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sabato 17 novembre 2018

SE LO DICONO ALESINA E GIAVAZZI di Sandokan

[ 17 novembre 2018 ]

L'assassino torna sempre sul luogo del delitto. Nel caso di specie, gli assassini sono due. Parliamo di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, i due araldi italiani del neoliberismo che sul CORRIERE DELLA SERA di oggi, 17 novembre, ritornano all'attacco con un editoriale al contempo spassoso e, non vi sembri paradossale, confortante.

Spassoso perché dopo anni ripetono con la medesima insolenza la tesi che "Il liberismo è di sinistra" — che cioè il liberismo sarebbe a favore di chi sta in basso — mentre un'economia dove lo Stato sia protagonista sarebbe cosa buona solo per la classe sociale che sta in alto.

Vi chiederete perché il loro (ennesimo) intervento sia confortante. 
E' presto detto. Lasciamoli parlare.
«Nel campo dei populisti invece la negazione del liberismo è evidente. In Italia, ad esempio, Lega e Movimento 5 Stelle dimostrano una fiducia sconfinata nella capacità dello Stato di risolvere tutti i problemi, dalla costruzione delle infrastrutture all’offerta di servizi pubblici locali. Al punto di adoperarsi per vanificare le norme esistenti volte a ridurre il numero delle circa 10.000 aziende pubbliche locali; mantenendo in vita aziende pubbliche prive di dipendenti, con un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti e persino quelle che hanno avuto un risultato negativo per quattro dei cinque anni precedenti.
Non preoccupatevi», ha detto Di Maio, «aziende come Eni, Enel, Enav non andranno in mani private. Nel nostro piano di dismissioni sono stati previsti solo immobili e beni di secondaria importanza». Un altro esempio è la decisione di riportare in vita la cassa integrazione, un meccanismo che illude i lavoratori che un’impresa che non ha futuro possa ancora garantire loro un impiego, e nel frattempo fa perdere opportunità. E ancora: un continuo trasferimento di risorse dai giovani agli anziani, attraverso pensioni e debito, senza parlare delle pulsioni sovraniste e del rifiuto della globalizzazione».

In poche righe squadernate le ragioni per cui questo governo sarebbe una sciagura, quindi l'ostilità dell'élite neoliberista ai "populismi di destra e di sinistra".

Confortante quindi perché chi sostiene in modo critico e condizionato questo governo sente di stare dalla parte giusta.

C'è ovviamente molta propaganda ideologica in questa condanna del governo giallo-verde, considerato a torto come un tentativo deliberato di chiudere i ponti con il lungo ciclo del neoliberismo. In verità con le politiche giallo-verdi c'è quella che abbiamo chiamato "inversione di tendenza", non certo un rovesciamento vero, fosse anche di impronta keynesiana.

Tuttavia se spogliamo quanto scrivono Alesina e Giavazzi del suo lato biecamente propagandistico, essi colgono un aspetto del "populismo", che esso, per sua stessa natura contraddittorio e anche confusionario è espressione ed è alimentato da una protesta dei ceti massacrati proprio dal liberismo, che quindi ha nel suo Dna il rifiuto dello stesso.

Le élite dominanti, insomma, temono il populismo, malgrado i leader populisti tentino in ogni modo di tranquillizzarle. Segno di questa consapevolezza, che il populismo ha radici profonde e la cui spinta non si esaurirà anche ove Di Maio e Salvini dovessero fallire, è quanto afferma il direttore de LA STAMPA Maaurizio Molinari.

In un minuto e mezzo una "confortante" pillola di saggezza.







giovedì 2 agosto 2018

ECCO L'USCITA DALL'EURO di Moreno Pasquinelli

[ 2 agosto 2018 ]


LE SORPRENDENTI AFFERMAZIONI DI GIAVAZZI E ALESINA

Compagni di merende: Francesco Giavazzi e Alberto Alesina

Giavazzi e Alesina sono due vecchie conoscenze per chi si sia occupato, soprattutto dopo l'arrivo della grande crisi, di economia e di politiche di austerità. Il Giavazzi è un liberista a tutto tondo, seguace di Milton Friedmann. Sostenne quindi a spada tratta l'abolizione dell'Art. 18, poiché "avrebbe fornito una spinta sia all'occupazione che alla produttività" (sic!). Non stupisce che abbia sostenuto il Partito radicale e che sia stato chiamato da Mario Monti, nell'annus horribilis 2012, a collaborare per la Spending Review.

