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giovedì 25 aprile 2019

LO PSICODRAMMA DELLA BREXIT di Costas Lapavitsas

[ 25 aprile 2019 ]

Uno degli interventi più attesi del convegno EUREXIT, svoltosi a Roma il 13 aprile scorso era quello dell'economista Costas Lapavitsas [nella foto] sul tema della Brexit,
Pubblichiamo qui sotto il video del suo intervento.
Ringraziamo BYOBLU, la sua troupe e quindi Claudio Messora per la registrazione e la pubblicazione, che infatti prendiamo dal canale medesimo.


Ricordiamo che i lavori del Convegno erano divisi in due parti. La prima, nella mattinata, dedicata al contesto europeo, ha visto come protagonisti, oltre a Lapavitsas, una delegazione dei Gilet Gialli francesi, il compagno greco di Unità Popolare Koutsianas
Pantelis, infine una delegazione spagnola composta da Diosdado Toledano esponente di Xarxa socialismo XXI e di Podemos e Ramon Franquesa, professore di Economia mondiale all'università di Barcellona e promotore della Piattaforma Salir del euro.
Nella seconda parte, pomeridiana, ci sono state due tavole rotonde. Di questa parte abbiamo già pubblicato due interventi, quello di Dino Greco e Domenico Moro.



giovedì 4 aprile 2019

BREXIT: LA PUGNALATA ALLE SPALLE DI CORBYN di Full Brexit*

[ 5 aprile 2019 ]

Vedremo se l'accordo per sventare la Brexit tra il leader laburista Corbyn e Teresa May sopravviverà. Di sicuro esso attesta, per l'ennesima volta, non solo della potenza dell'élite euro-liberista, ma che non c'è da fidarsi della vecchia sinistra socialdemocratica.

* Full Brexit è un gruppo di accademici britannici  di cui fanno parte Costas Lapavitsas (che avremo come relatore all'incontro del 13 aprile a Roma) Maurice Glasman,  Mary Davis, Chris Bickerton, Wolfgang Streeck and Richard Tuck.




*  *  *


Per sconfiggere l'estrema destra, la sinistra deve abbracciare una Brexit socialista e internazionalista. L'Unione europea è thatcherismo in un continente: la convinzione che possa essere riformata dall'interno è illusoria


Paul Mason ha dato un contributo importante al dibattito di sinistra sulla Brexit. È un contributo importante perché Mason è, a sinistra,  il sostenitore più accanito della UE: un'organizzazione capitalista antidemocratica che è diventata un pilastro della globalizzazione e un motore della disuguaglianza. Il suo pezzo era pieno della solita tattica maccartista di colpevolizzazione contro coloro che si oppongono all'UE. L'attacco di Mason a Eddie Dempsey, un sindacalista antifascista, è stato un classico esempio di questo. È fondamentale, a sinistra, andare oltre questo tipo di politica.


Mason ha ragione nel dire che c'è una brutta minaccia di una reazione di destra. Ma la verità è che questa minaccia si intensificherà se la Brexit venisse abbandonata. La decisione di lasciare l'UE è stata presa in un referendum che è stato il più partecipato della storia britannica. Questa non era certamente un'espressione politica d'estrema destra, ma la scelta consapevole di milioni di elettori laburisti e conservatori. Se il voto non può produrre cambiamenti che ne è della nostra politica? Noi sosteniamo la priorità della democrazia. Alle ultime elezioni generali, entrambi i principali partiti hanno pubblicato programmi promettendo di rispettare il risultato del referendum. Il voto di Ukip è crollato e il voto laburista è tornato in vigore. È la riluttanza della classe dominante a compiere la Brexit, e non la Brexit stessa, che sta suscitando la rabbia popolare.

È anche vero che la sinistra non è stata in grado di articolare una battaglia intorno a una visione democratica del rinnovamento nazionale. Parte del problema è che la sinistra euroscettica del Labour, precedentemente trasportata da Barbara Castle, Tony Benn, Michael Foot e Jeremy Corbyn, è stata soffocata dalle responsabilità della leadership, mentre la destra euroscettica del partito, quella di da Hugh Gaitskell, Denis Healey, Peter Shore ed Ernest Bevin, è stata eclissata dalla progressiva globalizzazione della "Terza Via" blairiana. Il risultato è stat, all'interno del Labour, un'assenza di leadership sulle possibilità democratiche e socialiste della Brexit, Labour che non ha contrastato la campagna di denuncia degli elettori della Brexit e sostenitori del Labour come "xenofobi e razzisti". Noi siamo invece dalla loro parte, col loro voto e la prospettiva socialista che sta nel ripristino della sovranità democratica.

La tesi di Mason è la classica profezia che si autoavvera in quanto abbandona il terreno della contestazione democratica sul significato della Brexit e poi denuncia tutti coloro che non sono d'accordo con lui come giocatori nelle mani del fascismo. Mason ha adottato la tattica di Hillary Clinton per ridurre gli elettori della Brexit a un "branco di miserabili"  [basket of deplorable]. E' proprio così che si lascia spazio all'estrema destra ed ai suoi sentimenti politici.

Il nostro secondo punto è che ovunque la sinistra socialdemocratica ha adottato una politica europeista in Europa è stata decimata. In Francia è quasi scomparsa, in Olanda e in Belgio è ormai marginale, in Germania il Partito socialdemocratico è apripista di Alternative für Deutschland nelle urne, e in Italia le forze combinate delle grandi tradizioni comuniste e socialiste non raccolgono nemmeno la metà del voti del Movimento cinque stelle il cui motto era "andate affanculo". La paralisi collettiva della sinistra continentale, in particolare della sua ala socialdemocratica, è una storia ammonitrice del costo dell'abbandono delle possibilità di un cambiamento democratico all'interno dello stato nazione. Vi sono forti limitazioni a ciò che può essere raggiunto all'interno dell'UE e gli elettori della classe operaia lo sanno.


L'alternativa a questa storia è stata brevemente rappresentata dal Labour sotto Corbyn alle ultime elezioni generali, quando il partito si è impegnato a "rispettare il risultato del referendum" e ha proposto politiche che erano chiaramente contrarie ai vincoli del Trattato di Lisbona. Questo è stato successivamente minacciato dalla deriva verso Remain. Il Labour avrebbe potuto guidare una campagna democratica favorevole alla Brexit, ma si è rifiutato di farlo. Ancora una volta, le conseguenze di questo inevitabilmente favoriscono la destra.

Il consenso emergente sul Remain, guidato da Labour, si basa sulla nozione della Terza Via per cui l'obiettivo primario della nostra politica sarebbe quello di preservare e proteggere i lati buoni del capitalismo. Il capitalismo, tuttavia, è un sistema economico vorace e e robusto, che non richiede la cura tenera della protezione costituzionale. La democrazia, al contrario, è il mezzo migliore per resistere al suo dominio e ciò non è possibile entro il perimetro della UE. La Ue genera depressione politica e delusione, o alla rabbia del tradimento. Niente di questo può essere descritto come una "narrazione di speranza". È invece una promessa vuota che porta al disincanto.

