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domenica 31 dicembre 2017

GIÙ LE MANI DALLA POLONIA di Piemme

[ 31 dicembre 2017 ]

Non ci garba per niente la Polonia sciovinista, tanto più se si alimenta alla fonte del cattolicesimo reazionario. Non promette nulla di buono una Polonia sempre più pedina della geopolitica americana anzitutto in funzione antirussa — in subordine come freno all'espansionismo tedesco.

Tuttavia, questo giudizio non può giustificare in alcun modo quanto l'Unione europea va facendo proprio verso la Polonia.

Di che si tratta?

Il Parlamento polacco, sotto la spinta del governo ha approvato 13 leggi che in buona sostanza ledono l'indipendenza del potere giudiziario: il governo avrà infatti l'ultima parola nella composizione di tutte le corti giudiziarie e potrà decidere sul loro funzionamento e la loro amministrazione. Ergo: una lesione dello Stato di Diritto, lèggi della liberale divisione dei poteri. 

La cupola oligarchica dell'Unione europea, in particolare la Commissione, dopo aver inviato a Varsavia diversi avvertimenti per evitare che quelle leggi fossero approvate, davanti al fallimento di questa politica di dissuasione, ne ha decisa una molto più invasiva. Parliamo di vere e proprie sanzioni per "violazione grave dei valori comuni". Queste sanzioni, se fossero approvate dal Parlamento di Strasburgo e diventassero esecutive, toglierebbero alla Polonia alcuni diritti derivanti dall'appartenenza all'Unione, quali, ad esempio, la privazione del diritto di voto. 

Una misura molto grave, che non ha precedenti nella disgraziata storia della Ue.

Com'era scontato i corifei dell'Unione sono scesi in campo per difendere questa pesante intrusione negli affari interni della Polonia. Sintomatico quanto scrive Sabino Cassese sul CORRIERE DELLA SERA del 17 dicembre:
« Per la prima volta, quella che veniva in passato ritenuta una interferenza di altre autorità e di altri Stati negli affari interni di uno Stato sovrano assume un significato interamente diverso. L’Unione Europea prende il ruolo di guardiano del rispetto delle regole comuni in aree prima lasciate alle leggi dei singoli Stati (libertà, democrazia, indipendenza dei giudici). I singoli governi, di converso, non debbono rispondere solo ai popoli che li hanno eletti, ma anche a una «assemblea di condominio», che fa valere regole comuni (i valori elencati nell’articolo 2 del Trattato)».
Il Cassese, tra i paladini del globalismo giuridico il più fondamentalista —in merito consigliamo di leggere quanto scriveva Danilo Zolo— dopo aver condannato le "interferenze sistematiche"
dell'esecutivo sul giudiziario contemplate nelle recenti leggi polacche, difende però a spada tratta quelle dell'Unione europea nelle vicende interne della Polonia. E perché le difende? Perché, appunto, sostiene la causa del deperimento degli Stati-nazione, quindi la cessione di quote crescenti di sovranità verso organismi sovranazionali, in questo caso l'Unione europea. E ove gli Stati non accettino questa devoluzione che vengano sanzionati e sottoposti ad un regime di protettorato imperiale.

Chiunque difenda invece l'indipendenza nazionale e respinga ogni cessione di sovranità verso questa Ue matrigna e oligarchica deve dunque condannare ogni eventuale sanzione verso la Polonia.

Dobbiamo respingere ogni tentativo dell'euro-oligarchia di imporre la propria supremazia a spese delle nazioni e delle loro sovranità, ciò  anche quando esso sia formalmente camuffato come "interferenza progressista". Domani useranno infatti questo precedente contro quei popoli che dovessero difendere assieme alla loro sovranità, la democrazia e lo stesso Stato di diritto. Non è la Polonia che minaccia la nostra sovranità costituzionale, ma proprio la infernale macchina dell'Unione a trazione tedesca.


martedì 27 dicembre 2016

REPORTAGE DALLA POLONIA di Norberto Fragiacomo

[ 27 dicembre ]


Varsavia, dicembre inoltrato.

Altro che “dormitorio”! Il distretto semiperiferico di Wilanów è zona residenziale di lusso: condomini nuovi di zecca con giardini interni e caseggiati ancora in costruzione dominano ampi viali, che si intersecano ad angolo retto. Il traffico è discreto, tutto tace. Negli appartamenti il livello delle finiture è di prim’ordine: le maniglie che ti restavano in mano e le porte refrattarie a chiudersi sono solamente un ricordo, il ricordo di un’epoca aborrita e rimossa. Inutile puntualizzare che i garage rigurgitano di BMW e suv orientali. Se poi dagli attici si scende in strada, complice un ascensore rapidissimo, le sorprese continuano: i negozi sono innumerevoli, quelli di specialità italiane espongono vini di nicchia (il Pignolo e lo Schioppettino, due pregevoli friulani che è raro trovare a Trieste!) e Sassicaia da 240 euro. C’è chi può permetterselo, evidentemente: non certo un dipendente pubblico italiano in viaggio, che pure guadagna molto di più del lavoratore polacco medio[1].

In questa Nowa Huta del regime capitalista non mancano tuttavia le ombre: una è quella gigantesca del centro commerciale (l’ennesimo) che sorgerà di fronte all’antica reggia di Jan Sobieski, nascondendola alla vista. Sono in molti a storcere giustamente il naso, ma è un segno dei tempi: ecco a voi la nuova “Europa” – quella delle lobby e della libera circolazione dei capitali – che sommerge e divora la vecchia. Gli stucchi del palazzo barocco, le effigi del grande sovrano circondato dai suoi ministri e la memoria degli ussari alati non incutono alcun rispetto alla plebaglia arricchita che misura ogni cosa col metro della produttività e del profitto.

