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giovedì 22 giugno 2017

IUS SOLI: ANCORA E SEMPRE FATE PRESTO! di Sandro Arcais

[ 21 giugno 2017 ]

Ben volentieri pubblichiamo questo contributo di Arcais. Polemizza con certa sinistra per cui, siccome "siamo tutti cittadini del mondo" [vedi foto a sinistra ], il solo parlare che allo Stato spetti il diritto-dovere di stabilire come assegnare la cittadinanza, è una cosa... reazionaria.
Tante volte abbiamo criticato questa sciocchezza cosmopolitica. Il mondo? Per adesso è ancora solo un'espressione geografica. Quando un giorno esistesse un'umanità affratellata, politicamente unita sotto una sola bandiera, allora sì, saremmo tutti... cittadini del mondo". 
Tuttavia quanto diciamo non vuole minimamente giustificare il criterio dello Ius Sanguinis, dietro al quale si cela una concezione etnica e razzista della nazione. Su questo abbiamo scritto. E scriveremo, andando nel dettaglio, su quanto prevede la nuova normativa sul diritto di cittadinanza la quale era ferma in Parlamento da anni.

Viviamo in tempi di perenne emergenza. Il clima, il terrorismo, l’immigrazione, il morbillo, igor il russo. Mi dimentico di qualcosa? Ah sì, lavoro, sicurezza, benessere, servizi. Ma questi, in un mondo neoliberista, non sono diritti, ma roba che ti devi conquistare nella lotta per la vita. Se perdi, significa per definizione che non te li meriti, e quindi impegnati di più oppure crepa.
Ma in effetti, mi dimentico qualcosa di importante e indifferibile, per cui è lecito il noto FATE PRESTO! del megafono della razza padrona nostrana: dare la cittadinanza ai minori figli di stranieri arrivati in Italia successivamente alla loro nascita. Magari il loro padre sarà sfruttato nella logistica o chissà dove, magari verrà messo sotto da un camion durante un picchetto, magari dovrà accontentarsi di servizi sempre più magri, magari dovrà abitare in quartieri degradati. Ma dai, vuoi mettere essere figlio di un padre sfruttato da cittadino italiano piuttosto che no?

Lo so, lo so a cosa state pensando, anime mie buone di sinistra mosse da meravigliosi e celestiali sentimenti di fratellanza universale: “ma una cosa non esclude l’altra”. Sarà così in teoria, ma nella realtà del pensiero unico neoliberista e neospenceriano, una è ricevibile, l’altra no. E finché non aprite gli occhi di fronte a questa realtà, finché non emergete almeno solo un filino dalla brodaglia ideologica in cui siamo immersi da almeno trent’anni, capisco la vostra difficoltà a capire questo: torcere l’economia e metterla al servizio dei diritti sociali e del benessere del popolo, questa è l’unica priorità per cui bisognerebbe fare presto.
Una legge sul diritto di cittadinanza in Italia c’è già.
Dal 1991, infatti, lo straniero nato in Italia può diventare cittadino italiano al compimento dei diciotto anni, ed entro il 19esimo anno di età. La legge 91/1992, all’art. 4, comma 2, prevede che: “Lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore eta’, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data”. (qui)
È una legge perfettibile? Può essere. Tutto è perfettibile e ogni legge deve seguire e regolare le mutate condizioni della società. Se ne può discutere. Discutiamone. Ma senza fretta, isterismi, secondi obiettivi, accuse e anatemi reciproci. Perché se ci concentrassimo sulle cause di tutta questa isteria, animosità e faziosità potremmo scoprire che
molti problemi cosiddetti dell’immigrazione colpiscono in modi diversi tanto i rappresentanti de «la xenofobia populista» quanto il «migrante». Sicché nel denunciarne le radici si potrebbe almeno tentare di unire i fronti in una battaglia comune invece di tifare per l’una o l’altra vittima, di dividere il mondo in buoni e cattivi. (Il Pedante)
Solo coloro che non sono toccati dai problemi cosiddetti dell’immigrazione possono permettersi il lusso di lanciare con leggerezza dalle loro eteree altezze di cittadini del mondo le accuse di razzismo, fascismo e xenofobia a chi sulla questione porta argomenti, visioni e punti di vista che partono dall’esperienza di quelli che non possono evitare tali problemi semplicemente spostandosi da un’altra parte o elevandosi dal duro mondo di quaggiù. Si tratta di quel 20-30% che hanno tratto e traggono vantaggio dal mondo e dall’economia globalizzata e dal mondo liquido baumaniano. E per chi non può vivere senza un’emergenza, ecco la vera emergenza: spezzare il monopolio culturale e narrativo di questo 20-30%.

martedì 30 agosto 2016

CONTRO LA RETORICA COSMOPOLITICA DELLA "CITTADINANZA UNIVERSALE" di Danilo Zolo

[ 30 agosto ]

«La cancellazione della cittadinanza nazionale e dei suoi valori in nome dell'ideale universalistico della cittadinanza universale è una strada che conduce, nonostante le buone intenzioni dei suoi sostenitori, nelle braccia dell'imperialismo statunitense e del suo progetto di egemonia mondiale mascherato sotto le vesti della diffusione planetaria dei valori occidentali».

Danilo Zolo [nella foto ] è uno dei più prestigiosi filosofi del diritto viventi.
Autore di numerosi libri e saggi, molti dei quali tradotti in svariate lingue.
Ci pare molto utile pubblicare alcune parti di un suo libro del 2007: Da cittadini a sudditi. La cittadinanza politica vanificata (Edizioni Punto Rosso).


