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venerdì 11 ottobre 2019

NAZIONE E PATRIOTTISMO (repetita juvant) di Moreno Pasquinelli

[ venerdì 11 ottobre 2019]

«La libertà di pensiero ce l'abbiamo. Adesso ci vorrebbe il pensiero».
Karl Kraus

*  *  *

Ci risiamo. 
La scassata armata Repubblica-Espresso-Micromega ritorna all'attacco contro il "rossobrunismo". Per la verità essa occupa la prima linea di un fronte ben più vasto che va da certa  sinistra ultras a giornaloni come CORRIERE DELLA SERA e LA STAMPA, passando per il manifesto e LEFT. Nel tempo abbiamo tentato di rubricare questo vero e proprio assedio. 
L'ultimo assalto anti-rosso-bruno, tra il patetico e l'implausibile, l'ha portato Micromega, con un articolo, L'Italia siamo noi. La sinistra e l'identità nazionale dello studioso Jacopo Custodi (l'ostentata erudizione non è garanzia per evitare bufale e fake news): dove se la prende con noi e con Fassina ed alcuni suoi amici.


EXCLUSIONARY VS. INCLUSIONARY


Del suddetto avevo avuto modo di leggere il suo saggio Populism, Left-wing Populism and Patriotism. A contribution to the theorization of Left-Populism, uno studio sui populismi di sinistra in America latina e quelli rinascenti in Europa — rigorosamente ed eslcusivamente nella lingua dell'Impero, come si esige nel mondo accademico. Un saggio tanto ponderoso
quanto nozionistico, come capita spesso agli esegeti di Ernesto Laclau e, soprattutto Chantal Mouffe i quali esegeti  finiscono, al netto dei funambolismi teorici, per ripetere a pappagallo, se non addirittura impoverire quanto già detto e scritto dai due controversi intellettuali.

Custodi ammette, in questo saggio, sulla scia di Laclau e Mouffe, che contro l'avanzata dei populismi di destra, ahinoi, la tradizionale narrazione marxista è impotente e che contro di essi si deve oppure il "populismo di sinistra". Un populismo di sinistra deve perciò riscoprire come positivi i concetti di nazione e di sovranità nazionale, e può utilizzare come arma politica il valore del patriottismo.

Fin qui nulla di male, come converranno i nostri più assidui lettori, che si chiederanno dunque come mai il nostro se la prenda con la sinistra patriottica italiana. Il fatto è che Custodi, restando intrappolato nella trama narrativa di Laclau e Mouffe ed accettando il loro fondamentale paradigma teorico, finisce per ingarbugliare il tutto, svuotando i concetti di popolo, nazione e patriottismo della loro sostanza storico-politica, quindi giungendo ad un'idea di patriottismo non solo lontanissima dalla nostra ma alquanto sbilenca e discordante rispetto a quella dello stesso Laclau. 

Un'idea di nazione e di patriottismo, quella di Custodi, del tutto simile, se non addirittura conforme, con quella del filosofo tedesco Jürgen Habermas, ovvero l'idea astratta e cosmopolitica della "cittadinanza costituzionale universalistica", concepita come antitesi alla nazione storica. Un pensiero, quello di Habermas pervasivo assai, avendo plasmato non solo le teste d'uovo della sinistra globalista di regime, ma pure quelle della sinistra radicale, per contaminare addirittura, nella forma sghemba di un "nuovo costituzionalismo europeo", amici come Stefano Fassina. Segno di una soggezione teorica difficile da superare.

Alla fine, del saggio di Custodi — sorvolando sulla sciocca vulgata liberale secondo cui "gli orrori del '900" sarebbero stati commessi dai nazionalismi, non già dagli imperialismi — tra le mani  rimane ben poco. Nulla viene aggiunto a quanto già sapevamo del populismo. E per quanto attiene all' opposizione ed alla differenza tra populismo di destra e di sinistra; il nostro si limita a segnalare che il primo tende ad escludere, il secondo ad includere. Nozione non solo superficiale ma deviante, quindi sbagliata, visto che di questi tempi l'egemonia fa premio ai populismi di destra, che evidentemente, in quanto maggioritari, riescono ad essere ben più inclusivi di quelli di sinistra. En passant: i modelli preferiti di populismo di sinistra sono per Custodi SYRIZA e Podemos...



IL PARADIGMA TEORICO DI LACLAU


Qual è dunque il paradigma teorico di Laclau e Mouffe e che entrambi hanno posto come decisivo malgrado le loro fasi e le loro reciproche differenze? E' l'accettazione di uno degli enunciati peculiari di certo post-strutturalismo (e post-modernismo), per cui, contro ogni pretesa ontologica, contro ogni idea che supponga l'esistenza di universali o fondamenti ultimi, si afferma che nulla avrebbe più sostanza o essenza, né tantomeno valore storico-oggettivo. Tutto sarebbe mero discorso, forma simbolica, narrazione linguistica.
Ernesto Laclau e Chantal Mouffe
 Filosoficamente parlando una forma radicale di nominalismo o, più precisamente, di arbitrarismo ockahamiano. Ma non ci complichiamo la vita.


Se all'inizio del suo tragitto Laclau utilizzava questo paradigma per contrastare l'economicismo ed il determinismo dei certo marxismo ossificato —per cui il socialismo sarebbe stato un parto dello sviluppo capitalistico ed il soggetto politico non sarebbe che un'ostetrica che a cui era affidato il compito di  assecondare la venuta alla luce del nascituro —, strada facendo è diventato una forma estrema di soggettivismo politico élitista, per cui tutto verrebbe a dipendere dall'élite politica, dalla sua capacità di costruire, ex nihilo, il popolo e la nazione. Non ci sono, nel paesaggio di Laclau e Mouffe, leggi economiche e sociali sistemiche obiettive —tra cui quella marxiana di Valore —, nemmeno di ultima istanza, né classi sociali oggettive. 

Conflitti, cambiamenti politici e rotture sistemiche sarebbero frutto della mera contingenza, figlie di circostanze imprevedibili, della fusione tra istanze eterogenee e movimenti non solo diversi ma addirittura asimmetrici. Spetta all'élite populista, anzi, al leader populista (Laclau non a caso prende ad esempio Peron) il compito di utilizzare le circostanze e di convogliare le diverse e disparate rivendicazioni parziali come anelli di una medesima "catena equivalenziale", entro un medesimo orizzonte. La qual cosa, più prosaicamente e per venire a noi, significa ad esempio, per il populismo di matrice leghista "prima gli italiani", ovvero indirizzare il malcontento e la protesta contro chi sta in basso, per quello a cinque stelle indirizzarla contro chi sta in alto, "la casta". Qui Laclau, distorcendo non poco il pensiero di Gramsci, cala l'asso dell'egemonia, e prende di nuovo a modello di pratica egemonica il peronismo, un ectoplasma tentacolare che riuscì a contenere al suo interno di tutto e di più, da certa sinistra guerrigliera socialista alla destra nazionalista. 

LA NAZIONE E IL PATRIOTTISMO


Veniamo dunque a quanto asserisce Custodi nel pezzo su Micromega. Il nostro, dopo aver preso atto che assistiamo alla "rinascita dell'uso politico della nazione" e ad una "ristrutturazione dello spazio politico che in parte trascende la dicotomia destra-sinistra" e che rimette al centro l'identità nazionale (come si può negare che ci sono il giorno e la notta?), spara la cannonata:

«Esiste all’interno della sinistra una corrente minoritaria ma in crescita che cerca di coniugare il patriottismo italiano con alcuni valori tradizionali della sinistra. È il cosiddetto ‘rossobrunismo’, un’area politica eterogenea e di varie gradazioni, che va da organizzazioni quali Patria e Costituzione, Rinascita! e Movimento Popolare di Liberazione (P101), fino a personaggi come Diego Fusaro. È il rossobrunismo italiano un esempio di questa possibilità di reimmaginare la nazione di cui ho parlato finora? Assolutamente no. Per una ragione molto semplice: perché nel rossobrunismo non c’è reimmaginazione, non c’è sfida controegemonica, ma vi è piuttosto un’interiorizzazione dei valori e dei significati che l’identità nazionale assume all’interno della destra italiana».
Poteva essere una critica, è invece, con lo stigma del rossobrunismo, una condanna all'ostracismo, un dagli all'untore. La qual cosa, beninteso, qualifica chi lancia l'accusa, accusa che ha al centro il concetto di "reimmiginazione". Noi "rossobruni" non
"reimmaginiamo" la nazione ma difenderemmo la stessa idea di certa destra. Non siamo all'insinuazione che prenderemmo in prestito dal fascismo l'idea di nazione, ma ci siamo vicini. Ovviamente non è così e per dimostrarlo è bene sottolineare quale sia l'idea di nazione del nostro. 


