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venerdì 29 luglio 2016

LA DEFLAZIONE (DEI SALARI) METTE TUTTI D'ACCORDO di Alberto Bagnai

[ 29 luglio ]

Alberto Bagnai [nella foto] sarà uno dei protagonisti del III. Forum internazionale no-euro che si svolgerà a Chianciano Terme dal 16 al 18 settembre.


Tempo fa Federico ha segnalato su Twitter questa "notizia": secondo la scienza (che poi sarebbe una fondazione olandese legata al gioco d'azzardo) nei prossimi 30 anni l'automazione occuperà il 50% degli attuali posti di lavoro.

Vabbè...

Tralasciando il fatto che i simpatici frisoni avrebbero anche altro a cui pensare (qui due disegnini tratti dall'ultima in depth review:
clicca per ingrandire



Lo sapevate? Il debito delle famiglie olandesi arriva al 230% del loro reddito disponibile...), e che quindi di quello che dicono dobbiamo tenere il debito conto, cioè zero, mi pregio di sottoporre alla vostra riverita attenzione (scusandomi se vi distraggo dalla crociata) due costanti di questo tipo di notizie.

La prima è che queste analisi si fondano su un paralogismo talmente evidente che non si vede (un po' come, secondo Pitagora, noi non percepiamo l'armonia delle sfere: ma questo lo sa solo chi era a Tignale): ci viene detto che le macchine che esisteranno fra tre decenni saranno in grado di fare il 50% di quello che gli uomini fanno oggi, nel mondo di oggi, con le macchine di oggi. Ora, la dottoressa Arcazzo non saprebbe esprimere concetto più profondo.

Applicate la backward induction. Pensate: con una Browning M2 un soldato di oggi, purché posto in posizione lievemente dominante e adeguatamente munito di munizioni (appunto), potrebbe sterminare (se ci fosse) un'intera orda di unni del V secolo d.C. lanciati al galoppo. Secondo i gambler frisoni questo spiega perché oggi gli eserciti, come tutti vedono, sono disoccupati, giusto? Ragionamento impeccabile, con un unico lieve e facilmente occultabile difetto: nel XXI secolo non ci sono gli unni del V secolo (però c'è il Fmi).


Noi non sappiamo come sarà il mondo fra 30 anni.

Però da circa 3000 anni sappiamo com'era il mondo 30 anni fa, ed era più o meno come quello di oggi. Il progresso c'è sempre stato, ed è stato fuoco, amigdala, ruota (non so esattamente l'ordine, ma sicuramente fra voi c'è un paleoantropologo), bronzo, ferro, ecc. Ci sono sempre stati i forti e i deboli, e i primi non hanno quasi mai ambito a fare l'interesse dei secondi, perché aiutare i deboli a diventare forti significa ridurre la propria fetta di torta. Dice: "Ma il progresso aumenta la torta! Vuoi mettere, ad esempio, un aratro di legno con l'agricoltura industrializzata che il TTIP ci vuole imporre! Sai la produttività?" Certo. Il progresso porta un aumento della produttività. Ma l'evoluzione della società porta uno sviluppo delle aspirazioni individuali, un aumento dei bisogni (reali o presunti ma comunque sempre legittimi). Alla fine il limite analitico di queste analisi sta nel considerare solo il lato dell'offerta. Certo che per produrre quello che ci occorre oggi le macchine di domani saranno più efficienti. Ma domani ci occorrerà quello che ci occorrerà domani (se avete difficoltà a capire la frase rileggetela, pensando che domani è un altro giorno, e non è ancora arrivato), e quindi avremo bisogno di creare molto più valore aggiunto di quanto ce ne occorra oggi, perché domani ne domanderemo di più.

Strano, eh? Gli uomini non vogliono stare bene: vogliono stare meglio. Ve ne eravate accorti? Certo. il meglio rischia di essere nemico del bene. Ma chi si accontenta gode poco, e comunque da quattro milioni di anni noi funzioniamo così. Attendo fiducioso la #pirreviù dell'antropologo di turno.

Quindi le analisi dei simpatici gambler frisoni non valgono la carta sulla quale potreste stamparle. Come dico ne L'Italia può farcela, se lo squilibrio distributivo (o la disoccupazione, che poi è la causa e l'effetto dello squilibrio) fossero un portato del progresso tecnico, a parecchie decine di migliaia di anni dall'invenzione dell'amigdala un'unica persona dovrebbe guadagnare 60.000 miliardi di dollari, e gli altri sei miliardi di persone avere un reddito zero (e essere disoccupate). Non è così, ovviamente.

Ma qui si inserisce la seconda considerazione, la seconda costante di questo tipo di "ragionamenti". In tutta evidenza, "notizie" di questo tipo vogliono condurvi subliminalmente ad accettare come dato "naturale", perché portato di un progresso "tecnico" supposto "neutrale" in termini di scelte sociali e politiche, il fatto che voi veniate pagati di meno. E certo: se quello che fate voi lo può fare una macchina, sarete disoccupati: pensate! Il 50% della forza lavoro sarà sostituita da macchine (fatte da chi?). Eh, è proprio vero, signora mia... Purtroppo er progresso è tanta 'na bella cosa, se sa, ma laggente rimangono senza lavoro, e bisognerà da pagalli perché se ne stieno a casa...

