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domenica 5 agosto 2018

LA FOLLIA "NO BORDER - NO NATION" di Oskar Lafontaine

[ 5 agosto 2018 ]

Della serie: non tutta la sinistra e' sinistrata


Più volte abbiamo parlato di Oskar Lafontaine, storico leader della sinistra tedesca, anzitutto delle sue implacabili critiche all'euro. Avemmo modo di incontrarlo a Parigi nel gennaio 2016, in quell'occasione c'erano anche Stefano Fassina e Emiliano Brancaccio.
Lafontaine è in minoranza nel suo partito (Die Linke) non solo per essere partigiano del "Piano B", ma anche per opporsi alla follia "no border"...

*  *  *

Oskar Lafontaine insieme alla moglie Sahra Wagenknecht e ad altre personalità di spicco sta cercando di costruire un nuovo raggruppamento politico in grado di superare i tradizionali confini della Linke e della sinistra tedesca. Dalla sua pagina FB il leader storico della socialdemocrazia tedesca questa volta se la prende con l'assurda ideologia dei "no-border-no-nation" e risponde per le rime a chi lo accusa di essere un nazionalista di sinistra. Dal suo profilo FB, un ottimo Oskar Lafontaine.

*  *  *

C'era da aspettarselo: c'è un nuovo raggruppamento politico che sta ottenendo risonanza e molti già ne parlano male. Gli oppositori cercano di diffamarlo definendolo "nazionalismo di sinistra". Ma in un tale contesto parlare di "nazionalismo di sinistra" sarebbe come parlare di "cattolicesimo musulmano". Sinistra e nazionalismo non possono stare insieme visto che il movimento dei lavoratori cantava: "popoli ascoltate i segnali" e non "popolo ascolta i segnali" (Internazionale).

E alla fine di ogni congresso di partito cantavano: "Brüder zur Sonne zur Freiheit“ e non "Deutsche zur Sonne zur Freiheit“.

Il modo piu' semplice è guardare dentro l'ideologia "no-border-no-nation", perché chiunque si ponga la questione di come poter costruire uno stato sociale capirà immediatamente quanto questa ideologia sia lontana dalla realtà. E i seguaci di questo pensiero, di conseguenza, vedono nello stato sociale un'aberrazione nazionalistica.

Il non-senso del "nazionalismo di sinistra" trova molti sostenitori fra chi ritiene che esprimere solidarietà verso i rifugiati significhi mantenere le frontiere aperte per tutti e garantire benefici sociali a tutti quelli che arrivano. Questo equivoco diventa piu' chiaro quando si guarda al sistema sanitario. Nei paesi anglosassoni spesso la metà dei dottori e degli infermieri arriva dai paesi in via di sviluppo. In Germania, con un certo orgoglio, si fa riferimento al fatto che qui da noi sono stati accolti migliaia di medici dalla Siria e dalla Grecia. Almeno a questo punto i seguaci dell'ideologia dei "confini aperti per tutti" dovrebbero iniziare a capire che stanno sostenendo qualcosa di irrealistico e completamente antisociale. In Siria e in Grecia, dove questi medici sarebbero molto piu' necessari che da noi, il sistema sanitario è al collasso. L'alsaziano Albert Schweitzer andò fino a Lambaréné in Gabon per fondare un ospedale e aiutare le persone malate senza assistenza sanitaria. Oggi la solidarietà viene capovolta.

Ancora negli anni '70 del secolo scorso i paesi industrializzati formavano gratuitamente persone provenienti dai paesi in via di sviluppo, i quali avevano poi l'obbligo di tornare nel loro paese una volta completato il periodo di formazione. Oggi invece un'ampia comunità neoliberista e bipartisan vorrebbe andare a reclutare lavoratori specializzati e rendere in questo modo ancora piu' poveri i paesi in via di sviluppo.

Internazionalismo significa dare asilo alle persone politicamente perseguitate, aiutare i rifugiati di guerra e permettere ai poveri di questo mondo una vita migliore, grazie agli investimenti realizzati dai paesi industrializzati in quelli in via di sviluppo con l'obiettivo appunto di migliorare la vita delle persone, invece di continuare a depredarle.

Quanto sia ormai avanzata la confusione concettuale lo si vede anche dal fatto che coloro che chiedono di spendere miliardi di euro nei campi profughi e nelle zone in cui si muore di fame vengono considerati dei nazionalisti di sinistra. Mentre coloro che vorrebbero andare a reclutare nei paesi piu' poveri la forza lavoro piu' istruita e quindi rendere omaggio al "nazionalismo occupazionale" tedesco si danno una pacca sulla spalla e si considerano erroneamente degli internazionalisti.

Bisognerebbe gridare: "Nazionalisti dell'occupazione di tutto il mondo, pensateci!"

lunedì 8 agosto 2016

GERMANIA: LA SINISTRA CONTRO L'EURO C'È

[ 8 agosto ]

Come abbiamo più volte segnalato, in Germania, non c'è solo una certa destra (tipo l'AfD) a dire che l'euro va cestinato. Qui sotto il Manifesto EUREXIT, sottoscritto da numerosi esponenti della sinistra tedesca e austriaca. 
Ben cinque di loro saranno protagonisti del III Forum internazionale no euroInge Höger, Thomas Zmrzly, Wilhelm Langthaler, Albert F. Reiterer, Paul Steinhardt.
Un Manifesto che rappresenta —malgrado si alluda all'idea di ricostruire, dopo lo smantellamento dell'Eurozona, una nuova unione monetaria— un segnale di grande importanza politica.

