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venerdì 14 febbraio 2020

BERGOGLIO, L’IMMIGRAZIONE E FREUD di Moreno Pasquinelli


Papa Francesco, a conferma della posizione a favore dell’accoglienza degli immigrati senza sé e senza ma,  concludendo in San Pietro la sua catechesi nell’udienza generale, il 7 gennaio scorso [2] ha affermato:
«Chiediamo oggi al Signore di aiutarci a vivere ogni prova sostenuti dall’energia della fede; e ad essere sensibili ai tanti naufraghi della storia che
approdano esausti sulle nostre coste, perché anche noi sappiamo accoglierli con quell’amore fraterno che viene dall’incontro con Gesù. È questo che salva dal gelo dell’indifferenza e della disumanità».

lunedì 3 febbraio 2020

SARDINE: TRA KANT E CARL SCHMITT di Moreno Pasquinelli

Prima le foto in cui i capetti delle Sardine si sono fatti immortalare gioiosi con il Patron Benetton, quindi l'elogio sperticato fatto da Soros, un uno due letale, dal quale esse, si spera, non riusciranno a risollevarsi.
Posto infatti che non c'è niente di più tossico del liberismo progressista, non può che rallegrarci il harakiri dell'ultima mutazione di quella che abbiamo chiamato sinistra transgenica.

giovedì 30 gennaio 2020

TRA SCILLA E CARIDDI di Alessandro Visalli

Alessandro Visalli è un esponente di NUOVA DIREZIONE. Giorni addietro il gruppo ha svolto la sua assemblea costitutiva. Pubblichiamo l'ultima parte del contributo di Alessandro Visalli.  La versione integrale la trovate QUI. Visalli svolge un'analisi che ampiamente condividiamo. Torneremo quanto prima sulla questione per segnalare quelli che ci paiono alcuni punti critici.

giovedì 9 gennaio 2020

KEYNES E MARX A CONFRONTO di Moreno Pasquinelli


Riteniamo utile ripubbicare questo breve saggio apparso su SOLLEVAZIONE nll'ottobre 2012


La crisi capitalistica cause e soluzioni
 


Premessa

L’attuale crisi sistemica del capitalismo occidentale sta mandando in pezzi la scuola monetarista di Milton Friedmann e con essa l’ortodossia liberista e i suoi due massimi assiomi.

lunedì 25 novembre 2019

LA SINISTRA FASCISTA di Nazareno Filippi

[ lunedì 25 novembre 2019 ]

Riceviamo e pubblichiamo questo breve saggio del Filippi. Dello stesso autore ricordiamo l'articolo TOGLIATTI E I FASCISTI ROSSI.


La storiografia contemporanea non ha ancora dato un giudizio definitivo sul fenomeno fascista ma vi sono due elementi ormai considerati definitivi. 
Il primo, ben evidenziato da De Felice, è che la strategia finale di Mussolini consisteva nella creazione storica e se vogliamo metastorica dell’uomo nuovo
L’altro, strettamente connesso a questo stesso, è che l’uomo nuovo italiano sarebbe stato il portatore di un nuovo modello di civilizzazione: un nuovo ordine imperiale italiano-mediterraneo antagonista rispetto all’imperialismo anglosassone ed occidentale. 

Se divergenze interpretative esistono su altri punti, ad esempio per De Felice Mussolini sarebbe stato il Robespierre o il Blanqui italiano, per Sternhell avrebbe realizzato nella prassi la lezione di Sorel e del sindacalismo rivoluzionario francese, per Del Noce avrebbe politicamente incarnato l’attualismo gentiliano, per Tasca avrebbe spostato la piccola borghesia italiana sulla guerra frontale reazionaria anti-proletaria e anticomunista, su questi due elementi vi è invece una univoca lettura. 

Da questo si possono così dedurre ulteriori elementi. Il fascismo di Mussolini non appartiene secondo De Felice alla linea del realismo italiano machiavelliano, ma a quella dell’utopismo o del “messianismo” politico; il biografo del Duce sostiene che per comprendere la natura dell’ideale di civiltà fascista bisognerebbe analizzare la visione di quelle frazioni e correnti avanguardistiche degli anni ’30 che furono definite “sinistra fascista”, Parlato e Buchignani, entrambi allievi di De Felice, che hanno scritto dei libri fondamentali — forse i più profondi — sull’ideologia fascista, parlano di “fascismo impossibile”, “progetto mancato”, “eresia rivoluzionaria”. 

Tutte queste frazioni della “sinistra” neo-giacobina prendono esplicitamente le distanze dalla variante di destra del fascismo, come può essere ai loro occhi il nazionalsocialismo tedesco o su un’altra linea il franchismo spagnolo, sposando la causa delle SA di Rohm eliminate da Hitler, Goering ed Himmler o quella della Falange spagnola di Josè Antonio ed Hedilla emarginata dai franchisti. 
Questa linea è composta da sindacalisti, proletari, artigiani e piccoli imprenditori, idealisti gentiliani della sinistra attualista e miliziani del fascio littorio che non sono affatto razzisti né antisemiti poiché considerano il razzismo una ideologia materialista ma sono invece “socialisti imperiali”, intendono le leggi razziali italiane non biologiche ma geopolitiche e di seguito nel corso del conflitto contrasteranno anche fisicamente la persecuzione antiebraica dei loro alleati tedeschi. 

Sono i “trotskysti” del regime fascista, anche se Mussolini non li manderà nei campi di concentramento ma anzi in diversi casi li proteggerà esaminando attentamente le loro proposte ideologiche, pur attuando in minima parte, ma forse decisiva almeno sul piano geopolitico e catastrofista, il loro programma estremista. 

 I trotskysti del fascismo concentrano la propria dinamica strategica su due grandi obiettivi: la rivoluzione sociale interna, la rivoluzione permanente del movimentismo fascista, troppo a lungo rimandata. Ciò con un programma di superamento del salario, una nuova concezione socializzata della proprietà privata, la mistica assoluta del lavoro (G. Parlato) ed una democrazia armata plebiscitaria e presidenziale (a loro parere Mussolini non voleva la dittatura ma vi fu costretto dopo il delitto Matteotti gettatogli addosso, contro l’estrema destra fascista sostenuta dai servizi britannici e dal sionismo); la rivoluzione fascista mondiale, ovvero una marcia antiplutocratica globale, antagonista ad anglosionisti ed americani, “il sangue degli oppressi contro l’oro degli oppressori”. 

In omaggio a tale concezione, Berto Ricci, matematico fiorentino di formazione mazziniana e blanquista, molto vicino a Mussolini e spesso suo gradito ospite a Palazzo Venezia, crea la frazione rivoluzionaria dello ”universalismo”: il fascismo è concepito come creazione del genio storicistico e spiritualistico mediterraneo, la missione del movimento fascista non è nazionalistica, né tantomeno euroccidentalista ma imperiale e universale, l’antitesi di civiltà non è con Mosca ma con la Gran Bretagna, il Sionismo e gli Usa. Berto Ricci è estremamente critico verso il regime, è un frondista ma a differenza di un Ugo Spirito non dubita della sostanza sovversivistica della strategia di Mussolini. Il comunismo non è percepito come avversario né come nemico, è un fenomeno che sembra lasciare sostanzialmente indifferenti gli universalisti ed i frazionisti di sinistra, anche dopo il conflitto spagnolo: il grande nemico è invece l’azionismo di obbedienza anglosassone e tutto quel che rimandi direttamente o indirettamente all’imperialismo britannico. 
Lo stesso Alessandro Pavolini, fiorentino di primo piano del regime e poi segretario del Partito fascista repubblicano, è profondamente debitore per la sua complessiva visione del mondo all’universalismo di Ricci e a talune correnti della sinistra sindacalista, come a quella ben rappresentata da Riccardo Del Giudice. 