Ciò riguarda la terza illusione della sinistra pro-UE; il suo rifiuto di riconoscere l'impossibilità di riformare la UE. I sinistri pro-euro anno costruito una posizione attorno allo slogan "rimanere e riformare" (Mason) o "rivolta e trasformazione" (il ministro ombra laburista Clive Lewis), ciò che è chiaramente impossibile all'interno delle strutture dei trattati di Maastricht e di Lisbona.

L'UE si basa sulla sul trattato giuridico per cui la Corte di giustizia europea (CGE) è l'autorità suprema della nella risoluzione delle controversie. I trattati si basano sulla priorità delle "quattro libertà" (di beni, persone, servizi e capitali) e delle norme della CGE di conseguenza. Trasformare questi trattati in una direzione socialista è effettivamente impossibile. Almeno 15 governi socialisti avrebbero bisogno di essere eletti simultaneamente anche per avviare il cambio dei trattati, e il requisito del "consenso" in qualsiasi convenzione successiva, e di ratifica unanime, consente il veto di qualsiasi stato membro. L'esperienza di Syriza in Grecia è una prova fattuale della disperazione dell'approccio "rimanere e riformare". 

La sua argomentazione secondo cui il thatcherismo in un singolo paese è cattiva cosa è ovviamente corretta, ma non riesce a vedere che il thatcherismo in un continente è chiaramente peggiore. Questo è il motivo per cui ci opponiamo all'UE.

C'è una profonda distinzione tra globalizzazione e internazionalismo. Il movimento operaio e la sinistra in generale farebbero bene a ricordarselo. La UE è una forza globalizzante che subordina il lavoro al capitale e la democrazia ai trattati. Non non dobbiamo i nostri diritti del lavoro o lo stato sociale alla UE ma alla lotta politica più che secolare del movimento operaio.

Stiamo vivendo un interregno, un periodo che Antonio Gramsci ha descritto come un tempo in cui "il vecchio è morto e il nuovo non può nascere, quando c'è una fraternizzazione di opposti e tutti i tipi di sintomi morbosi persistono". Uno di questi sintomi morbosi è il servilismo della sinistra nei confronti del mercato unico, dell'unione doganale e della sovranità della CGE; verso l'eternità capitalista dell'UE. Abbiamo invece bisogno di una politica costruita attorno alla democrazia, alle riforme economiche radicali e all'internazionalismo.


Il modo per sconfiggere l'estrema destra è che la sinistra abbracci una Brexit internazionalista e democratica.


* Fonte: NewStatesman del 4 aprile
** Traduzione a cura della redazione

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sabato 9 febbraio 2019

LA SINISTRA INGLESE E LA BREXIT di Costas Lapavitsas

[ 9 febbraio 2019 ]

Intervista di Michael Calderbank a Costas Lapavitsas —autore del libro The Left Case Against the EU — professore di economia all’Università di Londra, ex parlamentare di Syriza fino alle elezioni successive al referendum del 2015. Lapavitsas è stato ospite del III Forum Internazionale delle sinistre no euro svoltosi bel settembre 2016 a Chianciano Terme (Italia). Contenuti ampiamente condivisibili, a parte il sotteso superficiale giudizio sul governo giallo-verde.

