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sabato 1 giugno 2019

SOSTITUIRE IL MINISTRO DELL'ECONOMIA

[ sabato 1 giugno 2019 ]


La risposta del Mef all'avviso della Commissione europea ...


Al di là di come siano andate effettivamente le cose nessuno, nel governo, ci fa una bella figura. Ed infatti i giornali ed i media di regime fanno a gare nel parlare di "governo allo sbando", "siamo senza governo", "nuova crisi tra gli alleati di governo", ecc.
La "manina 2"...

Già nell'ottobre scorso accadde che Di Maio denunciò "la manina" che manomise, a suo dire, il decreto sul condono fiscale. Accusa che Di Maio fece a Porta a Porta incolpando esplicitamente i colleghi della Lega. Annunciò addirittura una denuncia alla Procura, ma poi dovette fare marcia indietro.

Ora ci risiamo, ma questa volta la cosa è decisamente più grave, dato che si tratta della risposta alla missiva della Commissione della Ue. Nella lettera circolata ieri pomeriggio si rassicurava la Commissione che il governo avrebbe rispettato le stringenti condizioni per il rispetto dei parametri sul deficit e il percorso di abbassamento del debito. Detto in parole povere: sarebbero stati fatti tagli allo stato sociale, con eventuale retromarcia sulle due misure simbolo del governo: RdC e Quota 100. Si leggeva intatti testualmente:
«riduzioni delle proiezioni di spesa per le nuove politiche in materia di welfare nel periodo 2020-2022»
Poi, anzitutto grazie al M5s, il Mef ha smentito, affermando che il governo tirerà diritto e non ci saranno tagli allo stato sociale. E' così stata inviata a Bruxelles la vera lettera di risposta.

Una risposta, sia detto per inciso, che non promette niente di buono, dato che il governo conferma l'impegno a rispettare riduzione del deficit e rientro dal debito.

Manina o non-manina, guarda caso è sempre dal Ministero dell'economia, il covo dei serpenti, che vengono i guai più seri. Di riffa o di raffa, a seminar zizzania, c'è ancora una volta di mezzo Giovanni Tria, il Cavallo di Troia di Mattarella e degli eurocrati.


La vicenda della "Manina 2", quindi della melliflua risposta alla Commissione, sono una conferma che l'equilibrio tra le tre forze del governo — M5s, Lega e partito di Mattarella —, non regge, a maggior ragione in vista del braccio di ferro con la Ue sulla Legge di bilancio 2020.

Prendendo atto che il grande successo elettorale della Lega e la non meno grande sconfitta dei cinque stelle terremotava il governo, il Comitato centrale di P101 scriveva:
«E’ legittimo, dato il responso delle urne, mettere mano alla composizione del governo? Sì, lo è. Ma ciò può avvenire in due opposte maniere: a spese dei 5 stelle oppure a quelle del Cavallo di Troia dei poteri forti“, il partito di Mattarella” il quale, vale ricordarlo, non è solo la terza forza della coalizione ma quella che detiene l’ultima parola sulle decisioni che contano. Se la Lega vuole più potere in seno al Consiglio dei ministri, avocasse a sé i Ministeri chiave dell’Economia e degli Esteri. Se invece Salvini non attaccherà in quella direzione — ove ad esempio ponesse sul tavolo in modo ultimativo questioni come una flat tax a favore dei più ricchi o la sciagurata “autonomia differenziata” che approfondirebbe il solco già enorme tra Nord e Sud del Paese  —, vorrà dire che avrà ceduto alle frazioni nordiste e anti-nazionali della Lega che hanno già deciso di rompere l’alleanza col M5s per andare ad elezioni anticipate. Soluzione gradita ai poteri forti che così vedono la possibilità di restaurare il sistema bipolare o delle “larghe intese”.
Salvini è al bivio. O vorrà dire no ai diktat che verrano da Bruxelles, e quindi non lascerà il Mef in mano a Tria mettendo un suo uomo al suo posto — ha dalle sue parti con chi sostituirlo—, oppure, Dio ce ne scampi!, la butterà in caciara, preferendo lo scontro con Di Maio, il che significa elezioni anticipate.

