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venerdì 5 agosto 2016

DOVE VA LA LEGA NORD DI MATTEO SALVINI? di Piemme

[ 5 agosto ]

Le agenzie battono la notizia che Matteo Salvini incontrerà presto Silvio Berlusconi. Facile immaginare l'oggetto dell'incontro. Avremo un'altra puntata della stucchevole telenovela della "ricostruzione del centro-destra", questa volta magari con Stefano Parisi leader il quale, pare, ha ricevuto l'incoronazione del Cavaliere.
Come andrà a finire?

In un nulla di fatto. Se ci sarà una nuova alleanza tra Forza Italia e Lega Nord non lo sapremo fino a quando non sarà definitivamente chiaro con quale legge elettorale si andrà a votare. In altre parole non lo sapremo prima del referendum costituzionale, in base ai cui risultati conosceremo le sorti dell'Italicum e di Matteo Renzi.

Salvini rimanda il momento decisivo della scelta, ma prima o poi, trovandosi al bivio, dovrà sciogliere il nodo gordiano: ritornare all'ovile berlusconiano o proseguire sulla strada di un polo indipendente di tipo lepenista con Fratelli d'Italia, quindi concorrente a quello berlusconiano. Beh, per la verità da quell'ovile la Lega salviniana non è mai uscita, se si vede ai governi di regioni com Lombardia, Liguria e veneto.

Non è questione di lana caprina, bensì di scelta strategica. Di mezzo assieme alla sua coerenza e credibilità politica, c'è la scelta di campo anti-euro. Non ci stupiremmo, ove l'Italicum venisse seppellito e la nuova legge elettorale premiasse le coalizioni, che Salvini se ne esca fuori dicendo "Scusate scherzavo, per battere il Pd occorre una nuova alleanza con Berlusconi". Se poi, invece, terrà la sua posizione "lepenista" non escludiamo affatto che Salvini "esca fuori", ma dalla Lega Nord stessa, tornata in mano ai vecchi notabili come Bossi e Maroni. E' da vedere, infatti, se Salvini vincerà con sicurezza il prossimo congresso leghista.


Nel frattempo tuttavia Salvini pare tenere la barra dritta: chiede l'uscita dall'euro, urla contro gli immigrati e... insiste per la Flat Tax, ovvero il meccanismo tributario che è il simbolo stesso del neoliberismo. Si tratta infatti di un sistema di tassazione che prevede un'aliquota unica per tutti i redditi, familiari o d'impresa. Tipo: tu guadagni 100 milioni, ti tasso per il 15%, il tuo reddito è di mille euro, anche tu darai al fisco il 15%. Non a caso la Flat Tax fu proposta per primo, sin dagli anni '50 dal Papa dei neoliberisti Milton Friedman e più recentemente da economisti reaganiani come Alvin Rabushka — quest'ultimo tra gli ospiti d'onore dell'ultimo congresso della Lega del dicembre 2014.

Come ognuno capisce (ma ci sono sempre quelli che fanno finta di non capire), e sorvoliamo sulla sostenibilità di un simile sistema fiscale, si tratta di una vera e propria manna per i ricchi. Una manna che contraddice apertamente la Costituzione italiana che prescrive che chi più guadagna più deve dare alla collettività. L'Art. 53 infatti recita: 
«Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.Ed aggiunge: Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».
Non si tratta di un quisquilia, dietro c'è una concezione della società, nonché dello Stato, chiamato a svolgere una funzione decisiva di redistribuzione della ricchezza per evitare troppo forti disparità sociali. Che è appunto quella funzione cardinale che tutti i liberisti vogliono demolire.  
Salvini e Armando Siri

Non uno qualsiasi, bensì il principale consigliere economico di Salvini, che non è, come si pensa Borghi Aquilini, ma il liberista Armando Siri non perde occasione per segnalare che la Flat Tax oltre che la panacea ai mali dell'Italia (non quindi l'uscita dalla moneta unica, si badi) è la bandiera della Lega salviniana ed anche la base dell'accordo auspicato con i berlusconiani. Ed in effetti è proprio così, visto che Berlusconi non ha mai fatto mistero che è d'accordo con la "tassa piatta", ma con l'aliquota al 20%.


Che la lega Nord sia nel fronte per il NO al prossimo referendum costituzionale, l'abbiamo già detto, è un fatto positivo. Dio ce ne scampi se un eventuale governo a trazione leghista dovesse mettere mano alla Costituzione per stravolgere l'Art. 53. Sarebbe da ricordare ai leghisti che una difesa sincera della Costituzione implica la difesa del modello sociale in essa scolpito nella prima parte. E non a caso i costituenti hanno incastonato l'Art. 53 proprio nella prima parte.

Il pensiero corre verso alcuni nostri amici, combattenti sinceri per la sovranità popolare e paladini della Costituzione, che tendono a sottovalutare i segnali politici inquietanti che giungono dalla Lega. Non parliamo solo dell'isteria xenofoba, ma, appunto della Flat Tax. Questi nostri amici si scagliano, e giustamente, contro le manomissioni renziane della Costituzione, ma sorvolano sulle proposte leghiste.

Il da noi stimato Marco Mori ad esempio scrive: "Il programma di salvezza nazionale è semplice, basta studiare la Costituzione e dentro ci sono le risposte a tutto".

Questa frase lapidaria è tuttavia preceduta da un'altra: "La lega Nord ha ottime posizione sull'euro ed in più credo proprio abbiano capito il problema liberista".

Singolare strabismo. La Lega ha capito il problema liberista? Oh sì, talmente bene che non ne fa un problema, bensì un'opzione e, come abbiamo visto, con la proposta programmatica della Flat Tax, una  ... visione del mondo.


Consigliamo la lettura di un nostro vecchio articolo:
IL NAZIONAL-LIBERISMO DELLA LEGA di Lorenzo Dorato










domenica 27 settembre 2015

ALLA FINE ANDRANNO ASSIEME di Piemme

[ 27 settembre ]

Abbiamo scritto più volte della Lega salvianiana, spesso in polemica con certi sovranisti all'amatriciana (folgorati sulla Via di Salvini che ha fatto del no-euro il cavallo di battaglia alle elezioni europee della primavera del 2014). 

Per questi, Salvini, malgrado la sua alleanza coi fascisti, nonostante tutti i crimini politici della Lega Nord, malgrado la flat tax ultra-liberista, doveva essere il "nostro principale alleato". E noi a dirgli: "Guardate che il no-euro di Salvini è ingannevole! Guardate che rischiate di ritrovarvi in compagnia dei neo-fascisti e di Berlusconi! ".

Come volevasi dimostrare. 
Ha detto ieri Berlusconi alla kermesse di Fratelli d'Italia:
«"Ha portato la Lega dal 4 al 14 per cento: chapeau. Chapeau al modo in cui sa parlare alla pancia della gente". Salvini è "molto utile al centrodestra". Così Silvio Berlusconi». [Il Sole 24 Ore del 27 settembre]
Sì, Salvini è infatti molto utile al centro-destra, un elemento prezioso, indispensabile per la riorganizzazione delle destre in vista delle prossime elezioni: guadagna consensi con una demagogia anti-sistema ed anti-euro, per poi ricondurre il tutto all'ovile, nell'alveo sistemico, nuovamente in alleanza col puttaniere di Arcore. 

Siamo prevenuti? La nostra denuncia è preconcetta? 
Rinfreschiamo la memoria ai sovranisti all'amatriciana. Diceva Salvini un mese fa:
«Se non si inventano il quarto esecutivo non eletto, l'anno prossimo si vota. Il Pd, dopo la caduta del governo, sarà in macerie. E noi non possiamo fare più errori: serve l'unità del centrodestra». Dopo settimane, se non mesi, in cui il leader del Carroccio si è guardato bene dal dare il suo placet ufficiale a una rinnovata intesa con Berlusconi, Matteo Salvini , in un'intervista su “Panorama” in edicola domani rilancia il ticket con il Cavaliere, per «mandare a casa Renzi». E rilancia l’alleanza tra Lega e Forza Italia, che «si fonda su basi solide, visto che i contenuti del programma sono già concordati, mancano da definire solo i punti relativi all'Europa, sui quali dobbiamo ancora accordarci». Così come fa parte della strategia di ricucitura con Berlusconi il “congelamento” delle primarie per le prossime amministrative». [Il Sole 24 Ore del 26 agosto 2015]

venerdì 18 luglio 2014

PATTO DEL NAZARENO? NO DEL DIAVOLO di Piemme

18 luglio. Casaleggio, Grillo, Di Maio, stanno offrendo a Renzi e Berlusconi la corda con cui saranno impiccati.

C'è ancora chi si chiede come mai Renzi stia mettendo tanta fretta alle Camere affinché votino subito le "riforme" costituzionali con tanto di scioglimento del Senato, e la nuova legge elettorale "italicum". Fino al punto da rischiare di porre fine alla luna di miele con il grande capitalismo italiano e le tecno-oligarchie europee —che avrrebbero voluto che priorità fosse data alle "riforme economiche".

La inattesa assoluzione di Berlusconi al "processo Ruby" getta un sinistro fascio di luce su questa fretta. Renzi, in barba a quanto afferma,  ha forse in mente di andare ad elezioni anticipate prima che finisca anche la luna di miele con chi l'ha votato. La fretta poi, a Renzi, gliela impone proprio Berlusconi che, da parte sua, vuole rimettere in piedi la sua sgangherata coalizione, e per questo ha bisogno di essere salvato, con la Grazia, da un nuovo Presidente della Repubblica —il nome in tasca, Renzi e Berlusconi, già ce l'hanno, e questo dev'essere uno dei punti del loro Patto. Una volta dissolto il recalcitrante Senato attuale quello nuovo verrebbe scelto subito, come prevede il Patto, dalle satrapie politiche regionali, così da poterne avere uno addomesticato e quindi esaudire il desiderata dell'ex-Cavaliere.