Buchignani rileva la natura robespierrista di questo fascismo democratico-rivoluzionario ed universalistico che si pone come alternativa globale all’americanismo e al sionismo. Lo studio di Michela Nacci sull’antiamericanismo in Italia negli anni ’30 è, secondo lo stesso De Felice, di notevole rilievo. Il progetto universalistico e antiamericanistico fallì sul piano storico. Per quale motivo, dobbiamo cercare di capire, se è qui possibile. Entra probabilmente in ballo la psicologia mussoliniana con il suo soggettivismo. 
Il fascismo fu un movimento ultrasoggettivista, volontarista, insurrezionalista. 

Questa vis distanzia, nella lotta di frazioni, il populismo d’avanguardia politica della sinistra fascista dall’estrema destra neo-tradizionalista o totalitaria che avrebbe fatto del partito il grande pedagogo della vita politica nazionale. Lo Stato etico, non il partito, diviene perciò lo strumento populista dell’avanguardia per cercare di dirimere le irriducibili aporie della modernità, portando a compimento la missione escatologica dell’uomo nuovo. Mussolini non possedeva il realismo empirico e pragmatico di Lenin o di Stalin nella conduzione della macchina statale. 

Nella storia italiana si scontrano due grandi linee politiche: la prima è rappresentata dall’ideologia machiavelliana piemontese occidentale di Cavour e Giolitti che furono grandi amministratori della macchina Stato ben superiori a Mussolini, la seconda è appunto l’ideologia mediterranea meridionalistica ed eurafricana di Mussolini, che fu un immanentista e un volontarista che seppe usare a pieno regime, come nessun altro, la
massa di manovra italiana per un suo disegno personale (G. Megaro, Mussolini. Dal mito alla realtà). Ci si meraviglia tuttora di Piazzale Loreto, ma Mussolini trascinò il popolo italiano, individualistico, militarmente debole, in due guerre mondiali, nell’avventura coloniale abissina, nelle sanzioni mondiali antifasciste e nell’interventismo sui fronti di Spagna e Albania. Piazzale Loreto è del resto un evento storico simbolico che non implica giudizio di valore, è tipico di ogni autentica lotta politica religiosa, e ha indirettamente, non volendolo affatto, fornito una patente di immortalità storica e realmente universalistica al capo fascista. 

Dal rogo di Piazza San Marco di Savonarola, dal cadavere di Cola di Rienzo trascinato nella chiesa di S. Marcello al martirio di Jan Hus, tali mezzi sono il miglior lasciapassare per una immortalità della Guida storico-politica. Il motivo non adeguatamente analizzato in proposito è che Mussolini uomo di potere fu un blando dittatore con gli avversari politici, tollerò comunisti, liberali e con i cattolici strinse addirittura un patto tattico. Statisti che vengono considerati democratici e liberali usarono o usano l’arma dell’omicidio politico in modo ben più spregiudicato di quanto fece il capo fascista. Qui emerge il suo catastrofismo, che è il punto d’incontro fondamentale con la sinistra rivoluzionaria di regime. Egli fu infatti cinico e spietato proprio con la sua generazione, con i suoi figli ideologici e politici: i vari universalisti e movimentisti di regime caddero quasi tutti in guerra e donarono il sangue alla patria; quando ormai il sogno fascista era ingloriosamente dileguato, richiese ancora per una volta ai più giovani e a centinaia di migliaia di adolescenti un ulteriore, e questa volta finale sacrificio di sangue per la Repubblica sociale. Basti pensare ai franchi tiratori fiorentini, romagnoli, emiliani di ambo i sessi, descritti da Curzio Malaparte, che spesso non raggiungevano i 13 anni uccisi dai plotoni angloamericani o da quelli partigiani. 

Come ben nota Del Noce, l’ingresso in guerra il 10 giugno 1940 sancisce in modo inoppugnabile la natura catastrofista e messianica dello stesso Mussolini. In una guerra che d’altra parte fu iniziata proprio dall’Italia “proletaria e imperialista” aprendo nel ’35 il fronte africano sulle rotte dell’Oceano Indiano, centrale e strategico per la superpotenza britannica. Secondario è il fatto che, spiega lo storico britannico Taylor, l’ingresso di Mussolini in guerra è il frutto di un pregresso accordo con la Francia per impedire la ormai prossima spartizione globale anglo-tedesca. Importante l’evento storico politico che un popolo con scarsa tradizione militare e debole coscienza nazionale come il nostro avrebbe fornito prove di eroismo di primaria rilevanza, come testimonia uno storico militare quale T. Schlemmer. 

Il conflitto militare anglo-italiano non fu affatto una vittoria militare britannica (J. Sadkovich) e sul fronte dell’Est, per dire, Stalin concesse l’onore delle armi ai soldati fascisti italiani e non ai tedeschi in quanto i primi si batterono con maggior eroismo e disinteresse. E’ la visione stessa del fascismo a implicare una determinazione “messianica” di questo tipo: l’era dell’italiano nuovo, dell’uomo nuovo e del nuovo nazionalismo universalistico, doveva esser preceduta da dure tribolazioni e sacrifici, guerre comprese e la superiorità qualità del sacrificio dell’italiano avrebbe deciso del futuro della civiltà ben più del progresso tecnologico militare. “Il sangue avrà ragione delle spade e della egemonia plutocratica”: l’uomo nuovo della Sinistra fascista sarebbe stato un uomo purificato dalla corruzione materialista, in quanto l’uomo materialista prodotto da ideologie “antifasciste” veniva descritto dai mussoliniani universalisti come una deforme patologia sociale. 

L’ideologia nazionalsocialista considerava già perfetto il tipo nordico originario, occorreva solo liberarlo da influssi allogeni; quella marxista riteneva perfetto il modello operaio liberato dall’alienazione; quella liberale faceva perno sull’affarismo connaturato al tipo dell’alta borghesia. Non vi era ne vi è necessità di rigenerare l’umano o di creare l’uomo nuovo. Se si leggono le lettere dei caduti della RSI si percepisce un equivalente ideologico in quelle dei giovani di Hamas, Hezbollah, Ansarullah yemenita dei nostri tempi o dei Basiji iraniani. Non stupisce che il maggior esperto di concezione politica iraniana, Abdolmohammadi, parli di fascismo iraniano (Ahmadinejad, Soleimani) e inglobi nel concetto politica fascista l’intera Resistenza mediorientale al sionismo guidata dai nazionalisti persiani; stupisce viceversa che uno storico serio come Gregor abbia potuto vedere il fascismo avanzare nella Cina tecnocratica marxista e neo-comunista di Xi Jinping. 