Per Custodi, cito, "Le nazioni in quanto "entità concrete" semplicemente non esistono e non hanno alcun contenuto politico fisso e predeterminato, sono comunità immaginate"; mentre "l'identità nazionale è sempre congiunturale e mai predeterminata". Come si vede non si fa che applicare in modo pappagallesco uno dei concetti del post-strutturalismo: nulla è davvero storico-concreto, reale, ma frutto di immaginazione discorsiva.

Invece le nazioni sono prodotti reali, hanno radici storiche, territoriali, politiche, culturali, ideali, linguistiche, emozionali ed anche — scandalo dei politicamente corretti — etniche. Custodi vorrebbe far credere all'ignaro lettore che noi, dal momento che consideriamo anche il fattore etnico, difenderemmo il mito romantico del Blut und Boden (Sangue e suolo), quindi la concezione etnicistica della nazione del movimento völkisch tedesco.

Per supportare la sua accusa e per sostenere che "Nè la comunanza etnica o linguistica, né l'esistenza di tradizioni o culture condivise reggono davanti all'indagine storica", egli porta l'esempio di
«nazioni come la Svizzera o il Belgio che hanno varie lingue ufficiali, altre come il Brasile o gli Stati Uniti sono un crogiuolo di etnie diverse»
per giungere al luogo comune che
«La cultura piemontese ricorda più quella francese che quella siciliana. Cos'hanno in comune Trento e Napoli?».
Un distillato di scempiaggini. Il nostro non s'avvede, quando cita i casi di stati-nazione multietnici o multinazionali, che fa rientrare dalla finestra proprio la concezione etnicistica della nazione, ovvero che questi non sarebbero vere nazioni in quanto sono un "crogiuolo (guarda caso: melting pot) di etnie diverse". Spunta fuori quindi l'idea del movimento völkisch tedesco, per cui solo quello tedesco sarebbe un popolo etnicamente e linguisticamente incontaminato" quindi la sola vera nazione.
Che forse gli stati federali come Svizzera, Regno Unito o Russia non sarebbero nazioni? Che forse quei popoli, a dispetto delle differenze entiche e linguistiche non si sentono parte della medesima comunità storico-nazionale? Andateglielo a chiedere. La nazione, questo ci dice la storia, è quasi sempre una concrezione di più ethnos, ovvero è costruzione comune di un demos  in cui diversi ethnos si sono fatti nazione e coabitano in modo solidaristico. Un unico demos, ove sia democratico e non annessionistico, può quindi includere una pluralità di ethnos. Entro questa dialettica si può comprendere quel che affermò Ernest Renan, che "la nazione è un plebiscito di tutti i giorni".

PATRIOTTISMO DISARMATO


La tesi del nostro, sul solco di Habermas piuttosto che su quello di Laclau,
visto che le nazioni non esistono e sono solo costruzioni immaginarie, "consistono in un sistema condiviso di norme e leggi". 

Stiano dunque attenti Fassina ed i compagni attorno a lui raccolti. Essi —quando non addirittura alludono all'assurdità del "patriottismo europeo", altri "mediterraneo" —, nel comprensibile tentativo di smarcarsi dal nazionalismo di matrice fascista, annessionistico e imperialistico, sostengono che il loro patriottismo è tutto e solo politico, cioè esclusivamente fondato sui "valori" della lealtà verso la Costituzione repubblicana. Un patriottismo fiacco, disarmato, che non ha né potenza politica né alcuna forza egemonica ed emozionale, basato su una tesi semplicistica e minimalistica della nazione, e coloro che la sostengono rischiano non volendo di diventare satelliti della sinistra anti-nazionale e globalista.

Chiediamo: se il patriottismo italiano legittimo sia solo quello basato sulla lealtà alla Carta costituzionale, che dire dei Pisacane, dei Garibaldi e dei Mazzini? Per non parlare del Machiavelli. Che dire delle decine di migliaia di volontari che morirono sui campi di battaglia in nome dell'Italia? Avevano forse essi una Costituzione su cui giurare e immolare le loro vite? No, non l'avevano, morirono per fare dell'Italia una nazione democratica e popolare, ovvero lottarono per avviare uno storico processo costituente. Essi furono sconfitti e fu grave onta della sinistra italiana, in nome di un malinteso internazionalismo, lasciare la loro memoria all'insorgente fascismo.

Colpa che fu espiata dalla resistenza italiana, dai combattenti che senza attendere direttive dall'alto, nel settembre 1943, salirono in montagna e si diedero alla lotta armata per un sentimento patriottico e civile contro lo sfascio dello Stato nazionale e per riscattare la dignità della Patria. Chiediamo: non era forse il loro patriottismo legittimo e sacrosanto? Eh certo che lo era, malgrado la Costituzione fosse di la da venire, ed anzi la lotta poteva anche non sfociare nella Repubblica democratica. 

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domenica 14 aprile 2019

SE LO DICE (ANCHE) LUI.....

[ 14 aprile 2019 ]

Confessiamo di essere rimasti stupiti dal leggere sul Corriere della Sera — ovvero nel massimo organo dell'élite europeista —, una critica, certo politicamente corretta, ma pungente dell'élite medesima. Giovanni Belardelli [nella foto], docente universitario a Perugia, è uno storico che ha scritto diversi volumi in particolare sull'Italia dal risorgimento ad oggi. Raccomandiamo la lettura di "Miti e storia dell'Italia Unita" e "Mazzini", come pure "Il ventennio degli intellettuali".





Non regalare ai sovranisti il concetto di nazione



La contrapposizione con gli europeisti rischia di ignorare che la Ue costituisce uno spazio che è sì di collaborazione ma allo stesso tempo di concorrenza


Possiamo regalare la nazione ai sovranisti? Penso che non dovremmo, ma penso anche che è esattamente questo che sta accadendo in Italia, dove il dibattito politico si è ormai polarizzato intorno alla contrapposizione sovranisti-europeisti. Negli ultimi decenni sono stati in molti a prefigurare una democrazia postnazionale, una cittadinanza cosmopolita, nella convinzione che ogni riferimento alla nazione fosse diventato obsoleto nel quadro della globalizzazione. In realtà la crisi economica mondiale iniziata nel 2007-08 ha mutato sensibilmente le cose, favorendo la diffusione — nei ceti medio-bassi più che nelle élite — di paure, ansie, richieste di protezione rivolte anzitutto al proprio Stato-comunità, alla propria nazione intesa in modo elementare come il «noi» del quale facciamo parte per dati linguistici, culturali, geografici, perfino per abitudini alimentari. Il governo gialloverde ha intercettato questi sentimenti e queste domande, con una divisione dei compiti forse non programmata ma evidente: alla domanda di sicurezza di fronte alla «minaccia» dell’immigrazione ha pensato la Lega, al disagio sociale di chi si sente lasciato ai margini dall’economia globalizzata ha pensato il M5S con il «reddito di cittadinanza». Qui non si tratta di valutare positivamente le misure del governo in questi ambiti, cosa che sarebbe ben difficile, ma di capire come questa politica abbia dato a molti italiani l’impressione che i gialloverdi si occupano di loro, prendono sul serio le loro paure e richieste di aiuto.

Credo sia anche per questo che il governo gode ancora di un’approvazione che è stimata attorno al 60%. Oltre naturalmente al fatto che la principale forza di opposizione, il Pd, sembra da tempo vittima di un blocco culturale, che gli impedisce di capire che esiste anche un sentimento nazionale del tutto conciliabile con la democrazia e con la collaborazione con gli altri popoli a cominciare dai partner europei. E che la nazione dunque svolge una funzione ancora importante su due fronti: da una parte alimenta un senso di solidarietà e vicinanza in società che hanno assicurato un gran numero di diritti e libertà individuali, generando però un rischio di solitudine per cospicue minoranze; dall’altra, rende più facilmente abitabile il mondo, radunando i cittadini secondo criteri di prossimità e comunanza, piuttosto che farli vivere in un ipotetico spazio globale, in una specie di immenso loft planetario. Quello che, secondo alcuni studiosi, sta rinascendo in Europa e negli Stati Uniti è un sentimento collettivo fatto di simboli, gesti quotidiani, usi in comune che sono specificamente nazionali in un senso elementare e senza che spesso ne siamo consapevoli. Le tasse che paghiamo, le pensioni che milioni di italiani e italiane percepiscono non contengono forse un riferimento alla nazione così implicito che neppure vi facciamo più caso? Perfino le nostre previsioni meteorologiche non definiscono un «qui» che coincide con lo Stato nazionale? Sono, questi e molti altri, i segni di un «nazionalismo banale», come lo ha definito l’inglese Michael Billig (il suo libro, con questo titolo, è stato pubblicato in Italia da Rubbettino), che è parte integrante della vita di una società democratica.