Chiaro, no?

Ovviamente, se questa notizia ti arriva tornando da un concerto fatto a 45 minuti da Perugia, in una località collegata da strade percorribili solo a 30 all'ora perché sono una interminabile sequenza di buche (e con segnaletica non sempre in ottimissime condizioni), dove sta il trucco lo capisci prima...

Ma credo che dove sia il trucco lo vediate anche voi.

Quella di distribuire il reddito in un modo o nell'altro è una scelta intrinsecamente politica: la disoccupazione deprime la quota salari, e la scelta di darsi come obiettivo politico l'occupabilità, invece dell'occupazione, è una precisa scelta politica inquadrata in un disegno politico formulato dal quell'organismo di indirizzo politico privo di responsabilità politica che è l'OCSE ormai da anni, come ci ha spiegato Agénor.

La sintesi è che se sarete disoccupati, o sottopagati, oggi come fra trent'anni (o come trenta, o tremila, anni or sono), la tecnologia, la scienza, c'entrano ben poco. C'entra invece la politica, che sa prendere forme insidiose per sottrarvi ciò che vi spetta.

Ascoltando Lavoie all'EAEPE Summer School ho avuto diversi momenti di autentico godimento (unico problema: non vuole prendere atto del fatto che esiste una gerarchia internazionale dei mezzi di pagamento e quindi un vincolo esterno: ma di questo credo che avremo occasione di parlare con calma a marzo a Paris XIII). Uno di questi momenti si è presentato quando Lavoie ha argomentato, con ricca bibliografia, la critica a uno dei caposaldi del donaldismo, il famoso ELR (Employer of Last Resort).

(...per gli ultimi arrivati: me ne fotto se Trump si chiama Donald. Per noi Donald è un'altra cosa. Ho scritto un glossario. Leggetelo. Se non vi va di farlo, andatevene. Se non avete voglia di imparare siete inutili, quindi dannosi...)

In effetti, è difficile sfuggire all'impressione che le cose stiano proprio come le metteMalcolm Sawyer:

Di fatto, costituendosi come "datore di lavoro di ultima istanza", lo Stato interverrebbe nel conflitto distributivo fissando il livello del salario di riserva. Se lo stato ti dà 700 euro al mese per farti tagliare l'erba nelle aiuole, ovviamente sarà difficile che un imprenditore possa dartene più di 700,50 per farti fare un'altra cosa. Tanto, se ti lamenti, l'imprenditore ti dà un calcio nel sedere, e babbo Stato (controllato dai potenti e non dai deboli) interviene a darti la mancetta, sedando (che non viene da sedere, ma da sedare, anche se alla fine finisce lì) il conflitto sociale.

Geniale, vero?

Per quanto ciò possa sembrare assurda, questa storia quadra molto con la favoletta del giornalista indipendente di regime che va un anno in America (cioè nella potenza imperialista attualmente interessata a mantenere in vita l'euro) e torna sapendo tutto perché ha studiato un sacco con un sacco di economisti un sacco fichi e un sacco di sinistra, per poi diventare intellettuale critico di regime in una trasmissione dove la metà del pubblico ai bei tempi era composto da comparse di FARE (lo ricordate?) e la cuiraison d'être era molto evidentemente buttarla in vacca, facendo apparire per pazzo chiunque articolasse una critica scientificamente fondata all'euro... Tutto il dibattito farlocco su "il reddito di cittadinanza (aka reddito della gleba) non è il reddito minimo", "l'ELR è una cosa un sacco alternativa che ha salvato l'Argentina perché ne parla un giornalista un sacco coraggioso" ecc., va ovviamente in cocci di fronte non appena si faccia un minimo sforzo per innalzarsi e ampliare gli orizzonti. Lo scopo è sempre e solo uno: orientare il conflitto distributivo a favore del capitale, o placare gli sconfitti di questo conflitto (dove "o" sta per "vel" e non per "aut": ma "e/o" lo lascio scrivere ai sindacalisti).

Cadono veramente le braccia di fronte all'ingenuità di certi commentatori (e dell'infinito numero dei tifosi da stadio). Ma questa è la democrazia, pare...

Eppure non è strano. Lo scopo del capitale è appropriarsi di una quota preponderante di valore aggiunto, e per farlo, naturalmente, il capitale deve sottrarla al lavoro. Ci sono tanti modi per farlo. Chiedere allo Stato, governato da interessi oligarchici, di fissare un salario di riserva da fame è uno dei tanti possibili modi: alla fine, il più pulito. Poi ce n'è un altro, questo:


Ciao Alberto,
spero che tu e tutta la tua famiglia stiate bene e mi auguro di poter trovare il tempo di partecipare a qualche evento, magari al Goofy 5 non foss’altro che per avere il piacere di salutarti di persona.
Ti disturbo perché sono stato contattato dalla “International academy of Florence” che mi propone nientepopodimeno che di partecipare ad un progetto finanziato dal ministero del lavoro e delle politiche sociali, mirante alla:
PROMOZIONE DELLA MOBILITA’ INTERNAZIONALE DEI LAVORI ATTRAVERSO TIROCINI FORMATIVI DI CITTADINI STRANIERI CHE FANNO INGRESSO IN ITALIA.
Il programma intende contribuire alla qualificazione dei flussi migratori di ingresso in Italia anche al fine di promuovere meccanismi efficienti di incontro domanda-offerta e sperimentare modalità sostenibili e innovative per la mobilità circolare dei lavoratori.
I percorsi di tirocinio devono avere una durata minima di 3 mesi e massima di 6 mesi.L’attività di lavoro dovrà avere una durata compresa tra un minimo di 20 ed un massimo di 30 ore settimanali.·         Il tutto con il semplice pagamento dei seguenti costi: 
“Fornire vitto ai tirocinanti·         Sostenere i costi di assicurazioni INAIL ed RCA.
I Soggetti Promotori (Mahasara Italia ong) si impegnano :
·         Rimborso di un’indennità mensile erogata al Lavoratore di € 500,00·         Sostenere i costi per l’alloggio dei lavoratori·         Sostenere le procedure presso gli Uffici regionali e i costi per il visto d’ingresso e il permesso di soggiorno”.
(il virgolettato è preso pari pari dal testo)
In pratica fornendo vitto gratuito (senza peraltro specificare le condizioni quindi va bene anche pane e cipolla) più poche decine di euro mensili per inail e rca  mi verrebbe fornita manodopera nella quantità desiderata: uno, dieci, cento? Al costo per me di euro 0 al mese per 30 ore settimanali ovvero 130 mensili di lavoro, mentre i soggetti promotori erogherebbero al lavoratore la strabiliante cifra di euro 500,00 mensili, per una fantastica paga oraria di euro 3,85 scarsi  e  l’alloggio alle condizioni che orsù gli pare.  Una genialata! La svalutazione del lavoro all’ennesima potenza, per la serie a noi la riforma Hartz ci fa una s..a.
Nelle attuali condizioni di mercato, con decine di migliaia di imprese alla canna del gas non dubito che più di qualche imprenditore coglierà la palla al balzo per sostituire gli inefficienti lavoratori autoctoni con i nuovi schiavi, pardon, "stranieri in tirocinio formativo", appositamente fatti affluire nel nostro esangue paese per sostituire i riottosi scansafatiche Italiani che, poffarbacco, si rifiutano di lavorare per lo strabiliante salario di euro 3,85 l’ora, peraltro pagati da ente erogatore diverso dall’azienda e quindi a carico dello stato, senza contributi, previdenza, assistenza sanitaria… forse e pensione post mortem….
Non sono neanche più arrabbiato, sono furioso, perché so che presto mi ritroverò ad affrontare una concorrenza che userà ed abuserà di questi strumenti e mi spingerà fuori mercato, visto che mi rifiuto di essere complice di questo schifo.
In allegato troverai il testo completo che mi hanno inviato per mail, te lo invio insieme ad una fornitura di maalox che ti sarà oltremodo utile durante la lettura. E’ solo una paginetta, ma basta ed avanza.  Naturalmente c’è la solita tiritera sulle finalità sociali le pari condizioni dei tirocinanti con i lavoratori Italiani che a  me sembra quasi una minaccia : ”presto anche voi Italiani sarete trattati e pagati così”, perchè questo sembrano dire, ma forse mi sbaglio, forse sono maldisposto e prevenuto nei confronti di queste iniziative caritatevoli volte ad integrare questa marea di poveri disperati che sta sommergendo il nostro paese  e che si continua a far arrivare a ranghi serrati per usarla come forza d’urto per distruggere in via definitiva la nostra costituzione, i nostri diritti, la nostra dignità, la nostra cultura ed identità di popolo.
Sono quasi sicuro che siamo ormai arrivati al punto di non ritorno e che l’esito sarà talmente traumatico e violento da far impallidire le violenze e gli eccidi accaduti durante la seconda guerra mondiale.  Qui si rischia una carneficina, alimentata da odii sociali, razziali e religiosi impensabili anche solo vent’anni fa e quel che è peggio, creati ad arte per meschini interessi economici e luridi giochi di potere, voluti da elite dementi, arroganti ed insaziabili.  Gente che non si è ancora resa conto che non si salverà questa volta, perchè dal collasso di una nazione, di una società e di un popolo intero non si salva mai nessuno.
Hanno voluto avere tutto e tutto perderanno….però il costo dei loro errori ed orrori sarà pagato soprattutto da tutti noi.  No non ci può essere pietà o perdono per ciò che è stato fatto e non ce ne sarà.  La storia insegna a chi la vuole studiare e soprattutto capire.
E adesso che cosa si fa per impedire questi esiti e cercare di fermare la valanga od almeno tirarsi di lato prima di essere travolti?  Questa è la domanda che rivolgo a me stesso tutti i giorni ed alla quale non ho ancora trovato una risposta.  La stampa e la televisione parlano del niente, i partiti sono tutti per il “più europa”, con la sola eccezione della Lega nord, Fratelli d’Italia [Ndc: non sono così sicuro che Fratelli d'Europa sia veramente critica verso l'Europa, ma va bene così: alla fine, il mio problema non è il loro europeismo, ma quello di chi vorrei votare] e di pochi altri piccoli movimenti di fatto assai marginali.
A sinistra il nulla ed anzi l’attiva collaborazione alla realizzazione di questi folli disegni, ma in nome del “sociale” e “dell’accoglienza”, perché noi siamo la sinistra.
Tutti gli altri sono populisti, ma essere populisti significa ascoltare e cercare di mettere in pratica la volontà del popolo!!! Si chiama DEMOCRAZIA, un termine oscuro ai più, quasi una bestemmia per la sedicente sinistra e per i cosiddetti progressisti.  Che la linea la devono tracciare gli illuminati, perché il popolo non può capire, va guidato per il suo bene perché non sa quali sono i suoi veri interessi:  trovare finalmente lavoro a 3,85 euro l’ora senza previdenza, assistenza, pensione diritti, fino alla prossima deflazione salariale che la moneta unica non si tocca, perché l’eurone ci protegge e ci dà lavoro, sicurezza e stabilità, ci protegge dalla Cina e ci fa più belli e più grandi…..QUOUSQUE TANDEM  ABUTERE  CATILINA PATIENTIA NOSTRA!!!!Un caro saluto (emphasis added)