Stupisce anche che venga oggi imposta una equivalenza tra destra sovranista e fascismo. Come detto, il principale nemico geopolitico — non razziale — del fascismo universalistico fu l’atlantismo e il sionismo, i sovranisti invece sono quasi totalmente filoatlantici e filoisraeliani. Il turista italiano che avesse sostato sul Haram ash-Sharif di Gerusalemme poteva venire salutato da sonori “Viva Mussolini” proferiti dai palestinesi (F. Cardini, Il fascismo e l’Islam), mentre i sovranisti italiani sono arruolati nel fronte sionista ed americano. 

Beppe Niccolai, volontario toscano nella Seconda guerra, tenuto prigioniero nel Fascist’s criminal camp texano sino al 1946, liberato grazie all’amnistia Togliatti per poi divenire anni dopo la guida ideologica della frazione socialista del MSI avversaria della destra nazionale conservatrice, franchista, filofalangista in Libano o gollista che fosse considerata da Niccolai troppo contigua alla DC, considerò i movimenti antagonisti palestinesi, iraniani, libanesi (il Partito di Dio sciita) i più evidenti e coraggiosi 
continuatori della guerra del sangue contro l’oro. 

Abbiamo volutamente evidenziato i due poli contrapposti interni al “neofascista” MSI, trascurando che vi erano anche componenti intermedie e che la politica interna fu comunque la prima necessità in un contesto geopolitico precedente al Novembre ’89 ed al crollo del muro di Berlino. Ma abbiamo tentato di rileggere quegli eventi con gli occhi di un osservatore del 2019, cercando di meglio far risaltare le enormità o le vere e proprie idiozie di quella sinistra antifascista e di quel liberalismo che vedono il fascismo in ogni dove. 

lunedì 18 novembre 2019

LA RIVOLUZIONE "PURA"? NON ESISTE...

[ lunedì 18 novembre 2019 ]

Di dottrinari, in giro, ce ne sono diversi, e di differente razza politica. Ce ne sono anzitutto in certa sinistra marxista ortodossa. 

Essi si ostinano ad considerare l'evento rivoluzionario come una palingenesi in cui chi vi partecipa, dal momento che vi partecipa, ha già subito quello che immaginano come una atto di purificazione che li ha decontaminati da tutta la merda che secoli di oppressione e di abiezione gli hanno lasciato addosso.
E' così?
Lasciamo parlare uno che di rivoluzioni se ne intendeva....

*  *  *

«Colui che attende una rivoluzione sociale “pura”, non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione. 

La rivoluzione russa del 1905 è stata una rivoluzione democratica borghese. Essa è consistita in una serie di lotte di tutte le classi, i gruppi e i malcontenti della popolazione. V’erano tra di essi i pregiudizi più strani, con i più oscuri e fantastici scopi di lotta, v’erano gruppi che prendevano denaro dai giapponesi, speculatori e avventurieri, ecc. Obiettivamente, il movimento delle masse colpiva lo zarismo e apriva la strada alla democrazia, e per questo gli operai coscienti lo hanno diretto. 

La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente – senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione – e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale, e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere, prendere le banche, espropriare i trust odiati da tutti (benché per ragioni diverse!), e attuare altre misure dittatoriali che condurranno in fin dei conti all’abbattimento della borghesia e alla vittoria del socialismo, il quale si “epurerà” delle scorie piccolo-borghesi tutt’altro che di colpo».

V.I. Lenin 
L'INSURREZIONE IRLANDESE DEL 1916
Luglio 1916. 
Opere Complete, Editori Riuniti, pp 353-54


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domenica 10 novembre 2019

ÉLITE, POPOLO, RIVOLUZIONE di A.V.

[ domenica 10 novembre 2019 ]

Abbiamo ricevuto, e pubblichiamo, questa critica all'articolo di Moreno Pasquinelli LOTTA DI CLASSE E RIVOLUZIONI COLORATE. Essa tira in ballo, tra le altre questioni: (1) la funzione storica delle élite e quella dei popoli o, se si preferisce il rapporto tra "avanguardia e masse" e (2) le cause scatenanti delle rivoluzioni; (3) il concetto di "rivoluzione colorata" i di "false flag". 
Ci torneremo su...

[ Tutte le foto nell'articolo sono della grande sollevazione popolare che ha scosso l'Iraq il mese scorso ]


*  *  *

ÉLITE, POPOLO, RIVOLUZIONE 

Per una critica teorica al populismo socialdemocratico di M. Pasquinelli

di A.V.

Il teoricamente importante articolo di M. Pasquinelli su “Lotta di Classe e Rivoluzione Colorate” si dipana sciogliendo tre nodi.


a) La crisi strategica della plutocrazia neo-liberista conduce inevitabilmente alla rivolta sociale; Pasquinelli, sebbene citi il teorema della “Rivoluzione Colorata”, finisce per concludere implicitamente che la rivolta sociale di popoli incolleriti sarebbe il soggetto in atto.
b) Nonostante taluni difetti teoretici lo storicismo marxista sarebbe nel giusto: è la Lotta di Classe l’essenza del movimento storico.
c) Le elite strategiche geopolitiche, per quanto siano storicamente presenti nel tentativo di orientare la direzione delle rivolte, non incarnerebbero da un certo punto in avanti lo spirito del tempo. Il popolo e la marcia sociale di questo stesso avranno ragione di ogni differente tentativo strategico, in questo caso delle “Rivoluzioni Colorate” delle elite atlantiche. Pasquinelli conclude citando gli esempi delle recenti rivoluzioni arabe e quello libanese e iracheno.


Rivoluzione Colorata è rivoluzione o è guerra ibrida imperialista?


La vera e propria Rivoluzione Colorata nasce storicamente nel contesto della guerra jugoslava. A guidarla fu il famoso “Otpor!”, dal serbo Resistenza. Il movimento Otpor ebbe originariamente una dimensione sociale e politica basata sulla non violenza e sulla resistenza passiva. L’elite del movimento di Resistenza venne però addestrata dall’MI6 britannico, l’obiettivo era quello di delegittimare il governo socialista e patriottico di Slobodan Milosevic. Dopo la caduta del leader serbo, effettivamente portata a casa da “Otpor!”, la figlia del socialista serbo Marija Milosevic rilasciò una importante intervista in cui tratteggiò la storia della “Resistenza serba” al nuovo Patriottismo serbo rappresentato dal Governo Milosevic. Rilevò il ruolo centrale di varie intelligence occidentali, MI6 in prima linea. La Rivoluzione Colorata è solitamente non violenta, concentra ideologicamente la propaganda su un humus preciso e simbolico, inclusivo e non esclusivo, come avverrà nella prima Rivoluzione Colorata ucraina (2004). La “rivoluzione” ucraina del 2014 non è invece, a nostro avviso, un modello di rivoluzione colorata. Fu una autentica insurrezione armata il cui motivo ideologico, esclusivista e esplicitamente razzista, fu lo sciovinismo ucraino russofobo. Motivi sociali e economici, per quanto presenti, finirono in secondo piano. Fu originariamente una insurrezione eurofila e atlantista? 


