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giovedì 5 gennaio 2017

IL MANIFESTO DELLA MEGLIO SINISTRA EUROPEA

[ 5 gennaio ]

Il Manifesto che pubblichiamo, netto nella critica puntuale all'euro e all'Unione europea e nell'indicare il ritorno alle sovranità monetarie e politiche degli stati nazionali, è il frutto migliore di quell'area politica che viene identificata come "PIANO B". 

Un'area composita, quella del "PIANO B", tutt'altro che un blocco unitario. 
Essa include infatti tre componenti. 
Da una parte le sinistre che si illudono di potere riformare l'Unione europea dall'interno e non chiedono lo smantellamento della moneta unica (vedi Varoufakis, Podemos in Spagna, in Italia il Prc e Sel). 
Dall'altra c'è la componente che ritiene necessario e urgente il superamento dell'euro e il ritorno degli stati nazionali alla loro sovranità monetaria, senza escludere la permanenza nella Ue (vedi Lafontaine in Germania, tutte le sinistre scandinave, Melanchon in Francia). 
Infine il settore più radicale, composto da quelle sinistre che assieme alla fuoriuscita dalla Unione monetaria chiedono la rottura con l'Unione europea.

Il Manifesto  —ideato da Costa Lapavitsas (EReNSEP)— viene dopo il III. Forum No euro di Chianciano Terme, l'incontro di Copenhagen e quello di Parigi, e raccoglie personalità della seconda e terza componente. Tra i firmatari italiani Stefano Fassina e Moreno Pasquinelli.


Cosa fare in Europa?
Costas Lapavitsas

Le proposte della Sinistra
Questi sono momenti critici per l'Europa. E' chiaro che l'Unione economica e monetaria ha irrevocabilmente fallito, le economie della periferia d'Europa sono in grave crisi, mentre quelle del nucleo centrale mancano di qualsiasi slancio. La moneta unica è diventata uno strumento della Germania per applicare il mercantilismo attraverso il dumping salariale e per dettare "riforme strutturali", che creano stagnazione economica, povertà e disoccupazione. La capitolazione di Syriza in Grecia ha dimostrato che sia la UE che la UEM sono i principali ostacoli per qualsiasi tentativo di modificare l’agenda neoliberista dominante in Europa. L’austerità, il neoliberismo e le politiche di libero scambio, insieme con il disprezzo delle istituzioni europee per i diritti fondamentali e la democrazia, hanno portato ad una crisi di legittimità senza precedenti nella UE.

Si prendano in considerazione i risultati degli ultimi tre referendum legati a questioni europee. In Grecia, il 5 luglio 2015, la grande maggioranza ha deciso di respingere le condizioni previste per il terzo piano di salvataggio proposto dalla Commissione europea, dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca centrale europea. Nel Regno Unito, il 23 giugno 2016, la maggioranza ha scelto di lasciare l'Unione Europea, e ha chiesto che il processo di integrazione europea fosse interrotto. In Italia, il 4 dicembre 2016, la grande maggioranza ha respinto le riforme costituzionali antidemocratiche pro-mercato, nonostante il sostegno dichiarato e unanime da parte delle istituzioni europee, ciò che ha costretto il primo ministro pro-UE Matteo Renzi a dimettersi. Il rifiuto delle istituzioni europee non è mai stato più chiaro tra gli stati membri della UE.

La rabbia e l'indignazione sono in costante crescita in mezzo al popolo lavoratore europeo. Purtroppo, almeno fino ad oggi, ne hanno tratto beneficio la xenofobia, la destra radicale, addirittura il neo-fascismo. La Sinistra Europea sta pagando a caro prezzo sia la sua maldestra adesione alla UEM, che il tabù della rottura con il quadro della governance della UE, tra cui la modalità neoliberale di integrazione degli Stati membri. Se il futuro dell'Europa non deve essere dominato dal neoliberismo e dalla destra radicale la risposta è di liberarsi, a livello locale, nazionale e internazionale, dalla gabbia di ferro delle politiche e dei trattati imposti dalle istituzioni europee.

Cosa dovrebbe fare la sinistra?

Sulla base delle proposte discusse nel corso della seconda conferenza internazionale di EReNSEP, e dopo l'ultimo vertice per un Piano B in Europa, suggeriamo che ci sono, per le sinistre europee, tre obiettivi principali da perseguire, ora:

1. La priorità principale è quella di porre fine all’austerità e creare posti di lavoro di alta qualità. Questo dovrebbe essere il nucleo della politica economica della sinistra. Tuttavia non riusciremo a convincere la gente della nostra capacità di raggiungere questo obiettivo se non presentiamo una strategia concreta che consideri i grandi squilibri delle economie europee, creando il terreno per una trasformazione ecologica e democratica di industria e agricoltura. 
Non è possibile affrontare le esigenze sociali dei cittadini europei e le sfide ecologiche del continente senza una strategia chiara e realizzabile. Soprattutto sono necessari massicci investimenti pubblici per stimolare la domanda e riconquistare potere su imprese e banche. Questa sarà la base su cui ricostruire e ampliare il welfare affrontando le disuguaglianze di reddito e ricchezza. 

2. Politiche radicali implicano sovranità monetaria. La camicia di forza dei trattati europei, delle direttive e dei meccanismi della UEM sono stati costruiti per impedire qualsiasi strategia diversa da quella dell’austerità e della liberalizzazione. Per uscire dall'austerità è necessario riprendere il controllo democratico sulla creazione di moneta e le banche. Ogni governo di sinistra dovrebbe iniziare disobbedendo ai trattati europei e prepararsi a sostenere un confronto con le autorità europee, sviluppando una strategia economica integrata per la gestione del conflitto. La sinistra dovrebbe essere pronta a creare nuove valute e non dovrebbe avere paura di cancellare il debito pubblico quando tale cancellazione è politicamente legittima ed economicamente necessaria. Essa dovrebbe proporre la nazionalizzazione e la socializzazione delle banche, al fine di riprendere il controllo democratico dell'economia. La sinistra dovrebbe inoltre proporre un nuovo quadro per il controllo dei flussi di capitale in Europa e per la gestione degli scambi, dei surplus commerciali e dei deficit tra i paesi europei. Questi sono passi perfettamente fattibili che la sinistra dovrebbe perseguire con fiducia. La chiave è quella di sviluppare una strategia che rompa con l’austerità e rafforzi la solidarietà tra i movimenti sociali e politici dei singoli paesi i quali, pur essendo radicati nel contesto nazionale di ciascun paese debbono proporre alternative globali. Se non siamo disposti a fare questi passi, sulla base delle realtà nazionali e sostenuti da un'alleanza delle forze di sinistra nei singoli paesi, liberarsi da austerità e neoliberismo sarebbe impossibile. 

