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giovedì 28 novembre 2019

VIENI AVANTI CRETINO di Piemme

[ venerdì 29 novembre 2019 ]

Sul CORRIERE DELLA SERA di ieri l'ennesimo sermone di Angelo Panebianco

Il titolo serafico può trarre in inganno: "Le cadute in politica estera". Esecrando l'incommensurabile pochezza della "politica"  finisce per prendersela con tutti, leghisti filorussi, grillini filocinesi, piddini semi-europesti — questi ultimi liberali inconseguenti e tremebondi: per il nostro, se lo fossero davvero dovrebbero sostenere a spada tratta la vandea di Hong Kong, e schierarsi senza sé e senza ma (poteva mancare?!) con Israele.

Niente di nuovo sotto il cielo, sono decenni che Panebianco ci ammorba con questa lagna che nel nostro Paese non c'è un vero partito liberale, ovvero liberista, visto che per il nostro le due cose sono del tutto simbiotiche.

La cosa degna di nota è un'altra. Sentiamo che scrive discorrendo di Lega e 5 Stelle:
«C’è un’evidente coerenza fra l’orientamento illiberale degli odierni movimenti neo-nazionalisti (detti sovranisti) europei e le loro scelte di politica internazionale. C’è coerenza fra i loro ideali di società e il modo in cui immaginano di organizzare i rapporti fra i rispettivi Paesi e il mondo esterno. Nulla di nuovo. Anche se è stupido e antistorico paragonare tali movimenti ai partiti totalitari del passato (fascisti e comunisti) c’è però un elemento comune, ossia l’avversione per il mondo occidentale in tutto ciò che esso ha di peculiare: la società aperta, il primato della libertà individuale garantito dalla legge, il libero mercato, la democrazia rappresentativa. Questi movimenti preferiscono intrattenere rapporti con le società chiuse, con le società autoritarie e illiberali, con le quali sanno di avere affinità. Essi pertanto mettono in discussione i tradizionali ancoraggi occidentali dei loro Paesi. Vale per tutti e a maggior ragione per l’Italia la quale di movimenti neo-nazionalisti di successo ne ha partoriti addirittura due (Lega e 5 Stelle)».
Per quindi concludere con quella che per lui è la vera e propria disgrazia storica italiana:

«È un errato riflesso politicista attribuire ogni colpa di ciò che riteniamo negativo a questa o quella forza politica. I neo-nazionalisti fanno il loro mestiere. I problemi sono altri. In primo luogo, il fatto che sono tanti gli italiani che li votano. Confermando così che l’Italia è, come è sempre stata, una democrazia difficile, fortemente attratta da richiami illiberali».
Quante scemenze e bugie in poche righe!

Siccome siamo clementi vogliamo sorvolare sui pornografici attestati liberisti e occidentalisti di fede di Salvini, e/o su quelli europesiti dei 5 Stelle i quali, se non smentiscono, come minimo ridimensionano l'ansia allarmistica del nostro.

Panebianco ricorre al famigerato assioma che stabilisce l'equazione liberalismo=democrazia. Ma quando mai?  Non solo per noi ma per il fior fiore degli storici (seri) non di naturale coesistenza si tratta, ma di effettuale contrasto — se non proprio di una incompatibilità che dipende dal conflitto insanabile tra predominio delle leggi di mercato e l'esercizio della sovranità popolare.

Consigliamo a Panebianco come a tutti i nostri lettori, di leggere il formidabile libro del compianto Domenico Losurdo: "Controstoria del liberalismo". Un'indagine basata su un'inoppugnabile documentazione degli orrori inenarrabili compiuti dalla borghesia liberale ad ogni latitudine, e dei crimini perpetrati in nome del liberalismo.

Dalla lettura qualunque persona di buon senso che abbia a cuore la giustizia sociale considererà l'accusa di essere  "illiberale" non un'infamia ma un titolo di merito.








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martedì 2 gennaio 2018

MI SENTO MENO SOLO di Sandokan

[ 2 gennaio 2018 ]

Non so voi, ma io mi son chiesto quale fosse mai l'origine e l'etimologia dell'aggettivo "illiberale".

L'anzianità di servizio e la memoria mi suggeriscono che sia un neologismo...liberale

E infatti è un'  espressione recente, che sta (Treccani) per un'opinione o un regime politico che «contrasta con i principî di libertà che sono il fondamento dello spirito e delle concezioni liberali».