In effetti l'iniziativa descritta dal nostro amico sarà senz'altro mossa dalle migliori intenzioni, non ne dubito, ci mancherebbe: l'accoglienza, l'integrazzzzione, siamo tutti fratelli...

Peraltro, cosa deve fare una ONG, se non profittare di un'iniziativa finanziata da un Ministero?

Ma i potenziali risultati quali sarebbero? Quelli che descrive lui, fra l'altro andando contro i propri interessi, perché in quanto imprenditore nel settore NACE 5510 a lui un'orda di poracci sottospecializzati e zeropagati farebbe proprio comodo. Solo che essere imprenditore non significa necessariamente essere un coglione autocentrato "a fazz tut mi!": diciamo che non è condizione necessaria né sufficiente (anche se da qui qualcuno ne è passato). Ce ne sono alcuni (pochi, lo ammetto) che capiscono che il gioco del "paga un poraccio" visto dal lato dell'offerta è senz'altro remunerativo, ma visto dal lato della domanda molto di meno. Se gestisci un albergo, non ti ci vuole molto a capire che chi è pagato 3,85 euro all'ora non potrà mai essere tuo cliente, e non perché è un tuo dipendente, ma perché, se anche fosse il dipendente di un altro, non potrebbe permettersi una vacanza. A quel punto, ti basta alzare lo sguardo, vedere che questo è il gioco che tutti stanno giocando, e da lì a preoccuparsi è un attimo. Se invece, che so, fai l'avvoltoio che compra macchinari da aziende fallite per venderle ad aziende fallende, ecco, in questo caso, data la particolare natura della tua clientela (che è a qualche grado di separazione dal consumatore finale, quello pagato 3,85!) magari ci metti un po' di più a capire, anche perché la crisi, finché dura, ti fa comodo: comprare a prezzo stracciato da un collega alla canna del gas è bello quanto pagare zero degli sventurati spinti sulle nostre coste dall'"esportazione della democrazia" (per la quale vedi le considerazioni del nostro amico)! Ma sei pur sempre una brava persona, anche se condanni i tuoi figli alla guerra civile (dando però tanti soldi in beneficenza agli istituti religiosi, anche loro, da sempre, in prima fila nell'accoglienza: ma anche loro hanno un modello di business un po' particolare...).

Ecco: reddito della gleba, reddito minimo garantito, "integrazione" dei "migranti"... Tutto concorre alla disintegrazione del lavoro nel migliore dei mondi possibili per il capitale.


A questo punto chi non ha capito o è coglione o è complice. Ma anche qui, forse, sono eccessivamente prolisso: perché essere complici di un processo simile, e non capire che alla fine schiaccerà anche te, significa, oggettivamente, essere ma di molto coglione...

* Fonte: Goofynomics

lunedì 28 marzo 2016

INCHIESTA: «I tedeschi diventano più ricchi. E più diseguali» di Maitre_à_panZer

[ 28 marzo ]

L’ennesima conferma di come ricchezza e disuguaglianza nella sua distribuzione crescano spesso insieme arriva dalla florida Germania dove fra il 2010 e il 2014 si è assistito all’aumento del reddito medio e al contempo all’aumento della quota di ricchezza detenuta dal 10% più ricco.

I dati sono contenuti nell’ultimo bollettino mensile della Bundesbank che dedica un articolo proprio alla circostanza che “la diseguaglianza nella ricchezza è ancora relativamente pronunciata in Germania”, ossia nell’economia che assai meglio di altre ha affrontato e vissuto la Grande Recessione.