3. Politiche economiche radicali sono inseparabili dalle rivendicazioni di sovranità popolare e democrazia. Le istituzioni dell'Unione europea non sono mai state democratiche e non sono mai state concepite per servire i popoli d'Europa. Fanno parte di una macchina politica che è stata progettata per realizzare un ordine economico che favorisce le multinazionali, la privatizzazione sistematica dei servizi e altri beni pubblici, per l'erosione del welfare. Il regime di libero scambio neoliberista promosso dall'Unione Europea, rende impossibile qualsiasi sovranità popolare. E’ necessario rompere con gli accordi di libero scambio e i trattati che sono stati sviluppati e imposti ai paesi dell'Europa. Opporsi alla UEM rifiutando di applicare le direttive neoliberiste ed i trattati sono mezzi necessari per attuare politiche economiche progressiste e ristabilire il controllo democratico. Essi sono anche i passi necessari per sviluppare la nuova cooperazione politica di cui c’è bisogno in Europa, basata sulla giustizia sociale, la solidarietà internazionale, la democrazia e la sostenibilità ambientale. Dobbiamo sostenere l’avvio di processi costituenti per costruire autentici regimi politici democratici. Dobbiamo anche stimolare la mobilitazione e l’auto-organizzazione popolare.

Fosche nubi si addensano sull'Europa. C'è ancora tempo per la sinistra di plasmare la direzione degli eventi a condizione che ritrovi il suo coraggio politico. La sinistra deve rinnovare e affinare le sue proposte in materia di economia, società e politica. Si deve ricordare che la sua forza deriva dalla difesa della democrazia, della sovranità popolare, degli interessi dei lavoratori e degli oppressi. E deve prepararsi ad una rottura radicale con la camicia di forza neoliberista imposta dai trattati della UE e della UEM.

Firmatari:


Josep Maria Antentas (Professor of sociology at the Autonomous University of Barcelona, Spain)
Jeanne Chevalier (Parti de gauche, Spokesperson for economy, France)
Eric Coquerel (Parti de Gauche, Co-chair, France)
Alexis Cukier (Ensemble!, National board, France)
Fabio De Masi (MEP, Die Linke, Germany)
Sergi Cutillas (Economist at Ekona Research Center, Platform for a Citizen Audit of the Debt, Spain)
Cédric Durand (Senior Lecturer in economics, University Paris XIII, France)
Guillaume Etiévant (Parti de gauche, former Spokerperson for economy, France)
Stefano Fassina (MP and former Italian deputy minister finance, Sinistra Italiana, Italy)
Heiner Flassbeck (Honorary Professor of economics  at the University of Hamburg, Germany)
Constantinos Gavrielides (Regional councillor and member of the Economic Committee of the Region of Western Greece)
Marlène Grangé (Ensemble!, France)
Sabina Issehnane (Senior Lecturer in economics, University of Rennes 2, France)
Costas Lapavitsas (Professor of Economics at the University of London and former Syriza MP, Greece)
Moreno Pasquinelli (Programma 101, Italy)
Jean-François Pellissier (Ensemble!, Spokesperson, France)
Laura Raim (Independant Journalist, France)
Patrick Saurin (Sud BPCE, Spokesperson, CADTM, France)
Eric Toussaint (CADTM International, Spokesperson, Belgium)
Aurélie Trouvé (Senior Lecturer in economics, Agrosup Dijon, France)
Miguel Urbán (MEP, Podemos, Spain)
Christophe Ventura (Researcher in international relations, member of Chapitre 2, France)
Frédéric Viale (Doctor of Law, member of Chapitre 2, France)
Sébastien Villemot (Economist at OFCE, France)
Grigoris Zarotiadis (Associate Professor in the School of Economics and Political Sciences in Aristotle University of Thessaloniki, Greece)



* Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE

domenica 2 ottobre 2016

DOPO CHIANCIANO TERME. Bilancio del III. Forum No Euro

[ 2 ottobre ]

Il Forum si era concluso da poche ore che numerosi partecipanti ci hanno inviato messaggi di congratulazioni, sia per lo spessore e la qualità delle tavole rotonde, che per l’efficienza della macchina organizzativa.

Ciò ci consente di ringraziare anzitutto la pattuglia di militanti di P101 preposti all’organizzazione, che hanno compiuto uno sforzo davvero straordinario affinché tutto funzionasse nel migliore dei modi.

Ringraziamo tutti gli oratori, venuti da almeno dieci paesi i quali, oltre ad animare i dibattiti, hanno ognuno condiviso lo spirito unitario con cui il Coordinamento europeo ha promosso il Forum medesimo.

Ringraziamo infine tutti i cittadini, italiani e non, che hanno partecipato al Forum, senza la cui presenza certo non potremmo parlare di successo.

Il Forum non solo ha reso più visibile e forte il Coordinamento che lo ha promosso. E’ stato come un laboratorio politico, un’agorà, la prima del genere in Europa, che ha aperto una via nuova di dialogo e collaborazione con quanti nei diversi paesi europei, pur con diverse posizioni ideologiche di partenza e visioni su cosa ci sarà dopo l’Unione europea (questo era il tema del Forum), stanno dando battaglia per aiutare i popoli ad uscire dalla gabbia dell’eurozona e riconquistare sovranità, democrazia e giustizia sociale.

Erano infatti presenti a Chianciano Terme, o hanno inviato i loro saluti, prestigiosi ed autorevoli intellettuali ed esponenti politici che militano o rappresentano altre reti associative. Non era per niente scontato che si riuscisse, dall’Italia anzitutto e dagli altri paesi, a far confluire le tante diverse voci no euro, e che esse convergessero, dopo la tragedia greca e la Brexit, con un’idea centrale: nessun popolo, da solo, può pensare di vincere le potenti forze dominanti, ma ciascun popolo ha il diritto ed il dovere di svincolarsi dalla morsa eurocratica, aprendo una breccia nella muraglia nemica e quindi meritando il sostegno degli altri.

Non era scontato che al Forum si registrasse la condivisa coscienza che occorre costruire una rete europea delle forze democratiche e antiliberiste, un fronte ampio che contrasti l’egemonia sempre più traballante dei dominanti, che punti non solo a rappresentare l’indignazione popolare, ma a trasformarla in potenza politica.

Comune è stata la consapevolezza che le élite neoliberiste che comandano tenteranno con ogni mezzo di arrestare il processo di disgregazione dell’Unione europea centralizzando ulteriormente i meccanismi neoliberisti di governance, a cominciare dalle politiche monetarie e di bilancio, per poi consolidare i meccanismi predatori verso i paesi debitori.