Un’alternativa all’euro
BREXIT ha dimostrato che l'Unione europea non può continuare come prima. E' tempo per un radicale cambiamento di rotta. Se non lo si farà, si arriverà a rotture incontrollate, conflittuali, addirittura esplosive. Se vogliamo evitarle, chiarire la questione monetaria è urgente e inevitabile. Questa è una questione chiave per il futuro della Ue —anche se non l'unica. Questo è il messaggio centrale dell'appello che segue, formulato poco prima della BREXIT.
Un’Europa sociale e democratica bloccata
Il disegno istituzionale dell’Euro svolge un ruolo decisivo nella crisi dell’Unione Europea. Una riforma della moneta unica richiederebbe almeno che il Sudeuropa venga in parte sollevato dall’attuale pressione competitiva. Tutto ciò è impossibile senza un innalzamento dei salari tedeschi e senza un piano coordinato d’investimenti statali per progetti sociali ed ecologici, nonché un’efficace regolamentazione dei mercati finanziari.
Al contrario, le istituzioni europee, sotto la guida decisa della Germania, impongono da anni al Sud programmi di austerità che hanno eroso stato sociale e democrazia. Il fallimento di questa politica è ormai evidente.
In Europa meridionale i popoli vivono i tentativi di salvare l’Euro come una serie di continue umiliazioni, schiacciati sempre più nel ruolo di meri destinatari di diktat imposti dall’alto. Le contraddizioni dell’Euro-regime alimentano il risentimento tra le popolazioni dei Paesi membri e dividono l’Europa. È qui che vanno cercate le ragioni che hanno portato alla nascita di focolai nazionalistici e populismi di destra.
L’Euro – un problema chiave
Il fatto che l’Euro sia un progetto fallace è ammesso ormai da molti professionisti.
Per sorreggere questa fragile costruzione è stato creato un intero sistema d’impalcature di sostegno, come il Fiscal Pact, il Six Pack, il Two Pack e il MES. La così detta Relazione dei Cinque Presidenti prevede una più profonda integrazione secondo logiche neoliberiste e prosegue con la via dell’austerità irreversibile, che si trasforma quasi in un dettato costituzionale.
È necessario pensare ad alternative concrete all’euro. Come elemento centrale di un’economia, una valuta è sempre espressione di dominio e potere sociale. L’Euro è molto più di una moneta, una banconota o un saldo sul conto in banca. Si tratta di un sistema di regole e istituzioni, con la BCE in cima alla piramide. Il modo in cui questo regime valutario è stato progettato ha un enorme impatto sull’economia e sulla società.
Un organismo monetario alternativo non risolverebbe tutti i problemi che a oggi bloccano il percorso verso una politica orientata al bene comune. Tuttavia, il sistema valutario resta un punto fondamentale. Che la moneta sia economicamente neutra è un’opinione diffusa spesso e volentieri anche nei circoli di sinistra. Ma si tratta di una convinzione sbagliata.
Ciò che è necessario è una discussione aperta al fine di esaminare le varie proposte che sono sul tavolo e verificare la loro validità. Al centro della questione ci devono essere le condizioni per una risoluzione consensuale della moneta unica, pensando eventualmente a un nuovo regime monetario europeo. Per i firmatari di questo appello appare indispensabile permettere a singoli stati o gruppi di paesi un’uscita dal sistema euro controllata e solidale. Un nuovo sistema dovrebbe impegnarsi per la cooperazione monetaria ed evitare politiche pubbliche puramente nazionali. Allo stesso tempo, è necessario porre termine alla corrente posizione di potere assoluto della BCE, e consentire alle singole economie flessibilità e autonomia per il loro sviluppo economico e per il superamento di eventuali crisi. Una santificazione dell’euro non è più accettabile.
Giustizia sociale, controllo dei mercati finanziari e democratizzazione
 Vogliamo una politica economica allineata agli interessi della maggioranza della popolazione e alle esigenze ambientali, e una politica fiscale e sociale equa. Quale livello – locale, nazionale, europeo – debba ricoprire quale ruolo, è una domanda aperta alla discussione.
Vogliamo una riforma fondamentale del sistema finanziario; il casinò va chiuso immediatamente. I mercati finanziari devono essere messi al servizio dello sviluppo sociale e ambientale. Pertanto respingiamo il progetto di un’unione dei mercati dei capitali, che promuoverebbe ulteriormente la liberalizzazione dei mercati finanziari.
Vogliamo un rinnovamento democratico. Ciò vuol dire anche rafforzare le democrazie dei Paesi membri, e proteggerle contro l’intrusione autoritaria di UE e BCE.
Giugno 2016
I primi firmatari
  • Michael Aggelidis, Bonn, Rechtsanwalt, Europapolitischer Sprecher im Landesvorstand DIE LINKE. NRW
  • Jürgen Aust, Duisburg, Giurista, M DIE LINKE, NRW
  • Dr. Harald Bender, Heidelberg, Akademie Solidarische Ökonomie, Leitungsteam Koordinator Grundlagenarbeit
  • Stephan Blachnik, Berlin, Sozialpädagoge
  • Dr. Diether Dehm (MdB), Musikproduzent, Liedermacher und Politiker (Schatzmeister der Europäischen Linken)
  • Armin Duttine, Berlin, Gewerkschaftssekretär
  • Prof. Dr. Wolfram Elsner, Bremen, Wirtschaftswissenschaftler, iino – Institute of Institutional & Innovation Economics
  • Prof. Dr. Heiner Flassbeck, Genf, Herausgeber Makroskop
  • Nicole Gohlke, München, MdB Die LINKE, Hochschul- und wissenschaftspolitische Sprecherin
  • Prof. em. Dr. Eberhard von Goldammer, Witten (Ruhr), Biophysiker
  • Karl-Heinz Heinemann, Köln, Vorsitzender der Rosa-Luxemburg-Stiftung NRW
  • Inge Höger, Herford, Bundestagsabgeordnete für DIE LINKE
  • apl. Prof. Dr. Martin Höpner, Köln, Politikwissenschaftler, Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung Köln
  • Willi Hoffmeister, Dortmund, Ostermarsch Rhein Ruhr Komitee
  • Jules El-Khatib, Landesvorstand Linke NRW
  • Ralf Krämer, Berlin, Gewerkschaftssekretär, Mitglied des Parteivorstands DIE LINKE
  • Dr. Lydia Krüger, Berlin, Mitglied des wissenschaftlichen Beirats von Attac
  • Kris Kunst, Mainz, Initiative „economy for the people“
  • Oskar Lafontaine, Saarbrücken, Vorsitzender der Fraktion der LINKEN im Landtag des Saarlands
  • Wilhelm Langthaler, Wien, Autor
  • Christian Leye, Bochum, Landessprecher DIE LINKE. Nordrhein-Westfalen
  • Prof. Dr. Ekkehard Lieberam, Rechts- und Politikwissenschaftler, Vors. Marxistisches Forum DIE LINKE Sachsen
  • Fabio De Masi, Mitglied des Europäischen Parlaments (DIE LINKE)
  • Dr. Julian Müller, Amsterdam
  • Siegfried Müller-Maige, Frankfurt, Ökonom, Attac
  • Prof. Günther Moewes, Dortmund, Verteilungskritiker
  • Dr. Werner Murgg, Abgeordneter zum Steiermärkischen Landtag und Stadtrat in Leoben
  • Prof. Dr. Andreas Nölke, Frankfurt, Politikwissenschaftler, Goethe Universität
  • Peter Rath-Sangkhakorn, Bergkamen, wiss. Mitarbeiter/Verleger;
  • Albert F. Reiterer, Wien, Statistiker, Demograph und Sozialwissenschaftler
  • Dr. Werner Seppmann, Gelsenkirchen
  • Dirk Spöri, Freiburg, Landessprecher DIE LINKE Baden-Württemberg
  • Dr. Paul Steinhardt, Wiesbaden, Herausgeber Makroskop
  • Steffen Stierle, Berlin, Attac-Aktivist, europ. Lexit-Netzwerk
  • Ben Stotz, Berlin, Organizer, DIE LINKE Berlin
  • Peter Wahl, Worms, WEED-Weltwirtschaft, Ökologie & Entwicklung, Wissenschaftlicher Beirat Attac
  • Andreas Wehr, Berlin, Jurist und Publizist
  • Lucas Zeise, Frankfurt/M., Chefredakteur der UZ, Zeitung der DKP
  • Thomas Zmrzly, Duisburg, Krankenpfleger, Duisburger Netzwerk gegen Rechts
* Traduzione a cura della Redazione