L’approfondimento è costruito sui dati di una ricerca, “Households and their finances”, che aggiorna quella precedente, relativa al 2010, alla quale hanno partecipato 4.400 famiglie, 2.191 delle quali avevano già partecipato a quella di sei anni fa. Esibisce quindi una certa continuità nella rilevazione che consente di farsi un’idea più precisa di come siano cambiate le condizioni di vita delle famiglie tedesche nei quattro anni trascorsi fra le due ricerche.

I ricercatori rilevano che “la persistenza dei bassi tassi di interesse sui risparmi e l’aumento dei prezzi delle proprietà immobiliari e delle azioni non sembra aver avuto un grande impatto nella distribuzione della ricchezza fra il 2010 e il 2014”. Nel senso che l’aumento di ricchezza ha cambiato poco, se non lievemente peggiorandola, la distribuzione della ricchezza stessa, che rimane “non uniforme”. Nel 2014, infatti, il 10% più ricco della popolazione deteneva il 59,8% della ricchezza totale netta a fronte del 59,2% del 2010.
Se guardiamo al dato pro capite, emerge che la ricchezza netta, quindi tolti i debiti, è aumentata nel 2014 arrivando a 214.500 euro a cittadino, a fronte dei 195.000 del 2010. Con l’avvertenza però che la ricchezza netta del 74% dei tedeschi è al di sotto della media. Vale quindi la famosa regola del pollo di Trilussa: la media nasconde profonde differenza che persistono fra i redditi molto alti e quelli molto bassi.

Se guardiamo alla ricchezza mediana, ossia il valore centrale fra il reddito più alto e quello più basso, scopriamo che anch’essa è aumentata, arrivando a 60.400 euro nel 2014 a fronte dei 51.400 del 2010. Ricordo ai non appassionati di statistica che una grande differenza fra media e mediana è di per sé una prova empirica della diseguaglianza nella distribuzione. Il terzo indicatore universalmente utilizzato per misurare la diseguaglianza, ossia l’indice di Gini, misura per la Germania 0,76, o 76% se preferite, laddove zero significa massima uguaglianza nella distribuzione e 100 massima diseguaglianza. Quindi anche qui, sebbene l’indicatore sia rimasto immutato nei quattro anni, si ha la conferma di una situazione distributiva sperequata.

L’analisi inoltre individua una correlazione fra la disponibilità di asset non finanziari – tipo il mattone per intenderci – e la ricchezza. Poiché in Germania solo il 44% delle famiglie possiede un immobile di proprietà, ciò vuol dire che solo una minoranza della popolazione può giovarsi di tale correlazione. Per costoro la ricchezza media si colloca in linea con la media nazionale. Dal che si può dedurne che è proprio la disponibilità di una casa di proprietà a fare la differenza. Infine, la quota di tedeschi che possiede azioni è diminuita dall’11 al 10% nel tempo, mentre gli importi medi si aggirano intorno ai 40 mila euro. Anche qui però la media nasconde profonde differenze.

Se dagli asset passiamo ai debiti, scopriamo che il 45% delle famiglie è indebitato, il 21% delle quali ha un mutuo mentre la restante parte è titolare di prestiti non assicurati, come debiti studenteschi, carte di credito o credito al consumo. Nel 9% dei casi considerati, i debiti superano la ricchezza lorda.

Insomma, sia sul lato degli asset, che su quello dei debiti vale il vecchio adagio che piove sempre sul bagnato. Per chi sta in cima alla piramide sociale, però, si tratta di una pioggia piacevole.

* Fonte: Econopoly

domenica 28 febbraio 2016

LA DEFLAZIONE SALARIALE SPIEGATA AI COMPAGNI OPERAI DELLA WHIRPOOL (che la conoscono già) di Sergio Cesaratto

[ 28 febbraio ]

Negli ultimi tempi sui giornali, su internet o alla TV sempre più spesso capita di leggere o ascoltare pessime notizie sul mondo del lavoro, in particolare la tendenza che hanno le multinazionali come ad esempio l'ikea di chiedere o imporre un "aggiustamento" ovviamente al ribasso dello stipendio.L'abbassamento del salario prende il nome di "deflazione salariale", noi Cobas Lavoro Privato della Whirlpool di Siena abbiamo chiesto quindi al Professor Sergio Cesaratto (Professore ordinario di Economia della crescita e dello sviluppo e di Politica monetaria e fiscale nell'Unione Monetaria Europea) di spiegarcene le cause e gli effetti, di seguito potete leggere l'articolo che gentilmente ha scritto su nostra richiesta.


Spiegare ai compagni della Whirlpool cosa significhi deflazione salariale è in un certo senso imbarazzante. Suppongo che loro sappiano benissimo cosa significhi per averla provata sulla propria pelle. Il padrone glielo avrà spiegato mille e una volta: in tanti altri paesi i salari sono molto, ma molto più bassi che in Italia. Allora che fate? O i vostri salari diminuiscono, oppure decentriamo la produzione (oppure chiudiamo e basta). E’ la globalizzazione bellezza, e se a decidere è una multinazionale è ancor peggio perché il ricatto di spostare la produzione è più forte.

