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mercoledì 7 febbraio 2018

BORSE: PRIMA DELLA TEMPESTA PERFETTA

[ 7 febbraio 2018 ]

«C'è tantissima liquidità in circolazione. Se le valutazioni salgono è perché la domanda di asset finanziari redditizi come le azioni è attualmente superiore all'offerta». Questo afferma una delle teste d'uovo della Black Rock, tra i più grandi squali della finanza speculativa globale intervistato da Il sole 24 Ore. Ma i pescecani sono rapaci, la grande torta della liquidità creata dalla banche centrali dell'Occidente (15mila miliardi di dollari dal 2008!) se la vogliono continuare a spartire solo loro. Egli ci dice infatti che il recente crash di Wall Street dipende dal timore diffusosi tra gli speculatori che la Fed possa alzare i tassi d'interesse visto "il pericolo" negli USA e in Germania, di un lieve aumento dell'inflazione che sarebbe causata dalla modesta crescita dei salari. Sì, avete capito bene. Ciò che conferma quanto da anni andiamo dicendo contro la vulgata eurista, che l'inflazione è fumo negli occhi solo per la grande finanza che fa denaro attraverso denaro.



Il baco che ha fatto scattare il «flash crash» di Wall Street
do Morya Longo

Vedere giovedì e venerdì i mercati terrorizzati per l’aumento delle retribuzioni negli Stati Uniti e per le rivendicazioni salariali in Germania, fa comprendere ancora una volta quanto le Borse siano distanti dall’economia reale. La crescita dei salari (dunque dei redditi, dei consumi e in ultima analisi dei ricavi aziendali) è il grande anello mancante di questa ripresa economica globale che per ora ha prodotto più diseguaglianze che benessere. Se le retribuzioni aumentassero, come iniziano a fare in Usa e Germania, dovrebbe dunque essere una buona notizia per tutti. Anche per la finanza. Ma i mercati, ormai assuefatti dalle flebo con cui le banche centrali hanno iniettato oltre 15mila miliardi di dollari di liquidità dal 2008, vedono solo il lato oscuro della ripresa dei salari: cioè il rischio che aumenti l’inflazione e che le banche centrali ritirino la flebo prima del previsto. Dunque una buona notizia diventa negativa ai loro occhi.

Questo dimostra che i mercati sono sempre più autoreferenziali. E proprio questo è il problema: è al loro interno, nella loro struttura, che si nascondono i meccanismi che hanno la capacità di amplificare i ribassi come hanno fatto con i rialzi. La bolla non sta tanto (o solo) nelle valutazioni di Borsa, quanto nel «baco» interno dei mercati. Per esempio negli algoritmi, che ormai producono il 66% degli scambi sulle Borse mondiali. O nel «carry trade». O nel «margin debt». È per colpa loro, soprattutto degli algoritmi, che ieri è scattato il «flash crash» che in pochi minuti ha depresso l’indice Dow Jones oltre il 6%

Il pilota automatico 

I primi moltiplicatori dei mercati proprio loro: gli algoritmi. Questi “piloti automatici” usano spesso la volatilità come parametro per misurare i rischi: se è bassa comprano azioni, se si alza vendono. Dato che negli ultimi tempi è stata bassissima, anche sotto il 10%, tanti fondi si sono sovra-esposti sul mercato azionario. Si calcola che nel mondo ci siano 2mila miliardi di attivi gestiti in questo modo: cioè con la volatilità a regolare l’allocazione dei capitali. Ma il numero in realtà è molto maggiore: nel calcolo andrebbero inclusi anche tutti i fondi che usano il Var (value at risk) come parametro per misurare i rischi.

È evidente che sono anche i loro acquisti (nei momenti buoni di mercato) a far scendere la volatilità e - viceversa - sono le loro vendite a farla salire (nelle fasi negative). La loro stessa strategia diventa insomma una profezia autoavverante: più sale la volatilità più loro vendono, più loro vendono più sale la volatilità. È esattamente quanto accaduto in questi giorni: dal 10% la volatilità è più che raddoppiata fino al 34% e molti fondi (soprattutto i «risk parity» che più usano questo parametro) hanno iniziato a vendere azioni. Stimavano venerdì gli esperti di Ubs che solo la caduta di Wall Street di oltre il 2% registrata quel giorno avrebbe potuto far salire la volatilità fino a far scattare vendite automatiche in Borsa pari a 40-70 miliardi di dollari.

L’iper-debito

Meccanismi altrettanto dirompenti, ma per ora latenti, sono il «margin debt» (investitori che si indebitano per comprare azioni mettendo in garanzia del finanziamento le stesse azioni) e il «carry trade» (investitori che si indebitano nel Paese dove i tassi sono più bassi per comprare titoli dove i rendimenti sono più elevati). Entrambi pompano i mercati al rialzo quando le cose vanno bene: il «margin debt» a Wall Street, per esempio, ha toccato il suo record storico a 580 miliardi. Ma se il mercato dovesse scendere davvero, le posizioni di «margin debt» e di «carry trade» verrebbero velocemente smontate, con effetti violenti sul mercato. Ancora questo non è accaduto, ma se i ribassi perdurassero la molla scatterebbe di certo.

La droga dei buy-back

C’è poi un altro meccanismo che in questi anni ha pompato le quotazioni a Wall Street: i «buy-back», cioè gli auto-acquisti di azioni da parte delle società. Dal 2009 le aziende di Wall Street hanno speso 3.800 miliardi di dollari solo fare per questo: per comprare le proprie azioni. A parte l’occasione persa per l’economia reale (figuriamoci come sarebbe il mondo oggi se quei 3.800 miliardi fossero stati investiti per creare occupazione), questo ha anche drogato la Borsa. Calcola Artemis Cm che solo i buy-back dal 2009 hanno fatto salire Wall Street del 30% e gli utili per azione (Eps) del 40%. Insomma: un moltiplicatore pazzesco. Che ora potrebbe diventare un boomerang.

* Fonte: IL SOLE 24 ORE

giovedì 11 febbraio 2016

BORSE: UN TONFO, DUE TONFI, TRE TONFI....IL CROLLO

[ 11 febbraio ]

Tutti i quotidiani in edicola questa mattina esultano per il balzo delle borse dopo i tonfi che si susseguono da inizio anno. Un'euforia che si è spenta ben presto con le nuove massicce ondate di vendita ancora in corso mentre scriviamo. 