No. Qui Pasquinelli (che ho visto in precedenti articoli sostiene comunque saggiamente i russofili ucraini) ha in parte ragione. Chi conosce la storia ucraina, sa che il nazionalismo razzista e antirusso ucraino non è stato creato dall’MI6, così come, facendo un altro esempio, il forte antisionismo grande-russo non venne creato di punto in bianco dall’Ochrana ai primi del '900 e dovette infatti essere reintegrato nella stessa ideologia di regime dell’Urss, sebbene non fosse inizialmente previsto. I vari movimenti nazionalisti ucraini hanno finito inevitabilmente, pur non essendo questo probabilmente nelle intenzioni originarie, per gravitare nel campo dell’imperialismo occidentale-sionista divenendone a tutti gli effetti braccio armato. L’insurrezione armata di una elite ultranazionalistica e russofoba addestrata ha trasformato l’iniziale Rivoluzione Colorata di milioni di manifestanti in un chiaro evento di guerra ibrida imperialista russofoba e occidentalista. Le azioni di guerra non ortodossa (strage del 20 febbraio coordinata dall’ambasciata Usa di Kiev) hanno accelerato la vittoria dell’insurrezione russofobica, non l’hanno però predeterminata. Altro esempio, a tal proposito, è la tentata insurrezione armata dei sionisti di Guaidò in Venezuela di pochi mesi fa. In questo caso, il pronto intervento di reparti operativi inviati dal Cremlino ha messo in fuga gli insorti antivenezuelani. A differenza del regime di Victor Janukovyc, il governo neo-chavista di Maduro gode di un importante e sostanziale consenso popolare, in questo caso, dunque, l’intervento russo era politicamente giustificato e legittimato. Da questi eventi si comprende che non si sfugge né si può sfuggire al conflitto o al confronto tattico e strategico tra elite globali imperialiste (sioniste americane e probabilmente cinesi), imperiali (putiniane), democratiche antimperialiste (persiane e fronte della Resistenza "sciita"). Se l'Ottocento fu in parte il secolo delle scosse sociali che non si seppero saldare con l'elite politica; se il Novecento fu il secolo in cui l'elite politica seppe guidare il movimento; il secolo attuale sarà il secolo dello scontro e del conflitto tra elite globali. 

La Lotta di Classe come sostanza del movimento sociale storico?


Qui non si tratta di essere marxisti o antimarxisti, ma di osservare il movimento storico novecentesco. La storia contemporanea novecentesca non ha conosciuto lotta di classe che si sia realizzata in rivoluzione politica. Come sostiene Martov in un fondamentale studio, sottovalutato, Leninismo fu l’elite militare (spesso e volentieri antioperaista) al potere, non fu di certo classismo operaistico (1); Maoismo fu rivoluzione nazionale dei ceti contadini e di piccoli commercianti; Castrismo fu allo stesso modo elite militare al potere e così di seguito. Dunque fa bene Pasquinelli a precisare che l’Operaio non è la quintessenza di un quid metafisico e trascendentale. Nonostante questo, risulta forzato considerare ogni moto sociale di per sé diveniristico e potenzialmente ribellistico; la storia ha infatti mostrato che è dalla guerra che si sviluppa solitamente un movimento sociale rivoluzionario che trova sistematicamente anche l’elite politica che sappia orientarne nella giusta direzione l’impulso principale. La storia del Novecento lo mostra per chi vuole vederlo e la chiudiamo dunque qui. Pasquinelli infine si tradisce. Scrive che la rivolta di Hong Kong è reazionaria e filoimperialista. Questo mostra bene, come sopra puntualizzavamo, che è l'elite politica (in tal caso filobritannica), non il moto sociale originario, a dare un colore e un carattere alla rivolta. Dobbiamo però portare come caso a parte la Rivoluzione Iraniana del ’79, secondo vari interpreti la Rivoluzione più imponente e decisiva del secolo passato, che effettivamente non si è sviluppata da una guerra e sembrerebbe frutto di un primordiale movimento sociale. Abbiamo quindi modo di ricollegarci alle stesse recenti rivoluzioni arabe.


Primavera araba e Risveglio globale Islamico 


Il popolo iraniano, con una civilizzazione millenaria superiore a quella occidentale, non ha potuto partecipare alle Due Guerre Mondiali. Il regime taghuti degli anni ’40 dello scorso secolo, pavido e corrotto, arrivò anche a accettare supinamente l’umiliazione superimperialista anglosovietica del 1941 pur di continuare a regnare sulla pelle dei lavoratori iraniani e del nascente ceto medio. Cosa ispirò politicamente l’imam negli anni ’60 nel suo progetto di Governo Islamico antioccidentale? L’imam, secondo talune testimonianze di studenti di Qom, fu particolarmente e benevolmente colpito dalla rivoluzione anticolonialista algerina. Khomeini, un patriota iraniano strategicamente nemico di Yalta e del superimperialismo sionista, considerò il movimento anticolonialista algerino nel suo elemento di continuità strategica con il movimento delle masse musulmane nella Seconda Guerra Mondiale. Il popolo musulmano non aveva ancora donato all'umanità la sua azione rispetto al secondo conflitto mondiale di cui fu con Gerusalemme occupata la prima vittima storica. La Rivoluzione Iraniana fu perciò, in netta continuità di tendenza con i motivi principali della Seconda Guerra Mondiale, azione di alta strategia politica e geopolitica. Il messaggio globale della Rivoluzione fu infatti anzitutto contro Yalta, “né Oriente né Occidente, Nazione Iraniana e popolo globale musulmano”; il vecchio e reazionario mondo di Yalta, che l’Iran dileguerà, rispose imponendo 10 anni di “Guerra Imposta” con più di un milione di morti (in gran parte adolescenti e giovanissimi) alla gente persiana, ma la Repubblica islamica resistette. Evidentemente, il messaggio di imam Khomeini essendo un messaggio rivoluzionario e democratico, l’ayatollah si è infatti rivolto al tempo stesso alla Nazione Iraniana e all’intera umma islamica e a tutti gli oppressi di ogni razza, religione e sesso, ha posto le basi, ben più di un Castro o di un Mandela o di un Giap, per un Risveglio universale, in particolare di quei popoli islamici sottomessi a regimi filoccidentali filosionisti taghuti. 


La dimensione sociale, in riferimento al Fronte mondiale degli oppressi rappresentato dall’imam, non ha una sua autonomia in questo contesto, ma è subordinata o viaggia di pari passo con la logica morale e politica della classe dirigente rivoluzionaria che accoglie le rivendicazioni universali dei diseredati e degli umili. Sia la Guida Suprema Seyyed Ali Khamenei sia la precedente presidenza Ahmadinejad hanno immediatamente accostato le cosiddette primavere arabe al Risveglio globale Islamico, in continuità diretta con il ’79; addirittura la cerchia di Ahmadinejad con un giudizio che sembrò accettato dalla Guida sostenne che la scintilla a Piazza Tahrir si accese tra le masse oppresse quando lo spirito del Mahdi illuminò le folle presentandosi lì in veste spirituale (2). Quanto più lontano vi possa essere dalla lettura pseudo-democratica (in realtà profondamente aristocratica) marxista e/o liberale delle masse che si mettono in moto solo perché spinte dalla fame, dallo stomaco o dal primitivo bisogno sociale. D’altra parte il quadro di sovversione e destabilizzazione finalmente aperto dalle cosiddette primavere arabe nel Grande Medio Oriente se manda in frantumi, come ben spiega il Pasquinelli, ogni grottesca ipotesi complottista, basterebbe pensare alla eroica Rivoluzione Yemenita e alla seconda Rivoluzione baathista interna nella Siria di Bashar al Asad o a quanto sta avvenendo in Libano e in Iraq dove lo sciismo antisionista scavalca quello ufficiale, dissolve allo stesso modo il populismo socialdemocratico del Pasquinelli: dallo Yemen al Libano sono le elite “progressiste” politico-militari provenienti dal movimento di massa, non staccate da questo come fu nel caso di un certo nazionalismo panarabista e del kemalismo occidentalista, consolidatesi e formatesi sul campo, a contrastare colpo su colpo la guerra mondiale ibrida dell’imperialismo e del sionismo: il popolo senza l’elite sciita antimperialista non troverebbe via d’uscita e rischierebbe di fare la fine del mercenariato curdo-arabo filosionista e filosaudita arruolato dal “re di Prussia”. 


