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martedì 18 dicembre 2018

GLOBAL COMPACT

[ 18 dicembre 2018 ]

Sulla vicenda del Global compact, a causa del ritiro dei ministri da parte dell'Alleanza neo-fiamminga, è caduto il governo belga di Charles Michel.

Difficile che accada anche a quello giallo-verde, malgrado sulla questione leghisti e grillini siano formalmente divisi. Alla fine si vocifera che Di Maio e Salvini troveranno la quadra. Ma c'è un ma...


Il "ma" si chiama Roberto Fico, il grillino presidente della Camera non ha fatto misero che per lui il Global compact andrebbe firmato. Fico potrebbe imporre il voto sulle due mozioni che sono agli atti: la prima di Fratelli d'Italia (contro) e l'altra, a favore, presentata dal Pd.

Vedremo nelle prossime ore come andrà a finire, se prevarrà la mediazione tra Di Maio e Salvini o se, invece, la spunterà Fico mettendo ai voti le due mozioni, la qual cosa potrebbe segnare il voto contrapposto tra i gruppi parlamentari pentastellati e leghisti. Sarebbe il colmo se dopo tutto lo psicodramma della trattativa con Bruxelles sulla Legge di bilancio, il governo giallo-verde dovesse saltare proprio su questa... buccia di banana.

Ma cos’è il Global Compact sull’immigrazione adottato a Marrakech il 10-11 dicembre e sottoscritto da oltre 190 Paesi? — Non lo hanno firmato gli Stati Uniti, i Paesi del Gruppo di Visegrád (Polonia, Repubblia Ceca, Slovacchia, Ungheria), l'Austria, la Bulgaria, e la Svizzera.

Chiariamo, anzitutto, che non si tratta di un documento prescrittivo, non obbliga gli Stati al suo rispetto pena sanzioni. Il problema è che oltre alle buone intenzioni (contrasto alla xenofobia e al razzismo) esso si dichiara apertamente in favore alla globalizzazione e contiene esplicita l'esortazione che al di sopra degli stati nazionali debba esserci un potere sovrano a carattere mondiale. 

Quando poi tratta delle cause delle migrazioni, non contiene la minima condanna all'imperialismo ed al suo carattere predatorio e neocolonialista. Di qui l'affermazione che "le genti hanno il diritto di muoversi e di emigrare", quindi obbligando i paesi ospitanti e di transito a fornire ogni tipo di sostegno affinché tale diritto venga rispettato. Da segnalare che questa obbligazione riguarda tutti i migranti, quindi non solo i  rifugiati e/o gli esuli politici.

Un "patto" quindi in classico stile ONU: le pie intenzioni, in quanto tali condivisibili, servono a camuffare l'avallo alle politiche neoliberiste del grande capitalismo globale, a cui serve non solo abbattere ogni barriera alle scorrerie (libero scambio) dei capitali, serve per abolire ogni barriera alla "libera" deportazione della forza-lavoro umana per spostarla dove è più conveniente al capitalismo.

LA FRANCIA CHIAMA, L'ITALIA RISPONDE


mercoledì 12 dicembre 2018

UTILI IDIOTI di Carlo Formenti

[ 12 dicembre 2018 ] 


In un lungo articolo (The Left Case against Open Borders) apparso sulla rivista American Affairs, Angela Nagle (giornalista, saggista e collaboratrice di Jacobin) riflette sull’amnesia che ha colpito le sinistre radicali angloamericane (ma il discorso vale anche per le nostre) in merito alle posizioni storiche del movimento operaio sul fenomeno delle migrazioni. Qui di seguito ne traduco liberamente alcuni stralci, aggiungendo alcune considerazioni finali.
Carlo Formenti


* * * 

A proposito del Muro di Berlino Ronald Reagan affermava che qualsiasi ostacolo alla mobilità delle persone è una minaccia per l’intera umanità. Da allora le barriere alla circolazione dei capitali e della forza lavoro sono crollate in tutto il mondo, si è annunciata la fine della storia, e decenni di globalizzazione egemonizzata dagli Stati Uniti si sono susseguiti.

Reagan e i suoi eredi di destra e sinistra hanno usato la stessa retorica trionfalista per scavare la fossa ai sindacati, deregolamentare la finanza, promuovere l’outsourcing e affrancare i mercati dal peso degli interessi nazionali.

Da sinistra hanno lottato contro questa visione movimenti come i No global e Occupy Wall Street ma, non disponendo di potere contrattuale, non hanno ottenuto alcunché. Oggi i movimenti più visibili contro la globalizzazione sono quelli che assumono la retorica anti migranti, come Trump e altri populismi. La sinistra, dal canto suo, non sa fare altro che reagire a tutto ciò che Trump dice e fa.

Il discorso no border, un tempo appannaggio esclusivo di liberisti e anarcocapitalisti, è divenuto mainstream, dal momento che nessun partito di sinistra è capace di fare proposte concrete per una società senza confini, limitandosi a copiare gli argomenti liberisti, senza chiedersi quali sono le conseguenze di flussi migratori illimitati su sanità pubblica, educazione, posti di lavoro. ecc.

Durante le primarie democratiche del 2016, a un giornalista che gli chiedeva se fosse a favore della politica no border, Bernie Sanders replicò di ritenerla appannaggio della destra liberista, il che gli procurò l’accusa di avere le stesse idee di Trump (accusa che si è beccato anche Corbyn, a conferma che la madre degli idioti è sempre incinta, nota mia).

L’adozione della politica no border da parte della sinistra è una novità assoluta, dato che a sostenerla era sempre stata la destra, per le stesse ragioni per cui si oppone alla limitazione dei movimenti di capitale.


In assenza di un potente movimento operaio, la sinistra è rimasta “radicale” nella sfera della cultura e delle libertà individuali, ma non sa offrire di meglio che impotenti lagnanze in tema di diritti sociali.
Così i benpensanti di sinistra divengono utili idioti al servizio del big business.

La globalizzazione genera un circolo vizioso: le politiche liberiste distruggono l’economia di intere regioni del mondo da cui provengono le migrazioni di massa, ciò che, da un lato, impoverisce ulteriormente il potenziale dei Paesi di origine, dall’altro deprime i salari dei lavoratori dei Paesi di destinazione (…)

La prima causa delle migrazioni dal Messico agli Usa sono stati gli effetti dell’accordo NAFTA di libero scambio il quale obbligava i contadini messicani a competere con l’agricoltura americana (…) il Messico ha perso migliaia di allevamenti suini e coltivazioni di granoturco e, quando il prezzo del caffè è sceso sotto il costo di produzione, il NAFTA ha impedito interventi statali per salvare i coltivatori. Dal 2002 i salari messicani hanno perso il 22% malgrado la produttività del lavoro sia aumentata del 45%.

Oggi il Messico è uno dei maggiori esportatori di lavoratori altamente qualificati per cui la sua economia soffre anche di un persistente deficit di lavoro qualificato. Analogamente ci sono più medici etiopi che lavorano a Chicago che in tutta l’Etiopia (un Paese di 80 milioni di persone).

Per tacere del fatto che l’Occidente incassa dall’Africa molti più soldi in interessi sul debito di quelli che invia in “aiuti” in quel continente…

Gli argomenti della Nagle non abbisognano di ulteriori commenti, mi limito ad aggiungere poche parole sul perché giudico l’accusa di utili idioti che la giornalista rivolge alle sinistre fin troppo tenera. Dietro il “buonismo” (roba da Dame di San Vincenzo più che da militanti politici) su cui si fonda la visione no border, si nasconde la totale incapacità di riconoscere e combattere le cause di quell’immondo, ulteriore saccheggio che l’Occidente imperialista commette a danno dei popoli periferici e semiperiferici, espropriandoli delle migliori risorse umane.

