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sabato 30 novembre 2019

5 STELLE: INELUDIBILI CONCLUSIONI di Cesarina Branzi

[ sabato 30 novembre 2019 ]

I 5S coerenti dovrebbero trarre le ineludibili conclusioni. Nel testo Hic rhodus, hic salta a proposito dei 5S è già stato detto tutto quel che c’era da dire. Mi limiterò pertanto ad aggiungere qualche considerazione spicciola. Prescindendo da Di Maio - che mi pare vada sempre piú assumendo i connotati di un ectoplasma -, che hanno da dire i 5S che godono ancora della fama di persone oneste, coerenti, provviste di una certa capacità di analisi, etc., quali, per esempio, Di Battista, Morra, Taverna … tanto per fare qualche nome?

E non mi riferisco a quanto già è stato scritto a proposito del Mes - sul quale pure non sarebbe una pretesa eccessiva aspettarsi una presa di posizione netta e senza equivoci. Mi riferisco, piú modestamente, alle recenti esternazioni del “grillo-parlante”-a-sproposito, che, non pago d’aver programmato (da quel dí …) l’abbraccio mortale del MoVimento con il Pd - deludendo a un tempo le speranze e le aspettative di milioni di cittadini che avevano intravisto il profilarsi di una possibile riscossa contro il grigiore mefitico dell’esistente -, ha mandato a quel paese i dissidenti, imponendo un allineamento alle sue indicazioni: “non rompetemi i coglioni”, non c'è alternativa, T.I.N.A. Chiaro? Chi sgarra, sgamba, e chi non è d’accordo, si può accomodare!

È lecito chiedersi se è questa la sua idea di democrazia diretta. Ed è altrettanto lecito chiedersi che cosa ci voglia ancora perché sulla realtà del cosiddetto MoVimento coloro che sostengono di non condividerne tutte le scelte, coloro che sono in dissenso e vivono - presumibilmente - un disagio, facciano una scelta chiara e mandino a loro volta a “Vaffa!” Grillo e Casaleggio & Associati (a proposito dei quali ultimi sarebbe utile e interessante sapere di che panni si vestono).

Sono consapevole che in tali situazioni una rottura non è mai facile e forse neppure indolore. E non parlo di poltrone - che pure in taluni casi hanno indubbiamente un peso non indifferente -, ma di rapporti che si spezzano, di prospettive che scompaiono, insomma di una svolta che segna l’esistenza di chi su quell’impegno ha scommesso onestamente: parlo di chi ha aderito con onestà intellettuale e senza finalità lucrative, augurandomi che esemplari di questo tipo ancora esistano. Ebbene, anche a costoro ormai dovrebbe essere incontestabilmente chiaro che una loro permanenza al fianco di una masnada di maneggioni e avventurieri di quella fatta non può non fornir loro una copertura, che diventa complicità e concorso attivo alla deriva del nostro disgraziato paese. E, dunque, uno scatto di responsabilità e di dignità imporrebbe l’interruzione di un rapporto di asservimento a interessi piú o meno opachi, dando contemporaneamente un esempio di coerenza e uno stimolo di possibile riscossa.

mercoledì 21 agosto 2019

M5S+PD: UNA SCHIFEZZA di Mario Monforte

[ Mercoledì 21 agosto 2019 ]

Per il bene del Paese 

L’attesa è finita. 
Conte — pur non sfiduciato (Salvini ha ritirato la mozione di sfiducia), ma giudicando finita l’esperienza del governo — ha rassegnato le sue dimissioni a Mattarella. I commenti sul suo discorso al senato, fatto “per il bene del paese”, si sprecano (sui media e “in rete”). Per lo piú è stato apprezzato, con ovazioni in aula dei 5S, da coloro che lo condividono e anche da quelli che, senza capirlo, ne recepiscono tono pacato e italiano corretto. Ma il suo discorso è stato semplicemente spregevole, falso nel tono e forma (stile bolso del docente universitario che spadella una lezione), e inaccettabile nei contenuti. Non tanto per le accuse contro Salvini che ha aperto ex abrupto la crisi di governo — comunque sciorinate come se Conte fosse capitato lí da una settimana, e invece da piú di un anno presidente del Consiglio —, quanto per il suo “nodo” centrale, in cui stigmatizza come «sterile» ogni «sovranismo»: bisogna rimettersi all’“alleanza atlantica” (subordinazione agli Usa) e “all’Europa” (subordinazione all’Ue, nonché agli Stati che ne hanno il maggior vantaggio, a spese altrui, la Germania e la Francia).

Con ciò Conte si pone fra i nemici di ogni possibile democrazia nel nostro Paese (senza indipendenza e autonomia non esiste nessuna democrazia) e della ripresa delle condizioni di esistenza (di lavoro, di vita, di prospettive) della gran parte della nostra popolazione; si colloca fra gli “alfieri” del capitalismo globalizzato-globalizzante e dei suoi «organismi», come l’Ue; si situa nella reazione che vuole mantenere questa fase del capitalismo (in crisi al suo stesso interno perché sempre piú ingestibile), con le devastanti ricadute che ha già avuto e continuerà ad avere in Italia (nonché altrove, ma qui si parla “di noi”). 




E cosí Conte apre appieno al Pd, la maggiore forza politica della reazione, nemica del nostro popolo e paese. E, con lui, lo fanno coloro che lo esaltano e stanno vedendo di condurre in porto l’accordo con il Pd, sia quello di Renzi o di Zingaretti, ossia gli esponenti (e dirigenti), i governanti, i parlamentari del M5S. A ben poco valgono l’ottusità da claque dei manifestanti 5S anti-Salvini al grido di “tradimento! Onestà!”, e i discorsi della Taverna che ha insistito sulle vacanze agostane (a cui anche i 5S hanno rinunciato … volentieri) oltre che sulle “cose buone” fatte dal governo, di Morra che ha voluto gettare il sospetto di accordi di Salvini con la ’ndrangheta perché ha mostrato i simboli cattolici in Calabria (pur smussando con “forse non lo sapeva”), di Patuanelli che dichiara fieramente (e falsamente) “il M5S non teme il voto” (e come no! Con i sondaggi che lo danno sceso all’8% …). Senza però negare la direzione dell’accordo con il Pd — peraltro sancito dalla riunione nella villa di Grillo a Marina di Bibbona, con Casaleggio, Di Maio, Fico, Di Battista, i capigruppo parlamentari —, ovviamente “per il bene del paese”.

Va ribadito, per evitare equivoci (interessati, di pentastellati e piddini), che non si sta dicendo “Salvini ha fatto bene” e “W Salvini e la Lega”. E va ripetuto che Salvini ha aperto per la Lega la «crisi» dopo recenti “viaggi” negli Usa (già aveva lodato Trump e la sua “via”, ed è stato ricevuto con tutti gli onori) e che la linea leghista, a sua volta “per il bene del paese”, è di gestire lo Stato accentuando il ruolo del governo in un “sovranismo a sovranità limitata” (in ancora piú stretta “alleanza”=subordinazione agli Usa della “linea trumpiana”, con tanto di connessione a Israele), restando “criticamente” ma come “spina nel fianco” nell’Ue (a contrastare Germania e Francia, come vuole la “linea trumpiana”), e aprendo al massimo al capitalismo, interno ed esterno - qui si situa il contrasto al flusso migratorio, ma senza risalire, né operare, sulle sue cause e “strutturazioni”. Non si sostiene affatto che Salvini-Lega siano l’alternativa. Ma ciò non assolve il M5S che apre al Pd.