Solo per questo l'Italia democratica dovrebbe, non solo indignarsi, ma protestare per buttare all'aria questo meschino teatrino. Il fatto gravissimo è che queste macchinazioni solo soltanto il contorno di una diabolica operazione si sventramento dell'ordinamento repubblicano.

Parliamo delle "riforme" istituzionali e della legge elettorale. Esse sono parte di un medesimo disegno, quello che avanza sin da "mani Pulite" e dalla fine della "Prima Repubblica", teso a scassare definitivamente la Costituzione per dare vita ad una Repubblica in cui dei tre poteri, quello Esecutivo (il governo) si mette sotto gli stivali gli altri due: legislativo e giudiziario.

Vale la pena ascoltare quanto affermato dal senatore del Pd Walter Tocci il 16 luglio. Una requisitoria lucida e implacabile del vero disegno che soggiace al Patto del Nazareno.
«I cittadini torneranno a non scegliere i deputati, e non eleggeranno nemmeno i senatori; né il presidente della città metropolitana, né i consiglieri della provincia, che rivive col brutto nome di "area vasta". Il risultato è che il ceto politico rielegge il ceto politico.... Ai cittadini viene indebolito lo strumento del referendum... Un partito minoritario che raccoglie meno del 20% degli aventi diritto al voto, può vincere il premio di maggioranza e utilizzarlo per conquistare le massime cariche dello Stato, la Corte costituzionale, la Presidenza della Repubblica. saremmo di fronte ad un presidenzialismo selvaggio, privo di contrappesi... Il potere Legislativo viene assoggettato definitivamente a quello Esecutivo, il quale sarà tentato di utilizzare il premio di maggioranza  non solo per governare il Paese per stravolgere a suo piacimento la legislazione fondamentale, ad esempio la libertà di stampa, i servizi segreti, l'autonomia della Magistratura, l'amnistia, l'indulto, le libertà religiose e personali, oppure per rimodificare a proprio favore la stessa legge elettorale alle successive elezioni».
Come i lettori possono vedere l'intervento di Tocci è stato pubblicato dal Movimento 5 Stelle. Grazie del servizio amici pentastellati!

Ma vi chiediamo: non vi sembra al contempo gravissimo e grottesco che voi, mentre vi opponete assieme ai "dissidenti" del Pd e di Forza Italia allo scioglimento del Senato, state dando man forte a Renzi, e ciò in linea col Patto del Nazareno, per approvare in fretta una legge elettorale truffaldina, antidemocratica e anticostituzionale? Una legge che accetta che in nome della governabilità venga calpestato il principio della rappresentanza, che introduce scandalosi premi di maggioranza e soglie di sbarramento per le forze d'opposizione.

Parlamentari pentastellati, perché, invece di inciuciare con Renzi allo scopo di abbellire l'Italicum, non avete fatto blocco coi "dissidenti" con un duro ostruzionismo parlamentare chiamando i cittadini a protestare? Dicevate di essere i paladini della Costituzione e della democrazia e invece anche voi, pur di conservarvi come partito-ceto politico, per arroccarvi come seconda forza, accettate un sistema elettorale bipartitico e maggioritario che darebbe al PD il governo perpetuo. Illusione! Meschina anzitutto, ma anche sciocca. Voi date per morto il blocco berlusconiano, ma non è così. Anche grazie alla infame legge maggioritaria che avallate, questo blocco risorgerà (con o senza il puttaniere).
Casaleggio, Grillo, Di Maio, stanno offrendo a Renzi e Berlusconi la corda con cui saranno impiccati.

venerdì 9 maggio 2014

IL LATO B DEL "PATTO DEL NAZARENO" di Leonardo Mazzei

9 maggio. Il governo Renzi-Berlusconi oggi e domani
Secondo alcuni l'asse Renzi-Berlusconi ha semplicemente un'origine massonica. Una tesi sulla quale scommetterebbero ad occhi chiusi diversi amici fiorentini. Avrebbe dunque ragione Piero Pelù, che ha definito il capo del governo come un «boy scout della P2». Un boy scout tutelato dal Sommo Sacerdote dell'«accordo del Nazareno», quel gran signore di Denis Verdini.

Ora, noi non siamo complottisti. Siamo però attenti ai fatti politici, ed essi bastano ed avanzano per dimostrare due cose. La prima è che le grandi decisioni politiche vengono ormai prese non solo fuori dalle istituzioni, ma anche al di fuori dei partiti. La seconda è che il governo attuale si regge non tanto sulla maggioranza ufficiale, quanto piuttosto su quella informale Pd-Forza Italia, o più esattamente ancora su un patto privato tra i leader di questi due partiti.

Ovviamente non stiamo svelando alcun segreto. Stiamo solo proponendo alcune riflessioni politiche. Tutti sanno che se Renzi è ancora al suo posto lo si deve solo al voto dei forzaitalioti in Commissione Affari costituzionali del Senato. Un voto che ha fatto passare il testo base del governo, dopo che la stessa commissione lo aveva di fatto bocciato approvando un ordine del giorno a favore del Senato elettivo.

Ora tutto è bloccato. Il governo si è salvato per il rotto della cuffia. Il «ripensamento» dei berluscones sarebbe avvenuto dopo una telefonata tra il Berlusconi ai servizi sociali e ilberluschino attualmente a Palazzo Chigi. Ma il salvataggio è solo momentaneo, ed il calendario delle (contro)riforme è stato modificato. Renzi, che voleva un voto sul Senato non elettivo prima del fatidico 25 maggio, ha ora spostato l'appuntamento al 10 giugno. Ma alcuni esponenti di spicco del governo dicono chiaramente che è meglio non fissare scadenze...

Il «rottamatore» ha già perso smalto ed ha messo la pancetta. Non che si fermi, sia chiaro, nella sua foga distruttrice di ogni diritto. Questo no, ci mancherebbe, e l'altro ieri ha posto la sua ottava fiducia in meno di tre mesi per far passare l'ulteriore precarizzazione del lavoro che è al centro del suo programma.

E' chiaro, però, che i consensi raccolti grazie al corale concorso dei media - un appoggio talmente sfrontato nel suo unanimismo da alimentare i peggiori sospetti - cominciano ormai a declinare. Come avevamo previsto la luna di miele si è rivelata assai più breve di quella su cui potevano contare i governi di un tempo. Se il berluschino corre, la crisi galoppa. E le buffonate del «cambiaverso» hanno sì un certo successo, ma non durano a lungo.

Che così sarebbero andate le cose non lo abbiamo mai dubitato. L'interrogativo riguarda semmai il risultato elettorale del 25 maggio. Come impatterà l'evidente impasse attuale sul voto? Questo non lo sappiamo, ma è ben significativo che, giunti a questo snodo, sia arrivato il decisivo soccorso berlusconiano.

Al rischio di perdere una parte dei propri già declinanti consensi, il truffatore fiscale ha deciso di salvare il truffatore politico che lo insidia nella corsa all'assegnazione del Pinocchio d'oro 2014. Perché lo ha fatto? La risposta più semplice è quella che rimanda ad un banale baratto tra la vita del governo ed il salvacondotto a vita che tanto gli sta a cuore. Non è difficile immaginare che nel mitico «patto del Nazareno», sempre in bocca alla Boschi come se si trattasse delle Tavole della legge, un codicillo sia riservato a garantire una serena vecchiaia al farabutto. Ma solo di questo si tratta?

Avanziamo un'altra ipotesi. Non sarà che quel patto prevede oltre ad un piano A anche un piano B? E ancora, non sarà che a dispetto del gioco delle parti - il Berlusconi anti-Merkel, il Renzi che vuol cambiare l'Europa - quell'accordo è davvero l'ultima frontiera del blocco eurista? E non sarà proprio per questo che il blocco dominante applaude ed il peggior presidente della repubblica di sempre benedice?

Quale fosse il piano A è fin troppo evidente: ricostruire coercitivamente un bipolarismo andato a rotoli, grazie alla super-truffa di un legge elettorale congegnata a quello scopo. Un bipolarismo in cui sarebbe ripreso il gioco dell'alternanza tra destra e centrosinistra, ridando così fiato alle forze che hanno portato il Paese nel disastro in cui si trova. Il tutto abbellito dalla propaganda rottamatrice e giovanilista e dalla vendita di qualche auto blu su e-bay.

Funzionerà questo piano? Piaccia o meno, un primo responso verrà dal voto del 25 maggio. E non è improbabile che quel responso costringa Renzi e Berlusconi a correre ai ripari con il piano B, il lato più oscuro ed incoffessabile del patto propiziato da Verdini.

E' infatti piuttosto probabile che dalle urne giunga quantomeno una conferma della forza elettorale del M5S, il cui smantellamento era lo scopo principale del Super-Porcellum congegnato a gennaio. Se così sarà, e chi scrive se lo augura vivamente, i piani del segretario del Pd subiranno un brusco arresto, quantomeno per quel che riguarda le riforme costituzionali (Senato incluso) e la legge elettorale. Sarebbe una vittoria inconfutabile dell'opposizione al governo Renzi, che come abbiamo già visto è in realtà un governo Renzi-Berlusconi, al di là di quel che può pensare il coniglio Alfano.

Chiaro che a quel punto la coppia di scassinatori della Costituzione non si fermerebbe, e passerebbe appunto al piano B: un nuovo governo di larghe intese, questa volta non transitorio come quello presieduto da Letta, ma basato su un accordo politico più ampio. Una «soluzione» che a quel punto verrebbe richiesta a gran voce, magari turandosi il naso, da tutti i fondamentalisti dell'euro al di qua ed al di là delle Alpi.