A nessuno sfugge che ciò provocherà ulteriori squilibri economici e il definitivo divorzio tra i cittadini e le élite eurocratiche le quali, pur di non essere travolte, potrebbero tentare la scorciatoia di strette autoritarie. Infine che un’approfondimento della crisi sociale e del caos geopolitico, potrebbe dare ulteriore vigore a quelle forze reazionarie e xenofobe che in alcuni paesi scalpitano per salire al potere.

Il Forum è stato quindi come una sinfonia in cui, se non sono mancate “note stonate”, ovvero la manifestazione di differenze sulle strade da percorrere per venir fuori dal marasma (e vorremmo vedere data la complessità dei problemi sul tappeto!), tuttavia ognuno ha tentato di svolgere la sua parte armonizzandosi con tutti gli altri.

Mentre il Coordinamento europeo si è dato appuntamento per la sua prossima riunione, è stata unanime decisione quella di partecipare agli incontri che le altre reti hanno già annunciato. Non solo per continuare a dibattere ma per dare vita a campagne di mobilitazione comuni.

Il Consiglio nazionale di Programma 101
26 settembre 2016

domenica 25 settembre 2016

I SALUTI DI JULIO ANGUITA AL III. FORUM NO EURO

[ 25 settembre ]

Molti che non sono stati in grado di partecipare al III. Forum No Euro ci chiedono se pubblicheremo gli atti. No, non ce la faremo a pubblicarli. Ma siamo in grado di mettere in rete le registrazioni filmate di ogni tavola rotonda e delle due sessioni plenarie.
Iniziamo con i saluti di Julio Anguita, accolti dai presenti con un lungo applauso. Julio è uno dei firmatari in Spagna della PIATTAFORMA USCIRE DALL'EURO, rappresentata al Forum da Pedro Montes, Manolo Monereo e Diosadao Toledano. Più sotto il testo del discorso di Anguita in spagnolo e inglese.






«Un saludo y un abrazo fraternal a los compañeros y compañeras reunidos en Chianciano que vais a intentar cocinar políticas, discursos y propuestas sobre nuestra ambición común: Buscar una salida del euro en nuestros respectivos países.
Como miembro de la Plataforma Contra la permanencia de España en el Euro, tengo que felicitaros en primer lugar porque llegar hasta el lugar en que vais a trabajar en estas jornadas ha costado un esfuerzo tremendo: incomprensiones, dificultades organizativas, hostilidad manifiesta muchas veces en los medios de comunicación, y porque no decirlo también dificultades económicas, puesto que todo esto cae sobre las espaldas de las personas que en estos momentos están luchando por esta posición.
En segundo lugar quiero hacer votos para que los resultados de esta reunión sean positivos. Y cuando digo positivos, quiero decir que salga de esta reunión una posición común y elementos organizativos de coordinación que se puedan aplicar en los distintos países que componen esta asamblea, más a aquellos que se puedan añadir en cualquier momento. Es decir, yo espero que de aquí va a salir el comienzo de una nueva situación, de un nuevo discurso y de una nueva movilización, para entender la UE de otra manera. Y desde luego, sin el euro.
Izquierda Unida ha sido la única fuerza política de carácter estatal, que en España se opuso ya en 1992 tanto tanto al Tratado de Maastricht, como a la moneda única. Fue un debate interno duro, áspero.. porque nos enfrentamos a medios de comunicación y al discurso oficial.
Tanto fue así, que nuestra organización se dividió un 60% a favor de rechazar el Tratado de Maastricht y la moneda única y un 40% a favor. Pero pese a aquello seguimos manteniendo esa posición. Y ello por varias razones, que pretendo abreviadamente exponer.
En principio dijimos no al euro por por las evidencias de carácter económico. Simplemente de análisis económico. Cuando la Teoría de las Zonas Monetarias Óptimas, viene a decir que es imposible construir una moneda única sin una política fiscal común, sin políticas económicas económicas comunes y otra serie de elementos fundamentales que vayan haciendo que exista una infraestructura de tipo unitario, una moneda única no tiene sentido mientras esto sea así.
En segundo lugar, por el proceso de degradación del concepto inicial de unión europea que se planteó en los años 50. Si observamos los Tratados desde el Acta Única Europea, Tratado de Maastricht, Tratado de Amsterdam, Tratado de Niza, Tratado de Lisboa observamos que hay una creciente degradación, donde se van abandonando los presupuestos que se dijeron que se iban a hacer de unidad política, de política exterior, de unidad económica, de cohesión económica, política y social...
Todo eso se ha ido abandonando, en una especie de degradación permanente en donde solamente ha quedado la moneda única como elemento de dominación y de creación de una UE que no tiene nada que ver con discurso inicial que nos vendieron aquellos ideólogos más o menos altruistas, más o menos candorosos de los años 50 y 60.
Pero además la conculcación permanente de documentos de obligado cumplimiento como es la solemne declaración de derechos humanos de NNUU, o los pactos vinculantes de 1966, por no hablar de la Carta Social Europea de 1971. Es decir toda la legislación de protección del trabajo, de protección del empleo, de consideración de las necesidades y derechos inherentes de los trabajadores se van obviando permanentemente.
En cuarto lugar porque estamos ante una UE en la que las diferencias entre regiones y personas son cada vez más crecientes, aumenta el paro y sobretodo lo que se llama las distintas motivaciones, en distintas zonas de Europa que van conduciendo a lo que en un principio se dijo que no podía ser, pero que de hecho es: la Europa de varias velocidades.
Es decir estamos ante la degradación de un discurso, que en un momento se pretendió que fuera una nueva aurora, no solo para Europa, sino para toda la Humanidad.
Yo quiero traer ahora aquí las palabras del que fue presidente del gobierno español Don Felipe González. Una de las personas que más ha luchado y defendido esta UE. Lo que voy a leerles compañeros y compañeras, es un articulo que el Sr. Gonzalez escribió en El País el de 21 mayo de 2016. Dice así:
“Cuando se decidió que debía haber una divisa única, el euro y un único banco central, nos olvidamos de unos cuantos elementos fundamentales para que el sistema funcionase como es debido. No es posible una unión monetaria con políticas fiscales y económicas divergentes. Al negociar el Tratado se hablaba de una unión económica y monetaria, pero solo se desarrollo la unión monetaria acompañada de un pacto de estabilidad y crecimiento, que se pensó que bastaba para garantizar el debido funcionamiento de la moneda única”
En este párrafo González reconoce el fracaso de la actual concepción de la moneda única. No obstante sigue insistiendo que hay que desarrollarla con una argucia. La argucia es hablar de mas Europa, pero sin explicar cuales son los elementos de esa Europa, donde esta el poder popular, que instituciones de origen democrático, que criterios de participación de las poblaciones o de las entidades sociales.
Estamos ante la defensa de algo que ya es indefendible. El articulo del Sr. González sigue diciendo algo muy interesante: habla de las asimetrías, es decir de las consecuencias de aplicar una moneda única a economías totalmente distintas. Y habla de algo que a mi me ha llamado siempre la atención: la obsesión de Bruselas para que se cumpla solo una de las condiciones sobre el déficit. Mientras que incluso se habla de que España puede ser multada porque esta retrasando en alcanzar el 3% del Déficit del gasto publico, se deja de lado que otra de las condiciones que se imponen en el Tratado de Maastricht era que la deuda no podía superar el 60% del PIB. En mi país esta ya en el 100% y aquí nadie dice nada.
Este segundo elemento que era tan importante como el primero, no hay nada que obligue a que se cumpla, lo cual indica que ahí esta la banca de por medio y por tanto los inmensos beneficios que derivan de los recursos que se han ido aportando a las arcas de la banca. Esto demuestra para quien esta hecho este proceso.
Hay una ultima razón que creo debe estimularnos a luchar y a vosotros intentar llegar a un acuerdo. Estamos ante una globalización, pero quiero recalcar un punto. La globalizacion es una cosmovisión, no solamente una filosofía de política económica, sino es una filosofía de valores, de cultura, de concepción del ser humano simplemente como una maquina de producir y consumir. Totalmente ajena a los valores hijos de la ilustración, la Revolución Francesa y los Derechos Humanos.
Esta globalizacion pretende erigirse en gobierno mundial. Pero un gobierno mundial que lo controlen directamente las grandes corporaciones multinacionales y en que los estados soberanos (soberanos es un decir) sean simplemente los que acaten, ejecuten y hagan posible que esas políticas se apliquen en sus Estados. Es decir, unos gobiernos que van a actuar contra sus propias poblaciones, que van a hacer el papel de traidores a los intereses de sus ciudadanos. El ejemplo mas claro la reforma constitucional constitucional del año 2011 que pactaron en España el Partido Popular y el Partido Socialista.
Y eso merece una respuesta, no solamente por combatir por los derechos sociales, sino también para combatir por una civilización, porque esto que viene es barbarie.
Consecuentemente, yo espero, que tras vuestros debates, que seguro serán interesantes y que leeré en su momento, creo que se debe concluir con un esquema de organización embrionario, con un discurso único, con capacidad de explicarlo a la población, con un esquema de organización que llegue a todos los países, que pueda ser seguido de una manera periódica y que podamos nosotros sentirnos en el, como parte de un discurso y una practica política que es necesaria, no solamente para nuestras poblaciones y trabajadores, sino para la humanidad.
Muchas Gracias.