“In rete” sono circolati e circolano appelli “alla base 5S” a respingere l’accordo e la valutazione per cui “è caduto il laboratorio populista, sovranista, socialistico, giallo-verde”, a vantaggio delle élites globaliste, dei “padroni del vapore”, etc., e c’è chi sposta le responsabilità piú sulla Lega e chi piú sul M5S. E tutti affermano che “sarebbe stato meglio proseguire con l’esperimento”, sempre “per il bene del paese”. 


Il che è vero, era certo meglio della prospettiva del governo M5S-Pd, ma anche della prospettiva Lega-centrodestra. E tuttavia c’è un errore di visuale: già l’accordo giallo-verde (con quel «contratto»! Il contratto è una statuizione privata, a livello politico si fanno accordi e programmi) era segnato dal capestro “si sta nell’Ue/euro/Nato”, il che ne segnava i limiti stringenti (come si è visto sul deficit, tenuto, dopo un po’ di latrati, al 2,04%, precisamente come voleva l’Ue) che hanno reso asfittiche e poco efficaci le misure «di cittadinanza» («reddito» e «pensione»), «decreto dignità», «quota 100», e hanno bloccato l’ampio e mirato piano di investimenti in tutti i campi che sarebbe stato necessario. 

Il resto è venuto di conseguenza, da un lato con i cedimenti (e tradimenti) dei 5S su una suite di loro impegni solenni, dall’altro con l’azione leghista volta al pieno liberalismo economico («grandi opere», autostrade, banche, etc.), sboccando da un parte nel “sovranismo a sovranità limitata” —“spina nel fianco all’Ue” della Lega, con il voto contrario alla Von der Leyen, dall’altra con l’accostamento dei 5S all’Ue del globalismo e dell’austerity, con il voto (decisivo per la sua elezione alla Commissione Ue) della Von der Leyen — e lo stesso contrasto al flusso migratorio (voluto dal globalismo e dai suoi «organi»e centrali) è divenuto terreno di scontro, data l’apertura dei 5S (con solite ciarle su “umanità”, “inclusione”, etc.). 

In buona sostanza: nessuna delle due forze, che avevano concorso a suscitare e avevano intercettato l’oggettivo (non consapevole) fronte sociale emerso con il voto del 4 marzo 2018, aveva una qualche analisi della situazione, un progetto coerente con questa (che non c’era), una strategia e tattica conseguenti. Quindi, il “laboratorio populista, sovranista, socialistico” poteva esserci in potenza, ma non è mai esistito nei fatti. 

Né gli appelli “alla base 5S” serviranno: attivisti e stretti iscritti al movimento approveranno … qualsiasi “cosa” (come, per esempio, già fecero con l’adesione nell’europarlamento al raggruppamento iper-liberale dell’Alde), compreso l’accordo con Pd e il codazzo “sinistro”. Altri, molti altri, semplicemente si distaccheranno — nel discredito irrimediabile e declino inarrestabile del M5S.

Che rimane allora? Per il vero bene del Paese, solo un tentativo, certo del tutto arduo, irto di ostacoli e blocchi: almeno sostenere le istanze del movimento (oggettivo) abbozzatosi il 4 marzo, vedere di impedire che cadano nel dissolvimento, spingere per rimetterle in moto — e cercare di aggregarle.
 

venerdì 31 maggio 2019

LETTERA APERTA AI CINQUE STELLE di Luca M. Climati

[ venerdì 31 maggio 2019 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

TORNARE ALLE ORIGINI PER PROIETTARCI NEL FUTURO 

 LETTERA APERTA AL MOVIMENTO 5 STELLE ED AI SUOI ELETTORI E SIMPATIZZANTI


Ora che ottimismo della passione e intelligente senso di responsabilità, oltre ad una rinnovata appartenenza hanno largamente decretato la conferma del generoso Luigi Di Maio, ponendo fine a chi invano ha cercato di teleguidare una sfiducia nei suoi confronti per colpire il "governo del cambiamento", posso esprimermi da amico e fratello . Lo voglio fare nel modo più comprensibile e diretto, senza galanterie.

Tre sono i punti centrali del ragionamento proposto : PRIORITA' - LINEA POLITICA ED IMPATTO SISTEMICO - ORGANIZZAZIONE E TERRITORIO.

1 -  PRIORITÀ O "CONTRADDIZIONE PRIMARIA" : RESISTERE AL GOVERNO PONENDO LE BASI DELLA NUOVA GIOVANE ITALIA


Il vituperato "governo del Cambiamento" composto dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega è l'espressione più realistica della volontà comune del Popolo italiano; tale caratteristica è invisa ai poteri finanziari globalisti, alle multinazionali, a coloro i quali sfruttano le convenienze della UE: L'ASSE CAROLINGIO FRANCO-TEDESCO e la sua area. Essi hanno nel PD e nella fatiscente FI principalmente i loro referenti più fidati; ma la principale armata nemica del governo del cambiamento è costituita dalla micidiale macchina della disinformazione mediatica. Il giornalista non esiste più di fatto nella sua nobile e classica accezione anglosassone del secolo passato o prima; trattasi di quadri del partito liberista-globalista, esperti nella demonizzazione dell'avversario .

Tale governo che definisco di "compromesso" , visto il presidio "mattarelliano" del MEF e degli Esteri, dicasteri strategici, soprattutto il MEF in chiave TROIKA e UE, si è dovuto muovere sotto un bombardamento e tiro incrociato h24, interno ed esterno ed è dovuto,
per non fare la fine di Tsipras in Grecia, addivenire ad una intensa attività diplomatica, lavorando anche sulle contraddizioni internazionali in modo intelligente e senza perdere la faccia, ristabilendo un minimo prestigio della diplomazia tricolore, dopo anni di errori ed asservimento totale a logiche esterne all'interesse nazionale e dei Popoli del Mediterraneo, d'Africa e del Medio Oriente. La nostra storica diplomazia, in era repubblicana, è sempre stata amica con i Popoli in via di sviluppo, Arabi, Nord Africani e del "Mare Nostrum", pur rimanendo nel contesto del Patto Atlantico, avendo perso completa indipendenza l'8 settembre 1943, riconquistata parzialmente con l'insurrezione Patriottica Nazionale del 25 aprile 1945. Per questa causa di giustizia sociale e rispetto della autodeterminazione dei popoli sono caduti grandi Italiani, come Enrico, Mattei ed Aldo Moro, come nella battaglia contro i soprusi mafiosi Falcone e Borsellino.
Sigonella 10/10/1985: i carabinieri accerchiano il boeing coi dirottatori
palestinesi per impedire il loro sequestro da parte degli americani
L'episodio di Sigonella resta nella storia, come vi fosse un filo comune tra il nostro Risorgimento e il diritto ad ogni Popolo ad avere ed essere sovrano nella sua Terra e fratello del Mondo. E' giusto l'insieme delle Patrie Sovrane che non abbiano un unico padrone despota disumano finanziario. 
La delegazione governativa 5 stelle ha lavorato senza sosta per il bene del proprio popolo, nell'interesse generale, onestamente e chiaramente, nel rispetto, ricambiato, degli alleati al governo. Non è possibile risolvere tutto e subito, come non possibile accontentare tutte le specificità e le aspettative delle quali era carico il voto del 4 marzo 2018 . Ciò che conta è che si sia aperta una importante breccia e si sia interrotto, anche formalmente o parzialmente un paradigma lungo 45 anni di restringimento dei diritti sociali dei cittadini, al fronte di una giungla troppo estesa di privilegi ed inciuci.
Non è possibile per ora recedere da un governo che esprima un fronte ampio, anche a volte contrapposto di interessi: ma ITALIANO, VERO, RISPONDENTE AD UN PRIMATO PRODUTTIVO SULLE SPECULAZIONI FINANZIARIE, capace con il tempo di creare le dovute condizioni di una vera Sovranità ed uscita dai trattati-capestro. Fuori da questo contesto, a meno di raggiungere una impossibile maggioranza assoluta, mancando per ora "una terza gamba di sinistra patriottica non liberista" e Costituzionale, una crisi di governo sarebbe una jattura nel momento che sarebbe possibile accontentare i ceti medi e passare ad una fase successiva di realizzazione.