INTRODUZIONE

Da cittadini a sudditi: è questo il processo di regressione politica oggi in corso nelle 'democrazie del benessere' occidentali. La qualifica di cittadino si oppone a quella di straniero, sempre meno a quella di suddito. La cittadinanza torna ad essere un dato formale, con una connessione sempre più incerta con i diritti dei cittadini, con la loro dignità e autonomia, con il loro sentimento di solidarietà e di appartenenza ad una comunità politica. La cittadinanza tende a divenire una pura ascrizione anagrafica che sopravvive come strumento di discriminazione dei non cittadini. In Europa —in Italia in particolare— ha sinora operato come una clausola che esclude i migranti 'extracomunitari' dalla titolarità o dal godimento dei diritti fondamentali. È una clausola che li riduce, soprattutto se irregolari, ad una condizione di non-persone, che li rifiuta, li respinge o li rinchiude in carcere. Una condizione non razzista della cittadinanza esigerebbe che a tutti gli stranieri che vivono e lavorano in Europa venisse concessa la piena cittadinanza in tempi rapidi e senza condizioni capestro.


È sempre più evanescente la grande, nobile idea, riproposta da Thomas Marshall nella seconda metà del secolo scorso, della cittadinanza come luogo in cui si realizzano le condizioni politiche, economiche e sociali della piena appartenenza di un soggetto ad una comunità organizzata: l'ambito della realizzazione effettiva —non della semplice titolarità giuridica— di aspettative sociali collettivamente riconosciute come legittime, espressione di una solidarietà pubblica fruita e condivisa da tutti i cittadini. E si dissolve a maggior ragione l'idea welfarista del carattere inclusivo ed espansivo dei diritti soggettivi in una traiettoria evolutiva che dovrebbe correggere la deriva discriminatoria dell'economia di mercato, procedendo per tappe successive dai diritti civili a quelli politici e a quelli sociali, verso approdi sempre più egualitari.

Nei paesi occidentali, a partire dalla fine della Guerra fredda, si sono verificate profonde mutazioni del sistema politico ed economico, tali da stravolgere le strutture stesse della cittadinanza. Dalla società dell'industria e del lavoro siamo passati alla società postindustriale dominata dalla rivoluzione tecnologico-informatica e dallo strapotere delle forze economiche che sfruttano le dimensioni globali dei mercati proiettando le disuguaglianze sociali su scala planetaria. Il fallimento del 'socialismo reale' e la spinta della globalizzazione hanno messo in crisi anche le istituzioni del Welfare State e fortemente contratto i diritti sociali, a cominciare dal diritti al lavoro, soprattutto delle nuove generazioni. I processi di globalizzazione economica consentono alle grandi corporations industriali e finanziarie di sottrarsi ai vincoil delle legislazioni nazionali, in particolare all'imposizione fiscale. Nello stesso tempo lo sviluppo tecnologico ha aumentato la produttività delle grandi imprese che tendono a disfarsi della forza-lavoro che non sia altamente specializzata e di questa si servono secondo le modalità del lavoro interinale o a tempo determinato, con la conseguenza di un costante aumento della inoccupazione giovanile e della disoccupazione.

Nel frattempo la democrazia parlamentare ha ceduto il passo alla 'videocrazia' e alla 'sondocrazia': la logica della rappresentanza è surrogata dalla logica della pubblicità commerciale, assunta a modello della propaganda politica. Il codice politico è contaminato dal codice multimediale della spettacolarità e della personalizzazione. Il potere persuasivo dei grandi mezzi di comunicazione di massa ha vanificato anche gli ultimi residui 'partecipativi' e 'rappresentativi' della democrazia pluralista à la Schumpeter. I partiti di massa sono scoparsi. Le direzioni centrali dei partiti non ricorrono più alla mediazione comunicativa delle strutture di base e del proselitismo degli iscritti e dei militanti. Non ne hanno più alcun bisogno perché ci sono strumenti molto più efficaci ed economici per farlo: i canali delle televisioni pubbliche e private. In questo senso i nuovi soggetti politici non sono più, propriamente, dei 'partiti': sono delle ristrettissime élites di imprenditori elettorali che, in concorrenza pubblicitaria fra di loro, si rivolgono direttamente alle masse dei cittadini-consumatori offrendo, attraverso lo strumento televisivo e secondo precise strategie di marketing, i propri prodotti simbolici. Usando altre tecniche di marketing —in particolare il sondaggio di opinione— gli imprenditori elettorali analizzano la situazione del mercato politico, registrano le reazioni del pubblico alle proprie campagne pubblicitarie e influenzano circolarmente queste reazioni attraverso la pubblicazione selettiva, spesso manipolata, dei risultati dei sondaggi. E mentre l'astensionismo politico tende ad aumentare in tutto il mondo occidentale, a cominciare dagli Stati Uniti, le forze politiche sono sempre più impegnate nelle sofisticate alchimie di riforme elettorali che fanno della volontà del 'popolo sovrano' l'oggetto passivo e inconsapevole dei calcoli di breve periodo della classe politica.

