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domenica 21 aprile 2019

ROMPERE GLI SCHEMI di Dino Greco

[ 22 aprile 2019 ]
Da sinistra: Stefano Fassina, Leonardo Mazzei, Dino Greco, Fabio Frati, Domenico Moro e Bruno Steri

Di seguito l'intervento svolto da Dino Greco del Cpn di Rifondazione comunista, alla tavola rotonda LA SVOLTA POPULISTA: UN ANNO DI GOVERNO GIALLO-VERDE, con Leonardo Mazzei, Stefano Fassina, Domenico Moro, Bruno Steri, svoltasi a Roma sabato 13 aprile in occasione del convegno “Eurexit, quali strategie per la liberazione”. Il giudizio severissimo sul governo giallo-verde nulla toglie all'alto spessore politico e teorico della prolusione di Greco.


Operai e padroni uniti nella lotta


Lo stato tutt’altro che rassicurante delle cose è ben rappresentato dal grottesco appello congiunto sottoscritto da Cgil- Cisl-Uil in vista delle elezioni europee.
In esso si legge, testualmente:
L’Ue è stata decisiva nel rendere lo stile di vita europeo quello che è oggi. Ha favorito un progresso economico e sociale senza precedenti con un processo di integrazione che favorisce la coesione fra Paesi e la crescita sostenibile. Continua a garantire, nonostante i tanti problemi di ordine sociale, benefici tangibili e significativi, nella comparazione internazionale, per i cittadini, i lavoratori e le imprese in tutta Europa”.
E ancora:
La risposta non è battere in ritirata, ma rilanciare l’ispirazione originaria dei Padri e delle Madri fondatrici, l’ideale degli Stati Uniti d’Europa (…)”.
Per fare cosa? Ecco qua: per contrastare “quelli che intendono mettere in discussione il Progetto europeo, vogliono tornare all’isolamento degli Stati nazionali, alle barriere commerciali, ai dumping fiscali, alle guerre valutarie, richiamando in vita gli inquietanti fantasmi del Novecento”.
Insomma, viene da chiosare: “padroni e lavoratori uniti nella lotta”. Manco a dirlo, “per la competitività internazionale”.
Leonardo Mazzei

Questo perfetto manifesto della subalternità del sindacato al capitale (giustamente ripreso con enfasi da Il sole 24 ore) che mi autoassolvo dal commentare, dà l’idea di quanto sia esteso il perimetro dentro il quale si è consumato — prima in modo camuffato, ora del tutto esplicito — il consenso alle politiche liberiste, all’ordoliberismo, al quale coerentemente non si oppone lo straccio di una mobilitazione proprio da parte dei soggetti sociali che se la dovrebbero intestare, che ne dovrebbero essere i protagonisti.

Ho iniziato da qui — prima ancora di prendere per le corna la cialtroneria del governo giallo-verde — perché credo che il primo avversario contro cui combattiamo una sin qui inane battaglia sia il continuo richiamo al realismo che secondo la vulgata corrente dovrebbe indurci a non spingere il pensiero oltre la realtà data. Ma, come diceva un vecchio partigiano delle mie parti, “il realismo è la virtù di chi ha la pancia piena”, cioè di coloro che non disprezzano ciò che garantisce loro con generosità questa valle di lacrime.

Il fatto è che se vuoi cambiare le cose (o almeno provarci) devi compiere lo sforzo, prima di tutto intellettuale, di negare il carattere pratico-inerziale della realtà codificata dentro dogmi di fede, amministrati da sacerdoti che ne custodiscono il culto, brandito come una clava contro chiunque vi si opponga.

Oggi incontriamo un vero e proprio fuoco di sbarramento di giudizi (o, piuttosto, di pregiudizi) che in quanto verità rivelate paralizzano la ricerca ed esercitano una funzione disciplinare, inibitoria, sui nostri pensieri.

Oltre la UE il precipizio?


Quando provi a liberarti di queste catene, di queste brache di ferro, scattano gli anatemi e le condanne per apostasia. E partono a palle incatenate le grida all’estremista, al populista, al sovranista. E’ lo scatenamento sgangherato di tutti gli “ismi” che serve solo a screditare ogni forma di disobbedienza.

Per cui anche la rivendicazione della sovranità popolare, sancita dall’articolo 1 della Costituzione ma usurpata dai trattati europei, diventa sospetta di infezione sovranista, destinata a sconfinare nello sciovinismo nazionalista, razzista e tendenzialmente guerrafondaio.
Il compagno Dino Greco durante la sua prolusione

Il tutto condito con apocalittiche previsioni delle piaghe bibliche che si abbatterebbero sul continente ove la formazione economico-sociale capitalistica europea fosse scossa nelle sue fondamenta.

Coloro che non riescono ad azzeccare una previsione neppure nel brevissimo periodo descrivono con assoluta certezza e ricchezza di dettagli quali e quante sciagure si abbatterebbero su di noi se l’architettura finanziaria che tiene insieme l’Ue si dissolvesse.

Insomma, il messaggio è chiaro: oltre le Colonne d’Ercole dell’Ue c’è il precipizio.
Così si diffonde ad arte la paura. Ed è chiaro che se la paura prende il sopravvento non c’è modo di discutere. Perché con i fantasmi non si discute: se ci si crede si scappa.

Ai procuratori di profezie che si autoavverano basterebbe in realtà ricordare che le peggiori pulsioni nazionalistiche, razziste e parafasciste (a partire da quelle di casa nostra) hanno trovato un fertilissimo terreno su cui attecchire proprio nella retorica europeista che si risolve – nel migliore dei casi - in un impotente canto alla luna e nell’invocazione di un dover essere disincarnato e privo di mordente.

Se non ti dichiari “euroinomane”, secondo una graffiante immagine di Moreno Pasquinelli, sei subito sospettato di appartenere al genio guastatori che vorrebbe rovesciare all’indietro il corso della storia e distruggere ogni sentimento europeista.

Rompere gli schemi


Quindi, la prima cosa da fare è quella di riabilitare, di rimettere in circolazione un pensiero critico.

Intendo, per pensiero critico, un pensiero capace di rompere continuamente gli schemi dell’esperienza, un pensiero a suo agio nelle situazioni fluide, nelle quali gli altri fiutano solo dei pericoli, capace di giudizi autonomi e indipendenti, che rifiuta il codificato, che manipola oggetti e concetti senza lasciarsi irretire dai conformismi.

Sino ad ora ci si è tratti d’impaccio con la parola d’ordine che tuona: “disobbedire ai trattati!”. Ma, a conti fatti, non si è capito in cosa consista, concretamente, questa disobbedienza.

Forse ricorderete quello sketch televisivo dove una splendida Virginia Raffaele nei panni di Maria Elena Boschi rispondeva al giornalista che la intervistava chiedendole “concretezza”, facendo delle bolle di sapone.
Ecco: noi non possiamo ridurci a fare delle bolle.
Prima o poi bisognerà venire in chiaro e compiere una vera operazione di realismo, che non può significare altro che questo: compiere delle scelte, prevederne le conseguenze e assumersene la responsabilità.

Fantasticare su una Ue che si affranca dal grande capitale, speculativo e usuraio, e che si trasforma nel suo opposto, che si muta da brutto anatroccolo in cigno è una velleità ingenua o — peggio — un puro artifizio retorico.
Da sinistra: Domenico Moro e Bruno Steri
Come lo è l’attesa millenaristica di una palingenesi dei popoli che all’unisono dovrebbero affrancarsi dal giogo.

Il fatto è che la rottura non può che avvenire per atti unilaterali, oppure non sarà.
Paradossalmente, se esiste una possibilità che l’Ue cambi, questa passa proprio attraverso questa pars destruens.