Una parola, che possiede quindi, nativamente, un'indiscutibile connotazione ideologica. Scopro quindi che l'autorevole Cambridge English Dictionary raddoppia la dose di veleno, offrendone un secondo e più insidioso significato. Illiberale è infatti addirittura sinonimo di: intolleranza, mentalità ristretta, oscurantismo, fondamentalismo. 

Perché mai, mi chiedo, Lorsignori non vanno al sodo e non usano per i loro nemici, l'aggettivo anti-liberale? Dev'essere che suona politicamente scorretto, e sappiamo quanto questa élite progressista tenga al bon ton politico e al galateo linguistico. Ciò che non deve trarre in inganno.

Il passo dall'aggettivo mellifluo alla vera e propria categoria politica demonizzante è infatti breve. Ecco dunque che da una ventina d'anni l'élite ci martella col concetto di "democrazia illiberale". L'etichetta ha evidenti implicazioni iettatorie per chi la subisce: rischia infatti dall'Occidente di essere messo sotto assedio militare. Questa fu ad esempio la sorte che toccò alla Iugoslavia di Milosevic, che dopo essere stata sanzionata come "democrazia illiberale" venne finalmente bombardata e squartata. 

Sarà forse di un certo interesse registrare che, sempre tra i liberali, c'è una disputa etimologico-politica riguardo al concetto. Per quelli dogmatici "democrazia illiberale" sarebbe un ossimoro: se in un paese l'informazione è controllata, se le elezioni sono una messa in scena, se i partiti d'opposizione tollerati sono solo quelli di comodo, se le leve del potere sono monopolio di una corrotta oligarchia, allora non c'è democrazia. Tanto vale parlare di dittatura punto e basta. 

Sembra un calzante autoritratto dei regimi politici occidentali non vi pare? Invece l'Occidente quando si guarda allo specchio vede solo l'altro da sé.

La lista imperialistica di proscrizione delle "democrazie illiberali" si allunga anno dopo anno e due sono i paesi che stanno in cima all'elenco: la Russia putiniana e la Cina. Ovvio che trattandosi di due colossi geopolitici alla sanzione ideologica imperiale risulta arduo far seguire l'aggressione "umanitaria", e/o esportare ai reietti la... democrazia liberale

Perché oggi vi suggerisco questa riflessione è presto detto. Il 22 dicembre Angelo Panebianco, testa d'uovo dell'élite liberale, ha scritto un editoriale per il CORRIERE DELLA SERA dal titolo La politica estera che divide. Il nostro lancia l'allarme perché la metà degli italiani risulterebbe affetta dalla gravissima sindrome, appunto, dello "illiberalismo". Egli prende spunto da un sondaggio dell'autorevole IPSOS da cui risulterebbe che:
«C’è un’Italia che apprezza la democrazia liberale, l’economia di mercato, la ricerca scientifica, l’appartenenza al mondo occidentale, un Paese che difende le «libertà dei moderni». C’è poi una seconda Italia, molto forte anche se forse non più forte della prima, che subisce con ostilità ed astio quelle libertà: le considera una truffa perpetrata dai «potenti».
Peggio ancora dal sondaggio vien fuori che :
«... sono di più (benché di poco) gli italiani che ritengono gli Stati Uniti più pericolosi di vari Stati autoritari, dall’Iran all’Arabia Saudita».
Il nostro va dunque alle apodittiche conclusioni: simili simpatie attesterebbero appunto la "sindrome illiberale" poiché, gratta gratta, nascondono "pregiudizi negativi nei confronti del mercato". Infatti il liberal-liberista aggiunge:
«È probabile che un atteggiamento antiamericano e filo russo vada di pari passo con l’ostilità per il mercato e la diffidenza per la società aperta (della quale ciò che viene impropriamente definito «globalizzazione» è una filiazione). Il contrario vale nel caso degli atteggiamenti filoamericani».
Panebianco va infine a parare sulle prossime elezioni:
«A seconda del loro esito, dopo le prossime elezioni, potrebbero verificarsi cambiamenti di rilievo nella collocazione internazionale del Paese. Per esempio, un significativo rafforzamento dei 5 Stelle e della Lega a scapito di altre forze, potrebbe comportare (all’inizio in modo strisciante e poi in modo sempre più aperto) una forte accentuazione dei legami con la Russia e un allentamento netto di quelli con gli Stati Uniti (forse verrebbero messe in discussione anche le basi Nato in Italia). In Europa crescerebbero i contenziosi fra l’Italia e le autorità di Bruxelles (e non si sa su quali alleati europei l’Italia potrebbe allora contare)».
Io spero che Panebianco abbia ragione, che sia vero quanto egli ricava dal sondaggio IPSOS. Soffrivo, in quanto "illiberale", di solitudine. Vengo invece a sapere che sono solo particella di una maggioranza, per quanto ancora in stato di minorità politica. Ciò che mi fa fare pace, oltre che con la mia coscienza, con l'Italia.