Perché non si parla della necessità di estinguere il debito di quei Paesi e di trasferire loro (gratuitamente e non a interessi da strozzinaggio!) capitali, tecnologie e infrastrutture, piuttosto che di accoglierne indiscriminatamente le masse in fuga dalla miseria, aggravando ulteriormente le condizioni delle classi popolari occidentali colpite dalla crisi e alimentando guerre fra poveri?

Non sarà perché: 1) chi esalta il no border appartiene a strati di classe che non ne pagano il prezzo sulla propria pelle; 2) quegli stessi strati di classe non accetterebbero mai di vedersi ridurre reddito, status e privilegi come conseguenza degli effetti collaterali di massicci trasferimenti di risorse al Sud.
Insomma: non solo utili idioti, anche piccolo medio borghesi che preferiscono assistere cristianamente i singoli migranti, piuttosto che allargare i cordoni della borsa per sostenerne i Paesi di provenienza.

* Fonte: RINASCITA!

lunedì 9 luglio 2018

VERONESI CI METTE IL CORPO... NEL POSTO SBAGLIATO di Sandokan

[ 9 luglio 2018 ]

Sandro Veronesi, scrittore e romanziere notissimo, consacrato nel 2006 col Premio Strega per il suo Caos Calmo, ha scritto una straziante lettera a Roberto Saviano.
Ne siamo facilmente entrati in possesso visto che per inviarla non ha usato il postino o una mail bensì il CORRIERE DELLA SERA.

Veronesi, detto che la morte dei migranti davanti alle coste libiche è "atroce" e gli "provoca rabbia, e un'angoscia, che gli toglie il sonno e che fatica a sopportare", ha deciso di "rompere gli indugi" per rivolgere una proposta temeraria a Saviano:
«Andiamo laggiù dove lo scempio ha luogo, e mettiamoci direttamente il nostro corpo... caro Roberto, la nostra civiltà sta andando a picco laggiù».
Propone dunque, dato che in ballo "c'è la differenza tra la vita e la morte", di imbarcarsi
«su una nave delle Ong che incrociano al largo della acque libiche, facendo salire i corpi più importanti del nostro Paese —cioè quelli più valorosi, più ammirati, più amati, più belli, più dotati, più preziosi, più popolari, più desiderati».
Fa quindi alcuni nomi di questi "corpi più importanti, valorosi, ammirati, amati, preziosi, popolari belli e più desiderati": Totti, Checco Zalone, Claudio Baglioni, Federica Pellegrini, Jovannotti, Sofia Goggia, Celentano, Monica Bellucci, Chiara Ferragni, Giorgio Armani.

Non so a voi ma al sottoscritto questa accurata cernita di corpi, questa selezione suscita una certa indignazione. Tutto il rispetto per il sentimento di pietas del Veronesi verso le vittime dei naufragi della bagnarole che partono dalle coste libiche e che faccio mio MA... 

Che col motivo di contrastare l'incontinente Salvini l'appello sia rivolto esclusivamente ad esponenti dell'alta società, al fior fiore del bel mondo, a membri dell'alta società... ciò rivela una mentalità al contempo razzista e classista. Come minimo un atteggiamento elitario, di casta. Un vero e proprio tic dell'intellighentia di sinistra, che non considera e non si rivolge più agli umili, ai semplici, ai proletari i quali, si deve dedurre, non essendo "più belli, più dotati, più preziosi",  non sono quelli "desiderati, ammirati e popolari".

C'è poi un secondo MA.

Lo scopo della missione (beninteso umanitaria e non violenta) è davvero quello di salvare vite umane? In questo caso non è sulle navi delle Ong che occorre salire, visto che intervengono o quando le barche affondano o stanno per affondare. A rigor di logica Il posto in cui andare a "mettere i corpi" sarebbe a terra, sulle coste libiche, per far sì che quelle bagnarole non partano affatto. E' infatti evidente che i migranti vengono stipati all'inverosimile su gommoni e battelli fatti apposta per affondare dopo poche miglia — evidentemente proprio facendo affidamento sui dovuti soccorsi. 
Altrimenti come spiegare che i migranti, con tanto di donne incinte e mamme con bambini, accettano di salire su questi carri funebri galleggianti? Si tratterebbe di pazzi o che essi siano vittima di pulsioni suicide di massa. Evidentemente non è così, di qui il sospetto che il traffico di morte avvenga e funzioni bìnecessariamente da due lati, con la correità della stesse Ong, vuoi che comunichino la loro posizione al largo per poter raccogliere i migranti, o che siano appostate in zone prestabilite. Ma questo non si deve dire, sarebbe politicamente scorretto visto che andrebbe a farsi friggere tutta la commovente retorica umanitaria con cui l'élite addobba le Ong e inonda il mondo dell'informazione. 

Ma sorvoliamo e torniamo alla domanda: perché Veronesi non propone lo sbarco sulla costa per fermare la morte al momento della partenza così da evitare il rischio del naufragio? Egli forse mi risponderà che sulle coste la fanno da padrona criminali muniti di Ak47 e che dunque occorrerebbe opporre loro una resistenza armata, che in questo caso non se ne parla poiché lui e gli altri corpi "più valorosi, ammirati, amati, preziosi, popolari belli e più desiderati", sono convintamente buonisti e non-violenti.

Qui il dubbio che l'appello non sia sincero, che sia solo uno stratagemma per fare scena, per sputtanare Salvini. Il che mi può anche star bene. Quello che non mi sta bene essere preso per il culo.

giovedì 28 giugno 2018

LA PACCHIA È FINITA di Sandokan

[ 28 giugno 2018 ]

«Siamo insegnanti, docenti universitari, scrittori, artisti, attori, registi, economisti, membri della società civile. Denunciamo come anticostituzionale, moralmente inaccettabile e contraria ai più elementari diritti umani la politica sull’immigrazione del governo Salvini-Di Maio. Nel futuro non assisteremo senza opporci con tutti i possibili mezzi legali al respingimento di navi umanitarie, alla minaccia di “censimenti” di tipo etnico-razzista o ad altri fatti di questa gravità».


Così comincia l'appello dei professori e degli intellettuali pubblicato in pompa magna da la repubblica. Quando si dice che tutto fa brodo. Tutto fa brodo per azzoppare e rendere la vita difficile al governo M5s-Lega. C'era da aspettarselo che l'élite eurocratica, sfracellatasi nelle urne il 4 marzo, avrebbe provato a riconquistare l'egemonia perduta tentando di impallinare il governo sulla questione dell'immigrazione. Ho la netta sensazione che si stanno dando la zappa sui piedi.

Il perché è presto detto: quest'appello (ad orologeria) punta al bersaglio sbagliato.
Dovrebbe infatti essere rivolto all'asse Merkel-Macron che, in barba alla "solidarietà europea", tengono non solo chiuse le loro frontiere ma esigono che l'Italia si riprenda i profughi già presenti nei loro paesi e transitati per l'Italia.

Chi sono qui i "razzisti che fanno strame dell'umanità"? Non il governo Conte che al vertice europeo di questa mattina porta una posizione che gli autori dell'appello, tutti europeisti se non addirittura euroinomani, dovrebbero apprezzare assai. Conte andrà infatti a chiedere una "cosetta" semplice semplice: c'è o non un'Unione europea? Se c'è davvero in flussi migratori sono sulle spalle di tutti e l'Italia non può essere lasciata sola.
Detto con una metafora: chi ha voluto la bicicletta pedali!