A greeting and a fraternal hug to the comrades gathered in Chianciano who are going to work out policies, speeches and proposals about our common ambition: Find a way out of the euro in our respective countries.

In the first place, as a member of the Platform Against the permanence of Spain in the Euro, I have to congratulate you because arriving at where you are going to work on these days has cost a tremendous effort: incomprehension, organizational difficulties, hostility many times in the media, and why not also say economic difficulties, since this falls on the backs of people who are struggling right now for this position.
Secondly I want to hope that the results of this meeting are positive. And when I say positive, I mean that this meeting can work out a common position and organizational elements of coordination that can be applied in different countries that make up this assembly, plus those that can be added at any time. That is, I hope that from here going to be the beginning of a new situation, a new discourse and a new mobilization to understand EU otherwise. And of course, without the euro.
Izquierda Unida has been the only political force at the state level in Spain, which already in 1992 argued against the Treaty of Maastricht and the single currency. It was a hard, rough internal debate… because we face media and official discourse.
So much so, that our organization suffered a division: 60% in favor of rejecting the Treaty of Maastricht and the single currency and 40% in favor. But despite that we maintain that position. This is for several reasons, I intend briefly to expose.
At first we said no to the euro by evidence of an economic nature. Simply economic analysis. When the Optimal Monetary Zones Theory is to say that it is impossible to build a single currency without a common fiscal policy without common economic policies and a number of key elements capable to make up an unitary type infrastructure, there is no sense for a single currency.
Second, the process of degradation of the initial concept of European Union which was raised in the 50. If we look at the different Treaties like the Single European Act, Maastricht Treaty, the Amsterdam Treaty, the Nice Treaty, the Lisbon Treaty, we observe that there is a growing degradation, because are progressively dropped the goals of political, economic and social unity.
All that has been abandoned, in a kind of permanent degradation where only the single currency remains as an element of domination and creation of an EU that has nothing to do with the initial discourse that sold us those more or less altruistic ideologues, more or less ingenuous in the 50s and 60s.
But besides we must add the permanent violation of mandatory documents such as the solemn declaration of human rights of the UN, or the binding agreements of 1966, not to mention the European Social Charter of 1971. All legislation of work and employment protection, as well as is permanently avoided the consideration of the needs and inherent rights of workers.
Thirdly because we are facing an EU where the differences between regions and people are increasingly growing, increases unemployment and chiefly what is called the different motivations in different parts of Europe that are leading to what at first it was said that could not be, but in fact is the multi-speed Europe.
We are before a degraded discourse, which at one point was intended to be a new dawn, not only for Europe but for all Humanity.
Now I want to bring here the words of who was Spanish Prime Minister Felipe Gonzalez. One of the people that has fought and defended the EU. I'm going to read comrades, is an article that Mr. Gonzalez wrote in El Pais on 21 May 2016. It says:
"When it was decided that there should be a single currency, the euro, and a single central bank, we forget a few key elements to make the system function as it should. It is not possible a monetary union with divergent fiscal and economic policies. When negotiating the Treaty spoke of an economic and monetary union, but only was developed the monetary union accompanied by a stability and growth pact, which was thought sufficient to ensure the proper functioning of the single currency development "
In this paragraph González recognizes the failure of the current conception of the single currency. However, it continues to insist that should be developed in a ruse. The trick is to talk about more Europe, but without explaining what the elements of that Europe, where is this popular power, which are the institutions of democratic origin, which are the criteria for participation of populations or social entities.
We are witnessing the defense of something that is indefensible. Mr. González article goes on to say something very interesting: it speaks of asymmetries, ie the consequences of applying a common currency for a  totally different economies. And he talks about something that I have always called my attention: Brussels obsession to be fulfilled only one of the conditions on the deficit. While is even talk that Spain can be fined because it delayed in reaching the 3% deficit of public spending, leaving aside that another of the conditions imposed by the Treaty of Maastricht was that the debt could not exceed 60% of GDP. In my country it is already at 100% and here nobody says anything.
This second element was as important as the first, there is nothing that forces that this condition must be met, indicating that there is the banks’ interests and therefore the immense benefits derived from the resources that have been contributing to the banking coffers. This shows for whom is made this process.
There is one last reason I think should encourage us to fight and you to try to reach an agreement. We are facing globalization, but I want to emphasize a point. Globalization is a worldview, not just a philosophy of economic policy, but is a philosophy of values, culture, conception of human beings simply as a machine to produce and consume. Totally alien to the values which proceed from the Enlightenment, the French Revolution and Human Rights.
This globalization aims to become world government. But a world government directly controlled by the large multinational corporations and where sovereign states (relatively sovereign) are reduced to mere executors of these policies. That is, governments that will act against their own people, they will do the role of traitors to the interests of its citizens. The clearest example constitutional is the constitutional reform of 2011 in Spain,  that resulted from pact between the Popular Party and the Socialist Party.
And that deserves an answer, not only to fight for social rights, but also to fight for a civilization, if not barbarism shall come coming.
Consequently, I hope that after your discussions, which are sure to be interesting and I'll read at the time, I think it should conclude with a unified discourse, able to explain this situation to the population, with the build up of a organizational scheme that reaches all countries, which can be followed on a periodic basis and may we feel in as part of a discourse and political practice that is necessary, not only for our people and workers, but for humanity.