Non vi è spazio quindi per una generica e mistificatrice "sollevazione sociale delle classi subalterne", tale lettura è fuorviante, ma unicamente per storiche azioni di resistenza antimperialista di fronte alla guerra ibrida o classica che le elite imperialiste sioniste, francesi e anglosassoni hanno imposto da più di un secolo, e continuano ad imporre, nel Grande Medio Oriente. Gli eventi attuali di Libano e Iraq chiariranno agli scettici la posta in gioco. 

Note

1) Sul bolscevismo come movimento non operaistico, si rimanda a: https://www.viella.it/libro/9788833131177 <https://www.viella.it/libro/9788833131177>

2) Collegando la primavera araba alla lotta antimperialista islamica, la Guida espose le quattro aspirazioni di base: far rivivere l’onore nazionale, dopo decenni di dominio tirannico filoccidentale; ricercare la giustizia sociale e uno sviluppo economico rispettoso dell’identità islamica; resistere all’influenza culturale del capitalismo occidentale e del “governo fantoccio sionista” di Israele, stato crociato estraneo alla cultura mediterranea e del Vicino Oriente. La Guida invitò i sinceri rivoluzionari mussulmani a contrastare i piani dei “nemici esterni” e delle Potenze Arroganti (Nato, Usa, Gb, Francia, Germania, Italia) il cui fine principale era sabotare il Risveglio globale islamico. La conferenza internazionale sul Risveglio islamico di Tehran venne non a caso boicottata, assieme ad occidentali e sionisti, dalle varie Fratellanze mussulmane del Cairo e di Istanbul.

venerdì 8 novembre 2019

LOTTA DI CLASSE E "RIVOLUZIONI COLORATE" di Moreno Pasquinelli

[ martedì 5 novembre 2019 ]


I fatti....



Iraq: il 1 ottobre scoppia a Bagdad, una rivolta popolare, coi giovani in prima fila, contro il carovita, la disoccupazione, l’endemica corruzione. Dopo pochi giorni i rivoltosi, sempre più numerosi malgrado il coprifuoco e le prime vittime, chiedono che il governo se ne vada a casa. Nei giorni successivi la sollevazione si estende al sud, travolgendo proprio le città a maggioranza shiita: Basra, Nassiyia, Najaf, Kerbala. Decine i morti ammazzati dalle forze di sicurezza e da milizie filo-governative, più di mille i feriti.

Ecuador: il 3 ottobre il popolo si solleva contro il paquetazo, il pacchetto di misure anti-sociali sollecitato dal Fondo monetario internazionale che prevede, tra l’altro, l’eliminazione dei sussidi statali ai combustibili e la liberalizzazione del prezzo della benzina e del diesel.

Libano: 13 ottobre, si svolgono enormi manifestazioni inter-confessionali e spontanee contro le misure liberiste di austerità (più tasse e aumento dei prezzi tra cui i combustibili) chieste da FMI e Banca Mondiale quindi adottate dal governo di coalizione presieduto da Hariri e sostenuto anche da Hezbollah. Diventano ben presto proteste politiche contro il regime, la corruzione. Malgrado le dimissioni di Hariri il 29 ottobre, le proteste continuano

Cile: 18 ottobre: la scintilla che ha scatenato la più grande rivolta popolare (anche qui giovani protagonisti) dalla fine degli anni ’60 è scattata subito dopo la legge che aumentava il prezzo del biglietto della metropolitana della capitale, Santiago. Dopo due settimane è diventata una mobilitazione politica per cacciare il il regime neoliberista di Piñera e una nuova costituzione

Egitto: 26 ottobre, al Sisi, dopo la repressione violenta delle proteste di strada, proroga per la decima volta consecutiva lo Stato d’emergenza.


Il giudizio



Domanda: al di là di affinità evidenti, c'è qualcosa di fondo, di universale, che accomuna la grande sollevazione popolare cilena, il successo elettorale dei peronisti in Argentina, le violente rivolte che scuotono il mondo islamico dall’Egitto all’Iraq, passando per il Libano? 

I tratti comuni di queste rivolte, a dispetto dei differenti contesti nazionali, saltano tuttavia agli occhi: la scintilla che da fuoco alle polveri sono le misure austeritarie di impronta neoliberista. I settori popolari che ne vengono colpiti si ribellano, contestano la corruzione delle classi dominanti e dei loro servi politici, velocemente diventano
Bagdad, ottobre 2019
mobilitazioni politiche che chiedono non solo le dimissioni dei governi ma un vero e proprio cambio di regime.

E da che dipende questa affinità? Viene dal fatto che la globalizzazione neoliberista ha ornai afferrato ogni Paese nella sua spirale distruttiva, che essa, come uno rullo compressore, ovunque schiaccia chi sta in basso fino al punto limite oltre il quale non può esserci che la sollevazione generale.

C'è di più, quindi, c'è proprio la dinamica simile. Piccoli fuochi di rivolta urbana, coi giovani come punta di lancia, tendono ad estendersi velocemente a macchia d'olio trascinando nelle strade i ceti sociali oppressi fino alla rivolta popolare generale che ben presto, da difensiva, diventa politica e offensiva.

V'è infine un'altra caratteristica comune ed un segno che contraddistingue il tempo che viviamo: il simbolo che dappertutto queste masse utilizzano ed in cui si riconoscono è la rispettiva bandiera nazionale.

Impossibile non vedere l'elemento di fondo, universale, che accomuna tutti quanti questi tumulti: la lotta di classe, quella, per quel cane-mai-morto di Carlo Marx rappresentava, in ultima istanza, la forza motrice della storia. E la storia in effetti si va rimettendo in moto, con la differenza che il ritmo della sua danza ricomincia ad essere dettato non da chi sta in alto bensì da chi sta in basso.

Giusto discutere di cosa sia ancora vivo e cosa sia morto della teoria marxista. Di sicuro è morta la tesi operaista che per lotta di classe intendeva solo quella tra operai salariati (metafisicamente portatori di progresso) e capitale (ontolgicamente parassita). La lotta di classe, invece, è un fenomeno per sua natura polimorfa, che quindi può assumere, a seconda del momento storico, della struttura sociale e delle tradizioni spirituali di un dato Paese, aspetti, dinamiche e modi di essere anche molto diversi, ma sempre essa ha la medesima sostanza: i dominati si ribellano ai dominanti e premono per la loro emancipazione. 