Accettare, e anzi enfatizzare, la contrapposizione irriducibile tra sovranisti ed europeisti significa invece ignorare questo sentimento di appartenenza nazionale più immediato e sotterraneo; significa lasciare tutto ciò che riguarda la nazione ai partiti cosiddetti populisti, nella convinzione che del nazionalismo si possa avere solo l’accezione aggressiva, bellicista, razzista che ha prodotto molti degli orrori del ‘900. Ma la contrapposizione tra sovranisti ed europeisti rischia di ignorare anche un dato che è sotto gli occhi di tutti: l’Unione europea costituisce uno spazio che è sì di collaborazione ma al contempo anche di concorrenza tra gli Stati che ne fanno parte, dalle misure di politica economica alle iniziative di politica estera (come dimostra la crisi libica, nella quale Italia e Francia hanno seguito linee divergenti). La posizione gialloverde, anzi soprattutto leghista, nei confronti dell’Europa non va oltre un muscolarismo parolaio e controproducente. Ma ci sarebbe da preoccuparsi se l’alternativa fosse soltanto quella racchiusa in slogan come «più Europa» o «siamo europei», che rischiano di parlare soprattutto alle élite e finiscono col regalare ai cosiddetti sovranisti (o dare l’impressione di regalare, ciò che a fini elettorali è lo stesso) la difesa dell’interesse nazionale.

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mercoledì 27 marzo 2019

NAZIONE E PATRIOTTISMO (repetita juvant) di Moreno Pasquinelli

[ 28 marzo 2019 ]

«La libertà di pensiero ce l'abbiamo. Adesso ci vorrebbe il pensiero».

Karl Kraus



Ci risiamo. 
La scassata armata Repubblica-Espresso-Micromega ritorna all'attacco contro il "rossobrunismo". Per la verità essa occupa la prima linea di un fronte ben più vasto che va da certa  sinistra ultras a giornaloni come CORRIERE DELLA SERA e LA STAMPA, passando per il manifesto e LEFT. Nel tempo abbiamo tentato di rubricare questo vero e proprio assedio. 
L'ultimo assalto anti-rosso-bruno, tra il patetico e l'implausibile, l'ha portato Micromega, con un articolo, L'Italia siamo noi. La sinistra e l'identità nazionale dello studioso Jacopo Custodi (l'ostentata erudizione non è garanzia per evitare bufale e fake news): dove se la prende con noi e con Fassina ed alcuni suoi amici.


Exclusionary vs. inclusionary


Del suddetto avevo avuto modo di leggere il suo saggio Populism, Left-wing Populism and Patriotism. A contribution to the theorization of Left-Populism, uno studio sui populismi di sinistra in America latina e quelli rinascenti in Europa — rigorosamente ed eslcusivamente nella lingua dell'Impero, come si esige nel mondo accademico. Un saggio tanto ponderoso
quanto nozionistico, come capita spesso agli esegeti di Ernesto Laclau e, soprattutto Chantal Mouffe i quali esegeti  finiscono, al netto dei funambolismi teorici, per ripetere a pappagallo, se non addirittura impoverire quanto già detto e scritto dai due controversi intellettuali.

Custodi ammette, in questo saggio, sulla scia di Laclau e Mouffe, che contro l'avanzata dei populismi di destra, ahinoi, la tradizionale narrazione marxista è impotente e che contro di essi si deve oppure il "populismo di sinistra". Un populismo di sinistra deve perciò riscoprire come positivi i concetti di nazione e di sovranità nazionale, e può utilizzare come arma politica il valore del patriottismo.

Fin qui nulla di male, come converranno i nostri più assidui lettori, che si chiederanno dunque come mai il nostro se la prenda con la sinistra patriottica italiana. Il fatto è che Custodi, restando intrappolato nella trama narrativa di Laclau e Mouffe ed accettando il loro fondamentale paradigma teorico, finisce per ingarbugliare il tutto, svuotando i concetti di popolo, nazione e patriottismo della loro sostanza storico-politica, quindi giungendo ad un'idea di patriottismo non solo lontanissima dalla nostra ma alquanto sbilenca e discordante rispetto a quella dello stesso Laclau. 

Un'idea di nazione e di patriottismo, quella di Custodi, del tutto simile, se non addirittura conforme, con quella del filosofo tedesco Jürgen Habermas, ovvero l'idea astratta e cosmopolitica della "cittadinanza costituzionale universalistica", concepita come antitesi alla nazione storica. Un pensiero, quello di Habermas pervasivo assai, avendo plasmato non solo le teste d'uovo della sinistra globalista di regime, ma pure quelle della sinistra radicale, per contaminare addirittura, nella forma sghemba di un "nuovo costituzionalismo europeo", amici come Stefano Fassina. Segno di una soggezione teorica difficile da superare.

Alla fine, del saggio di Custodi — sorvolando sulla sciocca vulgata liberale secondo cui "gli orrori del '900" sarebbero stati commessi dai nazionalismi, non già dagli imperialismi — tra le mani  rimane ben poco. Nulla viene aggiunto a quanto già sapevamo del populismo. E per quanto attiene all' opposizione ed alla differenza tra populismo di destra e di sinistra; il nostro si limita a segnalare che il primo tende ad escludere, il secondo ad includere. Nozione non solo superficiale ma deviante, quindi sbagliata, visto che di questi tempi l'egemonia fa premio ai populismi di destra, che evidentemente, in quanto maggioritari, riescono ad essere ben più inclusivi di quelli di sinistra. En passant: i modelli preferiti di populismo di sinistra sono per Custodi SYRIZA e Podemos...



Il paradigma teorico di Laclau


Qual è dunque il paradigma teorico di Laclau e Mouffe e che entrambi hanno posto come decisivo malgrado le loro fasi e le loro reciproche differenze? E' l'accettazione di uno degli enunciati peculiari di certo post-strutturalismo (e post-modernismo), per cui, contro ogni pretesa ontologica, contro ogni idea che supponga l'esistenza di universali o fondamenti ultimi, si afferma che nulla avrebbe più sostanza o essenza, né tantomeno valore storico-oggettivo. Tutto sarebbe mero discorso, forma simbolica, narrazione linguistica.
Ernesto Laclau e Chantal Mouffe
Filosoficamente parlando una forma radicale di nominalismo o, più precisamente, di arbitrarismo ockahamiano. Ma non ci complichiamo la vita.


Se all'inizio del suo tragitto Laclau utilizzava questo paradigma per contrastare l'economicismo ed il determinismo dei certo marxismo ossificato —per cui il socialismo sarebbe stato un parto dello sviluppo capitalistico ed il soggetto politico non sarebbe che un'ostetrica che a cui era affidato il compito di  assecondare la venuta alla luce del nascituro —, strada facendo è diventato una forma estrema di soggettivismo politico élitista, per cui tutto verrebbe a dipendere dall'élite politica, dalla sua capacità di costruire, ex nihilo, il popolo e la nazione. Non ci sono, nel paesaggio di Laclau e Mouffe, leggi economiche e sociali sistemiche obiettive —tra cui quella marxiana di Valore —, nemmeno di ultima istanza, né classi sociali oggettive. 

Conflitti, cambiamenti politici e rotture sistemiche sarebbero frutto della mera contingenza, figlie di circostanze imprevedibili, della fusione tra istanze eterogenee e movimenti non solo diversi ma addirittura asimmetrici. Spetta all'élite populista, anzi, al leader populista (Laclau non a caso prende ad esempio Peron) il compito di utilizzare le circostanze e di convogliare le diverse e disparate rivendicazioni parziali come anelli di una medesima "catena equivalenziale", entro un medesimo orizzonte. La qual cosa, più prosaicamente e per venire a noi, significa ad esempio, per il populismo di matrice leghista "prima gli italiani", ovvero indirizzare il malcontento e la protesta contro chi sta in basso, per quello a cinque stelle indirizzarla contro chi sta in alto, "la casta". Qui Laclau, distorcendo non poco il pensiero di Gramsci, cala l'asso dell'egemonia, e prende di nuovo a modello di pratica egemonica il peronismo, un ectoplasma tentacolare che riuscì a contenere al suo interno di tutto e di più, da certa sinistra guerrigliera socialista alla destra nazionalista. 