Norberto Bobbio e Danilo Zolo

Come Norberto Bobbio ha osservato, si è verificata un inversione del rapporto fra controllori e controllati: i soggetti politici che detengono il potere di comunicare attraverso i mezzi di comunicazione di massa —pubblici e soprattutto privati— si muovono in uno spazio che è al di fuori e al di sopra della cittadinanza. Non sono soltanto sottratti ad un controllo democratico ma sono in grado di esercitare un'influenza insinuante sui modelli di consumo e sulle propensioni politiche dei cittadini riducendoli così a nuovi sudditi, a servi inconsapevoli di una tirannia subliminale, obbedienti a un regime di potere in larga parte occulto. L'eccessiva pressione simbolica cui sono sottoposti impedisce ai destinatari della comunicazione multimediale di selezionare razionalmente i contenuti. Per nessuno, neppure per lo specialista più esperto, è agevole controllare i significati e l'attendibilità dei messaggi che riceve, né stabilire una relazione interattiva con la fonte emittente. E ciò vale in particolare per la comunicazione pubblicitaria, che è la più impegnata nell'escogitare moduli comunicativi sofisticati, psicologicamente complessi e seduttivi. 
Non sono le grandi ideologie che in questo modo si affermano. Si afferma il loro surrogato impolitico: l'abulia operativa, la docilità sociale, la passività consumistica, la venerazione del potere e della ricchezza altrui, la dipendenza cognitiva e immaginativa, la disposizione a credere. In questo senso la grande emittente televisiva, pubblica e privata, è il nucleo centrale del 'potere invisibile', è l'epicentro di quegli arcana imperii —le trame eversive, le organizzazioni criminali, le manovre finanziarie segrete, la corruzione, gli interessi privati che si annodano nelle pieghe del formalismo legislativo— che Bobbio riteneva assolutamente incompatibili con i valori di una cittadinanza democratica. La mancata demolizione delle strutture del potere invisibile era per Bobbio la più grave delle "promesse non mantenute" della democrazia liberale. 

Sul piano internazionale si affievolisce il potere di gran parte degli Stati nazionali e si scompongono gli equilibri geopolitici e geoeconomici che si erano stabilizzati nel secondo dopoguerra. E si profila una "costituzione imperiale" del mondo: gerarchica, violenta, eversiva dell'ordinamento giuridico internazionale. Una inarrestabile deriva concentra il potere internazionale —anzitutto quello militare— nelle mani di un ristretto direttorio di grandi potenze sotto la guida della massima potenza nucleare del pianeta, gli Stati Uniti d'America. Anche sotto questo profilo l'ideale della cittadinanza —strettamente legato alla forma politica dello Stato sovrano— sembra esposto a sollecitazioni distruttive. Nel contesto neo-imperiale la violazione dei diritti fondamentali delle persone è un fenomeno di imponenti proporzioni. Se si deve prestare fede ai documenti delle Nazioni Unite e ai rapporti di organizzazioni non governative com Amnesty International e Human Rights Watch, milioni di persone oggi sono vittime, in tutti i continenti, di gravi violazioni dei loro diritti fondamentali. L'ampiezza del fenomeno è la conseguenza non solo del carattere dispotico di molti regimi statali, ma anche di decisioni arbitrarie di soggetti internazionali dotati di grande potere politico, economico e militare: un potere che i processi di globalizzazione hanno reso soverchiante e incontrollabile e contro il quale la sola replica in atto è oggi la violenza del global terrorism, tanto sanguinaria quanto impotente. Sotto accusa sono le guerre di aggressione delle potenze occidentali, la pena di morte, la tortura, i maltrattamenti carcerari —si pensi a Guantanamo, Abu Ghraib, Bagram— il genocidio, la povertà, le epidemie, il debito estero che dissangua i paesi più poveri, la devastazione dell'ambiente, lo sfruttamento neoschiavistico dei minori e delle donne, l'oppressione razzista di popoli emarginati: dai palestinesi ai curdi, ai tibetani, ai rom, agli indoamericani, agli aborigeni africani, australiani e neozelandesi.

Di fronte a questo panorama c'è chi non abbandona un atteggiamento ottimistico. 
Antonio Negri, ad esempio, ha sostenuto che la crisi delle cittadinanze nazionali, l'erosione della sovranità degli Stati e l'affermarsi di un ordine imperiale del mondo è foriero anche di sviluppi positivi, nel senso che prelude all'affermarsi di una cittadinanza cosmopolitica, di un "universalismo delle 'moltitudini' capaci di insediarsi entro le strutture di potere dell'impero globale", occupandole senza distruggerle. 
Altri autori hanno sostenuto che la cittadinanza nazionale è una istituzione che deve essere cancellata e che la sua crisi merita di essere guardata con favore e assecondata. Lungi dall'essere un fattore di inclusione e di eguaglianza, la cittadinanza è un privilegio di status, è l'ultimo relitto premoderno delle diseguaglianze personali in contrasto con l'universalità dei diritti fondamentali. Non ci sarà pace e giustizia nel mondo, né rispetto dei diritti soggettivi, si sostiene, finché non saranno abbattute le frontiere degli Stati dietro le quali si annida il particolarismo delle cittadinanze nazionali. Solo una cittadinanza universale e un ordinamento giuridico globale sono finalità coerenti per chi abbia a cuore la tutela e la promozione dei diritti fondamentali delle persone e non dei soli cittadini.

Queste tesi —tipiche di quelli che Hedley Bull ha ironicamente chiamato Western globalists— sono ispirate da presupposti filosofici che rinviano o all'universalismo umanitario del comunismo utopistico o alla tradizione del moralismo kantiano che ha trovato autorevoli epigoni in autori come Hans Kelsen, Jürgen Habermas, John Rawls, Ultich Beck

Si tratta di filosofie globaliste che sembrano ignorare che la dottrina dei diritti dell'uomo, l'esperienza dello Stato di diritto e del costituzionalismo, le istituzioni liberal-democratiche si sono affermate nel contesto delle cittadinanze nazionali sviluppatesi, dopo il superamento dell'universalismo politico e giuridico del medioevo, entro i confini degli Stati nazionali europei. 
La proiezione universalistica di queste esperienze, al di là della sua vistosa assenza di realismo politico, dà per scontata la natura universale dei valori (europei ed occidentali) ai quali esse si sono ispirate, a cominciare dai diritti dell'uomo e dalle istituzioni democratiche. Ma si tratta di un'assunzione tanto rischiosa quanto controversa, poiché l'universalismo etico e giuridico dei Western globalists ha dato ampia prova di essere paradossalmente in sintonia con l'universalismo neocoloniale delle potenze occidentali. 