Uno costernato Federico Fubini, sul CORRIRE DELLA SERA di oggi scrive che:
«Ciò che resta, e potrebbe portare a un veto dell’Italia al vertice europeo, è il problema politico. Per disinnescare la crisi di governo, Merkel ha bisogno che il governo di Roma si impegni a riaccogliere con un consenso automatico chi viene fermato in Germania dopo aver presentato richiesta d’asilo in Italia. Ma la disponibilità del premier Giuseppe Conte al vertice è condizionata a una contropartita: la Germania e gli altri principali Paesi dovrebbero impegnarsi a superare il sistema esistente, che relega la responsabilità per ogni richiedente asilo al primo Paese di arrivo nell’Unione Europea. Poiché l’obbligo legale di salvataggio in mare e di accoglienza in un porto sicuro negli ultimi anni è gravato quasi per intero sull’Italia, ora Conte chiede di rivedere il principio di fondo. Secondo il governo italiano, la responsabilità di gestire le richieste di asilo non può essere solo del Paese di primo approdo. (...) Il problema è che né Merkel, né il presidente francese Emmanuel Macron sembrano disposti (per ora) a questa concessione: per loro dovrebbe restare il cosiddetto sistema di «Dublino III», che consegna gli irregolari ai Paesi di primo ingresso nella Ue. ».
Fubini teme che il vertice europeo sia un fallimento col che verrà fatto secco l'asse Merkel-Macron. E' una buona cosa questa? Oh sì che lo è! Il Re sarebbe nudo.

Se poi Conte avrà le palle di porre il veto italiano ad un accordo fasullo meglio ancora. Un precedente di straordinaria importanza simbolica. Sarebbe la prima volta che Roma non va ai vertici con una posizione sdraiata, succube di Berlino e Parigi. 
Come dire... la pacchia, per lorsignori, è finita.
Vi sembra poco?



venerdì 22 giugno 2018

L'EMIGRAZIONE E IL MARXISMO di Moreno Pasquinelli

[ 22 giugno 2018]



Sinistrainrete ha avuto la cortesia di pubblicare l'articolo di Pasquinelli 
LA FATWA (E LE FESSERIE) DI GIORGIO CREMASCHI. L'articolo ha ricevuto sul quel sito alcuni commenti, a dimostrazione di quanto si sapeva: che a sinistra la posizione sulle 
migrazioni — leggi "frontiere aperte a tutti" —, è considerata IL paradigma da cui tutto dipende. Per la sinistra filantropica esso segna la linea che divide i buoni dai cattivi. Per quella radicale è il paradigma che traccerebbe la distanza tra marxisti e non. Ne è nata una disputa che riteniamo utile far conoscere ai nostri lettori.

*  *  *

Mentre c’è poco da dire a chi approva le fatwe (che qualificano chi le fa) [1], men che meno a chi considera la sovranità un concetto fascista, è invece importante che risponda alle critiche di Mario Galati.

Cosa mi rimprovera Galati? [2] Che non andrei “alla radice” dei grandi flussi migratori. Ove la radice, scopriamo l’acqua calda, è senza dubbio alcuno il saccheggio imperialistico (aggravatosi con l’ultima globalizzazione i.e. con l’uso predatorio della finanza speculativa) dei paesi semicoloniali.

Oddio! Quello mio non era un trattatello sulle migrazioni, ma una più modesta e specifica critica a Cremaschi per smentire l’affermazione che flussi migratori di massa (tanto più dentro una crisi storico-sistemica, non solo di valorizzazione del capitale) non avrebbero alcun impatto deflattivo sui salari ed i diritti dei lavoratori (nonché sui cicli di lotta di classe). 

Riguardo alle cause del fenomeno migratorio restituisco dunque a Galati l’accordo di massima che egli manifesta con la mia chiosa a Cremaschi.Non senza far notare che una posizione autenticamente antimperialista, così come denunciava le “guerre umanitarie”, deve denunciare la demagogia umanitaria che considera la nuova tratta degli schiavi non come un concorso all’impoverimento e allo stato di soggezione coloniale dei paesi dai quali si emigra, ma come un legittimo “diritto” di libertà.

Si tratta, palesemente, di una visione individualistica. Gli antimperialisti dei paesi che conoscono la piaga dell’emigrazione di massa la condannano infatti, se non come diserzione dalla lotta di liberazione, come collusione con le corrotte classi dominanti compratore di quei paesi, che l’emigrazione la facilitano perché così si sbarazzano di una rogna, una rogna chiamata ribellione sociale. Si potrebbe così esprimere un’equazione: più migranti fuggono dai paesi del Sud meno sovversione sociale in loco, più migranti giungono a Nord più difficile costruire un fronte di lotta unitario anticapitalista.

La critica del Galati diventa però un’accusa: esprimerei una “posizione subalterna e corporativa della classe lavoratrice nazionale, non una posizione di classe cosciente e autonoma”.

E perché? Perché sostengo che, nel contesto dato, l’immigrazione di massa non sia sostenibile, e sia necessario regolarla. Non è sostenibile perché, oltre ad avere un effetto deflattivo sui salari e i diritti dei lavoratori, nel contesto dato — austerità, pareggio di bilancio, smantellamento del welfare e dello stato sociale, rispetto dei vincoli ordoliberisti europei — è fattore di emarginazione crescente e sottoproletarizzazione, di spappolamento del tessuto sociale, civile e repubblicano. 

C’è poi un altro aspetto, l’immigrazione di massa è un elemento funzionale alle oligarchie globaliste che usano ogni mezzo per privare le nazioni delle loro sovranità statuali, in conformità al loro disegno di uno spazio giuridico imperiale-libero scambista destinato a sovraodinare gli spazi politici nazionali.

Galati considera inaccettabile regolare i flussi? Tertium non datur: frontiere aperte a tutti, abolizione dei confini, eliminazione di ogni controllo. 

In che senso questo casino (non saprei come altrimenti chiamarlo se non anarco-capitalismo) sia funzionale alla lotta di classe e porti beneficio alla causa rivoluzionaria, per me è un mistero.

* * *

Caro Barone, alquanto bislacca, per non dire opinabile la tua “ironia”. Mi del fascitoide, dunque “social-imperialista” e pretendi che la prenda come una cosa spiritosa..
Non è così che funziona tra gente seria..
Ma il tuo ultimo predicozzo [3], siccome in questa polemica tiri in ballo l’autorità di Marx, merita una risposta.
Ti riferisci alla lettera inviata da quest’ultimo a Sigfried Meyer e August Vogt il 9 aprile 1870, quindi passi al predicozzo dandola “per nota”. Ora, proprio perché, come dici citando Hegel “ciò che è noto spesso non è affatto conosciuto”, è bene andare a vedere le carte e verificare se le tue non siano truccate.

Cosa ci dice Marx nella lettera — che ricapitola quanto contenuto nella circolare del 1 gennaio 1870 del Consiglio generale dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori? Da forse man forte ai pronunciatori di fatwe per cui la terra è quadrata e l’immigrazione di massa non avrebbe alcun impatto su salari? Ovviamente no! Che forse Marx svolge una smielata orazione umanitaria sui “poveri immigrati irlandesi”. Ma figuriamoci!