E chi non conosce il suo compagno di merende Alesina? Il teorico della cosiddetta "austerità espansiva", ovvero la teoria secondo cui austerità e rigore delle politiche pro-cicliche di bilancio non solo non danneggiano l'economia ma anzi aiutano la ripresa economica. Si beccò le devastanti critiche, non solo di noialtri no-euro, non solo di Krugman, ma addirittura di Olivier Blanchard, capo economista del Fmi.

Per chi voglia capire quanta distopia liberista frulli nella testa dei due, può leggersi il pamplhet IL LIBERISMO È DI SINISTRA, un'apologia appassionata degli spiriti animali del capitalismo. Non fraintendemi, non dico che questa due teste d'uovo della borghesia globalista, siano dei pirla, anzi. Non sfugge loro che l'Unione europea abbia falle alle fondamenta e che l'euro sia una moneta "stupida", ma oramai ci siamo dentro e uscirne causerebbe un disastro biblico.

Ci occupiamo di loro a causa di un editoriale scritto a due mani mani sul CORRIERE DELLA SERA di ieri 1 agosto. L'intervento non è solo un generico grido di allarme contro le politiche del governo giallo-verde, avverte che ove Di Maio e Salvini vogliano davvero abolire la Fornero, istituire un "reddito di cittadinanza", diminuire le tasse, già a settembre l'Italia subirà un attacco frontale dei mercati. Essi sono precisi e danno i numeri:
«Gli investitori che fuori dall’Italia detengono un terzo del nostro debito pubblico, oltre 730 miliardi di euro, e anche quelli che hanno investito in azioni e obbligazioni emesse da nostre imprese private, altri 740 miliardi circa, stanno per rientrare dalle vacanze. Agosto è il mese in cui inizia la loro «campagna d’autunno», quella che determinerà il rendimento che a fine anno potranno offrire ai loro clienti».
Ergo, se Di Maio e Salvini non faranno marcia indietro — e i due credono che non la faranno —, ove volessero davvero procedere con una Legge di Bilancio che chiuda con l'austerità e trasgredisca ai dettami dell'Unione europea, sicuro è per loro quello che chiamano «sudden stop», una "catastrofica" fuga di massa e improvvisa degli investitori esteri e "l’azzeramento di tutti i prestiti esteri". Che Dio ce ne scampi! Avanti quindi con la garrota delle politiche austeritarie che oltre ad affamare il popolo lavoratore sono disfunzionali rispetto alla famigerata "crescita".