venerdì 22 gennaio 2016

PARIGI 23-24 GENNAIO: SUMMIT DI "PIANO B"

[ 22 gennaio ]

Sabato e domenica, a Parigi, si svolerà un importante Forum: «per un PIANO B in Europa!».
Sotto il programma delle riunioni e dei relatori. Il Forum sarà aperto da Oskar Lafontaine. Interverranno numerosi esponenti di quella che possiamo chiamare "sinistra euroscettica". Tra loro sia chi chiede di smantellare la moneta unica ma ancora si illude di poter riformare l'Unione europea ed intellettuali e politici che con più lungimiranza ritengono che la stessa Unione debba essere derubricata.
Dall'Italia ci saranno anche Emiliano Brancaccio, Stefano Fassina, Fabio Amato.
Parteciperà anche una delegazione di Programma 101.
Sotto il programma completo dei lavori.

Venerdì, sempre a Parigi, i nostri compagni parteciperanno anche alla riunione di coordinamento di diversi gruppi e movimenti europei no-euro e no-unione, gli stessi che parteciparono al Forum di Assisi (2014), a quello di Atene (2015) e di Barcellona.



"PIANO B": La giornata di sabato....



e quella di domenica.



sabato 14 novembre 2015

OGGI A PARIGI

[ 14 novembre ]

"Il popolo si libera quando ai Re viene tagliata la testa"

Oggi e domani, a Parigi, malgrado lo "Stato d'Emergenza", si sta svolgendo il Summit delle sinistre europee che guardano al futuro DOPO L'EURO. 
Apre i lavori, alle ore 12:30, Oskar Lafontaine —più sotto il programma dei lavori.
Ai lavori partecipa una delegazione del Coordinamento della sinistra contro l'euro.  pubblichiamo l'intervento che pronuncerà Enea Boria.*


«Care compagne e compagni, 

ringrazio gli organizzatori, il Parti de Gauche, la Francia e Parigi, per la splendida occasione che ci è stata offerta di portare la nostra opinione.

E’ cosa giustissima e che si attendeva da anni che finalmente si ragionasse razionalmente su queste tematiche, con razionalità, senza strali e scomuniche.
Noi siamo una nuova formazione che sta cercando di costituirsi in movimento politico e possiamo dire che nel nostro paese abbiamo contribuito al formarsi di una nuova opinione sulla UE perché da anni portiamo avanti questo dibattito.

Ringraziamo per l'opportunità che ci date  ma, siamo qui per  fare una critica.
"L'euro, a quali condizioni", è una domanda malposta, dato che i costi oltre che essere pesantissimi sul piano economico, si pagano soprattutto sul terreno della democrazia.
Credo nessuno voglia affermare che la democrazia non debba più essere un diritto indisponibile.
Il che significa che nessun prezzo è accettabile; la risposta è NO, non pagheremo nessun prezzo per l’euro, e ciò non è negoziabile con nessuno dei principi democratici e dei diritti sociali conquistati dopo la seconda guerra mondiale.
Un errore che non si dovrebbe commettere è ritenere che l'Unione Europea fosse un bellissimo progetto che ora rischia di fallire perchè la si è dotata della moneta sbagliata o lo si è fatto prematuramente.