Il Nostro svolge un discorso tutto politico e strategico sulle condizioni della rivoluzione proletaria in Inghilterra ed afferma (“terzomondista”! esclamerebbero gli operaisti d’antan) che finché il popolo irlandese non insorgerà togliendo così linfa vitale al capitalismo britannico, mai si avrà una rivoluzione sociale in Inghilterra. Sostiene dunque — facendo autocritica rispetto a quanto precedentemente riteneva *— che la liberazione nazionale della “arretrata” Irlanda era la condizione per la vittoria proletaria nella “avanzata” Inghilterra:

«L’avvento della rivoluzione in Inghilterra è la principale ragion d’essere dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori. Il solo modo per accelerare l’avvento è quello di rendere l’Irlanda indipendente».
E’ in questa cornice che Marx, contestualmente, denuncia l’uso divisivo che la classe dominante inglese fa “dei pregiudizi religiosi, nazionali sociali e nazionali” anti-irlandesi per tenere in “uno stato d’impotenza la classe operaia inglese malgrado la sua organizzazione”.

Qual era sul piano dell’azione politica, la conseguenza di questa analisi? Si misero forse i marxisti a costruire associazioni caritatevoli (mutualismo) per dare alloggi e pasti a gratis agli immigrati irlandesi? Per niente! Costruirono in Inghilterra comitati per l’indipendenza irlandese e in Irlanda militavano nel movimento di liberazione nazionale. Perorarono forse umanitariamente i flussi migratori dall’Irlanda verso l’Inghilterra? Al contrario incitavano gli irlandesi a combattere in patria, visto che l’emigrazione era funzionale al capitalismo inglese.
Nella stessa lettera a Vogt Marx scrive infatti:
«Per quanto riguarda la borghesia inglese, essa ha innanzi tutto l’interesse, insieme all’aristocrazia inglese, a trasformare l’Irlanda in un immenso pascolo tale da fornire al mercato inglese carne e lana al più basso prezzo. Essa ha ugualmente interesse a ridurre con l’espulsione violenta e l’emigrazione forzata, la popolazione irlandese ad un numero così piccolo che il capitale inglese (investito nella terra data in affitto ai fittavoli) possa là funzionare in tutta sicurezza».
Dunque: l’emigrazione di massa è funzionale al capitalismo imperialista sotto un duplice profilo. E’ necessaria al centro schiavista per avere un esercito industriale di riserva, forza lavoro a basso costo e senza diritti, per calmierare i salari e accrescere quindi il tasso di sfruttamento. Al lato delle periferie serve per tenere meglio soggiogati i paesi semicoloniali, ciò che si ottiene deportando la loro gioventù, privandoli così della loro più importante forza produttiva. L’emigrazione di massa, come lo schiavismo al tempo, è uno dei meccanismi principali del saccheggio imperialista del “terzo mondo” nonché mezzo per disattivare i movimenti di liberazione.

Ergo: al netto della lotta senza quartiere contro xenofobia e razzismo, i rivoluzionari, per le ragioni opposte alle borghesia predatrice cosmopolitica, sono contro l’emigrazione (deportazione) di massa. Marx (per chi lo conosce davvero) avrebbe riservato il massimo disprezzo agli araldi della deportazione, peggio ancora ove essi camuffassero la cosa, come i preti, dietro a motivi filantropici e morali.

Ps
Noto che, sempre “facendo dell’ironia”, mi accusi di far parte della “sinistra cattivista, nazionalista-listiana”. E così tiri in ballo anche l’economista tedesco Friedrich List, contro cui il giovane Marx libero-scambista scagliò i suoi strali. Davvero interessante. Il Barone è un libero scambista. Faccio notare che Marx farà autocritica rispetto al suo primigenio liberoscambismo e giungerà alla posizione di List, che il libero scambismo era una frode dei paesi più forti per soggiogare e depredare quelli più deboli e industrialmente meno avanzati. Ma capisco: solo una mentalità libero-scambista può perorare le migrazione di massa, scambiando l’atto della deportazione schiavistica come un diritto umano. Evviva la libertà di essere deportati!


* «Astraendo da tutti i discorsi sulla giustizia “internazionale” ed “umanitaria”… è questa la mia convinzione. Per lungo tempo ho creduto che fosse possibile rovesciare il regime irlandese mediante l’ascendenza della classe operaia inglese». Ho sempre sostenuto questa tesi sul New York Tribune. Uno studio più approfondito i ha convinto del contrario. La classe operaia inglese non farà mai nulla prima che si sia riusciti a disfarsi del problema irlandese. La leva si deve applicare in Irlanda. Per questo motivo la questione irlandese è così importante per il movimento sociale in generale.

(Lettera di Marx a Engels del 10 dicembre 1869)


NOTE

[1] Scrive Eros Barone:

«Approvo "la fatwa di Giorgio Cremaschi" (espressione talmente insulsa, per la grettezza piccolo-borghese che rivela, da qualificare perfettamente chi l'ha usata) nei confronti dei socialsciovinisti, 'vulgo' rosso-bruni. E l'approvo pur avendo spesso dissentito dalle valutazioni e dalle scelte di Giorgio Cremaschi, il cui percorso politico e intellettuale tuttavia, per la coerenza e la radicalità dello 'spirito di scissione' che lo caratterizzano, non può non suscitare il massimo rispetto. Ciò detto, occorre ribadire che il populismo è intrinsecamente reazionario, perché promuovendo gli interessi economici di una determinata frazione della borghesia, a cui subordina quelli delle classi subalterne mediante un ‘mix’ di concessioni limitate e di demagogia nazionalista, fa leva non sul fattore di classe (= conflitto verticale e blocco progressivo) ma sulla nozione interclassista di popolo (= conflitto orizzontale e blocco neocorporativo): ciò implica che non esista una variante genetica 'di sinistra' di questo ircocervo e, se qualcuno si illude che esista, mi dispiace per lui ma è quella che, 'mutatis mutandis', si incarnò, se non nelle SA di Römer e di Strasser, nell’ideologia e nell’azione di Nicola Bombacci, ex socialista, ex comunista, fascista e repubblichino, nonché estensore della Carta di Verona. Il populismo converge pertanto, sul piano ideologico, economico e sociale, con la concezione fascista, rispecchiata, in una certa misura, dal linguaggio ibrido del governo Di Maio-Salvini. Il populismo è un fattore aliorelativo dell’europeismo, che gli ha spianato la strada e di cui costituisce l’altra faccia (i riconoscimenti elargiti da Salvini a Minniti sui temi della sicurezza e dell’immigrazione, così come al governo Gentiloni per le politiche del lavoro lo attestano inequivocabilmente): l’uno genera, alimenta e riproduce l’altro (il paradosso si spiega tenendo conto che sono entrambi al servizio di un’unica classe, anche se esprimono gli interessi di due frazioni confliggenti di essa). Il populismo, come dimostrano le misure fiscali e lavorative che propone (l’introduzione della regressiva e antipopolare ‘flat tax’ e il ripristino dei ‘voucher’), si atteggia ad ‘amico’, ‘avvocato’, ‘difensore’ del popolo, ma è in realtà un ‘falso amico’ del proletariato, un rappresentante della piccola e media borghesia reazionaria e un vassallo, ancorché riottoso e instabile, della grande borghesia. Se quanto precede è esatto, ne consegue che i sintagmi di “sinistra patriottica” (Leonardo Mazzei) e/o di “patriottismo laburista” (Giulio Sapelli) sono, nella fase attuale, lustre che coprono ben altra mercanzia (= fascistizzazione). In un regime capitalistico e in un contesto inter-imperialistico non esiste un ‘interesse nazionale’ in cui la classe operaia possa riconoscersi, l’unico interesse imposto e prevalente essendo quello della borghesia imperialista. Donde consegue che non esiste (e, anche se esistesse, non va appoggiata) una ‘borghesia nazionale’ e che, pertanto, occorre escludere l’uso fuorviante di espressioni come ‘colonialismo’ e ‘sovranità nazionale’ applicate alle vicende interne della UE: ‘questa’ Europa è stata infatti voluta dalle classi dominanti di ciascun paese aderente (basti pensare che l’inserimento nella Costituzione del pareggio di bilancio, intangibile dogma liberista, è stato approvato con una maggioranza quasi assoluta). Pertanto, chi indica come bersaglio da colpire la Germania della Merkel, oltre a sbagliare mira politica, fornisce all’arciere che tiene sotto tiro l’intero continente, cioè agli USA del fascista Trump, la freccia con la quale questi mantiene la sua minaccia (solo in Italia 40 basi militari e 90 testate nucleari del tutto al di fuori di ogni controllo da parte del governo). Il modo in cui si pone il tema della lotta per la sovranità nazionale deriva per i comunisti dalle indicazioni contenute nell’articolo di Lenin “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa”, ove l’obiettivo della lotta per la sovranità e l’indipendenza nazionale acquista un contenuto politico e sociale avanzato in un processo rivoluzionario guidato dalla classe operaia e dai suoi alleati: processo che, vigendo la legge economica dello sviluppo ineguale, può nascere anche nel quadro del polo imperialista europeo, di cui l’Unione Europea è il braccio economico-finanziario e la Nato il braccio politico-militare».