La nazione e il patriottismo


Veniamo dunque a quanto asserisce Custodi nel pezzo su Micromega. Il nostro, dopo aver preso atto che assistiamo alla "rinascita dell'uso politico della nazione" e ad una "ristrutturazione dello spazio politico che in parte trascende la dicotomia destra-sinistra" e che rimette al centro l'identità nazionale (come si può negare che ci sono il giorno e la notta?), spara la cannonata:

«Esiste all’interno della sinistra una corrente minoritaria ma in crescita che cerca di coniugare il patriottismo italiano con alcuni valori tradizionali della sinistra. È il cosiddetto ‘rossobrunismo’, un’area politica eterogenea e di varie gradazioni, che va da organizzazioni quali Patria e Costituzione, Rinascita! e Movimento Popolare di Liberazione (P101), fino a personaggi come Diego Fusaro. È il rossobrunismo italiano un esempio di questa possibilità di reimmaginare la nazione di cui ho parlato finora? Assolutamente no. Per una ragione molto semplice: perché nel rossobrunismo non c’è reimmaginazione, non c’è sfida controegemonica, ma vi è piuttosto un’interiorizzazione dei valori e dei significati che l’identità nazionale assume all’interno della destra italiana».
Poteva essere una critica, è invece, con lo stigma del rossobrunismo, una condanna all'ostracismo, un dagli all'untore. La qual cosa, beninteso, qualifica chi lancia l'accusa, accusa che ha al centro il concetto di "reimmiginazione". Noi "rossobruni" non
"reimmaginiamo" la nazione ma difenderemmo la stessa idea di certa destra. Non siamo all'insinuazione che prenderemmo in prestito dal fascismo l'idea di nazione, ma ci siamo vicini. Ovviamente non è così e per dimostrarlo è bene sottolineare quale sia l'idea di nazione del nostro. 


Per Custodi, cito, "Le nazioni in quanto "entità concrete" semplicemente non esistono e non hanno alcun contenuto politico fisso e predeterminato, sono comunità immaginate"; mentre "l'identità nazionale è sempre congiunturale e mai predeterminata". Come si vede non si fa che applicare in modo pappagallesco uno dei concetti del post-strutturalismo: nulla è davvero storico-concreto, reale, ma frutto di immaginazione discorsiva.

Invece le nazioni sono prodotti reali, hanno radici storiche, territoriali, politiche, culturali, ideali, linguistiche, emozionali ed anche — scandalo dei politicamente corretti — etniche. Custodi vorrebbe far credere all'ignaro lettore che noi, dal momento che consideriamo anche il fattore etnico, difenderemmo il mito romantico del Blut und Boden (Sangue e suolo), quindi la concezione etnicistica della nazione del movimento völkisch tedesco.

Per supportare la sua accusa e per sostenere che "Nè la comunanza etnica o linguistica, né l'esistenza di tradizioni o culture condivise reggono davanti all'indagine storica", egli porta l'esempio di
«nazioni come la Svizzera o il Belgio che hanno varie lingue ufficiali, altre come il Brasile o gli Stati Uniti sono un crogiuolo di etnie diverse»
per giungere al luogo comune che
«La cultura piemontese ricorda più quella francese che quella siciliana. Cos'hanno in comune Trento e Napoli?».
Un distillato di scempiaggini. Il nostro non s'avvede, quando cita i casi di stati-nazione multietnici o multinazionali, che fa rientrare dalla finestra proprio la concezione etnicistica della nazione, ovvero che questi non sarebbero vere nazioni in quanto sono un "crogiuolo (guarda caso: melting pot) di etnie diverse". Spunta fuori quindi l'idea del movimento völkisch tedesco, per cui solo quello tedesco sarebbe un popolo etnicamente e linguisticamente incontaminato" quindi la sola vera nazione.
Che forse gli stati federali come Svizzera, Regno Unito o Russia non sarebbero nazioni? Che forse quei popoli, a dispetto delle differenze entiche e linguistiche non si sentono parte della medesima comunità storico-nazionale? Andateglielo a chiedere. La nazione, questo ci dice la storia, è quasi sempre una concrezione di più ethnos, ovvero è costruzione comune di un demos  in cui diversi ethnos si sono fatti nazione e coabitano in modo solidaristico. Un unico demos, ove sia democratico e non annessionistico, può quindi includere una pluralità di ethnos. Entro questa dialettica si può comprendere quel che affermò Ernest Renan, che "la nazione è un plebiscito di tutti i giorni".

Patriottismo disarmato


La tesi del nostro, sul solco di Habermas piuttosto che su quello di Laclau,
visto che le nazioni non esistono e sono solo costruzioni immaginarie, "consistono in un sistema condiviso di norme e leggi". 

Stiano dunque attenti Fassina ed i compagni attorno a lui raccolti. Essi —quando non addirittura alludono all'assurdità del "patriottismo europeo", altri "mediterraneo" —, nel comprensibile tentativo di smarcarsi dal nazionalismo di matrice fascista, annessionistico e imperialistico, sostengono che il loro patriottismo è tutto e solo politico, cioè esclusivamente fondato sui "valori" della lealtà verso la Costituzione repubblicana. Un patriottismo fiacco, disarmato, che non ha né potenza politica né alcuna forza egemonica ed emozionale, basato su una tesi semplicistica e minimalistica della nazione, e coloro che la sostengono rischiano non volendo di diventare satelliti della sinistra anti-nazionale e globalista.

Chiediamo: se il patriottismo italiano legittimo sia solo quello basato sulla lealtà alla Carta costituzionale, che dire dei Pisacane, dei Garibaldi e dei Mazzini? Per non parlare del Machiavelli. Che dire delle decine di migliaia di volontari che morirono sui campi di battaglia in nome dell'Italia? Avevano forse essi una Costituzione su cui giurare e immolare le loro vite? No, non l'avevano, morirono per fare dell'Italia una nazione democratica e popolare, ovvero lottarono per avviare uno storico processo costituente. Essi furono sconfitti e fu grave onta della sinistra italiana, in nome di un malinteso internazionalismo, lasciare la loro memoria all'insorgente fascismo.

Colpa che fu espiata dalla resistenza italiana, dai combattenti che senza attendere direttive dall'alto, nel settembre 1943, salirono in montagna e si diedero alla lotta armata per un sentimento patriottico e civile contro lo sfascio dello Stato nazionale e per riscattare la dignità della Patria. Chiediamo: non era forse il loro patriottismo legittimo e sacrosanto? Eh certo che lo era, malgrado la Costituzione fosse di la da venire, ed anzi la lotta poteva anche non sfociare nella Repubblica democratica. 

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venerdì 28 dicembre 2018

SOVRANISMO SENZA NAZIONE di Nello De Bellis

[ 28 dicembre 2019 ]


Il tema del "REGIONALISMO DIFFERENZIATO, dunque della rottura de facto dell'unità nazionale, è ormai drammaticamente all'ordine del giorno. 
L'articolo che segue ne illustra chiaramente le disastrose conseguenze sulla società italiana. Nell'auspicare che la quasi secessione nordista venga fermata da un'ampia mobilitazione politica e culturale, vogliamo qui ricordare due cose. 
La prima è che il "regionalismo differenziato" è figlio della riforma del titolo V della Costituzione (2001) targata D'Alema e Amato. 
La seconda è che tale controriforma ha storpiato in più punti lo spirito e la lettera della Costituzione del 1948, ponendo le norme inserite in quell'occasione (in particolare all'art. 116) in netta contraddizione con il principio di uguaglianza sancito nell'articolo 3, ma anche con quanto previsto dagli art. 119 e 120 in materia di "solidarietà sociale", rimozione degli "squilibri economico e sociali", "tutela dell'unità giuridica e dell'unità economica", "tutela dei livelli essenziali delle prestazioni". Insomma, la controriforma del 2001 è stata un vero e proprio aborto. Sarebbe questo il  momento, adesso che ne arrivano i frutti più velenosi, di mettere all'ordine del giorno la sua cancellazione.

sabato 22 settembre 2018

PATRIA, NAZIONE E COSTITUZIONE di Geminello Preterossi

[ 22 settembre 2018 ]


Crescono tra gli intellettuali di sinistra le voci in difesa del patriottismo democratico e del concetto di sovranità nazionale. L'intervento che ospitiamo è stato pubblicato da il manifesto, il tempio della sinistra che ha snaturato l'internazionalismo in cosmopolitismo liberale. Un segnale che da quelle parti non solo avvertono di essere lontani dal popolo lavoratore, ma che le nostre idee si fanno ogni giorno più largo. 


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Patriottismo costituzionale e Stato-nazione per la sinistra
La sovranità non è un potere selvaggio come i poteri economici sregolati, ma è appropriazione dal basso ed è potuta diventare principio democratico fondante 

Patria e Costituzione non è affatto uno scandalo. Anzi, significa riscoprire un nesso necessario e fondante. Le comunità politiche poggiano su un senso di appartenenza collettiva. “Patriottismo costituzionale” sta a indicare la fedeltà a una comunità politica democratica e pluralista, sulla base dei principi fissati dalla Costituzione. Nel caso di quella italiana, la realizzazione del progetto sociale delineato dall’art. 3, l’autodeterminazione collettiva che presuppone l’inclusione attraverso i diritti (innanzitutto quelli del lavoro e sociali). Un senso non meramente procedurale e formale, ma sostanziale, di patriottismo, all’insegna della giustizia distributiva.
A furia di ripetere il mantra della crisi dello Stato, del diritto pubblico e della stessa sovranità popolare, considerati ferrivecchi o addirittura regressivi, si è lasciato campo libero alla governance tecnocratica e alla polemica antidemocratica in nome delle “competenze” e delle élites “illuminate”. Ma come si fa a pensare che svilendo lo Stato e la sovranità democratica si possa portare avanti un programma di sinistra sociale?