*  *  *

Costas Lapavitsas – Il libro è ovviamente una critica all’UE così com’è. È una valutazione di dove si trova l’Unione, di ciò che è diventata e della sua probabile direzione. È un tentativo di affermare che la sinistra non dovrebbe avere nulla a che fare con la difesa di questo insieme di istituzioni. Dovrebbe assumere una posizione critica e respingente. Sto affermando che questo è l’unico modo per sviluppare una politica radicale in Europa, un programma economico e sociale radicale e internazionalista.
Michael Calderbank – Il ritorno più ovvio sarebbe che le forze che minacciano di fare a pezzi l’UE – i populisti in Italia, o l’AfD in Germania – che sono anti-immigrati, di destra, se l’UE si disintegra, saranno quelle che ne trarranno benefici. Come risponderesti a questo?
Lasciatemi dire sin dall’inizio che, naturalmente, non dovremmo avere nulla a che fare con queste forze reazionarie e razziste. Dovremmo opporci a tutti loro. Ma per capire perché sono diventati così potenti e per capire cosa dovremmo fare, dobbiamo iniziare con la stessa UE. L’emergere di queste forze non è casuale. Ha a che fare con ciò che l’UE è diventata. Solo partendo da questa prospettiva possiamo capire cosa dovrebbe fare la sinistra.
Allora perché l’estrema destra è così potente e l’UE in questo stato? La prima cosa da osservare è che l’UE affronta una crisi esistenziale diversa da qualsiasi altra nel passato. Ha a che fare con ciò che è, cosa fa e quali interessi serve. È una crisi che è il risultato della profonda trasformazione da Maastricht in poi.
Maastricht è stato un momento chiave. Quello che è successo è che l’UE è emersa come un difensore intransigente del capitale contro il lavoro, un promotore del neoliberismo, con una serie molto rigida di meccanismi che si fa strada come bulldozer spianando ogni tipo di opposizione. Questa non è l’alleanza delle nazioni, la partnership dei popoli e tutte le altre parole di fantasia che la gente continua a immaginare a sinistra in Gran Bretagna – spesso facendo ritorno alla fine degli anni ’80, Jacques Delors e così via. L’UE oggi ha solo un debole legame con quei giorni. Ha svuotato la democrazia in Europa. Ha rimosso la sovranità popolare e ha alienato i poveri e la classe lavoratrice in un paese dopo l’altro. Il risultato politico è ciò che vedi. È una reazione viscerale, dal basso, che vira a destra perché la sinistra non offre prospettive alternative.
Costas Lapavitsas
Ti sorprende sapere come sta andando il dibattito a sinistra in Gran Bretagna? Le dirigenze sindacali, per esempio, punterebbero a una base almeno residua di protezioni sociali ed economiche o di protezioni ambientali. Sostengono che, anche se sono stati sotto attacco, esistono ancora in misura maggiore di quanto potrebbe essere nel caso di un esperimento in stile Trump, anglofilo e ultra neoliberista; e che rimanere in qualche tipo di rapporto con l’Europa – anche se si trattasse solo dell’unione doganale o del mercato unico – è necessario per proteggere i posti di lavoro. Come risponderesti?
Ci sono un certo numero di problemi. Uno riguarda i diritti e le condizioni del lavoro. L’altro ha a che fare con la possibilità di commerciare con l’Europa. Ovviamente, il mercato unico ha qualcosa a che fare con entrambi. Ma prima, lasciatemi dire che la reazione della sinistra e del movimento sindacale in Gran Bretagna mi stupiscono. È come se il movimento sindacale fosse rimasto indietro alla fine degli anni ’80, quando Jacques Delors si è rivolto alla conferenza dei sindacati e ha raccontato loro tutte queste cose molto belle che sarebbero successe in Europa. Questo non ha nulla a che fare con l’UE oggi.
La logica dell’UE da Maastricht – che è arrivata poco dopo – in poi è stata la logica del mercato unico. Il mercato unico è un meccanismo omogeneizzante che promuove il neoliberismo, punto. È un insieme di accordi, principi, che promuovono sistematicamente il neoliberismo decidendo a favore del capitale ogni volta che sorge un problema critico. Il mercato unico è un meccanismo molto potente, e uno dei motori chiave che lo fa funzionare è la Corte di giustizia europea (CGE).
Le persone non capiscono l’importanza della Corte di giustizia. Perché i mercati lavorino deve esserci un quadro legale. Il quadro giuridico in Europa è stato sistematicamente creato negli ultimi decenni. È stato creato dal Consiglio dei ministri, che introduce la maggior parte delle leggi, e dalla Corte di giustizia, che le interpreta e crea la stessa giurisprudenza. Quel meccanismo è neoliberista in tutto e per tutto. Non ci sono interessi popolari espressi in questa configurazione. I singoli ordinamenti giuridici nazionali, specifici per ciascun paese, sono obbligati a rispettare l’acquis communautaire, la legge europea, che ora è diventata vasta. Finché è così, la sinistra può dimenticare le sfide radicali ai rapporti tra capitale e lavoro. Se la sinistra accetta il mercato unico, è finita, dimenticala.
Se un governo Corbyn dovesse essere eletto su un manifesto come il precedente, in che modo potrebbe trovarsi di fronte a vincoli derivanti dall’adesione al mercato unico?
In una varietà di modi che provengono dal quadro giuridico e dalle pratiche che circondano il mercato unico. Recentemente ho svolto alcuni lavori sugli aiuti di Stato e sugli appalti. Un governo di sinistra, un governo radicale come quello di cui il Regno Unito ha bisogno, deve usare gli aiuti di Stato e gli appalti in modo giudizioso per sostenere l’industria e creare posti di lavoro e infrastrutture industriali. L’attuale quadro del mercato unico è concepito in modo tale da impedire un intervento decisivo in questi settori da parte di un governo di sinistra radicale. È possibile fornire aiuti di Stato ed è possibile utilizzare gli appalti, ma entro limiti ristretti. Questi limiti sarebbero troppo restrittivi per un governo radicale come quello che Jeremy Corbyn vuole presentare.
Quale potrebbe essere l’effetto se il commercio dovesse tornare alle regole dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio)? Sarebbe brutto come qualcuno vorrebbe far intendere?
Lasciatemi dire due cose al riguardo. Prima di tutto, per un potente paese capitalista come la Gran Bretagna, con la sua storia, finire con il governo Tory che ora non riesce a gestire gli affari elementari di Stato è
sorprendente. Queste persone non sono in grado di negoziare nulla o di gestire nulla. Quindi non prendiamo gli ultimi due anni di questo governo come esempio di come un governo di sinistra – uno con i piedi per terra e con il sostegno del movimento popolare – avrebbe affrontato la Brexit.
Quando si guarda la situazione in modo più ampio, tuttavia, ci sono due questioni che sono molto importanti. Uno è quale tipo di accordo commerciale ha bisogno il Paese con l’UE? Che cosa significa lasciare il mercato unico diverso dalle tariffe e così via?
Ovviamente, il mercato unico è più che tariffe e condizioni di acquisto e vendita. Per qualsiasi mercato, è necessario disporre di un quadro di regole, regolamenti, misure, standards, pratiche, approcci comuni, migliori pratiche in una varietà di settori. La Gran Bretagna ha chiaramente bisogno di un accordo con l’UE per quanto riguarda queste cose. Abbiamo bisogno di operare con aeroporti e porti, abbiamo bisogno di avere standard di pratiche comuni per permettere ai medici di muoversi e tutto il resto. Non c’è nulla che possa dimostrare che un governo di sinistra non sia in grado di gestire tutto questo dopo l’uscita dal mercato unico. La Gran Bretagna rimarrà attaccata all’Europa; è un paese europeo. Dovremo negoziare tutto ciò con l’UE ed è questione di sedersi e elaborare il miglior accordo.
Il secondo problema riguarda le tariffe e una varietà di condizioni associate a qualsiasi accordo commerciale. Qui l’”orco” che è stato evocato è l’OMC: uscire dal mercato unico, quindi operare alle condizioni dell’OMC, che a quanto pare sarebbe orrendo. Perché?
In primo luogo, la sinistra non è comunque favorevole al libero scambio. Non siamo liberi commercianti. Crediamo nei controlli. In secondo luogo, quando si esamina il quadro entro il quale tali controlli saranno esercitati e sarà praticato il commercio, l’OMC, in molti modi, è più permissiva rispetto all’UE, anche per quanto riguarda gli aiuti di Stato e gli appalti citati in precedenza. È qualcosa che un governo Corbyn può sfruttare. Quindi, anche se la Gran Bretagna dovesse ricorrere alle regole dell’OMC in certe aree, ciò creerebbe effettivamente più spazio per un governo radicale.
L’argomentazione usata da compagnie come Airbus – che è in parte di proprietà dei governi dell’UE – è che gran parte delle loro catene di produzione si basano sulla capacitàjust-in-time di importare pezzi molto rapidamente e che non avrebbero scelta se non quella di trasferire la loro produzione lontano dalla Gran Bretagna. È solo una minaccia?
Non c’è dubbio che sia una minaccia. I grandi affaristi in Gran Bretagna, abbastanza chiaramente, non vogliono un cambiamento dello status quo. È chiaro che la spina dorsale del capitale britannico vuole rimanere nell’UE e combatterà per questo. L’UE è un ambiente neoliberale perfetto per le grandi imprese. Possono realizzare i profitti che cercano. Possono agire come preferiscono. Non vogliono alcun cambiamento, inclusa la City of London. La City di Londra è molto, molto interessata a non cambiare le condizioni attuali.
Quindi negli ultimi mesi abbiamo avuto una forte campagna da parte delle grandi aziende per dire che se queste condizioni dovessero cambiare ci troveremmo nel disastro. No, non è questo il caso. Dovremmo mantenere la calma. La Gran Bretagna può sopravvivere, può vivere, al di fuori delle condizioni attuali fintanto che ha un governo che conosce come formulare la politica economica. Non vi è alcun ragione per la quale non saremmo in grado di raggiungere accordi sulla regolamentazione dei mercati e consentire che le catene del valore continuino e le merci vengano spostate in tutto il mondo. Esistono catene del valore ovunque, dalla Cina agli Stati Uniti, al Giappone, alla Germania e così via. Non devono avere un mercato unico attorno a loro per funzionare.
Tornando ai negoziati, è un pericolo che l’UE voglia esigere un prezzo come deterrente politico affinché il resto dell’Europa per non metta in discussione la sua autorità?
Non dobbiamo essere ipotetici a riguardo. Possiamo vedere come l’UE si è comportata nei confronti della Gran Bretagna negli ultimi due anni. La sua posizione è stata ostile, inutilmente, creando problemi a sinistra, a destra e al centro. Non ha dato alcun margine di manovra. Ovviamente, la sinistra dovrebbe essere preparata per opporsi all’UE in alleanza con i grandi capitali in Gran Bretagna. Dovrebbe aspettarsi uno sforzo concertato per minare il governo di Corbyn.
Questa è un’alleanza potenzialmente formidabile di interessi potenti. Quindi, come li sfidiamo?
Crediamo nella nostra forza o no? Crediamo nella forza dei lavoratori, il potere della classe lavoratrice e degli strati più poveri della società britannica? Se non lo facciamo, potremmo anche fare le valigie e andare a casa. Se la grandezza del compito ci spaventa, non ha senso parlare di socialismo e cosa dovrebbe fare la sinistra. Possiamo affrontare queste persone e sconfiggerle – certo che possiamo. Possiamo opporci all’UE e ai grandi capitali e possiamo sconfiggerli. Dovremmo fare affidamento sulla forza dell’ostilità della classe lavoratrice nei confronti dell’attuale regime in Gran Bretagna e dell’attuale stato delle politiche sociali – che è molto profonda. E possiamo contare sul desiderio della gente comune di sovranità popolare.
Le persone vogliono sentirsi padrone di dove vivono, di cosa fanno, del loro futuro e del futuro dei loro figli. Possiamo contare su questo e possiamo mobilitarlo dietro un programma radicale. C’è molta forza economica e di altro tipo in Gran Bretagna, e possiamo mobilitarla. Non ho dubbi che un