Cantieri ovunque insomma, come da noi 40-50 anni fa (e in Spagna a fine secolo scorso), per il resto sembra di essere a casa: biondi ragazzini si ingobbiscono sullo smartphone rischiando di incespicare mentre camminano, donne vestite all’ultima moda sorseggiano un caffè al bar all’angolo. Contro l’orizzonte di questa borghesissima Varsavia si staglia la cupola fluorescente di un’immensa chiesa inaugurata nel 2014: mi par di intendere che si tratti di una specie di ex voto, una preghiera un tantino pretenziosa (ma tutt’altro che sgradevole alla vista) innalzata a un Dio che, da parte sua, ha il gravoso compito di proteggere la Polonia dalle brame russe. Visto che nei secoli trascorsi l’Altissimo si è spesso distratto, i polacchi hanno pensato bene di offrire la corona regale al Figliolo, che per il momento (a differenza di quanto avvenne nel deserto due millenni fa) non ha rifiutato né accettato. Singolare però che i più devoti fra i cattolici abbiano scelto, certo del tutto inconsciamente, di imitare il Nemico…

Il boom economico si appoggia sull’edilizia, dunque – quella privata, perché per realizzare le infrastrutture si aspettano i soldi di Bruxelles, da cambiare in sonanti zloty. Se non altro, però, la Polonia non è più un Paese a segmenti: dalla capitale si irradiano comode autostrade verso i quattro punti cardinali. Contrariamente alle aspettative, non fa manco freddo: il termometro danza intorno allo zero, come sul Carso, e i pochi fiocchi di neve si liquefano in una pioggia insistente e fastidiosa.
Uno sguardo, per quanto attento, non basta però a cogliere l’essenza di un Paese che muta velocemente: aiutano molto le conversazioni con persone amiche e con altre che possono diventarlo. Bisogna scendere sotto la superficie delle cose, scansare i giudizi stereotipati e le frasi di rito: una ragazza intelligente, nata in giorni di instabilità politica e sociale, ammette senza reticenze che il comunismo ha avuto parecchi meriti, tra cui quello di aprire ai figli di contadini miserabili le porte delle università. A sera discorro con un professore di scienze politiche, che traduce il suo nome pieno di consonanti in un desueto Cristoforo: è stato addetto culturale a Roma e si esprime in un italiano pressoché perfetto. Parliamo di Garibaldi e di Craxi, dell’eterna ingerenza delle grandi potenze nella vita di quelle piccole; alla fine la discussione (s)cade sul governo Renzi. Gli regalo una copia del mio saggio, magari la leggerà.

L’incontro clou, organizzato per tempo, è quello con i dirigenti di RAZEM (=Insieme), la nuova sinistra che dichiaratamente s’ispira agli spagnoli di Podemos. Ho letto un’intervista al suo leader, il quarantenne Zandberg: mi sono piaciuti alcuni giudizi sferzanti sull’Unione Europea e sui postcomunisti, che anche qui come in Italia si son dimostrati i più servili esecutori delle politiche neoliberiste; confido in un proficuo scambio di idee. La sede del neonato partito è in un’anonima via del centro di Varsavia, a poche decine di metri da quel parlamento che in questa stessa settimana sarà lungamente assediato da una folla di manifestanti ostili al PiS (il partito nazionalclericale al governo) in nome della difesa della libertà di stampa. Un format di successo, e perciò esportabile anche qui? L’impressione, a vedere le immagini in tv, è che i cittadini siano convinti della giustezza della loro causa; con il PiS del Kaczynski superstite, Jaroslaw, sta però la Polonia profonda, quella che sopravvive in cittadine avvilite dall’incuria o trae sostentamento dai campi e da lavori sottopagati.

Entriamo in quello che sembra un bivacco alpino, non fosse per i computer accesi ovunque: regna un disordine “creativo”, c’è persino un militante che – alle 2 del pomeriggio – si riposa in un sacco a pelo. Tutti giovani, però, come in Spagna e in Slovenia: la nuova sinistra europea ha un volto trentenne. Faccio un triste raffronto con le nostre assemblee, popolate da ammirevoli vecchi compagni, poi mi dico che anche SeL iniziò come questi qua, esibendo i ragazzini delle Fabbriche di Nichi – sappiamo com’è andata a finire, grandi chiacchiere sui diritti civili e strameritata irrilevanza. RAZEM, comunque, alle prime elezioni cui ha partecipato ha raggiunto un lusinghiero 3,5%, sfiorando l’ingresso al Sejm: è un fenomeno che merita attenzione e rispetto, insomma.

