europeista e mercatista— vi sia ormai la vera percezione della posta in gioco.

Passiamo dunque a quanto scritto da Napoletano.
L'incipit è folgorante: 
«Le sofferenze sono diventate lo stigma del banking europeo e dietro di esse ci sono le chiavi di potere di un club della finanza internazionale dove tedeschi e francesi comandano, gli spagnoli si "aggiustano", e gli italiani pagano il conto di tutti».
L'accusa non è nuova, ed è più che fondata: l'asse carolingio che comanda in Europa concentra tutte le sue attenzioni sulle sofferenze (e dunque sull'Italia), mentre chiude entrambi gli occhi sui titoli potenzialmente tossici in pancia alle banche francesi e tedesche, non solo allo scopo di proteggere queste ultime, ma anche con il fine ultimo di fargli mettere le mani sulle banche italiane, all'uopo indebolite ben bene dalla sistematica azione delle istituzioni di Bruxelles e Francoforte. 

Insomma, come andiamo dicendo da tempo, c'è del metodo nella follia europea.

Napoletano questo lo dice con chiarezza. E, certamente memore del gran numero di acquisizioni francesi in Italia di questi ultimi tempi, non si limita alle sole banche: 
«Questa è l'Europa che la politica italiana non può più accettare perché alla fine di tale circolo vizioso lo scenario più probabile è che le banche francesi si comprino quelle italiane, finanzino, ben pagando, l'acquisto del Made in Italy e, magari, mobilitando unitariamente il sistema francese, fatto di credito, compagnie assicurative, tecnocrati e politica, arrivino a stringere il collo anche alle Generali».
Ed ancora: 
«Francesi, tedeschi, spagnoli non possono dare lezioni a nessuno, ed è troppo comodo (oltre che immorale) fare in modo che il mondo si occupi solo di noi, si deprezzi il patrimonio finanziario e industriale italiano e, per questa via, fare sì che i "padroni" del club europeo ci comprino a prezzi di saldo».
Lo scenario descritto dal direttore del quotidiano di Confindustria è quello di cui abbiamo parlato tante volte. E sapevamo che quando si sarebbe trattato anche dei loro soldi e dei loro beni, dunque non più soltanto del valore delle pensioni e di quello dei salari, dell'occupazione e dello stato sociale, pure lorsignori avrebbero avuto qualcosa da ridire.

Bene, siamo arrivati a questo punto. Il che, detto di passaggio, ci dimostra quanto i tempi delredde rationem si siano fatti ormai molto stretti.  

Stretti da richiedere una sorta di implorazione. 
«Lo ascolto (Padoan, ndr) e penso che dice cose che hanno fondamento ma mi domando che cosa aspetta a prendere l'iniziativa politica per rimettere in discussione un sistema europeo di sostenibilità del business bancario e di vigilanza fondato su basi malferme...».
 Così inizia l'invocazione di Napoletano. Ma più avanti la sua supplica diventa avvertimento: 
«Gentiloni e Padoan sono avvertiti, lascino che il Parlamento si occupi di fare qualcosa che assomigli a una legge elettorale, ma se vogliono dare una ragione vera di esistenza al loro governo si occupino della questione bancaria europea e dimostrino di contare qualcosa dove si prendono le decisioni».
Il tono è di chi è avvezzo a dare ordini. Il fatto è che il duo Gentiloni-Padoan ha anche altri padroni a cui obbedire. Facendo di nuovo un passo indietro all'intervista di Padoan, significativo è questo scambio: «C'è troppa Francia in Italia?», chiede Napoletano. Risposta illuminante del ministro: «Non so se c'è troppa Francia, forse non c'è ancora abbastanza Italia nel mondo». Insomma, alla concretezza del primo, il secondo risponde con una piatta riproposizione dell'ideologia globalista alla quale però non sembrano più credere in molti.