Il concetto di sovranità è scandaloso proprio perché in esso convergono grandezze (Stato, popolo, pubblico, autonomia della politica, identità collettive) imprescindibili ai fini della lotta per l’effettività dei diritti sociali e la piena realizzazione di una democrazia progressiva. La sovranità non è, in quanto tale, un potere selvaggio come i poteri economici sregolati, tanto che è stata oggetto di appropriazione dal basso ed è potuta diventare il principio fondante della legittimità democratica (cioè una sovranità costituzionale). Anzi, per disciplinare i poteri economici, è necessario proprio tale potere pubblico, orientato a fini sociali. Mentre l’ordine spontaneo del mercato si è confermato un mito pernicioso. Così, liquidando lo Stato (nazione) si finisce per liquidare anche la democrazia costituzionale. Ovviamente, il potere è anche un rischio, che deve essere controllato, ma pensare di poterne fare a meno è puerile.

La tesi secondo cui ormai sarebbe illusorio recuperare sovranità democratica all’interno dello Stato-nazione è figlia dell’ideologia della naturalizzazione della globalizzazione. Come ha mostrato Luciano Gallino, il “finanzcapitalismo” è il frutto di precise decisioni, non di processi oggettivi e automatici. Lo sviluppo tecnologico ha certamente accelerato l’interazione globale, ma politicamente freni e riequilibri sono oltre che necessari possibili. Allora, la tesi sull’impraticabilità di una riterritorializzazione democratica è descrittiva, o non serba invece l’idea che la globalizzazione sia un bene in sé e che qualsiasi sua messa in questione (anche di segno “costituzionale”) debba essere sventata?
La perdita di coscienza del “politico” è stata esiziale per la cultura della sinistra. Liquidare tale coscienza come fascista, nazionalista, sovranista è risibile. 
L’internazionalismo è ben altra cosa dal globalismo liberale e da un generico cosmopolitismo: Togliatti lo aveva ben presente. Gramsci insiste ripetutamente sulla centralità della questione nazionale, dalla quale bisogna partire per inquadrare il nesso nazionale-internazionale. C’è tutta una tradizione (da Machiavelli a Mazzini, da Montesquieu a Rousseau), che individua nel patriottismo un fattore storicamente progressivo di virtù civica. Come ricorda Massimo Luciani, i costituenti non ebbero alcuna titubanza a parlare “liberamente di nazione e anche di Patria, addirittura proclamando “sacro” il dovere di difenderla”. Identificare patriottismo e nazionalismo è un falso storico e una distorsione concettuale.

La sostituzione del vincolo esterno al patriottismo costituzionale non è stata un successo. Oggi siamo in presenza di un doppio fallimento del vincolo esterno (di cui l’euro è il simbolo supremo): non solo ci ha danneggiati e ha diviso i paesi dell’eurozona, ma non ci ha migliorato affatto. Non sarà il caso di prenderne atto, riconoscendo l’errore, invece di prendersela con gli elettori? Attenzione a diventare antipopolari, per essere antipopulisti, ed antidemocratici, per essere antinazionalisti. Del resto, negare la realtà non può mai essere un gesto progressivo.

Non si può continuare a raccontare la favola dell’euro buono (o neutro) e dell’austerità cattiva, ignorando la loro connessione strutturale, testimoniata dai fatti: la lettera della Bce, lo stato di eccezione tecnocratico di Monti, seguito dalle larghe intese a tutela del bunker eurista nella scorsa Legislatura, il feroce disciplinamento della Grecia, che oltre a conculcarne la sovranità popolare l’ha devastata socialmente, ipotecandone pesantemente e per decenni il futuro. Che senso ha continuare a evitare un confronto pubblico serio, senza isterismi, con i risultati di studi argomentati che hanno sviscerato le contraddizioni intrinseche dell’eurozona e il suo ancoraggio all’ordoliberismo?
Un nuovo profilo politico per la sinistra, oggi, in Italia come in Europa, può emergere solo rompendo con il progressismo neoliberale, sconsacrando il tabù dell’euro (nuova religione non degli oppressi, ma degli abbienti), denunciando le illusioni dell’ideologia no border (che non significa affatto cinismo e disumanità, ma riconoscere con realismo che un mondo senza alcun confine è impraticabile, e di certo più funzionale ai mercati che alla democrazia; e che l’immigrazione è un problema da gestire, evitando di scaricarlo sulla parte più fragile della società, per poi stigmatizzarne il disagio). Invece, rifugiarsi nella retorica “repubblicana” del “fronte anti-sovranista” (che è la foglia di fico della destra economica) è solo una compensazione identitaria per la sconfitta del 4 marzo e un modo per non affrontarne le cause profonde.

Riannodare il filo che lega il nucleo sociale della Costituzione alla sovranità democratica non è una proposta nostalgica e tradizionalista, ma al contrario un modo per prendere sul serio l’indivisibilità dei diritti sociali e civili e il nesso tra autodeterminazione personale e collettiva. La ricostruzione di un senso della collettività e del primato dell’interesse pubblico su quello privato (Genova docet) implica la messa in discussione dell’ideologia globalista e dell’europeismo a prescindere. Solo rovesciando i codici neoliberali adottati negli ultimi decenni, che hanno portato la sinistra a non rappresentare più gli interessi e i bisogni dei ceti popolari, sarà forse possibile ritrovare un popolo. Nel solco della Costituzione.

* Fonte: il manifesto

martedì 7 agosto 2018

SULLA PATRIA di Giuseppe Mazzini

[ 7 agosto 2018 ]




Il patriota Giuseppe Mazzini [nella foto] non fu socialista, detestava anzi l'idea della lotta di classe, ma fu un fervente repubblicano e democratico conseguente, per questo, uscito sconfitto dal Risorgimento, al pari di Carlo Cattaneo, non riconobbe mai l'Italia unificata e monarchica e morì, come altri rivoluzionari, in esilio. Tuttavia la monarchia sabauda e le élite dominanti riuscirono nell'operazione di utilizzazione e trasvalutazione della sua figura. Quando l'Italia, con Crispi, si lanciò nelle disastrose imprese coloniali in africa ("Italia sesta potenza") Mazzini venne usato come maschera per giustificare l'espansionismo per sottomettere altri popoli. Alle porte e durante la Grande Guerra, furono pochi gli interventisti (Salvemini) che tentarono di servirsi della figura Mazzini per camuffare la partecipazione al macello imperialistico come "quarta guerra d'indipendenza" — il grosso dell'interventismo era infatti per natura anti-mazziniano, in quanto smaccatamente anti-democratico, guerrafondaio e imperialista. Su questo solco anche il fascismo-regime lo considerò un cane morto, per poi riutilizzarlo cinicamente durante la tragicommedia della Repubblica sociale italiana.
Presentiamo al lettore alcuni brani sul concetto di Patria e di nazione del Mazzini. Utili per comprendere la natura non nazionalistica, internazionalistica e democratica, quindi antifascista del suo PATRIOTTISMO.


«Adoro la mia patria, perché adoro la Patria; la nostra libertà, perch'io credo nella Libertà; i nostri diritti, perché credo nel Diritto».
Ai Signori Rodbertus Von Berg e L. Bucher, 30 marzo 186, in Scritti editi e inediti, vol. LXIX, p. 189. Citato in: Per amore della patria, Maurizio Viroli. Editori Laterza 1995

«La libertà d'un popolo non può vincere e durare se non nella fede che dichiara il diritto di tutti alla libertà».
Italia e Germania. A Karl Blind, Ivi vol. pp. 248-49

«Se la patria opera il male, se opprime, se si dichiara missionaria d'ingiustizia per un'interesse temporaneo, essa perde il diritto all'esistenza e si scava la tomba».
Ivi, p. 190

«La patria è una comunione di liberi e d'eguali affratellati in concordia di lavori verso un'unico fine. (...) La patria non è un aggregato, è un'associazione. Non v'è patria dove l'uniformità di quel diritto è violata dall'esistenza di caste, di privilegi, d'ineguaglianze».
Dei doveri dell'Uomo, in Scritti politici. A cura di Terenzio Grandi e Augusto Colomba, Utet, Torino, 1972. p. 892

«La patria non è un territorio; il territorio non ne è che la base. La patria è l'idea che sorge su quello; è il pensiero d'amore, il senso di comunione che stringe in uno tutti i figli di quel territorio. Finché uno solo tra i vostri fratelli non è rappresentato dal proprio voto nello sviluppo della vita nazionale — finché uno solo vegeta ineducato fra gli educati — finché uno solo, capace e voglioso di lavoro, langue per mancanza di lavoro, nella miseria — voi non avrete la patria come dovreste averla, la patria di tutti, la patria per tutti».
Ivi, p.885