Possiamo sfidare la UE perché giusto ed indispensabile-ragionevole, per il bene del nostro Popolo. Non siamo un paese alla fame e la nostra ricchezza è ben 4 volte il debito pubblico. Dobbiamo per gradi trovare la giusta strada; non era possibile il primo giorno dichiarare guerra al mondo, con la macchina statale e la RAI ancora sotto il controllo nemico. Ci vuole tempo. Ora possiamo aggiungere elementi ed ora escono le prime nomine di qualità come un presidente all'INPS, Pasquale Tridico, area 5 stelle, che voglio citare come un grande uomo con idee giuste, dopo anni di Mastrapasqua e Boeri, sic.

Regalare ad un neo-bipolarismo il cammino iniziato è un errore che dobbiamo evitare: teniamoci uniti e determinati su questo punto. Sarebbe mortale per il 5 stelle un abbraccio con il PD


2- QUALE E' LA NOSTRA SEMENZA: FATTI NON FUMMO PER ESSER ....MODERATI .....



Inutile trovare alibi: la campagna elettorale è il risultato di una svolta moderata che la saggia presenza e laboriosa al governo non giustifica....

Dobbiamo con coraggio e pacatezza, nella chiarezza che non lasci strascico di malinteso ed a costo di separarci per due strade, ma tentando mille volte di percorrerne insieme una sola, producendo il massimo sforzo di inclusione-confronto. Abbiamo passato mesi con il freno a mano tirato , scimmiottando una sinistra trans-genica, il peggio del ciarpame post-moderno "omaggio", creato in laboratorio e funzionale alla società liquida, invece di attaccare anche l'alleato di governo, non soltanto sul giustizialismo, ma sulle problematiche sociali. Dovevamo spiegare meglio l'inganno della TAV, che invece doveva lasciare il passo alle priorità infrastrutturali strategiche, alle quali milioni di persone erano interessate ed avrebbero rilanciato il volano occupazionale vero in modo esponenziale.

Non si è riusciti a trasmettere il fatto che il reddito fosse un intervento di pronto soccorso per i casi rasenti l'inedia e l'estrema povertà, troppo palettato e ridotto; doveva passare la rottura politica simbolica paradigmatica, con la promessa di un intervento più incisivo ma da conquistare sul campo e con il lavoro governativo futuro.

E' mancata insomma la cinghia di trasmissione e coesione ed appartenenza collettiva che la protesta del 4 marzo 2018 aveva trasmesso.

Ma il vero nocciolo del problema risiede nel nodo non sciolto di un pensiero forte che manca, di una chiarezza che latita, trasmettendo un segnale di inaffidabilità pur avendo fatto al governo cose importantissime.


Cari fratelli e sorelle del 5 stelle, semplici elettori come me, simpatizzanti o militanti o portavoce o eletti: cosa vogliamo essere o non essere? fare o non fare?
Sintetizzo con ferocia: vogliamo essere un partito modello "grunen" italiano dolcemente ambientalista, politicamente corretto, giustizialista , oppure
un partito che abbia maturato una forte natura Sociale , Keynesiana, Umanista, dalla parte del Lavoro e delle Imprese e del prodotto Locale e in difesa della Salute e della Terra con il cuore delle origini ma lo sguardo volto ad occupare un orizzonte immenso lasciato libero da una insulsa sinistra maritata al liberismo?

Mi espongo e mi batto e sono convinto che una futura egemonia, capace di intercettare ancora un grandissimo consenso sia nella seconda direzione indicata, nel rispetto di altre strade. Ci dobbiamo chiarire: credo sia indispensabile per il bene del Movimento tutto. Presto e con coraggio e decisione.

3- LE DOLENTI NOTE ORGANIZZATIVE 


Questa sconfitta è anche la conseguenza di un movimento troppo liquido che invece deve evolvere ed in questo senso ob torto collo, superare le rigidità iniziali: non possiamo perdere l'ardore delle origini, conservando la confusione iniziale tradotta in un comando corrispondente a un cerchio ristretto, formalmente orizzontale.

Occorre un livello locale-cittadino-regionale e nazionale, senza ipocrisie assembleari ma con un democratico riconoscimento a verifica almeno annuale. Le parole ed i seminari guerrieri e la formazione politica e culturale vanno promosse anche a livello locale; le gelosie di recinto vanno abbattute nel nome di un democratico interesse generale -centrale.

Lo dico fuori dai denti: nelle ultime elezioni sono stati promossi ancora dilettanti allo sbaraglio, troppe donne per seguire l'ideologia dei tempi, non per oggettivo riscontro: tipico della sinistra transgenica. L'italia è un paese evoluto e le discriminazioni sono una mera intenzione che invece perpetua il vero maschilismo e la sopraffazione arrogante. Alcune valide candidate e preparate sono state chiaramente osteggiate: la foto degli eletti alle europee sembra una foto di gruppo ad una gita scolastica.

Lo stesso Di Maio "si deve togliere quella giacchetta da agente in prova immobiliare e mettersi un bel giacchetto giovanile" fuori dalle compagini governative: la forma è sostanza a volte.
Anche un rosario può....comunicare un messaggio subliminale; il vate Beppe Grillo, da uomo di spettacolo ne era perfettamente a conoscenza.

Perché si promuove la mediocrità aziendalista e non guerrieri ed intellettuali preparati, esperti, salvo localmente affidarsi a tecnocrati capaci di valorizzare il danno sul danno?

Succeda quel che succeda intendevo parlare chiaro.

CONCLUSIONI 


Sappiamo che ogni sconfitta può anticipare e si può trasformare in una vittoria più grande; ma non possiamo confidare nell'effetto del differenziale tra elezioni politiche regionali europee o amministrative. Tutto scorre in fretta, ma i nodi vengono al pettine soprattutto durante e dopo una esperienza governativa. Ecco perché il nodo della appartenenza e del futuro va sciolto con onestà d'intenti

Ecco perché ritengo che noi pochi, noi felici, noi manipolo di onesti ed idealisti, di italiani per bene dovremmo tornare alle origini con un paradigma innovativo e rivoluzionario capace di interpretare la fase ed il futuro. Crediamoci.