Che questo scenario si avveri è tutto da vedere. Lorisgnori avevano già previsto che il Regno Unito si sarebbe sfracellato con la Brexit, ma sfracello non c'è stato. Ammettiamo dunque che i pescecani della finanza predatoria globale, assistita dai suoi algoritmi schizoidi, segua la massima "pochi, maledetti e subito". L'Italia sarebbe davvero messa in ginocchio? No, e la ragione ce la spiegano, inopinatamente proprio i due compagni di merende. Sentiamoli:
«C’è un modo per sottrarsi al giudizio degli investitori internazionali: ricomprarci i titoli che in passato abbiamo loro venduto. In teoria è possibile. L’Italia ha una posizione finanziaria netta rispetto al resto del mondo sostanzialmente in pareggio, cioè abbiamo tanti debiti quanti sono i crediti che vantiamo. Vendendo le attività estere che possediamo potremmo in teoria ricomprarci tutti i titoli italiani detenuti da investitori esteri. Bisognerebbe nazionalizzare le banche ed espropriare i cittadini obbligandoli a vendere, ad esempio, titoli svizzeri per sostituirli con Btp. Vorrebbe anche dire uscire dal mercato unico europeo e probabilmente dall’euro. Tutto è possibile. Ma se non si ha il coraggio di farlo, allora bisogna fare i conti con gli investitori internazionali».
Esatto, "tutto è possibile", a patto di "avere il coraggio di farlo"! Da sempre, anche dissentendo da altri amici "sovranisti", sosteniamo che si esce dal marasma solo a patto di:
«Trasformare e nazionalizzare il sistema bancario e assicurativo in modo da bloccare le banche d’affari che utilizzano i depositi e i risparmi dei cittadini nel gioco d’azzardo dei mercati finanziari internazionali. Tutte le banche hanno una funzione economica e sociale di primaria importanza e devono essere messe sotto stretto controllo pubblico».
L'Italia ha una ricchezza mobiliare netta pari a tre volte il Pil, a patto di volerla sottrarre alla rapina dei mercati finanziari e canalizzarla e utilizzarla per il bene pubblico e l'interesse nazionale — e di tecniche funzionali allo scopo, al netto del controllo del sistema bancario e della moneta, ce ne sono numerose —, più che sufficiente per reggere l'urto dell'eventuale fuga dei predatori. Ciò senza dimenticare "il resto" della ricchezza e dei beni materiali e immateriali, pubblici e privati del nostro Paese.

Il problema è dunque politico: avranno Di Maio e Salvini il "coraggio di farlo"? Avranno la determinazione a voltare davvero pagina esercitando la sovranità che la maggioranza degli italiani ha consegnato loro? Chi ha la testa sulle spalle, sic rebus stantibusdeve augurarsi che il governo giallo-verde tenga il punto fino all'adozione di misure eccezionali, e potrà farlo solo se avrà alle spalle una potente mobilitazione popolare. Altrimenti sarebbe il disastro storico, un colpo di stato con tanto di insediamento della troika, un nuovo 8 settembre. O di qua o di là.

« Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione»
[Carl Schmitt, Teologia politica]


lunedì 29 febbraio 2016

GIAVAZZI E LE BANCHE ITALIANE: DOVE CASCA L'ASINO NEOLIBERISTA di Leonardo Mazzei

[ 29 febbraio ]

Nazionalizzare per privatizzare...
Le pittoresche contraddizioni del sig. Giavazzi

Pubblicizzare le perdite per privatizzare i profitti: sai che novità! 
Il "bostoniano" della Bocconi, al secolo Francesco Giavazzi [nella foto], ce l'ha riproposta ieri mattina sul Corsera come fosse l'innovazione del secolo. Quando, invece, è quel che Lorsignori van facendo da decenni. Questa volta si tratta di nazionalizzare le perdite del Monte dei Paschi di Siena (Mps), per mettere le mani sui profitti delle maggiori aziende che lo Stato ancora controlla.

Nell'articolo Giavazzi non si occupa solo di questo. Già il titolo dell'edizione cartacea è un doveroso omaggio all'indiscussa presunzione del soggetto: «Le 5 cose da fare per ripartire». Il Nostro prende atto che la ripresa non c'è —sai che scoperta! E perché non c'è? Perché il Renzi del Jobs act è sì bravo, ci mancherebbe!—, ma è troppo attento alle scadenze elettorali. Eh, bei tempi, quando non c'era neppure la seccatura del voto!

Dunque, cosa bisogna fare? Ovviamente dar retta a lui. Nei 5 punti elencati, ve n'è perfino uno condivisibile (il rilancio degli investimenti pubblici). Per il resto è la solita solfa fatta di liberalizzazioni, come se non fossero in atto da un quarto di secolo; di imponenti tagli alla spesa pubblica per consentire una forte riduzione delle tasse; di nuove massicce privatizzazioni.