Per venire al tema di più stringente pertinenza che ci è stato proposto, voglio dire, per gli aspetti generali, una sola cosa.

Un governo senza strategia


Al netto del grottesco quotidiano, del susseguirsi di situazioni da commedia dell’assurdo (talvolta sembra di essere proiettati nel film Hellzapoppin), l’azione di governo, continuamente rinegoziata fra i due contraenti, si situa all’interno di una traiettoria neoliberista che l’Italia segue dagli anni Novanta.

Nessuno dei due partiti ha mai elaborato una strategia globale e coerente in materia di politica economica.

Questo al netto delle porcherie architettate su questioni rilevantissime, come la stretta repressiva verso tutte le manifestazioni di conflitto sociale (dalla previsione del carcere fino a sei anni per gli autori di blocchi stradali fino al ricorso al Daspo politico).
Se oggi i sindacalisti facessero il loro dovere invece che chiacchiere, con questa scure repressiva sul collo non ce ne sarebbe più uno a piede libero. E poi l’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, la chiusura degli Sprar, lo smantellamento di tutti i campi Rom, la lotta senza quartiere alle Ong, la propensione apertamente clerico-fascista, omofoba e antifemminista che vive nella concezione della famiglia e che si incarna in pdl come quello che ha come primo firmatario Simone Pillon e come partners altrettanti firmatari del M5S; oppure il cambiamento del codice antimafia relativo all’incandidabilità degli esponenti politici condannati o indagati per reati di apologia del fascismo e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa (legge Mancino, legge Scelba). E via regredendo nella cultura fascista o criptofascista che scorre forte, in particolare nelle vene del caporione leghista con pesanti effetti di contagio.

Oggi, però, vorrei occuparmi di un altro aspetto della politica del governo, quello che nelle fasi concitate del suo insediamento, pareva essere caratterizzato dalla volontà di sottrarsi alla logica dei diktat dell’Ue e dei memorandum della banca centrale, ai vincoli di spesa imposti dai trattati (da Maastricht al Fiscal compact, passando per l’inserimento dell’obbligo al pareggio di bilancio in Costituzione).

Così si leggeva nel ContrattoM5S-Lega:
“L’azione di governo sarà mirata a un programma di riduzione del debito pubblico non già per mezzo di ricette basate su tasse e austerità, politiche che si sono rivelate errate ad ottenere tale obiettivo, bensì per il tramite della crescita del Pil, attraverso la ripartenza della domanda interna e con investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostegno al potere d’acquisto delle famiglie (…) scorporando la spesa per investimenti pubblici dal deficit corrente in bilancio”. Tutto ciò attraverso “la ridiscussione dei Trattati dell’Ue” e “un appropriato ricorso al deficit”.
E ancora:
“Nell’attuale contesto e alla luce delle problematicità emerse negli ultimi anni, risulta necessaria una ridiscussione dei Trattati dell’Ue e del quadro normativo principale”. “Con lo spirito di tornare all’impostazione pre-Maastricht (…) si ririene necessario rivedere l’impianto della governance economica europea (politica monetaria unica, Patto di stabilità e crescita, fiscal compact, Meccanismo europeo di stabilità, etc.) attualmente basato sul predominio del mercato e sul rispetto divincoli stringenti dal punto di vista economico-sociale”.
Per così concludere:
“Ci si impegna al superamento degli effetti pregiudizievoli per gli interessi nazionali derivanti dalla direttiva Bolkenstein”.“Per quanto concerne Ceta, MESChina, TTIP e trattati di medesimo tenore intendiamo opporci in tutte le sedi”.
La capitolazione seguita alla vicenda Savona e l’invasione di campo del presidente della Repubblica autopromossosi  nel ruolo di pretoriano dell’Ue era un segno premonitore di ciò che sarebbe accaduto in seguito.

Dalla Grecia all'Italia



E’ accaduto che il ‘Governo del cambiamento’ ha ritirato la mano e con la rapidità del baleno, di fronte alla minaccia di sanzioni, ha ridimensionato tutte le proprie misure simbolo, sino a renderle simulacri dell’impostazione originaria. E ciò al fine di rientrare ordinatamente nelle formule auree del rapporto deficit/pil e debito/pil.
Stefano Fassina mentre interviene
Sicché, dopo tanto parlare, lord Mynard Keynes e mezza Costituzione continuano ad essere messi al bando, fuori legge: la mano pubblica, lo Stato, non possono fare investimenti in deficit e tutto l’avanzo primario deve servire ad estinguere (a ridurre) gli interessi sul debito e, progressivamente, il debito medesimo.
L’esproprio di sovranità popolare rispetto a temi cruciali della politica economico-sociale continua imperterrito ad essere la stella polare che trascina le scelte concrete, oltre le chiacchiere rituali e i proclami propagandistici.

In questi giorni assistiamo all’ennesimo psico-dramma: il meccanismo delle “clausole di salvaguardia” è chiarissimo nella sua ferocia: o si reperiscono le risorse a copertura della tenuta dei conti pubblici, oppure si imporrà, automaticamente, un innalzamento delle aliquote Iva, la tassa più piatta e iniqua che ci sia.
Per evitarlo, restando nella cornice data, il governo dovrà varare una terrificante manovra anti-sociale. La “spada di Brenno” dell’Ue è pronta a calare sul Belpaese.

Ecco allora venire in chiaro che la retorica del battere i pugni sul tavolo (inaugurata da quel finto castigamatti che fu Matteo Renzi) non sposta le cose di un millimetro.
Perché la vera decisione politica riguarda cosa dire e — soprattutto — cosa fare quando l’establishment europeo ti ride in faccia, esattamente come fece con la Grecia.

Ricorderete l’ultimo confronto che si svolse fra i due ministri delle finanze, il greco Varoufakis e il tedesco Wolfgang Schäuble. Era in corso il referendum con il quale il popolo greco doveva decidere cosa rispondere alle minacce dell’Ue e Varoufakis disse che il governo greco si sarebbe attenuto a quel responso. La risposta di Schäuble fu che, qualunque fosse stato l’esito di quel voto, nulla sarebbe cambiato perché le cose da fare sarebbero rimaste inesorabilmente le stesse. Come a sancire la perfetta inutilità del voto, la totale indifferenza per la democrazia, la messa in mora della sovranità del popolo greco e, a futura memoria, di tutti i popoli europei.

Ovviamente, con qualche differenza di merito, perché il Programma di Salonicco — infrantosi contro il ricatto dell’Ue — era ben altra cosa, socialmente e politicamente, dal contratto di governo M5S-Lega.

In comune le due vicende hanno la totale sottovalutazione della situazione, l’incapacità di comprendere la non riformabilità dell’Ue.

Insomma, un conto è raccontare balle, un altro è scontrarsi sul serio con i poteri forti. Dove, se non vuoi soccombere, come è capitato a Syriza, devi sapere ipotizzare una via d’uscita, certo non indolore, ma la sola capace di non innescare l’ennesima coazione a ripetere.
Non poteva certo farlo una coalizione politica che è del tutto interna ai poteri dominanti, costituendone semmai una variante, presto addomesticabile: una parte del problema, non della soluzione.

Nessuna illusione


Se vuoi davvero produrre un salto di paradigma devi essere in grado di reggere lo scontro frontale.

Per dirla con Costas Lapavitsas, devi sapere che lo scontro di classe diventerà durissimo e che devi avere in testa una via di fuga che contempli misure drastiche.

Prima di tutto la protezione dei salari attraverso la reintroduzione di uno strumento di indicizzazione delle retribuzioni. Si dovranno assumere misure di controllo dei movimenti di capitale; si dovrà riprendere il controllo della moneta e procedere a nazionalizzazioni dei più importanti asset strategici, cancellare il vincolo, divenuto costituzionale, del pareggio di bilancio e promuovere un piano del lavoro di grande impatto sociale, tale da rilanciare l’obiettivo della piena occupazione, attraverso investimenti pubblici in deficit accompagnati da una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.
Nessuna di queste misure è socialista, ma si inscrive sicuramente nell’alveo della Costituzione.