Nell'ultimo decennio del secolo scorso autori globalisti e cosmopoliti come Habermas, Rawls, Beck e, almeno in parte, lo stesso Bobbio, hanno approvato come giuste perché "umanitarie" le guerre di aggressione scatenate dall'Occidente contro Stati sovrani non in grado di difendersi: si pensi alla guerra per il Kosovo e alle aggressioni contro l'Afghanistan e l'Iraq. La cancellazione della cittadinanza nazionale e dei suoi valori in nome dell'ideale universalistico della cittadinanza universale è una strada che conduce, nonostante le buone intenzioni dei suoi sostenitori, nelle braccia dell'imperialismo statunitense e del suo progetto di egemonia mondiale mascherato sotto le vesti della diffusione planetaria dei valori occidentali. E finisce così per giustificare la strage di decine di migliaia di civili innocenti e la devastazione dei diritti più elementari. 

Che cosa è possibile fare? Quali strategie, in particolare la sinistra europea, può adottare sul terreno della difesa delle conquiste fondamentali della cittadinanza democratica?
Soltanto una piena consapevolezza dei valori e, nello stesso tempo, dei limiti e delle tensioni della cittadinanza e, in essa, della Stato di diritto, può consentire una elaborazione teorica e un impegno politico adeguato, nel quadro di una più generale ricostruzione delle istituzioni democratiche. Sul terreno propriamente politico una coerente teoria della cittadinanza dovrebbe proporre una 'lotta per i diritti' che non si risolva in parole d'ordine generiche e moralistiche. In alternativa alla retorica secolare del bene comune e dei doveri dei cittadini occorrerebbe mettere a punto una tavola di rivendicazioni normative rivolte contro i rischi crescenti di discriminazione chi vanno incontro i cittadini —per non parlare degli stranieri— non affiliati alle grandi corporazioni economiche, finanziarie, multimediali, professionali e religiose.

Mentre la tutela dei diritti civili —liberty and property— appartiene, per così dire, alla normalità fisiologica della cittadinanza e dello Stato di diritto, solo una pressione conflittuale può ottenere che questo livello minimo venga superato: solo il conflitto sociale è in grado di restituire effettività all'esercizio dei diritti politici, riscattandoli dalla loro condizione di puro cerimoniale elettorale, e di garantire l'adempimento effettivo delle aspettative che stanno dietro ai cosiddetti 'diritti sociali'. Si tratta di interessi e di aspettative che lo Stato di diritto come tale non è incline a riconoscere stabilmente, se non in termini assistenziali e comunque largamente ineffettivi.


Infine, andrebbe tematizzata l'esigenza di garantire non soltanto le libertà politiche e il diritto all'informazione dei cittadini, ma anche la loro 'autonomia cognitiva'. Il problema richiederebbe una lunga elaborazione. Ma si può comunque sostenere che i temi della 'nuova censura' e del 'diritto di replica' a difesa della autonomia cognitiva dei cittadini contro i monopoli della comunicazione elettronica, dovrebbero essere posti all'ordine del giorno di una battaglia per l''aggiornamento della democrazia', per usare l'espressione di Jacques Derrida. Senza una lotta contro la concentrazione e l'accumulazione comunicativa, oggi favorite dai processi di globalizzazione informatica, la democrazia è destinata a divenire una finzione procedurale, una ingannevole parodia multimediale.

Sul piano internazionale, fuori dall'ambigua retorica cosmopolitica della 'cittadinanza universale' e del 'governo mondiale', occorrerebbe porre in primo piano il tema dei "regimi internazionali" in quanto forme di cooperazione fra gli Stati che operano senza fare ricorso agli strumenti coercitivi di giurisdizioni penali e di polizie soprannazionali. L'assenza di una autorità globale favorisce lo sviluppo di un reticolo normativo policentrico che emerge da processi diffusi di negoziazione multilaterale fra gli Stati e di aggregazione autoregolativa (governance). E' una forma di 'anarchia cooperativa' che seppure per ora limitata ad aree specifiche —la ricerca spaziale, la meteorologia, la disciplina delle attività umane dell'Antartico, la pesca oceanica, fra le molte altre— contraddice clamorosamente la logica della giurisdizione penale centralizzata, vincolante e universale, sostenuta dai giuristi che si ispirano al cosmopolitismo kantiano e kelseniano.

Per contenere ed equilibrare lo strapotere della potenza imperiale degli Stati Uniti, occorrerebbe puntare su un macro-regionalismo multipolare che dia affatto per scontato il superamento degli Stati nazionali e dei valori della cittadinanza. E non sottovaluti la forza coesiva delle radici etniche e culturali dei gruppi sociali, ma tenti pazientemente di intrecciare la tutela dei diritti fondamentali con i particolarismi dell'appartenenza e delle identità collettive, soprattutto se sostenute da tradizioni millenarie. Di grande rilievo in questo quadro strategico potrebbe essere il contributo di un'Europa unita che non si limitasse a svolgere il suo ruolo di potenza economica e finanziaria, ma riuscisse a ritrovare le sue radici identitarie nell'intreccio delle culture mediorientali e mediterranee, incluse quelle arabo-islamiche. Ricostruire la sua identità 'non occidentale' consentirebbe all'Europa di recuperare quella dignità e autorità di soggetto politico internazionale che è andata smarrendo via via che gli Stati Unti sono emersi come il 'vero Occidente': potente, dinamico, espansivo, secondo la logica imperiale della dottrina Monroe e dell'universalismo wilsoniano. Un' Europa autonoma affrancata dalla subordinazione al Washington consensus, potrebbe nn solo svolgere un ruolo di equilibrio fra le grandi potenze e operare per la pace, ma anche liberare i cittadini europei —in modo tutto particolare i cittadini italiani dalla loro condizione di sudditi dell'impero atlantico.

(...) 