Malgrado questa verità sia evidente v'è chi si ostina a negarla.
Beirut, ottobre 2019

Non parliamo qui dei liberali o dei fascisti, per i quali il rifiuto della lotta di classe è punto dogmatico di dottrina. Entrambi sono infatti, non solo geneticamente anti-egualitari. Entrambi sono accomunati dalla medesima idea per cui la storia non la fai mai la "plebaglia", bensì i grandi condottieri, le élite aristocratiche degli ottimati, o le grandi potenze.

Parliamo di diversi amici i quali inneggiano a queste rivolte fino a quando puntano contro quelli che considerano "governi nemici", e le condannano come "rivoluzioni colorate" quando esse contestano "governi amici". Viva la sollevazione cilena o ecuadoregna dunque, ma abbasso quella irachena o libanese. Essi equiparano infatti le rivolte in Iraq e Libano a quelle di Hong Kong o alle mobilitazioni contro Maduro in Venezuela o contro Evo Morales in Bolivia, addirittura ad EuroMaidan in Ucraina.

Entra quindi in ballo la geopolitica, con tutti i suoi accecanti automatismi. 

Facciamo degli esempi. Dal fatto che si debba difendere la Russia putiniana dalle evidenti provocazioni USA-NATO se ne deduce che ogni protesta sociale che avvenga in Russia non solo sia per sua natura disdicevole, è pressoché scontato che dietro vi siano gli americani, e che i sobillatori siano al soldo della CIA. Non conta, agli occhi dei geopoliticisti, che chi protesta rivendichi legittimi diritti, non conta che la situazione per le classi subalterne sia intollerabile, non conta che il governo putiniano segua una politica sociale sostanzialmente liberista. Essi vedono solo un aspetto della politica putiniana, dimenticando tutti gli altri. Con queste lenti distorte non vogliono vedere le intollerabili ingiustizie sociali, rifiutano di considerare l'esistenza di un'oligarchia capitalista che fa il bello e il cattivo tempo. 

Dicendo questo noi vogliamo forse negare che nell'opposizione al putinismo vi siano forze al soldo dei nemici imperialisti occidentali della Russia? Ovviamente no, diciamo che va fatta un'analisi concreta della situazione concreta, che è doveroso distinguere il grano dal loglio, ovvero stabilire quale sia la "natura di classe", sociale e politica, di una data protesta, di una data opposizione. La geopolitica, le dinamiche ed i conflitti internazionali, non possono cancellare quelli interni ad ogni singolo paese. Non geopolitica o lotta di classe, bensì geopolitica e lotta di classe. L'uno aspetto non sopprime l'altro.

Così ad esempio non ci sfugge affatto che le violente rivolte a Hong Kong, iniziate a maggio contro il governo locale sostenuto da Pechino, per quanto massicce, siano di
Santiago, ottobre 2019
natura reazionaria e filo-imperialista. E poco importa stabilire se i suoi leader siano o meno su libro paga della CIA; parlano le loro rivendicazioni separatiste, parlano i simboli, parla il fatto che esse siano 
animate non dai subalterni ma dai pupilli della borghesia della ex-colonia inglese.

Di converso sono chiare le cause sociali delle rivolte di massa in Iraq e in Libano. Negare la loro genuinità e la loro legittimità, giungendo addirittura a giustificare la repressione (sanguinosa nel caso iracheno), fallita in quello libanese, è cosa inaccettabile. Anche in questo caso l'argomento di chi condanna le rivolte popolari in Iraq e Libano usa un solo argomento: siccome l'Iran svolge una funzione positiva di contrasto all'imperialismo nordamericano, e dal momento che l'indegno e corrotto governo di Bagdad è sostenuto da Tehran e che il governo Hariri c'è Hezbollah, ogni sollevazione sociale delle classi subalterne è illegittima, peggio, ogni sollevazione sarebbe una "rivoluzione colorata al servizio dei nemici dell'Iran".

Ci viene alla mente quanto Mao Zedong disse, se non erro nel 1955, a proposito della frazione filo-sovietica avversaria nel suo partito: "Per questi compagni le scoregge dei russi profumano". Per i filo-iraniani il fatto che Teheran sotto la minaccia di aggressione, giustifica ogni porcheria politica del regime.

Chi afferma oggi queste posizioni sono gli stessi che al tempo (2011-12) liquidò le "primavere arabe" come "rivoluzioni colorate". Tra questi si annoverava il compianto Costanzo Preve, che in quel frangente abbracciò in toto i paradigmi del geopoliticismo.

Ne nacque una polemica  teorica — GEOPOLITICA E ANTIMPERIALISMO: LA POLEMICA TRA COSTANZO PREVE E MORENO PASQUINELLI — che alla luce degli odierni accadimenti riteniamo valga la pena di essere segnalata.


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lunedì 30 settembre 2019

FRONTE SOVRANISTA ITALIANO di Moreno Pasquinelli

[ lunedì 30 settembre 2019 ]

L'area che a vario titolo si definisce "sovranista" è purtroppo divisa e litigiosa. Noi, che di tentativi unitari ne abbiamo fatti diversi, ne sappiamo qualcosa.
Ora è il momento della polemica tra Francesco Amodeo e Diego Fusaro da una parte, e Stefano D'Andrea del Fronte Sovranista Italiano (FSI) dall'altra.
Fusaro e Amodeo criticano il FSI di avere una visione settaria ed eliocentrica dell'area "sovranista". Stefano D'Andrea, nella sua farraginosa risposta ai due, conferma questa pretesa, suggellata dal recente rifiuto di aderire alla manifestazione del 12 ottobre LIBERIAMO L'ITALIA, motivo apparente che non si potranno esporre bandiere di partito.



Sbaglia chi pensa che sia la polemica teorico-politica la causa della divisione. Il confronto ed anche lo scontro, quando si hanno idee e concezioni diverse, è inevitabile e, ove esso sia condotto con onestà intellettuale, utile a mettere a fuoco per eventualmente superare le stesse divisioni. Ciò che pregiudica l'auspicabile unità contro il comune nemico sono semmai le critiche pretestuose e prive di sostanza. E' con questo spirito che torniamo a dare un giudizio sul FSI. Decideranno i lettori se si tratta di critiche legittime o infondate.

Ontogenesi del FSI



Stefano D'Andrea (d'ora in avanti SD'A) iniziò la sua carriera politica nell'autunno 2011, grazie all'oramai storica assemblea "Fuori dal debito! Fuori dall'euro", svoltasi a Chianciano Terme il 22 e 23 ottobre 2011. La stessa assemblea in cui Alberto Bagnai si affacciò nel piccolo (allora) mondo no-euro. Conoscemmo D'Andrea nell'agosto di quell'anno quando era già noto il testo che convocava l'assemblea. Accettammo volentieri di farlo salire a bordo.


Il momento di alta tensione che si viveva in quelle settimane (nel novembre 2011 avvenne il golpe bianco da cui nascerà il governo Monti), nonché il successo dell'assemblea ci spinse a lanciare nel novembre successivo SALVIAMO L'ITALIA - appello al popolo lavoratore, manifesto da cui nacque il Movimento Popolare di Liberazione. SD'A era tra i promotori.