Con franchezza e fraterna affinità

Luca Massimo Climati (lo zio Luca) elettore-sostenitore del 5 stelle 
31 maggio 2019 



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giovedì 11 gennaio 2018

DI MAIO, IL TRADITORE di Sandokan

[ 11 gennaio 2018 ]

Le elezioni si avvicinano e la gara a chi spara la cazzata più grossa è partita. Nel centro destra Berlusconi sorpassa Salvini (via la legge Fornero e quella sui vaccini) e promette, oltre che l'allungamento della vita a 120 anni con la pensione minima a mille euro, l'abolizione del Jobs Act.
Sul fronte opposto (si fa per dire) Renzi lancia la proposta del salario minimo legale di 9/10 euro. A sinistra, preoccupati di non apparire "populisti", volano basso: Pietro Grasso ha proposto l'abolizione delle tasse universitarie per tutti.

Potete star certi che nessuna di queste misure verrà adottata da questi signori nel caso, Dio non voglia, salissero al governo. Ci penserà l'Europa a ridurre questi giullari a più miti consigli, con le buone o con le cattive. Ovviamente questi imbroglioni lo sanno, e solo per questo loro uso sistematico dell'inganno non solo non vanno votati ma andrebbero messi alla gogna.

Luigi Di Maio invece, pensando di smarcarsi da questa commedia di scimmie, siccome  sente profumo di governo, non perde occasione, dato che al governo ci vai se hai il beneplacito dei poteri forti, di lusingarli, sforzandosi di apparire come un leader affidabile.


Così ci spieghiamo, dopo tante manfrine, il definitivo voltafaccia sulla questione dell'euro. Lo ha fatto l'altra sera a Porta a Porta, tempio del politicantismo. Egli ha testualmente affermato:
«Il quadro europeo vede non più quel monolite che era l'asse franco-tedesco, ma c'è un momento in cui l'Italia può contare di più a quei tavoli, e quindi non credo che sia più il momento dell'Italia per uscire dall'euro, infatti io parlo del referendum come estrema ratio, che spero di non utilizzare».
Così, con questo gettare nel cesso uno dei motivi che hanno spinto al successo il M5S, Di Maio è il protagonista della commedia di scimmie della politica italiana.

Né ridere né piangere, scriveva Spinoza, ma capire. E la prima cosa da capire è che il Movimento 5 Stelle, semmai andasse al governo, a parte qualche nota stonata, suonerà lo stesso spartito degli orchestrali precedenti, in devoto rispetto dei diktat euro-tedeschi. 

Sì, i Cinque Stelle sono diventati il tappo, l'ostacolo principale che impedisce un profondo cambiamento, che potrà avvenire solo con una sollevazione di popolo. Sì, in ultima istanza i Cinque Stelle sono diventati l'ultima muraglia a difesa del sistema.

Forse è proprio per questo che sarebbe bene che salgano al governo, perché i tanti cittadini che ancora si illudono che i Cinque Stelle siano diversi, che siano l'alternativa, si ricrederebbero.

Forse questo è il solo modo per spezzare l'incantesimo che paralizza milioni di cittadini, per porre fine l'illusione che la svolta di cui il Paese ha bisogno possa venire dall'alto, da questa o quella consorteria politicante.

Forse solo così si libereranno le energie necessarie per cambiare non solo musica, ma anche l'orchestra.










domenica 7 gennaio 2018

IL PROGRAMMA DI DI MAIO L'HA SCRITTO RENZI? di Fabrizio Patti

[ 7 gennaio 2018 ]

Mercoledì 27 dicembre, Davide Casaleggio è stato ospite della trasmissione televisiva Otto e Mezzo. Sorvoliamo sul carattere soporifero del personaggio. Ad un certo punto il sociologo (amico) Domenico De Masi ha rivolto al Casaleggio Junior una domandina semplice semplice. "La politica economica dei Cinque Stelle è di ispirazione social-democratica o neo-liberista?" Risposta da far cadere le braccia per la sua patetica elusività: "Si tratta di categorie sorpassate"
Che bestia è, dunque, la politica economica dei Cinque Stelle? Dopo tante giravolte sembra attestarsi ad un neoliberismo temperato simil-renziano. Per convincersene basta leggere l'intervista che il doroteo Di Maio ha rilasciato a IL MATTINO il 4 gennaio scorso. Avremmo voluto scriverci un pezzo, ma siamo stati anticipati da LINKIESTA. Non condividiamo dove va a parare l'autore, ma la sua disamina è impeccabile.

*  *  *


Ma il programma di Di Maio lo ha scritto Renzi?

Strategie nazionali su politiche attive, turismo, energia. Investimenti in ferrovie e autostrade. Il rafforzamento della Consip. La necessità di una riconversione “per gradi” dell’Ilva. Nel programma economico illustrato da Di Maio c’è (anche) molto di quanto fatto dagli ultimi governi

di Fabrizio Patti

La lunga stagione di opposizione senza sconti del Movimento Cinque Stelle in questi anni ha nascosto dietro una cortina di fumo un fatto che oggi emerge a sorpresa: la vicinanza delle proposte economiche dello stesso Movimento a molte delle politiche dei governi della legislatura appena conclusa. Per rendersene conto basta leggere l’intervista rilasciata il 4 gennaio dal capo politico del M5s, Luigi Di Maio, al Mattino di Napoli. 

Si comincia dalle prime righe, dove il candidato premier auspica «una rivoluzione dei centri per l’impiego su scala nazionale». Chissà che avrà pensato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti (o l’ex sottosegretario Tommaso Nannicini), visto che un’Agenzia nazionale per le politiche attive (Anpal) è effettivamente stata istituita nel 2015, a seguito del Jobs Act. E chissà che ne pensa il suo presidente, Maurizio Del Conte, che da un anno e un mese, cioè dal referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, non cessa di lamentarsi di avere le mani legate perché gran parte del potere sui temi di politiche attive e formazione è rimasto alle regioni.

Probabilmente lo stesso che avrà pensato il ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, di fronte a due proposte politiche di Di Maio: quella di istituire un ministero ad hoc sul turismo (per la cronaca l’Italia non l’ha avuto dal referendum abrogativo del 1993 al 2013, quando il governo Letta lo reintrodusse, unendolo ai beni culturali); e quella di creare una strategia nazionale per il turismo. Qui le curiosità sono due: la prima è che un Piano strategico per il turismo (2017-2022) esiste ed è appena stato varato. La seconda è che il capo politico dell’M5s invoca la modifica del Titolo V della Costituzione per permettere di attuare tale strategia nazionale. È solo il caso di ricordare, sommessamente, che questa modifica, con il relativo riaccentramento nelle mani dello Stato di alcune funzioni, era prevista nella riforma costituzionale che l’M5s si impegnò più di tutti per bocciare in Parlamento e poi con il referendum.

Si potrebbe anche ricordare il recente appoggio al referendum per l’autonomia sia in Lombardia sia in Veneto, dove il governatore Luca Zaia aveva promesso che la regione si sarebbe presa, in caso di vittoria, le deleghe di tutte e 23 le materie a competenza concorrente. Tra queste c’è anche il trasporto e distribuzione nazionale dell’energia. Vale ricordarlo perché l’energia è un altro terreno su cui Di Maio vuole un “grande piano di riconversione”, che si immagina sia nazionale. Questo piano ha più gambe, una più ambiziosa - stop al petrolio entro il 2050 - e una più a portata di mano: stop al carbone entro il 2025. In questo caso c’è da chiedersi cosa pensi il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, dato che la Strategia energetica nazionale, varata lo scorso novembre, prevede l’uscita completa dal carbone negli impianti termoelettrici proprio dal 2025.