«Senza patria, voi non avete nome, né segno, né voto, né diritti, né battesimo di fratelli fra i popoli. Siete bastardi dell'umanità. Soldati senza bandiera, israeliti delle nazioni, voi non otterrete fede né protezione: non avrete mallevadori. Non v'illudete a compiere, se prima non vi conquistate una patria, la vostra emancipazione da un'ingiusta condizione sociale; dove non è patria, non è patto comune al quale possiate richiamarvi: regna solo l'egoismo degli interessi, e chi ha predominio lo serba, dacché non v'è tutela comune a propria tutela».
Ivi, p. 881

«Se non abbracciaste nel vostro amore tutta quanta l'umana famiglia — se non confessaste la fede nella sua unità, conseguenza dell'unità di Dio e nell'affratellamento dei popoli che devono ridurla a fatto — se ovunque geme un vostro simile, ovunque la dignità della natura umana è violata dalla menzogna o dalla tirannide, voi non foste pronti, potendo, a combattere per risollevare gli ingannati e gli oppressi — voi tradireste la vostra stessa legge di vita, e non intendereste la religione che benedirà l'avvenire».
Ivi, p. 878

«Lavorando, secondo i veri principi, per la patria, noi lavoriamo per l'umanità: la patria è il punto d'appoggio della leva che noi dobbiamo dirigere a vantaggio comune. Perdendo quel punto d'appoggio, noi corriamo il rischio di riuscire inutili alla patria e all'umanità. Prima d'associarsi con le nazioni che compongono l'umanità, bisogna esistere come nazione».
Ivi, p. 882




martedì 29 maggio 2018

MAZZINI: LA NAZIONE COME RELIGIONE di Roberto Ferretti


[ 29 maggio 2018 ]

Figura controversa quant'altre mai quella del patriota Giuseppe Mazzini, Nazionalista ma cosmopolita, egualitarista ma antimarxista, religioso ma profondo critico della politica antinazionale della Chiesa, anticapitalista ma non collettivista, statalista ma non statolatra.
Volentieri pubblichiamo questo saggio del Ferretti mentre il nostro Paese, vive una crisi osiamo dire esistenziale, una crisi che per sua stessa natura non può che spingere ad andare alle radici della moderna "vicenda italiana".

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Dio al vertice, e un popolo d’eguali alla base: 
non abbiate altra formola, altra Legge morale

«Chi legge le opere e l’immenso epistolario di Giuseppe Mazzini difficilmente si sottrae al fascino dell’uomo. Ma, se dai suoi scritti cerca poi di ricavare un sistema, una piana teoria, vede svanire l’accento poetico, sente la puntura di proposizioni dogmatiche, l’inceppamento del cursus logico, e mette insieme qualcosa che ricorda i sistemi teologici ricuciti con massime evangeliche o l’esegesi cranica dei dottori musulmani. Ciò spiega come non sia mai esistito un vero mazzinianesimo, in senso stretto. Chi ha esperienza della storia capisce che siamo di fronte non ad un filosofo, ma ad una di quelle personalità in cui pensiero e azione sono indistricabilmente intrecciate: profeti e apostoli che incarnano un momento dell’ideale umano, come i profeti d’Israele, l’apostolo Paolo, Maometto, Lutero; uomini la cui dottrina non può essere intesa se non compenetrata con la loro personalità e con la loro intima esperienza. E man mano che gli anni lo discostano da noi, la figura del Genovese, uscendo dagli oblii e dai dispregi dei contemporanei e della generazione immediatamente successiva, appare sempre più grande. Sentiamo com’egli sia l’esperienza religiosa che sta alla base della terza Italia, anche se restiamo fuori di questa o quella credenza sua e del pavore della stretta osservanza della dottrina. Sentiamo come egli abbia ancora qualcosa da dire alla nostra età».

Un giudizio così profondo fu espresso dal grande storico A. Omodeo (1889-1946). Va rilevato che, nonostante l’indubbia ammirazione manifestata dal nostro verso il profeta della Nuova Italia, si coglie un radicale attacco politico al Mazzini, che ha fatto purtroppo scuola. In tal senso non sarebbe mai esistito un mazzinianesimo. Non sarebbe mai esistita una dottrina politica e sociale mazziniana. Mazzini, “il fallito” di genio”: questo il Leitmotiv dell’ideologia liberale “globalista” cavouriana dell’epoca, fortezza strategica della grande borghesia italiana, che lo storico rielabora. Omodeo, quando scrisse queste pagine, che forse rimangono le più profonde, nonostante tutto, sull’impulso mazziniano, intendeva appunto difendere la veridicità storica e ideologica del liberalismo cavouriano rispetto alle ali estreme che andavano rialzando la bandiera del mazzinianesimo associandone il verbo alla possibilità di Rinascita storica e spirituale italiana: Fascismo da un lato, Giellismo dall’altro, che è politicamente altra cosa dall’Azionismo successivo (Cfr Belardelli, Nello Rosselli, Rubbettino 2007; De Luna, Storia del partito d’Azione, UTET 2006).Nella visione mazziniana dell’ideologia italiana nazionalpopolare, il Comunismo marxista sarebbe così estraneo allo spirito profondo della tradizione politica italiana, all’ “Italia del Popolo”: anzitutto poiché antimistico e antireligioso; poi perché nella visione del mondo di Mazzini, il Comunismo sarebbe addirittura, col suo classismo, una proiezione, per quanto estremizzata, del liberismo individualista e utilitarista. “A tal fine contrapponeva la propria dottrina del dovere a quella dei diritti individuali che stava alla base dell’erroneo indirizzo utilitaristico, comune econdo lui a tutte le correnti della democrazia contemporanea: “i Sansimoniani, i Fourieristi, gli Owenisti, i Comunisti…son tutti seguaci di Bentham” scriveva Mazzini (Belardelli, Mazzini, Mulino 2010, p. 21). Potrebbero notarsi talune affinità con il pensiero sociale proudhoniano, solo in parte concrete; Mazzini, infatti, col suo Cooperativismo, apparentemente vicino al pensiero di Proudhon, non si lasciava però avvincere avvolgere dalla furia del dileguare dell’anarchismo individualistico, rivendicando la sovranità giuridica ed etica dello Stato nazionale basato sul plebiscito e non sulla rappresentanza. Esplicita sarà invece in Sorel la revisione del marxismo fondata sulle basi dello spiritualismo etico mazziniano; il sociologo francese definì non a caso Mazzini politico il modello di un Socialismo religioso, ispirato, anticapitalista e antiplutocratico. 

Dunque, tornando ad Omodeo, chi scrive, ben più modesto, meno preparato e dotto del grande storico palermitano, ritiene però che non solo il mazzinianesimo è esistito ed esiste ma è probabilmente la quintessenza dell’ideologia nazionalpopolare italiana.  Cerchiamo di vederne brevemente, sinteticamente i punti fondamentali. Consapevoli che qualsiasi studio in tale direzione del Mazzini è riduttivo e monco, visto che esige una pratica politica all’altezza del tempo, dato che siamo di fronte al più geniale pensatore politico dell’era contemporanea.

L’Apostolato popolare


La visione mazziniana dell’Apostolato popolare muove dalla certezza che i concetti di Nazioni e Popolo non si basano su dati naturalistici e etnici ma su un fondamento metafisico. Come l’idea di Dio, come l’immagine dell’Angelo, la Nazione è un ente metafisico. Dunque, l’odierna polemica mondialista, anti-populista, ipotizzata su una base mazziniana sarebbe una sorta di attentato al concetto al divino. La principale missione che Mazzini si auto-assegna dai primissimi anni di militanza politica è quella di promuovere “l’associazione di tutti gli uomini che, per lingua, per condizioni geografiche, e per la parte assegnata loro dalla Storia, formano un solo gruppo, riconoscono uno stesso principio e si avviano, sotto la scorta d’un diritto comune, al conseguimento d’un medesimo fine” (EN, VI, p. 125). Quindi, le Nazioni ed i Popoli, che sono tali perché si riuniscono in Nazione, devono eseguire l’azione sacra, la volontà di Dio sulla terra “perché l’idea divina possa attuarsi” (EN, VI, p. 127). Le nazioni e i popoli sono in concreto Pensieri di Dio. Le Nazioni esigono cittadini animati da una superiore coscienza umana. Tale spiritualità suscita, plasma la adeguata condizione sociale che innalza il Popolo alla missione nazionale e alla coscienza del sacrificio e del dovere. Il messaggio mazziniano fa leva sul bisogno di sicurezza, di Fede. In questo senso, il mazzinianesimo è un attacco radicale al criticismo kantiano, ma anche all’eccessivo razionalismo panlogista hegeliano (non sappiamo se il Genovese abbia letto il filosofo tedesco, ma la sostanza non si modifica egualmente). Mazzini si lascia qui ispirare dal Lamennais, considerandolo come un profeta religioso e sociale che voleva unificare il cattolicesimo spiritualistico e mistico con la causa degli oppressi e dei diseredati. La missione italiana diviene, nella dottrina politica mazziniana, una questione teologica politica e al tempo medesimo religiosa. Probabilmente influenzato dalla visione, propria di A. Mickiewitz, basata sulla rappresentazione della Polonia come nazione martire, Mazzini reclama tale ruolo per l’Italia. Gli italiani sono il Cristo popolo, afferma con convinzione, ed egli il Cristo Uomo che sacrifica e sacrificherà sino al Martirio finale la sua intera vita per la redenzione italiana.
“Quando si nascondeva, era afflitto dal pensiero di dover portare con sé nella tomba il suo messaggio prima che il mondo potesse udirlo” (R. Sarti, La Politica come religione civile, Laterza 1997, p. 100).  
La nazionalità era per Mazzini una realtà spirituale che attendeva di manifestarsi, più permanente di qualsiasi finalità materiale; era una realtà intrinseca del mondo metafisico, assopita sino al risveglio causato dall’educazione e dall’esempio degli Apostoli del Popolo (EN, V, p. 123). In questo senso, Mazzini promuoveva la sua tattica di promozione dell’azione politica non soltanto per i suoi risultati a breve termine ma anche per il suo valore pedagogico “immortale”: l’azione politica era valida, pragmatica, anche quando conduceva a una sconfitta, perché era solo attraverso l’azione che il popolo spiritualizzava la coscienza politica.