E' uno scenario fantapolitico? Vedremo. Di certo l'eventuale lato B del patto del Nazareno non dovrebbe spaventare. I due compagni di merende costituirebbero in quel modo una maggioranza numericamente più solida, ma di sicuro politicamente più fragile.

In tutti i casi, dato che ogni giorno ha la sua pena, ora l'obiettivo è quello di impedire che Renzi possa cantare vittoria il 26 maggio, mandando a gambe all'aria il piano A, quello più pericoloso. Poi lo scontro decisivo, che potrà essere vinto solo con un'autentica sollevazione popolare, dovrà probabilmente affrontare il piano B, quello che vedrà un governo apparentemente più forte in parlamento, ma sicuramente più debole e sgangherato nel paese.

Una rivoluzione democratica potrà vincere solo facendo a pezzi entrambi i lati del vecchio bipolarismo. Il fatto che per tentare di salvarsi essi siano pronti a mettersi insieme, renderà per certi aspetti più facile la loro disarticolazione. A patto che un fronte democratico ed anti-eurista si costituisca alla svelta, avendo chiari nemici ed obiettivi.

mercoledì 22 gennaio 2014

LEGGE ELETTORALE: LA TRUFFA È SERVITA di Leonardo Mazzei

22 gennaio.  I costituzionalisti bocciano il Renzusconellum ed il sistema politico (vedi le dimissioni di Cuperlo) fibrilla. E'  il momento di lavorare alla mobilitazione democratica: la legge truffa non deve passare, questo parlamento delegittimato se ne deve andare, per nuove elezioni con il proporzionale.

L'avevamo scritto a caldo che qualcosa non tornava. Che il meccanismo annunciato dopo l'incontro Renzi-Berlusconi sembrava un punto di equilibrio assai improbabile tra gli interessi - in parte convergenti, in parte no - di questi due asfaltatori della democrazia e della Costituzione. C'era infatti una carta coperta, il tassello che doveva produrre la famosa quadratura del cerchio: il doppio turno di coalizione.

Con l'annuncio, a scoppio ritardato, del doppio turno, l'opera devastatrice del duo renzusconiano si è completata. E così, se non al primo al secondo turno, un sistema iper-maggioritario produrrà i suoi effetti, trasformando comunque in maggioranza di governo anche la più piccola maggioranza relativa.

I giochi però non sono ancora fatti. Alcuni commenti di politologi e costituzionalisti, apparsi sui quotidiani di questa mattina, dimostrano quanto sia grande la mostruosità formalizzata sabato scorso nella sede nazionale del Pd. Per rendersene conto basta leggere questa rassegna proposta dal sito dell'Huffington Post. Un sito per niente proporzionalista, così come non sono proporzionalisti i commentatori citati... ma evidentemente quando è troppo è troppo.

Sui meccanismi del ri-porcellum peggiorato, confezionato dalla coppia Pd-Forza Italia, abbiamo già scritto a sufficienza. Qui mi soffermerò soltanto su un aspetto che è più che sufficiente a descrivere la mostruosità di quanto proposto. E cioè gli effetti del combinato disposto rappresentato dal mix premio di maggioranza-soglie di sbarramento. Effetti rispetto ai quali il Porcellum impallidisce.

Di cosa si tratta è presto detto. Con il premio di maggioranza, ed ancor di più con il doppio turno, potrebbe determinarsi un quadro in cui una coalizione vince con il 35% dei voti, ma con un solo partito al proprio interno che supera la fatidica quota del 5%, magari raggiungendo a malapena il 20% dei consensi. Cosa succede in questo caso? Succede che le liste che non arrivano al 5% non ottengono alcun seggio, ma i voti che hanno comunque conseguito servono a far raggiungere alla coalizione il 35%, e dunque a far scattare il premio di maggioranza del 18%. Ma chi si aggiudicherebbe quel 53% di seggi? Se li aggiudicherebbe tutti l'unico partito della coalizione ad aver superato il 5%, quello che abbiamo ipotizzato possa essersi fermato al 20%. Un 20% di voti si trasformerebbe così in un 53% di seggi. Come è possibile non sollevarsi contro una simile mostruosità. E come è possibile che in tanti tacciano, anche alla luce della sentenza della Corte Costituzionale?

Guardate, che l'ipotesi fatta non è meramente teorica. Anzi! Pensiamo alla destra: se Forza Italia (così dicono i sondaggi) è attorno al 20%, l'aggiunta dei voti di Lega, Ncd, Fratelli d'Italia, La Destra, e magari una parte dei cosiddetti "centristi", potrebbe portare quello schieramento alla soglia decisiva. Probabilmente Salvini, Alfano, Storace e La Russa (e magari Casini) - non raggiungendo il 5% - farebbero solo i portatori d'acqua, ma alla fine Forza Italia avrebbe vinto le elezioni. Avete capito perché Berlusconi gongola?

Naturalmente, una simulazione simile è possibile anche sull'altro versante, dove i maggioritaristi del Pd si fanno forti anche del doppio turno.

Altro che Italicum, come vorrebbe Renzi! Quello congegnato è il sistema più antidemocratico d'Europa.
Prendiamo la soglia di sbarramento all'8% per chi sta fuori dalle coalizioni. Il modello Renzi-Berlusocni è peggiore perfino di quello francese. Volete una prova? Nel 2012, in Francia il Front de Gauche con il 6,91% ha ottenuto 10 seggi. Molti di meno di quanti gliene sarebbero spettati, ma comunque 10 rispetto allo zero tondo che toccherà a chi in Italia si fermerà al 7,99%.

Di fronte a tutto ciò lasciamo perdere il latino e chiamiamo una volta per tutte quella proposta con il suo nome: Legge Truffa.

Una Legge Truffa che ha quattro precisi obiettivi: 1) trasformare una modesta maggioranza relativa [di votanti] in maggioranza assoluta [di seggi]; 2) favorire sfacciatamente non tanto i maggiori partiti (il primo partito italiano alle ultime elezioni politiche è stato infatti il Movimento Cinque Stelle) quanto i due partiti sottoscrittori dell'accordo (Pd e Forza Italia); 3) costringere le formazioni minori all'integrazione, alla subalternità e comunque all'irrilevanza; 4) sbarrare la strada a nuove forze che potrebbero emergere soprattutto in un momento come questo.

Quel che si vuole ottenere è chiaro: solo la casta dominante deve contare, mentre l'opposizione popolare alle politiche dei sacrifici dev'essere relegata a mero dissenso politicamente non rappresentabile. Tutto il potere alle oligarchie!, questo è il loro slogan. Ed è talmente vero che, in barba alla stessa Consulta, non hanno inteso mollare neppure il privilegio di nominare direttamente i parlamentari.

Che fare, adesso?
Ipocrisia renziana: promettere una cosa per fare l'opposto


Chiarita la portata dell'imbroglio, non resta che pensare alla mobilitazione. Che nessuno creda che la cosa non ci riguarda. Certo, non è che con le leggi elettorali di questi ultimi vent'anni ci fosse da stare allegri. Ma qui c'è un salto di qualità. Un salto che va letto in parallelo a quello che il blocco dominante vuol compiere sul piano economico e sociale. Come sempre, le strette autoritarie ed antidemocratiche servono a colpire i diritti e gli interessi delle classi popolari. Dietro a questa nuova Legge Truffa c'è dunque la volontà di erigere mura inaccessibili, dietro le quali le forze dominanti possano portare a termine il macello sociale già in atto.

Dietro a Renzi ci sono potenti forze dell'economia, e soprattutto della finanza. Forze che vogliono accelerare sulle privatizzazioni, sulla svendita del patrimonio pubblico, sull'attacco ai diritti dei lavoratori. La necessaria battaglia democratica è perciò battaglia politica e sociale. Tutto si tiene, come aveva ben compreso anche il grosso del Movimento del 9 dicembre, la cui piattaforma originaria metteva insieme la questione sociale e quella democratica, tenuta non a caso agganciata al dettato costituzionale.

Con le dimissioni di Cuperlo il decisionismo renziano ha già prodotto una prima spaccatura nel Pd. Spaccatura, beninteso, del tutto insufficiente, perché ancora interna ad una logica comunque maggioritaria. Spaccatura tuttavia positiva, perché segnala quanto sia entrato in fibrillazione il sistema politico, ed in particolare il partito sul quale in buona parte si regge (oltre al governo) l'intero sistema politico.

Fra qualche tempo la Legge Truffa andrà in Parlamento. Lì, possiamo esserne certi, scoppieranno mille contraddizioni che qui non possiamo esaminare nel dettaglio. Di certo ci sarà la ferma opposizione del M5S, che ci auguriamo tanto forte quanto fortemente orientata in senso proporzionalista. Questa opposizione va aiutata, sostenuta ed incoraggiata in tutti i modi.
Solo un potente movimento, non solo d'opinione, potrà sconfiggere il disegno autoritario renzusconiano. Tante volte abbiamo visto le piazze italiane riempirsi in nome della Costituzione. E troppe volte è avvenuto in modo rituale, istituzionale e politicamente inefficace. Bene, mai come questa volta l'attacco alla democrazia è forte e pesante, in un certo senso "definitivo". Riempiamole allora le piazze, ma facciamolo in modo efficace, avendo chiaro che difendere oggi la Costituzione significa solo una cosa: bloccare la Legge Truffa, mandare a casa questo parlamento e votare con il sistema proporzionale così come è uscito dalla sentenza della Corte Costituzionale.

domenica 19 gennaio 2014

LEGGE ELETTORALE: GLI ASFALTATORI... DELLA COSTITUZIONE di Leonardo Mazzei

19 gennaio. Il duo Renzusconi se ne infischia della sentenza della Consulta e confeziona un ri-porcellum peggiorato. Una legge elettorale mostruosa, antidemocratica e castale. E, per giunta (il bamboccione Renzi se ne sarà accorto?), tagliata su misura sulle esigenze del blocco berlusconiano.