Lo stesso Calenda avrà di che riflettere di fronte alla frase che nell’intervista al Mattino riguarda l’Ilva: «Quell’impianto va riconvertito per gradi ma va riconvertito e i lavoratori dell’Ilva vanno coinvolti nella bonifica», dice Di Maio. Dopo anni di muro contro muro, è una posizione che pare molto più “centrista” di quella del governatore pugliese Michele Emiliano, accusato dal candidato M5s assieme a Calenda di aver creato «un caos mediatico che ha danneggiato anche gli imprenditori che stanno cercando di investire in quell’area».

A proposito di centralismo, vale la pena di leggere il passaggio sui i beneficiari del reddito di cittadinanza. «Una volta trovato, anche su base nazionale, un lavoro confacente alle caratteristiche del cittadino - dice Di Maio - non si potrà rifiutare la proposta, pena la perdita immediata del sussidio». Si dovrebbe quindi essere pronti a partire per l’altro capo dello Stivale. Nulla da eccepire se non fosse che lo stesso M5s aveva più volte parlato di “deportazione in massa” di fronte alla necessità che gli insegnanti si spostassero di regione per poter passare di ruolo, dopo la Buona Scuola.

Graziano Delrio non troverà cenni esplciti al suo piano “Connettere l’Italia” su trasporti, portualità e logistica, né a al piano nazionale aeroporti. Ma sembra evocarlo quando, parlando delle priorità per risollevare il Sud, dice: «punteremo sulle grandi infrastrutture attraverso un piano integrato di lungo periodo e non con interventi spot buoni per tagliare nastri». Quando si evocano le priorità, c’è una netta presa di distanza dalla Tav Torino-Lione e da «nove miliardi di opere inutili, soprattutto al Nord». Ma ci sono almeno due riferimenti a tasti pigiati spesso da Delrio: gli investimenti per le ferrovie, ossia la “cura del ferro” (per Di Maio si deve partire dalle ferrovie a binario unico in Liguria, Lombardia, Sicilia, dalla ferrovia a Matera e per il Cis di Nola); e gli investimenti per il rinnovo del parco mezzi degli autobus, per cui il ministro promise 4 miliardi di investimenti (Di Maio rilancia: «rinnovamento di tutto il parco del trasporto pubblico su gomma, che dovrà essere elettrificato entro il 2020»).

Sugli investimenti in ferrovia c’è da chiedersi cosa pensi un professore di economia dei Trasporti come Marco Ponti, che l’M5s ha sempre preso come riferimento per la sua contrarietà alla Tav e che è divenuto sempre più critico verso la “cura del ferro”, perché molto dispendiosa rispetto alle autostrade e di dubbio vantaggio ecologico, considerando la non remota prospettiva di auto elettriche molto diffuse. C’è di che rassicurarlo, perché tra le altre priorità per il Sud Di Maio cita le autostrade, dato che «in Sicilia ci sono seri problemi». Inoltre ci sono gli «investimenti nelle auto elettriche», come misura citata tra quelle che potrebbero creare lavoro. Chiunque abbia seguito la vicenda dell’ex stabilimento Fiat di Termini Imerese sa però quante insidie un proponimento del genere può nascondere (dall’ipotesi della “Florio” al fantasma della Grifa, fino alla sfida ancora aperta di Blutec).

Nella trentina di proposte del candidato premier del Movimento c’è poi la necessità di creare una banca pubblica in seno al ministero dello Sviluppo economico; nessun cenno però al recente trasferimento della Banca del Mezzogiorno di tremontiana memoria a Invitalia da Poste Italiane. C’è invece il riferimento al recupero del «piano di centralizzazione degli acquisti» (vale a dire che si continuerà il lavoro della Consip); e alla «riorganizzazione della pubblica amministrazione». Esplicita la citazione dell’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, il cui lavoro lasciato «è stato ottimo». L’ex commissario, che non perde occasione per ricordare che il debito pubblico va tagliato, ha avuto modo di esprimere molto chiaramente le sue perplessità sulla copertura del reddito di cittadinanza (17 miliardi annui) nella trasmissione Otto e Mezzo.

Per finanziare manovre come il reddito di cittadinanza, il taglio del cuneo fiscale e la modifica della riforma Fornero sulle pensioni, Di Maio conferma che si dovrà sforare il deficit, dentro cui non dovrebbero rientrare gli investimenti. Sono i punti in cui, come noto, sono maggiori le distanze con gli ultimi governi. Vanno assieme agli altri emersi dall’intervista: la presa di distanze dalla “voluntary disclosure”, lo stop ai vantaggi fiscali per le fondazioni bancarie, l’intenzione di finanziare le energie rinnovabili senza pesare sulla bolletta, la chiusura dei negozi durante almeno sei festività, la critica al Jobs Act (anche se non c’è un esplicito impegno a rimettere l’articolo 18); fino alla “extrema ratio” di un referendum sull’euro, nel frattempo diventato «consultivo» e non più legato a una modifica della Costituzione come proposto in passato.

Il leader M5s pensa che però non ci saranno rotture in Europa: «Il momento è proficuo ed è favorevole per l’Italia - dice - : la Germania non riesce a fare un governo. In Spagna c’è un governo di minoranza. In Francia i partiti tradizionali sono stati spazzati via». Una strizzatina d’occhio a Emmanuel Macron, che poco prima era stato lodato per aver «bloccato» la Tav Torino-Lione? Sarebbe un altro colpo di scena, anche se Macron e i suoi consiglieri - a partire da Jean Pisani Ferry - sulla difesa del fiscal compact sono stati da subito molto chiari. Non rimane che il riconoscimento ambiguo a Mario Draghi: «Mi preoccupa il fatto che alla Bce non ci sarà più un italiano - concede Di Maio -. Ma Draghi ha contribuito a mettere la polvere sotto il tappeto. Lo spread rischia di ripresentarsi una volta finito il programma di Quantitative Easing». Che lo spread si riproponga a causa delle promesse di maggior deficit e della minaccia di uscita dall’euro è una delle tante possibili domande che nascono da questa intervista.

* Fonte: LINKIESTA

mercoledì 15 novembre 2017

DI MAIO, L'AMERIKANO

[ 15 novembre 2017 ]


«Non è un caso che abbia scelto proprio questa meta come primo viaggio da candidato premier del M5S»
«Ricordo a tutti che la prima visita di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio dopo il nostro inaspettato successo nel 2013 fu all’ambasciata americana a Roma». 
«Siamo occidentali e il nostro più grande alleato in Occidente sono gli Stati Uniti»...

Il quotidiano LA STAMPA di ieri mette nel giusto risalto il pellegrinaggio di Di Maio negli Stati Uniti d'America. Lo riportiamo integralmente più sotto.
Ci limitiamo a dire che il filo-americanismo della cupola dirigente del M5S non ci stupisce. Chi ci segue sa che noi diciamo che l'establishment italiano non è tutto intruppato nel "Partito Tedesco", che una sua frazione è arruolata nel "Partito Americano". Renzi stesso (non certo tutto il Pd) fa parte di questa fazione. Agli Stati Uniti va benissimo l'Unione europea, ma non la schiacciante supremazia tedesca. Anche la Brexit deve spiegarsi sotto questa luce. La storia ha le sue costanti: l'imperialismo anglosassone non tollerò e non può tollerare un'Europa continentale sotto comando germanico. L'Italia, da questo punto di vista, è l'ago della bilancia, luogo di contesa strategica tra gli USA e il rinascente suprematismo imperialistico tedesco.
Contro entrambi questi partiti dei dominanti, il tedesco e l'americano, deve sorgere il terzo, quello della sovranità nazionale e popolare.