Un classico "rimbalzo del gatto morto" nel gergo borsistico.

A nulla sono servite per fermare il panic selling le dichiarazioni rassicuranti dei diversi ministri delle finanze. Né sono servite quelle dei banchieri centrali, men che meno le loro mosse, alcune delle quali si sono anzi rivelate fattori boomerang, prima fra tutte la decisione, strombazzata come salvifica, dell'introduzione dal 1 gennaio del meccanismo del bail-in per il sistema bancario nella Ue—senza che questo sia stato accompagnato da un fondo di garanzia che davvero proteggesse gli investitori dal rischio di default di questa o quella banca.

L'Unione europea si conferma l'epicentro dello sconquasso dei mercati finanziari. Ondate massicce di vendite di titoli bancari come pure di obbligazioni e azioni di grandi aziende, di qui la fuga verso titoli considerati sicuri, seppure a rendimento negativo, tra questi quelli pubblici tedeschi. Colpiti anzitutto i paesi "periferici", tra questi in primo luogo l'Italia, considerata, a giusto titolo, l'anello debole della traballante catena europea. Gli squilibri interni alla Ue stanno aumentando, sanzionando il totale fallimento delle politiche degli eurocrati, in primis della Bce —malgrado il Qe l'euro si apprezza sul dollaro e la deflazione la fa da padrona.

Non è per metterci una medaglia, ma da anni andiamo sostenendo che, in caso di incancrenimento della recessione sarebbe diventato altamente probabile un default italiano, risultato del "legame  "perverso" tra debiti privati e debito pubblico." [ VERSO IL CROLLO DELLE BANCHE ITALIANE di Moreno Pasquinelli. 18 luglio 2013]

Torneremo in modo approfondito sulle vere cause di fondo che spiegano estrema volatilità e depressione dei mercati finanziari. Queste sono molteplici, ma la madre di tutte le cause è che l'economia mondiale —intendiamo quella "reale", ovvero la sfera dove il capitale produce e scambia merci che consegnamo profitto—, in primis quella europea, sta precipitando in una nuova recessione globale, di cui la deflazione è solo un sintomo.

Attenzione! Se, come riteniamo altamente probabile i mercati finanziari conoscessero un crollo delle dimensioni di quello che partì dagli USA nel 2008, le conseguenze sociali, politiche e geopolitiche sarebbe oggigiorno cataclismatiche. Lo scoppio della super-bolla finanziaria avverrebbe in un contesto già pesantemente deteriorato: abbiamo una disoccupazione di massa in moti paesi che è senza precedenti, condizioni salariali e di vita dei lavoratori peggiorate, consumi stagnanti e una deflazione mai vista, spesa sociale ridotta ai minimi termini, stati azzoppati, ondate migratorie di massa, conflitti armati sui fianchi sud e est dell'Unione europea.

Intanto, per chi voglia capire quale sia l'andazzo oggi a Piazza Affari consigliamo la lettura di questo resoconto di Wall Street Italia.

martedì 9 febbraio 2016

VIENI AVANTI CRETINO! Perché crolla la borsa di Milano? Sentite questa!

[ 9 febbraio ]

Vi consigliamo vivamente di visionare ed ascoltare il breve video qui sotto.

E' tal Daniele Manca [nella foto] che parla, per la precisione sul canale Tv del Corriere della sera di ieri, 8 febbraio.

Ci spiega che la ragione del tonfo della borsa di Milano è... il debito pubblico italiano.Verrebbe da fargli una sonora pernacchia e da rispedirlo a dare l'esame di economia politica.




Verrebbe da chiedergli: come mai la borsa di Tokyo non crolla come quella di Milano pur essendo il debito pubblico giapponese il doppio di quello italiano? Di più: come mai negli ultimi giorni c'è una corsa ad acquistare i titoli di stato giapponesi nonostante abbiano una resa addirittura negativa, quindi gli speculatori si facciano carico di quella montagna di debito pubblico? 

Come mai a Milano crollano in particolare i titoli delle banche italiane? Non sarà mica perché il recente dispositivo europeo sul bail-in rischia di spedire in default il sistema bancario italiano? E perché sono crollate anche le azioni di aziende manifatturiere, tra cui FCA? Non sarà mica perché gli utili di grandi aziende multinazionali si approssimano allo zero? E ciò non ha forse a che fare con deflazione recessione che attanagliano l'Unione europea?
Non sarà che il tonfo milanese è da inscriversi nel crollo delle borse mondiali? Ed allora: da cosa questo è determinato? Forse che c'entra di mezzo la bolla finanziaria globale? Che dopo anni di corsa ad acquistare ogni sorta di titoli finanziari il loro prezzo è destinato a precipitare, di qui la fuga dal rischio? Forse che alla base c'è che il capitalismo casinò e le politiche neoliberiste sono giunte al capolinea? Forse che di mezzo c'è che gli stessi mercati finanziari ritengono l'Unione monetaria agonizzante?

Domande scomode, che spaventano gli economisti di regime.

Degno di nota che il Manca, un ordoliberista dogmatico, se la prenda col governo, "incapace di ridurre il debito pubblico", quando tutte le evidenze scientifiche mostrano che la spesa pubblica italiana (al netto degli interessi) è inferiore alla media Ue. Di più: è noto che nelle condizioni di diminuzione degli investimenti privati solo con un aumento della spesa pubblica può far crescere il Pil, crescita che è la leva decisiva per far scendere il debito.

Ultimo ma non meno importante: per anni i tecnocrati euro-tedeschi, Draghi compreso, ci hanno assillato col pareggio di bilancio (scandalosamente inscritto addirittura in Costituzione!). Ci ha detto che far scendere il deficit sotto il 3% rispetto al Pil era la legge suprema. Ebbene, oggi scopriamo che il rispetto di questa norma demenziale, sul cui altare venne il golpe Monti e si fece crepare l'economia italiana, è servito a poco, anzi a niente. Scopriamo, lo ammette lo stesso Manca, che paesi con un deficit molto più alto (come l'Irlanda e la Spagna) conoscono una crescita economica robusta, e non sono quindi attaccati con il nostro dalla speculazione finanziaria.