governo radicale con un programma di nazionalizzazione delle risorse chiave, l’acquisizione di alcune banche, la regolamentazione del sistema bancario e una politica industriale che rivitalizzerà alcuni settori in Gran Bretagna, avranno grandi possibilità di successo. Questo è ciò contro cui l’UE starebbe combattendo: una Gran Bretagna radicale di sinistra che mostra che esiste un altro modo. Loro non lo vogliono.
Dato che l’organizzazione sindacale è di gran lunga inferiore a quella che era negli anni ’70, che il capitale è in grado di spiccare il volo in tutto il mondo, che vi è un disequilibrio di potere tra la City di Londra e il capitale finanziario rispetto al resto dell’economia – siamo davvero in posizione strategica abbastanza forte per condurre quel grado di guerra a tutto campo con la classe dominante? I tuoi critici direbbero che è una bella fantasia, ma non tiene conto della reale debolezza del potere della classe lavoratrice.
Cerchiamo di essere chiari su alcune cose. Il programma del partito laburista di due anni fa è fondamentalmente una socialdemocrazia radicale e niente di più. La Gran Bretagna ha ora bisogno di un programma più radicale, ma che dovrebbe ancora rientrare nella vasta gamma del keynesismo radicale con alcune basi marxiste. Non stiamo parlando di una rivoluzione bolscevica. Non lasciamoci spaventare dai cambiamenti prima ancora che inizino. Stiamo parlando di affrontare lo status quo con una serie di politiche che sono state implementate in molti luoghi diversi, ma questa volta più radicali.
Pensi che la sinistra britannica dovrebbe fare affidamento solo sulle proprie risorse in questa lotta? Quale ruolo prevedi per la solidarietà internazionale paneuropea?
La sinistra è sempre stata internazionalista. Questo non può essere l’internazionalismo del grande capitale, il quale significa che il capitale può andare dove vuole, le merci possono andare dove vogliono e il lavoro può essere spostato ovunque il capitale ne ha bisogno. La sinistra è internazionale nel senso profondo in cui Karl Marx ne ha determinato l’idea molte lune fa, quando ha sostanzialmente affermato che la classe lavoratrice di un paese deve diventare la nazione. La classe lavoratrice di un paese è internazionale. Non ha un paese, ma deve diventare la nazione. In altre parole, deve diventare la classe dominante e dare la propria visione alla nazione, sostituendo la prospettiva capitalista.
Ciò significa, per me, che quando pensiamo alla trasformazione sociale e alle politiche economiche di cui abbiamo bisogno, il primo punto di forza è la forza interna: comandare le leve del potere nel luogo in cui viviamo, dove siamo impiegati, dove siamo attivi. È da lì che inizia, non cercando forza a Parigi, Lisbona, Roma o altrove. Per prima cosa lo troviamo a Londra, a Glasgow, a Newcastle e così via. Ecco da dove viene la nostra vera forza, sempre con una prospettiva internazionale.
La nostra forza sarà garantita ripristinando la sovranità popolare. Il popolo britannico vuole la sovranità popolare. Vuole sentire che è al comando, piuttosto che accadano cose su cui non ha alcun controllo. Questo è il modo in cui iniziamo a ottenere il sostegno di cui abbiamo bisogno a livello nazionale. Una volta che lo abbiamo fatto e abbiamo acquisito basi sufficienti per quello che stiamo cercando di fare, dove viviamo, ovviamente allo stesso tempo cercheremo il sostegno internazionale. Sarebbe un’arma aggiuntiva per noi se i lavoratori tedeschi e spagnoli vedessero quello che stiamo facendo e ci sostenessero. Lo vogliamo, cercheremo di promuoverlo e di sviluppare un movimento in tutta Europa. Abbiamo tutte le possibilità di successo, motivo per cui l’UE ha tanta paura di una vittoria di Corbyn. Sanno che se funziona, agirebbe da modello per altri paesi. L’internazionalismo inizia a casa propria, non inizia nello spazio esterno ed indeterminato dove galleggiano le grandi idee.
Ci sono alcuni a sinistra, inclusa la sinistra greca, che direbbero che la marea degli eventi a livello globale sta superando i confini nazionali: il mondo in cui viviamo sta diventando sempre più internazionalizzato e l’unico modo per ottenere qualsiasi conquista democratica su questi mercati internazionalizzati è che gli Stati nazione lavorino in collaborazione per esercitare un certo grado di potere sovranazionale. Pertanto, piuttosto di quel che vedrebbero come una specie di ritorno all’indietro della sovranità allo Stato nazione, credono che il passo necessario sia costruire autorità internazionali che abbiano un certo grado di sovranità popolare. Stanno parlando del tentativo di lavorare all’interno e di riformare radicalmente istituzioni come l’UE, piuttosto che separarsi da esse.
Direi, per prima cosa, che questo argomento – che ovviamente si sente molto a sinistra – riassume molto chiaramente la profonda malattia che ha colpito la sinistra europea. È una prospettiva tipicamente europea che lo stato nazione sia stato trasceso, i confini siano insignificanti e si debba guardare ad uno spazio più grande oltre lo Stato nazione, che è sempre velenoso, distruttivo, la causa della guerra.
Prima di tutto, in termini teorici, è un’assurdità senza senso. Non è così che il mondo si sta comportando. Certo, il capitale è diventato internazionale. Certo, abbiamo catene del valore in tutto il mondo. Certo, abbiamo quella che viene chiamata globalizzazione – intendendo, in altre parole, la diffusione del commercio in parti del mondo prima non toccate dal