Ovviamente le tasse che Giavazzi vuol tagliare sono solo quelle delle imprese. Egli cita infatti soltanto Ires ed Irap. Ma dove ridurre la spesa pubblica è difficile da dirsi anche per il bocconiano, che parla dei tagli alle municipalizzate e della necessità di alzare le tasse universitarie. Una linea di classe ben precisa, ovviamente, ma comunque ben poco efficace per far cassa nella misura che vorrebbe.

Il Nostro se ne accorge, ed ecco che parla apertamente della necessità di sforare la soglia del 3% nel rapporto deficit/Pil. A suo avviso, l'Europa lo tollererebbe se finalizzato ad una drastica riduzione delle tasse sulle imprese. Una tesi leggermente azzardata, figlia della necessità di accordare il suo liberismo di marca anglosassone con la linea sempre più filo-tedesca del giornalone su cui scrive.

Ma veniamo al vero punto forte dell'articolo di Giavazzi, non a caso il primo della sua esposizione. Quello dal titolo: «Mettere in sicurezza le banche». Qui la proposta è chiara e precisa fin nei dettagli. Ed è indicativa non solo del pensiero del suo autore, peraltro piuttosto noto, ma anche delle divertenti ed irrisolvibili contraddizioni in cui si dibatte la sua teoria.

La sua opinione è che le grandi banche italiane non abbiano problemi (quelle piccole sì, ma chissenefrega), salvo una macroscopica eccezione: il Monte dei Paschi di Siena. Ecco allora la sua proposta, che conviene leggere integralmente:
«Per fugare l’ombra che si stende sulle nostre banche bisogna mettere in sicurezza il Monte. Servono circa dieci miliardi di euro. È escluso che vi siano investitori privati disposti a metterceli e sarebbe un delitto indurre le banche maggiori a farlo mettendone a rischio la solidità. Lo Stato sarebbe potuto intervenire quando ancora le regole europee lo consentivano, ma non lo fece. L’unica strada rimasta è usare la Cassa depositi e prestiti, un’istituzione di fatto pubblica (il maggior azionista è il ministero dell’Economia) ma che le regole europee considerano privata perché una quota di minoranza è posseduta dalle fondazioni bancarie. Per mettere dieci miliardi nel Monte la Cassa deve però vendere una parte delle sue partecipazioni in Eni, Snam, Terna, Fincantieri. Almeno temporaneamente, perché il Monte risanato fra qualche anno potrà essere venduto, come fece il governo di Londra dopo aver nazionalizzato Lloyds e Royal Bank of Scotland. Non farlo per l’orgoglio di non perdere il controllo delle aziende di cui Cdp è il maggiore azionista sarebbe una decisione poco lungimirante».
Ora, ridurre la questione bancaria italiana ad Mps è davvero superficiale, ma almeno Giavazzi ha ben chiaro —a differenza del Renzi del «è il mercato, bellezza!»— che nello specifico il "mercato" (il suo tanto amato "mercato") non potrà funzionare. Non ci sono —ma guarda un po'— privati disposti ad investire i 10 miliardi che servirebbero. Bene, ma allora perché impedire al mercato, che secondo la sua teoria tutto alla fine risolve, di fare il suo corso?

E' qui che casca l'asino del neoliberista. Certo, il laissez-faire porterebbe al fallimento di fatto della banca ed all'applicazione del bail-in, dunque ad un rischio sistemico per l'intero sistema bancario italiano. Ma perché non riconoscere, allora, che la teoria mercatista proprio non funziona?

Per Giavazzi «Lo Stato sarebbe potuto intervenire quando ancora le regole europee lo consentivano, ma non lo fece». Dunque, lo Stato doveva intervenire, alla faccia del "mercato", ma non lo fece. Ora, a parte il fatto che non lo fece neanche quando il Nostro faceva il consulente economico del sig. Monti, perché nessun governo italiano ha potuto farlo? Qui, il nostro bocconiano ha una singolare amnesia. Certo, in teoria le regole glielo avrebbero consentito, ma si può dire altrettanto dei vincoli di bilancio rigorosamente controllati dagli occhiuti funzionari europei? Giavazzi sa bene che la risposta è no, ma l'eurismo è un dogma che il Nostro non intende neppure sfiorare.