Morale della favola: occorre avere una bella faccia tosta, dopo tutto quanto sta accadendo, dopo che le ricette ordoliberiste hanno fatto fiasco, a dare lezioni.


giovedì 21 gennaio 2016

CRISI UE: il «fronte italiano» è ormai aperto di Leonardo Mazzei

[ 22 gennaio ]

A proposito della crisi bancaria, del conflitto Renzi-Juncker e del gigantesco scontro di interessi in atto. In coda un breve commento sulle dichiarazioni di Draghi

«Le banche vengano dunque salvate (evitando il bail-in e mandando a quel paese l'UE), ma nello stesso tempo nazionalizzate»

Rassicurare. L'ordine di giornata è questo, e non potrebbe essere altrimenti. Crollano i valori borsistici delle banche italiane? Per Renzi e Padoan il sistema bancario italiano è il più solido d'Europa. Il Monte dei Paschi di Siena (Mps) perde oltre il 50% della propria capitalizzazione dall'inizio dell'anno? La soluzione "arriverà dal mercato", dice il presidente del consiglio in una mega intervista (prima, seconda e terza pagina) sul Sole 24 Ore di stamane.

Rassicurano ovviamente i banchieri
- e cos'altro dovrebbero fare! -, rassicurano gli speculatori professionali (uno su tutti: il "leopoldino" Davide Serra: “ci pensiamo noi”) e rassicura perfino la Bce: la lettera alle banche sulle sofferenze? Una comunicazione di routine di ben poca rilevanza... Strano era sembrato a tutti il contrario...

Ma mentre lorsignori "rassicurano", segno evidente che non hanno al momento idee chiare sul da farsi, sarà bene fare mente locale sui cosiddetti "fondamentali". Oggi, come prevedibile, le borse europee hanno realizzato il più classico dei rimbalzi, e naturalmente chi più aveva perso nei giorni scorsi (vedi Mps e Carige) più è “rimbalzato”, senza però recuperare le perdite precedenti. Ma le borse sono solo un sintomo di una malattia che ha ben altre cause. E che richiederebbe ben altre medicine, esattamente quelle che non si trovano nelle farmacie del sistema neoliberista.

Cerchiamo perciò di risalire ai "fondamentali"
per tentare di capire, pur tra tante incertezze, come potrà svilupparsi la situazione. Per farlo bisognerà però tener conto che i "fondamentali" non sono soltanto quelli di natura economica, ma pure quelli di matrice politica.

Molte cose le ho già scritte nell'articolo "Il 2016 di fuoco delle banche italiane", pubblicato il 30 dicembre 2015. Un pezzo che si apriva con questa frase: "Almeno per le banche, il 2016 non sarà un anno come gli altri". Previsione non difficile da farsi. Più complesso - ora che il fuoco arde con un'intensità mai vista - capire come finirà la partita.

Proviamo dunque a mettere un po' di ordine in una problematica che spesso porta ad oscillazioni estreme tra l'idea della "tempesta perfetta" e quella del "tutto va ben madama la Marchesa", con in mezzo gli inevitabili complotti degli ancor più inevitabili speculatori. Ovviamente i complotti esistono, e di certo esiste la speculazione. Quel che non sopportiamo è la ricorrente "scoperta" della sua esistenza nei momenti topici delle grandi crisi finanziarie. Come potrebbe non esistere, e non pesare alla grande, la speculazione in un sistema incentrato sulla finanza e basato sul più cieco credo mercatista?

Ma lasciamo perdere e andiamo al dunque, procedendo per punti.

1. La nuova fase della crisi sistemica globale


Si è mai ripreso veramente il sistema dalla crisi iniziata nel 2008? La risposta è no. Alcune aree del pianeta hanno risposto meglio, altre assai meno (evidente il caso europeo), ma in generale il sistema è rimasto in crisi. La prova più evidente di tutto ciò è che oggi, mentre le economie occidentali (quelle definite "mature") affannano, i cosiddetti "emergenti" sprofondano in una crisi valutaria e del debito di cui non si vede la fine. E' arrivata così la deflazione, a dispetto delle enormi iniezioni di liquidità targate Fed, Bce, BoE (Bank of England), BOJ (Banca del Giappone), eccetera.

Ed è arrivato il crollo del prezzo del petrolio
, che si è tirato dietro quello di tutte le materie prime. Notizie che avrebbero fatto la gioia dei capitalisti occidentali fin quando le economie più direttamente legate a questi prodotti contavano poco o nulla. Notizie invece assai terribili oggi, anche per i sofisticati apparati uditivi degli attuali padroni del vapore. Quelle economie oggi pesano eccome, basti pensare a paesi come la Russia, il Sudafrica, il Brasile, la stessa Arabia Saudita.

Breve digressione. E' stato proprio il regno dei Saud a dare il via alla guerra del petrolio, onde colpire avversari geopolitici (Russia, Iran, Venezuela), ma anche gli "amici" americani tuffatisi nella pericolosa scommessa dello shale oil. Risultato? I paesi produttori di materie prime (tutte, non solo il petrolio) sprofondano, mentre i produttori di beni di consumo vedono ridurre le proprie esportazioni verso le economie "estrattive". Ed anche le mitiche riserve finanziarie di Ryad cominciano ad accusare il colpo...

Ma il tracollo dei prezzi delle materie prime ha anche altre conseguenze in occidente: la crisi delle grandi compagnie minerarie, quella delle multinazionali del petrolio e del gas, ed infine quella ancora più acuta delle società attive nell'estrazione dello shale oil, con ricadute pesanti (anche se ancora da valutare appieno) sul sistema bancario americano.

C'è poi un altro aspetto. Il tracollo delle materie prime ha travolto le monete dei rispettivi paesi, con svalutazioni spesso assai pesanti. Svalutazioni certamente utili a ritrovare competitività, ma micidiali per le grandi compagnie indebitate in dollari od in euro. Emblematico il caso del gigante brasiliano Petrobras, che incassa in buona parte in real, dovendo però pagare nella valuta americana un debito di ben 94 miliardi di dollari.