La risposta l'avremo presto.


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venerdì 31 maggio 2019

DEBITO PUBBLICO: IL MISTERO SVELATO di Piemme

[ venerdì 31 maggio 2019 ]




«Era prevista e, puntuale come la morte, è arrivata. Parliamo della lettera con cui la Commissione europea, preso atto che l'Italia non avrebbe mantenuto gli impegni sulla riduzione del debito pubblico, avverte il governo che potrebbe scattare la famigerata "procedura d'infrazione", con tanto di pesanti sanzioni». [SOLLEVAZIONE del 30 maggio]

Da decenni l’imperativo categorico del rimborso del debito, è il mantra assillante con cui i tecnocrati dell’Unione europea ed i pescecani della finanza predatoria giustificano la necessità di tenere l’Italia incatenata al ceppo dell’ortodossia ordoliberista. Ove non vi fosse la certezza del rientro, almeno nei parametri di Maastricht, sarebbe la catastrofe economica, lo sfacelo del paese.

In questa cornice sono cadute le "sorprendenti" dichiarazioni del ministro dell’Economia Giovanni Tria sulla “monetizzazione del debito”:
«Non dobbiamo dimenticare che esiste un secondo modo di finanziare un deficit, che è il finanziamento monetario».
Cosa sia, in ambiente Ue, la “monetizzazione del debito”, è presto detto: la Bce finanzierebbe le politiche fiscali di uno Stato stampando moneta, col che verrebbe meno il problema dello spread poiché i titoli di debito sarebbero acquistati direttamente dall’Istituto di Francoforte. L’idea di Tria, malgrado sia come la scoperta dell’acqua calda, ha suscitato vibranti rimostranze degli ambienti ordoliberisti oltranzisti. Rimostranze ingiustificate poiché, come vedremo, la proposta di Tria, si presta ad una lettura inquietante. Ma ci torneremo in fondo.

Tabella 1

Default non è bancarotta


La verità è che il debito italiano — per quanto, come si evince dalla tabella sopra (dati Bankitalia) esso sia in mano per il 70% a creditori "residenti", ovvero a banche italiane —, è debito destinato restare insoluto, a rimanere impagato. Lorisgnori lo sanno bene e, dicendo il contrario, sanno di mentire. Quel che essi temono come la peste è che prima o poi l’Italia, come han fatto nel passato decine e decine di stati (notare: l’Italia mai) lo metta in quel posto ai creditori facendo default. Al che sentiamo già alzarsi l’urlo degli ordoliberisti: “Default? Ma siete matti!? Sarebbe la bancarotta!”.


Ma questa equivalenza, se si parla di uno Stato è falsa. Uno Stato può ricorre al default (insolvenza) ove non riesca più a rimborsare le proprie obbligazioni coi suoi creditori. E’ vero l’inverso semmai, che in bancarotta, rischiano di andarci propri i creditori che
s’ingrassano con lo strozzinaggio a spese degli stati. La bancarotta (colposa o dolosa) designa infatti il fallimento di un’azienda privata quando questa, non potendo più far fronte ai suoi debiti, è costretta a chiudere i battenti ed a consegnare quindi il proprio patrimonio ai suoi debitori. Uno Stato non può, con tutta evidenza, chiudere i battenti, a meno che esso non venga fagocitato ed il suo patrimonio passi nelle mani dei suoi creditori. Nei centinaia di casi di default della storia moderna ciò è accaduto una sola volta, per la precisione al piccolo Stato di Terranova (oggi Canada) quando, in conseguenza della crisi del 1929 che fece impennare il suo debito pubblico, esso perdette la sua autonomia per ridiventare colonia dell’Impero britannico — che era il suo unico creditore.