Cittadinanza diritti cosmopolitici
Si profila una terza, crescente incompatibilità: è quella fra i diritti di cittadinanza e i cosiddetti 'diritti cosmopolitici'. Si tratta di una antinomia che riguarda la tensione fra il particolarismo delle cittadinanze nazionali e l'universalismo dei processi di globalizzazione. Secondo numerosi autori —David Held, Richard Falk e Antonio Cassese, ad esempio— questa tensione potrebbe rivelarsi 'espansiva' e 'inclusiva', nel senso che l'interferenza delle normative internazionali con gli ordinamenti giuridici degli Stati potrebbe dilatare e rendere più concreta la capacità dei cittadini di ottenere il rispetto dei propri diritti attraverso il ricorso ad autorità giudiziarie sovranazionali.
Secondo questi autori, all'interno dell'ordinamento giuridico internazionale convivono due diversi modelli normativi: il 'modello di Vestfalia' e il 'modello della Carta delle Nazioni Unite'. Per 'modello di Vestfalia' si intende l'assetto originario del diritto internazionale moderno, per il quale soggetti di diritto sono esclusivamente gli Stati, non esiste alcun 'legislatore internazionale' e l'ordinamento giuridico è costituito quasi esclusivamente da norme primarie, mentre mancano le norme di organizzazione E gli strumenti di applicazione coattiva del diritto.

Invece, secondo il modello che è venuto profilandosi sulla base del disegno normativo della Carta delle Nazioni Unite, un ruolo, sia pure per ora limitato, è concesso anche agli individui, ai gruppi sociali, alle organizzazione non governative e ai popoli dotati di un'organizzazione rappresentativa. E sono in vigore norme internazionali che obbligano gli Stati a rispettare la dignità e i diritti fondamentali degli individui: si è verificata, insomma, una parziale erosion of the domestic jurisdiction. Si sarebbero inoltre affermati dei veri e propri 'principi generali' e non solo sono ritenuti vincolanti dagli Stati, ma prevalgono come jus cogens inderogabile sui trattati e norme consuetidinarie.
Il vecchio modello, si riconosce, prevale ancora nettamente dal punto di vista dell'effettività, mentre la logica 'comunitaria' e 'globalistica' che caratterizza il profilo normativo delle Nazioni Unite non è riuscita ad affermarsi che in misura molto limitata. Ma il progresso dell'ordinamento giuridico internazionale, si sostiene, non può che andare nel senso di un totale superamento del 'vecchio modello' di Vestfalia. Quest'ultimo riflette le caratteristiche 'primitive e individualistiche' delle relazioni tra gli Stati nell'Europa del Seicento e del Settecento, mentre è soltanto con la Carta delle Nazioni Unite che è stato fondato un moderno assetto giuridico internazionale.
In questa prospettiva, che potremmo chiamare 'cosmopolitismo' o 'globalismo giuridico', si congiungono tre aspettative normative: quella del centralismo giurisdizionale, quella del pacifismo giuridico e quella del global costitutionalism, che collegandosi strettamente alla teoria dei diritti dell'uomo punta sulla capacità di un governo mondiale di tutelare internazionalmente quelle libertà fondamentali degli individui che gli Stati non sono in grado di assicurare.

Ciò che tuttavia si potrebbe opporre all'ottimismo cosmopolitico espresso da questi autori —ottimismo circa la realizzabilità di uno 'Stato di diritto' planetario e di una 'cittadinanza cosmopolitica'— è la sempre più netta divisione del mondo in un ristretto numero di paesi ricchi e potenti e in un gran numero di paesi poveri e deboli. In questa situazione non sembra possibile dar vita a un ordinamento giuridico internazionale che non sia rigidamente gerarchico e che non neghi il principio stesso della eguaglianza formale dei soggetti di diritto, come fa la Carta delle Nazioni Unite quando istituisce la figura dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e attribuisce loro un diritto di veto. 
In secondo luogo, non sembra possibile attribuire carattere obbligatorio ad una giurisdizione incaricata di interpretare e applicare il diritto internazionale senza affidarne l'esecuzione coattiva alla forza militare delle grandi potenze, sottraendole quindi, di fatto o di diritto, alla competenza di tale giurisdizione. Infine, appare poco ragionevole affidare la tutela internazionale dei diritti soggettivi a strutture di potere autoritarie e non rappresentative come sono oggi le istituzioni internazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite.

Ma c'è un secondo antagonismo fra cittadinanza e 'diritti cosmopolitici', probabilmente ancora più drammatico e carico di futuro, che viene espresso dalla lotta per l'acquisto delle cittadinanze 'pregiate' dell'Occidente da parte di grandi masse di soggetti appartenenti ad aree continentali senza sviluppo e con un elevato tasso demografico. Questa lotta assume la forma della migrazione di massa di soggetti economicamente e politicamente molto deboli —soggetti senza cittadinanza e senza diritti— ma che esercitano, grazie alla loro infiltrazione capillare negli interstizi delle cittadinanze occidentali, una irresistibile pressione per l'eguaglianza. La replica da parte delle cittadinanze minacciate da questa pressione 'cosmopolitica' —in termini sia di rigetto o di espulsione violenta degli immigrati, sia di negazione pratica della loro qualità di soggetti civili— sta scrivendo e sembra destinata a scrivere nei prossimi decenni le pagine più luttuose della storia civile politica dei paesi occidentali. 

È la stessa nozione marshalliana di cittadinanza che viene sfidata dalla richiesta di un numero crescente di soggetti non appartenenti alle maggioranze autoctone occidentali di diventare cittadini pleno jure dei paesi dove vivono e lavorano. Si tratta di una sfida molto rischiosa perché la stessa dialettica di 'cittadino' e 'straniero' viene alterata dalla pressione di fenomeni migratori difficilmente controllabili. Ed è una sfida dirompente perché tende a far esplodere sia gli elementi della costruzione 'prepolitica' della cittadinanza, sia i processi sociologici di formazione delle identità collettive, sia infine le stesse strutture dello Stato di diritto. A queste strutture viene rivolta la pressante richiesta di riconoscimento multietnico non solo dei diritti individuali dei cittadini immigrati, ma delle stesse identità etniche di minoranze caratterizzate da una notevole distanza culturale rispetto alle cittadinanze ospitanti.