lunedì 11 dicembre 2017

LIBERALISMO, NEOLIBERISMO E STRATEGIA

[ 11 dicembre 2017 ]

L'altro ieri pubblicavamo, col titolo Per un'uscita dal liberalismo la critica del compagno Alessandro Chiavacci alla nostra organizzazione, Programma 101.

Qual è il succo della critica che ci è stata rivolta? Chiavacci ritiene che la lotta contro il capitalismo casinò, quindi contro il blocco sociale e politico neoliberista, è del tutto vana, anzi fallimentare, se non si respinge allo stesso tempo ed in ogni sua forma la concezione liberale del mondo. C'è un livello teorico della questione —è legittimo affermare che il neoliberismo odierno e il liberalismo sono la stessa cosa? Dalla risposta al quesito si giunge subito al piano squisitamente politico: se non lo sono quale tattica deve adottare un movimento politico rivoluzionario? Non è forse necessario costruire un'alleanza con i settori liberali nazional popolari contro le forze neoliberiste e antinazionali?
La nostra risposta era e resta che quest'alleanza non è solo auspicabile ma necessaria.
A conforto della nostra tesi giunge la testa d'uovo liberista anti-populista Angelo Panebianco [nella foto sopra] il quale, sul Corriere della Sera di oggi, si strappa le vesti e lancia l'allarme poiché le idee "stataliste, illiberali e sovraniste" stanno avanzando.
Proprio allo scopo di continuare questa discussione consigliamo un'attenta lettura dell'arguto pezzo del Nostro il cui punto di vista ci pare corrisponda a quello del Chiavacci: liberalismo = neoliberismo. 

*  *  *  

LA SOGLIA DEL 30%

Il mercato e quel bacino di ostilità
Il sospetto è che, come ai tempi del Pci, un terzo degli italiani sia pronto a votare per forze programmaticamente avverse al mercato. Il caso di M5S

di Angelo Panebianco


«Sabato scorso, sulla prima pagina di questo giornale, c’erano una notizia e un commento, apparentemente senza legami fra loro, che, insieme, attestavano l’esistenza di persistenze, di continuità storiche, confermavano il fatto che gli orientamenti di fondo di questo Paese non siano mai davvero cambiati, siano oggi gli stessi di molti decenni fa. La notizia consisteva nel risultato di un sondaggio che dà il movimento dei 5 Stelle al 29,1 per cento, lo conferma, nelle intenzioni di voto degli italiani, come primo partito. Il commento era quello di Francesco Giavazzi che documentava la rimonta dello statalismo dopo una breve stagione, durata pochi anni, in cui era sembrato in ritirata, che descriveva una classe politico-parlamentare di nuovo preda di una frenesia anti-mercato come dimostrano tanti provvedimenti sfornati recentemente dal Parlamento. Pochi, mi pare, hanno notato che i 5 Stelle raggiungono, per lo meno nei sondaggi, più o meno la stessa percentuale di consensi che era propria del Partito comunista all’epoca della cosiddetta Prima Repubblica. Vero, una cosa sono le intenzioni di voto e un’altra cosa sono i voti ma, tenendo conto del fatto che spesso i partiti antisistema sono sottorappresentati nei sondaggi, il sospetto è che, proprio come ai tempi del Pci, ci sia grosso modo un terzo degli italiani disponibile a votare per un partito programmaticamente ostile alla democrazia liberale.