Dunque, lo Stato non lo fece, e tantomeno può farlo oggi che le regole dell'Unione Bancaria ci sono. Da questo ragionamento giavazziano si evince come il blocco dominante italiano ha di fatto rinunciato alla messa in discussione del bail in, accontentandosi probabilmente di un atteggiamento più tenero da parte tedesca sulla questione della quantità e della prezzatura da attribuire ai Btp detenuti dalle banche italiane. E' probabilmente in questa chiave che possiamo leggere le pubbliche manifestazioni d'amorosi sensi seguite al recente incontro Renzi-Juncker.

Se le cose stanno come pensiamo, ciò significa che da parte italiana si rinuncia ad ogni efficace azione sull'Unione Bancaria, mentre l'eventuale (e tutta da verificare) retromarcia tedesca sulla questione dei titoli di stato si tradurrà, proprio come desiderato dalla Germania, in un rinvio all'infinito del Fondo di garanzia europeo, che è esattamente lo scopo per il quale i tedeschi hanno sollevato (leggi QUI) la questione dei Btp posseduti dalle banche italiane.

Per terminare questa breve digressione: cosa ha ottenuto in cambio allora Renzi tanto da amoreggiare in pubblico con l'ubriacone lussemburghese? Naturalmente non possiamo giurarci, ma l'unico risultato sarà probabilmente quello di poter evitare manovre aggiuntive nella primavera-estate. In quanto all'autunno, ed alla finanziaria 2017, è presto per dirlo. La politica —quella italiana, ma ormai anche quella europea— funziona così, con un orizzonte temporale sempre più corto.

Ma torniamo a Giavazzi ed alla sua proposta. Premesso che nel quadro dell'Eurozona lo Stato non può agire direttamente, il Nostro ammette candidamente che il "mercato" è addirittura fuori gioco. Che fare allora? Semplice, per un attimo ci si dimentica delle teorie insegnate alla Bocconi, nonché dei dogmi euristi sempre venerati, e si propone un banale trucchetto: facciamo intervenire la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), che pubblica è ma non formalmente.

Avete capito la trovata? 
Un po' di basso livello, ma anche i bocconiani non sono più quelli di una volta... 
C'è però qualcos'altro: dove li piglia i 10 miliardi la Cdp? Ovvio, li prende mettendo sul mercato, cioè privatizzando, quote di «Eni, Snam, Terna, Fincantieri», eccetera. Ma andando su questa strada —attualmente Cdp possiede il 30% di Terna, il 29% di Snam, il 26,3 di Eni ed il 100% di Fintecna che controlla a sua volta il 71,6% della citata Fincantieri - non si rischia di perderne il controllo?

Naturalmente sì, ma per il Nostro non volerne perdere il controllo sarebbe solo una questione di «orgoglio... una decisione poco lungimirante». Nazionalizzare per privatizzare: ecco dunque la ricetta giavazziana per far quadrare il cerchio. Cerchio che viene chiuso con l'obiettivo di riprivatizzare anche Mps una volta che la banca sarà tornata, grazie ai soldi pubblici, competitiva. Uno schema copiato pari pari dal modello britannico al quale evidentemente si ispira.

Dall'esame dell'articolo di Giavazzi spero si saranno capite due cose: 1) quanto sia debole e contraddittoria la teoria neoliberista quando deve confrontarsi davvero con i disastri che essa stessa ha prodotto; 2) quanto la sua proposta di momentanea nazionalizzazione sia lontana dalla nostra.

Per l'ex consigliere del governo Monti la nazionalizzazione ha da essere fatta solo per riprivatizzare la banca quando potrà produrre nuovamente utili, mentre la nobile causa della sua salvezza andrà perseguita privatizzando quel poco che resta di pubblico nelle grandi aziende nazionali. Appunto, come abbiamo già detto, nazionalizzare per privatizzare, in base al classico schema della pubblicizzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti. Assolutamente inaccettabile.