L'Italia ha scoperto, di recente, di avere una Corte Costituzionale. Una rivelazione non da poco, dato che la Consulta è sempre apparsa come un organismo in "sonno". Ora, però, c'è il rischio che la scoperta passi presto nel dimenticatoio.

Accade infatti che colui che doveva "asfaltare" Berlusconi abbia deciso invece di elevarlo al rango di legislatore, proprio per procedere di comune accordo ad incatramare la sentenza della Corte Costituzionale.

La proposta di modifica della legge elettorale Pd-Forza Italia non è ancora nota nei dettagli, ma quel che è trapelato basta ed avanza. Certo, siccome quella in corso è un'autentica guerra per bande, non sono impossibili cambiamenti anche sostanziali, se non addirittura rovesciamenti di fronte ad oggi impensabili. La convulsa stagione politica aperta dal terremoto elettorale del febbraio 2013 ci ha già regalato la grottesca vicenda che ha riportato Napolitano al Quirinale, le confuse gesta del governicchio Letta, la spaccatura del Pdl, la rinascita di Forza Italia, l'arrivo di Renzi alla guida del Pd.

Dunque, ne vedremo di certo ancora delle belle. Ma intanto concentriamoci su quello che (stando alla stampa) sarebbe l'accordo siglato ieri nella sede del Pd. A proposito, alcuni militanti di quel partito hanno considerato l'ospitalità data al noto truffatore una specie di profanazione del "Nazareno". Magari, se tra di loro vi è ancora qualcuno dotato di un minimo di sensibilità democratica, costoro farebbero meglio a denunciare, più che l'ospite, la sostanza del mostro antidemocratico che lì si è concepito.

Entriamo allora nel merito, sulla base di quel che è trapelato e che ad ora nessuno ha smentito.

Volendo semplificare, il modello proposto è un incrocio tra il sistema spagnolo, quello turco ed il vituperato Porcellum. Di quest'ultimo si salva ovviamente il peggio (uno spropositato premio di maggioranza e le liste bloccate). Dalla Spagna si importano i mini-collegi, un mero escamotage per aggirare la sentenza della Consulta sulla questione delle preferenze, che continueranno così a non esserci per non disturbare la nomina dall'alto degli eletti, dato che la casta non tollera che i suoi membri possano essere eletti (pardon, nominati) da qualcun altro. Dalla Turchia si importa invece un mostruoso sbarramento all'8% (in Turchia è al 10%, ma è quello più vicino alla soglia del duo renzusconiano).

Insomma, il peggio del peggio. In barba alle più elementari regole democratiche ed agli stessi principi costituzionali richiamati nella sentenza della Corte.

Cosa accadrà ora non lo sappiamo, ma qualche giudizio già si impone:

1. Siamo di fronte alla peggior legge elettorale mai concepita in Italia. Un mostro antidemocratico che vorrebbe resuscitare il bipolarismo a tutti i costi. Un sistema chiuso ermeticamente a doppia mandata, teso ad escludere ogni nuova formazione politica che evidentemente si ritiene (e si teme) possa sorgere nel contesto della crisi attuale.

2. Il premio di maggioranza ipotizzato (dal 15 al 20%) è superiore a quello mediamente conseguito con il Porcellum, che fu di 5 punti nel 2006, 7 nel 2008, fino ad arrivare a 24 (a causa della divisione su tre poli principali) nel 2013.

3. La soglia di accesso a tale premio, la cui assenza è stata una delle cause dell'intervento della Consulta, verrebbe fissata ad un modestissimo 35%. Rispetto ad una soglia del genere la famigerata Legge Truffa del 1953 era una signora legge democratica, dato che la soglia allora prevista era quella del 50%+1!

4. La soglia di sbarramento all'8% supera ogni immaginazione. Essa resterebbe al 5% solo per gli "apparentati", anche per gettare un'ancora ai naufraghi del centrodestra (Ncd). Uno sbarramento del genere equivale alla cancellazione politica di milioni di italiani che non si riconoscono negli schieramenti principali.


Lo Schiaffo alla Consulta

Lo schiaffo alla recente sentenza delle consulta non poteva essere più forte. Nelle sue motivazioni, rese pubbliche pochi giorni fa, la Corte Costituzionale così scrive a proposito del premio di maggioranza:
«In tal modo, dette norme producono una eccessiva divaricazione tra la composizione dell’organo della rappresentanza politica, che è al centro del sistema di democrazia rappresentativa e della forma di governo parlamentare prefigurati dalla Costituzione, e la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto, che costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare, secondo l’art. 1, secondo comma, Cost.».

Come si può notare - e questo è evidentemente un male - la Corte non esclude in linea di principio un premio di maggioranza, ma giudica - e questo è (o dovrebbe essere) un punto fermo - quello preso in esame della legge del 2005, un meccanismo "eccessivamente distorsivo" del principio della rappresentanza. Concetti, meglio precisati di seguito:
«In altri termini, le disposizioni in esame non impongono il raggiungimento di una soglia minima di voti alla lista (o coalizione di liste) di maggioranza relativa dei voti; e ad essa assegnano automaticamente un numero anche molto elevato di seggi, tale da trasformare, in ipotesi, una formazione che ha conseguito una percentuale pur molto ridotta di suffragi in quella che raggiunge la maggioranza assoluta dei componenti dell’assemblea. Risulta, pertanto, palese che in tal modo esse consentono una illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare, incompatibile con i principi costituzionali in base ai quali le assemblee parlamentari sono sedi esclusive della «rappresentanza politica nazionale» (art. 67 Cost.), si fondano sull’espressione del voto e quindi della sovranità popolare, ed in virtù di ciò ad esse sono affidate funzioni fondamentali, dotate di «una caratterizzazione tipica ed infungibile» (sentenza n. 106 del 2002)».

La rappresentatività non può dunque essere compressa, sempre a giudizio della Consulta, oltre certi limiti, giudicando tale compressione «incompatibile con i limiti costituzionali». Ora, abbiamo già visto come il modello renzusconiano non si discosti affatto, in materia di premio di maggioranza, da quanto previsto dal vecchio Porcellum. Anzi, per la precisione, esso si presenta mediamente (cioè nella media delle concrete situazioni elettorali che possono determinarsi) ancor più maggioritario del sistema cassato dalla Consulta.

Come pensa il duo Renzi-Berlusconi di aggirare questo ostacolo? Vorranno forse sostenere che loro, i furbastri, una soglia per l'accesso al premio l'hanno indicata? Ma per favore, che soglia è quella che trasforma un modesto 35% in una solida maggioranza assoluta? Ma vogliamo scherzare?

Certo, la Corte Costituzionale si è messa in un ginepraio con l'uso di concetti giuridicamente assai labili, come quello di «eccessiva divaricazione». E, tuttavia, ci vuole davvero una gran faccia tosta per sostenere che una trasformazione del 35% dei voti nel 55% dei seggi rappresenti invece una divaricazione accettabile.

Quella gran faccia tosta i due del Nazareno però ce l'hanno. Tocca ora agli altri contestare, e soprattutto contrastare, la mostruosità concepita nella sede del Pd.


Come viene calpestato il principio dell'eguaglianza del voto: ovvero, i diversissimi casi dei signori Rossi, Bianchi, Verdi, Marroni ed Azzurri

Ma c'è un altro punto, che non era oggetto della sentenza della Consulta, ma che in qualche modo si collega ad un concetto in essa espresso. Il punto è quello dello sbarramento, il concetto è quello dell'eguaglianza del voto. Leggiamo:
«L’assenza di una ragionevole soglia di voti minima per competere all’assegnazione del premio, è pertanto tale da determinare un’alterazione del circuito democratico definito dalla Costituzione, basato sul principio fondamentale di eguaglianza del voto (art. 48, secondo comma, Cost.). Esso, infatti, pur non vincolando il legislatore ordinario alla scelta di un determinato sistema, esige comunque che ciascun voto contribuisca potenzialmente e con pari efficacia alla formazione degli organi elettivi (sentenza n. 43 del 1961)».

Ora, è evidente che se il fondamentale principio di «eguaglianza del voto» è compromesso dal premio di maggioranza, esso è addirittura colpito a morte dalle soglie di sbarramento. Tanto più quanto queste si innalzano.

Precisiamolo meglio con dei numeri. Se in un sistema proporzionale perfetto il voto di 100 elettori elegge 10 rappresentanti, indipendentemente da chi arriva primo, secondo o terzo (rispettando in questo modo fedelmente il principio dell'uguaglianza del voto), cosa succede nei sistemi maggioritari? Succede, ad esempio, che il voto dato a chi arriva primo conta molto di più, al punto che i 100 elettori di cui sopra del partito A possono eleggere il doppio dei 100 elettori del partito B. E' chiaro come in questo caso, che è poi quello richiamato nella sentenza, il principio dell'uguaglianza del voto è stato totalmente stravolto. Infatti, se il voto del signor Rossi elettore del partito A conta 1, quello del signor Bianchi, elettore del partito B, conta 0,5.