capitalismo. Certo, abbiamo un capitale che sposta la produzione altrove. Ovviamente, abbiamo il capitale monetario che si sposta in varie aree del mondo e che ha definito quella che viene spesso chiamata finanziarizzazione. Tutti questi sono fenomeni che osserviamo.
Ma l’idea che da ciò ne consegua l’eliminazione, o l’emarginazione, dello Stato nazione, è un’assurdità. In realtà, la direzione del movimento nell’economia globale è determinata da vasti meccanismi statali. La Cina non avrebbe mai fatto ciò che ha fatto senza la macchina statale alle sue spalle, e senza il Partito Comunista – che, ovviamente, non è un vero partito comunista ma una macchina parastatale di circa 80-90 milioni di persone. Gli Stati Uniti non sarebbero mai quello che sono senza il governo degli Stati Uniti dietro di esso. Lo abbiamo visto nella crisi del 2007-09, quando tutti i profeti della globalizzazione si sono uniti chiedendo l’intervento pubblico per salvarsi la pelle.
Lo Stato non è mai sparito, è fondamentale per il capitalismo. È fondamentale per come si sviluppa il capitalismo, e ciò che fa è intervenire per promuovere la globalizzazione e la finanziarizzazione. Non sarebbe possibile senza il ruolo attivo di potenti meccanismi di Stato.
L’Europa è una varietà di Stati, alcuni dei quali sono considerevoli per gli standard globali, alcuni mediocri e altri molto piccoli. La direzione dell’unità politica in Europa dopo la seconda guerra mondiale fu caratterizzata in primo luogo dalla guerra stessa; poi dall’intervento degli Stati Uniti con i suoi piani contro l’URSS; e poi con la creazione del mercato unico e il dominio del capitale. Tutti questi fattori hanno modellato le attuali prospettive dell’UE. Questa prospettiva è completamente neoliberale. Ma è più di questo. Quando lo guardi dal punto di vista degli Stati, quello che vedi non assomiglia alla fiaba internazionalista che alcuni sostengono. Quello che vedi è una gerarchia di Stati che è altrettanto spietata di qualsiasi altra gerarchia che abbiamo visto in passato.
Questa gerarchia è caratterizzata da un solido nucleo dominato dalla Germania, dalla Francia e da un certo numero di altri paesi, con l’Italia metà-nucleo, metà fuori e un certo numero di periferie. La periferia meridionale – Grecia, Spagna, Portogallo – è costituita da economie deboli con una base industriale debole e un ampio settore pubblico. La periferia dell’Europa centrale include Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e un certo numero di altri paesi che sono fondamentalmente collegati alla struttura industriale tedesca. La periferia del Baltico è anch’essa completamente diversa.
In poche parole, ciò che vediamo in Europa è in realtà gerarchia e divergenza tra gli Stati. In cima si trova la Germania. Berlino è il centro del potere. Berlino prende le vere decisioni. La Francia ha effettivamente perso questa lotta, a prescindere da ciò che pensa Emmanuel Macron. Questa è la realtà dell’Europa. In fondo ci sono un certo numero di paesi periferici, paesi deboli, e sono dominati dal nucleo.
Abbiamo relazioni di dominio, nuovi modi in cui l’imperialismo si manifesta. Questa è la realtà dell’Europa, non le fiabe di un’alleanza di nazioni, che superano i confini nazionali, diventando una grande famiglia felice. Queste cose potrebbero esistere nei sogni delle persone o negli slogan politici di varie persone che sostengono l’UE, ma non è questa la realtà. In questo contesto, le idee sulla sovranità popolare e nazionale sono concrete. Verso queste idee è il modo in cui il mondo si muoverà in futuro e dovrebbe muoversi.
Ora, se questa è la situazione, uno cosa deve pensare dell’idea che possiamo unirci tutti insieme come sinistra, nello spazio indeterminato oltre lo Stato nazione, e tentare di cambiare l’UE? Possiamo prendere in giro questa idea in astratto o analizzando le istituzioni attuali dell’UE, ma non serve nemmeno farlo. Abbiamo prove storiche e l’evidenza storica si chiama Syriza.
Syriza era convinta che avrebbe potuto vincere le elezioni, ottenere legittimità, quindi andare ai consessi europei. Sostenendo le sue ragioni, che avrebbe ottenuto sostegno da altre parti della sinistra europea e da altri paesi, riuscendo quindi a cambiare i rapporti di forza e che sarebbe
emersa la vera bontà dell’Europa e che tutto sarebbe finito bene. Niente di tutto ciò si è mai realizzato. L’UE che Syriza ha dovuto affrontare è stata questa forza ostile e arrogante che sostanzialmente ha detto a Syriza cosa fare e ha ricattato spietatamente il governo di sinistra.
Questo è esattamente quello che qualsiasi tipo di tentativo mal concepito di creare questo fronte internazionale di sinistra dovrebbe affrontare. Non è una politica realistica. La politica realistica inizia a casa propria. Inizia da casa propria, inizia con cose che puoi comandare e cose che puoi cambiare. L’internazionalismo si basa poi su questo.

* Fonte: La sovranità appartiene al popolo

mercoledì 23 agosto 2017

EUROPA: I COSTI DEL PREDOMINIO TEDESCO di Costas Lapavitsas

[ 23 agosto 2017 ]

Intervista a Costas Lapavitsas di Steven Forti*
“L'euro ha soltanto facilitato un'Europa a trazione germanocentrica”. 
Costas Lapavitsas (1961), professore di economia presso la School of Oriental and African Studies della University of London, è un fermo partitario dell’uscita della Grecia dall’Euro. È autore di diversi libri, tra cui Crisis in the Eurozone (Verso, 2012) e, con Heiner Flassbeck, Against the Troika. Crisis and austerity in the Eurozone (Verso, 2015). Militante storico della sinistra ellenica, entrò in Syriza nel 2012 e venne eletto deputato nel primo governo di Alexis Tsipras nel gennaio del 2015. Abbandonò il Parlamento greco e il partito dopo la firma del Terzo Memorandum nell’estate di due anni fa. Da allora è estremamente critico con l’esperienza dei governi di Syriza e con DIEM25, il progetto europeo dell’ex Ministro delle Finanze Yannis Varoufakis.

QUI i numerosi interventi di Lapavitsas pubblicati da SOLLEVAZIONE
D. Sembra che la crisi sia terminata. È davvero così?
Si è placata, direi. Però più che della crisi, ciò di cui mi sembra più corretto parlare ora è della nuova Europa che sta nascendo. E non si tratta di un’Europa molto piacevole. 