A questo quadro, già piuttosto critico, si aggiungono il rallentamento della Cina e le conseguenze della guerra in corso in Medio Oriente. Ce n'è abbastanza per capire che l'economia mondiale sta andando verso un pesante rallentamento, che per alcune aree e diversi paesi significherà una nuova fase di recessione. Da qui i tonfi borsistici di questi giorni, con perdite generalizzate ed estese a tutti i continenti. Per restare all'Europa, e con riferimenti ai primi 20 giorni dell'anno, Francoforte ha perso il 12,58%, Madrid il 13,23%, Parigi l'11,04%, Atene il 16,62%, Milano il 16,11%.

Ma a Milano hanno pesato soprattutto le banche. Se dunque bisogna avere sempre un occhio rivolto alla situazione generale, l'altro andrà dedicato allo specifico del settore bancario italiano.

2. Le banche nella tempesta

Perché le banche italiane sono al centro della tempesta? Essenzialmente per tre motivi, che certo non scopriamo oggi: a) perché tra i lasciti di otto anni di crisi vi sono 360 miliardi di crediti deteriorati, tra i quali circa 200 di "sofferenze", b) perché non si è approntato per tempo - quando tutti gli altri paesi lo facevano - il paracadute della bad bank, c) perché si è supinamente accettata l'Unione bancaria, le cui regole (in specie il famigerato bail in) sono semplicemente catastrofiche ove applicate ad una situazione come quella italiana.

Se queste sono le cause di tanta debolezza, non dovrebbe essere difficile individuare i responsabili. Se quello della crisi è un soggetto impersonale, il capitalismo, in particolare nella sua attuale forma di capitalismo-casinò, i responsabili delle altre due cause del disastro hanno volti meno sfuggenti. Chi, se non la classe dirigente del paese (quella politica, ma non solo), è responsabile di non aver agito per tempo, gingillandosi con il ritornello del sistema bancario più sicuro del mondo? E chi sono i responsabili delle regole bancarie, se non (da un lato) le oligarchie euriste che l'hanno voluto e (dall'altro) il governo di Roma che l'ha subito?

In particolare, facciamoci una domanda. Senza il meccanismo del bail in avremmo avuto la tempesta di questi giorni? Chiunque segua anche solo distrattamente le vicende finanziarie sa benissimo che la risposta è NO, mille volte NO. Chiara quindi la responsabilità politica di chi l'ha accettato, con un atteggiamento tra lo sciagurato ed il fatalista.

E' la prospettiva del bail in a produrre la fuga dalle banche italiane, in modo particolare da quelle considerate più esposte. E quando si è agito come nel caso delle 4 banche "risolte" - così si dice adesso - a novembre, servono a ben poco le rassicurazioni dall'alto di "autorità" alle quali in ben pochi ormai credono. Ma il meccanismo del bail in appare ancora più micidiale, quasi ineluttabile per alcuni istituti, alla luce dell'assenza di una bad bank.

Su cosa sia il bail in, su quali sono i nodi irrisolti della bad bank, ho già scritto a sufficienza nell'articolo già citato. Adesso pare che Padoan abbia presentato una nuova proposta all'UE. Siccome la bad bank - che sia una o siano tante poco cambia - ha senso solo se prevede una garanzia pubblica, e siccome la UE di questa garanzia neppure vuol sentire parlare, ecco la trovata: la garanzia potrà essere richiesta da ogni singola banca, ma solo a pagamento. La Commissione europea forse non avrà più niente da eccepire, ma così congegnata la bad bankdel ministro dell'Economia servirà a poco o a niente.

E' esattamente quel che vogliono a Bruxelles, per non parlare di Berlino. In questi giorni qualcuno ha parlato di attacco all'Italia. E per la verità l'ha fatto anche un isospettabile come il presidente dell'Abi (Associazione bancaria italiana) Patuelli. Il duo Renzi-Padoan, che ora sta provando a ricucire con la cupola eurista, si è affrettato a dire che no, non c'è nessun attacco all'Italia, al massimo a qualche banca...

L'attacco invece c'è.
Si approfitta del micidiale dispositivo del bail in per raggiungere tre scopi. Il primo, quello più evidente, consiste nel drastico taglio dei valori borsistici delle banche italiane, trasformate così in facili bocconi alla portata dei grandi predatori della finanza internazionale. Il secondo - non meno importante - sta nel movimento di capitali che si sta registrando dalle banche della periferia sud dell'eurozona verso quelle del centro eurista (Germania ed Olanda in primo luogo). Il terzo, quello meno appariscente, consiste nel portare un colpo non indifferente all'intera economia italiana. Ma come, diranno increduli i pochi fans dell'Europa ancora rimasti in circolazione, che non siamo forse tutti europei? Per costoro non vi saranno mai argomenti adeguati, data la nota cecità che li contraddistingue. In ogni caso all'unione europea (in minuscolo) non crede più nessuno nei palazzi del potere dell'UE, mentre ognuno persegue sempre più chiaramente i propri specifici interessi nazionali. Che spesso confliggono fra loro. Piaccia o non piaccia è così. Perché non prenderne atto?

3. E Renzi?

A dicembre abbiamo scritto che lo scontro tra il governo italiano e la Commissione Europea non è una semplice commedia. Una valutazione che ha trovato un puntuale riscontro nei fatti di questi giorni, con il durissimo scambio verbale tra Juncker e Renzi. Si dirà che sono solo parole, ma in politica le parole hanno il loro peso.

Sulle banche, però, Renzi appare sulla difensiva, come se i suoi obiettivi fossero in realtà altri. Nella già citata intervista di questa mattina, il capo del governo è apparso perfino penoso nella sua inesausta lode alle virtù del mercato. Nella sua visione sarà il mercato (con acquisizioni dall'Italia o dall'estero non importa) a risolvere il caso del Monte dei Paschi. Non solo, per Renzi quel che sta accadendo è addirittura un'opportunità. Leggiamo: "Gli eventi di queste ore agevoleranno fusioni, aggregazioni, acquisti. E' il mercato, bellezza. Vedrà che sarà uno scenario interessante. Ne sono certo". Che dire? Fede cieca o semplice speranza riposta nella sua abituale fortuna?