L’Arcangelo della nazione, in questo caso del Popolo italiano, aveva così bisogno, per poter vivere nella materia, di Credenti. I credenti dovevano diffondere il vangelo della nazionalità nel popolo. Questi erano anche detti gli Apostoli del Popolo. Gli Apostoli del popolo non erano semplici militanti politici ma incarnazioni viventi del messaggio e della missione dell’Arcangelo. Dunque loro compito era mettere il popolo al contatto con la Verità (EN, IV, p. 378); muoversi tra il popolo pronti al martirio e al sacrificio (EN, IV, p. 320); il popolo italiano doveva essere conquistato dal loro senso martoriale, poiché “Il Popolo non è mai per coloro che stima deboli e da poco. Esso ama e segue i forti, e coi
forti combatte. E i forti son quelli che, in ogni circostanza, ad ogni momento, son presti a far testimonio, colla parola e colle opere, di tutta intera la fede dell’anima loro (Ivi, p. 322). Il suo sentirsi continuamente tradito, spiato, sorvegliato e assediato, dai nemici politici e dai potenti di tutto il continente ma anche dagli “amici”, che finirono per realizzare un presunto “Risorgimento” in larga parte alieno dal misticismo politico e dal repubblicanesimo demofilista del Genovese, finì per auto-rafforzare la sua immagine di figura storico-soteriologica simile al Cristo abbandonato da tutti nel Getsemani. Dall’immagine del Redentore tradito egli traeva la forza per combattere ed andare avanti, tra colpi alle spalle, ferite morali (ben più pesanti di quelle fisiche..), arresti, infamie di ogni tipo: il Maestro del vangelo dei nuovi tempi, quello della santità operativa Nazione e del Popolo, doveva essere abbandonato dai suoi discepoli e doveva essere lasciato con nessuna altra guida all’infuori della Voce del divino in lui.

In questo senso, Mazzini con la sua concezione “democratica” e mutualistica, si poneva in antagonismo politico strategico con quella che definiva l’ipocrisia demagogica e supercapitalista della Rivoluzione Borghese dell’89. La democrazia non era per il nostro esercizio dispotico e arbitrario di sovranità o tirannide da parte del popolo. Questa, oggi non a caso dominante, era per il Genovese la versione borghese e capitalista della democrazia. Al contrario, nella sua dottrina politica, o vi è Demofilia o vi è Oligarchia di plutocrati e capitalisti, anche quando compare mascherata da statalismo “socialista”. E la Demofilia mazziniana è anzitutto, soprattutto, redenzione metafisica del Popolo dalle mitologie nichiliste, materialiste che le diverse forme di “socialismo” vanno propagando. Questa Demofilia aveva il compito di risvegliare misticamente i popoli e porli sulla via del progresso, che era la via di Dio, non del progressismo tecnocratico e capitalistico dei nostri giorni.

Adolfo Omodeo definisce la Demofilia plebiscitaria e “antidemocapitalista” mazziniana il pensiero  rivoluzionario dell’800: “il pensiero apocalittico dei Nuovi Tempiun pensiero teocratico e visionario”….. Tale pensiero apocalittico affondava le sue radici nella meditazioni degli scritti dell’abate calabrese Gioacchino da Fiore (1130-1202) (EN, LXXIX, p. 90); non solamente quello sociale incentrato sulla missione universale della identità della “Roma del popolo”, la Terza Roma come è noto, ma anche quello più teologico incentrato sulla richiesta di una Terza via tra il materialismo e la religione tradizionale. La Terza via affermava la continuità della creazione, la realtà trascendente d’un Dio sorgente d’inesausta vita che si trasfonde nell’Infinito, ma al tempo stesso d’un divino vita vivente nell’umanità in forma di Pensiero e dunque forza che poteva, nella Immanenza, essere realizzata nella santità d’azione. Per il culto patrio, i vivi avevano l’obbligo di ricordare i morti in rituali e cerimonie. I monumenti erano altari sacri del Popolo che consacravano una comunione organica tra i vivi e i martiri della Patria e davano una dimensione di santità, trascendente ed immanente, al concetto di Nazione.  


Il Socialismo “religioso” mazziniano


Va premesso che la visione del Socialismo mazziniano scaturisce da un tentativo di sintesi di fasi strategiche e momenti politici in cui si delinea la proposta mazziniana. Egli spesso fa riferimento a se stesso nei termini di un Socialista ma al tempo stesso attacca a tutto tondo il socialismo della sua epoca. Va considerato che l’attacco mazziniano al socialismo è in realtà diretto a tutte le correnti ideologiche e filosofiche infettate dallo spirito del materialismo. Luis Blanc (1811-1892) era un obiettivo particolare a causa del suo principio secondo cui gli individui dovevano ricevere a seconda del loro bisogno. Il bisogno, secondo Mazzini, non era un’entità fissa che potesse servire da base per la ricompensa economica. Impostare una dottrina economica sul bisogno significava affermare una logica schiavista: erano le Opere che meritavano la ricompensa, perché il lavoro era, ancora prima che produzione materiale, azione morale-spirituale (EN, XLVII, pp. 107-110). Il Socialismo mazziniano è anzitutto religioso poiché postula che il materialismo è la radice d’ogni male, che il potere dissolvente del razionalismo causa malessere spirituale e intossicazione ideologica, che l’ossessione moderna e massonica per i diritti individuali è responsabile della perdita della comunità spirituale; di conseguenza il rimedio era unicamente nella declinazione sociale della formula ideologica medesima che fu sua sin dagli anni Trenta: Dio e Popolo

Il programma sociale mazziniano teorizza così la libera Associazione di individui in nuove "corporazioni", da ripristinare dopo la dissoluzione di queste operate dalla Rivoluzione Borghese d’89; nella polverizzazione di attività bancarie e di altri monopoli; in prestiti governativi per aiutare le piccole imprese; nell’imposta progressiva sui redditi; nell’esenzione delle tasse per i poveri; nella libera istruzione per tutti . Di contro al socialismo francese, macchiato dall’ateismo e dal materialismo, la via Italiana al Socialismo sarebbe stata invece caratterizzata dall’Associazione volontaria, dal culto della santità della patria e dalla libertà individuale nel rispetto comunitario (EN, XLII, p. 308). Uno dei punti fermi di tutte le Associazione operaie o Alleanze del Lavoro fondate su base mazziniana fu l’estinzione dell’odio di classe e la Concordia patriottica e il divieto dello sciopero se attuato sulla mera rivendicazione economica. A differenza di Marx, che parlava ai lavoratori in termini ideologici scientifici, Mazzini si affidava all’invocazione religiosa, parlando ai lavoratori il “linguaggio dell’amore” ed utilizzando un simbolismo di natura mistico-spiritualistica. Il capitalismo e il socialismo materialista sbagliavano allo stesso modo nel sottolineare la centralità dei diritti economici; entrambe queste ideologie definivano in maniera simile la felicità in termini economici e ciascuna non aspirava a null’altro che a un illusorio bene, parziale e deforme. La soluzione consisteva invece nel rompere tutti i legami con la filosofia materialista, puntando alla Repubblica sociale italiana fondata sulla già citata Demofilia. Gli operai sarebbero stati i soggetti sociali di questa vita repubblicana, in quanto erano coloro che davano forma, bellezza, senso alla materia priva di vita; Mazzini, che dedicò agli operai i Doveri dell’uomo, sosteneva che era un errore politico considerarli operai; questi erano anzitutto e prima di tutto italiani ed artisti sociali. 