Bisogna decidere: o sopravvive la Costituzione e si ripudiano i trattati europei o succede, come sta avvenendo, l’esatto contrario.
Perché un simile scenario possa affermarsi, scongiurando una rottura dell’Ue da destra, occorre rilanciare il conflitto di classe. Solo una scesa in campo delle forze del lavoro può redistribuire le carte alla politica e rovesciarne l’indirizzo di fondo. Senza la qual cosa il nostro “incalzare il governo” si ridurrebbe alla moral suasion di sparuti gruppi
intellettuali.

Non bisogna farsi illusioni sulla possibilità che il governo in carica sia disposto ad entrare in rotta di collisione con i poteri forti.

Provo a spiegarmi meglio con un esempio.
Quando, come in questi giorni, Confindustria ha tuonato contro “quota 100”, che in effetti è la migliore fra le misure adottate dal governo giallo-verde, c’è chi ha creduto di vedervi l’indizio di una propensione sociale della compagine. Anche se, vale la pena di ricordarlo, la promessa di liquidare la legge Fornero era ben altra cosa: infatti resta la pensione di vecchiaia a 67 anni; resta il requisito contributivo dei 43 anni e 10 mesi per gli uomini e dei 42 anni e 10 mesi per le donne per accedere a quella che senza senso dell’umorismo viene chiamata pensione anticipata; resta l’infernale meccanismo che in base al presunto allungamento dell’attesa di vita sposta l’asticella in alto ogni due anni. E la stessa formula, “quota 100”, nasconde il fatto che il solo incastro possibile è quello fra l’età anagrafica a 68 anni e quella contributiva a 32.

Tornando a Confindustria, è noto — o dovrebbe esserlo — che i padroni hanno sempre perseguito due obiettivi ritenuti essenziali: potere licenziare ad libitum, se non ad nutum, e protrarre più avanti possibile l’accesso alla pensione, sebbene il costo relativo sia interamente pagato dal salario differito e non estratto dalle loro tasche.
Quanto al costo dell’assistenza ai disoccupati, neppure questo è un problema per il capitale che non scuce un quattrino essendo gli oneri a carico della fiscalità generale, dunque una mera partita di giro fra poveri.

Ancora Von Hayek e Milton Friedman


Di più. L’esistenza di una quota di disoccupazione strutturale è sempre stata considerata dal capitale utile e necessaria al fine di tenere bassi i salari, mentre la povertà estrema potrà essere messa in carico allo Stato con qualche misura ad hoc.
Del resto, lor signori sono sempre riusciti a buttare qualche osso nel recinto dei poveri.

Da Von Hayek a Milton Friedman ha furoreggiato la tesi secondo cui la ricchezza dei ricchi fa scendere dalla tavola qualche briciola di cui anche i poveri possono nutrirsi. E’ la teoria “idraulica”, in base alla quale rimpinzare i ricchi fa alzare tutte le barche, mentre in realtà, come scriveva il compianto Luciano Gallino, “fa alzare solo gli jacht”.

I padroni oggi vanno sul sicuro: Salvini garantisce loro la tassa piatta. Non è detto che ci riesca, ma l’intenzione è quella.
Per questo i padroni non sono mai stati ostili ad una qualche (purché modesta) forma di reddito scollegata dal lavoro, variante appena più sofisticata delle leggi vittoriane sulla povertà.

Oggi è di gran moda parlarne, con un profluvio di proposte e di denominazioni .

C’è la versione del M5S, che una volta passata nel tritacarne dell’Ue ha assunto contorni desolanti che la rendono per molti un miraggio:
-     - la norma discriminatoria anti-immigrati
-     - il reddito familiare come reddito di riferimento
-     - il lavoro obbligatorio
-     - l’accettazione di una fra 3 offerte congrue di lavoro (dove "lavoro congruo" è anche quello a termine di tre mesi) dovunque venga proposto, dopo 6 mesi in un raggio di 250 km e in seguito su tutto il territorio nazionale
-     - le clausole rescissorie che vincolano l’intero gruppo familiare
-     - il controllo sulle spese del beneficiario
-     - il lauto contributo ai padroni che dovessero assumere (per almeno 24 mesi) un beneficiario del RdC che potrà in seguito essere licenziato grazie al “contratto a tutele crescenti” che M5S e Lega si guardano bene dal modificare.

Ora, non c’è forza politica o soggetto sociale che non abbia inventato una qualche forma di reddito scollegata dal lavoro.
Si tratta di proposte motivate nel modo più diverso, alcune hanno grande dignità e io non vorrei peccare di ingenerosità nel mio giudizio.
Enumerando: c’è il Reddito di cittadinanza del M5S, ma anche quello, di impostazione del tutto diversa, di Andrea Fumagalli; c’è il Reddito di inclusione del Pd; c’è il Reddito di autodeterminazione di Non una di meno, c’è il Reddito di continuità della Cgil.

Chi ti da la cittadinanza?


Ebbene, tutte queste ipotesi di reddito di base hanno in comune il fatto di essere messe in carico alla fiscalità generale (a nessuno che venga in mente di fare pagare qualcosa ai padroni!) e di avere introiettato (anche se si tende con vari espedienti a negarlo) che la disoccupazione è un fatto ineluttabile e che non ci sono strumenti e strategie per combatterla.

Per dirla con Giovanna Vertova: 
“Il RdC è una proposta di redistribuzione che non va ad intaccare le cause della diseguaglianza di reddito e ricchezza, della precarizzazione del lavoro, della povertà e delle condizioni di vita insostenibili. Il RdC vorrebbe, semplicemente, mitigarne gli effetti nefasti. Misure come il RdC possono rendere più sopportabile precarietà e disoccupazione nel breve periodo, ma non le eliminano”. Semmai le cristallizzano e le congelano”, perché rifiutano di intervenire sulle cause.
Insomma, il reddito non ti dà la cittadinanza: la cittadinanza te la dà il lavoro, che non è solo il corrispettivo di una remunerazione, ma un elemento costitutivo della personalità umana (art.4 della Costituzione).

Non a caso, ciò che per i padroni, per il sistema è davvero inaccettabile sono, all’opposto, due cose:
-      - la piena occupazione (da realizzarsi attraverso cospicui investimenti della mano pubblica) che aumenta la forza dei lavoratori e fa lievitare i salari;
-      - la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario (che interviene nei rapporti di produzione e riduce il saggio di profitto).

Solo così i favolosi incrementi della produttività generati dalle nuove tecnologie diventano una risorsa dell’umanità e non una sciagura generatrice di disoccupazione e di disuguaglianza.

Nessuno di questi obiettivi è perseguito dal governo in carica come da quelli che lo hanno preceduto. Agli uni e agli altri è del tutto estraneo un simile salto di paradigma.
Tocca a noi compierlo e renderlo credibile.

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venerdì 18 agosto 2017

IN DIFESA DEL MARXISMO di Dino Greco

[ 18 agosto 2017 ]

Dino Greco sottopone ad esame critico il breve saggio Sinistra transgenica pubblicato giorni or sono su SOLLEVAZIONE.
Fedeli alla massima che per cambiare occorre agire, ma prima di agire occorre pensare, siamo ben lieti di consegnare la critica di Dino ai nostri lettori. 




Cari compagni,

scusandomi per l’eccessivo schematismo provo a mettere in fila alcune considerazioni sul breve ma importante saggio di Moreno Pasquinelli, “Sinistra transgenica”, che mi pare contenga il nocciolo duro, il fondamento teorico e il presupposto politico della Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN).