 * * * 


Di Maio vola a Washington: “Fedeli agli Usa, non a Mosca”
In viaggio per accreditare oltre Oceano la sua candidatura a premier

ILARIO LOMBARDO
INVIATO A WASHINGTON

«Non è un caso che abbia scelto gli Stati Uniti» ci tiene subito a far sapere Luigi Di Maio: «Non è un caso che abbia scelto proprio questa meta come primo viaggio da candidato premier del M5S». C’è un prima e ci sarà un dopo nella politica estera in via di definizione nel Movimento. In un’estrema sintesi: più Stati Uniti meno Russia (e Venezuela). Perché in questa trasvolata atlantica non c’è soltanto lo scontato desiderio di accreditarsi e cercare una vetrina, ma c’è anche voglia di fare chiarezza, di ridisegnare il volto internazionale del M5S. Perché nell’anarchia in cui spesso è stata lasciata, non si capisce bene la direzione verso cui tende la politica estera, rimasta in balia di troppe ombre. «Basta con questa storia della Russia e che siamo alla mercé di Putin - ha detto Di Maio nelle riunioni preliminari al viaggio - È una storia che non sta in piedi e che ci fa solo del male». 
LEGGI ANCHE - Dal web spariscono post della propaganda grillina a favore di Putin e anti-vax (J. Iacoboni)
Mr Di Maio va a Washington, infatti, mica a Mosca. Sbarcato nella capitale americana, ieri sera è stato a cena con l’ambasciatore Armando Varricchio accompagnato dal capo della comunicazione Rocco Casalino e dal consigliere politico Vincenzo Spadafora, a cui si deve molto della ribalta internazionale del candidato premier del M5S. Proprio come una fiaba di Frank Capra: il ragazzo di Pomigliano in cinque anni è passato dall’asfalto della strada dell’attivismo al pavimento lucido dei palazzi del potere globale. Di Maio è l’atlantista del gruppo ma sa benissimo che tra i grillini a giocare con la sponda russa sono stati in diversi. Alessandro Di Battista, il senatore Vito Petrocelli e soprattutto Manlio Di Stefano. Le sue perplessità per queste simpatie sono aumentate nel corso di questi anni di presunti condizionamenti elettorali in cui il M5S è stato associato a tutte le forze populiste e antisistema europee tenute in gran considerazione da Mosca. «Ricordo a tutti che la prima visita di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio dopo il nostro inaspettato successo nel 2013 fu all’ambasciata americana a Roma». Il ragionamento che fa Di Maio è semplice: «Siamo occidentali e il nostro più grande alleato in Occidente sono gli Stati Uniti», se c’è un interesse della Russia «è da parte loro verso di noi». «Il M5S vuole solo fare gli interessi commerciali dell’Italia. Ecco perché siamo per togliere le sanzioni a Mosca». 

Diverso è il discorso sulla Nato. Nel programma del M5S cucito addosso alle teorie più radicali di Di Stefano c’è scritto di voler «ridiscutere la partecipazione italiana nell’Alleanza». Vorrebbe dire strappare un sorriso a Vladimir Putin, insofferente alla presenza militare ai confini del suo impero. Per Di Maio la questione deve essere calibrata meglio. All’indomani della sua incoronazione, sulla Nato rispose così ai giornalisti stranieri: «Non siamo disponibili a rifinanziare il programma militare con altri 14 miliardi di euro». Un messaggio al presidente Trump che ancora avanza questa richiesta agli alleati? Un altro favore a Putin? Di Maio coglierà l’occasione di questo viaggio per chiarire che il M5S non accetterà di mettere più soldi, come vuole Trump, ma che «non è vero che vogliamo bloccare i finanziamenti alle missioni». 

Insomma, siamo a una fase di tentata maturazione del pensiero politico grillino anche sullo scacchiere globale. Ora il M5S ha un leader dichiarato, «e una sintesi va trovata» confida Di Maio ai suoi. Basta con iniziative individuali e gaffe: come le dichiarazioni amichevoli sul Venezuela di Maduro della senatrice Ornella Bertorotta e ancora la disponibilità con i russi, considerata a tratti eccessiva, di Di Stefano, responsabile Esteri di fatto esautorato. Il candidato premier vuole una sorta di normalizzazione e la tappa a Washington serve a questo. A rassicurare, a provare a mostrare cos’è il M5S «e a spiegare che non siamo solo quello che raccontano». Ecco perché al di là dei colloqui a Capitol Hill con parlamentari repubblicani e democratici (il leader dei libertari Rand Paul è stato ferito da un vicino e l’incontro potrebbe saltare), è importante, agli occhi Di Maio e dei suoi consiglieri, l’appuntamento al Dipartimento di Stato. È un primo fondamentale approccio con l’amministrazione Usa, con gli ambienti più vicini a Trump verso il quale il grillino non nutre pregiudizi, «anche se - sostiene - restano gli stessi dubbi di tutti sulla sua politica energetica». Pure Trump non se la passa bene quanto a sospetti sulle manovre russe, ben più pesanti di quelli sugli ammiccamenti ai 5 Stelle. E anche se in Italia i rapporti del M5S con i giornalisti sono ai livelli del presidente Usa, Di Maio chiuderà il suo viaggio nella sede del «Washington Post» che di Russiagate e scoop ne sa qualcosa.

lunedì 4 settembre 2017

DI MAIO: LO TSIPRAS ITALIANO? FORSE ANCHE PEGGIO

[ 4 settembre 2017 ]

AFFERMAZIONI DI UNA GRAVITA' INAUDITA

DI MAIO: «Non siamo contro l'Unione europea, vogliamo restare nell'Unione europea».
Questo ha detto ieri il nostro a Cernobbio, il tempio del grande capitalismo italiano.

Così scrive il Corriere delle Sera nella sua edizione odierna (vedi qui sotto).

«Un incontro che segna forse l'inizio di una nuova fase: quella del post populismo. Almeno per Lega Nord e 5 Stelle. L'occasione è il confronto tra le opposizioni al Forum Ambrosetti a Cernobbio: Luigi Di Maio, Giovanni Toti e Matteo Salvini hanno indicato la loro visione per il futuro dell'Italia.
Toni più moderati, vocazione governativa e un'attacco all'Europa e all'euro parzialmente accantonato per il pentastellato e il leghista, ieri al centro dei riflettori».

QUI tutto il discorso pronunciato dal Di Maio.

Non siamo stupiti di queste affermazioni. E' da un bel pezzo che il nostro fa il giro delle sette chiese per tranquillizzare i padroni del vapore che se ove fosse lui a capeggiare il governo, non si torcerebbe loro un capello. 