No, questa moneta era l'unica coerente e consequenziale a questa UE, che fin dall'inizio non è servita a niente altro che a lasciare ai popoli niente più che una scatola vuota delle proprie democrazie costituzionali figlie dell’antifascismo e della tragedia della seconda guerra mondiale. Spogliare i popoli delle proprie democrazie per poi metterli ferocemente in competizione gli uni con gli altri attraverso la scusa della unificazione più ipocrita e fasulla della Storia, nel segno del liberoscambismo e dell’ordoliberismo funzionalista.

"Quali le condizioni e quale il prezzo", chiede il titolo del tavolo. La risposta è semplice. La democrazia, questo è il prezzo dell'UE e quindi dell'€.
In Italia nel 1989 votammo un referendum consultivo per dare mandato a stilare un progetto di Unione Europea sul quale poi decidere.
Era solo consultivo, un mandato di esplorazione.
Nessuno ha mai visto un piano da discutere e valutare e soli 3 anni dopo si entrava senza colpo ferire nel Trattato di Maastricht.

La minestra era già pronta, cosa abbiamo potuto scegliere? Niente.
Nel 2005 si è cercato di varare una Costituzione Europea che sanciva solo i diritti economici delle corporations multinazionali e delle banche, in un linguaggio volutamente incomprensibile.
Referendum in Francia: bocciato.
Referendum in Olanda: bocciato.
Referendum in Irlanda: bocciato.
Seguono minacce di ritorsioni economiche all'Irlanda che viene fatta rivotare in modo che vinca il SI di stretta misura, ma intanto si giudica che la strada sia troppo farraginosa.
Quindi i tecnocrati della UE prendono il 98% di quella costituzione e la impacchettano nella forma di Trattato di Lisbona, nel 2007. Siccome in Europa in quel momento tutti i governi sono liberisti ( PSE? pretendono pure di chiamarsi socialisti.... ), il trattato passa ovunque senza discussione, saltando il passaggio del referendum.

Segue il trattato di Velsen di cui nessuno parla mai, ma che stabilisce per le basi dell'Eurogendforce prerogative di extraterritorialità paragonabili solo a quelle della base di Guantanamo. Cose da ditturatura, preparate in anticipo perchè "non si sa mai....".
Ma la deflazione e l'esplosione della disoccupazione rendono i governi instabili, fino al punto che non si trovano più maggioranze politiche disposte ad eseguire gli ordini nei paesi periferici. Occorre procedere istituendo protettorati.
Italia e Grecia a novembre 2011.

Due governi rimossi per via monetaria, insediando dei burocrati ex componenti della commissione UE ed ex dirigenti di banche d'affari, mai votati da nessuno.
Cipro 2013, primo colpo di stato per via monetaria. 
Oggi fare i golpe coi generali con gli occhiali scuri e i soldati al passo dell'oca nelle strade non si fa più, al Capitale non conviene, e poi le coscienze si ribellerebbero. 
Perchè usare i soldati quando basta un click da una stanza di quella istituzione golpista che ha sede a Francoforte?

Grecia, maggio-giugno 2015, secondo colpo di stato per via monetaria.
Il popolo dice di no, un leader della sinistra europeista smentisce il risultato del referendum per paura dell'unica conseguenza possibile, l'uscita dall'euro.
Insegnamento fondamentale: trattare avendo una sola opzione non è una trattativa, ma un inutile rito sacrificale.
Il risultato referendario viene stracciato in 12 ore, si rivolta dopo due mesi per decidere la faccia di chi gestirà il memorandum più duro della storia. Un nuovo trattato di Versailles inferto al Popolo Greco inerme. La Storia non insegna nulla…
Infine il TTIP, un trattato economico di libero commercio che produrrà tremendi danni sullo stato delle nostre economie e democrazia, condotto con una trattativa segreta al punto che nemmeno i deputati europei possono accedere liberamente agli atti, prendere appunti, diffonderne i contenuti.
Non si tratta più di decisioni politiche, le grandi lobbies stanno utilizzando l'UE per prendere decisioni bypassando qualsiasi processo di decisione democratica.
Possiamo accettarlo? Possiamo mercanteggiare sul fatto di essere sottoposti ad un simile regime?
No, dobbiamo scegliere tra l'UE e la democrazia ed è ormai evidente che non esistono vie di mezzo.
Una volta si diceva che con le elezioni i popoli scelgono liberamente progetti politici.
Oggi si sceglie il proprio assassino e la lunghezza del coltello col quale si verrà sgozzati.
"Popolo, preferisci lama a taglio singolo o doppio?"
E questa cosa si può ancora chiamare democrazia?
Portogallo ultime settimane: un governo pro austerità perde la maggioranza nelle elezioni ma ad una coalizione contenente due sinistre euroscettiche che avrebbero una maggioranza parlamentare non viene dato il mandato per evitare di entrare in contrasto con la UE.

Che poi il governo di minoranza sia già caduto è un altro discorso.
Abbiamo in ogni caso un segnale di come si cerca di influire sulle elezioni.
Nel frattempo abbiamo 50 milioni di disoccupati nel continente, del welfare state che contraddistingueva il modello sociale europeo non resta quasi più nulla ovunque e sulla contraddizione dello spoglio della sovranità nazionale e quindi democratica e popolare, non contestata efficacemente da sinistra, le destre nazionaliste e scioviniste stanno andando a nozze.
E stiamo ancora qua a discutere di quale prezzo siamo disposti a pagare per tenere in piedi l'euro?