Ma Napoletano non si limita ad avvisare il governo. Il suo avvertimento è rivolto anche ai partiti, Quantomeno quelli tradizionali. Un tema che merita un'ultima citazione: 
«I partiti, quelli tradizionali, continuano ad occuparsi di distribuzione del potere, ma non si accorgono che quel potere è diventato un guscio vuoto, lottano tra di loro ma non avranno nulla in mano e perdono il contatto con l'anima popolare del Paese e il disagio sociale che lo attraversa. Non si occupano del rischio di essere tutti travolti dal "superpotere" tedesco o da quello francese altrettanto presente ma più mimetizzato, e si avviano a fare la fine dei capponi di Renzo di manzoniana memoria che si beccavano tra di loro invece di pensare a salvarsi dalla padella...».  
Che dire? Dalle parti di Confindustria almeno certe fotografie le sanno fare come si deve. La descrizione dei partiti come organismi che si occupano ormai soltanto di una sorta di sotto-potere sottostante ai veri padroni, quelli dell'asse carolingio, gli è venuta proprio bene. Peccato che, sempre da quelle parti, lorsignori abbiano a lungo lavorato (per tre decenni, potremmo dire) proprio all'obiettivo di ridurre la politica a mera governance, sottoposta ai dogmi dell'economia ed al primato del mercato. Cioè, detto in altri termini, proprio agli interessi dei datori di lavoro di  Roberto Napoletano.

Di nuovo l'eterogenesi dei fini! Hanno tanto lavorato alla distruzione dei partiti e della politica (correttamente intesa), che oggi che hanno raggiunto quel risultato tornerebbero —magari solo "temporaneamente", come la "nazionalizzazione" di Mps— volentieri indietro!

Vedremo a breve quali effetti sortirà la supplica di fine anno di cui ci siamo occupati. Alla capacità di questo governo di far fronte ai padroni europei ci crediamo come a Babbo Natale. Anzi, quest'ultimo ci sembra tutto sommato più credibile. Più interessante, semmai, cercare di capire quali altre strade verranno allora studiate nei piani alti del potere economico di cui abbiamo parlato all'inizio di questo articolo.

Quel che è certo è che i temi che mettiamo ormai da tanto tempo al centro dei nostri ragionamenti —la gabbia europea e quella della moneta unica, gli interessi che la guidano, l'impossibilità per il nostro Paese di venir fuori dalla crisi senza uscire da queste gabbie, la necessità di riconquistare la sovranità nazionale anche per non finire sbranati dagli interessi di altre nazioni— trovano una plateale conferma nella trattazione di Napoletano. Trattazione fatta dal versante opposto al nostro, ma proprio per questo interessante. Perché dimostra come la maschera ideologica globalista stia adesso cadendo come uno straccio ormai diventato inservibile anche per lorsignori.

I quali, beninteso, non smettono per un secondo di pensare ai loro sporchi affari, sia quando dicono che i mercati globali sono tutto, sia quando si ricordano di essere italiani. Ma il fatto che oggi qualcuno di loro cominci a prender atto della questione nazionale ci dice pur sempre qualcosa.

Sul punto concludo con quanto scritto da Mimmo Porcaro in un articolo che abbiamo pubblicato l'altro ieri. Porcaro, dopo aver affermato che oggi «la politica ricomincia dalla nazione», chiarisce assai bene cosa significa per noi —a differenza delle classi dominanti— il concetto di interesse nazionale. Leggiamo: 
«E’ la definizione di un interesse nazionale (che le nostre classi dominanti non a caso non sanno definire, e che per noi coincide con l’interesse delle classi subalterne) a imporci di rompere con l’Unione e a guidarci nella costruzione di nuove relazioni internazionali. Che il 2017 ci dia il coraggio di cominciare ad essere nazione».
E' proprio l'interesse delle classi subalterne, il bisogno di uscire dall'attuale quadro di oppressione, che richiede ora questo salto di qualità. Ora, non quando sarà troppo tardi.

venerdì 27 marzo 2015

UNA "RIPRESA" CHE FA CAGARE (l'ISTAT non si sbaglia, Renzi, Padoan e Squinzi sì) di Piemme

[ 27 marzo ] 

Proprio oggi i giornali, anzitutto quelli di fede renziana, esultano per i "79mila posti a tempo indeterminato in più nel primo bimestre del 2014". Viva il Jobs Act quindi? Nient'affatto. Vedremo in futuro se si tratta di occupazione aggiuntiva o di licenziati che sono stato riassunti con le nuove regole capestro.