[2] Scrive Mario Galati:

«Sulla posizione scientifica analitica di Marx circa la sovrappopolazione relativa non ci piove. Così come sull'effetto deflattivo sui salari dell'esercito industriale di riserva a seconda dei cicli economici (Emiliano Brancaccio, per es., sostiene che attualmente non ci sono evidenze di un'apprezzabile influenza dell'immigrazione sulle dinamiche salariali attuali in Italia).
Il nodo però sta nella soluzione sulla quale si concentra l'attenzione, la quale indica la collocazione di classe.
Propendere per la fermata dei flussi alla Minniti e alla Salvini, invece che andare alla radice della devastazione imperialistica delle aree di provenienza, esprime una posizione subalterna e corporativa della classe lavoratrice nazionale., non una posizione di classe cosciente e autonoma.
Cosa significa, infatti, fermiamo i flussi perchè se no ci abbassano i salari? E' la piena sottomissione dei lavoratori al capitale e la guerra tra poveri. Non mi sembra che così si faccia opera di coscientizzazione e di formazione di una classe per sé. Si crea, invece, una mentalità corporativa, gretta e subalterna, come quella socialdemocratica al guinzaglio del colonialismo. E perdente.
Non mi sembra che Marx, constatato il problema, abbia assunto o indicato mai una posizione del genere. Al contrario, ha indicato nell'unità di classe e nella lotta al capitalismo la soluzione. (v. la questione degli operai irlandesi in Inghilterra).
Questa insistenza continua sul carattere di esercito industriale di riserva dannoso per i lavoratori italiani lancia un messaggio preciso nel senso corporativo detto; se non peggio, dato l'attuale contesto tendente alla xenofobia e al razzismo (o vogliamo negare anche questo e chiamarlo semplicemente legittimo disagio delle classi popolari?).
E' bene dire certe cose in modo scientifico, chiaro e spregiudicato; ma insistere su un aspetto della questione (l'esercito industriale di riserva e l'interesse del capitale alla mobilità piena, alla deportazione, della forza lavoro) e farlo prevalere sull'altro decisivo (lo sfruttamento, le guerre e l'oppressione imperialistica del capitalismo, causa delle migrazioni (non i complotti mondialisti)), assume un significato e un valore favorevole alla destra; diviene propaganda di destra.
Infine chiedo: per quale motivo considerare i lavoratori stranieri come parte necessaria della lotta di classe deve necessariamente voler dire considerarli "base di rimpiazzo" della sinistra radicale mutualistica?
La sinistra "patriottica" vuole forse organizzare soltanto i lavoratori italiani?
Attenzione che a forza di ripetere certi concetti, al posto dell'analisi e della proposta realistica, si scivola senza accorgersene su un altro terreno ideologico e politico fangoso».

[3] Replica Eros Barone

«Ricordo a Mario Galati che Emiliano Brancaccio sostiene la tesi opposta a quella che lui gli attribuisce e che qui riporto da un’intervista di questo studioso: «Le evidenze empiriche di cui disponiamo ci comunicano che l’apertura globale dei mercati risulta correlata a un declino delle quote dei salari sul Prodotto Interno Lordo». Per quanto riguarda, invece, l’estensore dell’articolo sulla ‘fatwa di Giorgio Cremaschi’, se costui manifesta un livello di comprensione del tema del quale si discute pari a quello che dimostra di possedere sui meccanismi dell’ironia vi è motivo di preoccuparsi seriamente ma anche di sorridere apertamente. Così, il suo modo di reagire mi ha fatto venire in mente la situazione comica di un novello Calandrino che all’affermazione: “Questa birra è divina!”, risponda: “No, è un prodotto umano e industriale”… Sennonché, come accade ormai da tempo, all'ipertiroidismo globalista ed europeista succede (o s'intreccia) l'ipertiroidismo sovranista e nazionalista: l'uno riproduce, alimenta e rigenera l'altro. Il 'cattivo infinito' di questa storica patologia della “coscienza europea” si inciprignisce sempre di più e segue, essendo determinato da processi oggettivi, un ritmo in apparenza inarrestabile. Come nel 1904-1914, come nel 1929-1939... Non per nulla, i marxisti internazionalisti, un secolo fa (ripeto: un secolo fa), sostenevano che, data la società capitalistica nella sua fase imperialista, ogni discorso intorno alla sovranità nazionale dei popoli non è solo una pia illusione di stampo borghese-risorgimentale, ma è soprattutto una menzogna che incatena i proletari al carro del nazionalismo, la più velenosa e sanguinosa delle ideologie. E proprio su questo tema nevralgico è possibile misurare tutta la straordinaria attualità scientifica e politica dell’analisi di Karl Marx. Infatti, la lettera inviata da quest’ultimo a Sigfried Meyer e August Vogt il 9 aprile 1870, che qui dò per nota (pur avvertendo con Hegel che ciò che è noto spesso non è affatto conosciuto), potrebbe essere stata scritta oggi, tanto risulta attuale. Basterebbe sostituire “proletari inglesi” con “lavoratori italiani” (o di qualsiasi altro paese europeo) e “proletari irlandesi” con “immigrati od extracomunitari” e i conti tornerebbero perfettamente. Oggi sono presenti ormai in tutti paesi europei forze politiche di destra, populiste o fasciste, la cui funzione è esattamente quella di strumentalizzare i ceti popolari, persuadendoli che la causa della loro condizione di precarietà e di impoverimento è dovuta alla ‘concorrenza’ dei lavoratori immigrati e non alle basi strutturali del sistema capitalistico. Come afferma Marx nella lettera testé citata, è proprio questo «il segreto grazie al quale la classe capitalista mantiene il suo potere». In effetti, l’immigrazione è il prodotto dell’organizzazione del capitalismo nel mondo. Le potenze imperialiste sfruttano i paesi del Terzo Mondo, si appropriano delle loro ricchezze e, quando i popoli di quei paesi si ribellano, li massacrano con la “guerra celeste” (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria). Perciò, è del tutto normale che da consimili situazioni di povertà, guerra e sfruttamento molte persone cerchino di fuggire e quindi decidano di emigrare. Ma tale scelta non è né naturale né romantica, come vorrebbe la ‘sinistra’ buonista, cosmopolita e filo-imperialista (riflesso speculare di essa: la ‘sinistra’ cattivista, nazionalista-listiana e anti-imperialista). Gli immigrati non sono animali, per loro non è naturale migrare. Sono uomini che scappano dalla guerra o più spesso dalla fame e dalla povertà. Ma la soluzione di questo problema esiste: ritirare tutti i reparti militari presenti in tutti i paesi, smascherare le operazioni di “peacekeeping”, fermare le guerre, le occupazioni militari ed ogni ingerenza in quei paesi. In poche parole: uscire dalla NATO. Insieme con l’interruzione delle azioni militari, occorre poi sopprimere il rapporto di dominio economico con quei paesi e, di conseguenza, smettere di sottrarre ad essi risorse e materie prime, sfruttando in modo disumano la loro manodopera, come è prassi comune di tutte le imprese multinazionali. Solo ripristinando con quelle nazioni rapporti di cooperazione e non di rapina, si può regolamentare in modo risolutivo il fenomeno dell’immigrazione. Se questa politica fosse applicata nell’arco di un ventennio, il numero degli immigrati comincerebbe a diminuire fino a livelli normali. Ma ovviamente nessuna politica di questo genere può essere applicata in un sistema che è fondato sul potere dei grandi monopoli, in un sistema che vede gli Stati interamente asserviti ai loro interessi. Compito dei comunisti è ribadire che il socialismo è l’unica soluzione giusta e razionale di questo problema, poiché è l’unica soluzione che permette di realizzare con i paesi del Terzo Mondo una politica di cooperazione, non di rapina. Altre strade non esistono. E merito di Cremaschi è aver rammentato ai 'fuorviati' che quella di Bombacci conduce 
all'inferno».