La realtà storica è la che la democrazia si esercita necessariamente in spazi circoscritti, quelli nei quali un demos si riconosca ed abbia una concreta possibilità di esprimersi ed organizzarsi.
Entro questo spazio il popolo sfruttato può rivendicare la propria emancipazione.
Ma non esiste un demos europeo e quindi non può esistere una democrazia europea.
Con l'unione europea il Capitale si è sottratto al conflitto col Lavoro, rendendo indefinito il luogo dello scontro, astraendosene, e questo ha reso incolmabile il proprio vantaggio fino a dissolvere la democrazia.
In queste condizioni il Lavoro è sottoposto all’arbitrio di un Capitale libero di agire da autocrate regnante.
Voi francesi sapete meglio di chiunque altro che le monarchie non si democratizzano dall’interno.

Il popolo si libera quando ai Re viene tagliata la testa.
E questo bisogna fare con l’Unione Europea, che peggio ancora di un regno è un impero.
Quindi come movimento politico la nostra convinzione è che la vera questione sia ripudiare l'Unione Europea per ricostruire le basi della democrazia, e la necessità di uscir dall'euro altro non è che una conseguenza ovvia del ripristino della democrazia.
Non si può negoziare sulla democrazia.
Se non saranno le sinistre ad impugnare questa battaglia, per ricostruire le nostre democrazie e rapporti di collaborazione tra stati fratelli e sovrani governati da popoli liberi, entro le quali ricostruire politiche di solidarietà, inclusione sociale ed anche accoglienza, la disgregazione avverrà in ogni caso. 
Sarà differente la sua gestione, ad opera di movimenti nazionalisti, sciovinisti, xenofobi quando non peggio, i quali in ultima istanza scenderanno nuovamente a patti con gli interessi del grande capitale come già altre volte nella storia.
L'Europa ha già vissuto situazioni omologhe.

Non lasciamo che ancora una volta la Storia sia ottima maestra con pessimi allievi; impossessiamoci della battaglia per la sovranità e decliniamola in chiave democratica e popolare prima che sia troppo tardi.

A nome mio, del Coordinamento Nazionale della Sinistra contro l'euro e della associazione Ora Costituente, grazie.


Auguriamo a tutti un buono svolgimento dei lavori, e invitiamo tutti a ricordare che i tempi della storia sono stretti».

* Enea Boria è membro del Consiglio nazionale di "Ora-costituente"

venerdì 16 ottobre 2015

«L'EURO È UN'ARMA ANTIPOPOLARE» LETTERA ALLA SINISTRA ITALIANA di Oskar Lafontaine

[ 16 ottobre]

Chi sia Lafontaine non c'è bisogno di spiegarlo ai nostri lettori. Il 15 settembre informavamo dell'incontro di Parigi a cui parteciparono, oltre a Lafontaine, Varoufakis, Fassina e Melenchon. Una sinistra no-euro europea, pur coi suoi evidenti limiti, si va conformando. Non è un caso che Lafontaine, con argomenti inoppugnabili, si rivolga alla sinistra italiana, ancora attaccata al feticcio della moneta unica. Vedremo se i Landini, i Vendola, i Ferrero, risponderanno all'appello.

«Care com­pa­gne, cari compagni,

la scon­fitta del governo greco gui­dato da Syriza davanti all’Eurogruppo ha por­tato la sini­stra euro­pea a doman­darsi quali pos­si­bi­lità abbia un governo gui­dato da un par­tito di sini­stra, o un governo in cui un par­tito di sini­stra sia coin­volto come part­ner di mino­ranza, di por­tare avanti una poli­tica di miglio­ra­mento della con­di­zione sociale di lavo­ra­trici e lavo­ra­tori, pen­sio­nate e pen­sio­nati, e delle pic­cole e medie imprese, nel qua­dro dell’Unione euro­pea e dei trat­tati europei.

La rispo­sta è chiara e bru­tale: non esi­stono pos­si­bi­lità per una poli­tica tesa al miglio­ra­mento della con­di­zione sociale della popo­la­zione, fin­tanto che la Bce, al di fuori di ogni con­trollo demo­cra­tico, è in grado di para­liz­zare il sistema ban­ca­rio di un paese sog­getto ai trat­tati europei.

Non esi­stono pos­si­bi­lità di met­tere in atto poli­ti­che di sini­stra se un governo cui la sini­stra par­te­cipi non dispone degli stru­menti tra­di­zio­nali di con­trollo macroe­co­no­mico, come la poli­tica dei tassi di inte­resse, la poli­tica dei cambi e una poli­tica di bilan­cio indipendenti.

Per miglio­rare la com­pe­ti­ti­vità rela­tiva del pro­prio paese sotto l’ombrello dell’euro, restano al sin­golo paese sot­to­po­sto alle con­di­zioni dei trat­tati euro­pei solo la poli­tica sala­riale, la poli­tica sociale e le poli­ti­che del mer­cato del lavoro. Se l’economia più forte, quella tede­sca, pra­tica il dum­ping sala­riale den­tro un’unione mone­ta­ria, gli altri paesi mem­bri non hanno altra scelta che appli­care tagli sala­riali, tagli sociali e sman­tel­lare i diritti dei lavo­ra­tori, così come vuole l’ideologia neo­li­be­ri­sta. Se poi l’economia domi­nante gode di tassi di inte­resse reali più bassi e dei van­taggi di una moneta sot­to­va­lu­tata, i suoi vicini euro­pei non hanno pra­ti­ca­mente alcuna pos­si­bi­lità. L’industria degli altri paesi per­derà sem­pre più quote sul mer­cato euro­peo e non europeo.

Men­tre l’industria tede­sca pro­duce oggi tanto quanto pro­du­ceva prima della crisi finan­zia­ria, secondo i dati Euro­stat, la Fran­cia ha perso circa il 15% della sua pro­du­zione indu­striale, l’Italia il 30%, la Spa­gna il 35% e la Gre­cia il 40%.