Ci accoglie Maciej Konieczny, il numero due del partito. Ha radi capelli brizzolati e occhi vivaci: gli do qualche anno più di me, pur immaginando che ne abbia di meno. Nel corso dell’intervista/conversazione (ovviamente in inglese) sarà raggiunto da un altro compagno, di nome Radosław, dall’eloquio scoppiettante e più vicino ai venti che ai trenta. Com’è la situazione in Polonia? - esordisco. Konieczny si premura di sfatare un mito: la Chiesa, pur potente, non domina affatto la società polacca, anche se il governo cerca di ingraziarsela accordando privilegi, proprietà ed esenzioni. Dinanzi alle esortazioni di Papa Francesco i prelati fanno orecchie di mercante: dei rifugiati non si parla per nulla (la popolazione in ogni caso non li vuole, sottolinea), i generici appelli alla giustizia sociale non si traducono in una critica al neoliberismo “che non si sente minacciato in Polonia”. Esiste ancora lo Stato sociale? – mi informo. I due esponenti di RAZEM, alternandosi, precisano che la sanità pubblica ancora esiste, ma è in costanti difficoltà finanziarie, per effetto dei tagli a ripetizione (ne sappiamo qualcosa anche noi). Il problema vero è l’assenza di sostegni ai disoccupati, cui si aggiunge l’invecchiamento della popolazione (solita questione delle pensioni). Chi un lavoro ce l’ha non sta granché meglio. I “contratti spazzatura” impazzano, condannando all’indigenza milioni di persone, e i ritmi lavorativi sono davvero insostenibili: la media è 42-43 ore a settimana, soltanto i greci (ma non erano fannulloni?) se la passano peggio. I sindacati[2], poi, sono presenti solo nel pubblico impiego: il lavoratore privato che vi aderisce rischia l’immediata perdita del lavoro grazie a riforme modellate sul Jobs act renziano. E’ vero che il tasso di disoccupazione è contenuto? Certo, rispondono, ma la componente-salari rispetto al GDP è percentualmente molto più bassa che nell’Europa occidentale: siamo a livelli di sfruttamento paragonabili a quelli di Russia o Messico. Il salario minimo esiste, ma 2.000 zloty (=476 euro ca.) lordi al mese sono sinonimo di miseria.

Perché stravince il PiS allora? Perché in queste condizioni i suoi premi a chi fa figli ecc. rappresentano un “huge benefit”, ammette Maciej. E gli altri partiti? Manca una sinistra (a parte loro): gli ex comunisti del SLD sono nient’altro che una forza neoliberale ed europeista, Piattaforma Civica (Tusk, oggi Schetyna: nome di cattivo augurio, direi) si occupa a tempo perso di diritti civili. Hanno provato, quelli di Platforma Obywatelska, a sostenere i diritti degli immigrati, ma vista l’ostilità della popolazione hanno subito fatto marcia indietro. Oggidì le opposizioni, indebolite, provano a creare un fronte comune: ne è espressione il KOD che, in nome della lotta contro l’autoritarismo, mobilita la classe media politicizzata in difesa dello status quo (sociale)[3]. Udito che il PiS mescola “un grande cambiamento di prospettiva con visioni autoritarie”, domando provocatoriamente: chi è peggio, il PiS o PO? Per me senz’altro PO, i miei interlocutori sono di opposto avviso (lo sospettavo): Piattaforma è, se non altro, un movimento democratico.

A questo punto non resta che parlare di Unione Europea: provo a esplicitare il mio punto di vista, che scoprirò non essere il loro. Non condividono affatto quello che definiscono l’antieuropeismo delle sinistre occidentali: per loro l’UE è ancora una “forza progressiva”, anche se infettata dal neoliberismo, e in ogni caso è preferibile languire in un’Europa (mal) dominata dai tedeschi che essere alla mercé, come Polonia, di una Germania autonoma e di una Russia straripante. In ossequio alla logica del “male minore”, esprimono preoccupazione per la Brexit e addirittura per il trionfo del NO al referendum di dicembre: “non è stata una vittoria della destra?”, mi chiedono. Ribatto con un secco no: la vera destra da temere in Italia, oggi, è l’oligarchia che sta dietro le politiche (non solo) renziane, non qualche sparuto drappello fascisteggiante.

In ogni caso l’agenda europea non ci piace, ammettono, ma la UE “si può cambiare dall’interno”. “Come?”, chiedo con una punta di ironia. Lottando per l’affermarsi di governi di sinistra in tutta Europa… mi viene in mente una battuta di Abatantuono in Mediterraneo, ma rinuncio a tradurla. Loro in ogni caso con il SLD rifiutano qualsiasi contatto. Giusto, commento… ma a motivare la loro chiusura nei confronti del partito ex comunista non è la sua adesione acritica al neoliberismo, bensì il passato filo-sovietico. Come a dire: ci importa di quello che eravate, non di quello che siete… Nessuno stupore, dunque, per il fatto che la nostra lettura della crisi ucraina sia agli antipodi. Chi è più deleterio per voi tra Putin e Soros?, provoco. La risposta è secca: Putin. Secca, ma evidentemente sbagliata.

Tocca però considerare due aspetti. Il primo è che per i polacchi la Russia è un vicino storicamente scomodo, una minaccia incombente – anche se la loro mi pare una vera ossessione: sembrano essere tutti convinti che il primo pensiero di Vladimir Putin, al risveglio, sia come e quando invadere la Polonia. Il secondo è di ordine geografico: come evidenziato da Paolo Rumiz nel suo Come cavalli che dormono in piedi, il Paese affacciato sul Baltico è una sterminata pianura, priva a oriente e a occidente di catene montuose che fungano da barriere naturali. Ecco allora che affidarsi alla NATO (più che alla sua marionetta politica, la UE) può apparire una scelta assennata. Non comprendono l’ovvio, che cioè la presenza di truppe e missili americani al confine russo rappresenta non un deterrente, bensì un’intollerabile provocazione, e nemmeno che gli Stati Uniti perseguono esclusivamente i propri obiettivi, considerando la Polonia alla stregua di una pedina (sacrificabile). “Ma è possibile un accomodamento con la Russia?” Konieczny sorride senza allegria: sì, se ci si sottomette a loro.