Rovesciando l’ordine del discorso di Moreno, comincio dal tema “cruciale” che per me come per voi è il progetto su cui far nascere una soggettività sociale e politica capace di mettere sul serio (e non per finta) in discussione l’ordine delle cose presente.

Quella che nella vulgata corrente, per uno di quei paradossi che la storia talvolta ci riserva, continua a chiamarsi (e ad essere chiamata) sinistra, credo abbia da tempo superato lo stadio della manipolazione transgenica.
Qui si è perfettamente compiuta una totale mutazione.
Del ceppo originario non vi è più la ben che minima traccia. Questo è talmente vero che le classi dominanti usano la “destra” e la “sinistra” politica indifferentemente, solo in base a calcoli di convenienza.
Possiamo tranquillamente definirle “destra e sinistra del capitale”.

La tua ricostruzione/decostruzione dell’ideologia progressista, (dalla rinunzia a rovesciare i rapporti di proprietà capitalistici per sostituirvi la mitologia della crescita, all’infatuazione per la sola rivoluzione di cui si può parlare, quella tecnologica, all’astratta declamazione di diritti e valori, in un mondo in cui non esistono più classi, ma solo individui in reciproca concorrenza) non fa una grinza.

Ne deriva che non soltanto il Pd, ma anche i suoi transfughi, di qualunque genia e provenienza, del tutto interni a questa ideologia e – diciamolo – avvinti agli interessi di cui sono espressione, sono per noi come la peronospora per la vite. Igiene mentale, prima che politico, impone che da costoro ci si tenga lontani come da una malattia infettiva.

Quella che invece chiami (e per comodità chiamiamo) la “sinistra radicale”, essa vive davvero, nella sua caleidoscopica frantumazione, un processo di straniamento, essendo il frutto svergolo di un sincretismo culturale che ha fuso in un mix incoerente teorie o pezzi di teorie le più varie, spesso ridotte a vuoti catechismi e a imparaticci ideologici, che mentre hanno svuotato di potenzialità euristica la potente elaborazione dei classici, non hanno saputo dotarsi della strumentazione critica indispensabile per decifrare la struttura complessa del mondo moderno, con categorie non già  bell’e pronte, ma da elaborare analizzando la mutata realtà, come Marx ha sempre raccomandato di fare e come i grandi rivoluzionari, da Lenin a Mao a Gramsci hanno fatto. Solo quando si è conquistato questo bagaglio critico si è potuto tentare di cambiare il mondo e non – parafrasando Marx - solo “le frasi” di questo mondo.

Ebbene, la “sinistra radicale” oscilla dalla recita stucchevole di improbabili vangeli all’improvvisazione che la rende succube e dunque vittima di altrui ideologie e di interessi sociali ben più consapevoli di sé.

L’approdo ad un ingenuo globalismo cosmopolita, la credenza che “porsi al livello del capitale” significhi collocarsi sul terreno da esso scelto per riaffermare il proprio dominio, l’idea che battersi per riconquistare la sovranità popolare, nazionale, non rappresenti che una gravissima capitolazione nei confronti dello sciovinismo nazionalistico della destra fascistizzante, la credenza che il potere – esso sì sovrano – dell’oligarchia capitalistica europea sia contendibile non mettendo in discussione l’architettura monetaristica che ne rappresenta l’instrumentum regni, dicono di quanto carente sia la comprensione di cosa sia la formazione economico-sociale europea, il “blocco storico” che ad essa ha dato vita. E, soprattutto, di quale strategia, essa sì radicale, si debba costruire per abbattere il mostro e per tornare a parlare a quei proletari, a quelle masse diseredate di cui ci si erige, senza sense of humor, a rappresentanti.

Una strategia di patriottismo costituzionale, che ridia significato alla seconda parte dell’articolo 1 (“La sovranità appartiene al popolo”), sorretta da un solido impianto programmatico di classe, è ciò di cui ha bisogno come l’aria la sola sinistra che si può fregiare di questo nome. Il resto sono solo giaculatorie al vento che lasciano il tempo che trovano.

Per quanto riguarda la prima parte del lavoro di Moreno, quella che si riferisce al “teorema fondazionale”, più precisamente al pensiero di Marx, mi permetto qualche sommaria osservazione.

Ogni autore, persino il più lungimirante e acuto – e dio sa quanto Marx lo sia stato – è figlio del suo tempo.
Anche il Moro, malgrado la stupefacente potenza innovativa del suo pensiero, non è immune da condizionamenti culturali (la vulgata positivista, l’evoluzionismo darwiniano, ecc.), ma gli faremmo un torto grave se gli intestassimo una sorta di filosofia della storia, una cosmologia sociale che vaticina l’immancabile trionfo del comunismo e l’uscita dalla preistoria della società umana.

La famosa “Prefazione a per la critica dell’economia politica” del 1859 è stata spesso usata come la prova regina, come la ‘pistola fumante’ che inchioderebbe Marx e ne farebbe il mandante morale del meccanicismo secondo-internazionalista:

“Una formazione sociale non perisce finché si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza”.

In realtà, tutta l’imponente opera di Marx, vista nel suo insieme, dalle opere filosofiche giovanili (pensa a quell’autentico giacimento teorico condensato nelle due paginette che hanno per titolo “Tesi su Feuerbach”) fino alle opere più mature, non è che la confutazione del materialismo meccanicistico, del soggettivismo idealistico e di ogni escatologismo rivoluzionario.

In Marx non c’è nessuna torsione deterministica.
Marx è un pensatore dialettico. Egli ritiene che date determinate condizioni si dia la possibilità di un’azione rivoluzionaria, non la necessità di essa.
L’interazione reciproca fra struttura e sovrastruttura, fra realtà oggettiva e soggetto che operando consapevolmente forza la situazione data è sempre presente in Marx.
Non si capirebbe altrimenti perché egli abbia dedicato l’intera sua vita alla costruzione del partito rivoluzionario.

Lenin rovescia il paradigma (la gramsciana “rivoluzione contro il Capitale”) e applica il suo straordinario genio tattico ad un processo di trasformazione rivoluzionaria nel punto d’Europa in cui il capitalismo è meno sviluppato, immaginando (vale la pena sottolinearlo) che di lì a poco la rivoluzione avrebbe infiammato l’Italia e la Germania e stramazzando di fronte alla successiva constatazione che la Russia sarebbe rimasta sola.

Chiedo: è lecito pensare che l’arretratezza dello sviluppo delle forze produttive e l’inesistenza di un’esperienza di democrazia borghese in quel paese (si passa d'emblée dall’autocrazia semifeudale zarista al socialismo) abbiano fortemente segnato di sé la storia successiva, i tratti dell’esperimento profano, come lo ha definito Rita Di Leo, e segnato, per così dire, una rivincita del Capitale sulla rivoluzione?

A scanso di fraintendimenti: io credo che (al di là di ogni ricostruzione controfattuale di quell’evento epocale) noi dovremo essere eternamente grati a quel pugno di uomini e di donne che hanno provato a scrivere un’altra Storia.

Allo stesso modo, penso che la lezione di Lenin e quella dei Quaderni del carcere di Gramsci sulle ragioni della storica subalternità del proletariato italiano alle classi dominanti e sulle condizioni per una rivoluzione in Occidente - oggi totalmente rimosse anche a causa del drammatico analfabetismo politico che regna sovrano nell’arcipelago comunista - dovrebbero essere ritrascinate a forza nel dibattito politico, insieme al tema centrale della nazione e dello Stato, trattati, per una clamorosa amnesia politica, come cani morti.