Per noi, invece, la nazionalizzazione del sistema bancario, non soltanto di Mps, è non solo il modo di salvare le banche italiane dal prepotente attacco tedesco, ma quello per porre sotto il controllo pubblico il decisivo settore finanziario, iniziando così un processo di sganciamento dal sistema del finanz-capitalismo che è alla base dell'irrisolta crisi che viviamo ormai da 8 anni.

La trappola del bail-in va evitata, ma per farlo davvero bisogna mandare a quel paese l'euro e l'Unione Europea, mandando al tempo stesso in pensione le politiche neoliberiste di ogni tipo. Non si esce dalla crisi attuale, neppure da quella bancaria, con la scelta dei continui rammendi che niente risolvono.

Capisco che per uno come Giavazzi sia praticamente impossibile ammettere che questa è la realtà. Ma il suo "prendere tempo", in attesa che i fatti si accordino alla sua teoria, ci ricorda molto l'acquistar tempo del furbo fiorentino (che egli critica) che lo vuol guadagnare per ingraziarsi ancora per un po' il favore delle urne...

mercoledì 11 marzo 2015

MA QUALE "KEYNESISMO"? (in risposta ad Alesina e Giavazzi) di Guglielmo Forges Davanzati *

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
[ 11 marzo ]

«Con uno slittamento semantico che ben poco toglie alla sostanza della questione, le politiche economiche suggerite dalla commissione europea vengono ora definite di austerità “flessibile”[1], dove è l’aggettivo a contare maggiormente sul piano comunicativo. Ciò a indicare che la stagione delle misure radicali di riduzione della spesa pubblica e di aumento della pressione fiscale sarebbe ormai terminata. 

In questa nuova prospettiva, fatta propria dal Governo Renzi, si inserisce la proposta formulata da due dei più accreditati economisti italiani – Alberto Alesina e Francesco Giavazzi – di far ripartire la domanda interna riducendo la pressione fiscale e sforando temporaneamente il vincolo del 3% del rapporto deficit/Pil [2]. E’ una proposta che merita di essere discussa proprio perché essa è alla base di quello che viene propagandato come un nuovo corso della politica economica italiana. 

Si tratta di una proposta apparentemente di buon senso, definita keynesiana e, in quanto tale, “di sinistra”. In realtà, essa non è affatto keynesiana, non è affatto “di sinistra” (se la si legge considerando gli effetti redistributivi che la sua attuazione produrrebbe), e non è neppure di buon senso. Per queste ragioni. 

1) Alesina e Giavazzi propongono di sforare temporaneamente il vincolo del 3% del rapporto deficit/Pil per accrescere la domanda interna, assumendo neppur tanto implicitamente che quel vincolo abbia una sua ratio e che, nel lungo periodo, debba essere rispettato. Si tratta di una posizione alquanto discutibile, almeno sotto due aspetti. In primo luogo, come diffusamente evidenziato, quel vincolo non risponde a nessun criterio scientifico e, conseguentemente, non vi è nessuna motivazione cogente, se non esclusivamente politica, che dovrebbe indurre un Paese a rispettarlo[3]. Occorre peraltro sottolineare che l’elevato debito pubblico italiano (se comparato con la media dei Paesi dell’Unione Monetaria Europea) non è affatto imputabile all’eccessiva spesa pubblica, ma semmai agli elevati tassi di interesse che lo Stato italiano paga ai sottoscrittori di titoli[4]

In secondo luogo, la proposta di Alesina e Giavazzi si basa su una concezione banalmente keynesiana della politica fiscale, secondo la quale l’aumento del deficit pubblico agisce (o deve agire) esclusivamente in funzione anticiclica. Per contro, si può argomentare che l’insufficienza di domanda aggregata è un problema di breve come di lungo periodo, dal momento che, in un’ottica teorica diversa da quella di Alesina e Giavazzi e autenticamente keynesiana, un’economia di mercato deregolamentata produce spontaneamente sottoutilizzazione delle risorse e disoccupazione, e, dunque, necessita di un intervento pubblico strutturale[5]