mercoledì 20 giugno 2018

IMMIGRAZIONE: TRE A ZERO E PALLA AL CENTRO di Piotr


[ 21 giugno 2018]

Ieri ho pubblicato un articolo di critica alla politica securitaria di Salvini.

In esso ho sostenuto due cose: la prima è che questa politica non risolverà il “problema migranti”, la seconda è che questa stessa politica non può essere contrastata che da un'opposizione che definivo “di classe” per mancanza di termini, purtroppo non ancora in vista. Perché che ci possa essere un'opposizione “di sinistra” è solo uno sciagurato abbaglio.

La sinistra buonista, argomentavo, e la Lega cattivista sono come suocera e nuora.
In particolare nell'articolo sottolineavo che ad oggi quel che ritengo più temibile non è tanto che Salvini compia atti “disumani” sui migranti - come vedremo lo ha fatto e lo fa chi lo critica - ma un pericoloso inquinamento culturale che finisca per far diventare senso comune la diffidenza e il fastidio per l'Altro.

Fatta questa denuncia, il problema che si pone – ed è un grave problema – è che la terminologia e il modo di ragionare sguaiato, irritante e culturalmente pericoloso di Salvini e di altri leader leghisti nasconde delle verità. Se nascondesse delle bugie il problema sarebbe molto meno pronunciato. Nascondere e nascondersi invece queste verità è la cosa peggiore che un'opposizione alle politiche securitarie possa fare.

E quali sono queste verità?

— 1 —

L'Italia nel 2017 ha accolto il 70% dei migranti che sono venuti in Europa.
Già questa cifra dovrebbe indurre a toni più moderati la lingua biforcuta di tutti i leader europei, che non sono altro che scribi e farisei ipocriti.

Possiamo far schifo su molte cose, ma se non fosse per l'Italia gli altri Paesi europei questi migranti li avrebbe fatti colare a picco nel Mediterraneo (per poi piangerci sopra).

In più c'è una norma intrinsecamente anti-europea per cui se un immigrato sbarca in un Paese è un problema di quel Paese. Evviva l'Europa Unita!

— 2 —

Non è vero che da noi arrivano più che altro persone che si rifugiano dai conflitti armati. Di 100 immigrati arrivati in Italia, 85 ci vengono per questioni economiche. Questo almeno ci dicono le statistiche dell'ISPI.

Ora, io personalmente ritengo la rapina neo-coloniale dei Paesi da cui provengono ad esempio i migranti dell'Africa subsahariana una guerra fatta con altri mezzi. Una guerra che ha conseguenze atroci e subdole. Così subdole che poi qui in Occidente ci dilettiamo in questa suddivisione bizantina: rifugiati vs migranti economici.

No! Non è così (e penso che Gino Strada concorderà): le guerre fatte coi proiettili e con le bombe e quelle fatte coi debiti e la rapina dei beni nazionali fanno parte dello stesso pacchetto. Le statistiche dell'ISPI non assolvono la nostra coscienza occidentale e le nostre responsabilità.

Invece l'insistenza sul dato (falso) della preponderanza di rifugiati serve proprio, lo si voglia o meno, a nascondere un lato della guerra bifronte, quello esaltato dalle politiche neoliberiste di globalizzazione e finanziarizzazione. Che sono oltretutto le politiche che portano alla guerra con proiettili e bombe.

— 3 —

La Francia sull'immigrazione è ipocrita tanto quanto il suo presidente Macron.

La Francia che doveva accogliere più di 9600 immigrati, ne ha accolti invece solo circa 690. Gli altri è andata a manganellarli direttamente in Italia o al valico di Ventimiglia, comprese donne incinte, per fargli ben capire che non era il caso che, accordi o non accordi, tentassero di raggiungere il loro accogliente Paese.

E l'inferno di Calais? E i congelati sulle Alpi? Ha torto Salvini quando rimanda il “vomitevole” al suo spudorato mittente, cioè l'ipocrita Macron?

No! A me Salvini non piace, ma Macron mi piace molto di meno. Se non altro il leader leghista ha denunciato, correttamente anche secondo il diritto internazionale, i bombardamenti di Francia, UK e USA su Damasco come atti di aggressione. Macron invece ha bombardato Damasco per segnalare a Putin che “anche la Francia è della partita” (sic!). Chi è allora il campione di cinismo? Io non ho dubbi: sta all'Eliseo.

— 4 —

La Spagna ha eretto barriere a Ceuta e Melilla a suon di decine di milioni di euro. I migranti che cercano di aggirarle nuotando vengono ammazzati coi lacrimogeni e i proiettili di plastica (che se ti colpiscono mentre nuoti ti fanno affogare, ovvio!).


Adesso la Spagna fa la figura del Paese col cuore in mano, del Paese dell'accoglienza contro la cinica Italia salviniana. La Spagna che spara sugli immigrati e che persino oggi accoglie solo la metà degli immigrati dell'Italia di Minniti, osa dire qualcosa? Che indecenza! E che indecenza chi la porta ad esempio!

L'indecenza spagnola e la vomitevole ipocrisia francese sono infatti infiocchettate dalla sinistra italiana. Così come i liberal statunitensi sbraitavano contro il progetto di Trump di erigere un muro col Messico, dimenticandosi bellamente delle migliaia di chilometri di barriere già costruite da Clinton e Obama, qui da noi oggi la sinistra si è già tranquillamente dimenticata del suo Minniti, si è dimenticata che ha ricattato (con Napolitano in testa) Berlusconi perché facesse la guerra alla Libia, si è dimenticata del suo sostegno ai jihadisti tagliagole in Siria e si è anche dimenticata del massacro (perché massacro fu, non tragedia) del Canale d'Otranto quando la nostra corvetta “Sibilla” speronò una nave carica di 120 profughi albanesi facendone affogare 81. 

Era il 1997. Erano i tempi del blocco navale anti-immigrati decretato dal governo Prodi: "La sorveglianza dell'immigrazione clandestina attuata anche in mare rientra nella doverosa tutela della nostra sicurezza e nel rispetto della legalità che il governo ha il dovere di perseguire" (intervista di Romano Prodi a “Ballarò”). L'ONU denunciò come illegale il blocco. La magistratura giudicò colpevole il comandante della “Sibilla”. Il governo Prodi era di sinistra, molto di sinistra.