Le strade con SD'A, solo dopo un paio di mesi di cooperazione (novembre 2011), si divisero. 

Sarà utile segnalare quali furono punti di dissenso tra noi e lui, poiché proprio in quella diatriba Sd'A precisò il suo pensiero e getto le premesse di quello che poi sarà il FSI. Tutto si può dire infatti di Sd'A meno che egli non sia un tipo pervicace, di una coerenza che tracima in ostinazione. Sia chiaro, in tempi come questi, con voltagabbana da ogni lato, meglio essere testardi che quaquaraqua. L'ostinazione tuttavia, se non è temperata da spirito autocritico e senso di misura, può tracimare in un'arroganza autocefala.


Lanciato assieme l'Appello (seconda settimana di novembre) si decise di elaborare un vero e proprio Manifesto per il Movimento Popolare di Liberazione. Con nostra grande sorpresa  Sd'A si mise di traverso rimettendo in discussione punti che sembravano assodati:
(1) Sd'A si oppose, già nel titolo dell'appello ad usare la locuzione "popolo lavoratore". Per Sd'A la locuzione era "divisiva". Secondo lui, occorreva un "Fronte patriottico antiglobalista", per rivolgersi indistintamente a ricchi e poveri, oppressi e oppressori, inclusi ed esclusi, bastava che fossero italiani. Del tutto inutile fu dirgli che stavamo fondando un nuovo movimento politico, non un fronte unito, che quindi bisognava distinguersi non solo da certa sinistra ma pure dalle destre populiste; che per noi rivolgersi al popolo lavoratore significava parlare alla maggioranza che davvero subiva il regime d'oppressione euro-liberista; che quel suo rifiuto implicava infine una rimozione del concetto di lotta di classe.  
(2) Sd'A respinse l'utilizzazione sia dell'idea di "rivoluzione democratica" che di quella di "sollevazione popolare". Per la precisione: «Io, oggi, non ho alcuna intenzione di sprecare un briciolo del mio tempo per promuovere una sollevazione popolare». Per lo Sd'A ogni appello alla mobilitazione diretta del popolo era un pericoloso sovversivismo. Per lui si doveva uscire dalla gabbia euro-oligarchica seguendo una strategia gradualista e parlamentare. 
(3) Sd'A si oppose infine con estrema durezza — ricordiamo che stiamo parlando del Manifesto fondativo di un nuovo soggetto politico — anche solo di  evocare la parola "socialismo". Ogni prospettiva di fuoriuscita dal capitalismo era aborrita: ci si doveva limitare a riconquistare la sovranità nazionale, punto e basta. Il nostro condiva infine il suo discorso con una stucchevole e mitologica nostalgia della "prima Repubblica". Inutile fu rammentargli quanto Gramsci scriveva sulla necessità che le classi subalterne dovessero diventare dirigenti della nazione, o che la sua "prima Repubblica", fino a quando le masse popolari non irruppero sulla scena negli anni '60, essa fu per loro un inferno di ingiustizia.
Chi conosce il FSI può facilmente capire come buona parte del suo attuale patrimonio genetico era scritto in quanto Sd'A sostenne allora. 

La pretesa "dottrina" sovranista 


Ebbene, nella sua replica a Fusaro e Amodeo lo Sd'A la fa lunga ma il succo è che rivendica con orgoglio il suo modus essendi e operandi settario, precisando altresì che FSI è deciso ad andare avanti da solo e che non gli interessa né conquistare l'egemonia nel campo patriottico, né tantomeno fare alleanze con altri gruppi sovranisti, al massimo solo "collaborazioni" in vista di scadenze elettorali — torneremo su questa storia delle elezioni visto che per il nostro sono una vera e propria ossessione paranoica. Come se non bastasse lo Sd'A sale in cattedra dispensando con sicumera voti a destra e a manca (non senza, ancora una volta, tirando in ballo anche noi) su chi è più bravo e ovviamente per confermare che FSI ce l'avrebbe più lungo

Beninteso il nostro dice anche cose condivisibili, quali la sua insistenza sulla necessità di un partito ben strutturato, di militanti preparati e disciplinati, di uomini e donne che sfuggano alle patologie narcisistiche e individualistiche della post-modernità.

La domanda però è: di che partito lo Sd'A sta parlando? Quale la sua natura? Quale la sua visione del mondo? Quale la sua teoria politica? Quale il suo programma? In otto lunghe pagine egli si guarda bene dal dircelo. Vittima della tipica deformazione professionale del giurista per il nostro le regole sono tutto, di qui il suo puntiglioso formalismo. Di che partito sia il FSI il nostro ce lo dice da un'altra parte, alfa e omega sarebbe il "sovranismo":
«Il sovranismo è una dottrina che, recuperando il meglio delle istanze provenienti da quei sei fattori culturali, intende eliminare il principio di concorrenza e ri-costituire un equilibrio, se non armonico, almeno stabile e giusto, tra la libera iniziativa privata e gli altri valori che furono difesi dai sei fenomeni culturali segnalati». 
Quali siano questi sei fattori culturali Sd'A, tenetevi forte, lo spiegava poco più avanti: 
«liberalismo, religione, socialismo, nazionalismo, riformismo socialdemocratico e keynesismo». 
Come possa venir fuori una "dottrina" da questo minestrone sconclusionato solo Dio lo sa. Sta di fatto che Sd'A ha plasmato un bizzarro animale a sei teste, che solo lui può immaginare guardino nella stessa direzione. Ma è chiara l'illusione: un partito "sovranista" piglia-tutto. Il nostro propone di "Recuperare il meglio" guardandosi bene dal dirci in cosa questo "meglio consista". Detto che il "comunismo" — en passant, il movimento politico di massa più grande della storia umana — non è nella lista: di quale
liberalismo si parla? Di quale socialismo? Di quale keynesismo? Di quale religione? E di quale nazionalismo — anche quello fascista e/o imperialista? 

Il succo di questo guazzabuglio tra diavoli e acque sante sarebbe "l'eliminazione del principio di concorrenza e l'equilibrio tra la libera iniziativa privata e i valori che furono difesi dai sui fenomeni culturali segnalati". Un po' poco, con tutta evidenza, per parlare di "dottrina", tant'è che la "cosa" che potrebbe mettere d'accordo stalinisti, socialdemocratici, fanfaniani e financo i fascisti.

Sintomatico come i militanti del FSI la facciamo semplice e interpretino questa  "dottrina" a geometria variabile. Sentiamone uno. "Sovranismo" sarebbe:
«... il primato dello stato sul privato, la proprietà pubblica dei servizi strategici, la pianificazione economica orientata all’utilità sociale, i diritti del lavoro, lo stato sociale».
Quindi un altro
«Il sovranismo è l’istanza di riconquista della sovranità da parte del popolo e dello stato ricollocando la Costituzione del ’48 al vertice dell’ordinamento giuridico».
La diamo per buona ma... Forse che solo il FSI difende questi principi? Ovvio che no. Essi sono anzi oggi difesi dalle diverse correnti ideologiche del "sovranismo". Ciò per dire che questi principi sono abbastanza affinché queste correnti facciano fronte e si alleino contro il nemico comune, del tutto insufficienti per fondarci sopra un partito. E prendiamo pure per buono come il FSI si autodefinisce di recente dopo anni di ambiguità: un partito socialdemocratico. La montagna ha partorito il topolino.