Ciò avviene proprio in quanto non si mette più a tema la concreta analisi di come, con quali forze, con quali alleanze, con quale attrezzatura culturale e programmatica organizzare la una seria lotta politica (compresi gli appuntamenti elettorali, purché questi non si trasformino nel feticcio che la sinistra “radicale” tenta di esorcizzare rimanendone poi sistematicamente vittima, in forme che nel tempo hanno prodotto un discreto effetto comico).

Ora, se quella che chiamavamo “classe operaia centrale” si è quantitativamente alquanto prosciugata, mentre se n’è andata evaporando la “coscienza di sé”, da trent’anni a questa parte demolita a colpi di piccone (con il contributo complice del sindacato la cui degenerazione è stata speculare a quella della sinistra post-comunista) è tuttavia aumentato fortemente l’esercito proletario, l’area vasta di coloro che sono oggetto, in varie forme e modalità, dello sfruttamento che estrae dal loro lavoro plusvalore assoluto.

Questo è il nostro démos, oggi balacanizzato e senza guida, a cui offrire una prospettiva, un progetto di riscatto, una ideologia che lo renda coeso, una credibile strategia nella quale identificarsi e per cui tornare a combattere, qui ed ora.

Dovremo farlo nelle forme possibili, con il tanto di coraggio necessario (che non è spregiudicato avventurismo), evitando di rimettere in circolo, nella sinistra che tenta di rinascere, tossine letali.
Dino Greco

Ancora un paio di cose.

La prima.
Quando Moreno parla del processo di americanizzazione che ha snaturato la sinistra storica (del Pci, per intenderci), aprendola ad una progressiva metamorfosi, una sorta di “fuga nell’opposto”, per raccontarla con linguaggio meta-psicanalitico, dice cose vere ma compie un passo della gamba - almeno a me pare - troppo veloce.

So bene che l’uovo del serpente maturava lì dentro.
Ho vissuto personalmente e drammaticamente quella fase, la feroce lotta interna che si svolse nel partito.
Potrei persino indicare le rotture di faglia fondamentali che ne hanno sviato il percorso (una per tutte, a mio avviso la più dirompente: l’XI congresso del ’66, con la vittoria di Amendola e l’abbandono – sebbene mai apertamente dichiarato – della necessità di riforme che intervengano sui rapporti di proprietà, come scritto nel titolo III della Costituzione, non a caso oggetto di un durissimo scontro nel dibattito della Costituente del ’47 la cui attualità dovremmo ricordare).

Insomma, il processo va descritto meglio, in tutti i suoi aspetti, senza semplificazioni o salti arbitrari, non solo per dare a Cesare quel che è di Cesare, ma per capire bene cosa è successo e perché e quale utilità possiamo trarre da un’analisi seria della sinistra italiana dal ’48, dalla promulgazione della Costituzione, alla definitiva liquidazione del Pci.

Questo aiuterebbe a capire proprio perché è da lì, da quella Costituzione, che bisogna riprendere il cammino, senza sconti per nessuno. Con buona pace di coloro che pensano che essa sia un mediocre compromesso borghese e che non vale la pena di impegnarsi per meno della rivoluzione.

La seconda, ovvero, la questione migrante, che ha molte facce e che non si riduce alla questione dell’accoglienza dei profughi.

Ora, Moreno polemizza contro l’accoglienza indiscriminata, ma allora bisognerebbe capire come, con quali risposte e quali politiche si affronta l’esodo consistente (sebbene non di massa come si racconta) che è in corso.
Perché l’esodo, prodotto – per dirlo con una formula sommaria - dei disastri del neo-colonialismo che l’Occidente continua a scatenare, non si ferma.

L’Italia (come l’Europa) lo risolve sostanzialmente – al netto cioè delle chiacchiere pseudo-umanitarie – con i lager, in Libia come in Turchia, come qui da noi.

Se l’approdo naturale degli sbarchi non fossero le nostre coste il nostro governo si comporterebbe esattamente come la Francia, come l’Austria e compagnia cantante.

Parzialmente diverso l’atteggiamento della Germania, ma soltanto perché di fronte a un tasso di disoccupazione frizionale i padroni sanno di dovere rimpiazzare diversi milioni di lavoratori che entro pochi anni usciranno dal mercato del lavoro. E il ricambio autoctono non è sufficiente.
Soltanto per questo Frau Merkel resiste alla crociata xenofoba interna e obbedisce alla richiesta di apertura alla migrazione che viene dalla Confindustria tedesca.
Non un’accoglienza indiscriminata, però: Siriani sì (in quanto più colti e più pronti ad entrare nel circuito produttivo), Iracheni e Sub-Sahariani no.

Quanto al noto refrain, “aiutiamoli a casa loro”, esso rappresenta l’apoteosi dell’ipocrisia perché non c’è nessuno che vi creda, a partire da chi ne fa un uso propagandistico.

Tornando alla vexata quaestio, chiedo a Moreno: in cosa consiste l’accoglienza “discriminata”?

Permettetemi un ricordo.
Nella mia esperienza di sindacalista, quando dirigevo la Camera del lavoro di Brescia, una delle più entusiasmanti esperienze di lotta di classe fu quella che si sviluppò nel 2000 intorno alla richiesta di permesso di soggiorno di migliaia di lavoratori immigrati venuti, come quasi tutti, clandestinamente nel nostro paese e utilizzati “in nero” nell’apparato produttivo bresciano: Senegalesi e Ghanesi in siderurgia, Pakistani nei macelli e nelle aziende alimentari, Indiani Sick nelle stalle industriali, Cinesi nell’indotto delle confezioni in serie.

Non vi fu all’origine nessuna intenzione di realizzare una sorta di mistica culturale, un melting pot fra diverse etnie: il miracolo lo fece la lotta di classe, che per mesi unì i capi delle diverse comunità con i quadri italiani delle maggiori e più combattive fabbriche bresciane, Cgil e centri sociali.

Piazza della Loggia fu occupata per un mese, tenemmo in scacco la polizia che non riuscì ad attuare l’ordine di sgombero del ministero degli interni (c’era il centro-sinistra e titolare del dicastero era il ministro Bianco), si impegnò il recalcitrante governo della città, anch’esso di centro-sinistra, in un confronto permanente, l’intera società bresciana ne fu profondamente scossa.
Vincemmo. Quella lotta straordinaria, che dissolse come neve al sole tutti i pregiudizi e tutti luoghi comuni, culminò con un viaggio in pullman da Brescia a Roma, in pieno Giubileo, sfidando la “zona rossa” che portava al Viminale, squarciando persino l’ostinato silenzio dei media, per imporre la concessione dei permessi di soggiorno.
Ne dovettero concedere 5 mila, consegnati, nella stessa piazza epicentro della lotta, direttamente dai protagonisti di quella battaglia al ritmo di 500 al giorno.
La lotta ebbe come conclusione simbolica la “manifestazione delle rose”, così passata nella memoria collettiva perché i migranti, in particolare le donne, donarono ai passanti, taluni increduli, altri sorridenti, migliaia di rose rosse.
Fu quello il momento di inabissamento della Lega nord che per molto tempo non riuscì più a guadagnare ascolto.

Come Camera del lavoro di Brescia pubblicammo unistant book per ricostruire la storia di quella vicenda, fatto da 5 interviste ad altrettanti migranti che di quella epopea furono i protagonisti e da una bellissima documentazione fotografica.