Thank you.

giovedì 22 settembre 2016

POLANY MOMENT (quale strategia di superamento dell'euro?) di Sergio Cesaratto

[ 22 settembre ]

Sergio Cesaratto è stato uno degli oratori al III. Forum no euro svoltosi a Chianciano Terme. Qui sotto il testo integrale del suo intervento alla sessione d'apertura. Una prolusione densa, su cui in molti dovrebbero meditare.
Da sinistra: Lapavitsas, langthaler e Cesaratto

Ogni volta che devo intervenire a un convegno politico sull’Euro/pa mi prende un po’ di ansia. Cosa dire di nuovo, che non ci siamo già detti. E che fare? Sia disegnare vie d’uscita dal presente, che delineare il futuro, sono compiti impervi. All’interno della crisi europea, inoltre, il nostro paese vive una crisi verticale che viene da lontano. Su questo ho scritto in una delle lezioni del mio libro: la scelta delle classi dirigenti di questo paese, con poche eccezioni, è stato di scontro con le istanze popolari, da ultimo attraverso il vincolo estero, prima dello SME e poi dell’euro. Il paese nel suo complesso ha pagato duramente tale incapacità a governare in maniera progressiva il conflitto sociale. Oggi il paese è impoverito sotto ogni punto di vista, materialmente, culturalmente, tecnologicamente, ed è privo di classi dirigenti oneste e capaci a quasi ogni livello.
Il dibattito ha tuttavia fatto emergere in questi giorni alcuni temi su cui esercitare un nostro sforzo di analisi.
Quale strategia di superamento dell’euro? Quali slogan convincenti da proporre?
Mi riferisco soprattutto allo scambio Varoufakis-Fassina (quiqui, e qui). Da un lato la strategia proposta dall’ex ministro greco è che un governo progressista dovrebbe farsi cacciare disubbidendo ai Trattati europei. Qui bisogna stare attenti. I Trattati fiscali sono assolutamente coerenti con la moneta unica: paesi senza una propria banca centrale hanno necessariamente vincoli di bilancio (è così per esempio per ciascuno degli Stati che compongono gli USA, dove però a compensazione c’è un governo federale con un cospicuo bilancio e una banca centrale cooperativa). Fassina coglie in un qualche modo il punto: “La strategia di «disobbedienza ostinata», sebbene molto difficile, può essere [solo] efficace in un paese europeo che ancora dispone della sua moneta e della sua banca centrale.” Certo, si può ricorrere a escamotages come quello di emettere una moneta nazionale “parallela” come proposto anche in Italia. Ma si tratta, con tutto il rispetto per i proponenti, di sotterfugi dalle gambe corte. Quindi violare i Trattati implica la rimessa in discussione di tutto l’impianto europeo. Mission impossible per qualunque singolo Stato (o persino coalizione di Stati).
Alla proposta di Varoufakis, Fassina propone una strategia di separazione consensuale dell’unione monetaria salvando l’UE. In tal modo si eviterebberoritorsioni del resto dell’Europa, come accadrebbe a paesi che sfidassero l’Europa venendo espulsi. La salvaguardia dell’UE svolgerebbe anche una funzione protettiva da accuse di anti-europeismo o nazionalismo. In questo si dimentica che anche l’UE è creatura liberista.
Nella sua replica Varoufakis ha avuto gioco facile nel mostrare a Fassina che il solo accenno a una trattativa su una separazione consensuale porterebbe al caos finanziario. Referendum o trattative proprio non si possono fare, i mercati non lo consentirebbero. Per difendere l’idea che da ultimi si può reagire positivamente a una espulsione, è interessante che Varoufakis dichiari che egli era pronto a rompere con la Troika nel luglio 2015 ed essere espulso avendo già predisposto un piano X – sebbene fiducioso che dietro una minaccia credibile (come si usa dire in teoria del giochi di cui l’ex ministro è esperto), la Troika avrebbe alla fine accettato un memorandum più ragionevole. Lui sarebbe comunque rimasto “imperturbabile”, accettando l’espulsione, se le “istituzioni” non avessero accondisceso. Il governo greco sarebbe però stato diviso in merito e non giocò la carta della minaccia credibile [Qui ci sarebbe da ricordare che le proposte più ragionevoli che Varoufakis avrebbe accettato sulla carta non sono diverse da quelle nei fatti adottate in pratica - e simili a quelle perorate dal FMI, l’attore più “umano” della Troika. Le richieste siglate da Tsipras erano così assurde da non poter essere implementate alla lettera sicché le istituzioni si dovranno alla fine accontentare che la Grecia ne attui solo una parte; la storia è simile a quella della riduzione del debito pubblico al 60% del Pil in 20 anni in ciascun paese europeo: così assurda che nessuno vi ha posto mano; ciò non toglie che la morsa dell’austerità non sia continuata. Insomma, Varoufakis avrebbe comunque accettato un pacchetto killer. Sarebbe tuttavia utile a tutti conoscerlo questo Piano X! ]