I 5 Stelle non sono l’unico partito di questo tipo? Anche questo è vero. Ma era vero pure nella Prima Repubblica: oltre al Pci c’era l’Msi e c’erano componenti illiberali (di minoranza) all’interno della Democrazia Cristiana e del Partito socialista. Se si tirano le somme si vede che ben poco è cambiato, poniamo, rispetto agli anni Sessanta dello scorso secolo: la percentuale di elettori attratti da partiti e gruppi illiberali è oggi più meno la stessa di allora.Ma le persistenze non si fermano qui. Nel suo editoriale («Statalismi di ritorno in economia») Francesco Giavazzi ha mostrato come la classe politico-parlamentare non abbia ormai più remore nell’alzare la bandiera di un nuovo statalismo. Osserva Giavazzi che: «Dopo le liberalizzazioni del secondo governo Prodi (2006-2008) il virus dell’antimercato si sta di nuovo diffondendo». Al punto che, truffaldinamente, si è arrivati a chiamare «privatizzazione» la vendita di quote di aziende possedute dallo Stato alla Cassa Depositi e Prestiti, un ente che è nelle mani dello stesso Stato.

Proprio come ai tempi della Prima Repubblica il controllo statale sui gangli vitali dell’economia è tornato a essere un ideale di vita pubblica e, per quel che è possibile (Europa permettendo), anche una pratica politica. Quando finì la Prima Repubblica, ufficialmente a causa della corruzione, in realtà a causa di uno spettacolare «fallimento dello Stato» dovuto all’accumulazione di un debito pubblico gigantesco e fuori controllo, si affermò ed ebbe una qualche fortuna per un certo periodo — benché ciò andasse contro le tradizioni del Paese — l’idea che bisognasse dare molto più spazio di un tempo alle forze del mercato. Quella breve stagione sembra ora alle nostre spalle. Si torna agli antichi vizi. Ma i provvedimenti statalisti che danneggiano i consumatori generando le rendite politiche di cui ha parlato Giavazzi, non sarebbero possibili se il Paese non fosse attraversato, oggi come un tempo, da vigorose correnti anti-mercato, se il mercato non fosse avversato da un cospicuo numero di nostri concittadini.

Ancora una volta, le intenzioni di voto sono rivelatrici: se è molto ampio il bacino elettorale in cui possono pescare i gruppi politici illiberali, ancora più ampio appare quello in cui sono diffusi orientamenti anti-mercato. Grosso modo la metà degli elettori di questo Paese sembra disponibile a votare per gruppi politici (di destra o di sinistra) più o meno esplicitamente statalisti. Il cosiddetto «sovranismo», la critica dell’economia aperta, il favore per il protezionismo, non sono invenzioni estemporanee, intercettano una domanda diffusa, di protezione statale dal mercato. Non ci sarebbe lo statalismo di ritorno di cui ha parlato Giavazzi se non ci fosse nel Paese quella domanda.

Se gli orientamenti di fondo in materia di mercato o di democrazia liberalenon sono cambiati rispetto a trenta o quaranta anni fa è però cambiato il contesto. Ai tempi della Guerra fredda era il sistema delle alleanze internazionali a proteggerci, almeno in parte, da noi stessi, dalle nostre peggiori inclinazioni. Oggi un’Europa in crisi non ne ha la forza. Le componenti, fortunatamente non sparute, della società italiana che non si arrendono all’idea di un futuro «peronista» (illiberale e statalista) devono arrangiarsi, contare solo sulle proprie forze. Fallito il tentativo di creare una democrazia maggioritaria, prevale la frammentazione politica e i poteri di veto sono forti diffusi e radicati, come, del resto, lo erano un tempo. In queste condizioni, chiunque vinca le prossime elezioni (ammesso che qualcuno le vinca) non avrà la forza per imporre le sue scelte. Più che una resa dei conti fra amici e nemici della società aperta si prevede un lungo periodo di stallo».

martedì 25 luglio 2017

FLAT TAX: IL CAVALLO DI TROIA DELLE ÉLITE di Leonardo Mazzei

[ 25 luglio 2017 ]

La confessione spontanea del prof. Panebianco

Mannaggia, tutto ciò che ci serve è incostituzionale! Maledizione, chi ce lo ricorda non ha nemmeno torto! Peggio ancora: i tentativi di colpire al cuore la Costituzione modificandone la seconda parte falliscono, come si è visto il 4 dicembre. Che fare allora? Ma è semplice, bisogna cambiare direttamente la prima parte della Carta del 1948. Oddio, forse tanto semplice non è, visto come la pensa la maggioranza degli italiani. Ma non vorremo mica, noi liberali, sottostare al volere della plebe. Dunque si proceda in altro modo. Ad esempio scardinando l'impianto costituzionale a partire da un bel dibattito (leggasi da una massiccia campagna mediatica) sulla flat tax. Questo, in buona sostanza, il ragionamento proposto da quel gentiluomo di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 21 luglio.