(...)

Conclusione
La consapevolezza che la storia futura dell'Occidente del mondo può ancora riservarci inedite manifestazioni di irrazionalità collettiva dovrebbe indurci un atteggiamento di grande realismo. La situazione del pianeta è più che mai allarmante: si pensi a fenomeni come la normalizzazione della guerra, la diffusione delle armi di distruzione di massa, incluse le armi nucleari, il terrorismo globale, lo andate migratorie, l'esplosione dei particolarismi etnici, gli squilibri ecologici, l'asimmetria crescente nella distribuzione internazionale del potere e della ricchezza, la stessa crisi dell'istituzioni liberal-democratiche occidentali. 
L'intero pianeta rischia di divenire, come ha scritto Serge Latouche, un "pianeta dei naufraghi". E nel naufragio rischiano di affondare, dopo la grandiosa utopia novecentesca dell'emancipazione socialista e comunista, anche le illusioni del progetto illuministico della 'modernità', a cominciare dai valori e dai diritti della cittadinanza. Non dovremmo comunque dimenticare che i diritti, tutte le specie di diritti e non solo i diritti di cittadinanza, sono in sostanza delle semplici "opportunità condizionali" —per usare l'espressione di Barbalet— o, se si preferisce il lessico di Arnold Gehlen, delle Entlastungen, delle protesi sociali che consentono ai cittadini di rafforzare le loro aspettative sociali e di lottare con qualche maggiore possibilità di successo per l'affermazione di valori individuali e collettivi. E sono protesi probabilmente necessarie, ma certo non sufficienti per l'affermazione dell'ampia serie di valori che oggi, entro una grande varietà di ambiti funzionali, sono in tensione con le logiche tecnologico-informatiche ormai operanti a livello globale. In breve, i diritti soggettivi non sono che l'altra faccia del conflitto in una società sempre più complessa: vivono e muoiono con esso.

lunedì 16 maggio 2016

CITTADINANZA, SOVRANITÀ, NAZIONE: I PUNTI D'ATTACCO DEI MOVIMENTI SOCIALI CHE VERRANNO

[ 16 maggio ]

Il compagno Ugo Boghetta ci segnala questo articolo apparso sul neonato Socialismo 2017- ritorno al futuro ed i cui contenuti condividiamo.

1) Indignados e Nuit debout sono, con le dovute differenze, movimenti apartitici di cittadini che rivendicano democrazia. Questo può essere sia un modo per eludere la lotta di classe, sia un modo per esprimerla nel momento in cui la maggior parte dei lavoratori non può davvero agirla come tale. Dipende. Anzi, una lotta come cittadini può essere più radicale di una lotta come lavoratori se e quando pone il problema del mutamento politico.

2) E’ difficile e forse inutile capire perché in Italia non esiste (ancora?) nulla del genere. Può esser colpa della composizione di classe, della inanità dei sindacati confederali e della debolezza degli extraconfederali, della miseria della sinistra radicale. Anche della presenza di un M5S che coagula un dissenso trasversale di cittadinanza ma lo immobilizza a livello istituzionale (o lo fa convergere su obiettivi spesso gestiti in modo ambiguo: lavoro ed anche euro). 
In questo contesto appare difficile che la palude italiota sia sconvolta da eventi di questa portata in tempi brevi. 
Il quadro politico, invece, può più concretamente aprirsi per motivi “tecnico-casuali” come il referendum costituzionale. 
Questo infatti non ha quorum: qualcuno vince, qualcuno perde. Se vince potremmo tenerci Renzi per anni. Se qualcuno potrà scaricarlo ciò avverrà verosimilmente per fattori esterni: la magistratura o un congiunzione negativa dell’Unione. Se perde si apre invece una fase di grande instabilità dove movimenti come quelli sopra accennati possono trovare spazio, allargarsi, allargarlo. Per altro, la vittoria di chi difende e vorrebbe attuare la Costituzione veramente sarebbe una vittoria di Pirro. Basti pensare al referendum sull’acqua pubblica. Del resto le forze presenti in parlamento allineate con la Carta forse non superano il 20%. Continuerebbe, dunque, l’attacco alla medesima dal combinato disposto: Liberismo, Unione, Renzi e destra.

In ogni caso, dal possibile caos post Renzi difficilmente nascerà una vera alternativa. Anche un’eventuale successo grillino può aprire forse spazi, ma c’è chi possa inserirsi in essi? Bisogna che dal/nel caos nasca quantomeno un abbozzo di movimento stabile con un progetto politico serio. A tal fine bisogna prepararsi a far crescere ed intervenire in movimenti analoghi, costruendo nuclei politici che abbiano idee chiare, progetti chiari e non li nascondano. Bisogna smetterla con l’atteggiamento di chi venera ogni forma di movimento rinunciando a qualunque dialettica con esso. Del resto, se movimenti e forze politiche del cambiamento crescono, inevitabilmente si troveranno dinnanzi al “momento Tsipras” dove le chiacchiere stanno a zero ed è necessario fare scelte strategiche ben ponderate in anticipo.