Dunque superamento consensuale no; violazione dei Trattati neppure; fuori dall’euro: forse non troppo popolare. Che proporre allora? Non blocchiamoci su questo. Noi sappiamo come un’area valutaria potrebbe funzionare meglio e perché è però impossibile che l’Europa muti in questa direzione - principalmente per l’opposizione tedesca a dismettere il mercantilismo ma anche, giustificatamente, perché quel popolo non vuole essere obbligato a una solidarietà fiscale verso altri popoli. Sappiamo che l’euro è il principale ostacolo (sebbene non l’unico) a politiche di piena occupazione, e che l’UE impone politiche liberiste (per esempio impedisce politiche industriali di intervento pubblico diretto). Abbiamo proposte per un’Europa post-euro (e forse post-UE) - per esempio applicare le idee di Keynes per un nuovo ordine monetario europeo. Insomma abbiamo molte proposte “illuminate” da contrapporre a chi ci tratta da populisti. Populisti saranno loro col loro mantra delle riforme strutturali e il fallimento delle loro politiche![1] Alla gente e a quel poco di “movimenti” che esistono dobbiamo indicare euro ed Europa come strumenti di smantellamento di occupazione e diritti sociali. In questo la sinistra si deve riproporre come portatrice del diritto a lavoro, salute e istruzione per tutti e a tutti i costi.
Noi non sappiamo quale scenario si prospetta: una tempesta perfetta con crollo dell’euro in seguito a un evento fatale come una Presidente Le Pen che fa la dura, o un crisi bancaria italiana che faccia scendere in piazza i risparmiatori?
Quello che è chiaro è che al di là delle elucubrazioni internazionaliste di Varoufakis e di qualche sciagurato nostro conterraneo, la sinistra di ciascun paese, mai andasse al governo, dovrà essere pronta ad affidarsi solo alle proprie forze, a meno dell’apertura di inattesi scenari keynesiani internazionali (potrebbero aprirsi sulle rovine di una caduta dell’euro, chissà?). Si tratta di attuare un’economia dei controlli su merci e capitali, quasi un’economia di guerra, e in un paese solo, e in questo non stiamo reinventando niente che si sapesse (se lo si voleva sapere). Vorrei solo aggiungere che la situazione è ancor più difficile di 40 anni fa quando la sinistra laburista perorava l’economia dei controlli: allora c’erano i paesi socialisti e paesi in via di sviluppo progressisti con cui rapportarsi, attualmente è più complesso. Oggi un paese progressista è solo di fronte a un capitalismo globale selvaggio. Non so se tutto questo possa avere un seguito popolare. Certo odora molto di elementi di socialismo (per giunta in un paese solo!). E ciò vuol dire che sull’economia dei controlli pesa la tara storica della sconfitta del socialismo reale. Una buona ragione per raccogliere la sfida e pensarci meglio su.
L’idea che l’obiettivo della piena occupazione e della giustizia sociale non possano fare affidamento su contesti internazionali favorevoli e addirittura solidali ci porta all’altra vexata quaestio di quale internazionalismo.
Quale internazionalismo?
Varoufakis attacca Lexit e quanti a sinistra ritengono che la battaglia cominci dal (sebbene non si risolva completamente nel) proprio paese e che, come ben sanno i popoli dei paesi nordici, lo spazio democratico coincide, almeno in questa fase storica, con quello dello Stato-nazione, mentre le strutture sovranazionali hanno fondamentalmente una funzione reazionaria. Per Varoufakis ci si deve affidare a un internazionalismo inteso come un continuum fra le lotte ai diversi livelli di governo (municipale, nazionale, sovranazionale) indipendentemente dallo Stato nazionale entro cui si svolgono.
Come ha sostenuto Lee Jones su Jacobin (la rivista dove si è svolto il dibattito) un ottimo critico di Varoufakis (qui): Varoufakis “ignora il fatto che il solo ‘demos’ reale che attualmente esiste risiede a livello domestico [nazionale] … a parte una piccolo cosmopolitismo … popolare fra le élite metropolitane, la vasta maggioranza degli europei rimane primariamente attaccata e interessata nella politica democratica nazionale”.
Chi usa un linguaggio a dir poco saccente a proposito di chi rivendica lo Stato nazionale come terreno irrinunciabile di esercizio della lotta democratica, potrebbe utilmente rileggersi i saggi di uno dei maestri dell’economia eterodossa, Massimo Pivetti:
“Il lavoro dipendente può considerarsi come il soggetto collettivo maggiormente interessato alla sovranità dello Stato-nazione,  condizione necessaria tanto della sovranità popolare che della tutela effettiva degli interessi del  lavoro dipendente. La sua forza relativa all’interno di una nazione ed il quantum di sovranità  della stessa in campo economico sono direttamente correlati e tendono ad interagire: una perdita di sovranità nazionale tende a provocare una riduzione della forza relativa del lavoro dipendente, che, a sua volta, tende a tradursi in un’ulteriore perdita di sovranità.
E così si esprimeva Bob Rowthorn, uno dei principali esponenti post-Keynesiani di Cambridge e fautore della Alternative Economic Strategy:

“La crisi che colpisce milioni di cittadini britannici è ora su di noi. Se la sinistra intende sfruttare questa situazione, essa deve adottare un programma che offra alla gente qualche speranza, e deve dunque ragionare in termini di qualcosa di più pratico della rivoluzione europea o mondiale. Coloro che attaccano una strategia nazionale per il socialismo in Gran Bretagna come destinata al fallimento e si appellano a una rivoluzione europea o mondiale possono sembrare molto rivoluzionari. Ma nei fatti la loro è la dottrina della disperazione, e per quanto molte delle loro opinioni possano ispirare una piccola avanguardia di simpatizzanti, essi non possono che ispirare demoralizzazione fra le masse di lavoratori a cui non offrono niente” (Citato in Sei lezioni, p. 182; si veda anche la discussione qui). 

[Ça va sans dire che le proposte di controllo dei movimenti di capitale e delle merci di Pivetti e Rowthorn sono note da decenni e da loro le abbiamo apprese, come ho sempre ampiamente precisato nei miei scritti - ma questa è una delicatezza un po’ passé].

Estrapolare citazioni dal loro contesto è sempre rischioso, ma è pur sempre Marx che nella Critica al Programma di Gotha scrive limpidamente che: 
“S'intende da sé, che per poter combattere, in generale, la classe operaia si deve organizzare nel proprio paese, in casa propria, come classe, e chel'interno di ogni paese è il campo immediato della sua lotta. Per questo la sua lotta di classe è nazionale, come dice il Manifesto comunista, non per il contenuto, ma ‘per la forma’” (Marx 1975, mio corsivo, si veda anche qui).[2]
La posizione di Varoufakis e dei suoi accoliti nostrali al riguardo è dunque estremamente debole e impregnata di ideologismo. Qui non si tratta di difendere il concetto di Nazione come un valore in sé o negare l’aspirazione alla fratellanza fra i popoli o le classi lavoratrici. Il problema è se è una strategia plausibile quella che propone l’arena europea come terreno di possibile scontro fra forze popolari e borghesia, oppure se già sarebbe molto se questo scontro riprendesse nei singoli paesi con l’obiettivo di ripristinare condizioni di controllo democratico sulle leve monetarie e fiscali dell’economia. L'unica strategia possibile è attualmente che intanto in ciascun paese ciascun popolo si batta per riappropriarsi della propria democrazia, altro che nazionalismo! Come ben commenta Lee Jones: “Varoufakis meramente respinge questo in maniera retorica, in favore di un internazionalismo sinistrese ottocentesco. Tuttavia il meccanismo per realizzare questa solidarietà internazionale è una lotta da svolgersi a diversi livelli cosicché i governi – i governi nazionali – diventano capaci di resistere ai dicktat dell’UE. Varoufakis perciò, ha bisogno e detesta lo Stato nazionale e i “national publics”,[3] rifugiandosi così nella fantasia del ‘repubblicanesimo transnazionale’” (qui, corsivo nell’originale).
Fassina ha dunque ragione quando argomenta che Varoufakis ha una visione ingenua, ma diffusa a sinistra, per cui la lotta in Europa è fra l’insieme dei popoli e l’insieme delle grandi banche; nei fatti, invece, paesi come la Germania vedono una connivenza fra capitale nazionale e grandi sindacati (se volete chiosate “purtroppo”, a me interessano i fatti non il moralismo di sinistra) nel sostenere politiche mercantiliste, ricorda opportunamente Fassina. O vogliamo parlare del perseguimento di interessi nazionali nella politica estera e commerciale dei singoli grandi Stati europei? Quello che non va bene in Fassina è invece l’attestarsi sulla difesa della UE per accreditarsi come europeista (e perciò internazionalista), dimenticando che anche l’UE è creatura liberista (per non parlare della sua politica estera, quando ve n’è una, come nel caso del sostegno ai nazisti ucraini).
Quindi io direi che le accuse che ci vengono mosse vanno rispedite alla fonte con gli interessi di velleitarismo politico, di ideologismo, di disinteresse per le condizioni materiali delle grandi masse. Dobbiamo però stare attenti alle parole che usiamo, non utilizzare le medesime della destra (come sovranismo). E naturalmente non contaminarci con la destra. Ciò detto, ci sono anche elementi in comune con Varoufakis, in particolare l’irriformabilità dell’Europa attuale. Siccome dobbiamo fare politica e unire le forze, bene non rompiamo i ponti con lui e i movimenti che anche in Italia guardano a lui.
Polany moment
Il voto popolare per la Brexit o i consenso di Sanders (ma anche quello di Trump) sono stati accostati a quello che il famoso antropologo ungherese Karl Polany definiva come “doppio movimento”. Come sapete Polany riteneva l’economia di mercato come una violazione della vita comunitaria, e quando l’invadenza del libero mercato si fa troppo pressante, la società reagirebbe domandando protezione contro gli effetti più devastanti del mercato, per esempio attraverso le istituzioni dello stato sociale. Ma, Polany riteneva, anche attraverso il fascismo. E infatti notate come molti movimenti di destra si pongano oggi come paladini dello stato sociale e dell’occupazione, almeno per gli autoctoni (laddove questi ultimi percepiscono gli immigrati come un aspetto dello smantellamento delle protezioni conquistate nel secolo scorso). Non so quanto le tesi di Polany siano scientificamente comprovate, ma certo la nostra percezione è che la distruzione in corso delle garanzie “dalla culla alla tomba” offerte dallo stato sociale e dal pieno impiego sia una violazione di principi basilari di umanità. Unione europea ed euro sono veicoli, armi di questa distruzione di massa. Persino a “lor signori” è chiaro che quello che viene chiamato populismo è un ya basta! a questa violazione continua dei diritti più elementari, lavoro, salute, istruzione (e democrazia costituzionale). Noi siamo parte di questo movimento di reazione.
Addendum
Del prof. Massimo Pivetti, uno dei maggiori economisti eterodossi del mondo, si veda: 
Pivetti, M. 1998. Monetary versus political unification in Europe. On Maastricht as an exercise in ‘vulgar’ political economy, Review of Political EconomyVol. 10, no. 1, 5-26. 
Pivetti, M. 2011, Le strategie dell’integrazione europea e il loro impatto sull'Italia, in Un’altra Italia in un’altra Europa – Mercato e interesse nazionale, L.Paggi (ed), Firenze, Carocci. 
Pivetti, M. 2013a. On the gloomy European project: an introduction,Contributions to Political Economy, vol. 32, 1-10 
E a giorni: A.Barba & M.Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, in uscita con Imprimatur, di cui parleremo a lungo. Ampi stralci delle sue tesi sono richiamati in S.CesarattoAlternative interpretations of  a stateless currency crisisCambridge Journal of Economics (in corso di pubblicazione).




[1] Riconosco che nel convegno alcune relazioni hanno dato un’accezione positiva al termine populismo, se inteso come intransigente difesa dei diritti sociali di grandi masse popolari.
[2] Marx, K., Critica del Programma di Gotha, 1875, https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1875/gotha/index.htm
[3] “National publics” è così definito da Wikipedia: “Publics are small groups of people who follow one or more particular issue very closely. They are well informed about the issue(s) and also have a very strong opinion on it/them.”

sabato 17 settembre 2016

ITALIA: Chi guiderà l'uscita dall'euro?

[ 17 settembre ]

La seconda giornata del III Forum Internazionale No Euro si è aperta con una tavola rotonda sull'Italia, dal titolo «Chi guiderà l'uscita dall'euro?». 

A presiederla Luciano Barra Caracciolo, giurista; Alfredo D'Attorre, parlamentare di Sinistra Italiana, Sergio Cesaratto, economista; Mimmo Porcaro di Socialismo 2017.
Assente per problemi di salute l'economista Alberto Bagnai, cui rivolgiamo i migliori auguri di pronta guarigione.
Intanto vi lasciamo con il video dell'introduzione.




venerdì 16 settembre 2016

LEXIT NETWORK SALUTA IL III. FORUM INTERNAZIONALE NO EURO

[ 16 settembre ]

Oggi ha inizio il III. Forum Internazionale No Euro, qui a Chianciano Terme.

Chi, come noi, ha speso tante energie per la sua preparazione e organizzazione, non può che augurarsi il suo successo, sia dal punto di vista della qualità delle tante tavole rotonde, che della partecipazione. Proveremo a tenere informati ogni giorno i tanti lettori che ci hanno espressola loro simpatia ma che non riusciranno ad esserci.

Nel frattempo l'ultima delle buone notizie è la solidarietà della Rete europea LEXIT, per un'uscita da sinistra dall'euro, che vide luce nel giugno scorso con un MANIFESTO firmato da tanti intellettuali ed esponenti politici, tra cui anche alcuni di noi.
Nei saluti si annuncia il convegno che si svolgerà a Novembre in Danimarca,



Lexit announces the support to the 
III. No Euro Forum in Chianciano Terme

Dear Lexit supporters,
we hope you had a nice summer break!