Il suo è un editoriale importante, perché indica da un lato che l'attacco delle éÉÉlite alla Costituzione non è certo archiviato (e questo lo sapevamo), dall'altro che l'assalto frontale agli stessi Principi Fondamentali ha bisogno di un nuovo Cavallo di Troia che ne consenta lo stravolgimento. La flat tax, appunto.


Ma seguiamo brevemente il discorso del Panebianco, che ha se non altro il merito di dire senza falsi pudori qual è l'obiettivo di lorsignori: quello di far corrispondere la costituzione formale a quella materiale, scolpendo una volta per tutte, anche nella pietra costituzionale, le "ragioni" del dominio di classe. Le sue proposte non lasciano adito a dubbi: passare da una repubblica fondata sul lavoro ad una fondata sulla "libertà", precisando subito che la prima "libertà" da tutelare è il diritto di proprietà da elevare a "diritto fondamentale". 


Ora, anche se il Panebianco dice che la Costituzione del '48 «avrebbe potuto diventare - senza bisogno di revisioni - la carta fondamentale di una "democrazia popolare" se i socialcomunisti avessero vinto», a noi non risulta proprio che il diritto di proprietà abbia troppo sofferto negli ultimi settant'anni. Tant'è che il capitalismo italiano ha avuto il suo massimo sviluppo proprio nei primi decenni del dopoguerra. Ma ai rapaci del capitalismo-casinò dei nostri tempi anche questo non basta. Non solo vogliono che ogni legge sia a loro vantaggio, vogliono anche la piena vittoria sul piano ideologico. Concretamente, Panebianco vorrebbe la flat tax non solo per avvantaggiare i ricchi e per distruggere quel che resta del welfare (questo va da sé), ma anche (testuale) per assestare «una frustata ideologica e culturale».

Interessante l'elenco fatto dall'editorialista delle cose, per lui ovviamente tutte ottime, che possono però essere tacciate - giustamente, se non altro lo ammette - di incostituzionalità se non si interviene alla radice dei Principi Fondamentali: ovviamente la flat tax, ma anche le leggi elettorali maggioritarie, il numero chiuso nelle università e - orrore, orrore, tre volte orrore! -  «forse perfino il Job act rischierebbe grosso di fronte a un rigoroso "controllo di costituzionalità"». Ma guarda un po', chi l'avrebbe mai detto!

Nei fatti il Panebianco ammette semplicemente che tutte le principali scelte politiche dell'ultimo quarto di secolo, non solo dunque le ultime firmate Renzi, sono incostituzionali. E questo perché - diciamo noi - tutte le scelte di questo periodo sono state ispirate all'ideologia ed ai dogmi neoliberisti. E neoliberismo e Costituzione proprio non possono convivere.

Fin qui, in un certo senso, siamo alla scoperta dell'acqua calda. Il che non toglie però interesse all'ammissione del Panebianco. Ma più interessante ancora è lo sviluppo del suo ragionamento. Sapendo di non potersi permettere un attacco scoperto alla prima parte della Costituzione (il referendum del 4 dicembre gli brucia ancora), ecco allora il gigantesco imbroglio della flat tax.

La gente non ne può più delle tasse? Bene, convinciamola che la prima cosa da fare è quella di introdurre una sola aliquota, uguale per tutti. Indovinate chi ci guadagnerà! No, calmi, mica quelli che credete voi, populisti che non siete altro. No, gente avvezza solo a pensar male di ogni studiata parola dei nostri giornaloni. Per il disinteressato editorialista del Corsera, e per tutti i sostenitori della "tassa piatta", ci guadagnerà solo l'economia, che riuscirebbe «a ripartire al galoppo, dopo decenni di alternanza fra stagnazione, recessione e bassa crescita». Boom, boom, triplo boom! Se davvero la flat tax fosse così benefica per l'economia, Russia ed Ucraina, che l'hanno introdotta rispettivamente nel 2001 e nel 2003, sarebbero in testa alle classifiche delle crescita, che ci raccontano invece una storia diversa assai.