Debito pubblico: numeri alla mano


Non passa giorno che gli ordoliberisti esortino l’Italia (per il suo proprio bene s’intende) a ridurre il debito pubblico, quindi invitando chi governa a ridurre la spesa pubblica. In verità, non sembri un paradosso, quel che interessa davvero ai pescecani della finanza privata che finanziano lo Stato — dato che l’Italia non avendo più la sua propria Banca centrale come principale finanziatore — è infatti che il debito resti perpetuo, così prendendo due piccioni con una fava: mantenere l’Italia sotto permanente ricatto a fare profitti predatori staccando le cedole dell’interesse sul debito appunto. La sola reale preoccupazione di chi detiene i titoli di debito è che non si svaluti il loro valore.


Vediamo, numeri alla mano, di dimostrare perché il debito dello Stato italiano è destinato ad essere perpetuo, a meno che, appunto, non giungerà quel fatidico giorno in cui non si trovi il coraggio sovrano di dichiarare default

Teniamo a mente due dati: il Pil italiano (2018) è stato di 1.753 miliardi di euro, mentre il debito (a fine 2018) si è attestato a 2.359 miliardi — il 134,5%.

Ora supponiamo che l’Italia, nel rispetto del pareggio di bilancio, decida di rispettare il famigerato parametro di Maastricht (il rapporto tra il debito pubblico lordo e il Pil, com’è noto, non deve superare il 60%), di abbassare il debito da 2.359 miliardi a 944 miliardi

Si tratta di racimolare la bellezza di 1.415 miliardi.

E supponiamo pure che avvenga il miracolo che la Ue accetti che la Bce adotti politiche di “monetizzazione del debito” pubblico italiano, portando quindi l’interesse sul debito futuro a zero — si tenga a mente che pur in calo a causa del Qe l’Italia ha sborsato, nel 2018, 65miliardi di euro solo per interessi, ovvero il 3,7% del Pil.
Si tratterebbe quindi di trovare questi 1.415 miliardi.

Supponiamo infine che l’Italia s’impegni a concordare coi suoi creditori un piano di rientro trentennale. In questo caso, dividendo 1.415 per 30 anni avremmo che ogni anno l’Italia dovrebbe sborsare la cifra di 47 e passa miliardi.

Ci sono solo due maniere per reperire queste risorse: o con tagli draconiani e costanti nel tempo alla spesa pubblica o incrementando stabilmente il Pil.

Ebbene, visto che la spesa pubblica italiana è già tra le più basse d’Europa, ovvero secondo gli analisti difficilmente comprimibile, non resta che affidarsi alla lotteria della “crescita”.

Chiediamoci, in questa ipotesi di scuola, di quanto dovrebbe crescere, il Pil ogni anno a spesa pubblica invariata?

Risposta: se oggi il Pil sta a 1753 miliardi — aggiungendo ogni anno 47 miliardi —, il Pil italiano dovrebbe raggiungere nel 2049 la cifra di 3.168 miliardi. Ciò significherebbe nei primi anni una “crescita” attorno al 2,7%, e comunque superiore al 2% per tutto il primo quindicennio.

Viene dunque la domanda: è realistico questo tasso di “crescita”? Ovviamente no, e per diverse ragioni, la prima delle quali, visto che entrano in gioco rilevanti fattori esogeni, è che a scala mondiale l’economia globale, nei prossimi trent’anni, non solo non conosca gravi recessioni ma  registri una “crescita” costante. Condizione altamente improbabile dato che l’economia capitalistica è un susseguirsi di cicli espansivi e recessivi —impossibile ove avessero ragione quegli economisti che sostengono che saremmo entrati in una “stagnazione secolare”.

Piedi per terra signori!