Ferma restando l’importanza delle divergenze, colgo alcuni elementi positivi: la collaborazione con altre forze europee dall’ispirazione simile (ad esempio la promettente Združena Levica slovena di Luka Mesec) e la presenza capillare degli attivisti nelle piazze, che ha favorito mobilitazioni come la Black protest delle donne polacche contro la legge oscurantista sull’aborto. “A differenza del KOD noi ci sforziamo di mobilitare gli esclusi”, assicura l’esponente di RAZEM, in particolare le donne, “molto meno conservatrici degli uomini, qui in Polonia”. D’altra parte – soggiunge, e ha l’aria di essere una frecciata – fare politica consiste nel provare a cambiare il mondo, non nel limitarsi a interpretarlo (Marx docet).

Ringrazio i compagni di RAZEM per la disponibilità, e uscendo mi ripeto che la coscienza degli umani è il prodotto delle loro condizioni materiali, non viceversa: è normale che il polacco, circondato da potenze agguerrite, presti spasmodica attenzione alla propria sicurezza nazionale, così come non mi risulta incomprensibile quest’allergia all’autoritarismo, figlia di quarant’anni di regime e di un approdo molto più recente del nostro alla “democrazia” (formale), che quassù – a differenza che da noi - si è fin da subito presentata nei panni neoliberisti.

Varsavia non è più come ottant’anni fa baricentrica rispetto al Paese: il temuto confine orientale è a meno di 200 km. L’auto (a GPL) scivola su un’autostrada sgombra alla volta di Mielnik, che fu città reale al tempo degli Jagelloni e – distrutta durante la guerra – si presenta oggi coma un invitante paese di campagna, “colonizzato” da abitanti della capitale che vi trascorrono le vacanze. Prima di giungere a destinazione, facciamo una sosta in un’anonima cittadina, stretta intorno a una piazza quadrata: presumo che la Polonia autentica assomigli molto di più a questo borgo dalle poche attrattive che non agli sfavillanti quartieri della capitale.

Mielnik infine, mentre già annotta (con un’ora di anticipo rispetto alle mie parti): le rovine di un castello e di una chiesa tardo medievale; tantissime casette di legno costruite a incastro, vecchie e nuove (queste ultime molto più spaziose delle prime). In una veniamo accolti dal nostro ospite. Piotr non ha nulla del “villico”: ha studiato all’Università di Mosca prima di rendersi conto che la sua passione per la fotografia poteva diventare una professione di notevole successo. Ora è in pensione, e divide il suo tempo tra Varsavia e questa bella regione orientale chiamata Podlaskie.

Familiarizzo subito con lui: parla un buon inglese, che mantiene in esercizio traducendo in polacco libri di argomento bellico – il fatto che sia appassionato di aerei da caccia me lo rende subito simpatico. Inoltre non è affetto da russofobia, anzi: ride di gusto della leggenda complottistica che vuole l’incidente aereo di Smolensk provocato da Putin, che agli occhi della maggioranza dei polacchi è un Belzebù alquanto più cattivo. Se proprio tocca evocare un demone, meglio l’ironico Voland de Il maestro e Margherita – Bulgakov è tra gli scrittori preferiti di Piotr, ma ovunque dagli scaffali spuntano titoli importanti.

L’indomani ci conduce nella vicina Niemiròw, un incantevole paesello tutto in legno (a parte la chiesa): cammino lungo strade innevate, ammirando l’immensità dei campi che risalgono placidi le basse colline, respirando l’aria fresca dei boschi di conifere. Raggiungiamo la frontiera bielorussa, dominio del diffamato (ma non da Piotr) Lukashenko: ai nostri piedi il nastro argenteo del fiume Bug, che se non sbaglio è il protagonista di un’indimenticabile pagina di Guerra e pace. C’è ancora tempo per girare attorno a una chiesa ortodossa lignea, dipinta di azzurro, e per visitare un monastero egualmente ortodosso: sono attratto dal gran numero di croci, una delle quali fu portata da una nipote di Bulgakov a salvezza dell’anima del celebre congiunto. Non ne aveva bisogno, penso, lo scrittore che seppe descrivere con incomparabile umanità le angosce di Pilato. Cosa sono queste croci? Ex voto, come la monumentale basilica di Kaczynski: ringraziamenti a un Dio che in questo paesaggio incontaminato, rilassante sospetto debba sentirsi più a suo agio che fra i grattacieli.

La sera ceniamo con alcuni artisti polacchi e – sorpresa! - trovo persone con idee non troppo dissimili dalle mie. Una bionda signora di mezza età sfoggia volentieri il suo italiano, appreso in quindici anni trascorsi a Roma come governante: intona una canzone di Gino Paoli, ma poi riconosce con passione l’irriformabilità dell’Unione Europea, negazione dell’Europa stessa e meccanismo di sfruttamento ai danni di chi non appartiene all’élite. Mentre ci versiamo una vòdka Piotr pronuncia alcune frasi che mi restano impresse: “è vero, ai tempi del comunismo dovevo riconsegnare il mio passaporto, ad ogni rientro in patria. Ma ero più libero allora, perché la mia mente era libera. Adesso non è più così: il sistema condiziona le nostre menti, ci insegna cosa pensare e desiderare. Vale soprattutto per i giovani, che vogliono mantenere nell’ignoranza” – docili, e chini sui loro stupidi smartphone.
Un simposio, gente di ogni età che discute e si accalora: a mio modesto avviso, l’Europa è anzitutto questo. 