Gli Stati Uniti sono stati l'unico Paese al mondo ad aver utilizzato armi nucleari. Però i cattivi sono gli altri, la Corea del Nord, l'Iran. La sinistra italiana è stata finora l'unica forza politica ad aver deliberatamente ammazzato immigrati, però il cattivo è Salvini. Stesso stile di ragionamento, stessa arroganza, stessa ipocrisia. Stessa paura di contare sempre di meno.

Capite perché lamento la mancanza di un'opposizione “di classe”? È una questione non solo di prospettiva politica ma anche di decenza morale.

Con tutte le cose di cui Salvini può essere accusato, per ora come decenza ha vinto contro la Spagna, contro la Francia e contro la sinistra. Tre a zero.

Piaccia o non piaccia è così.

Rimettiamo la palla al centro e cerchiamo, almeno noi, di giocare meglio.

* Fonte: Megachip

giovedì 14 giugno 2018

SINISTRA SENZ'ANIMA E SENZA CLASSE di Carlo Freccero

[ 14 giugno 2018 ]


"I migranti non sono il nuovo proletariato. 
Così la sinistra del politicamente corretto si estingue"


Ho scritto sul manifesto del 5 giugno, che con l’adesione acritica alla terza via del neoliberismo la sinistra è diventata non l’antagonista del neocolonialismo globalista, ma addirittura, la sua maggiore fautrice. Aggiungendo che, in quanto sinistra, non può palesare le sue intenzioni. Un’esponente della destra come Trump può bombardare in nome della superiorità militare americana al grido “America First”. Una neocon liberal come Hillary Clinton o un buonista come Obama, devono trincerarsi invece dietro lo schermo dell’esportazione della democrazia.

La sinistra del politicamente corretto si estingue perché non riesce più ad elaborare un pensiero critico. In questi anni ha creduto alla favola dei dittatori cattivi e, come unico rimedio, ha proposto l’accoglienza dei profughi, vittime non dalla guerra, ma dei loro stessi governanti. Ha fatto propria l’equazione fascismo = comunismo. Si è schierata sempre dalla parte sbagliata. Questo perché la terza via non è che l’espressione del pensiero unico per cui tutto il resto è totalitarismo.

Di questo pacchetto di riforme dell’originario pensiero di sinistra, fa parte l’idea che la democrazia preveda una frattura popolo/élites, e che le élites debbano guidare un popolo incapace di autodeterminazione.

Confesso che le mie idee sulle élites nascono, come reazione, alla lettura del libro Propaganda di Edwards Bernays. Bernays, l’inventore della propaganda, la giustifica a partire dall’esigenza di piegare il popolo, mosso da istinti bestiali, ai voleri delle élites che invece perseguono a livello sociale, interessi legittimi. Questa visione elitaria della democrazia fa parte della visione del mondo americano. Ma, per fortuna, non è condivisa dalla nostra Costituzione che all’art.1 recita: «La sovranità appartiene al popolo».

Ma, polemizzando con queste mie considerazioni, sul manifesto dell’8 giugno Alessandro Dal Lago scrive che anche Gramsci credeva nelle élites. Siamo qui davanti all’ambiguità della parola élites che significa cose diverse in Europa o in America. Le sinistre europee, secondo la classica priorità del capitale culturale sul capitale economico, attribuivano al capitale culturale le élites.


Viceversa l’America ha sempre e solo conosciuto il capitale economico. In un contesto neoliberista élites significa élites economiche, quindi multinazionali e banche con tutto il sistema di propaganda che le circonda. Il disprezzo del popolo in quanto incapace di conseguire risultati economici ha a sua volta radici nell’etica protestante che, come Weber ci insegna, attribuisce al ricco l’evidenza della grazia Divina.

Concludo sui migranti. Sono reduce da Migranti Film Festival di Pollenzo, dove ero in giuria.. Ho visto un film bellissimo, The Fifth Point of The Compass di Martin Prinoth che spiega il disagio della migrazione più che tutta la teoria. E’ la storia di un ragazzo straniero adottato in Sud Tirolo, cresciuto nella nebbia e nel gelo, che indagando sulle sue radici, riesce a ritornare nel suo paese. I bisogni identitari e culturali non sono necessariamente fascisti o di destra e l’occidente non è necessariamente il migliore dei mondi possibili. Temo che la sinistra, privata dalla sua classe di riferimento, il proletariato, abbia fatto dei migranti una sorta di foglia di fico per dimostrare di essere ancora dalla parte dei più deboli.

Ma i migranti non sono il nuovo proletariato perché la loro coscienza identitaria non è qui ma altrove. Hanno diritto a non essere culturalmente sradicati, a meno che non si tratti di una loro libera scelta. Viceversa gli abitanti dei quartieri più poveri in Europa, hanno diritto a non essere sradicati dalle loro usanze da parte di un’immigrazione culturalmente eterogenea. I migranti non risiedono in via Montenapoleone e non portano via lavoro agli amministratori delegati. Decidere come fanno le élites che il popolo è brutto sporco e cattivo perché non vuole accoglierli è ingiusto. E’ il popolo che porta il peso dell’immigrazione con la perdita di valore del lavoro manuale.

La svalutazione del lavoro in questi anni di ordoliberalismo e di euro, è stata possibile solo grazie all’esercito di riserva costituito dai migranti. E’ logico che le élites economiche siano favorevoli all’immigrazione. Le libera dall’incombenza di delocalizzare dove c’è disperazione, portando la disperazione direttamente qui.


* Fonte: Il Manifesto, 12 giugno 2018

mercoledì 13 giugno 2018

AQUARIUS A CHI? di Leonardo Mazzei

[ 13 giugno 2018 ]




Ma quanto è umano l'umanitarismo?

Ipocriti. Sul caso della nave Aquarius la gara a chi lo è di più è appena cominciata. Dalle forze dell'opposizione di lorsignori, ai presunti partner di un'Europa allo sfascio, il coro è unanime. L'Italia, o se preferite il governo, avrebbero dato prova di "cinismo" ed "irresponsabilità", giocando sulle vite umane per un mero calcolo politico. A noi pare invece che cinismo ed irresponsabilità stiano esattamente dall'altra parte: il primo alberga certamente a Parigi ed in altre capitali europee, la seconda è il tratto distintivo dello sfascismo antinazionale della nostrana èlite che ancora non si capacita di aver perso elezioni e governo.

Sia chiaro, certi toni salviniani non solo non possono essere condivisi, ma alla fine potrebbero risultare controproducenti per lo stesso governo. Detto questo, cerchiamo di stare ai fatti. Ed i fatti sono semplici, basta osservarli con un minimo di obiettività.

Da anni — ma assai di più dopo la guerra libica voluta dalla Francia nel 2011, cui l'Italia fu spinta a partecipare principalmente da Giorgio Napolitano — il Mediterraneo è attraversato da un traffico di esseri umani su cui lucrano lautamente sia i trafficanti che organizzano il viaggio di tanti disperati, sia i padroni e padroncini che sfruttano le braccia di questi ultimi. Tenendo bene a mente questi due elementi, occorre innanzitutto rispondere ad una domanda: siamo o no di fronte ad una moderna tratta degli schiavi? La risposta è sì, solo i ciechi possono non vederlo. Ma se di questo si tratta, com'è possibile non porsi l'obiettivo di stroncare questo immondo commercio?