Intanto però sono giunti proprio oggi i dati dell'ISTAT, che smentiscono clamorosamente tutte le sirene della "ripresa in corso". 
Leggiamo:
«A gennaio 2015 il fatturato dell'industria, al netto della stagionalità, diminuisce dell'1,6% rispetto a dicembre, registrando flessioni dello 0,9% sul mercato interno e del 3,1% su quello estero.
Nella media degli ultimi tre mesi, l'indice complessivo diminuisce dello 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti (-0,6% per il fatturato interno e +1,0% per quello estero).
Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 20 contro i 21 di gennaio 2014), il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali del 2,5%, con cali del 3,7% sul mercato interno e dello 0,3% su quello estero.
Gli indici destagionalizzati del fatturato segnano un incremento congiunturale per i beni intermedi (+0,3%), mentre registrano variazioni negative per l'energia (-13,6%), per i beni strumentali (-2,2%) e per i beni di consumo (-0,4%).
L'indice grezzo del fatturato cala, in termini tendenziali, del 5,6%: il contributo più ampio a tale flessione viene dalla componente interna dell'energia.
Per il fatturato l'incremento tendenziale più rilevante si registra nella fabbricazione di mezzi di trasporto (+10,1%), mentre la maggiore diminuzione riguarda la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-27,0%).
Per gli ordinativi totali, si registra una diminuzione congiunturale del 3,6%, sintesi di un aumento dello 0,7% degli ordinativi interni e un calo del 9,0% di quelli esteri.
Nel confronto con il mese di gennaio 2014, l'indice grezzo degli ordinativi segna una variazione negativa del 5,5%. L'incremento più rilevante si registra per i prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+3,0%), mentre la flessione maggiore si osserva nella fabbricazione di mezzi di trasporto (-9,2%)». 
Quindi: malgrado la caduta del prezzo del petrolio; malgrado il "miracoloso" Quantitative Easing da 1140mld della BCE  (con contestuale discesa dei rendimenti dei titoli di stato, dei tassi dei mutui e dei prestiti); nonostante la svalutazione dell’euro... 
DELLA RIPRESA NON C'E' TRACCIA: le banche non prestano, i consumatori non consumano, i capitalisti non investono (né pensano di farlo in futuro). 

Mi perdonerete la presunzione, ma avevo visto giusto il 6 febbraio scorso!

mercoledì 11 marzo 2015

"RIPRESA": PREVISIONI O DIVINAZIONI?

[ 11 marzo ]

Qual'è la notizia più importante sfornata ieri? 

E' il dato ISTAT sul calo della produzione industriale: a gennaio è tornata a calare registrando una contrazione del -0,7% su dicembre e del -2,2% rispetto a gennaio 2014.  Le diminuzioni maggiori si registrano nei comparti della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-8,1%), delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-5,7%) e della fabbricazione di macchine e attrezzature (-5%).
Il tonfo della produzione industriale è ancor più significativo visto se si tiene conto del balzo all'in sù (+ 16,1%) dei mezzi di trasporto.

Vengono così clamorosamente smentite tutte le sirene renziane e non solo che da mesi strombazzavano come certa la "ripresa". 

Tra queste sirene di Sua Maestà Il Capitale ricordiamo quella del Centro Studi della Confindustria, che solo il 5 febbraio scorso (andando in soccorso al governo Renzi) aveva pomposamente affermato che nel 2015 l'economia italiana avrebbe segnato una "ripresa" del 2,1%! Il Centro studi del padronato eurista era anzi stato preciso, indicando i fattori che avrebbero giustificato la fine della recessione:  un +0,6% per il calo del prezzo del petrolio, un +0,5% per le stime della crescita del commercio mondiale e quindi dell’export, un +0,8% dal deprezzamento dell’euro, un +0,2% dall’ulteriore calo dei tassi di interesse.


Ora invece la doccia fredda del dato ISTAT.

Si spiega così come mai, su Il Sole 24 Ore di oggi, non si trovi alcuna traccia dei dati non smentibili forniti dall'ISTAT. Meglio tacere, anzi censurare quando non si sa cosa dire.

A dimostrazione che in molti casi, quelle che ci vengono spacciate pre previsioni scientifiche, sono null'altro che panzane, quelle che una volta erano chiamate divinazioni, presentimenti oracolari, nient'altro che chiaroveggenze.

Nel frattempo giungono due notizie. 

La prima è che l'asta della Bce, dopo l'avvio il 9 marzo del Quantitative easing, ha fatto flop: gli acquisti da parte delle banche sono stati molto più bassi del previsto. La seconda è che malgrado il "bazooka della Bce" fosse annunciato da tempo, in Italia siamo ancora in piena stretta creditizia. Bankitalia afferma che nel primo mese del 2015 la contrazione dei prestiti è stata dell'1,8% contro il -1,6% di dicembre. 

Male anche gli affidamenti alle imprese: peggiorano: dal -2,3 al -2,8%. Ciò a fronte della massa di sofferenze bancarie che è cresciuta del 15,4%.

Conclusione: i capitalisti privati non investono, le banche non danno soldi alle imprese in difficoltà, la "ripresa" non si vede... e il Jobs act non farà il miracolo.




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