BOX 1 Deflazione salariale vuol dire competere con gli altri paesi giocando su un basso costo del lavoro. Si noti che questo vuol dire rinunciare a un ampio mercato interno per i prodotti – se i salari sono bassi, tali saranno anche i consumi – con l’obiettivo di conquistare mercati esteri. La strategia di deflazione salariale è detta anche deflazione competitiva: si punta a tenere prezzi e salari nazionali bassi per spiazzare i concorrenti sui mercati esteri. L’obiezione fondamentale alla deflazione competitiva è che se tutti i paesi adottano questa strategia, chi compra? E’ questo il nodo fondamentale del capitalismo, per cui oggi si parla di stagnazione secolare, un pericolo che deriva dal pauroso aumento della diseguaglianza.

Una prima linea di difesa dei lavoratori è nella qualità del lavoro, che non è la medesima in tutti i paesi ed è certamente più elevata in Italia. In sostanza quello che l’impresa guadagna via minori salari se sposta la produzione, lo perde sul piano della produttività (prodotto per lavoratore). Ma naturalmente questo è vero fino a un certo punto, in quanto le produzioni più standardizzate sono facilmente trasferibili, e con macchinario adeguato la produttività è la medesima. E’ solo quando il prodotto richiede conoscenze molto puntuali e non facilmente trasferibili che ci si difende bene. Ma a quel punto è il medesimo padrone a non voler trasferire la produzione, che viene anzi spesso riportata in Italia dove i lavoratori sono più addestrati. Ma su questo, di nuovo, siete voi che fate scuola a me.
Entro certi versi, quello che un tempo si chiamava il ciclo del prodotto è un fatto fisiologico. L’idea è che le produzioni più innovative svolte nei paesi avanzati col tempo si standardizzino e vengono trasferite nei paesi più arretrati, essendo sostituite con nuove produzioni innovative e così via. Un tempo si riteneva anche che fosse compito dei governi stimolare questi processi facendo scivolare il paese verso produzioni più sofisticate, cedendo quelle meno avanzate ai paesi più arretrati.
In Italia questo upgrading è avvenuto in misura inferiore agli altri paesi avanzati, e con delle peculiarità. I punti di forza del Made in Italy sono diventati, com’è noto, la meccanica, il sistema moda e, ultimamente, l’agroalimentare. Molto poco per un paese che a fine degli anni 1960 vantava quella che un tempo si chiamava una “matrice industriale completa”, vale a dire produceva un po’ di tutto, dal nucleare all’elettromeccanica, dal chiodo al microchip, dal farmaco alle scarpe.
Purtroppo l’industria di Stato che concentrava molte di queste competenze è stata dapprima vittima della spartizione partitica, che l’ha spogliata delle grandi capacità imprenditoriali maturate dagli anni 1930 sotto la guida dei grandicommis d’Etat antifascisti che l’avevano presa in mano (comprese le grandi banche). E infine svenduta a brandelli al settore privato attraverso le privatizzazioni. Spesso a capitali stranieri che l’hanno acquisita a saldo dei debiti esteri che l’Italia ha maturato negli anni dello SME (il sistema monetario europeo) e poi dell’euro, i due sistemi di cambio fissi a cui il Paese ha in successione aderito dal 1979 e su cui torneremo. L’eccesso di conflitto sociale a partire dai primi anni 1960 non ha poi certo favorito una evoluzione positiva della grande impresa italiana, la quale si è invece ritratta sino quasi a scomparire. Perché la Ignis, o la Rex-Zanussi non sono diventate una Samsung o, almeno, una Bosch? Perché tanti brand dei Caroselli di quand’eravamo bambini (o almeno io lo ero) sono spariti?
Mentre altri Paesi come la Corea del Sud o Taiwan si incamminavano verso produzioni di massa avanzate, il nostro si smarriva nel conflitto sociale. Ma vale la pena chiedersi di chi è la responsabilità di una conflittualità spesso esacerbata. Mentre ulteriore lavoro storico sarebbe necessario, non si è lontani dalla verità se la si attribuisce a una borghesia incapace da sempre a venire incontro alle istanze sociali delle grandi masse popolari. Dai cannoni di Bava Beccaris, al fascismo, alla “stretta monetaria” e prime minacce golpiste del 1963, alla strategia della tensione, sino a Berlusconi (e al suo epigono Renzi), e infine con l’euro, la borghesia italiana ha sempre reagito alla domanda di giustizia negando legittimità alle istanze sociali, timorosa di perdere i propri privilegi, al massimo corrompendo masse con il clientelismo diffuso e le elemosine - dai pacchi di pasta di Lauro agli ottanta euro di Renzi. E’ al principio degli anni 1960 che si compie la scelta decisiva: il Paese era cresciuto, le premesse economiche per una vera modernizzazione del Paese c’erano, una borghesia capace di guidarla no. Alla difesa dei settori nazionali moderni (l’elettronica di Olivetti, il nucleare di Ippolito, il petrolio di Mattei), e a una riposta in positivo alle istanze di giustizia sociale del primo ciclo di lotte operaie, si sostituì la svendita di quei settori al capitale straniero, la stretta monetaria, e lo sfruttamento selvaggio della forza lavoro, senza riforme sociali. Il secondo ciclo di lotte operaie dal 1969 fu la risposta dei lavoratori. Molto si ottenne, altrettanto lo si sta ora restituendo.
Negli anni 1970 il Paese continuò comunque a crescere, con il conflitto spesso moderato attraverso l’impiego non sempre appropriato della finanza pubblica e l’utilizzo del cambio (svalutazione della lira) per compensare la maggiore inflazione interna. Le istanze progressive delle lotte operaio e studentesche furono molto, solo molto parzialmente guidate dalla sinistra verso un riformismo forte, ostacolate in questo dalla borghesia golpista, in un clima reso più cupo da un estremismo diventato col tempo violento. L’aumento del prezzo del petrolio, per cui anche i Paesi petroliferi ambirono a una fetta maggiore della torta, fu un’ulteriore elemento esacerbante del conflitto.