La morale di questo breve raccontino è che se c’è in campo una soggettività politica e sindacale forte riesci a tenere insieme tutto, puoi dare a tutti, migranti e non, risposte convincenti e non contraddittorie. E la convinzione di un destino comune o di nessun destino si rafforza.
Dove invece la soggettività politico-sindacale latita si scatena inesorabilmente la lotta fra poveri, portatrice di mille e ancora mille divisioni di cui si pasce il potere costituto.
Ma è data un’alternativa?
Continuiamo a discuterne.



venerdì 20 gennaio 2017

LA MEGLIO RIFONDAZIONE CHE C'É. Le "Tesi alternative" di Dino Greco

[ 20 gennaio ]

EURO, UNIONE EUROPEA, SOVRANITÀ NAZIONALE E POPOLARE: LE TESI ALTERNATIVE DI DINO GRECO (nella foto)

Il Comitato politico nazionale del Prc, svoltosi il 14 e 15 gennaio scorsi, ha licenziato i documenti che saranno sottoposti alla discussione degli iscritti in vista del X° Congresso nazionale —che si svolgerà a Spoleto dal 31 marzo al 2 aprile. Di contro al documento della maggioranza capeggiata da Paolo Ferrero— né uscita dell’Italia dall’Ue, né abbandono dell’euro, bensì disobbedienza ai trattati— il compagno Dino Greco (di cui avevamo due anni fa pubblicato le sue posizioni critiche) ha opposto delle Tesi alternative lucide sul piano dell'analisi e pienamente condivisibili sul piano strategico. 
Pubblichiamo qui la «TESI A». Un'altra dimostrazione che c'è vita a sinistra...


L’Europa, l’euro, la lotta contro i trattati europei e l’austerity

«Quando la dissoluzione della sovranità nazionale non mette capo ad una democrazia sovranazionale ma al dominio delle nazioni più forti, la rivendicazione della sovranità non è un regresso agli albori dell’assolutismo, ma un progresso verso la riconquista della democrazia»
(Mimmo Porcaro)

1. Sin dalla metà degli anni Settanta, il capitalismo ha abbandonato ogni velleità prometeica, di progresso universale, e ha rotto il compromesso post-bellico con la democrazia.

Nell’indirizzo al vertice della Commissione trilaterale del giugno ’91, David Rockefeller tracciò con chiarezza la nuova linea: “la sovranità sovranazionale di una élite intellettuale di banchieri mondiali è sicuramente preferibile all’autodeterminazione nazionale dei secoli scorsi”.

Più esplicitamente ancora si esprimerà la banca J.P. Morgan nel maggio del 2013 col noto documento in cui essa “suggerisce” di liquidare “le Costituzioni adottate in seguito alla caduta del fascismo”, poiché troppo permeate dalle idee socialiste, dalla eccessiva presenza di un movimento sindacale organizzato, da un ingombrante sistema di protezione sociale e da un sovraccarico di democrazia.

Per il capitale che si internazionalizza, che abbatte ogni frontiera e non riconosce altro statuto che quello insito nel suo codice genetico, lo Stato-nazione è il nemico da abbattere, perché lì e solo lì possono materializzarsi forze antagonistiche potenzialmente capaci di ostacolare il progetto di sussunzione al capitale di ogni rapporto economico, sociale, umano.

Portare la lotta “al livello del capitale” non significa dunque accettare il terreno di scontro ad esso più favorevole (quello di un’eterea, inafferrabile dimensione sovranazionale, nel nostro caso europea), ma di porsi rispetto ad esso in una posizione asimmetrica, costringendolo a calcare gli stivali nella “palude” degli stati nazionali, nella dimensione territoriale, cioè nei luoghi dove è concretamente possibile – nelle forme date – organizzare il conflitto e la resistenza contro le politiche di austerity.

L’ “unità minima” ove portare il conflitto antagonistico si identifica con lo Stato nazionale perché, nella situazione presente, solo esso può avere la forza di reperire – in piena coerenza con la legge fondamentale della Repubblica - i mezzi finanziari indispensabili per riattivare la mano pubblica, non in un recinto autarchico ma, al contrario, per ostacolare i movimenti destabilizzatori del capitale e aprire nuovi spazi cooperativi internazionali.

Occorre infatti non perdere di vista che l’Ue è prima di tutto la forma politica di un rapporto sociale e, precisamente, di un rapporto sociale imperniato sul dominio del capitale finanziario; l’architettura monetarista che esso ha posto a suo fondamento serve a stabilizzare e “blindare” quel potere.

Siamo cioè di fronte ad una vera e propria ristrutturazione della formazione economico-sociale capitalistica che coinvolge la struttura economica (cioè il modello di accumulazione), i rapporti di proprietà, la sovrastruttura politica e giuridica, i modelli istituzionali ed elettorali e l’ideologia che rende coeso il blocco sociale dominante.

L’ambizioso progetto è quello di liquidare in radice il welfare novecentesco, ridurre i salari a livello di sussistenza, consegnare alla marginalità le forme di aggregazione sociale e politica di impronta classista con l’obiettivo di rendere permanente l’estrazione di plusvalore assoluto dal lavoro vivo, condizione indispensabile in una fase della storia in cui la composizione organica e la stupefacente concentrazione del capitale hanno raggiunto un livello tale da non riuscire a offrire agli investimenti un adeguato rendimento.

Il livello dello stato nazionale e i vincoli costituzionali che ne plasmano la sovranità rappresentano per il capitale un ostacolo da rimuovere in quanto intrinsecamente contraddittori con quel progetto: un progetto non negoziabile perché ne va della stessa missione delle classi dominanti.

2. L’ordinamento comunitario, il combinato disposto dei trattati, è radicalmente antinomico rispetto a quello della Costituzione italiana del ’48 perché sovverte la gerarchia delle fonti del diritto, distruggendo sovranità popolare e indipendenza nazionale. Esso mira a costruire uno spazio economico senza frontiere interne ispirato al “principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”. Aderendovi e applicandone i dispositivi in via esecutiva il parlamento italiano ha sovvertito la gerarchia delle fonti del diritto, generando “norme distruttive ed eversive della stessa Costituzione”.

La Costituzione del ’48 non accoglie né il modello dell’economia di mercato, né il generale principio della libera concorrenza. Anzi: l’articolo 41 afferma con chiarezza che la libertà d’azione dei soggetti economici privati trova il suo limite nei “programmi” e nei “controlli” necessari affinché tanto l’attività economica pubblica quanto quella privata “possano essere indirizzate a fini sociali”.

La Costituzione – in termini di principio e prescrittivi – affida alla mano pubblica il disegno globale dell’economia, esattamente per la ragione che Palmiro Togliatti espose nel dibattito alla prima sottocommissione dell’Assemblea Costituente (1947) intorno al tema delle “Relazioni economico-sociali” e a quello che diventerà poi il Titolo III della Carta. E cioè che “il non intervento dello Stato in una società capitalistica equivale ad un intervento a favore della classe dominante”. Vale a dire “al riconoscimento che chi è più forte economicamente può dettare le condizioni di vita di chi è economicamente più debole”.

Ciò di cui si incarica la Costituzione è di porre un limite cogente all’asimmetria di forza fra capitale e lavoro.

Non occorre essere fini costituzionalisti per capire che l’antinomia fra le due architetture di sistema condurranno ben presto alla totale liquidazione dell’articolo 41 della Costituzione, trasformandolo nel suo rovescio.

Una nuova lettura della Costituzione nel senso del primato del mercato non può non risolversi nello spostamento delle finalità dell’intervento pubblico dalla funzione programmatoria alla funzione di rimozione degli ostacoli al funzionamento del mercato, nella subordinazione dei fini sociali a quelli della remunerazione del capitale (cioè del profitto).

Esattamente come nella teoria liberale classica, lo Stato ha la funzione di assicurare e proteggere da ogni e qualsiasi turbativa la proprietà e il modo capitalistico dell’accumulazione privata.

Così stando le cose, tutti i diritti sociali storicamente conquistati dalle classi lavoratrici diventano, nella loro integralità – primo fra tutti il diritto al lavoro – come altrettanti limiti all’esercizio stesso del diritto di proprietà.