Anzi, Di Maio ha fatto loro capire che un governo M5S adotterebbe politiche favorevoli alle grandi aziende. Lorsignori hanno gradito, soprattutto quanto il nostro ha detto che occorre tagliare la spesa pubblica per ridurre il debito pubblico. Marchio di fabbrica dei liberisti. Nemmeno una parola sulla drammatiche condizioni sociali di milioni e milioni di italiani.

Non solo, che lui come primo ministro non farebbe nessun gesto per aiutare il Paese ad uscire dalla gabbia della Ue e dell'euro.
In pratica egli, al pari di chi vorrebbe rimpiazzare, accetterebbe il "pilota automatico" della Bce e il "vincolo esterno" che l'euro-Gerrmania impone agli altri Paesi, all'Italia anzitutto.

Ma la cosa che ci ha fatto letteralmente cadere dalla sedia è quando ad un certo punto Di Maio ha tentato di spiegare come mai la Spagna abbia conosciuto l'aumento di PIL più consistente tra i paesi Ue.

Ebbene il nostro ha indicato (facendone l'encomio) delle misure adottate dal governo di Rajoy a favore delle imprese. 
tabella n.1

Le cose sono due o Di Maio non sa di cosa parla, e quindi farebbe meglio a informarsi e studiare, non diciamo l'economia, ma alcuni semplici dati macroeconomici, oppure è uno già iscritto a libro paga della Confindustria o di qualche loggia massonica liberista.

Tutti sanno da cosa sia dipesa la "crescita" spagnole degli ultimi anni: tagli brutali ai salari (vedi tabella n.1 qui accanto) austerità durissima, tagli draconiani allo stato sociale e misure tese ad aumentare la disoccupazione (vedi Tabella n.2).

Affermazioni di una gravità inaudita. I padroni del vapore che lo ascoltavano saranno andati in brodo di giuggiole. Avranno pensato: "Possiamo dormire sonni tranquilli. Anzi, siamo in una botte di ferro. Mal che vada, nell'ipotesi che il Pd perda le elezioni, e le destre non vincano, i 5 Stelle non attueranno nessuna politica che contrasti coi nostri interessi". 

Morale della favola: i 5 Stelle, ottenuto un consenso di massa per avere saputo raccogliere l'ondata di malcontento e indignazione popolare, in breve tempo sono passati nel campo del nemico, si sono messi al servizio dei dominanti, e alcuni loro leader, divorati dall'ambizione personale, sgomitano per salire al potere.

Non la passeranno liscia.

Anche per questo occorre fare in fretta, costruendo un nuovo polo politico popolare e antisistemico.

Che è appunto ciò per cui è al lavoro la Confederazione per la Liberazione Nazionale

lunedì 29 maggio 2017

CINQUE STELLE (NON) FANNO CLIC di Piemme

[ 29 maggio 2017 ]

Gli iscritti alla piattaforma del Movimento 5 Stelle sono 135.000.
Sulla proposta di leggete elettorale s/proporzionale alla tedesca (la nostra critica QUI e QUIhanno votato 29.005 iscritti. Si sono insomma "scomodati" di fare CLIC dal loro dispositivo elettronico (computer, tablet o smartphone) solo il 21,5% degli aventi diritto. Di questi 27.473 hanno votato Sì e 1.532 hanno votato No.

La cosa colpisce, e sotto diversi profili.

(1) Un più che modesto (per usare un eufemismo) 20% degli iscritti al M5S ha quindi confermato la sciagurata decisione del Comitato Centrale pentastellato.
A scanso di equivoci: ogni partito o movimento ha il diritto di stabilire con quali modalità adottare le proprie sovrane decisioni. E però... 
Che una legge da cui dipende in gran parte l'architettura istituzionale di un Paese, venga convalidata da una minuscola minoranza del 20% dovrebbe far saltare sulla sedia ogni sincero democratico. Se questo è il modello di democrazia diretta c'è da mettersi le mani nei capelli.

(2) E' grave, anzi inquietante, che gli iscritti siano stati chiamati al voto per esprimersi su una proposta unica. Questa non è vera democrazia. Democrazia è esprimersi tra diverse tesi. Chiamare al voto su una sola tesi si chiama plebiscito. Sotto le mentite spoglie della "democrazia diretta" abbiamo quella che i giuristi chiamano "democrazia plebiscitaria"

(3) Questa "democrazia plebiscitaria" spiega l'altissima percentuale di astensioni al voto (in pratica l'80%). Forse ci sbagliamo, ma il fatto che la stragrande maggioranza dei cittadini pentastellati non si sia nemmeno degnata di fare CLIC, è indice di uno scontento crescente verso questi metodi plebiscitari e autoritari.

Beppe Grillo, nel suo editoriale di ieri (LEGGE ELETTORALE E VOTO ANTICIPATO: LE CONDIZIONI DI M5S), non solo non sembra minimamente curarsi dei sintomi evidenti del male che affligge il suo movimento, insiste nella bugia secondo cui lo s/proporzionale tedesco
«... con soglia di sbarramento al 5% ed eventuali correttivi, costituzionalmente legittimi, per garantire una maggiore governabilità ... È una legge elettorale costituzionale, la prima ad esserlo dopo la vergogna del Porcellum e dopo il pastrocchio dell'Italicum che è stato stroncato dalla Consulta»
A parte l'accettazione del dogma che assilla l'establishment, quello della governabilità, qui si affermano TRE bugie in una. 

(1) Con uno sbarramento al 5% il sistema tedesco non è affatto proporzionale e di fatto implica un grosso premio in seggi al primo partito. Basta solo vedere quanto accaduto in Germania alle ultime elezioni. Non è un caso che trovi d'accordo Berlusconi, Salvini e Renzi...

(2) Per questo il sistema elettorale tedesco, coerente con la Costituzione ordoliberista tedesca, cozza frontalmente con la Costituzione italiana, che fa del principio della rappresentanza la sua stella polare e non invece quello della "governabilità" 

(3) Che il modello tedesco, ove fosse adottato, sia "la prima legge elettorale costituzionale" è un'affermazione grave perché falsa. Occorre proprio avere la memoria corta per dimenticare che fino al 1994 gli italiani hanno votato con un sistema proporzionale puro e che la maledetta "Seconda repubblica" nacque di fatto con il famigerato referendum Segni del 18 aprile 1993 che, in ossequio al dogma della "governabilità", abolì il meccanismo proporzionale. Cosa accadde nelle elezioni del 1994 è noto: vinse Berlusconi.

Chi ha memoria corta non va molto lontano...

sabato 29 aprile 2017

ALITALIA: «PERCHÉ CI LASCIATE SOLI?»... FABIO FRATI A ROBERTA LOMBARDI (M5S)

[ 29 aprile ]

Pagina di Solidarietà coi lavoratori Alitalia, fatela conoscere!
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«Ciao Roberta, questa è la rassegna stampa di Alitalia di oggi.

Stiamo sotto questo cannoneggiamento indegno da una settimana. Parlano tutti, governo e ministri cooptati, falsi esperti, giornalisti prezzolati e sindacalisti sfiduciati.

Tutti uniti in un orgasmico coro a favore della vendita, delle privatizzazioni e della chiusura di Alitalia.

Una classe dirigente e i loro cortigiani da schifo, una massa di indegni che farebbe impallidire tutte le "borghesie compradore" della storia coloniale del mondo.

Sotto quest'attacco i lavoratori e i cittadini italiani che guardano una massa di parassiti decidere come e quando svendere i beni pubblici della nazione.