La destra euro­pea si è raf­for­zata anche per­ché mette in discus­sione l’Euro e i trat­tati euro­pei, e per­ché nei paesi mem­bri cre­sce la con­sa­pe­vo­lezza che i trat­tati euro­pei e il sistema mone­ta­rio euro­peo sof­frano di alcuni difetti costitutivi.

Come dimo­stra l’esempio tede­sco, la destra euro­pea non si pre­oc­cupa della com­pres­sione dei salari, dello sman­tel­la­mento dei diritti dei lavo­ra­tori e delle poli­ti­che di auste­rità più severe. La destra vuole tor­nare allo Stato nazio­nale, offrendo però solu­zioni eco­no­mi­che che rap­pre­sen­tano una variante nazio­na­li­stica delle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste e che por­te­reb­bero agli stessi risul­tati: aumento della disoc­cu­pa­zione, aumento del lavoro pre­ca­rio e declino della classe media.

La sini­stra euro­pea non ha tro­vato alcuna rispo­sta a que­sta sfida, come dimo­stra soprat­tutto l’esempio greco.

Atten­dere la for­ma­zione di una mag­gio­ranza di sini­stra in tutti i 19 Stati mem­bri è un po’ come aspet­tare Godot, un autoin­ganno poli­tico, soprat­tutto per­ché i par­titi social­de­mo­cra­tici e socia­li­sti d’Europa hanno preso a modello la poli­tica neoliberista.

Un partito di sinistra deve porre come condizione alla sua partecipazione al governo la fine delle politiche di austerità.

Tut­ta­via ciò è pos­si­bile solo se in Europa prende forma una costi­tu­zione mone­ta­ria che con­servi la coe­sione euro­pea, ma che ria­pra ai sin­goli paesi la pos­si­bi­lità di ricor­rere a poli­ti­che capaci di aumen­tare la cre­scita e i posti di lavoro; anche se la più grande eco­no­mia opera in con­di­zioni di dum­ping salariale.

Pre­sup­po­sto impre­scin­di­bile a que­sto scopo è il ritorno a un sistema mone­ta­rio euro­peo (Sme) miglio­rato, che con­senta nuo­va­mente di ricor­rere alla riva­lu­ta­zione e alla sva­lu­ta­zione. Tale sistema resti­tui­rebbe ai sin­goli paesi un ampio con­trollo sulle rispet­tive ban­che cen­trali e offri­rebbe loro i mar­gini di mano­vra neces­sari per con­se­guire una cre­scita costante e l’aumento dell’occupazione attra­verso mag­giori inve­sti­menti pub­blici, così come per con­tra­stare, tra­mite la sva­lu­ta­zione, l’ingiusto dum­ping sala­riale ope­rato dalla Ger­ma­nia o da un altro Stato membro.

Que­sto sistema ha fun­zio­nato per molti anni e ha impe­dito l’emergere di gravi squi­li­bri eco­no­mici, come ne esi­stono attual­mente nell’Unione europea.

Rivol­gen­domi ai sin­da­cati ita­liani, tengo a sot­to­li­neare che lo Sme non è mai stato per­fetto, domi­nato come era dalla Bun­de­sbank. Ma nel sistema Euro la per­dita del potere d’acquisto delle lavo­ra­trici e dei lavo­ra­tori attra­verso salari più bassi (sva­lu­ta­zione interna) è maggiore.

A me, osser­va­tore tede­sco, risulta molto dif­fi­cile capire per­ché l’Italia uffi­ciale assi­sta più o meno pas­si­va­mente alla per­dita del 30% delle quote di mer­cato delle sue industrie.

Sil­vio Ber­lu­sconi e Beppe Grillo hanno messo sì in discus­sione il sistema Euro, ma ciò non ha impe­dito all’Eurogruppo di imporre il modello delle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste alla poli­tica italiana.

Oggi la sinistra italiana è necessaria come non mai.

La per­dita di quote di mer­cato, l’aumento della disoc­cu­pa­zione e del lavoro pre­ca­rio, con la con­se­guente com­pres­sione dei salari, pos­sono rien­trare nei miopi inte­ressi delle imprese ita­liane, ma la sini­stra ita­liana non può più stare a guar­dare que­sto pro­cesso di de-industrializzazione.

Lo svi­luppo in Gre­cia e in Spa­gna, in Ger­ma­nia e in Fran­cia, dimo­stra come la fram­men­ta­zione della sini­stra possa essere supe­rata non solo con un pro­cesso di uni­fi­ca­zione tra i par­titi di sini­stra esi­stenti ma soprat­tutto con l’incontro di tante ener­gie inno­va­tive fuori dal cir­cuito poli­tico tradizionale.

Solo una sini­stra suf­fi­cien­te­mente forte nei rispet­tivi Stati nazio­nali potrà cam­biare la poli­tica euro­pea. La sini­stra euro­pea ha biso­gno ora di una sini­stra forte in Italia.

Vi saluto calo­ro­sa­mente dalla Ger­ma­nia e vi auguro ogni suc­cesso per il pro­cesso di costru­zione di una nuova sini­stra italiana».