2) Alesina e Giavazzi propongono di utilizzare le risorse liberate dall’aumento del rapporto deficit/Pil per ridurre l’imposizione fiscale. Qui la loro proposta assume più decisamente connotati “di destra”. Dimenticando il fatto che, per accrescere l’occupazione, è più efficace aumentare la spesa che ridurre le tasse, Alesina e Giavazzi ritengono che la riduzione della pressione fiscale possa generare crescita per i consueti canali che si immagina si attivino dal lato dell’offerta: la riduzione delle imposte sugli utili d’impresa produce maggiori investimenti che attivano maggiore occupazione e maggiore crescita. 

Contestualmente, viene argomentato, per l’obiettivo di rispettare il vincolo del 3% del rapporto deficit/Pil, fatta salva la temporanea deroga, occorre ridurre la spesa pubblica. Gli effetti redistributivi a danno del lavoro appaiono evidenti, dal momento che la detassazione degli utili d’impresa verrebbe pagata con minori servizi pubblici a danno delle famiglie con redditi più bassi. 

Vi sono poi almeno due rilievi che contraddicono la tesi secondo la quale la detassazione degli utili d’impresa accresce gli investimenti. In primo luogo, come attestato dall’Agenzia delle Entrate, in media, gli imprenditori italiani hanno un’elevata propensione all’evasione fiscale (da qui discende il curiosum che sono in molti a dichiarare al fisco redditi inferiori ai loro dipendenti): la detassazione degli utili, in questo contesto, può, nella migliore delle ipotesi, accrescere il gettito fiscale, ma appare molto problematico ritenere che possa stimolare gli investimenti. 

D’altra parte, l’esperienza storica recente mostra che, a fronte di reiterate misure di detassazione, gli investimenti non sono aumentati e, nel caso italiano, sono stati sempre inferiori alla media dell’Eurozona. In secondo luogo, occorre tener conto – come rilevato dall’ISTAT – che gli imprenditori italiani esprimono un’elevata propensione al consumo, particolarmente di beni di lusso. Anche per questa ragione, la detassazione può avere effetti pressoché nulli sulla ripresa degli investimenti[6]

Si può, per contro, argomentare che l’eventuale sforamento del vincolo del 3% avrebbe effetti più significativi se le risorse fossero destinate ad aumentare la spesa pubblica incidendo sulla distribuzione del reddito e sulla struttura produttiva. Ciò per queste ragioni. 

In primo luogo, incrementi di spesa pubblica a beneficio delle famiglie con redditi più bassi, che esprimono maggiore propensione al consumo, accrescono la domanda interna e l’occupazione, in una condizione per la quale è l’equità distributiva una precondizione per la crescita economica. 

In secondo luogo, l’aumento della spesa pubblica, ampliando i mercati di sbocco per le imprese che operano sui mercati interni (ovvero per la gran parte delle imprese italiane e ancor più delle imprese meridionali), incentiva l’aumento delle dimensioni medie d’impresa. E poiché imprese di più grandi dimensioni operano con tecniche produttive che generano rendimenti crescenti, l’aumento delle dimensioni d’impresa ha, di norma, effetti di segno positivo sulla dinamica della produttività del lavoro. 

Inoltre, dal momento che le imprese di grandi dimensioni dispongono di fondi interni maggiori di quelli di cui dispongono imprese di più piccole dimensioni, le prime possono accordare incrementi salariali più di quanto possano fare le seconde. In più, potendo (almeno parzialmente) autofinanziare i propri investimenti, sono meno dipendenti dal sistema bancario[7]; il che, in un contesto di restrizione del credito, comporta una dinamica degli investimenti maggiore di quella che si avrebbe in un’economia popolata da imprese di piccole dimensioni. In questa dinamica di causazione cumulativa, l’avanzamento tecnico risulta quindi dipendente dalla dinamica della domanda aggregata. 