NOTE

[1]           Nelle industrie medie e grandi il salario medio si aggira sui 4.200 zloty, pari a circa 1.000 euro (lordi) al mese.
[2]           Che raggruppano il 12% dei lavoratori.
[3]           C’è poi il partito della rockstar Kukiz, “populista e contro la status quo”, cioè – come da noi – fustigatore della partitocrazia e dei privilegi della “casta” politica…

lunedì 18 luglio 2016

La Polonia fra social-nazionalismo e nuova sinistra

[ 18 luglio ]

Nella Polonia ultra conservatrice si muove qualcosa a sinistra con la nascita di Razem – che significa Insieme – un nuovo partito che col 4 per cento dei consensi si è guadagnato pieno diritto di partecipazione al dibattito politico e mediatico nazionale. Nato dai movimenti sociali, si ispira alla Podemos spagnola e, almeno in una prima fase, ha deciso di rompere coi partiti classici e novecenteschi del Paese. Una storia tutta da raccontare.

intervista a Marcelina Zawisza e Maciej Konieczny di Lorenzo Marsili
“Noi non siamo la vecchia sinistra. E’ evidente a tutti quanti dalle nostre facce, dalla nostra età, da come parliamo e dai nuovi modi di fare politica”. Non sarà ancora come Podemos in Spagna, perché il consenso è ancora basso, ma in Polonia si muove qualcosa di simile. Almeno a livello teorico e di sperimentazioni. Lanciata da un gruppo di giovani solamente due mesi prima delle ultime elezioni nazionali dell’ottobre 2015, Razem – che significa Insieme – ha raccolto quasi il 4% dei consensi guadagnandosi pieno diritto di partecipazione al dibattito politico e mediatico nazionale. E un cospicuo gruzzolo – frutto di un generoso sistema di finanziamento pubblico ai partiti - che permette ora di pensare in grande. Incontriamo due dei fondatori per parlare del loro progetto e degli scenari in Polonia – dalle sorprendenti politiche sociali dell’attuale governo autoritario a un’opposizione liberale che difende la libertà d’informazione ma si dimentica delle ineguaglianze. E di cosa significa lanciare un nuovo partito di sinistra. 

Venite dal mondo dei movimenti e dell’attivismo. Perché avete deciso di fondare un partito?

In Polonia non esisteva un vero partito di sinistra. Abbiamo un partito socialista o post-comunista, ma che è poco più di un vecchio apparato burocratico. Una forza in realtà neoliberale, socialmente conservatrice, assolutamente non di sinistra, ma che ha comunque occupato quello spazio politico fino ad oggi. Il nostro compito è stato riaprirlo. Nessuno si fida più dei partiti da noi, anche per questo eravamo molto scettici sul successo dell’operazione. Ma se i partiti sono in affanno, i movimenti sociali sembrano stare peggio: piccoli gruppi frammentati, senza grande impatto, e perennemente divisi. 

Così avete pensato di far convergere tutte queste forze in un unico soggetto?

Abbiamo scritto una lettera aperta indirizzata ai movimenti. Sono arrivate duemila firme in pochi giorni, quasi tutte – e questo ci ha molto sorpreso – da parte di persone che non conoscevamo e che mai hanno preso parte a mobilitazioni organizzate. Volevamo sapere chi fossero! Ci siamo quindi incontrati con molti di loro e siamo rimasti sorpresi dal sentire che quasi nessuno era interessato a organizzazioni o movimenti della sinistra tradizionale. Non li conoscevano o li consideravano vecchi e inutili. 

E’ un racconto che abbiamo già sentito. Se si parla con i fondatori di Podemos ci si sente dire che per lanciare un nuovo progetto politico sono dovuti uscire dalla realtà dei movimenti organizzati, che anzi in principio gli erano anche antagonisti, per intercettare l’energia diffusa del 15M e solo in seconda battuta ritornare a includere le realtà organizzate. E’ qualcosa di simile?

Assolutamente. La sinistra organizzata è stata in conflitto con noi fin dall’inizio. Ma ora molti dei movimenti tradizionali hanno deciso di unirsi a Razem, di uscire dalla loro bolla. Abbiamo scelto di inserirci nella scia della nuova sinistra che in Europa parte dal basso. Podemos in questo è una grande ispirazione. Ci ha dimostrato che si può fare. 

Alle ultime elezioni però c’era una coalizione di sinistra, che univa post-comunisti, Verdi, e liberali di sinistra… perché non vi siete uniti ma avete deciso di correre da soli? 


Abbiamo una nostra agenda e modi nuovi di concepire la  politica e l’organizzazione. I vecchi modi sono morti  e sono incarnati dai medesimi politici e gruppi di potere che, elezione dopo elezione, tentano di fondare nuove coalizioni col solo obiettivo di restare in Parlamento. Parliamo di ceti politici. Non funziona più e non è quello che vogliamo fare. Questi partiti, poi, quando erano al potere varavano leggi per permettere gli sfratti e sono in perfetta sintonia col pensiero unico dominante. 

E infatti sono scomparsi. Il partito post-comunista era al 40% e oggi è fuori dal Parlamento. Ma cosa vi fa funzionare? Quali sono alcune politiche o modi di fare particolarmente rappresentativi del vostro modello? 


Il nostro programma per certi versi non è così radicale, diremmo socialdemocratico. Ma questo in Polonia è qualcosa di nuovo, non si è mai parlato di tassazione progressiva, redistribuzione delle ricchezze… e ora quando ai media serve una dichiarazione sui lavoratori, o sulla povertà, chiedono a noi. O sulle questioni sociali: siamo gli unici a chiedere la depenalizzazione dell’aborto, che in Polonia rimane illegale. Quando il governo ha manifestato l’intenzione di rendere la legge ancora più restrittiva, rendendolo illegale anche in caso di stupro, abbiamo organizzato una manifestazione a Varsavia con 10mila persone, la più grande manifestazione nella storia della Polonia sul tema dell’aborto. 