BOX 2 Il conflitto distributivo fra lavoratori e capitalisti genera inflazione, la famosa spirale prezzi-salari. I Paesi produttori di petrolio e materie prime possono costituire il terzo incomodo. Una inflazione interna maggiore dei concorrenti (per esempio di Germania e Francia) porta a una perdita di competitività. In termini semplici: i nostri prodotti cominciano a costare più dei loro. Una svalutazione della nostra moneta, quando ce l’avevamo, aumentava il potere d’acquisto degli stranieri: coi marchi un tedesco comprava più beni prezzati in lire. Allora la svalutazione, accrescendo il potere d’acquisto degli stranieri, compensava l’aumento dei prezzi in lire dei nostri prodotti. Certo, con una lira deprezzata, diminuiva il potere d’acquisto di merci estere per i lavoratori italiani. Ma né questo, né l’inflazione interna erano sufficienti a annullare l’aumento dei salari reali ottenuto con le lotte.

La svolta avvenne alla fine degli anni 1970 quando, superato l’apice del terrorismo, il Paese allineò le proprie politiche alla nuova ventata monetarista che si andava affermando in Europa e negli Stati Uniti. In questi ultimi, muore con Carter l’ultimo rigurgito keynesiano. L’adesione al sistema europeo di cambi fissi, lo SME (sistema monetario europeo), fu il segnale ai sindacati che la politica economica non avrebbe più accomodato il conflitto sulla distribuzione del reddito attraverso il tasso di cambio. Il meccanismo è spiegato nel BOX 2: il conflitto salariale genera inflazione; quest’ultima fa perdere competitività al paese, per la ragione banale che i prezzi delle merci che produce aumentano più che all’estero; il deprezzamento del cambio fa recuperare la competitività. Abilmente, per gran parte degli anni 1970 l’Italia aveva cercato di svalutare rispetto al marco, preservando la competitività nel mercato tedesco che è il nostro più importante, mantenendo invece stabile il cambio col dollaro (avvalendosi del contestuale indebolimento di quest’ultimo nei confronti del marco), sì da mantenere invariato il prezzo delle importazioni petrolifere (fatti salvi gli aumenti decisi dai produttori). In tutto questo i dati mostrano che i salari reali riuscivano a crescere – la deflazione e non l’inflazione è nemica dei salari. Tanto più che la produttività del lavoro continuava a crescere, guidata dalla domanda interna ed estera.

BOX 3 “tassi di inflazione relativamente sostenuti sono spesso associati a tassi di disoccupazione contenuti e quindi a posizioni di forza dei lavoratori nelle contrattazioni sindacali, a beneficio del mantenimento della crescita dei salari reali, e della quota dei salari sul prodotto. Il processo di disinflazione [successivamente] compiuto …ha eroso (via disoccupazione) le posizioni contrattuali dei lavoratori, favorendo lo smantellamento dei presidi del loro potere d’acquisto (meccanismi di indicizzazione del salario) e quindi, inevitabilmente, riducendo la quota dei salari sul prodotto.” A.Bagnai, Il tramonto dell’euro, Imprimatur, 2012).