Con riferimento alla proposta di temporaneo sforamento del vincolo del 3% per detassare gli utili di impresa, si pongono due ulteriori considerazioni. Innanzitutto, occorre riconoscere che l’attuazione di politiche fiscali espansive, in quanto tale, non genera necessariamente effetti redistributivi (non li genera, per esempio, nel caso in cui la detassazione vada a esclusivo beneficio delle imprese): e se è la maggiore equità distributiva un presupposto per la crescita, vi è anche da dubitare che la sola detassazione dei redditi più alti – in regime di austerità “flessibile” – possa incidere positivamente sul tasso di crescita. In secondo luogo, occorre ricordare che in assenza di politiche industriali che rafforzino la struttura produttiva l’aumento della spesa pubblica e/o la riduzione della pressione fiscale rischia di risolversi quasi unicamente in un aumento delle importazioni. Ed è questo, oggi, il principale problema italiano. 

Da almeno un ventennio (dunque prima dell’adozione dell’euro e delle politiche di austerità), l’economia italiana è dentro un circolo vizioso di bassa crescita della domanda e bassa crescita della produttività, che culmina in una profonda “crisi di struttura”. Su fonte OCSE, si stima, a riguardo, che il tasso di crescita della produttività del lavoro, in Italia, ha assunto valori poco superiori all’0.5% nel periodo 1990-2010, a fronte di un tasso di crescita della produttività della media OCSE del 2% e dell’1.5% dell’UE15 nel periodo considerato. Il divario si accentua nel periodo 2001-2010, quando il tasso di crescita medio della produttività del lavoro in Italia si aggira intorno allo 0% a fronte di una media OCSE dell’1.5% e di una media UE15 dell’1%. 

Va da sé che, in un contesto di caduta della domanda aggregata, disporre di maggiori margini di manovra per politiche fiscali espansive è assolutamente necessario. Il problema è come le si vuole declinare, ovvero se si intende dare priorità a misure fiscali che riducano le diseguaglianze distributive (e incidano sulla struttura industriale) o meno. In tal senso, la proposta di Alesina e Giavazzi, oltre a essere di dubbia efficacia, è semmai annoverabile fra le più tipiche e ricorrenti proposte della destra». 

* Fonte: MicroMega


NOTE 
[1] Si veda http://ec.europa.eu/economy_finance/economic_governance/sgp/pdf/2015-01-13_communication_sgp_flexibility_guidelines_en.pdf 

[2] Si veda anche http://www.corriere.it/editoriali/14_agosto_17/terapia-coraggiosa-b52dfb04-25d5-11e4-9b50-a2d822bcfb19.shtml

[3] Per la dimostrazione dell’inesistenza di un criterio scientifico che sia in grado di determinare un unico parametro di sostenibilità del deficit e del debito pubblico, si rinvia in particolare a L.L.Pasinetti, The mith (or folly) of the 3% deficit/GDP Maastricht ‘parameter’, “The Cambridge Journal of Economics”, 22 (1), 1998, pp.113-116. 

[4] Sul tema si rinvia, fra gli altri, per il caso italiano, a G.Forges Davanzati, La spesa pubblica, il debito e l’aristrocrazia finanziaria, Micromega on-line, 30.10.2014. 

[5] Sul punto, con riferimento a una critica alla proposta di Alesina e Giavazzi, si rinvia ahttp://keynesblog.com/2014/08/22/john-maynard-giavazzi-o-quasi/. Si veda anche G. Pastrello. La va rovesciata, Il Manifesto, 2.1.2015. 

[6] In particolare, l’ISTAT rileva che una famiglia il cui reddito deriva da attività imprenditoriale spende, in media, circa 3600 euro al mese, più del doppio di una famiglia il cui reddito deriva da lavoratore dipendente. 

[7] Per un inquadramento teorico di questi effetti, si rinvia a N.Kaldor, A model of economic growth, “The Economic Journal”, vol.67, n.268, December 1957, pp.591-624. Sul piano empirico, si rinvia al rapporto OCSE, Entrepreneurship at glance, OECD Library, 2013. 

(10 marzo 2015)

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