Parlando di politiche sociali, però, il governo attuale - del partito Law and Justice di Kaczyński - è un caso interessante. E’ certamente un governo autoritario, xenofobo e illiberale e per questo in rotta di collisione con l’UE. Ma sta portando avanti alcune rivendicazioni che si direbbero di sinistra: abbassamento dell’età pensionabile, sussidi di maternità, case popolari. Cosa ne pensate? Siamo di fronte a un nuovo tipo di socialismo nazionalista? 

Siamo sorpresi anche noi. Pensavamo che parlassero di agenda sociale durante le elezioni solo per dimenticarsene una volta al potere, come già accaduto l’ultima volta che hanno governato. E invece ora lo stanno facendo per davvero! Rispetto al primo governo, sono molto più nazionalisti e autoritari ma anche molto più sociali. Per la prima volta vediamo un’espansione e non un restringimento del welfare. La legge sulla maternità ridurrà drasticamente la povertà minorile, cosa che in Polonia è molto legata alle famiglie numerose, portandola dal 28% al 10%. E, per la prima volta, la maggioranza della spesa pubblica per questa politica andrà ai più poveri: 6 miliardi di szloty al 10% più povero del Paese, solo 300 milioni al 10% più ricco. 

Quindi per la prima volta ci sono politiche redistributive. 

E non saremo noi a criticarle. Hanno lanciato un programma di edilizia sociale, che non passa risorse alle banche o ai grandi costruttori, ma mette a disposizione risorse per affitti calmierati. E un’altra cosa ancora: stanno ritoccando il sistema di tassazione per renderlo più progressivo, abbandonando la flat tax ad esempio, o cambiando le storture maggiormente regressive per i più ricchi. Ma sono anche estremamente autoritari. Stanno mettendo in piedi una milizia dotata di armi semi-automatiche che proviene essenzialmente dai gruppi di estrema destra. Stanno facendo passare una legge contro il terrorismo che crea uno stato di emergenza permanente. Per non parlare del bavaglio alla stampa o gli attacchi all’indipendenza della corte costituzionale. E’ abbastanza spaventoso. 

E proprio contro questa deriva autoritaria vediamo in questi mesi grandissime manifestazioni di piazza in Polonia. Ma voi avete scelto di non aderire a KOD, la piattaforma che le organizza. Perché?

Il partito al governo è terribile, ma queste manifestazioni sono principalmente organizzate dall’élite del governo precedente e che si è trovata fuori dal potere [Civic Platform, il partito dell’attuale Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ndr]. Manifestano per la libertà di espressione, ma poi attaccano le politiche sociali del governo accusandolo di voler “comprare” gli elettori. Ma non capiscono che questi soldi sono importanti per tantissime persone. Dicono ai più poveri che dovrebbero andare in piazza per difendere il sistema costituzionale ma che se accettano 500 zsloty al mese di sussidio di maternità si stanno facendo comprare. Mentre la maggior parte delle classi medio-basse ne guadagna solo 2.000! Sono fuori dalla realtà. Ed è proprio così che in Ungheria Viktor Orban ha visto una maggioranza assoluta, avendo contro un’opposizione unica che rappresentava solo gli interessi della parte più agiata del Paese.
Noi vogliamo cacciare via il partito di governo e per farlo pensiamo non basti mettere assieme i liberali nelle grandi città. Bisogna raggiungere quanti hanno votato per questo governo. E se nessuno ha il coraggio di avere un’agenda sociale ambiziosa, quello spazio verrà occupato solo dalle forze autoritarie. 

Qual è la base sociale del partito di governo?

Trasversale. In molti li votano perché sono considerati anti-establishment e non ne potevano più del governo precedente, che ha ignorato completamente la questione sociale. Civic Platform parlava dei polacchi costretti ad emigrare come “fortunati” che potevano fare esperienza all’estero, senza rendersi conto del dolore delle separazioni familiari e che 2 milioni di cittadini non riuscivano a trovare lavoro nel loro Paese. Queste opposizioni – KOD, Civic Platform – sono parte dell’elite post-transizione che ora non vorrebbe altro che tornare indietro a qualche anno fa. Senza accorgersi che con loro la Polonia è diventata il Paese europeo con il più alto tasso di diseguaglianza.

Prossimi passi? Avete appena ricevuto un importante finanziamento statale per il risultato ottenuto alle scorse elezioni. Mancano tre anni alle prossime: cosa contate di fare?

Stiamo aprendo 25 spazi sociali in tutta la Polonia. Che non vogliamo siano normali sezioni di partito. Ma spazi comunitari aperti a tutti per potere organizzare attività, lezioni, classi di ballo, workshop per bambini, assistenza legale e molto altro. Questo è qualcosa che il Partito socialista faceva in Polonia prima della seconda guerra mondiale, abbiamo una lunga tradizione di partiti intesi come forze sociali, partiti che lavorano anche come cooperative, sindacati, perfino club sportivi, e non soltanto come macchine elettorali. Non ci siamo chiamati “sinistra-qualcosa” perché qui le persone non sanno più cosa sia la sinistra. Ci chiamiamo Razem, Insieme. Ma le nostre origini sono chiare, ed è anche da lì che vogliamo ripartire. 


* Fonte: Micromega

martedì 14 giugno 2016

BREXIT: LA SAPETE L'ULTIMA?