Il diritto alla tutela contro il licenziamento ingiustificato, a condizioni di lavoro sane, sicure, dignitose, la protezione in caso di perdita del posto di lavoro cessano di essere “giuridicamente vincolanti”.

Si spiega così la vicenda ormai famosa della lettera che il presidente entrante e quello uscente della Bce indirizzarono al governo italiano il 5 agosto 2011 (un vero memorandum) in cui si subordinava il sostegno ai nostri titoli del debito all’adozione di varie misure fra cui, in particolare, una riforma della contrattazione collettiva che permettesse di “ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende” e “un’accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti (…) in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi”. Ogni diversa soluzione implicherebbe infatti un’interferenza inammissibile rispetto all’obiettivo di “un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza” che è l’unico possibile assetto compatibile con le finalità stabilite dall’articolo 3 del TUE.

In conclusione: mentre la nostra Costituzione collocava lo Stato – e in esso il lavoro – in una posizione di primazia, attribuendogli potestà rilevantissime in ordine alle decisioni circa cosa, come e per chi produrre, i trattati europei, secondo il dogma liberista, hanno inteso costruire uno spazio retto dalla libera concorrenza.

La Costituzione pretendeva di stabilire un proprio ordine entro il quale costringere la libertà degli affari, l’Ue impone un ordine di libertà per il compimento degli affari.

3. La nostra linea di attacco deve sapere individuare l’anello debole della catena e il punto di maggiore fragilità dell’impianto è l’euro.

Trattati e moneta sono un tutto organico e l’euro svolge una fondamentale funzione di gerarchizzazione fra paesi creditori e paesi debitori, fra sud e nord, appunto attraverso la costruzione forzosa di un’unica area valutaria imposta ad economie del tutto diverse.

L’avere persuaso che la moneta è un elemento neutro nell’assetto capitalistico europeo è uno dei più stupefacenti successi ideologici delle classi dominanti.

Ora, delle due l’una: o disobbedire ai trattati ha un significato concreto, e allora comporta l’uscita dall’euro, oppure la disobbedienza si traduce in un puro atto propagandistico, in attesa di una palingenesi democratica dei popoli che, più o meno all’unisono, dovrebbero ad un certo punto decidere di liberarsi dalle proprie catene.

Se “noi non ci battiamo né per l’uscita dell’Italia dall’Ue, né per l’abbandono dell’euro”, la dichiarata intenzione di mettere in crisi l’Ue “attraverso forzature” si risolve in nulla perché nessun significativo atto di rottura è in realtà nella cifra della nostra politica.

Alle altisonanti affermazioni in base alle quali “l’Ue va rovesciata” in quanto quella gabbia “non è riformabile” dall’interno attraverso logiche emendative e va perciò “spezzata”, corrisponde nella pratica una strategia del tutto priva di mordente perché mentre si limita ad evocare la necessità di un accumulo di forze in vista di un futuro rovesciamento, paventa colossali contraccolpi economico-sociali ove le condizioni di una rottura si realizzassero sul serio in singoli paesi, trascurando che l’exit di un paese forte genererebbe una reazione a catena e la frana dell’intero edificio.

Nella impalpabilità di una linea convincente della sinistra di classe è la destra a candidarsi a ereditare il consenso popolare per indirizzarlo verso esiti reazionari, mentre noi veniamo ignorati o reclutati nel campo di un europeismo malpancista che tuona molto senza mai fare piovere.

“Mettere nel conto” la possibile “autocombustione” dell’euro in forza delle contraddizioni interne ai gruppi dominanti, subirla e basta, significherebbe relegarsi in una posizione di subalternità non recuperabile, a babbo morto, con improvvisazioni tattiche dell’ultima ora.




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domenica 15 novembre 2015

LA LEZIONE GRECA, RIFONDAZIONE E LA SINISTRA ITALIANA di Dino Greco, Ugo Boghetta, Tonia Guerra, Gabriele Gesso, Pasquale Voza

[ 15 novembre ]

Si è svolto il 7 e 8 novembre il Comitato politico nazionale (Cpn) di Rifondazione comunista . Il punto centrale in discussione era il giudizio sulla cosiddetta "Cosa rossa", oramai ufficialmente battezzata, il 7 novembre scorso al teatro Quirino di Roma: "Sinistra Italiana" —che al netto delle adesioni di Fassina e D'Attorre si configura come Sinistra ecologia e libertà allargata.[1] 

Il Cpn del Prc ha quindi approvato a maggioranza un documento che prevede la partecipazione alla fondazione del nuovo partito della sinistra e dunque indice una consultazione tra gli iscritti (dal 1 al 19 dicembre) per decidere se confluire e, cosa decisiva, COME confluire.
In occasione di questo CPN alcuni dirigenti (Dino Greco, Ugo Boghetta, Tonia Guerra, Gabriele Gesso, Pasquale Voza) hanno presentato questo “contributo alla discussione”. Ampiamente condivisibile.

«Tanti e tante, in Europa, avevano riposto molte speranze nella lotta di Syriza. La conclusione, dopo lunghe ed estenuanti trattative, ha lasciato grande delusione. Alla quale tuttavia si unisce anche una certezza: l’Unione Europea, così come si è storicamente formata ed evoluta sotto il dominio del capitale finanziario è sotto ogni aspetto nociva ed irriformabile. Questo trova conferma anche in Portogallo dove alle forze di sinistra, pur avendo la maggioranza degli eletti, è stato preventivamente impedito di candidarsi a governare perchè non coerenti con le politiche dell’Unione.

La tragedia che si abbatte sui migranti è l’ultimo e definitivo sigillo che marchia d’infamia un’Europa prigioniera dell’ipocrisia, del cinismo dei propri governi, incapaci di affrontare le conseguenze di una politica di rapina e di guerre di cui essi portano la piena corresponsabilità. Ed sono ora vergognosamente inermi di fronte ad un esodo drammatico che si svolge fra un’ecatombe di morti, di persecuzioni ed umiliazioni senza quartiere inflitte a milioni di persone in fuga dai propri paesi d’origine ormai devastati, svuotati delle loro forze più vive, consegnati ad un sottosviluppo senza rimedio.

Quella a cui assistiamo con sbigottimento è una vera e propria caduta verticale della civiltà: una caduta che non va solo condannata con giudizi moralistici, ma indagata e compresa nella sua essenza, con l’ausilio delle categorie più penetranti che la nostra cultura ha pure messo a disposizione e che debbono aiutarci ad orientare la nostra azione.

Il fatto è che l’Unione europea è prima di tutto la forma politica di un rapporto sociale imperniato sul dominio del capitale finanziario. La sua architettura monetarista serve a stabilizzare il potere dell’oligarchia liberista che governa l’Europa. E si configura come la specifica risposta strategica del capitalismo continentale (a egemonia tedesca) alla caduta del saggio di profitto e la condizione per riplasmare la conservazione di rapporti capitalistici di produzione fortemente compromessi dalla crisi.

L’ambizioso progetto è quello di liquidare il welfare novecentesco, ridurre strutturalmente i salari a livello di sussistenza, consegnare alla marginalità le forme di aggregazione sociale e politica di impronta classista, rendere strutturale l’estrazione di plusvalore assoluto dal lavoro vivo, condizione necessaria in una fase storica in cui la composizione organica e la stupefacente concentrazione del capitale hanno raggiunto un livello tale da rendere difficile offrire agli investimenti un adeguato rendimento.