Ricapitoliamo. (1) Abbiamo posto l’ipotesi (ripetiamo, di scuola) che l’Italia adotti un piano di rientro trentennale per far scendere il suo debito al 60% del Pil; (2) abbiamo quindi considerato che, anche ammesso che la Bce accetti di “monetizzarlo”, cioè finanziarlo in prima persona, ciò non basterebbe, poiché (2) ci sarebbe bisogno di una seconda e più importante condizione: una “crescita” economica costante di un 2% costante nell’arco del periodo considerato.
Abbiamo visto che questa seconda condizione è, come minimo, altamente improbabile. Resta ora da stabilire quanto realistica sia la prima, ovvero che la Bce si decida per la monetizzazione.
Ebbene, anche questa è irrealistica, per la precisione inverosimile, dato che essa, come abbiamo detto, implica che i paesi dell’Unione europea, all’unanimità, cambino lo statuto della Bce, detto altrimenti che aboliscano il principale dei dogmi ordoliberisti, che consiste appunto nel divieto fatto alla banca centrale di finanziare il fabbisogno degli stati. Una decisione che ognuno che abbia i piedi per terra sa quanto sia impossibile.

Per la verità la Bce può acquistare già oggi titoli di debito pubblico di uno Stato ma solo nel quadro dell’Outright monetary transactions (Omt). Lo Stato che chiedesse alla Bce di attivare l’Omt, che cioè si trovasse in una situazione di grave crisi con lo spread fuori controllo, dovrebbe aderire ad un programma draconiano di “riforme strutturali e consolidamento fiscale (leggi: austerità e macelleria sociale).

E quindi veniamo alle dichiarazioni di Tria. Perché abbiamo detto che sono inquietanti? Perché essendo che l’Omt è di fatto una forma di monetizzazione, è proprio a questa che il Tria, da bravo segugio del mondo finanziario e bancario ordoliberista, allude.

Per concludere: resta che il debito pubblico italiano non è solvibile, che è impagabile e che, a meno di non fare la fine della Grecia, fare default è inevitabile. Aggiungiamo noi: sarà uno degli atti con cui il nostro Paese riconquisterà la sua sovranità.


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giovedì 27 settembre 2018

TRIA HA LE ORE CONTATE? di Sandokan

[ 27 settembre ]


OGGI 27 SETTEMBRE, DECISIVA RIUNIONE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI


Il 19 settembre in un pezzo intitolato VIA TRIA, spiegavo che se Di Maio e Salvini volevano davvero tenere fede alle aspettative della maggioranza dei cittadini che li sostengono, quindi varare una Legge di bilancio, come dire, "seria", si sarebbero dovuti sbarazzare della Quinta Colonna presente nel governo, anzitutto del ministro dell'economia  Giovanni Tria.
A leggere IL MESSAGGERO di questa mattina, pare che ci siamo....



* * *


Tria, tenaglia Di Maio-Salvini. E spunta la carta Savona



Si stringe l'assedio a Giovanni Tria. Adesso non è più soltanto Luigi Di Maio a chiedere di alzare al 2,4% l'asticella del rapporto deficit-Pil, dopo aver minacciato di fatto la crisi di governo. Anche Matteo Salvini, irritato per i paletti piantati nelle ultime ore dal ministro dell'Economia sulla revisione della legge Fornero, è determinato a sforare i vincoli di bilancio. Nella riunione convocata ieri pomeriggio con gli economisti del Carroccio, il leader leghista ha messo a verbale: «Le cose che dobbiamo fare le realizzeremo. Senza se e senza ma. Tria si dimette? Vedremo...». Salvo frenare in serata davanti ai giornalisti: «Nessuno farà gesti eclatanti per uno zero virgola, l'accordo c'è».

Quel che è certo, è che Di Maio e Salvini dopo giorni di gelo tornano in sintonia. Sulla pelle del ministro economico, con la sponda del premier Giuseppe Conte. Vedere Tria scendere in trincea, ascoltarlo ricordare di avere «giurato nell'esclusivo interesse della Nazione e non di altri...» (vale a dire: leghisti e grillini), ha mandato su tutte le furie i due leader. Così, nel pomeriggio, Di Maio ha chiamato Salvini: «Io punto al 2,4%, abbiamo molte cose da fare e vogliamo realizzarle. Tu cosa ne pensi?». La risposta del capo leghista è stato un sì: «Andiamo avanti come dici tu. Noi la riforma delle pensioni la vogliamo e non arretriamo».