Il succo della flat tax è palesemente un altro. Favorire spudoratamente i ricchi, cancellando anche quel minimo di redistribuzione della ricchezza che si determina grazie alla tassazione progressiva dei redditi. A questo scopo piuttosto volgarotto (e dunque poco confessabile), il Panebianco ne aggiunge un altro, per quelli della sua casta importante assai: affermare il principio del dominio assoluto della ricchezza anche nella carta costituzionale.   

Detto questo, se sul Panebianco possiamo anche fermarci qui, non così sulla flat tax. Egli infatti non è solo, anzi. A rilanciare la "tassa piatta" ci ha pensato recentemente l'attuale presidente dell'Istituto Bruno Leoni, quel Nicola Rossi che è stato uno degli economisti di punta del centrosinistra nel primo decennio del secolo. Ma, come è noto a tutti, la flat tax è uno dei cavalli di battaglia preferito dalla Lega di Salvini, che proprio su questo tema ha ritrovato la piena convergenza con l'immarcescibile Silvio Berlusconi. E l'elenco potrebbe continuare...

Ora, siccome l'esercito di questi imbroglioni si va ingrossando, e siccome la propaganda leghista sul tema è attecchita anche in ambienti insospettabili del sovranismo, è quanto mai necessario fare chiarezza - numeri alla mano - sui veri effetti della flat tax, nelle varie forme proposte. Per questo torneremo nel dettaglio sul tema in un prossimo articolo. 

Nel frattempo fissiamo almeno un punto: l'assoluta incompatibilità della "tassa piatta" con la Costituzione del 1948. A dire il vero, una inconciliabilità che chiunque può comprendere al volo senza bisogno di troppi discorsi. Ma viviamo tempi assai confusi, dunque di nuovo grazie al prof. Panebianco per la sua confessione spontanea.

martedì 15 luglio 2014

LIBERISTI QUAQUARAQUA di Emmezeta

15 luglio. A proposito di un (demenziale) editoriale di Angelo Panebianco

Il prof. Panebianco è un liberista a tutto tondo. E come tutti i liberisti porta con sé parecchie contraddizioni. Una di queste, forse la più clamorosa, sta nel fatto che quelli come lui hanno un'ossessione sia per le tasse che per il debito pubblico. Vorrebbero ridurre le prime, nello stesso tempo in cui si prefiggono di tagliare il secondo. Come chiunque può ben capire, un po' troppo anche per dei propagandisti ben retribuiti del verbo mercatista.

Questa contraddizione, grande come un macigno perfino in tempi ordinari, diventa grossa come una montagna in tempi come questi. Certo il prof. non è l'unico ad infischiarsene allegramente, a far finta che non ci siano problemi. Lorsignori stanno dalla parte vincente, da quella del pensiero unico dominante. Mica devono chiedersi se per caso c'è qualche falla nel loro ragionamento. A loro basta l'ideologia liberista, anche se naturalmente sono i primi a dire che "le ideologie sono tutte morte".

Nell'editoriale pubblicato domenica scorsa sul Corriere della Sera, Panebianco prende in esame le prospettive del renzismo. A Renzi concede di essere il «Blair italiano», per lui un punto di merito senza precedenti, vista «la sua comprovata capacità di sfidare alcune convenzioni, tic e luoghi comuni della sinistra». Il Nostro parla del rapporto con i sindacati, ma è evidente che si riferisce all'attacco ai diritti di lavoratori, altro che tic e luoghi comuni! Fin qui, dunque, Renzi piace tantissimo al professore.

Ma, si sa, a quelli come lui mica può bastargli. Ecco allora la sua critica. Secondo l'editorialista del Corsera, Renzi avrebbe colpito certi luoghi comuni ma non altri. E, per l'esattezza, ne individua due: l'immigrazione e le tasse.

In questa sede concentriamoci solo sul secondo «luogo comune» dello pseudo-ragionamento del Panebianco. Il nodo delle tasse è infatti un punto assai dolente delle argomentazioni degli euro-liberisti, che merita di essere portato alla luce in tutta la sua evidenza.

Nel suo articolo, il prof. non cita mai l'Europa, i suoi vincoli, la sua struttura, il suo orientamento, le sue regole, i suoi trattati. Tutto ciò è come se non ci fosse. C'è invece un'eterna lotta tra il bene e il male, laddove il male sarebbe rappresentato da una specie di «sinistra delle tasse». Formula che riecheggia i ventennali comizi di un signore che sulle tasse, e soprattutto su come evaderle, in effetti una certa esperienza l'ha maturata.