R. Quale sarebbe questa “nuova” Europa?



La Germania ha affrontato con successo la crisi dell’Eurozona. In Europa si è formato un centro, rappresentato dalla Germania, e più nello specifico dal compesso industriale tedesco. Soprattutto il settore automobilistico e chimico, che è molto focalizzato nell’esportazione. Attorno a questo centro si stano formando una serie di periferie. All’inizio della crisi nell’Eurozona parlavamo di una sola periferia. Ed era corretto. Ora sappiamo che esistono più periferie. E in questo l’Italia è importante perché si trova a metà strada tra questo nuovo centro e le periferie. L’Italia sta ancora soffrendo la crisi, ma è anche l’unico paese in Europa che ha un complesso industriale che può competere con la Germania. Molto più della Francia che ha distrutto le sue industrie e ha sofferto un profondo processo di finanziarizzazione dell’economia negli ultimi decenni. 

Ha parlato di diverse periferie. Quali sono? E in cosa si differenziano?
Possiamo riconoscere chiaramente due tipi di periferie. Una è quella dei satelliti della Germania. Si tratta di paesi che possono fare parte dell’Euro o no, come la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Slovenia e parte dell’Austria. Paesi che sono collegati direttamente al processo industriale tedesco. Questo è il centro produttore europeo. Che sta iniziando ad attrarre altri paesi: la Romania, l’Ungheria… L’economia di questi paesi dipende sempre di più da come funziona il settore automobilistico tedesco. L’altra periferia è quella del sud: la Grecia, la Spagna, il Portogallo, una parte dell’Italia. Sono paesi che dispongono di un forte settore pubblico, hanno alti livelli di disoccupazione, sono economicamente poco competitivi e non hanno una struttura industriale che possa competere a livello internazionale. E, dato importante, sono membri dell’Euro. Che è la ragione per cui non sono competitivi. Il loro ruolo è quello di fornire mano d’opera alle industrie tedesche. 

Qual è il ruolo della Francia in questa “nuova” Europa?
La Francia è un paese del centro, ma non ha la forza industriale per competere con la
Germania. Ha perso la partita con i tedeschi all’interno dell’Euro. A medio o lungo termine sarà subordinata alla Germania.


L’arrivo di Macron all’Eliseo può modificare questa situazione?
La Francia rimane un paese potente, ma che cosa potrà fare Macron per competere economicamente con la Germania? Potrà anche stringere migliori rapporti con Merkel rispetto a Hollande o rinforzare la presenza militare francese nel mondo, ma non cambierà nulla. Per di più il suo programma economico contiene esattamente ciò che vogliono i tedeschi: salari più bassi, riforma del lavoro, privatizzazioni… l’unica speranza per la Francia in questo contesto è rafforzare il suo sistema finanziario. Lì ha dei vantaggi importanti. 

Secondo alcuni economisti, l’Euro è stato uno “scudo protettore” durante la crisi. Cosa risponde a questa interpretazione?
Chi ancora crede che l’Euro sia stato in qualche modo un fattore di protezione dell’Europa o non ha capito nulla di quel che è successo negli ultimi anni o è completamente ossessionato dall’Euro. L’Euro è stato un disastro per la capacità dell’economia europea di affrontare lo shock della Grande Crisi del 2007-2009. Ha ingigantito i suoi effetti, ha aggiunto altri problemi e ha devastato ogni settore dell’economia. L’Euro è stato un fallimento totale in questo senso. Credo sia più interessante piuttosto riflettere sul fatto che l’Euro ha permesso alla Germania di trasformarsi nel paese dominante in Europa. Questo è il vero significato dell’Euro. La moneta unica ha permesso a Berlino di dominare il mercato europeo e di convertirsi in un paese esportatore a livello globale capace di penetrare nel mercato cinese o in quello statunitense. E di convertirsi in proprietaria di asset finanziari. I risultati che ha dato l’Euro sono esattamente il contrario di quello che ci si aspettava. 

Qualcosa è cambiato con la Brexit?
La Brexit è stata in un certo senso una reazione alla trasformazione dell’UE in un’istituzione che protegge e maschera il potere tedesco. Una reazione causata dalla perdita di sovranità. È importante perché segnala una risposta che viene dal basso al nuovo potere che sta emergendo in Europa. La volontà di separarsi da questo nuovo impero. Le difficoltà che il Regno Unito sta vivendo in quest’ultimo anno mostrano quanto ciò sia difficile. Ma non sottovaluterei la forza del capitalismo britannico. In Europa ci sono solo tre capitali che contano: Mosca, Berlino e Londra. E Londra ne è cosciente. 

Vede analogie tra la Brexit e la vittoria di Trump?
Trump è un’altra cosa. È una risposta che viene dall’impasse del neoliberalismo. Trump cerca di sfruttare la sensazione di perdita di sovranità popolare e di aumento delle disuguaglianze sociali dicendo menzogne. Non ho ancora visto una politica di Trump che rispetta le sue promesse elettorali. Mi sembra il tipico presidente repubblicano che liberalizza l’economia. Un classico demagogo populista. 

Yannis Varoufakis sostiene che si possa ancora democratizzare l’Europa. Lei è fermamente contrario a quest’ipotesi. Perché?
Abbiamo perso l’ultimo decennio discutendo su come era possibile cambiare l’Unione Europea. Syriza pensava ingenuamente che, vincendo le elezioni e governando la Grecia, poteva cambiare la UE da dentro. Syriza ha fallito. E non perché la Grecia è un piccolo paese. Sarebbe stato lo stesso per qualunque governo di sinistra in Spagna o in Italia. Rispetto a qualche anno fa, però, ora sappiamo perché le cose sono andate così. Per la nascita di una nuova struttura di centro-periferia in Europa, con un centro che domina e che non permette nessuna dissidenza. Chi da sinistra vuole davvero cambiare le cose deve iniziare a combattere le istituzioni europee e a crearne di nuove. 

Possiamo imparare qualcosa dall’esperienza di Syriza?
Possiamo imparare ciò che non si deve fare. Non c’è nulla di positivo in questa esperienza. Syriza ha promesso moltissimo, ha vinto le elezioni ed è andata al governo, trasformandosi in un partito di massa. Si diceva che era una nuova forma di organizzazione politica per la sinistra. Ma già nel 2012, quando è diventata il primo partito dell’opposizione, e ancora di più nel 2015, quando è andata al governo, non esisteva una democrazia interna. Syriza è una macchina assorbita dallo Stato che ruota attorno a un leader. Ha fallito nel creare una nuova organizzazione politica realmente democratica. Però ha fallito anche nel tentativo di cambiare l’economia e la politica. Gli è mancata la capacità di radicarsi sul territorio. Ma se si vuole davvero cambiare il mondo, questa è una questione fondamentale. Syriza non lo ha fatto. E si è arresa, trasformandosi in un partito di governo. Syriza ci mostra cosa non si deve fare e come non ci si deve organizzare.