Un rapporto deficit-Pil al 2,4%, significa 15 miliardi in più rispetto all'1,6% indicato dal ministro qualche giorno fa. E tutti in deficit. Roba da spread alle stelle. Tant'è, che Di Maio e Salvini hanno messo in conto le dimissioni di Tria. Ma scongiurando la crisi di governo: «Al massimo diamo l'interim a Conte, poi si vedrà...». L'ipotesi (azzardata): affidare anche solo una delega a Paolo Savona, per aggirare l'antica contrarietà di Sergio Mattarella. E che il prudente Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha suggerito di accettare la mediazione proposta da Tria: il 2%.

L'ASSE A DUE


Di Maio e Salvini, ancora ieri sera, però tenevano il punto. Come finirà, si vedrà oggi. Prima nel vertice tra Giuseppe Conte, Tria, Salvini e Di Maio. Poi nel Consiglio dei ministri programmato per le sei di sera. E c'è chi non esclude uno slittamento a domani mattina.

Persa la sponda di Salvini, per Tria si fa dura. Sul Colle però ostentano tranquillità, notando la serenità e la determinazione con cui si muove il professore di Tor Vergata. E ne condividono l'impostazione, convinti che la scelta di far schizzare in alto il deficit sia controproducente. Perché, come ha ricordato ieri il ministro, «bisogna stare attenti: se uno chiede troppo quello che guadagna lo perde in termini di pagamento degli interessi», a causa dell'impennata dello spread.



Di Maio di questa prudenza ormai se ne infischia. Il capo pentastellato è determinato ad attuare prima delle elezioni europee di maggio il reddito di cittadinanza e la revisione della legge Fornero. Poi, visto che ci sta, rivendica 1,5 miliardi per «ripagare i truffati dalle banche». Un'altra promessa elettorale a 5stelle.

PROFESSIONE DI FEDE

Dopo aver incassato l'intesa con Salvini, Di Maio ha fatto sfoggio di tranquillità: «Ho la parola di Matteo che ci muoveremo compatti sul 2,4% e di lui mi fido». E ha rinunciato alla minaccia di non votare la nota di aggiornamento del Def. Non per cautela. Ma perché è convinto che «la manovra economica sarà coraggiosa»: il reddito di cittadinanza «si farà» con 10 miliardi, magari riducendo un po' la platea dei beneficiari. E perché vuole andare al redde rationem con Tria. Non a caso è tornato a lavorare ai fianchi il ministro: «Nell'apparato dello Stato ci sono tanti tecnocrati che remano contro. Una zavorra di cui dobbiamo liberarci». E per Di Maio anche Tria è un tecnocrate. Oggi la resa dei conti.


domenica 2 settembre 2018

PEGGIO DEL PREVISTO: SVELATO IL "PIANO TRIA"

[ 2 settembre 2018 ]

Il CORRIERE DELLA SERA in edicola oggi svela quale sarà il Def, quindi la Legge di Bilancio che Tria e il Mef porteranno al Consiglio dei ministri. Riportiamo per intero il pezzo, con tanto di grafica esplicativa. 
Morale? Si propone una finanziaria recessiva — ancora tagli alla spesa pubblica e, per quanto camuffato, nuovo aumento delle tasse —, quindi perfettamente in linea con la strategia ordoliberista di affossamento dell'Italia.
Finirebbero nella spazzatura non solo le promesse elettorali di M5s e Lega ma lo stesso "Contratto di governo".
Come potranno Di Maio e Salvini accettare questa merda?
Come potranno subire una simile umiliazione?
Come potranno evitare la battaglia per sbarazzarsi della Quinta colonna* eurista in seno all'esecutivo?