Ma cosa succede invece con le soglie di sbarramento? E, più precisamente, cosa succederebbe con la soglia del Renzusconellum? Succederebbe che oltre al signor Rossi ed al signor Bianchi si debba anche considerare il signor Verdi, che ha votato per un partito che ha ottenuto il 7,9% (quasi tre milioni di voti) senza ottenere alcun seggio. Avremmo dunque che il signor Rossi conterebbe 1, il signor Bianchi 0,5 ed il signor Verdi zero.

E il signor Marroni? Già, perché ci sarebbe anche il signor Marroni. Egli ha votato un partito che ha ottenuto l'8% dei voti, magari con un solo voto in più del partito del signor Verdi. Bene, il voto del signor Marroni avrebbe contribuito ad eleggere una pattuglia di circa 50 parlamentari. Cinquanta contro zero, magari per un solo voto di differenza!

Ma perché non considerare anche il signor Azzurri? Egli non ha votato per i principali partiti, ma ha pensato bene di dare il suo voto ad un partito che si è apparentato con il partito A, ed ha ottenuto il 5% dei voti. Bene, cioè malissimo, con il suo voto, benché dato ad un partito che ha preso molti meno voti di quello del signor Verdi (che non ha eletto nessuno), egli elegge un bel gruppo di parlamentari, che per giunta verrà incrementato dalla quota spettante per aver contribuito in alleanza con il partito A al raggiungimento del quorum per l'ottenimento del premio di maggioranza.

Principio di eguaglianza del voto? I signori Rossi, Bianchi, Verdi, Marroni ed Azzurri non potrebbero essere, come cittadini di questa disgraziata Repubblica, più diversi di così. E' possibile che su questa macroscopica violazione di un principio costituzionale tutti tacciano?


Brevi conclusioni provvisorie

Per il momento ci fermiamo qui. In realtà ci sarebbero ancora molte cose da dire, soprattutto per quel che riguarda le prospettive politiche. Ma su queste torneremo a breve, anche alla luce dei fatti dei prossimi giorni, che penso saranno alquanto tempestosi.

Infatti ci sono molte cose che non tornano, e che ci limitiamo ad accennare brevemente.

La cosa più importante che non torna è che Renzi non ha confezionato soltanto un sistema antidemocratico, egli ha partorito (insieme al degno socio, che ne ricava però ben altro guadagno) un sistema che non è tanto favorevole al Pd, quanto piuttosto al blocco berlusconiano. Gli alfaniani temevano infatti il sistema ispanico (quello realmente vigente in Spagna), perché basato sul calcolo dei seggi collegio per collegio, mentre invece dal Nazareno è uscito che il calcolo si dovrà effettuare nel collegio unico nazionale (tanto lo stravolgimento antiproporzionalistico avviene con il premio di maggioranza e le soglie di sbarramento).

Ammesso, e non concesso, che gli alfaniani arrivino al 5% gli basterà allearsi con qualcuno per non venire espulsi dal parlamento. E con chi si alleeranno se non con Forza Italia? Insomma, le incertezze sono tante - la principale sta nel fatto che, nei voti, il bipolarismo già non esiste più - ma l'ipotesi sulla quale sembra si sia fatto l'accordo è la migliore che Berlusconi potesse pretendere. E questo dopo la sua condanna e dopo la spaccatura del suo partito... Che il partito di Arcore abbia un agente neanche tanto segreto in quel di Firenze?

Siccome non siamo mai appartenuti alla tribù degli antiberlusconiani di professione, non prendiamo seriamente in considerazione questa ipotesi complottistica. Dobbiamo però prendere invece seriamente in considerazione i fatti. Ed i fatti, per ora, non ci danno una spiegazione soddisfacente.

Renzi aveva la possibilità di chiudere un accordo all'interno della maggioranza di governo sul sistema delle comunali, che era peraltro uno dei tre da lui proposti all'inizio del mese. Quel sistema, basato sul doppio turno, gli avrebbe garantito la quasi certezza della vittoria. Perché allora accantonarlo per un sistema più incerto negli esiti?

Fino a ieri mattina mi davo una risposta: per arrivare, costi quel che costi, alle elezioni a maggio. Insomma, pur di non farsi logorare, Renzi sembrava disposto a rinunciare ad una legge più favorevole. Ma l'accordo del Nazareno sembra includere anche l'abolizione del bicameralismo perfetto, con la completa trasformazione del Senato. Tutto ciò richiede una modifica costituzionale, e dunque tempi lunghi, non compatibili con la fregola elettoralistica del segretario del Pd.

Qualcosa dunque non torna. Forse c'è qualche dettaglio che per ora è coperto. Forse l'avventurismo di Renzi troverà qualche scoglio imprevisto. Forse, invece, egli sa di poter contare su coperture molto potenti. Ma forse, al contrario, si sbaglia di grosso. Lo scopriremo nei prossimi giorni.

L'Italia del resto è oggi il terreno di una vera e propria guerra per bande. Non si pensi ad una classe dirigente dotata di un vero progetto, magari pessimo se non criminale, ma pur sempre un progetto di direzione effettiva del Paese. Scordiamocelo, quella che è in corso è davvero una guerra per bande, in un Paese allo sbando, prigioniero dei diktat europei, senza alcuna prospettiva di uscita dalla crisi. I progetti ci sono, sono pessimi e criminali, ma nessuno è davvero all'altezza della situazione. E qui, come si sarà ben capito, stiamo semplicemente parlando del campo della classe dominante.

Renzi e Berlusconi sono due protagonisti di questa guerra per bande. Ma non sono i soli. Ed anche questo lo vedremo a breve. Sempre, però, con l'avvertenza che le contraddizioni nel campo avversario sono assai importanti, ma non producono niente di buono se nel nostro campo non comincia a prendere forma un'alternativa. Ed un contributo in questa direzione sarebbe la lotta frontale al ri-porcellum uscito dalla poco onorevole sede del poco onorevole Pd. Guidato peraltro da un segretario che quel partito lo vuole usare solo per soddisfare la propria sete di potere. Con il plauso comunque di chi l'ha incoronato alle primarie.

giovedì 28 novembre 2013

DECADENZA DI BERLUSCONI: NULLA DA FESTEGGIARE di Pasquinelli Moreno

RIMUOVERE IL TABÙ DELLA QUESTIONE NAZIONALE

27 novembre. Se fosse vero che ieri il Senato, votando per la "decadenza" da parlamentare di Berlusconi avesse posto fine allo psicodramma, allora sì, allora avremmo mestamente festeggiato. Lo avremmo fatto per due semplici ragioni. La prima è che avremmo avuto un nemico giurato in meno, la seconda è che il blocco avversario più importante, quello degli armigeri dell'euro-dittatura col Pd in prima linea, sarebbe stato privato del principale argomento con cui ancora riesce ad ingannare tanti cittadini ed ottenere il loro consenso —alcuni davvero per rabbindolarli, altri, i ceti sociali che con l'euro si sono ingrassati, per assecondarli.

Ma Berlusconi non esce affatto di scena, ne rimarrà anzi al centro, da guastafeste indistruttibile. Ragione per cui avremo ancora tra i piedi il più indigesto frutto del berlusconismo: l'antiberlusconismo. C'è quindi poco da festeggiare, tanto più perché la momentanea umiliazione di Berlusconi non da un vantaggio alle forze antagoniste bensì a quelle sistemiche.

Ma come, ci chiederanno allibiti tanti compagni ossessionati dal Berlusca, voi non lo detestate? E come non potremmo detestarlo? Lo odiamo anzi, perché non solo rappresenta un crasso e picaresco capitalista. Lo odiamo per il ripugnante mondo valoriale e simbolico che incarna. Odio che non è affatto invidia, come a Lui piace pensare. L'invidia infatti si nutre di ammirazione.

A questi compagni rispondiamo che accanto al piano etico-valoriale e morale ce n'è uno squisitamente politico che, pur essendo connesso a quello, in sede di giudizio, va tenuto distinto dal primo. La battaglia politica è, ricordiamolo, la disciplina o l'arte di cambiare la società, quindi tattica e strategia per mutare i rapporti di forza, per indebolire il fronte avversario e, di converso, rafforzare il proprio.

Se è così vale il principio che è sempre meglio avere un nemico invece che due. La devastazione sociale causata dalla crisi e quindi anche dalle politiche euriste, ha indebolito il blocco dominante che fa dell'euro un totem e dell'Unione un dogma. Questo blocco è oggi debole, lo diventerà ancor di più col tempo, così che potrà essere battuto e mandato in frantumi; sconfitta che potrebbe finalmente aprire la via, attraverso una generale sollevazione popolare, ad un profondo cambiamento sociale. 

Il problema è appunto che, come da tempo andiamo sostenendo, il fronte berlusconiano, dopo tanti stop and go, potrebbe esso entrare a gamba tesa nella battaglia, ficcandosi tra noi e il blocco dominante  impugnando la bandiera della sovranità politica, dell'abbandono dell'eurozona. Non dopodomani ma oggi, visto che siamo alle porte della campagna per le elezioni europee, che saranno il decisivo banco di prova per verificare quanto diciamo. Le frattaglie berlusconiane hanno già fatto questa scelta di campo: la Lega Nord, Fratelli d'Italia, La Destra. Forza Italia reloaded, potrebbe fare altrettanto, diventando il perno di un blocco sociale di massa reazionario.

Un blocco sgangherato, un'accozzaglia di liberisti e statalisti, di nazionalisti e globalisti, ma con la potenza mediatica e finanziaria del Berlusca e usando linguaggi demagogici e nazionalisti punteranno a rappresentare e mobilitare il sempre più forte disagio contro le politiche austeritarie ed euriste, una rabbia che non dilaga solo tra le file del proletariato e del ceto medio pauperizzato ma pure in quelle di strati borghesi che non hanno saputo o voluto usare i vantaggi forniti a suo tempo dall'euro per darsi alla speculazione finanziaria. 