Qual è la situazione della Grecia a due anni dalla firma del Terzo Memorandum?
Penso che non ci sia stato negli anni della crisi un governo più sottomesso di quello di Tsipras. Si sono arresi completamente. Hanno accettato l’obiettivo di un avanzo primario pari al 3,5% del Pil per i prossimi cinque anni. È incredibile. Nessuno parla più ormai della ristrutturazione del debito. Sperano semplicemente che le liberalizzazioni e le privatizzazioni gli permettano di far ripartire l’economia. Con queste politiche l’economia greca potrà forse crescere o contrarsi un po’, ma in realtà rimarrà stagnante. La disoccupazione non si ridurrà significativamente e la Grecia diventerà un paese povero e irrilevante alle frontiere dell’Europa. Crescerà moltissimo la disuguaglianza, i giovani continueranno a emigrare, l’economia si baserà sul turismo. È un disastro.

Si parla molto dell’esperienza portoghese con il governo socialista di António Costa appoggiato dalle sinistre. Cosa ne pensa?
Se questo è il meglio che può fare la sinistra, allora non abbiamo bisogno della sinistra in Europa. La sinistra è una corrente politica che ha sempre lottato contro i poteri forti per costruire un nuovo mondo. Cosa c’è di tutto questo in Portogallo? Cosa hanno fatto? Sono andati al governo. Forse riusciranno a limitare l’applicazione delle misure di austerity. Ma cosa pensano che potrà succedere? Un miracolo? Il Portogallo non crescerà molto. Continuerà bloccato. Come la Grecia. Non hanno altre ambizioni? Pagheranno un prezzo per questo.

Cosa deve fare dunque la sinistra?
La questione chiave è ridefinire la sovranità. Cosa significa la sovranità popolare oggi? Ma bisogna ridefinire anche la sovranità nazionale. I corpi transnazionali dell’Unione Europea lavorano contro gli interessi dei lavoratori e dei governi di sinistra e mantengono la gerarchia esistente in Europa. Sono questioni cruciali perché vanno al cuore di cosa può essere il socialismo. A questo deve aggiungersi un programma economico anti-neoliberale e anticapitalista: nazionalizzare la banca, potenziare gli investimenti pubblici, rafforzare il Welfare State… Se si pensa che si possano raggiungere questi obiettivi cambiando l’UE, significa che non si è capito nulla di ciò che è successo negli ultimi dieci anni. È impossibile. Bisogna combattere i meccanismi dell’Unione Europea e il potere della Germania. Non è anti-europeo ciò che sto dicendo. Non si tratta di nazionalismo. Non confondiamo l’internazionalismo del grande capitale che si è imposto in Europa negli ultimi trent’anni con l’internazionalismo della sinistra e dei lavoratori. 

È favorevole dunque a una futura federazione europea?
Certo. Il fatto che non esista una nazione europea, non lo considero una debolezza. Siamo quel che siamo: italiani, francesi, greci… è ciò che rende l’Europa quel che è. Ciò di cui abbiamo bisogno non è un demos europeo, ma un autentico internazionalismo. Detto questo, è ovvio che ci sono molte cose che possiamo condividere. E si possono costruire delle istituzioni in questo senso. 

È ottimista?
Prendo sul serio Gramsci. [ride] Sono particolarmente ottimista quando guardo la gioventù europea. Se penso alla Grecia, mi rendo conto che i giovani hanno viaggiato di più e sono più istruiti e informati di tutte le generazioni precedenti. Sono migliori di come eravamo noi. Vedremo cosa farà la gioventù europea nel futuro. In questo sono fiducioso. 



* Fonte: Micromega

giovedì 5 gennaio 2017

IL MANIFESTO DELLA MEGLIO SINISTRA EUROPEA

[ 5 gennaio ]

Il Manifesto che pubblichiamo, netto nella critica puntuale all'euro e all'Unione europea e nell'indicare il ritorno alle sovranità monetarie e politiche degli stati nazionali, è il frutto migliore di quell'area politica che viene identificata come "PIANO B". 

Un'area composita, quella del "PIANO B", tutt'altro che un blocco unitario. 
Essa include infatti tre componenti. 
Da una parte le sinistre che si illudono di potere riformare l'Unione europea dall'interno e non chiedono lo smantellamento della moneta unica (vedi Varoufakis, Podemos in Spagna, in Italia il Prc e Sel). 
Dall'altra c'è la componente che ritiene necessario e urgente il superamento dell'euro e il ritorno degli stati nazionali alla loro sovranità monetaria, senza escludere la permanenza nella Ue (vedi Lafontaine in Germania, tutte le sinistre scandinave, Melanchon in Francia). 
Infine il settore più radicale, composto da quelle sinistre che assieme alla fuoriuscita dalla Unione monetaria chiedono la rottura con l'Unione europea.

Il Manifesto  —ideato da Costa Lapavitsas (EReNSEP)— viene dopo il III. Forum No euro di Chianciano Terme, l'incontro di Copenhagen e quello di Parigi, e raccoglie personalità della seconda e terza componente. Tra i firmatari italiani Stefano Fassina e Moreno Pasquinelli.


Cosa fare in Europa?
Costas Lapavitsas

Le proposte della Sinistra
Questi sono momenti critici per l'Europa. E' chiaro che l'Unione economica e monetaria ha irrevocabilmente fallito, le economie della periferia d'Europa sono in grave crisi, mentre quelle del nucleo centrale mancano di qualsiasi slancio. La moneta unica è diventata uno strumento della Germania per applicare il mercantilismo attraverso il dumping salariale e per dettare "riforme strutturali", che creano stagnazione economica, povertà e disoccupazione. La capitolazione di Syriza in Grecia ha dimostrato che sia la UE che la UEM sono i principali ostacoli per qualsiasi tentativo di modificare l’agenda neoliberista dominante in Europa. L’austerità, il neoliberismo e le politiche di libero scambio, insieme con il disprezzo delle istituzioni europee per i diritti fondamentali e la democrazia, hanno portato ad una crisi di legittimità senza precedenti nella UE.

Si prendano in considerazione i risultati degli ultimi tre referendum legati a questioni europee. In Grecia, il 5 luglio 2015, la grande maggioranza ha deciso di respingere le condizioni previste per il terzo piano di salvataggio proposto dalla Commissione europea, dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca centrale europea. Nel Regno Unito, il 23 giugno 2016, la maggioranza ha scelto di lasciare l'Unione Europea, e ha chiesto che il processo di integrazione europea fosse interrotto. In Italia, il 4 dicembre 2016, la grande maggioranza ha respinto le riforme costituzionali antidemocratiche pro-mercato, nonostante il sostegno dichiarato e unanime da parte delle istituzioni europee, ciò che ha costretto il primo ministro pro-UE Matteo Renzi a dimettersi. Il rifiuto delle istituzioni europee non è mai stato più chiaro tra gli stati membri della UE.