Probabilmente l'una e l'altra, ma ancor di più la convinzione che qualche operazione sia ormai alle porte. Sul caso Mps ieri circolava insistentemente la voce di un interessamento da parte di Ubi Banca, un istituto che però ha problemi non troppo diversi da quelli della banca senese. Due debolezze fanno una forza? Solitamente no. Certo Renzi ha in mente qualcosa di preciso, come traspare dalla sua risposta al direttore del Sole 24 Ore: "Il Monte dei Paschi oggi è a prezzi incredibili. Penso che la soluzione migliore sarà quella che il mercato deciderà. Mi piacerebbe tanto fosse italiana, ma chiunque verrà farà un ottimo affare".

Mai si era visto un appello così sfrontato
alla svendita a prezzi stracciati di un'importante banca nazionale. Renzi alleato degli speculatori? Evidentemente sì, ma questa non è quella che si dice una notizia sorprendente.

Ora, al di là delle risibili "decisioni del mercato", è certamente possibile, e forse anche probabile, che un acquirente si faccia avanti. Ma tamponare temporaneamente un problema è cosa ben diversa dal risolverlo. Le banche in difficoltà sono molte, le ragioni della loro crisi sono strutturali: come accontentarsi allora di un tirare a campare di corto respiro? Evidentemente i decisori politici ritengono di non poter o di non dover fare qualcosa di più.

La retorica mercatista è in questo caso debole più che mai, ma a Renzi serve per coprire una difficoltà politica gigantesca. Anche un bambino capirebbe che tappare un buco senza affrontare i problemi che stanno a monte serve solo a prendere un po' di tempo. Il fatto è che la questione bancaria ci porta al cuore dello scontro tra l'Italia e l'Unione Europea.

Ho già detto che, a mio giudizio, questo scontro è reale visti i giganteschi interessi in gioco. Ed al centro della contesa c'è, insieme alla questione bancaria, quella delle regole di bilancio sintetizzate nel Fiscal compact. Probabilmente a Renzi questa seconda questione preme di più, viste le sue implicazioni in termini di consenso. Stando alle ultime voci l'UE chiede all'Italia due cose: di versare 300 milioni di euro per contribuire al finanziamento della Turchia per la gestione dei profughi provenienti dalla Siria, di rinunciare a due "clausole di flessibilità" sulle quattro richieste per far quadrare i conti della legge di stabilità.

Più esattamente, le due clausole che l'Europa non vuol concedere sarebbero quelle sui migranti (3,2 miliardi) e sulla sicurezza (2 miliardi). Se non si troverà una via d'uscita, Renzi sarà costretto ad una manovra correttiva in primavera, quando si terrà un importante turno elettorale amministrativo, ed a pochi mesi dal fondamentale referendum costituzionale d'autunno.

In realtà la questione bancaria è potenzialmente ben più esplosiva di un relativamente modesto aggiustamento di bilancio, ma qui Renzi sembra affidarsi allo Stellone, secondo la nota massima andreottiana secondo cui "tirare a campare è sempre meglio che tirare le cuoia".

4. Lo scontro con L'Unione Europea

Quel che è importante comprendere è che, al di là degli alti e bassi della polemica politica, le ragioni dello scontro di interessi tra Italia ed euro-Germania sono strutturali. Non si sfugge a questo nodo. Lo si potrà rimandare su questa o quella questione, magari per ragioni tattiche, talvolta per mero opportunismo, ma le ragioni di questo scontro sono destinate a ripresentarsi ogni volta in maniera più acuta.

Le vicende dell'ultimo mese vanno dunque viste in questo contesto. E si tratta di vicende assai istruttive. Da un lato la conferma dell'irriformabilità dell'Unione e delle sue politiche rigoriste, dall'altro il delinearsi sempre più netto di una "questione italiana". Un sintomo di questa polarizzazione sta nel fatto che in Italia l'europeismo acritico è ormai scomparso. Lo si potrà ritrovare magari in qualche editoriale di Scalfari, od in qualche memoria dell'uomo con il loden, ma sembrano passati secoli dall'epoca dei fasti della religione eurista.

Poco più di tre anni fa il parlamento italiano, quasi all'unanimità, approvava il fiscal compact e metteva in Costituzione il pareggio di bilancio, salvo poi evitare l'applicazione dell'uno e dell'altro. A proposito, a quando l'apertura di un processo per "attentato alla Costituzione"? In fondo sarebbe davvero divertente. Ma, scherzi a parte, sta anche qui la dimostrazione della follia della costruzione europea.

Solo che in quella follia c'è del metodo. Metodo tedesco, per la precisione. Ora, che molti buoi sono già scappati dalla stalla, che si è subito quasi un decennio di pesante recessione, qualche riflessione va facendosi strada negli ambienti più diversi. Anche, ne siamo certi, dentro quel blocco dominante che volle Monti e glorificò l'austerità. Anche perché era un'austerità per gli altri, per il popolo lavoratore. Ora che anche il loro mondo viene messo sotto pressione, come nel caso delle banche, si comincia cautamente ad ammettere che quella politica è stato un autentico disastro nazionale.

Sta qui una delle ragioni degli strappi anti-tedeschi di Renzi. Il fiorentino è certamente spinto dalla sua logica di potere. Sente che se dovesse piegarsi agli eurocrati come un Monti qualunque la sua carriera politica sarebbe finita. Ma sente anche la pressione di una parte dei centri del potere nazionale, che egli sa essergli amici, ma di quelle amicizie legate assai al portafoglio.

Lo scontro tra l'Italia e l'euro-Germania è dunque uno scontro reale, uno scontro il cui esito non può certo vederci indifferenti. Scriveva ieri sollevAzione:
"Sta di fatto che, almeno fino ad ora, Renzi tiene duro mentre gli euro-oligarchi, con dietro il governo tedesco, tenteranno di piegarlo, se necessario scatenandogli contro l'ira di Dio per mettere qualcun altro al suo posto. Un proconsole, un cane ubbidiente, un Quisling come furono Monti o Letta, affinché l'Italia sia nuovamente sottoposta ad un regime stringente di protettorato, con la cessione di nuove porzioni di sovranità politica ai poteri oligarchici euro-tedeschi. I sovranisti, in questo caso, potranno restarsene alla finestra?"