La sua proposta per “l’unione di capitale e lavoro nelle stesse mani” aveva notevole risonanza tra gli artigiani romagnoli, ma anche toscani, umbri, marchigiani, dove i piccoli stabilimenti erano particolarmente numerosi e gli organizzatori mazziniani furono i primi a entrare in scena dopo l’unificazione nazionale. In queste regioni il movimento operaio mazziniano tenne duro contro i socialisti ufficiali (materialisti e antinazionali per la visione politica mazziniana) e i cattolici anche durante i primi decenni del XX secolo. In seguito, il movimento mazziniano confluirà nel Sindacalismo rivoluzionario.


Mazzini antimassone  


Una ingiusta e interessata polemica politica ha dipinto Mazzini quale massone. Ci si è avvalsi al fine peraltro anche di falsi costruiti ad arte: come la mai esistita corrispondenza con Pike (1809-1891). In realtà, come mostra Rosselli nel suo saggio “Bakunin e Mazzini”, come emerge dall’epistolario con F. Campanella, il Genovese non volle mai associarsi alla Massoneria e fu, anzi, politicamente decisamente antimassone. Come noto, il Genovese in più casi gridò forte che la Carboneria stessa, che non si può comunque schiacciare politicamente, indistintamente, sull’ideologismo massonico, era una istituzione senile che faceva danno alla causa nazionale. Peraltro egli cercò costantemente un canale di comunicazione politica con lo Stato pontificio, in funzione nazionalista, in funzione di consacrazione del culto comunitario della “santità d’Italia”; tale canale fu però sempre rifiutato dal Vaticano. Addirittura, Mazzini simpatizzò ideologicamente con l’enciclica di Pio IX, Quanta cura, (dicembre 1864) e con l’appendice, il Sillabo degli errori, che era l’elencazione degli errori del secolarismo e del materialismo. Il più preoccupante tra i movimenti materialistici del suo tempo era per Mazzini rappresentato dal cosiddetto “libero pensiero” massonico e positivista. “Le divergenze sui temi del libero pensiero e dell’anticlericalismo portarono Mazzini alla rottura con Luigi Stefanoni….un divulgatore della cultura positivista. L’anticlericalismo era riprovevole agli occhi di Mazzini. Le implicazioni filosofiche del libero pensiero ai suoi occhi comportavano una pericolosa tendenza verso il disimpegno…La vera minaccia proveniva non dall’avere troppa fede, ma dall’averne troppo poca” (R. Sarti, Op. Cit., p. 247). Di conseguenza, tra gli effetti più nefasti provocati dalla vittoria della frazione capitalista liberale e utilitarista del cavourismo su quella sociale mazziniana vi è stata una postuma antistorica “massonizzazione” del pensiero politico del Genovese, di cui i capofila, in questo secolo, furono la Fondazione La Malfa e a cui non fu estraneo lo stesso garante supremo del capitalismo della provincia Italia: E. Cuccia (1907-2000), fine stratega, ma di certo estraneo all’ethos religioso socialista mazziniano, fido scudiero della frazione strategica mondialista (radicalmente antitaliana) Meyer-Lazard.

Attualità politica di Mazzini statista?


Mazzini statista costituisce a nostro modesto parere l’archetipo dello statista italiano. Il realismo politico mazziniano, integrato nella dimensione certamente apocalittica ben rilevata da Omodeo, di cui si diceva prima, condusse il Genovese ad indicare, nella sua concezione del mondo, la missione dell’eroe di Stato nell’epoca contemporanea. E’ una missione che oggi gli analisti, i dotti, i corifei del capitalismo globale non esiterebbero a disprezzare come “Populista” e ultra-sovranista….  Ciò avvenne con la Repubblica Romana (12 febbraio 1849). 

Tale missione era costituita, nella dottrina politica mazziniana che si faceva in quel particolare momento di certo pratica sociale e azione di stato, dalla connessione con il potere spirituale dell’Anima di popolo e di nazione. Solo lo statista capace di realizzare tale comunione mistica era, agli occhi del nostro, un autentico capo nazional-popolare. 
«Nelle Rivoluzioni io non riconosco che gli uomini, i quali sono collocati alla testa del movimento per volere del popolo, abbiano responsabilità fuorché verso il popolo stesso, verso Dio, e verso la propria coscienza. L’unica legalità che io riconosco nelle Rivoluzioni sta nell’interrogare, nell’indovinare il potere del popolo e nell’attuarlo». (EN, LLXVII, p. 302).  
Esula dal presente scritto, che verte sulla esistenza o meno di una dottrina politica mazziniana, indagare sulle cause efficienti del tramonto della archetipica esperienza politica della Repubblica romana. Concludiamo questo modesto scritto, rievocando la figura di Mazzini statista traendola dalle antiche pagine del Saponaro:
«L'Assemblea Costituente elesse Mazzini al nuovo Triumvirato, insieme con Saffi e Armellini. Egli raccolse 132 voti, Saffi 125, Armellini 93. Divenne il capo unico. Dittatore senza terrore....L'Apostolo fu un buon amministratore, conciliando le grandi idee con la conoscenza e la pratica dei mezzi minimi. Mise ordine nella finanza disordinata senza ricorrere ad angherie, vendette o spoliazioni di beni ecclesiastici. Mandò denaro a Venezia e preparò un corpo di spedizione in soccorso del Piemonte. Preservò Roma dai delitti della piazza e della vendetta che minacciavano scatenarsi. Ripartì i beni rustici delle manomorte alle famiglie dei contadini. Aprì le stanze vuote del Sant'Uffizio ai senzatetto...Provvide all'armamento di un esercito che non c'era, abolì la pena di morte. "Qui a Roma non si può essere mediocrità morali. Dobbiamo agire come uomini che hanno il nemico alle porte, e in pari tempo come uomini che lavorano per l'eternità"...9 febbraio -3 luglio 1849. Tra queste 2 date la storia di Roma non è più storia ma epopea. La vita di Giuseppe Mazzini, nel mezzo del suo quarantaquattresimo anno, non è la vita di un solo uomo, è la vita dell'eterno spirito d'Italia da lui incarnato, dell'anima storica e poetica di tutto un popolo, carico di millenni di pensiero e di sventura...Sorse prodigiosa l'epopea della difesa del Vascello, di villa Spada, del Casino dei Quattro Venti, delle barricate ove le donne del popolo sostituivano i mariti caduti su gli spalti del Gianicolo. Morirono Daverio, Masina, Dandolo, Pietramellara, il fanciullo Morosini. Morì Luciano Manara, che il giorno innanzi aveva scritto: "Noi dobbiamo morire per chiudere con serenità il Quarantotto". Giacomo Medici restò immune tra le rovine fumanti del Vascello. Non morì Garibaldi serbato ad altra epopea: e la moglie Anita combatteva al suo fianco. Goffredo Mameli, ferito allo scontro del tradimento, e amputato poi alla gamba sinistra dal dottor Bertani, sopravvisse un mese, tra spasimi che lo spezzavano e speranze di gioia che lo portavano al delirio. La sera del 29 giugno (1849 NDC), padroni dei bastioni e di tutte le alture, i Francesi videro la città ardere per ogni finestra e per ogni terrazza dei fuochi votivi e multicolori in gloria del santo patrono: poi a notte un acquazzone si rovesciò a spegnere razzi e lampioncini, sola emerse luminosa nella tenebra la cupola del Tempio.Mazzini lanciò il suo terribile anatema: "Chiunque tocca da nemico il sacro suolo di Roma, è maledetto da Dio! ….Allora Mazzini discese all'Assemblea riunita in comitato segreto sul Campidoglio. C'era tra i deputati chi non lo vedeva da più settimane, e c'era chi lo vedeva ogni giorno. Apparve a tutti trasfigurato, più pallido, più scarno e acceso. Il volto dell'insonnia. Non era mutata la sua voce: nell'angoscia che gli mozzava il respiro, netta e armoniosa. I due capi (Mazzini e Garibaldi) si incontrarono fuor dell'aula, e lo sguardo che scambiarono non fu d'accordo. Allora accadde una scena impressionante: un uomo che su le barricate delle 5 giornate aveva combattuto intrepido, e ancora in quei giorni a Castel Sant'Angelo era stato animatore del popolo, apparve disperato e come demente, implorando la fine della resistenza inutile e inumana, che avrebbe distrutto la città senza salvare la repubblica. Era Enrico Cernuschi. E la capitolazione fu votata.....contro il suo parere (di Mazzini NDC)Ministri, deputati, molti capi militari lasciarono la città e ripresero la via dell'esilio. Mazzini, ormai in minoranza,discese dal Quirinale, ma non uscì da Roma».

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