Una Quinta colonna è un'organizzazione a carattere militare che opera clandestinamente all'interno di una nazione o città per favorire l'invasore o il nemico.

*  *  *
SOLO SEI MILIARDI PER LE RIFORME
Tria cercherà di contenere il deficit
Restano solo 6 miliardi per flat tax, pensioni e sostegni al reddito. Allo studio tagli ai ministeri per 3 miliardi. Meno agevolazioni fiscali per 5 miliardi

di Enrico Marro


«Nessuna accelerazione». La Nota di aggiornamento al Def, il Documento di economia e finanza, verrà presentata dal governo entro il 27 settembre. Come previsto. Non c’è bisogno di anticipare nulla, sostengono al ministero dell’Economia i collaboratori di Giovanni Tria. Un po’ perché sono convinti che la situazione non sia allarmante e anche perché, spiegano, bisogna attendere i « Conti economici nazionali 2017» che l’Istat diffonderà il 21 settembre. Su quella base, infatti, e soprattutto alla luce delle nuove stime per il 2018, il Def dello scorso aprile dovrà essere profondamente rivisto. Purtroppo in peggio.

Obiettivo deficit al 2%

Il prodotto interno lordo non crescerà più dell’1,5% quest’anno e dell’1,4% nel 2019. Tria dovrebbe indicare, in linea con le previsioni più aggiornate, un Pil dell’1,1-1,2% quest’anno e intorno all’1% nel 2019. Ma potrebbe azzardare uno o due decimali in più, forse più sul 2019 che sul 2018, se riuscisse a dare sostanza al suo obiettivo di rilanciare gli investimenti pubblici. Tuttavia, il peggioramento del Pil, posto al denominatore del rapporto col deficit e col debito, farà sì che il primo, cioè la differenza tra entrate e uscite, sarà più alto dello 0,8% del Pil previsto ad aprile. Se poi consideriamo non solo il rallentamento della crescita, ma anche i maggiori oneri sul debito in seguito all’aumento dello spread (almeno 4 miliardi su base annua) e i 12,5 miliardi di euro di minori entrate che verranno dalla cancellazione dell’aumento dell’Iva altrimenti previsto dal prossimo primo gennaio (le cosiddette «clausole di salvaguardia»), possiamo già dire che il deficit 2019 viaggia verso il 2,3%. Un livello troppo alto per farlo digerire a Bruxelles.
È vero che i due vicepremier Di Maio e Salvini, e perfino il sottosegretario alla presidenza Giorgetti, hanno incitato Tria a portare il deficit, se necessario, oltre il 3% del Pil, violando così una delle regole base dell’Unione europea. Ma il ministro sa bene che un passo del genere potrebbe scatenare una tempesta finanziaria sull’Italia e non ha alcuna intenzione di passare allo storia per questo. Niente sfondamento del tetto del 3%. Anzi Tria dovrà trovare le risorse per ridurre la corsa naturale del deficit e fermarla a un livello non superiore al 2%. Un deficit 2019 dell’1,9 o 2% sarebbe comunque inferiore a quello del 2018 (che chiuderà, secondo le stime di Bruxelles, al 2,2%) e Tria potrebbe far leva su questo nella trattativa con la commissione europea. Il ministro però dovrà trovare risorse non solo per contenere il deficit, ma anche per almeno «avviare», come non si stancano di precisare al Tesoro, le molte riforme che Movimento 5 Stelle e Lega vorrebbero invece fossero attuate tutte nel 2019.