[ 14 giugno ]

Dalle 7 alle 22 di giovedì 23 giugno i cittadini britannici saranno chiamati alle urne per rispondere (in un referendum e senza quorum) sì o no a questo quesito: “La Gran Bretagna dovrebbe restare membro dell'Unione europea o lasciare l'Unione europea?". 
C'era da aspettarselo che le forze sistemiche globali avrebbero scatenato l'inferno. Come squadroni della morte si sono scatenati per terrorizzare, quindi addomesticare i popoli britannici. Grandi banche d'affari, multinazionali, associazioni industriali, pescecani della finanza, borse, eurocrati, politicanti, quindi tutti i media che contano.

In caso di Brexit sarà l'Apocalisse. 
Mica solo per gli sventurati britannici, per tutto il mondo. 
Cameron ha detto che saranno a rischio le pensioni dei suoi concittadini. Se l'economia del Regno Unito sprofonderà nella recessione quella mondiale vedrà calare il Pil di almeno un punto e mezzo. La sterlina crollerà. 

Ci manca solo che l'associazione mondiale di meteorologia preveda un innalzamento del livello delle acque tale che Londra sarà sommersa con decine di milioni di vittime.
Donald Tusk

Non c'è limite al terrorismo psicologico... e alle idiozie.

Nella classifica delle cazzate svetta il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk.

In un'intervista al quotidiano scandalistico tedesco Bild ha affermato testualmente:
«La Brexit non provocherebbe solo un disastro geopolitico...In quanto storico temo che Brexit possa marcare non solo l'inizio della distruzione dell'Unione europea ma anche della civiltà occidentale»
Bingo!

Vogliamo sperare che le facoltà di storia delle Università polacche non producano solo ciarlatani come questo qui, che addirittura presiede il Consiglio europeo —pensate in che mani siamo. 


Donald Tusk, invece di rompere i coglioni ai britannici, pensi piuttosto alla clamorosa disfatta che il suo partito, Piattaforma Civica, ha subito nelle recenti elezioni polacche, bocciato dai suoi cittadini non solo a causa di scandali vergognosi, ma proprio perché incarna il servilismo verso l'euro-germania.


martedì 27 ottobre 2015

POLONIA E PORTOGALLO: PER CHI SUONANO LE CAMPANE A MORTO di Piemme

[ 27 ottobre ]

Dalle urne polacche e dal colpo di Stato europeo in Portogallo arrivano cinque lezioni formidabili.

I fatti: il Presidente della repubblica portoghese Anibal Cavaco Silva si è rifiutato di dare l'incarico per formare il nuovo governo al segretario socialista Antonio Costa —malgrado questi disponesse della maggioranza parlamentare grazie all'accordo (pur traballante) siglato con i comunisti no-euro e la nuova sinistra euro-critica.  L'incarico  è stato assegnato al primo ministro uscente, fedele alla setta ortodossa eurista ed austeritaria, Pedro Passos Coelho, e ciò malgrado questi non disponga della maggioranza dei seggi. Nascerà dunque un governo di minoranza. Un vero e proprio golpe compiuto per conto dell'eurocrazia ed in nome dell'Unione europea germanizzata.
Perché questo atto d'imperio?  Il Presidente portoghese ha testualmente affermato:
«In 40 anni di democrazia, nessun governo in Portogallo è mai dipeso dal sostegno delle forze anti-europee, vale a dire forze che hanno fatto una campagna per abrogare il trattato di Lisbona, il Fiscal Compact, il Patto per la crescita e la stabilità, forze che hanno fatto appello allo smantellamento dell'unione monetaria per portare il Portogallo fuori dall'euro, oltre ad aver chiesto lo scioglimento della NATO. (...) "Questo è il momento peggiore per un cambiamento radicale dei fondamenti della nostra democrazia. (...) Dopo che abbiamo eseguito un programma oneroso di aiuti finanziari che comporta pesanti sacrifici, è mio dovere, usare i miei poteri costituzionali, fare tutto possibile per evitare che vengano inviati falsi segnali a istituzioni finanziarie, investitori e mercati».
Si apre in Portogallo una fase di acuta instabilità politica. A gennaio verrà eletto il nuovo Presidente della Repubblica, il quale presumibilmente dovrà sciogliere le camere ed indire nuove elezioni per la primavera 2016.

Prima lezione proveniente da Lisbona, a conferma di quanto chi voleva sapere sapeva già: soprattutto negli stati "periferici" la democrazia è soppressa. In barba al voto popolare l'eurocrazia decide chi debba governare e chi no. Questi paesi sono quindi sotto un regime di protettorato esterno. 
Seconda lezione: le elezioni a poco servono, se non per confermare quanto detto sopra. O i popoli oppressi si sollevano o per loro non c'è scampo al destino di miseria e umiliazione.
Terza lezione: suonano, dopo quelle di SYRIZA, le campane a morto per quella sinistra che si ostina a voler restare nella gabbia dell'Euro(pa).

La medesima lezione arriva, per la sinistra che si ostina a credere nella riformabilità dell'Euro(pa), dalle urne polacche. La sinistra polacca ha subito una cocente sconfitta, nessuna lista riuscendo ad eleggere nemmeno un parlamentare, punita dal suo cieco europeismo, dal suo apparire una corrente globalista e tenacemente antinazionale.
Sentiamo cosa scrive la Repubblica di oggi:
«Addio alla Polonia europeista dei liberal, addio agli otto anni di governo di Platforma in cui l'economia è cresciuta del 50 per cento e oltre coi conti sovrani sotto pieno controllo. Alle elezioni politiche svoltesi nel paese più importante (per peso demografico economico politico geopolitico e militare) dell'Est di Unione Europea e Alleanza atlantica, i nazionalconservatori di Prawo i Sprawiedliwosc, PiS, Diritto e Giustizia, il partito il cui leader storico Jaroslaw Kaczynski è ritenuto uno dei più influenti euroscettici del continente, hanno stravinto, oltre ogni previsione dei sondaggi, e potranno governare da soli con in mano oltre metà dei seggi del Sejm (Dieta, la decisiva camera bassa del Parlamento, mentre il Senato ha 100 seggi uninominali)».
Dimenticano di dire, gli zelanti pennivendoli, quali sono stati i pesantissimi costi sociali delle politiche neoliberiste imposte dall'Euro-germania alla Polonia e applicate dal governo liberale: bassi salari, precarizzazione, peggioramento delle condizioni di vita, privatizzazioni e svendita dei beni pubblici, predominio dei capitali stranieri, sudditanza politica totale verso il vicino imperialismo tedesco.
Jaroslaw Kaczynski, leader di Diritto e Giustizia