No, i sovranisti non potranno restare alla finestra. Se così facessero sarebbe la condanna alla loro irrilevanza politica. In situazioni come questa bisogna sempre capire qual è la contraddizione principale, che in questo caso è quella che oppone la maggioranza degli italiani - quello che definiamo popolo lavoratore - al dominio delle oligarchie finanziarie che hanno nell'euro e nei trattati europei la clava con cui esercitano il loro potere.

Ma per dare al sovranismo di sinistra forza e sostanza occorrono anche delle proposte alternative sui principali problemi del paese. Torniamo così alla questione delle banche.

5. Come affrontare la crisi bancaria?

Così concludevamo
il già citato articolo di fine anno: "La vicenda di cui ci siamo occupati in questo articolo mostra anche un'altra necessità (oltre all'uscita dall'euro, ndr): quella di nazionalizzare il sistema bancario. Se c'è una cosa che la crisi ha dimostrato, ammesso ce ne fosse bisogno, è proprio l'odierna centralità della finanza. Certo, noi ci battiamo per una società che si sganci e si liberi dal dominio della finanza, ma proprio per raggiungere questo obiettivo - evitando nel contempo una catastrofica crisi sociale - non c'è altra strada che la nazionalizzazione delle banche. Del resto, se queste non possono essere fatte fallire pena disastrose conseguenze economiche, per quale motivo il costo (pubblico) del loro salvataggio dovrebbe andare a beneficio di ricchi privati? Le banche vengano dunque salvate (evitando il bail-in e mandando a quel paese l'UE), ma nello stesso tempo nazionalizzate. Questa è la posizione che dovrebbe assumere chiunque abbia a cuore le sorti del popolo lavoratore. Altre non ne vediamo".

C'è ben poco da aggiungere a queste parole, se non che esse trovano una discreta conferma negli eventi delle ultime settimane.

Che "nazionalizzazione" non sia esattamente una parolaccia lo ha scritto ieri perfino Luigi Zingales. Ma guarda un po'! Naturalmente quella che Zingales propone per le banche italiane non è una vera e propria nazionalizzazione, ma l'uomo è intelligente e comprende benissimo quanto il confine possa essere sottile.

In concreto, Zingales propone che lo Stato (magari attraverso la Cassa Depositi e Prestiti) ricapitalizzi le banche che non sono in grado di farlo con capitali privati, imponendo alle stesse regole rigide in materia di dividendi (da cancellare per tre anni) e di management (da "rottamare" in toto). Ovviamente per l'accademico padovano, che si basa all'ingrosso sul modello adottato negli Usa, lo Stato - divenuto così proprietario delle banche ricapitalizzate - dovrebbe ritrarsi da tale ruolo (per i liberisti come lui un'autentica bestemmia) non appena possibile.

Ma a Zingales certo non sfugge che un simile zig zag potrebbe anche rivelarsi meno agevole di quel che sembra. Ecco quel che scrive a proposito: "Obiezioni verranno anche da chi teme una nazionalizzazione del sistema bancario. Il rischio è serio. Ma c'è solo una cosa peggiore di una nazionalizzazione delle banche: una socializzazione delle perdite, quando i profitti rimangono privati. E' quello che accadrebbe con la bad bank progettata dal governo".

Può sembrare strano, ma in questo modo Zingales ci dà in un certo senso ragione quando abbiamo scritto che: "Le banche vengano dunque salvate (evitando il bail-in e mandando a quel paese l'UE), ma nello stesso tempo nazionalizzate". Egli ritiene infatti che il salvataggio delle banche non possa avvenire con la semplice e troppo comoda (per lorsignori) socializzazione delle perdite. Certo, in linea con la sua visione del mondo, Zingales vorrebbe scongiurare la nazionalizzazione - che per noi è invece un passo necessario (al di là della contingenza) per sganciarsi dai meccanismi del capitalismo-casinò -, ma non la considera neppure la soluzione peggiore. E questo significa molte cose, mostrando come la crisi economica stia iniziando ormai a produrre una vera crisi teorica, sui cui esiti non ci illudiamo di certo, ma che attesta assai bene la crisi di prospettiva del capitalismo contemporaneo.

6. Infine, Draghi

Stavamo chiudendo questo articolo quando è arrivato a reti unificate il messaggio di Draghi. E le sue parole hanno enormemente rafforzato il rimbalzo borsistico già in atto. Ma cosa ha detto di così importante il capo della setta eurista? Per la verità niente di speciale. Ha promesso nuove misure a marzo, e tanto è bastato. Ha ammesso le difficoltà, affermando che: "I rischi sono nuovamente aumentati". Uno scenario che egli si propone di affrontare con un senso di onnipotenza neppure tanto vago. Secondo l'articolo di Repubblica, che potete leggere QUI: "Non ci sono limiti a quanto possiamo", avrebbe detto. Boom!

I limiti ci sono eccome, come dimostrato dalla lontananza dagli obiettivi di inflazione alla base del quantitative easing (0,2% anziché il 2% atteso) dopo un anno di acquisto di titoli al ritmo di 60 miliardi al mese. I poteri saranno anche illimitati, ma i risultati appaiono in realtà piuttosto modesti.
Le parole di Draghi, che queste cose le sa assai meglio di noi, hanno ovviamente un altro obiettivo: rassicurare, al pari di tutti i "rassicuratori", spesso assai poco rassicuranti, elencati all'inizio. La sua è la rassicurazione del pusher nei confronti del drogato: non ti farò mancare la droga (in questo caso, droga finanziaria) di cui hai bisogno. Del resto, Lui per questo è pagato. Solo che gli effetti benefici della droga (anche quella finanziaria) hanno breve durata, mentre le conseguenze sono spesso letali. Ma l'orizzonte temporale degli stregoni al capezzale di un sistema che non vuol riprendersi è assai breve. E l'obiettivo è sempre il solito: prendere tempo. Ma il tempo non è mai illimitato, ed i rumori di guerra sempre più vicini di questo vorrebbero forse avvertirci. 


Fonte: Campo Antimperialista

sabato 16 maggio 2015

CAPITALISMO CASINÒ: DUE DATI INTERESSANTI di Piemme

[ 15 maggio ]

Chi ci segue sa che noi adottiamo la categoria di "capitalismo casinò" per contraddistinguere il modello sociale (formazione sociale) iper-finanziarizzato e bancocratico venuto avanti in Occidente dopo il decennio dei '70 del secolo scorso.  Il neoliberismo ne rappresenta il rivestimento ideologico.