Risorse per 11 miliardi

Per recuperare questo spazio minimo di manovra il ministro dovrà far leva su tagli di spesa e nuove entrate. Sul primo capitolo è allo studio una nuova puntata della spending review per risparmiare, in particolare nei ministeri, circa 3 miliardi (operazione che però si scontra con le richieste di aumento dei fondi che già stanno arrivando a Tria da diversi ministeri). Sul fronte delle entrate, invece, si punterebbe su due misure. La prima è il riordino delle «tax expenditure» (detrazioni, deduzioni) con l’obiettivo di sfoltire la giungla delle agevolazioni fiscali e far entrare così circa 5 miliardi di euro in più all’anno, ma anche questa è un’operazione delicata perché potrebbe colpire categorie sensibili ai fini elettorali (agricoltori, camionisti). La seconda misura allo studio è invece la cosiddetta «pace fiscale», in particolare un condono sulle liti pendenti dal quale potrebbero arrivare almeno 3 miliardi, anche se si tratterebbe di una misura una tantum. In tutto, fra spending, riordino delle agevolazioni e sanatoria fiscale, Tria potrebbe raccogliere circa 11 miliardi. Che potrebbero essere utilizzati in parte per avviare appunto alcune riforme e in parte per contenere il deficit entro il 2% del Pil.

Per le riforme 6 miliardi

Degli 11 miliardi, quindi, circa 5 miliardi dovrebbero essere trattenuti nelle casse pubbliche mentre il resto, circa 6 miliardi, formerebbero una piccola torta per soddisfare i molti appetiti di 5 Stelle e Lega. Secondo il Tesoro sarebbe ragionevole «avviare» gli interventi su alcuni, non tutti, i fronti sui quali spingono Di Maio e Salvini, contando su una situazione più favorevole nel 2020, durante la quale implementare le riforme.
Intanto, nel 2019, sulla flat tax si potrebbe cominciare portando da 50mila a 100mila euro il volume di ricavi annui al di sotto del quale professionisti e lavoratori autonomi beneficerebbero dell’aliquota agevolata al 15%. Sul reddito di cittadinanza si potrebbe partire rafforzando la dotazione dei Centri per l’impiego, in attesa che con una legge delega si riordinino tutte le voci per l’assistenza, la povertà e la disoccupazione, così da rastrellare le risorse per lanciare successivamente l’assegno fino a 780 euro al mese per chi non ha altri redditi. Sulle pensioni si potrebbe incentivare il prepensionamento con accordi volontari tra lavoratori e aziende, che però dovrebbero caricarsi il costo delle uscite anticipate. Per il resto, secondo Tria, è meglio non toccare l’impianto formale della Fornero, che rappresenta una sorta di assicurazione sui mercati e nei confronti della commissione europea.
Messa così la prima manovra del ministro Tria sarebbe un compromesso, peraltro non semplice da far passare a Bruxelles, fra un programma di governo molto ambizioso e i pochi margini lasciati dalle regole Ue e dalle preoccupazioni dei mercati. Ma Di Maio e Salvini, come si sa, non amano i compromessi».

giovedì 19 luglio 2018

IL CAVALLO DI TRIA di Sandokan

[ 19 luglio 2018 ]



Prima del previsto...
«Tutta colpa di Giovanni Tria —sostengono— se per la quarta volta slitta la nomina dei vertici di Cassa depositi e prestiti. Se il cosiddetto "Decreto dignità" perde pezzi. Se non si riuscirà a mettere nella prossima Legge di bilancio né la flat tax né il Reddito di cittadinanza. L'assedio di M5s e Lega al ministro dell'Economia si nutre di motivi diversi. (...) il risultato è che prima del previsto Tria rischia di diventare il capro espiatorio di un costoso Contratto di governo».
Così Il Messaggero di oggi in edicola, descrive l'aria che tira dalle parti del governo giallo-verde.
Che Giovanni Tria fosse un uomo del vecchio establishment, preferito da Mattarella al posto dell'ingombrante Paolo Savona a presiedere il per ora inespugnabile fortilizio euro-liberista del Mef, questo blog l'aveva segnalato immediatamente, anche contro chi insinuava il contrario.
Così, "prima del previsto", alle porte del Def e della Legge di bilancio, Tria si mette di traverso al governo M5s-Lega.
Chi si illudeva che Tria fosse un rospo da ingoiare ma che si sarebbe riusciti a neutralizzare, dovrà ricredersi. Oh! sia chiaro, questo Tria non è un aquila! Pensate che ieri ha avuto il coraggio di affermare che «gli investimenti pubblici sono molto importanti, poiché... attirano quelli stranieri». Avete capito? Non sono importanti, gli investimenti pubblici, perché sono strategici per il bene del Paese, a resistere alla potenze distruttive della globalizzazione, perché dunque creano lavoro e benessere. No, servono anzitutto per attirare le multinazionali straniere!