E le idee fondamentali sono due:

3) Prima di tutto bisogna prendere sul serio il rifiuto della politica, se è rifiuto della politica attuale. E’ un fatto positivo perché si intuisce che non c’è spazio nella realtà esistente. Questo atteggiamento mediamente chiede soluzioni radicale anche se percepite confusamente. Ma se vuole veramente differenziarsi dallo spazio politico, un movimento non può né affidarsi al primo partito che capita (anche se nuovo), né mantenersi in uno stato fluido ed informale, ma darsi le proprie istituzioni, sulla base delle quali entrare in dialettica con partiti nuovi e vecchi e con lo stato. Ed è sempre in questo modo che può costruire quel ruolo necessario non solo a perseguire i propri obiettivi, ma, in prospettiva ad essere un attore fondamentale del cambiamento, delle sue dinamiche, dell’indirizzo e controllo dei suoi esiti. 

4) Poi deve nascere una forza politica davvero nuova, che affronti i problemi che si pongono sempre ad ogni movimento di questi anni: a) il mutamento della classe di governo, ed un progetto di società alternativa; b) le alleanze sociali delle classi stressate dal liberismo e dei suoi strumenti: Unione, euro, governi; c) la sovranità, poiché un movimento di cittadini deve ricordare che non c’è cittadinanza senza sovranità e, ad oggi, non c’è sovranità senza nazione. E la riconquista della nazione passa attraverso un’alleanza popolare nei suoi aspetti sociali, programmatici e politico-elettorali.

* Fonte: Socialismo 2017

mercoledì 16 settembre 2015

DIRITTI DI CITTADINANZA E DIVARI NORD-SUD di Nicolò Bellanca, Mauro Maltagliati, Roberto Martino*

[ 16 settembre ]

Nella foto degli anni '60 cittadini del Sud d'Italia salgono sui treni per emigrare al Nord.

«Malgrado 150 anni di accese discussioni intellettuali ed accademiche, la misurazione e la spiegazione della mancata unificazione nazionale non sembra ancora soddisfacente, e appare comunque migliorabile.[1] 
Per avvicinarci ad una stima e diagnosi più adeguata, occorre a nostro avviso ragionare non su un divario unidimensionale, bensì su una gamma di divergenze collocate in vari ambiti della vita associata. Abbiamo deciso di usare ed estendere una metodologia statistica recentemente costruita per misurare quanto due paesi o territori sono culturalmente vicini.[2] Essa, fondandosi su analisi di distribuzioni e non su misure di sintesi, utilizza banche date individuali per andare oltre le stime basate su medie o mode. Una volta selezionate le dimensioni giudicate più rilevanti, con i corrispondenti indicatori (qualitativi e quantitativi), essa forma dei cluster rispetto a ogni dimensione, assumendo che coloro che stanno nello stesso cluster siano tra loro simili; infine, calcola per ogni paese la distribuzione tra i cluster, assumendo che due paesi siano tanto più simili quanto più è simile tale distribuzione. Abbiamo applicato tale metodologia all’Italia, misurando i divari regionali su tre dimensioni – culturale, civile e strettamente economica – e proponendo un confronto tra la misura delle distanze ottenuta in una dimensione con quella nelle altre. Compatibilmente con i limiti dei dati disponibili, abbiamo rappresentato la dimensione culturale tramite i comportamenti riguardanti la produzione, la fruizione e la circolazione della conoscenza, ponendo un’enfasi particolare sui processi di creatività ed utilizzo del tempo libero. La dimensione civile rimanda invece all’insieme dei diritti (o beni) di cittadinanza disponibili ed accessibili al cittadino. La disponibilità di dati ha consentito di includere variabili rappresentative dei servizi pubblici, della qualità delle infrastrutture urbane, dell’accesso alla salute, dei servizi di sicurezza e delle infrastrutture viarie. La dimensione economica, infine, è stata catturata mediante un indicatore standard, il reddito pro capite disponibile al netto dei trasferimenti, quale indicatore della capacità di un sistema economico di produrre ricchezza.[3]
In termini intuitivi, il nostro schema interpretativo può essere introdotto chiedendoci perché milioni di sportivi rimasero sorpresi e sbigottiti quando, in una partita del Mondiale di calcio 2014, la squadra tedesca sconfisse quella brasiliana per 7 reti a 1. La ragione derivava dalla diffusa convinzione che sotto alcuni aspetti la squadra del Brasile non era inferiore, ed era anzi forse più forte, di quella rivale. Per esprimerci alla rovescia, qualora una squadra professionistica si scontrasse con quella di un oratorio, nessuno si stupirebbe di un esito tennistico e quindi nessuno si preoccuperebbe di trovarne una spiegazione. L’ipotesi da cui abbiamo preso le mosse è che i confronti tra alcune Regioni italiane possano svelare risultati non meno spiazzanti: se, ad esempio, confrontiamo Sicilia e Toscana, i tre divari (culturale, civile ed economico) potrebbero non aprirsi in pari misura a favore della Toscana; al contrario, potremmo forse imbatterci in una Sicilia “troppo” colta, relativamente a quanto esprime in termini economici, e ancora più “arretrata” in termini civili. Potremmo persino scoprire che sul piano della cultura la Sicilia di Camilleri, Battiato e Emma Dante “supera” la Toscana, proprio come, nel Mondiale di calcio, in termini di tasso tecnico e fantasia, il Brasile forse superava la Germania.
Chiamiamo A il dominio culturale, B quello civile e C quello economico. Una giustificazione particolarmente semplice della nostra ipotesi suggerisce che, avendo la Sicilia una pesante carenza dei beni di cittadinanza, i soggetti “fuggono” da quel settore B di attività (sia come offerenti, che come richiedenti) e si spostano verso la sfera economica C, dove però gli affari, senza un’adeguata dimensione civica, possono degenerare in traffici clientelar-mafiosi. Ancor più, i siciliani migrano verso la sfera culturale A, nella quale è possibile esprimere talenti e vocazioni anche nell’isolamento di Racalmuto o di Comiso. Se però “troppi” lasciano B per fuggire verso C e ancor più verso A, la situazione peggiora per chi sta in B, che pure tende a fuggire; d’altra parte, se “troppi” stanno in A, provocano una congestione quantitativa e un peggioramento della qualità media delle prestazioni in quell’ambito. In breve, le differenze di opportunità e incentivi tra Nord e Sud influenzano le scelte dei soggetti, indirizzandole “eccessivamente” verso alcune attività; ciò a sua volta genera effetti di feedback su incentivi e opportunità, istituzionalizzando le scelte iniziali.
Ma veniamo ai primi risultati della nostra ricerca. La figura 1 riporta la distanza media di ciascuna Regione meridionale e settentrionale rispetto alla macroregione opposta, ossia alla media di Nord e Sud rispettivamente[4]. L’istogramma mostra chiaramente come ciascuna Regione meridionale (settentrionale) sia in media molto più distante dal Nord (Sud) nella dimensione dei diritti di cittadinanza, rispetto a quanto osservabile nelle altre dimensioni, persino rispetto a quella economica sulla quale il dibattito sul dualismo italiano si è principalmente concentrato in letteratura. In particolare, le distanze culturali Nord-Sud risultano meno rilevanti di quelle economiche, con l’eccezione di Piemonte/Val d’Aosta, Friuli VG, Liguria, Abruzzo e Campania. Ad ogni modo, le differenze sono minime e di magnitudine decisamente inferiore rispetto alla terza dimensione.
Figura 1. Distanze medie per Regione rispetto a Nord e Sud
bellanca
La nostra conclusione provvisoria suggerisce che le distanze culturali tra le Regioni del Sud e del Nord sono comparabili alle distanze economiche, ma entrambe queste distanze sono molto più ridotte di quelle dei diritti di cittadinanza. In breve, le disuguaglianze regionali sono molto più rilevanti nella dimensione dei diritti di cittadinanza che in quella economica e culturale. Collocando questo risultato all’interno del quadro teorico presentato in precedenza, esso propone una radicale rivisitazione del dualismo italiano. Anziché concepirlo in termini di “ordinamenti” delle Regioni, lungo una o più dimensioni (il Veneto è più ricco della Calabria, o più sviluppato, o più moderno, o tutte le cose assieme), o di semplicistiche relazioni causali (l’assenza di civismo determina negativamente la performance economica), il dualismo è invece il sistema delle traiettorie che, in ciascun ambito istituzionale e nell’interazione tra essi, avvicinano o allontanano i territoriIn termini più teorici, stiamo sostenendo che la struttura istituzionale di riferimento determina le opportunità e le alternative disponibili agli individui, influenzandone le scelte economiche e sociali, nonché la performance del sistema economico. La dimensione dei diritti di cittadinanza vuole rappresentare tale struttura. Nonostante non sia possibile (né si vuole) argomentare in termini di rapporto causa-effetto, la circostanza per cui le distanze regionali sono molto più marcate in termini di diritti di cittadinanza indica che, nel sistema economico-sociale italiano, le Regioni che sono più carenti nell’ambito dei diritti di cittadinanza, tendono a rimanere intrappolate in un circolo vizioso che può essere considerato quale matrice del dualismo italiano».