Some discussions are too pressing for a break: The political debate on Euro and neoliberal integration has maintained its momentum throughout the summer. You can find some very interesting contributions further down. And: Back into full activity, the Lexit Network is already preparing a first physical meeting.

Lexit will not just be discussed in writing: Two international events with focus on Lexit-related topics will take place this autumn: One of them is the No Euro International Forum, which takes place in Chianciano Terme, Italy, September 16th to 18th;

the other is the Plan B Conference in Copenhagen, Denmark, November 19th/20th.

The Lexit Network yet prepares for a first physical meeting of its members, to take place right before that conference in Copenhagen. Further information will follow later in September. In addition to these international meetings, several Lexit events will take place in the local context. We know from current preparations of such events in Austria, France, Finland, Germany, Italy and Spain. If you wish to get in touch with people who engage for Lexit in your country or to initiate a local meeting yourself, please send a mail to info@lexit-network.org. We´ll be happy to help.


Best, The Lexit Network

martedì 13 settembre 2016

VASILIJ VOLGA: "L'UNIONE EUROPEA È RESPONSABILE PER LA GUERRA CIVILE IN UCRAINA"

[ 13 settembre ]

Vasilij Volga [nella foto] sarà uno dei protagonisti del III. Forum Internazionale No Euro. Una presenza eccezionale...
Vasilij, da poco uscito di prigione dopo tre anni e mezzo di ingiusta detenzione, è presidente dell'Unione delle forze di sinistra dell'Ucraina, ex deputato, ex capo della Commissione statale di servizi finanziari di Ucraina. 
L'intervista è di Wilhelm Langthaler.


D. Qual è il vostro giudizio sull'accordo di libero scambio tra l'Ucraina e l'Unione europea?
R. L'accordo è altamente dannoso per l'economia nazionale dell'Ucraina. Le forze che attuarono il colpo di stato militare imbellettarono quell'accordo con la Ue, dicendo che sarebbe stato più facile ottenere visti, ecc. Dovremmo disdire immediatamente il contratto di libero scambio e ricostruire i legami economici con la Russia e l'intera regione, al fine di rispettare il nostro interesse nazionale.
La rivolta popolare nelle regioni Orientali era diretta anche contro quell'accordo ingiusto. Se la ribellione avesse vinto, se l'interesse nazionale non fosse stato tradito, la guerra civile avrebbe potuto essere evitata. L'Ucraina avrebbe potuto sviluppare le sue forze economiche in modo dinamico, come un ponte tra l'Europa e l'Asia.

D. Cosa pensi dell'attuale governo guidato da Poroshenko?
R. E un governo criminale, colpevole dell'intero spettro dei crimini contro l'umanità. Al fine di raggiungere i loro obiettivi Poroshenko e il suo team stanno distruggendo le istituzioni statali fondamentali. Essi promuovono e alimentano l'estremismo. Potrei portare molti esempi .

D. L'accordo di Minsk è la strada verso la risoluzione dei conflitti?
R. L'attuazione dell'accordo di Minsk è solo una possibilità per raggiungere la pace. Siamo in costante contatto con i nostri amici nel Donbass, che non è sotto il controllo di Kiev. Vi è infatti la possibilità di riportare la regione in Ucraina se è concessa l'autonomia federale. Ma per questo dovrà esserci la piena attuazione dell'accordo di MIn sk. Una legge di amnistia deve essere approvata, assieme a quella per lo status speciale per il Donbass. Abbiamo bisogno di una missione di monitoraggio internazionale. Dobbiamo combattere ogni provocazione che alimenta la divisione tra le nazioni,i gruppi linguistici ed etnici. Dve essere ripristinato  sistema giuridico, che deve tornare in linea con la costituzione. Se devono punire i mass media e i loro proprietari che hanno spinto per il conflitto. Passo dopo passo dovremo ricostruire uno Stato in cui tutti si riconoscano.

D. Che ruolo ha giocato la UE in questo conflitto?
R. E' stata la stessa Unione europea che ha portato il nostro Paese in questa tragedia. L'Unione europea firmò un piano di pace con i presidente Yanukovich che promisero di rispettare. Invece, mentre questo accordo era in vigore, lo hanno spinto a dimettersi dopo un anno e mezzo. Il giorno successivo la Germania e la Francia sostenevano e legittimavano le forze di estrema destra. Se era un cattivo accordo, perché lo firmarono? Se invece era un buon accordo, perché non hanno attuato?
Se cerchiamo di ricostruire il nostro paese e stabilire la pace come possiamo fidarci di Germania e Francia nel ruolo di mediatori? In ogni caso la UE porta la piena responsabilità per il conflitto —per non parlare degli Stati Uniti.

D. Ci puoi spiegare qual'è progetto del tuo partito, l'Unione delle forze di sinistra?
R. Cerchiamo di formare un'alleanza di forze di sinistra che sono ora totalmente sparpagliate. Il regime ucraino è in procinto di smantellare le ultime tracce dello stato sociale. Tutte le forze politiche che lottano per la giustizia sociale vengono represse. Questo è il senso della cosiddetta legge sulla de-comunistizzazione, legge per cui anche il Partito comunista è stato messo al bando. Né i socialisti né i socialdemocratici riescono ad agire pubblicamente. L'Unione delle forze di sinistra vuole offrire una piattaforma legale per la sinistra che vuole proteggere le restanti conquiste sociali. Son con noi persone di spsicco del partito comunista, membri del partito socialista e della Organizzazione Controllo Civile — una ONG che si è trasformata in una formazione politica.

D. Cosa puoi dirci circa la repressione che hai subito?
R. Le mie possibilità di esprimermi sono molto limitate. Quando sono stato aggredito fisicamente durante una conferenza stampa la scorsa primavera a Zaporozhe molti canali televisivi filmarono l'accaduto. Quindi vi è abbondanza di prove. Ho interpellato il ministro degli interni, la presidenza, il servizio segreto, affinché fosse avviato un procedimento penale. In un messaggio privato del Ministro Avakov ministro c'era una risposta chiara: ogni pubblico ufficiale che lo avesse fatto sarebbe stato licenziato. La magistratura, tuttavia, ha deciso di aprire un' indagine, ma Avakov ha semplicemente deriso tale decisione. Non è successo niente finora. Qualsiasi attività pubblica dal nostro partito è attaccata dai paramilitari Azov e nessuna autorità può muovere un dito contro di loro.

D. Come, in simili condizioni, pensate di partecipare alle elezioni?

R. Io, davvero, non lo so. Le persone sono terrorizzate al momento. La forza fisica è usata contro di noi. Mia moglie è sotto costante terrorismo psicologico da telefonate ed e-mail. Dati tutti questi problemi che non sappiamo se potremo assumerci questa responsabilità.

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