Di fronte a questa esigenza primaria, voltano lo sguardo da un'altra parte sia i membri di una classe dominante che da questo traffico ha tutto da guadagnare, sia i rappresentanti di una sinistra ormai incapace di leggere i fenomeni sociali per quel che sono. I primi hanno i loro vantaggi, sia per lo sfruttamento diretto degli immigrati, ma ancor di più per l'effetto di depressione sui salari determinato dall'ingrossamento dell'esercito industriale di riserva . I secondi non si capisce bene quali vantaggi abbiano, ma — politicamente parlando — gridare al "razzismo" è pur sempre qualcosa in grado di fargli credere di esistere ancora. L'analisi concreta della situazione concreta viene così abbandonata in nome di un generico e peloso umanitarismo.

Ma quanto è umano questo umanitarismo? Da tempo siamo abituati a veder motivare le guerre imperialiste con ragioni "umanitarie" e "democratiche" (Jugoslavia, Iraq, Libia, e chi più ne ha più ne metta), adesso ci tocca pure la predica di chi vede solo "umanità" laddove c'è prevalentemente schiavismo. Chiaro come nel suo lungo viaggio il migrante africano incontri anche persone mosse dalle migliori intenzioni, ma ciò non cambia la natura del fenomeno di cui è parte. Un fenomeno che mentre divide ed incattivisce (guerra tra poveri) gli strati più bassi della forza lavoro in Europa, depreda delle forze migliori tanti Paesi africani.

Torniamo ora all'insopportabile ipocrisia di queste ore. Il governo italiano non ha - come pure si è detto - "chiuso i porti", ha semplicemente deciso di applicare il principio secondo cui: «Navi di organizzazioni straniere battenti bandiere straniere non possono gestire l'immigrazione in Italia». Queste le parole di Salvini in un'intervista al Corriere della Sera di oggi. Sta di fatto che mentre 500 dei 629 migranti dell'Aquarius verranno portati in tutta sicurezza verso il porto spagnolo di Valencia da navi italiane, altri 932 sono sbarcati dalla nave "Diciotti" della Guardia costiera a Catania. Ma mentre il neo-governo spagnolo ha avuto il plauso europeo, quello italiano viene descritto come un governo disumano, indifferente alle sofferenze se non addirittura alla fame dei migranti. Ma si può essere più disonesti, si può essere più ipocriti?

La Spagna, che adesso viene descritta come un modello di accoglienza da contrapporre all'Italia, è quel simpatico Paese che è solito accogliere i migranti africani (leggi qui sulla strage del 2014) con 20 km di doppia recinzione a filo spinato opportunamente posizionata nelle due enclave di Ceuta e Melilla. Nel solo 2017 i migranti africani giunti in Europa via mare sono stati 171.635. Di questi, 119.369 (69,5%) sono arrivati in Italia, 21.663 (12,6%) in Spagna. Ma di cosa stiamo parlando? Più esattamente, ma di cosa sta parlando la ministra della Giustizia spagnola, Dolores Delgado, quando minaccia azioni legali contro l'Italia?

E ancora, di che sta parlando l'ineffabile Paolo Gentiloni Silveri con il suo «Adelante Pedro! [Pedro Sanchez, il neo premier spagnolo, ndr] Noi abbiamo ridotto dell'80% il traffico degli scafisti. Fatti, non propaganda sulla pelle dei migranti». Insomma, ridurre il numero degli sbarchi è positivo solo se lo fa un governo del Pd, mentre se lo fa il governo gialloverde è sostanzialmente un atto disumano e criminale. Già, si dirà, ma una cosa è impedire che i barconi salpino, altra cosa è bloccarli in mare. A parte che non vediamo quale sia la differenza per i migranti, come non ricordare il blocco navale del 1997 contro i barconi albanesi deciso dal governo Prodi? Quel blocco non fu senza tragiche conseguenze. Nella notte del 28 marzo 1997, un Venerdì Santo, la motovedetta albanese Kater I Rades venne speronata da una nave della Marina militare italiana. Morirono 81 persone, trentuno di loro avevano meno di 16 anni. Ma Prodi è "buono" per definizione, ed in Europa nessuno oserebbe attaccarlo. Salvini invece...

Ora, questo doppiopesismo è davvero stomachevole. E' rivoltante l'ipocrisia della "sinistra ufficiale" come quella dei rifondaroli, che oggi gridano nientemeno che al nazismo mentre nel 1997 reggevano il moccolo al capo dell'Ulivo. E' rivoltante come l'attuale pretesa spagnola di ergersi a difensori dei diritti umani solo per contribuire all'attacco del nuovo governo italiano.

Ma se l'ipocrisia del governo di Madrid è disgustosa, che dire dell'arrogante atteggiamento di quello francese? Dalle parti di Parigi proprio non ci sono limiti. Nel 2017 la Francia non ha accolto un solo migrante via mare. Nemmeno uno. Ora si dirà che le coste francesi sono troppo distanti da quelle africane. Benissimo, ma esistono pur sempre le frontiere terresti. Peccato siano tra le più chiuse d'Europa, si pensi al blocco di Ventimiglia od a quello messo in atto ai valichi alpini tra Italia e Francia. Blocchi che hanno fatto le loro vittime, come la donna incinta respinta al confine di Bardonecchia nel marzo scorso. Lì il morto c'è stato, sull'Aquarius neppure un ferito.

Ma la politica umanitaria in quella che era la Patria dei diritti dell'uomo vanta anche altri primati. E' vero, Salvini ama la felpa con la ruspa, anche se adesso la dovrà dismettere. Ma in Italia per ora la ruspa è lì confinata. In Francia invece le ruspe si sono viste in azione nel campo profughi di Calais nell'autunno 2016, quando 6500 persone sono state deportate con la forza.

L'«umanitarismo» francese è davvero il più nauseante di tutti. Eppure Macron ha avuto il coraggio di definire la posizione del governo italiano sull'Aquarius come «irresponsabile e cinica», mentre Gabriel Attal, portavoce del suo partito, En Marche, è andato pure oltre: «Considero la linea del governo italiano vomitevole. E' inammissibile giocare alla politica con le vite umane, lo trovo immondo». Avete capito da che pulpito viene la predica! Vomitevole e immonda è l'ipocrisia di questi signori. Gente spudorata, che vorrebbe l'Italia in ginocchio per continuare a saccheggiarla, altro che umanitarismo!

Di fronte a tanta arroganza, a tanta ipocrisia, il governo Conte ha chiesto le scuse di Parigi. Mi pare il minimo.

Ma sappiamo bene di essere soltanto all'inizio.
La guerra all'Italia è stata dichiarata direttamente dalle oligarchie europee. Ed essa si ammanterà sempre più di argomenti "nobili" ed "umanitari", possiamo esserne certi. Nervi saldi, dunque, e barra dritta. L'ipocrisia di lorsignori va fermamente denunciata avendone chiaro l'obiettivo politico, che non è un'Italia più "umana", bensì un'Italia pienamente soggiogata. A costoro non interessano i migranti, interessano invece le industrie, le banche, i risparmi degli italiani.

Stamattina i quotidiani nazionali hanno dovuto aggiustare il tiro. Va bene prendersela con il governo, che questo è il loro attuale lavoro, ma nelle redazioni devono aver capito l'insostenibilità dell'attacco europeo, spagnolo e francese in particolare. Hanno capito, soprattutto, da che parte sta il consenso popolare. Ed hanno dovuto arretrare, costringendosi perfino a criticare il loro paladino Macron. Naturalmente è solo un arretramento tattico, da cui poi prenderanno le mosse per sferrare il prossimo attacco. Ma è pur sempre un buon segno!

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