Secondo una certa vulgata questo sistema iper-finanziarizzato sarebbe oltre il capitalismo, sarebbe insomma un sistema del tutto nuovo, con leggi, contraddizioni e dinamiche su proprie. Per cui, addio alle "anticaglie" teoriche quali, ad esempio, non solo le scoperte teoriche di Marx ma pure a fondamentali categorie dell'economia politica classica.
Tabella n. 1

In diverse occasioni [ad esempio QUI, QUI, QUI e QUI] abbiamo criticato questa tesi, cercando di dimostrare tre cose: (1) nonostante i forti elementi di novità e di discontinuità con il capitalismo storico, il capitalismo-casinò, non era un sistema diverso nella sua essenza; (2) che la crisi finanziaria del 2008 segnava l'inizio della fine del modello e del lungo ciclo di iper-finanziarizzazione neoliberista e del dominio incontrastato dell'Occidente imperialistico; (3) messo alle strette dall'avanzata di nuove potenze capitalistiche come la Cina, il capitalismo occidentale era costretto a tornare sui suoi passi.

A questo proposito Il Sole 24 ore del 14 maggio ha pubblicato un articolo di Vittorio Carlini che ci pare degno di nota: Le borse sono scollegate dalla realtà? Un indice dimostra che non è così.

Carlini utilizza i calcoli sulle correlazioni [1] tra il Prodotto interno lordo e le Borse che Mps Capital services ha realizzato per il Sole24ore.com. Questi dati mostrano che, considerato il Pil principale market mover, c'è una stretta correlazione, una sincronia, tra l'andamento del Pil e quello delle borse. Espone quindi le due tabelle che qui riportiamo. La prima tabella (sopra) mostra, considerando gli ultimi dieci anni, la correlazione tra il Pil degli Stati Uniti e lo S&P500. 
Tabella n.2

La seconda Tabella (a destra) mostra la correlazione tra il Pil dell'Eurozona e l'indice EuroStoxx50 (sempre nell'arco degli ultimi dieci anni).

Cosa si ricava da questi dati?Che nonostante tutto, c'è un legame molto forte tra l'andamento dell'economia reale e quello delle borse e che «Nel Vecchio continente il mondo dell’economia, della realtà ha un legame più forte con l’azionario rispetto agli Stati Uniti».

Dalle tue tabelle si nota come prima del grande crollo finanziario del 2008 l'andamento delle borse fosse fortemente sganciato da quello del Pil. Ciò che, appunto, ci aiuta a capire una delle cause del crollo medesimo. Con quel gigantesco crollo notiamo come i movimenti speculativi finiscono per riallinearsi all'economia reale.

Carlini nota giustamente che i disallineamenti dopo il 2011 (la discesa della correlazione, anzitutto negli Usa) sono la
«... conseguenza delle grandi manovre espansive realizzate dalla Fed. L’enorme quantità di liquidità immessa sul mercato ha certamente «allentato» l’impatto dell’economia sull’azionario. Gli investitori hanno dato minore peso alle dinamiche del mondo reale, a scapito di variabili quali, ad esempio, le aspettative sul rialzo dei tassi.
Oltre a ciò hanno poi avuto più rilevanza dinamiche di carattere finaziario. Ad esempio, gli investitori si sono messi a stimare il possibile apprezzamento di un titolo in seguito ai buyback. A Wall Street, infatti, molte società hanno accumulato ingenti quantità di cassa. Denari non investiti nella crescita, bensì in mega operazioni di ri-aacquisto dei propri titoli. Così, di nuovo, i cari e vecchi fondamentali economici sono finiti in un angolo».
La quale cosa potrebbe accadere anche nella Ue con il Quantitative easing lanciato dalla Bce.
L'immensa liquidità immessa nei mercati dalle banche centrali, secondo alcuni analisti, se ha aiutato gli Stati Uniti ad uscire momentaneamente dalla spirale recessione-deflazione, ha prodotto tuttavia una gigantesca bolla speculativa, che potrebbe deflagrare da un momento all'altro.
E' molto probabile che così vada a finire. Quando le speculazione finanziaria s'ingrossa e si fa prendere dall'ebrezza, sganciandosi dai fondamentali, i crolli borsistici sono inevitabili, ed essa fa la fine di Icaro.
 
NOTE

[1] Sulla correlazione tra andamento del Pil e Borse Carlini precisa:
«Ebbene, ciò che salta fuori è che negli ultimi 10 anni la correlazione tra il Pil Usa e l’S&P500 è stata in media dello 0,7. Si tratta di un valore che indica un buon legame tra le due grandezze. Come è noto, infatti, la correlazione varia nell’intervallo tra -1 e +1. Al livello più basso della forchetta (-1) c’è la cosiddetta completa correlazione inversa. Cioè, quando una grandezza va in una direzione l’altra prende la strada opposta. Il valore (+1) più alto, invece, indica la completa sincronizzazione positiva. Entrambi gli asset si muovo nella stessa direzione. Nel valore intermedio (0) infine i due asset non sono correlati. Vale a dire, l’uno è indipendente dall’altro. Ebbene, il valore di 0,7, per l’appunto, segnala che Wall Street va molto a braccetto con l’economia. La situazione, tuttavia, cambia se si accorcia l’arco di tempo considerato. Negli ultimi 5 anni, infatti, il valore della correlazione scende allo 0,33. Sempre positivo, per carità. E, però, non può negarsi che il legame si allenta. Cioè, il collegamento tra la dinamica di Wall Street e il Pil non è più così forte.

Fin qui gli Stati Uniti: ma quale la situazione in Europa? È presto detto. Nel Vecchio continente, considerando il Pil dell’Eurozona e l’indice EuroStoxx 50, la correlazione, negli ultimi 10 anni, è lo 0,79. »


giovedì 16 ottobre 2014

ALLARME ROSSO. Che c'è dietro al crollo delle borse?