- Oskar Lafon­taine è stato mini­stro delle Finanze della Ger­ma­nia ed è l’ex pre­si­dente del Par­tito social­de­mo­cra­tico tede­sco (Spd) e del Par­tito della Sini­stra (die Linke)

* Fonte: il manifesto

martedì 15 settembre 2015

UN BENVENUTO ALLA "BANDA DEI QUATTRO"

[ 15 settembre]

L'altro ieri davamo conto dell'incontro svoltosi a Parigi il 12 settembre, segnalando l'intervento svolto da Fassina.
Un altro evento, dopo quello della nascita di Unità Popolare in Grecia, di grande importanza. Con Varoufakis, Lafontaine, Melanchon e Fassina, emerge un nuovo segnale di rottura in seno alla "sinistra radicale" —se non altro col dogma della moneta unica.
Qui sotto il video degli interventi dei quattro.
Più sotto ancora il loro documento congiunto, con i suoi punti forti (che abbiamo sottolineato in rosso) e i suoi punti deboli (che abbiamo sottolineato in verde), ovvero un molto velleitario e confuso "Piano A" per salvare l'Unione europea.
Al netto dei suoi limiti questo documento sta diverse spanne sopra alla miseria dello tsiprismo. La "banda dei quattro" annuncia per dicembre un summit europeo per un "Piano B". Ci saremo per dire la nostra, e per cercare di unire le forze
Ora vi chiederete: "Che ci fa Stefano Fassina assieme ai Vendola, ai Ferrero, ai Viale, ai Revelli & C.?" Beh, questo chiedetelo a lui.


UN PIANO B PER L'EUROPA

«Il 13 luglio scorso, il governo democraticamente eletto di Alexis Tsipras è stato messo in ginocchio dall’Unione Europea.
“L’accordo” del 13 luglio è stato in realtà un coup d’état, messo in atto attraverso la chiusura delle banche greche provocata dalla Banca centrale europea, con la minaccia che non sarebbero state riaperte finché il governo non avesse accettato una nuova versione di quel fallimentare programma. Il motivo? L’Europa ufficiale non poteva tollerare che un popolo prostrato dalle sue politiche di austerità auto-distruttiva osasse eleggere un governo determinato a dire “No!”.

Ora, con più austerità, più svendite di beni pubblici, con politiche economiche sempre più irrazionali e politiche sociali improntate ad una sfacciata misantropia di massa, il nuovo Memorandum può servire solo a peggiorare la Grande Depressione in Grecia e a consentire che la ricchezza della Grecia sia saccheggiata a vantaggio di interessi privati interni ed esterni.

Da questo golpe finanziario dobbiamo trarre una lezione. L’euro è diventato uno strumento di dominio economico e politico da parte di un’oligarchia europea che si fa schermo del governo tedesco, ben contenta di lasciare alla cancelliera Merkel il lavoro sporco che gli altri governi non sono capaci di compiere. Questa Europa genera soltanto violenza nei paesi e tra di essi: disoccupazione di massa, brutale dumping sociale e insulti contro la periferia europea, attribuiti alla leadership tedesca ma in realtà ripetuti a pappagallo da tutte le élite europee, incluse quelle della stessa periferia. In questo modo, l’Unione europea alimenta l’avanzata dell’estrema destra e rende impossibile in Europa il controllo democratico sulla produzione e la distribuzione della ricchezza.


Che l’euro e l’UE difendano gli europei dalla crisi è oggi un’affermazione pericolosamente falsa. È un’illusione credere che gli interessi dell’Europa possano essere protetti entro la gabbia di ferro delle regole di governance dell’eurozona ed entro i Trattati vigenti. 

L’approccio Hollande-Renzi, comportarsi come studenti modello, o piuttosto prigionieri modello, è una forma di resa che non porterà nemmeno alla clemenza. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, lo ha detto chiaramente: “non può esserci scelta democratica che vada contro i trattati europei”. È la versione neoliberista della dottrina della sovranità limitata inventata da Breznev nel 1968: allora, i sovietici repressero la primavera di Praga con i carri armati; questa estate, l’UE ha represso la primavera di Atene con le sue banche.

Siamo determinati a rompere con questa Europa. È la condizione primaria per ricostruire la cooperazione tra i nostri popoli e i nostri paesi su nuove basi. Come possiamo mettere in atto politiche di redistribuzione della ricchezza, di creazione di opportunità di lavoro dignitoso, specialmente per i giovani, di transizione ecologica, di ricostruzione della partecipazione democratica entro i vincoli di questa UE? Dobbiamo sfuggire alla vacuità e disumanità dei trattati europei vigenti e rimodellarli in modo da levarci di dosso la camicia di forza del neoliberismo, abolire il Fiscal compact e opporci al trattato commerciale con gli Stati Uniti, il TTIP.

Viviamo tempi eccezionali. Stiamo affrontando un’emergenza. Gli stati membri hanno bisogno dello spazio politico che consenta alle loro democrazie di respirare e avanzare soluzioni adeguate alle esigenze nazionali, senza il timore di giri di vite da parte di un Eurogruppo autoritario e dominato dai paesi più forti e dai grandi poteri economici, o da parte di una BCE utilizzata come un rullo compressore, che minaccia di schiacciare i paesi che non “cooperano”, come è accaduto con Cipro e con la Grecia.

Questo è il nostro piano A: lavoreremo nei nostri rispettivi paesi, e insieme in Europa, per una totale rinegoziazione dei trattati europei. Ci impegniamo a sostenere ovunque le lotte dei cittadini europei, con una campagna di disobbedienza civile contro le scelte europee arbitrarie e le “regole” irrazionali, finché tale rinegoziazione non sia ottenuta.

Il nostro primo obiettivo sarà porre fine all’irresponsabilità dell’Eurogruppo. Il secondo sarà rimuovere la finzione di una BCE “apolitica” e “indipendente”, quando in realtà essa è profondamente politica (nella forma più deleteria) e totalmente dipendente dagli interessi delle banche e dei loro rappresentanti politici, pronta come è a reprimere la democrazia con la semplice pressione di un bottone.