Una simile scesa in campo potrebbe essere letale per le forze sovraniste rivoluzionarie e democratiche ancora deboli e minoritarie. A quel punto, dato il declino irrreversibile del blocco eurista, le destre riorganizzate (o ciò che potrebbe venir fuori dal loro seno) potrebbero loro pilotare e gestire l'uscita dall'euro, con le conseguenze sociali e politiche che ognuno (tranne alcuni intellettuali in cerca d'autore e privi di scrupoli) può facilmente immaginare —nel senso che le conseguenze dell'inevitabile shock sarebbero fatte pagare salate al mondo del lavoro salariato. Per non parlare del rischio di una svolta isituzionale decisamente autoritaria, che come sappiamo è nel Dna dei berluscones.

L'uno divisosi in due significa che avremo a che fare con due nemici, non uno soltanto.

Ciò avrà delle implicazioni enormi per le forze sovraniste rivoluzionarie e democratiche. Non occorre un grande sforzo d'immaginazione per prevedere che una buona parte dell'area sovranista che in questi ultimi due anni, anche grazie a noi, è venuta emergendo, sarà attratta e satellitata dalla calamita belusconiana. Certi amici di oggi diventeranno nemici. Se non accadrà il contrario, il distacco di  pezzi importanti della sinistra dalla gabbia europeista, il risveglio dal loro sonno ipnotico, la lotta sarà impari e la svolta reazionaria di cui è gravida la società italiana (come del resto tutte in Occidente) da possibile diventerà altamente probabile. A quel punto saremo già entrati in un'altra fase, quella della resistenza democratica contro l'avventura reazionaria.

Non per questo i nostri detrattori hanno ragione nel sostenere che la battaglia sovranista per liberarci dall'euro-regime non va impugnata perché così facendo non faremmo che agevolare la possibile svolta reazionaria. Non si combatte questa minaccia facendo gli esorcismi, o addirittura mettendosi sotto la sottana  delle oligarchie euro-globaliste e delle loro protesi politiche locali. Ciò otterrebbe l'effetto contrario, equivarrebbe a lasciare campo libero al moto reazionario. Si combatte questa minaccia, ben al contrario, occupando la prima linea della lotta per riconquistare la sovranità nazionale e, con essa, quella democratica e popolare, diventando insomma i campioni della battaglia per uscire dall'euro e difendere la Costituzione.

Non è né plausibile né ammissibile che a causa del rischio futuro di una svolta reazionaria all'insegna di un nazionalismo fascistoide si dimentichi che oggi il nemico principale è fino a prova contraria il regime eurista, oligarchico, liberista e globalista. E' esso che occupa tutti i gangli del sistema: finananziari, bancari, industriali, culturali e istituzionali.

Fa ribrezzo, in molte zone della sinistra, il solo alludere alla questione nazionale. Assistiamo così ad uno strano connubio, ad un vero e proprio inciucio tra i settori politici istituzionali asserviti alle oligachie finanziarie (per le quali le nazioni e i loro ordinamenti sono catene da spezzare), e interi pezzi delll'estrema sinistra extra-isituzionale che condannano a priori il concetto di nazione in nome di un malinteso internazionalismo. Questo connubio va spezzato. Non è possibile che forze antagoniste genuine fungano da quinta ruota del carro dei veri dominanti.

Il tabù della questione nazionale va rimosso. Prima è meglio è. E' sotto gli occhi di chi voglia vedere che il nostro Paese sta muorendo sotto il giogo dell'euro-regime; che col ricatto del debito esso subisce un embargo di fatto; che è stato soggiogato come se avesse scatenato e perso una guerra, obbligato quindi a pagare umilianti "riparazioni". L'Italia è stata privata della sua indipendenza effettiva, governata da dei Quisling che obbediscono a poteri esterni sovraordinanti, incaricati di spennare popolo e naziona affinché i debiti siano saldati.

Tutto questo, seppure in modo ancora confuso, sta facendo capolino tra i cittadini, destinato a diventare senso comune. Questa percezione si manifesta già in tutti i focolai di lotta che stanno accendendosi qua e la. Questo senso comune pulsante e ancora primitivo, non c'è dubbio, sarà un collante delle future battaglie sociali. Occorre incontrarlo per puntarlo contro i dominanti invece di fare gli scongiuri e sptargli addosso; attraversarlo per innervarlo di contenuti rivoluzionari, democratici e socialisti, ingaggiando una lotta senza quartiere contro il fascistume che farà leva sui pregiudizi e i sentimenti sciovinisti e xenofobi che allignano tra le masse, senza confondere perciò le masse con i demagoghi reazionari che vorrebbero mettersi alla loro testa.

Come già detto si può essere socialisti e libertari, internaziomalisti e patrioti.





giovedì 3 ottobre 2013

LA SITUAZIONE POLITICA ADESSO della segreteria nazionale del MPL

3 ottobre. La storia, diceva Marx, si ripete sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa. Si è fatto un gran parlare, interpretando lo psicodramma che ha portato alla crisi del governo, di 25 luglio del berlusconismo. Silvio Berlusconi era deciso ad andare alla battaglia finale per battere i suoi nemici, scoperto che si era sfasciato il suo quartier generale, è stato obbligato ad una spettacolare, per certi versi patetica, marcia indietro, finendo per votare l’ordine del giorno Grandi e quindi firmare, come Badoglio l'8 settembre 1943, un armistizio coi suoi nemici.

Ma quali le conseguenze?


Berlusconi voleva far cadere il governo Napolitano-Letta, e questo ne esce invece rafforzato. Voleva le elezioni anticipate e queste sono rimandate sine die. Voleva ribadire il suo proprio padronale e carismatico comando sulle sue truppe, e si è dovuto piegare ai caporettisti. Voleva far uscire il berlusconismo dalla sua agonia ma ha dovuto invece sancire quella che potrebbe essere la sua fine.

Sgretolatosi il berlusconismo politico resta da vedere che accadrà al blocco sociale reazionario che ha finora rappresentato.

Dopo avere stravinto le elezioni del 2008 la destra si è trovata a governare mentre sopraggiungeva la più grande crisi economica dal dopoguerra. In Italia questa è diventata ancor più devastante a causa delle catene rappresentate dall’euro e dalle politiche di austerità imposte dall’Unione Europea per conto della grande finanza predatoria. Il governo Berlusconi, incalzato dall’opposizione di centro-sinistra fedele all’ortodossia eurista, ha finito per ubbidire alle oligarchie, ai suoi dogmi liberisti, ai suoi crudeli dettami austeritari. Quando i berluscones han capito che così si stavano suicidando, che il loro blocco sociale si andava sfaldando, quando hanno timidamente cominciato a recalcitrare, non i “pubblici ministeri comunisti” ma gli oligarchi europei lo defenestrarono nel novembre 2011. Berlusconi si piegò già allora ai suoi nemici, diede la fiducia al nascente governo Monti. Le cose avrebbero preso una ben diversa piega se avesse deciso di ribellarsi allora come ha tentato di fare nelle ultime settimane.

Col senno di poi si può affermare che la resa di ieri è la fatale conseguenza di quella prima capitolazione del novembre 2011, che in effetti pose fine al sodalizio tra il berlusconismo e la gran parte del suo composito blocco sociale, imperniato attorno ad una borghesia e a classi medie furibonde e decise alla disobbedienza ai diktat europei. Le elezioni del febbraio scorso fotografarono in modo spettacolare la frattura tra blocco sociale berlusconiano e la sua rappresentazione politica. Il Pdl ha perso più di sei milioni di voti rispetto al 2008, voti andati sia al M5S che dispersi nell’astensione.

Difficile a questo punto, dopo la seconda capitolazione, che esso possa rialzare la testa, come avvenne per almeno quattro volte, nel 1994, nel 1996, nel 2001 e nel 2008. Sarebbe davvero come la leggenda dell’araba fenice, che risorse dalle sue ceneri.

Il dietrofront di Berlusconi lascia ora, sul fianco destro dello schieramento politico, spazi enormi. Altri cercheranno di occuparli, nel tentativo di dare una testa e incanalare la incipiente rivolta della borghesia e delle classi medie. Quanto veloce sarà questo processo di conformazione di una destra politica non lo sappiamo. Dipenderà se la crisi economica si incrudirà o meno, se le cricche euriste vorranno continuare imperterrite nelle politiche austeritarie o se invece vorranno addolcirle, magari derogando al Fiscal compact, al pareggio di bilancio, ecc. 


Due le varianti possibili: un lepenismo all’italiana, ovvero un sovranismo antieurista ma reazionario, oppure un sovranismo in salsa berlusconide, ovvero liberista —sganciamento dall’eurozona ma poi tagli feroci ai salari, draconiane misure di riduzione della spesa pubblica, nuova ondata di privatizzazioni.

Il secondo dato che emerge dalle vicende politiche delle ultime settimane è che le oligarchie di Francoforte e Bruxelles, che temevano come la peste che il Paese precipitasse in una crisi al buio, hanno ottenuto una preziosa vittoria. Hanno nuovamente guadagnato tempo, ma non possono dormire sonni tranquilli, sanno bene che le nubi di tempeste finanziarie e sociali continuano a stagliarsi all’orizzonte.


Riusciranno ad allontanarle definitivamente? Noi pensiamo di no. Potrebbero quantomeno rallentare la velocità dell’uragano che si approssima, decidendo di dare una boccata d’ossigeno alle economie, anzitutto dei paesi del Sud Europa, sospendendo insomma le politiche d’austerità e concedendo deroghe sostanziali a questi paesi per ciò che riguarda il rispetto dei patti di ferro sottoscritti. Tutto dipende dunque dal governo tedesco, dalla possibilità che la Merkel venga meno, anzi violi, quanto ha sino ad oggi assicurato alla maggioranza del suo stesso popolo, che non vuole saperne di sacrificare i suoi miserabili benefici sull’altare dell’europeismo.