16 ottobre. Giornali e Tv sparano titoli cubitali sul crollo borsistico di ieri, proseguito oggi. Cosa sta accadendo nel mondo della grande finanza globale? C'è una discrasia tra la spiegazione che da la grande stampa economica anglosassone e quella italiana. La linea interpretativa prevalente in Italia è ben espressa da Federico Rampini su Repubblica e Andrea Franceschi su Il Sole 24 ore, che spiegano il collasso borsistico anzitutto con le cause globali, ovvero con la sensazione prevalente tra i grandi speculatori, quella per cui il motore della "crescita" si starebbe inceppando non solo negli USA ma anche nei "paesi emergenti".

La stampa anglosassone in vece, Wall Street Journal e Financial Times anzitutto, danno come causa primaria del crollo il "rischio Europa", ovvero il timore che l'eurozona sia essa alle porte di un drammatico collasso, di qui la vendita massiccia di titoli di stato dei "periferici" e dei titoli e delle obbligazioni delle banche degli stessi paesi. 
Chi ha ragione? Facciamo un 30-70.

Vero è che tira una brutta aria a livello mondiale, ma la causa primaria del crollo di ieri e oggi risiede proprio nel fatto che l'unione europea traballa. Non è l'asta dei treasuries americani, o dei titoli giapponesi o cinesi, che non è andata bene, ma quella dei bonos spagnoli. E gli spread che crescono sono quelli di Grecia, Italia (siamo a 200 col bund tedesco e vedrete salirà ancora nelle prossime settimane), Spagna e Portogallo. E' da questi paesi che i pescecani finanziari fuggono. E mentre fuggono si rifugiano in lidi sicuri (flight to quality), comprano titoli magari più cari e con più bassi rendimenti ma di paesi che ritengono affidabili, guarda caso anche i bund tedeschi, i cui rendimenti sono così prossimi allo zero —ciò che accentua gli squilibri interni all'eurozona, con i "periferici" che per tirare a campare debbono finanziarsi a costi tripli, quadrupli o più, della Germania.

I grandi speculatori finanziari agiscono in base a due dogmi: massimo profitto e minimo rischio. Chi glielo fa fare questi predatori di tenersi un Btp italiano a dieci anni se essi sentono puzza di rottura dell'eurozona, di ritorno alle valute nazionali  e quindi di default sui debiti pubblici?

Ci saranno i soliti cretini che parleranno del complotto della "finanza massonica". Sbagliano. 
Per adesioni: info@sinistracontroeuro.it
I "mercati finanziari" non ci pare desiderino la fine dell'euro, che sarebbe un disastro anche per loro. ben al contrario, ieri ed oggi hanno anche voluto lanciare un segnale alla Germania della Merkel e alla Bce di Draghi: "Se continuate così vi avvitate nella recessione e l'eurozona va verso il burrone". 

Nell'interesse della speculazione finanziaria è che la Bce acquisti i titoli di stato dei paesi europei col più alto debito, e che quindi la Germania si decida finalmente non solo ad accettare un Quantitative easing da parte della Bce, ma che ponga fine al suo protezionismo mascherato, che utilizzi cioè il suo grande surplus commerciale per una politica non deflattiva così da far ripartire un ciclo espansivo a scala europea.

Per dare un esempio di come la pensino i grandi investitori finanziari si deve leggere quanto afferma Wolfgang Munchau, proprio sul Financial Times:
“La situazione economica italiana è insostenibile e porterà a un default sul debito a meno che non ci sia un improvviso e duraturo cambiamento nella crescita. Se così non fosse, il futuro dell’Italia nell’eurozona sarebbe in dubbio, e di fatto lo sarebbe il futuro dell’euro stesso”. 
La "crescita", è appunto il mantra di Renzi. Egli è sicuro che la sua Legge di stabilità invertirà il ciclo recessivo e inflattivo e, con la sua notoria sicumera, nella conferenza stampa di questa mattina, ha snobbato i segnali che giungono dai mercati finanziari.

Egli pensa che la sua manovra liberista (su di essa, e per spiegare quanto sia oltretutto truccata torniamo domani nel dettaglio) possa fare il miracolo. Si dovrà ricredere. E' vero che buona parte della manovra è in deficit spending (e staremo a vedere se questa passa il vaglio della Commissione europea e della Germania), ma come scriveva Leonardo Mazzei il 3 ottobre scorso:
«Tornando ai conti del governo Renzi si impone una noterella finale. La politica di deficit spending in assenza di sovranità monetaria non è una cosa alla quale allegramente brindare. E' molto probabile che essa porti a nuove crisi del debito, ad una ripresa dello spread, a nuove tempeste finanziarie. In breve: l'allentamento, per quanto parzialissimo, dell'austerità, serve a ben poco se non si esce dall'infernale sistema dell'euro che la rende necessaria».
Se non si esce dall'euro nel burrone l'Italia ci finisce di sicuro.

sabato 16 febbraio 2013

ANARCO-CAPITALISMO

Tabella 1. Moneta unica rendimenti diseguali. Salta agli occhi 
la zona dell'euro-marco, con la Francia nel mezzo (clicca per ingrandire)
Se le borse fanno rally

di sollevAzione

«Se la gente comprendesse il meccanismo di creazione del denaro, scoppierebbe una rivoluzione prima di domani mattina». [Herny Ford, ex-Presidente degli Stati Uniti d'America]

venerdì 19 agosto 2011

CANCELLARE IL DEBITO, USCIRE DALL'EURO ... E SE CHIUDESSIMO ANCHE LA BORSA?

Tabella 1. L'andamento delle borse dal 2000 ad oggi
(clicca per ingrandire)
cosa ci dice il nuovo tracollo d'agosto? 


Quanto è assurdo il capitalismo


di Moreno Pasquinelli


Chi pensava che il tonfo delle borsa italiana del 10 agosto fosse stato uno "scivolone" causato ad una "irrazionale ondata di panico", dovrà ricredersi. Allora l'indice Ftse Mib chiuse a -6,65%, il dato peggiore dall'ottobre 2008 (post-Lehman Brothers). Ieri, giovedì 18 agosto ha chiusto a - 6,15%. Sell-off in gergo tecnico: andati in fumo in una sola seduta circa 20 miliardi di capitalizzazione. Gli squali della finanza hanno venduto di tutto: non solo azioni bancarie e assicurative, ma pure energetiche e industriali, Fiat in primis. 


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