Ora, però, chi scrive non è affatto un sinistrato accecato dall'antiberlusconismo. E dunque non gli è difficile concedere a Panebianco che quella che lui intende come «sinistra delle tasse» esiste davvero. Solo che non ha niente di «sinistra», trattandosi piuttosto di un blocco politico eurista e liberista quanto Panebianco. Se così viene ancora qualificato è solo per una convenzione linguistica, per altro molto utile nel teatrino bipartisan con il quale ci si ingegna a turlupinare a più non posso i creduloni.

Panebianco si tranquillizzi, dunque. Renzi è un liberista come lui, solo che deve governare. E deve farlo nel contesto europeo. Panebianco intende mettere in discussione l'Unione Europea? Bene, lo faccia. Anzi, lo scriva. In caso contrario, per favore, taccia.

Rendendosi conto della contraddizione da cui siamo partiti, ecco come il prof. cerca penosamente di aggirarla: «Ufficialmente le tasse non possono scendere perché non lo permettono i conti dello Stato. È così solo in parte. Le tasse non possono scendere anche per ragioni ideologiche o culturali».

«Ufficialmente»? Sì, solo ufficialmente, perché «è così solo in parte». Quanta parte, professore? Non si sa, ma si sa per fortuna dove sta il male: nelle «ragioni ideologiche o culturali» della «sinistra». Boom! Boom! Triplo boom! E chi sarebbe l'alfiere di questa «sinistra»? Ovviamente Matteo Renzi. E qui Panebianco oltre a sfidare il senso del ridicolo rischia anche due querele per diffamazione: una da Renzi e l'altra, se esistesse politicamente, dalla sinistra.

Ora vi chiederete, ma perché sprecare tanto inchiostro per questo ridicolo "argomentare" del professore? Per una ragione, solo per una: per evidenziare come le contraddizioni in cui si dibatte Panebianco sono le stesse che finiranno per stritolare Renzi.

Pensare di rilanciare l'economia con una politica draconiana di tagli alla spesa pubblica, unico modo per poter anche solo ipotizzare una riduzione delle tasse, è un'emerita stupidaggine. Non lo diciamo noi, lo dicono i fatti, e per la verità anche l'insospettabile Fondo Monetario Internazionale. Se fosse come dicono i liberisti, il governo Monti avrebbe avuto il Nobel all'economia. Invece a Stoccolma fanno finta di non averlo mai neppure conosciuto, il Monti.

Ma lasciamo stare, perché alla fine il punto fondamentale è ancora un altro. E si chiama Europa. Quell'Europa che l'editorialista non cita e che Renzi cerca senza successo di esorcizzare.

Ammettiamo pure per un attimo che Matteo Renzi sia un tardo social-comunista del ventesimo secolo, timorato del proletariato oltre che di Denis Verdini, ma ci vuole spiegare il Panebianco come mai nello stesso vicolo cieco venne a trovarsi anni fa un certo Silvio Berlusconi? Di certo, egli non aveva i «tabù culturali della sinistra». Ma guarda caso il risultato fu lo stesso: tante chiacchiere sulla riduzione delle tasse, tanti provvedimenti per aumentarle. Che proprio l'euro e l'Europa non c'entrino nulla con tutto ciò?

Finirà così anche questa volta. Ma finirebbe nello stesso modo anche se al Ministero dell'Economia vi fosse Panebianco. Del quale non condividiamo nulla, meno che mai la sua idea di redistribuzione del reddito verso l'alto.

Ma il punto che qui ci interessa è un altro. Quel che Panebianco ci dimostra è in quale ginepraio si aggiri lo stesso blocco dominante: con le oligarchie euriste per interesse, ma anche per codardia; ad agitare la bandiera anti-tasse solo per ragioni propagandistiche, senza alcuna proposta minimamente credibile.

Insomma, in un certo senso sono davvero tempi duri per tutti. Anche per questi pappagalli del «libero mercato», delle «liberalizzazioni», delle «privatizzazioni» e dei «tagli». Che però, guarda caso, non bastano mai. Altro che «tic» della sinistra! Qui è la strana figura dell'eurista anti-tasse a non stare in piedi, anche se Angelo Panebianco continuerà di certo a fare finta di non rendersene conto.

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