A questo esile filo sono appesi i destini del governo Napolitano-Letta e quindi quelli della poliforme e pur sempre instabile coalizione che lo sostiene. Se le classi dominanti tedesche non recedono dalle loro politiche mercantilistiche, egemoniste e revanchiste, chiunque governi in Italia e voglia al contempo restare fedele ai dogmi e ai culti euristi, non avrà margini, non disporrà di alcuna leva efficace per far uscire il nostro Paese dal marasma e quindi non potrà evitare di andare a sbattere, in barba a tutte le bubbole sulla “svolta di portata storica” che sarebbe stata determinata dalla sconfitta di Berlusconi.

Nonostante fosse stato Berlusconi ad aver innescato la crisi di governo, noi abbiamo sperato che il blocco degli euristi-di-ferro capeggiati da Napolitano e i suoi scudeiri uscisse sconfitto da questa battaglia. Non è stato così. 


Resta la drammatica urgenza di costruire un’opposizione sociale di massa per rendere la vita impossibile al governo dei Quisling e ai suoi mandanti europei. Ripetiamo l'allarme: questa opposizione di massa rischia di disperdersi nei mille rivoli di una rivolta cieca, senza né capo né coda. Se questi rivoli confluiranno invece in un unico grande fiume, allora avremo una piena, la sollevazione che potrebbe seppellire i becchini del nostro Paese.

Per questo serve, attorno ad un programma d’alternativa, unire qui e ora le forze politiche antisistemiche, un’unione che potrebbe essere l’embrione di un ampio fronte popolare. 

Lorsignori hanno ottenuto tempo, sfruttiamolo a nostro vantaggio.

martedì 1 ottobre 2013

LA LORO BATTAGLIA FINALE E NOI di Moreno Pasquinelli

1 ottobre. Con l’ultima loro spettacolare mossa delle dimissioni in blocco di parlamentari e ministri, i berluscones hanno questa volta sancito il divorzio irrevocabile con il gotha delle classi dominanti.

Si badi, non astratte “classi dominanti”, bensì quella setta plutocratica venutasi formando in decenni di melting pot globalista, Questa cosca, grazie a funzionari piazzati per tempo nei gangli dei diversi apparati statali nazionali, li ha alla fine espugnati, eviscerati, trasformandoli in proprie protesi.

Questa metamorfosi, qui da noi, non fu indolore, avvenne grazie alla frattura di “Mani pulite”, ovvero la rottamazione di quei settori tradizionalmente dominanti delle classi dominanti che rifiutavano di obbedire e inchinarsi ai nuovi sovrani globalisti. Questi ultimi, avendo bisogno di nuovo personale politico, furono costretti a reclutarlo tra le file di quella che era stata l’opposizione del regime democristiano. Il vecchio Partito comunista divenne il principale braccio politico dell’operazione e un fondamentale serbatoio di cervelli e funzionari al regime della “Seconda repubblica”.

Di qui la scesa in campo di Silvio Berlusconi. A nome e per conto del vecchio regime egli si mise di traverso, con inatteso successo, alla marcia trionfale dei nuovi sovrani. Questi tentarono subito di toglierlo di mezzo. Non essendoci riusciti cercarono, pur tenendolo sempre sotto tiro, di adescarlo per piegarlo ai loro disegni.

Quando sembrava che ce l’avessero fatta, che Berlusconi si fosse sottomesso, è sopraggiunta nel 2008 la grande crisi mondiale. Una crisi la cui prima vittima è stata quella artificiale costruzione dell’Unione europea e dell’eurozona in particolare. Sotto le mentite spoglie del “debito sovrano” l’Italia, mentre i berluscones erano al governo, è diventata un succulento bersaglio della finanza predatoria globale. L’eurozona, con la Germania oramai saldamente al comando, lungi dal costituire una barriera difensiva, amplificava l’attacco e ne accentuava i danni. Eravamo nel cruciale biennio 2010-2011, che culminava nella defenestrazione del governo Berlusconi del novembre 2011.


Ora ne sappiamo le ragioni vere. Berlusconi e i suoi non solo si opponevano alle draconiane misure d’austerità che erano richieste dall’alto, ma nelle segrete stanze lasciarono trasparire che l’opzione dell’uscita dall’eurozona era seriamente presa in considerazione.

Berlusconi, assediato, lasciò il campo a Monti, il che fece pensare alla cosca eurista ad una definitiva resipiscenza del Cavaliere. Errore. Non passerà un anno che Berlusconi, per non soccombere, staccherà la spina al governo dei tecnici e determinerà le elezioni anticipate del febbraio scorso.

Per bocca di Stefano Folli la cupola eurista manifestava a quel punto la sua vera e più intima preoccupazione: 

«Non è tanto Berlusconi a far paura ai suoi avversari, quanto la minaccia di una campagna tutta costruita contro l'Europa, la Germania, l'austerità e quant'altro. (..) Del resto, l'attacco a tutto campo di Berlusconi ha cambiato il quadro. La campagna elettorale si delinea come uno scontro pro o contro l'Europa». [Stefano Folli, Il Sole 24 Ore del 9 dicembre] 
Questi timori non si avverarono. I Berluscones, non ebbero il coraggio di alzare il tiro, di rappresentare il profondo e generalizzato malessere contro le politiche di macelleria sociale (che premierà le liste di M5S). Non seppero chiamare borghesia e classi medie a quella rivolta populista che è nelle loro corde. E davanti al fatto che le urne consegnarono un paese in stallo, accettarono addirittura di contribuire alla nascita del governo di Enrico Letta.

Quindi giungerà la condanna del primo agosto da parte della Corte di cassazione. A caldo noi scrivevamo

«La sorte del governo Letta è oramai appesa ad un filo, un filo destinato a spezzarsi se, come noi riteniamo, il blocco berlusconiano gli toglierà il sostegno per andare a tappe forzate verso nuove elezioni anticipate. 
La surreale prudenza pidiellina di queste prime ore non deve quindi trarre in inganno. In guerra, se decideranno di dichiararla, non andranno in prima battuta con le insegne logore della lotta contro i “magistrati rossi” (sarebbe un suicidio) ma risfoderando le armi consuete: fine delle politiche d’austerità, riduzione delle tasse, meno Stato e più mercato. Queste sono le cose su cui il berlusconismo ha costruito il suo blocco sociale, e sono le cose che questo blocco vuole sentirsi dire per uscire dal sonno in cui è precipitato».
Quindi l’epilogo, le sbalorditive dimissioni in blocco di parlamentari e ministri e del divorzio di cui sopra. Ciò che i berluscones avrebbero potuto fare già nel novembre 2011 si son decisi a farlo adesso, scatenando la battaglia finale. A meno di una nuova e improbabile inversione ad U di Berlusconi, assisteremo quindi al redde rationem. Nemmeno le cosche dominanti vedono margini di negoziazione, esse son decise a farlo fuori una volta per tutte, portando così finalmente a termine l’incompiuta della “Seconda repubblica”.

Per spiegarsi il berlusconismo si è ricorsi spesso al concetto gramsciano di “sovversivismo delle classi dominanti”, quello che, in buona sostanza, alimentò il mussolinismo e sfociò nel fascismo.

E’ forse un’analogia fuorviante. Allora la borghesia si decise a scardinare le istituzioni liberali perché questa non riuscivano più a contenere l’avanzata del movimento rivoluzionario delle masse proletarie. Oggi non c’è nemmeno l’ombra di questa avanzata.

Oggi la lotta avviene tutta nel campo borghese, tra opposte fazioni capitaliste. Il berlusconismo rappresenta quelle frazioni di borghesia e classi medie fatte a pezzi dalla globalizzazione e dal regime eurista. Il pur eterogeneo fronte avversario s’incardina invece attorno ai settori usciti vincenti e dominanti negli ultimi decenni, e che stanno facendo affari d’oro con la grande crisi. Il nocciolo duro di questo blocco consiste in quella plutocrazia predatoria che tiene saldamente in mano finanza, banche, grande industria, e apparati statali.

Questo blocco dominante in Italia nella sfera economica non lo è tuttavia sul piano politico, poiché privo di quel consenso sociale che gli permetta di governare indisturbato. Non fa appello al “vincolo esterno” europeo per caso, è infatti nel sostegno delle aristocrazie euro-atlantiche che trae la sua reale forza. Senza queste retrovie sarebbe già andato in frantumi né potrebbe sperare di vincere la battaglia finale a cui si appresta. Una battaglia decisiva perché Lorsignori vorrebbero finalmente prendere due piccioni con una fava: far fuori il berlusconismo e destra e il grillismo a sinistra.

Per farlo han bisogno di tempo, vorranno quindi evitare che tutto precipiti e gli italiani siano chiamati a votare adesso. Hanno bisogno di organizzare le loro truppe, di truccare nuovamente le carte e cucirsi addosso una nuova legge elettorale che gli consenta, appunto, di vincere con ampi margini. Ma hanno anche bisogno, in nome della governance —termine intraducibile ma che sta per “governing without government”, ove quindi, soppressa ogni sovranità nazionale, il potere appartiene alle tecnocrazie globali— di scassare ulteriormente la Costituzione per abolire il sistema parlamentare rimpiazzandolo con un regime neo-assolutista.

Hanno insomma assolutamente bisogno che questo Parlamento sforni ad ogni costo un altro governo —che sarebbe a tutti gli effetti un pericolosissimo Governo costituente. Napolitano è demone e garante di questa strategia.