Plutonismo versus Nettunismo



E qui veniamo ad una delle stramberie del FSI: come spiega Sd'A nella sua risposta a Fusaro e Amodeo: "collaborazione sì, alleanza no". Il nostro tenta di spiegare dove sia la differenza, e la risposta rassomiglia come una goccia d'acqua il patetico mantra grillino ("accordi sì alleanze no"), per non dire che l'insopportabile spocchia di considerarsi i "veri sovranisti" riporta alla mente quella del Marchese del Grillo: "Io so io, e voi non siete un cazzo".

Questa chiusura del Fronte Sovranista Italiano al fronte dei sovranisti italiani risiede in un argomento ben preciso, che Sd'A scolpisce con nettezza nella sua risposta:
«la prospettiva della liberazione e dell'indipendenza dell'Italia" è un obiettivo lontano; ci troveremmo ad agire come i patrioti nel 1816 e nel 1821 o nel 1831 o nel 1849, non nel 1860". 
L'analogia, com'è evidente, è tra la lotta d'indipendenza e quella odierna per uscire dalla Ue. Sorvoliamo sulla grottesca lotteria delle date — fa differenza e come! essere 45, 30 o 12 anni dalla meta. Per Sd'A i tempi dell'uscita sono lunghi, anzi lunghissimi. E siccome non c'è urgenza (vallo a dire al popolo lavoratore che pena e soffoca sotto la cappa dell'ordoliberismo!), si proceda con la propaganda apostolare a scopi di proseltismo. 

Su quali basi egli fondi questa sua granitica convinzione a noi non è mai stato chiaro. Forse l'avrà spiegato ai suoi in camera caritatis. Sbaglieremo ma a noi pare che Sd'A, invece di attrezzare l'organizzazione ai tempi ed alle dinamiche storico-sociali reali compia l'operazione inversa, quella di coartare i processi sociali e politici oggettivi ai tempi necessari al FSI per diventare il partito egemone della nazione. Dietro ad un'apparente saggezza siamo all'apoteosi del soggettivismo.

Per chi scrive, ed è in buona compagnia, questa Unione europea ha invece fondamenta fragili, è un condensato di irresolubili contraddizioni, e non sopravviverà ad un'altro scossone come quello del 2010-11. Anche ammesso che la Ue fosse in grado di resistere ad una nuova grande recessione (con inevitabile esplosione finanziaria), non ne uscirà a 28 ma perderà diversi pezzi, e tra questi pezzi c'è il nostro Paese. Dei "sovranisti" con i piedi per terra dovrebbero quindi attrezzarsi alla rottura prossima dell'Unione — di qui la necessità di un fronte patriottico comune o nuovo CLN — onde evitare che l'uscita sia pilotata dalle destre liberiste.

La questione ci riporta all'idiosincrasia di cui sopra dello Sd'A all'idea della "sollevazione popolare". Dietro c'è, a ben vedere, una concezione della storia. Il nostro è agli antipodi della visione marxiana per cui le rivoluzioni sono il motore della storia, ed è prigioniero di una visione darwiniana dell'evoluzione storica, per cui essa procede per passaggi lenti, graduali e progressivi. Tesi, corre l'obbligo di notare, contestata dai sostenitori della "evoluzione punteggiata", per cui le modificazioni avvengono di colpo, in seguito a catastrofi e radicali modificazioni ambientali. Stessa musica tra i geologi, divisi tra plutonisti che parlano di cambiamenti graduali del pianeta e nettunisti, che sostengono, al contrario, che la Terra sia cambiata anzitutto a causa di eventi singoli cataclismatici. 

Sia come sia non ci sarà alcuna uscita indolore dall'Unione europea: essa sarà il frutto o di un suo multilaterale e doloroso collasso geopolitico o di una rottura unilaterale non meno devastante.

Nella sua risposta Sd'A ripete almeno venti volte (come del resto aveva sempre ribadito) che l'asse della strategia del FSI è quello elettorale. La capacità egemonica di un partito si misura per il nostro dai voti che prende. Dai voti che ottiene si misurano la sua forza, il suo valore, la credibilità. Ed in effetti, quando  Sd'A si vanta delle "mille azioni" compiute dal FSI intende non azioni di lotta popolare basate sul protagonismo dei cittadini, bensì esclusivamente banchetti, rinfreschi, raccolte di firme per presentare le sue liste, ovviamente comizi dove queste liste è riusciti a presentarle. L'essere riusciti a presentarsi in qualche elezione alimenta la sua iattanza.


Siccome ci si dice che le elezioni sarebbero il parametro fondamentale della strategia di un partito "sovranista, si è obbligati ad andare a vedere come sta messo davvero il FSI.

Con la lista “Riconquistare l’Italia”, il FSI si presenta per la prima volta in elezioni importanti alle regionali del Lazio del 4 marzo 2018. Benché presente in tutte le provincie il risultato è disastroso. Risultato: il candidato presidente (Stefano Rosati) ottiene lo 0,16% arrivando 9° su nove candidati, mentre la lista, con lo 0,10% arriva 19° su 19.

Il 22 ottobre 2018 è la volta della provincia di Trento, nell’ambito delle elezioni regionali del Trentino. In questa provincia il risultato è simile a quello del Lazio. Sia la lista che il candidato presidente (Federico Monegaglia) ottengono lo 0,10%. Risultato: il candidato è 11° su 11, la lista 22° su 22.

Il 10 febbraio 2019 si tengono le tante volte annunciate annunciate come la prova del nove dallo Sd'A, elezioni regionali in Abruzzo. Le truppe del FSI risultano disperse nella Marsica, nessuna lista.

Il 26 maggio si vota per le regionali a Pescara, città dove l'FSI ha forse il gruppo più numeroso e agguerrito. Ebbene qui c’è il "boom" di Riconquistare l’Italia: i candidato sindaco, Gianluca Baldini, arriva 7° su 8 (0,77%). La lista è 16° su 17 (0,67%).


Ora è la volta delle regionali in Umbria, dove, a meno dell'intervento della Divina Provvidenza, la musica non sarà diversa. Come potrebbe del resto andare diversamente quando in quella regione si getta avventuristicamente nella mischia un numero talmente esiguo di militanti che al massimo potrebbero presentare una lista in un comune diecimila abitanti?

Di questo passo, ad andar bene, ammettendo una progressione aritmetica, il FSI ci metterà dagli ottanta ai cento anni per diventare egemone, salire al potere e "far uscire  l'Italia dalla Ue per recesso". Sd'A dovrebbe quindi rifare i conti, poiché non saremmo "nel 1816 e nel 1821 o nel 1831 o nel 1849", ma a prima della Rivoluzione francese.

Non ce ne vorranno gli amici del FSI ma la cosa ci fa venire in mente il noto aforisma di Keynes: "Sul lungo periodo saremo tutti morti", FSI compreso.



Per chi ne voglia sapere di più qui gli articoli in cui, negli anni, abbiamo parlato dell'ARS e del FSI:

SOVRANISMI (DI SINISTRA, DI DESTRA... E DI CENTRO) di Moreno Pasquinelli
A QUELLI CHE I DIRITTI CIVILI... NO di Moreno Pasquinelli

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