Certo, di meglio si poteva fare: più giustizia distributiva e fiscale avrebbero potuto moderare il conflitto, ciò che avrebbe però richiesto una borghesia lungimirante; un più rapido adeguamento dell’imposizione fiscale e la lotta all’evasione, a fronte di una spesa sociale che finalmente cominciava ad adeguarsi agli standard europei avrebbe impedito l’esplodere del debito pubblico, la cui concausa furono gli alti tassi di interesse conseguenza dello SME. Per chiarire quest’ultimo punto: nel corso degli anni 1980, con i cambi fissi e un’inflazione in discesa, ma pur sempre più alta della Germania, il nostro Paese si trovò con forti disavanzi esteri. Non potendo infatti più svalutare adeguatamente per compensare la più elevata inflazione, la competitività del Paese ne soffrì.  Questo implicò indebitamento verso l’estero a tassi di interessi crescenti (gli stranieri investivano sì in titoli italiani, ma per coprirsi dal rischio di svalutazione della lira chiedevano tassi assai onerosi). Con l’uscita (temporanea) dallo SME nel 1992, la svalutazione e la ripresa delle esportazioni consentì al Paese di riaggiustare i conti esteri e restituire il debito estero.
Dagli anni 1990 la globalizzazione di capitale e lavoro si fa più massiccia. Questa va intesa come un imponente movimento del capitalismo verso l’estensione su scala globale dell’esercito industriale di riserva (la sacca di disoccupati che serve a calmierare i salari, il termine è di Marx). Da un lato gli impianti si spostano verso paesi dove il costo del lavoro è più basso, dall’altro ifenomeni migratori portano all’interno dei paesi industrializzati la concorrenza della forza-lavoro a basso costo. La pressione su salari e diritti si fa tremenda. Al contempo il rafforzamento delle grandi istituzioni internazionali come il WTO (oggi il TTIP) è volto a smantellare i poteri degli Stati sovrani, sì da depotenziare la linea di difesa dei diritti costituito dalle istituzioni democratiche nazionali. Il rafforzamento delle istituzioni europee culminato nella creazione della moneta unica si iscrive in questo quadro.
L’euro è la sanzione della strategia della deflazione salariale. L’ideologia che guida l’Italia ad aderire alla moneta unica è quella del “legarsi le mani”, come fu definita da due sciagurati economisti (Francesco Giavazzi e Marco Pagano): cancellata definitivamente la possibilità di aggiustare il cambio, l’unica via per mantenere i posto di lavoro è la deflazione salariale. Naturalmente questo non viene detto esplicitamente: si dice che l’euro imporrà di effettuare le riforme che il Paese da lungo attende (leggi la riforma del mercato del lavoro culminata nelJobs Act).
Il BOX 1 illustrava come, tuttavia, se tutti i paesi adottano la deflazione competitiva, questo è un gioco a somma zero, se vince uno perde l’altro e dunque il paese che fa più deflazione salariale spiazza gli altri in un suicida gioco al ribasso. E il paese più bravo a farla è stata la Germania che, con le riforme del mercato del lavoro del socialdemocratico Schroeder, spiazzò tutti nel 2003. Alla deflazione salariale la Germania affiancò la sua tradizionale forza produttiva sostenuta da un poderoso apparato statale pro-business (ricerca, ottima formazione a ogni livello, apparato pubblico e politica estera sostegni delle esportazioni ecc.), quello che si chiama Stato mercantilista insomma. Pur con un’inflazione ridotta al lumicino, il nostro Paese si vede di nuovo spiazzato dal temuto concorrente, ed è allora che il discorso sul declino italiano si fa più pressante. Oggi la Spagna è portata ad esempio di successo della deflazione salariale: vedete, si dice, come tempestive riforme del mercato del lavoro (leggi smantellamento dei diritti sindacali e condizioni di lavoro massacranti) portano alla ripresa del Pil? Non ci si rende conto che in Europa questo, alla lunga, non è neppure un gioco a somma zero, in cui almeno uno vince, ma è un gioco al massacro collettivo: il vincitore si ergerà alla fine sulle rovine dei concorrenti, e sulle proprie. Non esattamente un successo.
Qual è l’alternativa? Quella più ragionevole sarebbe di politiche europee espansive concertate fra i diversi paesi, con la Germania a fare da traino espandendo il proprio mercato interno attraverso un cospicuo aumento di salari e spesa pubblica. Dunque l’abbandono della deflazione salariale innanzitutto da parte del paese leader. Ma ciò non accadrà. La Germania non abbandonerà mai il proprio modello mercantilista (vendere agli altri e non comprare). Questo paese costituirebbe comunque un problema anche se l’euro crollasse.
In questo quadro scoraggiante, non sono in grado di dare suggerimenti ai compagni della Whirlpool su quale strategia sindacale adottare a livello locale. Sindacati ed enti locali dovrebbero forse costringere l’azienda ad impegnarsi in politiche dell’innovazione, in collaborazione per esempio con le università toscane, per individuare nuovi prodotti di alta gamma, anche puntando sulla formazione del personale. Ma sono solo idee, come noto, chi sa fa, chi non sa insegna. A livello nazionale si tratta ovviamente di combattere le politiche di austerità che sono anch’esse parte della deflazione salariale in quanto mirano ad abbattere il salario indiretto, quello consistente di erogazioni sociali (pensioni, sanità, istruzione, assistenza sociale). Queste politiche hanno distrutto ilmercato interno portando a una drammatica perdita di capacità produttiva. Va inoltre accresciuta la consapevolezza che l’Europa, monetaria e non, è lo strumento della deflazione salariale (ce lo chiede l’Europa), e poco conta il contentino che ci viene dato sul terreno dei diritti civili, che funge da specchietto per le allodole.

BOX 4 La deflazione salariale come strategia del capitalismo nazionale ha l’obiettivo di catturare i famosi due piccioni con una fava: i bassi salari tengono alti i profitti, e allo stesso tempo consentono di vendere l’eccedenza del prodotto all’estero. Così, nonostante i bassi consumi interni dovuti ai bassi salari, non c’è un problema di mercato. La questione è che se fan tutti così, come s’è visto, la strategia diventa un gioco al ribasso rovinoso per tutti.

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