Noi invece di che bisogno abbiamo? Noi che siamo le forze dell’opposizione antisistemica che dobbiamo augurarci? Che dobbiamo fare?

Non abbiamo certo bisogno di concedere tempo alle plutocrazie dominanti affinché si compia il loro disegno strategico. Non possiamo augurarci che sotto la regia di Napolitano si formi un governo qualsivoglia —che Napolitano se ne vada piuttosto! Davanti a dei Quisling che hanno portato il paese allo sfascio, che ben venga lo sfascio loro e dei loro piani. Che ben vengano elezioni subito per dargli una nuova e pià devastante batosta!

Non abbiamo né aspirazioni né interessi comuni a nessuna delle due frazioni capitalistiche che si stanno combattendo, ma questa loro battaglia è preferibile al sodalizio che ha soffocato il paese in questi ultimi vent’anni. E se Berlusconi avesse davvero deciso di dare fiato alla rivolta della borghesia, nulla da perdere ce ne viene, poiché l’instabilità è meglio della loro stabilità, perché solo il disordine apre spazi alla lotta sociale e solo da esso è sempre sorto un ordine nuovo.


Quindi diamoci da fare, usciamo allo scoperto, mobilitiamoci, entriamo nel campo di gioco. Per quanto ciò sia arduo conflitto occorre creare, duro conflitto, intelligente conflitto, non fine a se stesso, bensì ancorato ad una visione strategica. C'è una terza via, antagonistica ad entrambi i due blocchi capitalistici che si stanno dando battaglia, quella di dare voce agli interessi e alla rabbia del popolo lavoratore, chiamarlo alla sollevazione. Le forze antisistemiche, se non vogliono schiattare sotto le macerie della lotta in seno alla borghesia, sono obbligate ad unirsi in un fronte ampio che dichiari apertamente che suo scopo è un governo popolare d'emergenza che spezzi la gabbia europea e adotti tutte le dure misure necessarie per evitare che il paese precipiti nell'abisso.


domenica 29 settembre 2013

TANTO TUONÒ CHE PIOVVE di Leonardo Mazzei

29 settembre. «Se ne vadano tutti!» e un bel «vaffa!» all'Europa. Una formula semplice e probabilmente vincente.

Dunque il cerino si è consumato del tutto. Con le dimissioni dei berluscones il classico giochetto del teatrino bipolare italiano, durato addirittura due mesi interi, è giunto al termine. Chi si è scottato le dita? Secondo i più, il solo Silvio Berlusconi. Non siamo d'accordo: se le sono scottate tutti, tutte le forze della maggioranza che hanno fin qui sostenuto il governicchio presieduto da Letta. Ma c'è uno sconfitto che è più sconfitto degli altri. Ed è il sant'uomo che siede al Quirinale.

Egli, con una pervicacia senza limiti, ma certamente sostenuta in sede europea, ha preteso di veder volare gli asini, pensando di poter trasformare il più raccogliticcio dei governi in un esecutivo capace di reggere, di affrontare la crisi, di approvare le (contro)riforme costituzionali.

Il bluff, dietro il quale si manifestava tutta questa presunzione quirinalesca, lo si è visto nell'afoso pomeriggio del 1° agosto. Quel giorno la Cassazione, anziché cassare la condanna al secondo azionista del governo in carica, ha cassato le speranze del presidente della repubblica, che certamente non aveva mancato di esercitare le sue pressioni sui giudici di Piazza Cavour.

Come annotammo a caldo, la vera notizia di quel giorno, più che la stessa sentenza, fu la sconfitta del bis-presidente. E' da quel momento che il conto alla rovescia è iniziato. Ed ogni tentativo di ignorare questo fatto ha veramente del patetico. Adesso, dopo due mesi, siamo alla resa dei conti.

Non avevamo dunque torto a definire come governicchio l'esecutivo guidato da Letta. Qualcuno nell'estrema sinistra, sempre portato a considerare come invincibili i piani del blocco dominante, ce lo ha rinfacciato, quasi accusandoci di sottovalutare l'operazione "larghe intese". Bene, oggi l'esito di quell'operazione è sotto gli occhi di tutti. Il nemico è perfido e diabolico, ma non invincibile. Ricordiamocelo.

Le «larghe intese» non hanno funzionato e non potevano funzionare. Non perché tra Pd e Pdl vi sia chissà quale differenza di programma e di prospettiva. Anzi, da questo punto di vista - in una situazione "normale" -  l'alleanza avrebbe potuto felicemente funzionare per qualche decennio. Ma, ci sono due "ma". In primo luogo c'è la "variabile B", come Berlusconi, che rende palesemente impossibile una qualsivoglia navigazione al governo. In secondo luogo, ma ancora più importante, c'è la "variabile C", come crisi. E' vero, sia Pd che Pdl sono uniti dall'assenza di idee su come venirne fuori, ma proprio per questa comune incapacità ad affrontare le questioni di fondo, sono giocoforza destinati a scontrarsi sulle questioni palesemente secondarie, come l'IMU.

Certo tutto questo era ben noto agli "addetti ai lavori", ma dalla regia del Colle si riteneva forse di poter riuscire a mandare in porto almeno la nuova legge elettorale. Un'ipotesi che ha retto fino alla decapitazione del Pdl. Fino a quel punto, infatti, lo scambio era quello tra una legge elettorale favorevole al Pd ed un salvacondotto assicurato al buffone di Arcore. Ma ora che il salvacondotto è venuto meno, perché il Pdl dovrebbe fare un favore così grosso al Pd?

Dunque il governicchio messo in piedi in primavera è alla frutta. Mancano solo le dimissioni, a questo punto una mera formalità. Ma i giochi sono tutt'altro che fatti.

Sta infatti per iniziare una torbida partita. O meglio, essa sta soltanto per venire alla luce, dato che - dietro le quinte - è in corso già da alcune settimane. Di che cosa si tratti lo abbiamo già scritto: del trasformistico cambio di casacca di un buon numero di senatori (deputati non ne servono, e vedrete che lì ci saranno ben pochi passaggi), in modo da consentire la nascita di un governicchio bis in grado di approvare la Legge di stabilità e, soprattutto la nuova legge elettorale.

Saranno sufficienti questi transfughi per dar vita ad un nuovo esecutivo? Al momento non lo sappiamo. Movimenti si annunciano dalle truppe berlusconiane (siciliani in specie), ma anche tra i senatori del M5S. Pochi dubbi sul fatto che, alla bisogna, si aggiungerebbero pure i pochi senatori di Sel. Basteranno costoro, rafforzati anche dalle 4 nomine a senatore a vita (tra le quali una cinquantenne!) recentemente decise dal bis-presidente? Lo vedremo ben presto.

I dubbi riguardano i senatori pidiellini. Dal loro miserabile punto di vista, i tanti potenziali Scilipoti hanno infatti un drammatico problema. Il tradimento avviene in genere sia per conservare la poltrona (ad esempio prolungando una legislatura altrimenti al lumicino), che per garantirsi la rielezione, attraverso una trattativa col "compratore". In questo caso entrambi gli obiettivi sono problematici.

Se prolungamento della legislatura ci sarà, sarà solo per alcuni mesi, al massimo fino alla prossima primavera. Troppo poco per le aspettative di questi saltimbanchi. Tuttavia il problema potrebbe risolversi con la garanzia della rielezione. Ma anche qui non mancano i problemi. A meno che costoro siano disponibili a passare immediatamente, armi e bagagli, al centrosinistra, la prospettiva più "naturale" sembrerebbe quella di un passaggio verso "Lista Civica" e Udc. Ma questo, più che altro, sembra un vero e proprio viaggio verso il nulla. Un rischio che i tanti piccoli Scilipoti non possono permettersi. Da qui le incertezze del momento, senza considerare che Berlusconi potrebbe aver utilizzato queste settimane per riaprire generosamente il suo portafoglio, che però non è detto sia l'unico della partita...

Ecco a quali calcoli, a quali virtuosi gentiluomini, si aggrappano le speranze del Quirinale e del Pd. Del resto anche l'attuale polemica col noto evasore è assai penosa. «Gesto folle e per motivi personali», ha tuonato Letta il nipote, dopo le dimissioni dei ministri del Pdl. Ma non è proprio con questo folle, che agisce solo per interessi personali, che egli avrebbe voluto continuare a governare?

E' una vergogna. Una vergogna che Napolitano ha costruito con le sue mani. Il capolavoro politico di un autentico golpista, che certo non si fermerà proprio ora.

In questo momento così delicato è fondamentale che chi guida il M5S tenga dritta la barra. Innanzitutto cercando di ridurre al minimo i transfughi al Senato, che è poi il modo concreto per arrivare al voto al più presto, come il movimento già chiede.

La natura del governicchio bis va subito smascherata. Se nascerà, sarà solo per arrivare al Super-Porcellum ideato da Violante, una legge truffa al cubo, ultra-maggioritaria ed antidemocratica.

«Se ne vadano tutti, e subito!», questa parola d'ordine è oggi più forte di ieri. Il disastro politico compiuto da Napolitano, dal suo pupillo Letta e dal suo grande elettore Berlusconi, non può rimanere impunito.

Ma per vincere - perché questa sarà la posta in palio - occorre qualcosa di più: occorre dire basta a questa Europa che ci impone sacrifici, tasse, tagli, disoccupazione e percentuali del debito. E che per ottenere questi obiettivi ha prima imposto Monti, reimposto Napolitano, benedicendo Letta e il suo matrimonio con Berlusconi.  «Se ne vadano tutti!» e un bel «vaffa!» all'Europa. Una formula semplice e probabilmente vincente.

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