I media europei di fede eurista imprecano contro il..."populismo" della destra nazionalista di Diritto e Giustizia di Jaroslaw Kaczynski. Gli vien comodo spiegare questa vittoria in base alle parole d'ordine xenofobe e autoritarie. Purtroppo non è così. Non è così semplice. Milioni di polacchi di umili condizioni, molti dei quali sfruttati nelle aziende di proprietà delle multinazionali, magari tedesche e italiane, hanno votato Diritto e Giustizia per le sue rivendicazioni sociali: fine delle politiche di austerity portate avanti dai liberali, abbassamento dell'età pensionabile dai 67 attuali a 65 anni, istituzione di assegni familiari di 125 euro per ogni secondo figlio, aumento delle spese per le politiche di assistenza sociale, lotta contro la disoccupazione e politiche attive per far rientrare in patria tanti emigranti, anzitutto giovani, il tutto da finanziare con aumenti delle imposte sulle banche (in gran parte in mano straniera).

Viene quindi una quarta lezione dalle elezioni polacche: quando la sinistra non fa il suo mestiere, quando lecca il culo alle élite dominanti e dimentica i bisogni e le aspettative della sua base sociale, c'è sempre una destra pronta ad occupare i suoi spazi ed a prendere il suo posto.

Quinta ed ultima lezione: anche la Polonia dimostra che sta finendo un po' dappertutto, seppure con ritmi differenti, l'effetto lisergico della droga globalista ed europeista. La fine della sbornia porta alla luce sentimenti nazionali e patriottici. Questa tendenza è solo ai suoi inizi e tenderà a dilagare, pur con diverse declinazioni nei diversi paesi. 
La Polonia suona la campana a morto per ogni sinistra che non si sbarazzerà per tempo di ogni codismo ideologico verso le élite globaliste dominanti.

Resisteranno ed avanzeranno solo quelle forse di sinistra e popolari che sapranno declinare patriottismo ed internazionalismo, democrazia ed eguaglianza sociale.

martedì 26 maggio 2015

DOPPIO CEFFONE: le elezioni in Polonia e Spagna castigano l'euro(pa)

[ 26 maggio]

Smentendo i gufi che lo davano già in declino Podemos, diventando il primo partito a Madrid e a Barcellona, dimostra che quella degli “indignati” è un’onda lunga. 

Tanto più importante, il successo di Podemos, visto che tutti i grandi media spagnoli gli davano addosso da mesi, sin dalle europee dell’anno passato. 

Qual’è il significato delle elezioni regionali e comunali spagnole? Un doppio significato.
Anzitutto, come scrivevamo ieri, che la gabbia del regime bipolare in vigore dalla caduta del franchismo si è rotta per sempre. Una vera e propria crisi di regime si aggiunge quindi alla crisi sociale ed economica. La partita decisiva è tuttavia a novembre, quando gli spagnoli andranno a votare per il Parlamento. Non sarà facile per i due partiti di regime risorgere, anche perché Podemos, contrariamente al Movimento 5 Stelle, ha dimostrato di essere capace di fungere da perno di più larghe alleanze, senza tuttavia venir meno alla sua ferma volontà di cambiamento.

Ma il secondo messaggio gli spagnoli lo hanno inviato ai poteri europei, a Bruxelles, a Berlino a Francoforte. Certo,  quello spagnolo, non è stato un voto deciso contro l’euro, contro l’Unione europea, è stato però un voto contro i poteri oligarchici e le loro politiche austeritarie. Questi poteri sono oggi più deboli di prima, cosa questa che da forza alla resistenza disperata del governo greco.

Ma un secondo ceffone all’Europa oligarchica è giunto anche dalla Polonia. 
Ha vinto le presidenziali il partito anti-europeista e nazionalista di Andrzej Duda. I polacchi non hanno creduto alla narrazione del governo liberista ed eurista in carica, per cui gli ultimi 25 anni sarebbero stati i “migliori della storia moderna della Polonia”. Hanno invece portato alla vittoria un partito di destra che però denuncia che la crescita economica ha avvantaggiato una minoranza di ricchi mentre ha danneggiato la maggioranza dei polacchi aumentando le diseguaglianze sociali.

Populismo nazionalista? Certo. Ma anche qui il segnale per l’euro-Germania non è meno preoccupante di quello spagnolo. Vine da quello che considera il suo giardino di casa. Che i polacchi, malgrado la crescita costante del Pil, dicano che non vogliono “più Europa” è un colpo cocente ai piani alti della Unione europea, è indice di una crisi irreversibile della stessa Unione, che deve dimenticare i sogni di gloria dell’inclusione nell’euro-zona di un paese che conta come la Polonia.
Vedremo se, come spera Renzi, i risultati delle elezioni regionali andrano in opposta direzione.
Oppure se, come ci auguriamo, castigheranno anche lui.

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