Siamo cioè di fronte ad una vera e propria ristrutturazione della formazione economico-sociale capitalistica (nell’accezione marxiana) che coinvolge: la struttura economica, cioè il modello di accumulazione che produce e riproduce il capitale finanziario, parassitario e speculativo; i rapporti di proprietà, attraverso la spoliazione della proprietà pubblica e la messa a profitto tutto ciò che può assumere i caratteri della merce; la sovrastruttura politica, attraverso la sterilizzazione del parlamento, l’annichilimento della democrazia rappresentativa in favore della concentrazione di tutto il potere negli esecutivi e lo stravolgimento del modello elettorale in funzione maggioritaria, bipartitica e in forma tendenzialmente presidenziale; la superstruttura culturale e ideologica, sostenuta da un imponente apparato mediatico che ha sradicato nella coscienza di larghe masse ogni cultura solidaristica, travolta dalla concezione individualistica e iper-competitiva.

L’Unione europea è infine un meccanismo non democratizzabile perché distrugge, deliberatamente e con metodo, il solo soggetto che potrebbe democratizzarla: il lavoro.

L’Unione europea non è nemmeno un soggetto politico che aiuta il multipolarismo e contiene l’espansione Usa: l’approvazione del Ttip rappresenterà il definitivo suggello alla supremazia del profitto sui diritti dei popoli e sulle loro costituzioni, mentre già le guerre commerciali si trasformano in conflitti combattuti sul campo e con le armi in teatri sempre più prossimi a noi.

La sinistra europea deve dunque riflettere a fondo sulla strategia utile per condurre una battaglia credibile ed efficace contro la deriva reazionaria in atto e sottrarsi al rischio di una definitiva subalternità all’ideologia dominante.

La ricerca può e deve essere intrapresa considerando senza pregiudizi tutte le opzioni in campo, sia che si pensi ad una rottura sinergica su scala continentale, sia che si ritengano indispensabili atti unilaterali su scala nazionale.

L’Italia ha molti buoni motivi per rompere l’Unione.

Il primo è la messa in mora della Costituzione, della democrazia, dell’indipendenza nella costruzione delle proprie politiche e dei propri bilanci.

Il secondo è che, sovrapponendosi alle debolezze strutturali della nostra economia, l’Unione si è rivelata una camicia di forza costruita con la deliberata missione programmatica di comprimere i salari, peggiorare le condizioni di lavoro, generare disoccupazione, tagliare la spesa sociale, soffocare la ricerca, gli investimenti e l’innovazione tecnologica e, alla fine, rendere impossibile qualsiasi politica di progresso sociale.

Il terzo è l’ammontare del debito pubblico che stretto nella morsa del Patto di stabilità e del Fiscal Compact, rende impossibile qualsiasi vera politica espansiva.

Senza una svolta nella nostra strategia, la protesta contro l’austerity rischia di essere monopolizzata dalla demagogia parafascista di Salvini e di ridurre la dialettica ad un affare fra la Lega lepenista, il Partito democratico organico al liberismo europeo e l’ambiguo del M5S.

Si tratta allora di costruire un’alleanza sociale e politica ampia tra orientamenti politici diversi per la democrazia, per una politica economica di piena occupazione e per conquistare la centralità politica dei lavoratori, senza la qual cosa l’evoluzione della crisi non potrà che avere un epilogo reazionario.

Il riferimento alla Costituzione del ’48 – lungi dal rappresentare un esercizio di rievocazione nostalgica – è il faro che può illuminare quanto è oggi necessario all’Italia: l’idea di uno Stato fondato su un compromesso democratico aperto a diversi sviluppi dinamici, un’economia mista e tuttavia caratterizzata dal primato dell’interesse sociale e dalla funzione programmatrice della mano pubblica, la riunificazione di tutto il lavoro eterodiretto dentro un quadro di diritti sociali e civili, individuali e collettivi certi e esigibili, il ripristino di una rappresentanza politico-istituzionale fondata su regole di assoluta proporzionalità.

Oggi, visto il volto ferocemente anticostituzionale del liberismo, istituzionalizzato nell’architettura politica dell’Ue, una qualche riedizione di quel compromesso pare l’unico modo per ridare dignità al lavoro ed al paese, gestire la non facile liberazione dal giogo dell’Unione e riaprire una prospettiva socialista. E per costruire una forma di identificazione collettiva che si basi sul riferimento ad una civiltà politica.

La costruzione di una forte alleanza popolare è dunque necessaria contro gli avversari interni, contro la troika, il capitalismo nordatlantico, di cui siamo alleati subalterni, che non sopporta le costituzioni antifasciste e nessuna sovranità al di fuori di quella statunitense.

Tutto ciò impone una mutazione profonda nelle abitudini mentali, nella cultura politica italiana, nelle forze politiche. E, per ciò che più direttamente ci riguarda, per definire un palinsesto programmatico che orienti, non episodicamente, tutta la nostra iniziativa, delineando, nel contempo, il profilo di una ri-civilizzazione del paese fondata sul recupero delle radici di classe della lotta per la democrazia.

Ecco, per punti, i tratti di questo rinnovato ingaggio:

- rilanciare il ruolo politico dei lavoratori e del lavoro, proteggere i salari e ridare ruolo contrattuale dei sindacati;

- reintegrare i diritti del lavoro espropriati dalla crociata anti-operaia;

- riproporre l’indicizzazione delle retribuzioni al costo della vita;

- ridurre su scala nazionale e in tutti i settori l’orario di lavoro;

- ricostruire un regime previdenziale che così com’è ora precluderà il diritto alla pensione a due generazioni di italiani;

- porre un tetto alle retribuzioni e alle pensioni;

- predisporre un piano per il lavoro che persegua davvero l’obiettivo della piena occupazione e della conversione ecologica dell’economia;

Si tratta altresì di conquistare condizioni fondamentali per una nuova e diversa politica:

- ricostruire il ruolo della Banca d’Italia e la relazione con il Ministero del Tesoro;

- nazionalizzare le banche e i principali asset industriali a partire dalla siderurgia;

- varare nuove politiche fiscali che restituiscano progressività all’imposta sul reddito e prevedere una tassa strutturale sui grandi patrimoni;

- ridefinire le regole che disciplinano gli scambi commerciali e i movimenti di capitale.

- Ridefinire un nuovo quadro di relazioni internazionali.

In questo quadro, compito dei comunisti è costruire con pazienza e lungimiranza un fronte, un’alleanza popolare e costituzionale per cambiare l’Europa, per cambiare l’Italia.

Un fronte che per sua natura e soprattutto per la natura degli altri interlocutori non può che essere elettorale e soltanto elettorale, finalizzato cioè a rompere l’Unione Europea, gestire la fase tumultuosa che ne deriverà, attuare la Costituzione, contrastare il capitale finanziario, i poteri forti nazionali ed internazionali.

Non è difficile intravedere quale straordinario compito questa prospettiva restituisca ai comunisti nella costruzione di un Fronte e di un blocco sociale che riunifichi l’insieme del mondo del lavoro eterodiretto oggi in larga parte deprivato di soggettività culturale e politica.

Qui il rapporto fra il partito rivoluzionario che ha per obiettivo la trasformazione dei rapporti sociali capitalistici fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e la costruzione di fasi intermedie nelle quali possono (debbono) vivere alleanze “spurie” è chiaro e privo di equivoci: strategia e tattica si intrecciano senza confondersi, dentro una processualità che senza ambiguità lega la lotta di classe allo sviluppo della democrazia».


NOTE
[1] 
Si legge in un commento ad un articolo di SEL sulla nuova formazione "Sinistra Italiana":

«Sel si allargherà in parlamento con i deputati di fassina e cofferati, ma alla fine la politica non cambierà: le solite alleanze locali e regionali col pd ed opposizione in parlamento. L'assemblaggio tra deputati di sel e parlamentari che fino a ieri hanno votato di tutto, dalle finanziarie di monti a quelle di letta e renzi, è evidente che non porterà voti in piu', anzi, servirà a dare l'ultima coltellata ad una sinistra, ormai in confusione, destinata oggettivamente all'estinzione».

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