La rabbia e l'indignazione sono in costante crescita in mezzo al popolo lavoratore europeo. Purtroppo, almeno fino ad oggi, ne hanno tratto beneficio la xenofobia, la destra radicale, addirittura il neo-fascismo. La Sinistra Europea sta pagando a caro prezzo sia la sua maldestra adesione alla UEM, che il tabù della rottura con il quadro della governance della UE, tra cui la modalità neoliberale di integrazione degli Stati membri. Se il futuro dell'Europa non deve essere dominato dal neoliberismo e dalla destra radicale la risposta è di liberarsi, a livello locale, nazionale e internazionale, dalla gabbia di ferro delle politiche e dei trattati imposti dalle istituzioni europee.

Cosa dovrebbe fare la sinistra?

Sulla base delle proposte discusse nel corso della seconda conferenza internazionale di EReNSEP, e dopo l'ultimo vertice per un Piano B in Europa, suggeriamo che ci sono, per le sinistre europee, tre obiettivi principali da perseguire, ora:

1. La priorità principale è quella di porre fine all’austerità e creare posti di lavoro di alta qualità. Questo dovrebbe essere il nucleo della politica economica della sinistra. Tuttavia non riusciremo a convincere la gente della nostra capacità di raggiungere questo obiettivo se non presentiamo una strategia concreta che consideri i grandi squilibri delle economie europee, creando il terreno per una trasformazione ecologica e democratica di industria e agricoltura. 
Non è possibile affrontare le esigenze sociali dei cittadini europei e le sfide ecologiche del continente senza una strategia chiara e realizzabile. Soprattutto sono necessari massicci investimenti pubblici per stimolare la domanda e riconquistare potere su imprese e banche. Questa sarà la base su cui ricostruire e ampliare il welfare affrontando le disuguaglianze di reddito e ricchezza. 

2. Politiche radicali implicano sovranità monetaria. La camicia di forza dei trattati europei, delle direttive e dei meccanismi della UEM sono stati costruiti per impedire qualsiasi strategia diversa da quella dell’austerità e della liberalizzazione. Per uscire dall'austerità è necessario riprendere il controllo democratico sulla creazione di moneta e le banche. Ogni governo di sinistra dovrebbe iniziare disobbedendo ai trattati europei e prepararsi a sostenere un confronto con le autorità europee, sviluppando una strategia economica integrata per la gestione del conflitto. La sinistra dovrebbe essere pronta a creare nuove valute e non dovrebbe avere paura di cancellare il debito pubblico quando tale cancellazione è politicamente legittima ed economicamente necessaria. Essa dovrebbe proporre la nazionalizzazione e la socializzazione delle banche, al fine di riprendere il controllo democratico dell'economia. La sinistra dovrebbe inoltre proporre un nuovo quadro per il controllo dei flussi di capitale in Europa e per la gestione degli scambi, dei surplus commerciali e dei deficit tra i paesi europei. Questi sono passi perfettamente fattibili che la sinistra dovrebbe perseguire con fiducia. La chiave è quella di sviluppare una strategia che rompa con l’austerità e rafforzi la solidarietà tra i movimenti sociali e politici dei singoli paesi i quali, pur essendo radicati nel contesto nazionale di ciascun paese debbono proporre alternative globali. Se non siamo disposti a fare questi passi, sulla base delle realtà nazionali e sostenuti da un'alleanza delle forze di sinistra nei singoli paesi, liberarsi da austerità e neoliberismo sarebbe impossibile. 

3. Politiche economiche radicali sono inseparabili dalle rivendicazioni di sovranità popolare e democrazia. Le istituzioni dell'Unione europea non sono mai state democratiche e non sono mai state concepite per servire i popoli d'Europa. Fanno parte di una macchina politica che è stata progettata per realizzare un ordine economico che favorisce le multinazionali, la privatizzazione sistematica dei servizi e altri beni pubblici, per l'erosione del welfare. Il regime di libero scambio neoliberista promosso dall'Unione Europea, rende impossibile qualsiasi sovranità popolare. E’ necessario rompere con gli accordi di libero scambio e i trattati che sono stati sviluppati e imposti ai paesi dell'Europa. Opporsi alla UEM rifiutando di applicare le direttive neoliberiste ed i trattati sono mezzi necessari per attuare politiche economiche progressiste e ristabilire il controllo democratico. Essi sono anche i passi necessari per sviluppare la nuova cooperazione politica di cui c’è bisogno in Europa, basata sulla giustizia sociale, la solidarietà internazionale, la democrazia e la sostenibilità ambientale. Dobbiamo sostenere l’avvio di processi costituenti per costruire autentici regimi politici democratici. Dobbiamo anche stimolare la mobilitazione e l’auto-organizzazione popolare.

Fosche nubi si addensano sull'Europa. C'è ancora tempo per la sinistra di plasmare la direzione degli eventi a condizione che ritrovi il suo coraggio politico. La sinistra deve rinnovare e affinare le sue proposte in materia di economia, società e politica. Si deve ricordare che la sua forza deriva dalla difesa della democrazia, della sovranità popolare, degli interessi dei lavoratori e degli oppressi. E deve prepararsi ad una rottura radicale con la camicia di forza neoliberista imposta dai trattati della UE e della UEM.

Firmatari:


Josep Maria Antentas (Professor of sociology at the Autonomous University of Barcelona, Spain)
Jeanne Chevalier (Parti de gauche, Spokesperson for economy, France)
Eric Coquerel (Parti de Gauche, Co-chair, France)
Alexis Cukier (Ensemble!, National board, France)
Fabio De Masi (MEP, Die Linke, Germany)
Sergi Cutillas (Economist at Ekona Research Center, Platform for a Citizen Audit of the Debt, Spain)
Cédric Durand (Senior Lecturer in economics, University Paris XIII, France)
Guillaume Etiévant (Parti de gauche, former Spokerperson for economy, France)
Stefano Fassina (MP and former Italian deputy minister finance, Sinistra Italiana, Italy)
Heiner Flassbeck (Honorary Professor of economics  at the University of Hamburg, Germany)
Constantinos Gavrielides (Regional councillor and member of the Economic Committee of the Region of Western Greece)
Marlène Grangé (Ensemble!, France)
Sabina Issehnane (Senior Lecturer in economics, University of Rennes 2, France)
Costas Lapavitsas (Professor of Economics at the University of London and former Syriza MP, Greece)
Moreno Pasquinelli (Programma 101, Italy)
Jean-François Pellissier (Ensemble!, Spokesperson, France)
Laura Raim (Independant Journalist, France)
Patrick Saurin (Sud BPCE, Spokesperson, CADTM, France)
Eric Toussaint (CADTM International, Spokesperson, Belgium)
Aurélie Trouvé (Senior Lecturer in economics, Agrosup Dijon, France)
Miguel Urbán (MEP, Podemos, Spain)
Christophe Ventura (Researcher in international relations, member of Chapitre 2, France)
Frédéric Viale (Doctor of Law, member of Chapitre 2, France)
Sébastien Villemot (Economist at OFCE, France)
Grigoris Zarotiadis (Associate Professor in the School of Economics and Political Sciences in Aristotle University of Thessaloniki, Greece)



* Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE

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