*Università degli studi di Firenze
** Fonte: Economia e Politica

NOTE
[1] Negli ultimi anni, il dibattito sul dualismo italiano ha potuto contare su contributi di grande livello. Tuttavia, la solidità concettuale e la raffinatezza delle stime quantitative degli autori non è per nulla riuscita a far convergere i termini del dibattito stesso. Un caso paradigmatico è l’aspro confronto tra E. Felice e V. Daniele & P. Malanima sulla Rivista di storia economica, nn. 1 e 2, 2014.
[2] De Santis G., Maltagliati M., Salvini S. (2015), “A Measure of the Cultural Distance Between Countries”, Social Indicators Research, 1-23.
[3] I dati sono estratti da tre differenti indagini dell’Istituto Nazionale di Statistica condotte su tre campioni della popolazione italiana, suddivisi per regione, utilizzando l’ultima rilevazione disponibile al momento dell’analisi. In tutto, 19 regioni sono incluse nello studio, essendo Piemonte e Val d’Aosta considerati quali entità unica. Da ciascuna indagine sono state estratte informazioni per una delle tre dimensioni considerate, in modo da garantire omogeneità del campione all’interno di ogni ambito. In particolare, dall’indagine IT_SILC sono stati estratti i dati per la dimensione economica, da un campione di 19579 famiglie per l’anno 2012. Le informazioni concernono il reddito familiare procapite, ponderato per il numero di componenti utilizzando la scala di equivalenza proposta da Carbonaro (1985). Per la dimensione dei diritti di cittadinanza è stata utilizzata l’indagine sugli Aspetti della Vita Quotidiana, condotta nel 2013 su un campione di 46315 individui. Sono state incluse nell’analisi solo le domande che fornissero informazioni rispetto ai servizi offerti al cittadino ed alla conseguente garanzia dei diritti di cittadinanza e fornitura di beni e servizi essenziali. Pertanto, la selezione comprende quesiti sullo stato di degrado degli ambienti urbani, sulla sicurezza delle strade, sull’accesso all’acqua potabile, la presenza di una rete fognaria, la qualità delle strutture di fornitura di fonti di energia, etc. Infine, per la dimensione culturale, sono state usate 50569 osservazioni individuali dell’indagine Cultura e Tempo Libero del 2006. Le domande selezionate forniscono informazioni riguardo attività culturali e ricreative svolte dagli individui. Ad esempio, che tipo di attività ricreativa viene usualmente svolta (cinema, teatro, musica), la tipologia di riviste e di quotidiani letti, l’utilizzo del web, etc. Viene incluso anche il livello d’istruzione.
[4] Le tre regioni dell’Italia centrale – Lazio, Umbria e Marche – sono state escluse dal calcolo.

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