E il M5S ? Dov'è ?

Roberta ci avete lasciato soli. Avete milioni di voti !! Perché non gettate tutto il vostro peso politico su questa vicenda?

Ti confesso che sono molto deluso da come vi state muovendo ma forse ti interesserà di più sapere che sono furiosi tutti i vostri sostenitori e votanti che avete tra i lavoratori Alitalia...è un coro di telefonate e messaggi in cui chiedono a noi (sic) perché il M5S non è al nostro fianco.

Così non va Roberta, siamo un simbolo di questo paese e state assistendo al nostro stupro senza fare niente».


Fabio Frati - CUB Trasporti e Comitato per il NO scalo di Fiumicino

mercoledì 19 aprile 2017

BEPPE GRILLO, LA CHIESA E L'UNIONE EUROPEA

[ 19 aprile ]

Sta già facendo molto rumore l'intervista rilasciata da Beppe Grillo al quotidiano cattolico AVVENIRE. L'altra potente voce della chiesa, Famiglia Cristiana, non ha atteso che passasse molto tempo per prendere le distanze dall'apertura verso i Cinque Stelle. L'attacco di Famiglia Cristina è frontale, non solo ai "grillini" ma verso il direttore di AVVENIRE.

In verità Grillo —oltre a sapere che per salire al governo in questo Paese è sempre meglio avare almeno il lasciapassare della Chiesa cattolica—, non dice nulla di nuovo rispetto a quanto già non sapessimo. Nell'intervista ribadisce i noti mantra a cinque stelle: che loro sono un "movimento post-ideologico"; che la "sinistra frou-frou" degli Obama e C. merita le batoste che ha preso e prenderà; un'anti-berlusconismo radicale; che nella seconda repubblica c'è una sospensione delle democrazia; che M5S porterà onestà e competenza nelle istituzioni; che la rivoluzione tecnologica è una grande opportunità per una società più giusta; che il reddito di cittadinanza è uno sbocco obbligato in una società dove l'automazione tende a ridurre il lavoro; ecc. ecc.

Vale la pena tuttavia segnalare la risposta a questa domanda:

«Davvero per lei l’Europa ha prodotto solo guasti? E quando dice questo pensa all’Europa degli egoismi o all’Unione tout court?»
Beppe Grillo: «L’Unione Europea di oggi è un sacco contenente 27 popoli che si chiedono come ci siano finiti dentro. Tra questi popoli ci sono connessioni rigide e frustranti, innaturali. L’Unione non può essere tacciata di egoismo… Non può essere tacciata proprio di nulla. È un blocco dalla natura indigeribile, regolamentato da banche. È solo il fermo immagine dell’idea di Europa come potenziale Grande Confederazione di Stati che è stata viziata e storpiata sin dai suoi primi passi. Questa Ue non può essere egoista né altruista, perché non è nulla. Non esiste come identità federale o qualsivoglia altra identità. L’egoismo che affiora è quello del vagone dei più rigidi: la Germania. Ecco: è come una gita in bicicletta dove partono 27 persone completamente diverse, un paio di ciclisti professionisti e poi tanti dilettanti sino al novantenne che ha avuto due infarti. Arriverà primo il ciclista professionista più forte, gli altri – provando a tenere il ritmo – si sentiranno male o addirittura schiatteranno… La verità è che quest’Europa non ha futuro perché è una sorta di nave dei folli».
Che dire? al netto della licenza poetica e di una voluta vaghezza programmatica, una risposta ineccepibile, che lascia intendere la stessa cosa che pensiamo noi e oramai la maggioranza degli italiani, che l'Unione "dei folli" va smontata, tolta di mezzo. Che L'Italia non esce dal marasma se non recupera la sua piena sovranità.

Fossimo stati noi ad intervistare Grillo gli avremmo posto una domanda: perché mai con maldestro colpo verticistico spingesti per far entrare i tuoi parlamentari europei nel gruppo ALDE, il più europeista e liberista di tutti quanti?

Altro che le peripezie del M5S a Roma, Palermo o Genova! La disavventura tragicomica ma cruciale dal punto di vista simbolico-politico dell'adesione ad ALDE resta uno degli affari più oscuri e inquietanti della vicenda Cinque Stelle. Getta un'ombra inquietante sulle reali intenzioni di chi ha il timone del Movimento: che farà davvero M5S una volta salito al governo? Che farà rispetto alla questione decisiva dell'uscita dalla gabbia euro-tedesca? 

mercoledì 12 aprile 2017

I CINQUE STELLE E IL FUTURO di Moreno Pasquinelli

[ 12 aprile ]

Qual'è la natura sociale e politica del Movimento 5 Stelle? E data questa natura qual è il suo destino? Cosa quindi tenderà a fare ove avesse in mano il potere?

Attorno a questi enigmi —a cui i Cinque Stelle sono i primi a non dare risposte— si accapigliano sociologi e politologi, si interrogano le classi dominanti e i movimenti di opposizione.

A noi pare chiaro, e ce lo conferma per ultimo il recente convegno svoltosi ad Ivrea —luogo simbolico che ci riporta ad Adriano Olivetti ed alla sua utopia comunitarista, e però nemmeno una parola a SUM#01 gli è stata dedicata... non è un caso— che M5S sia un contenitore di cose alquanto disparate. Ma se parliamo di "natura", nel senso di "essenza", non ce n'è una soltanto, ma due principali. Un'anima liberista e una anti-liberista.

In questo senso, per capire M5S, occorre prendere prestito la formulazione teologica del Concilio di Nicea. Di contro alla setta ariana la quale postulava che Gesù avesse una differente (e subordinata) natura rispetto a quella del Padre, il Concilio rispose che Cristo era della stessa sostanza (ousia) del Padre, che Gesù era pienamente uomo e pienamente divino, e queste due nature coesistevano in lui in perfetta armonia.

Il fatto è che queste due anime, essendo M5S un'entità profana e per nulla divina, ben lungi dal coabitare armonicamente, sono come il diavolo e l'acqua santa, confliggenti, destinate a separarsi. Se fino ad oggi questo conflitto non è deflagrato, prima ancora che per il carisma di Beppe Grillo, ciò dipende dal posizionamento politico all'opposizione. Fino a che M5S resterà all'opposizione sarà relativamente facile tenere buoni i propri demoni interni, puntarli contro i nemici esterni evitando che si azzannino l'uno con l'altro.

Non a caso chi comanda in M5S ha voluto dare al convegno di Ivrea la forma di un simposio di futurologia, a metà tra un meeting di Scientology e ad una soporifera seduta di un club di capitalisti rampanti. In quanto a politica vera, a visione sociale, zero pressoché assoluto. Il "futuro" risulta così un alibi per giustificare la fuga, la diserzione dal presente, dal drammatico presente che vive il nostro paese. 

Ma futuro per futuro, alla fin fine quale versione ci è stata esibita? Né più e né meno che quella propugnata dagli stregoni delle élite oggi dominanti: magnifiche sorti e progressive attenderebbero l'umanità grazie alla illimitata e provvidenziale potenza della rivoluzione tecnologica. Una narrazione abusata, sciatta, teoricamente dozzinale.

Non è nostro il pessimismo antropologico di Massimo Fini, ma il suo intervento ha almeno avuto il pregio di mettere in guardia i presenti dai rischi del "progresso"....


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