Tria è come uno di quei strani volatili che non riescono a staccarsi dal suolo e tuttavia hanno la testa dura e non difettano dell'istinto di sopravvivenza — tanto più se dietro è forte dell'appoggio di potenti armate come la Commissione europea, Bankitalia, Abi, Confindustria ecc.

Tria è dunque una Quinta colonna dell'élite liberista, un Cavallo di Troia, ed è facile profezia affermare che se questo governo, attaccato e bombardato da ogni parte, sarà costretto, se vorrà tenere fede alle sue promesse — anzitutto a porre fine alle politiche austeritarie violando le direttive europee su deficit e rientro programmato dal debito— a sbarazzarsene assai presto. 

Il Presidente del consiglio Conte ne ha facoltà.



giovedì 31 maggio 2018

DIO MIO GIOVANNI TRIA ?! di Piemme

[ 31 maggio 2018 ]

Giovanni Tria potrebbe prendere il posto di Paolo Savona al Ministero dell'Economia se, come sembra, il governo giallo-verde fosse destinato a risorgere. 

Se un giudizio definitivo sulla vicenda della crisi istituzionale potremo darlo quando il quadro sarà più chiaro, quello su Tria possiamo invece già darlo. 

E lo traiamo, intanto, dalle prime cose che trapelano questa sera dagli organi di stampa, del tipo che il nostro... è per la flat tax finanziata con l'aumento dell'IVA (non a caso è amico di Brunetta).  Come ognuno capisce una vera e propria mostruosità: se i ricchi pagano meno tasse piangeranno le casse dello Stato, che andranno quindi rimpinguate a spese della grande massa dei cittadini. Come dire, un liberismo senza sé e senza ma. In termini teorici: uscire dalla crisi si può ma con politiche dal lato dell'offerta, non da quello (keynesiano) della domanda.

Ci siamo quindi tolti lo sfizio di ascoltare le dichiarazioni programmatiche che Tria svolse in un dibattito dal titolo "NO euro? Costi diretti e indiretti per l'Italia", svoltosi a Roma mercoledì 1 marzo 2017. Egli fece una prolusione e quindi rispose a delle domande.
Più sotto la video registrazione.

Tria inizia la sua prolusione in questo modo: «La domanda se uscire o no dall'euro è quasi fuorviante secondo me, perché io riterrei molto sbagliato rispondere sì, ma riterrei che non basta rispondere no». Di certo il Nostro non da l'impressione di essere un gigante, tantomeno in dottrine macroeconomiche. Anzi, per dirla tutta, pare un nano anche rispetto ad uno come Paolo Savona. Di certo non un ...."sovranista".

Ascoltando quel che disse viene fuori che egli, come del resto la gran parte degli economisti, anche liberisti e neoclassici, scopre l'acqua calda delle "criticità" e degli squilibri provocati dall'introduzione della moneta unica, ma resta a favore dell'euro e dell'Unione, poiché ritiene necessario per l'Italia il vincolo esterno perché è giusto puntare al pareggio di bilancio.

Avete capito?

Chi l'ha tirato in ballo come ministro? Il sospetto è che egli sia l'uomo voluto da Mattarella, come sentinella preposta a imbrigliare il governo giallo-verde. Che dire? Se esso resuscitasse davvero non nascerebbe certo sotto una buona stella....





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