Anche i governi che rappresentano gli interessi dell’oligarchia europea, e che si nascondono dietro a Berlino e Francoforte, hanno un loro piano A: non cedere alla domanda di democrazia dei popoli europei e agire in modo brutale per piegare la loro resistenza. Lo abbiamo visto in Grecia lo scorso luglio. Come sono riusciti a strangolare il governo greco, democraticamente eletto? Dotandosi di un piano B: espellere la Grecia dall’eurozona nelle peggiori condizioni possibili, distruggendo il suo sistema bancario e uccidendo la sua economia.

Di fronte a questo ricatto, anche noi abbiamo bisogno di un nostro piano B, da opporre al piano B delle forze più reazionarie e anti-democratiche. Per rinforzare la nostra posizione negoziale di fronte a politiche brutali che sacrificano gli interessi della maggioranza per favorire un’esigua minoranza. Ma anche per riaffermare il semplice principio che l’Europa è per gli europei, e le valute sono strumenti per promuovere la prosperità diffusa, non strumenti di tortura o armi per uccidere la democrazia. Se l’euro non potrà essere democratizzato, se insisteranno nel volerlo usare per strangolare i popoli, ci leveremo e, guardandoli negli occhi, diremo loro: “fatevi avanti, le vostre minacce non ci spaventano”. Troveremo un modo per assicurare che gli europei abbiano un sistema monetario che operi a loro vantaggio, non contro di loro.

Il nostro piano A per un’Europa democratica, supportato da un piano B che mostri ai poteri costituiti che non possono indurci alla sottomissione spaventandoci, è inclusivo e fa appello alla maggioranza degli europei. Ciò richiede un elevato livello di preparazione. Gli aspetti tecnici saranno definiti nel confronto reciproco. Molte idee sono già sul tavolo: l’introduzione di sistemi di pagamento paralleli, valute parallele, digitalizzazione delle transazioni, sistemi di scambio complementari community based, fino all’uscita dall’euro e la sua trasformazione da moneta unica in moneta comune.

Nessun paese europeo può operare per la propria liberazione in modo isolato. La nostra visione è internazionalista. Anticipando ciò che potrebbe accadere in Spagna, Irlanda – forse, a seconda di come evolverà la situazione, nuovamente in Grecia – e in Francia nel 2017, abbiamo bisogno di lavorare insieme concretamente al piano B, tenendo conto delle diverse caratteristiche di ciascun paese.

Proponiamo pertanto la convocazione di una conferenza internazionale sul piano B per l’Europa, aperta a chiunque sia disponibile, cittadini, organizzazioni ed intellettuali. La conferenza può aver luogo in tempi ravvicinati, già a Novembre 2015. Inizieremo il percorso sabato 12 settembre, durante la Fête de l’Humanité a Parigi. Unitevi a noi!»

Stefano Fassina, parlamentare, ex vice-ministro dell’economa e finanze (Italia)
Oskar Lafontaine, ex ministro delle finanze, fondatore del partito Die Linke (Germania)
Jean-Luc Mélenchon, parlamentare europeo, co-fondatore del Parti de Gauche (Francia)
Yanis Varoufakis, parlamentare, ex ministro delle finanze (Grecia)

venerdì 11 settembre 2015

LE VIE DEL SIGNORE (NON) SONO INFINITE di Piemme

[ 11 settembre ]

Eppur si muove...

Il dramma della capitolazione di SYRIZA e di Tsipras, come abbiamo già segnalato, ha terremotato la sinistra altreuropeista.
L'Unione europea non è riformabile, l'euro è una moneta fasulla, l'egemonia tedesca ci porta verso il baratro... 

Queste idee, fino a ieri condannate all'esilio ( a sinistra), ogni giorno guadagnano terreno, si fanno largo nel vuoto pneumatico dell'altreuropeismo il quale è diventato oramai "tsiprismo", difesa ad oltranza della capitolazione —vedi le posizioni vergognose di Rifondazione e di Sel, che assieme ad altri rimasugli hanno resuscitato la Brigata Kalimera per andare ad Atene il 20 settembre a celebrare (questa volta) i funerali di Tsipras. 
E con Tsipras han deciso di spiaggiarsi...

Di contro ai fondamentalisti dello tsiprismo, ovvero agli alfieri della capitolazione, dicevamo che si stanno smarcando, a livello europeo, pezzi da novanta dei partiti della "sinistra radicale", primo fra tutti Oskar Lafontaine.

E' un fatto positivo? Sì lo è.

Ne è la riprova l'evento [vedi immagine sopra] che avverrà in seno alla Festa dell'Humanité (ovvero del Partito comunista francese) che si svolge in questi giorni a Parigi.

Luogo quantomeno singolare, visto che il Pcf si è attestato sulla prima linea del blocco degli alfieri della capitolazione o fondamentalisti dello tsiprismo.

Ma in questa festa il Parti de Gauche di Jean-Luc Mélenchon —principale partito del francese Fronte di sinistra oramai andato in pezzi— ha un suo spazio, spazio nel quale domani 12 settembre si svolge un incontro che merita di essere menzionato. Ci saranno oltre a Mélenchon, Yanis Varoufakis, Oskar Lafontaine, e Stefano Fassina.

Sappiamo che i nostri amici francesi andranno e qualcosa di questo confronto sapremo, e scriveremo.

Non ci dispiace nemmeno che Stefano Fassina (per il quale, come i lettori sanno, nutriamo una certa simpatia) sia tra i protagonisti dell'incontro parigino.

Però una domanda a Stefano Fassina vorremmo rivolgergliela: perché mai, dato che pensi che quest'Unione è irriformabile, hai deciso di partecipare, con Sel, Rifondazione e i rimasugli dell'Altra Europa con Tsipras, a resuscitare il morto di un partito che fa dell'europeismo un dogma? Perché hai deciso di fare il grillo parlante in quel carrozzone? Perché la parte di anima bella tra gli zombi?

Chissà che l'incontro di Parigi non lo aiuti a ricredersi....

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