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mercoledì 14 dicembre 2016

UNA LETTERA DEI COMITATI DEL NO DEL TRENTINO

[ 14 dicembre ]

Dalla vittoria del No, più precisamente dalla costellazione dei comitati di base sorti in tante parti del Paese, contro ogni smobilitazione, sorge la spinta a dare vita ad un blocco o movimento politico che faccia della sovranità popolare la sua stella polare, e che segni una discontinuità profonda con tutti i pasticci compiuti nei decenni dalla cosiddetta "sinistra radicale". Riceviamo e volentieri pubblichiamo un importante documento prodotto da alcuni Comitati del Trentino. Importante questo documento in vista dell'assemblea nazionale del 
Coordinamento Democrazia Costituzionale nazionale (CDC) che si svolgerà a gennaio (terremo informati i nostri lettori).

«Care amiche e cari amici del direttivo del Coordinamento Democrazia Costituzionale nazionale (CDC),

a distanza di pochi giorni dal voto, emerge attorno a noi, sentita ed urgente, la necessità di fare sintesi politica di questa esperienza referendaria e di questo schiacchiante NO.

Il processo di aggregazione non riuscito, dopo il referendum sull'acqua, oggi non può e non deve attendere.

Il quadro politico è in rapida evoluzione, c'è chi afferma che è finita la seconda Repubblica, vedremo in questi giorni cosa succederà.

Sarebbe bello immaginare il voto in tarda primavera, ma poteri esterni premono per la stabilità e la prosecuzione con governi di scopo e un Parlamento ormai completamente delegittimato sia dal punto di vista giuridico che politico.

I nostri Comitati formatisi alla nascita del CDC a gennaio hanno lavorato intensamente organizzando eventi e coordinando sui territori tutta la campagna con uno sforzo che a volte è stato immenso. C'è stanchezza, ma abbiamo vinto questa sfida che però ora ci impegna a non smobilitare, a rimettersi al lavoro.

Per fare cosa? Per porre le basi di un progetto politico che definisca questo NO sui dettami della Carta Costituzionale e che ci possa vedere interpreti nei territori in vista delle prossime sempre più incerte fasi post referendarie. Abbiamo fatto campagna coinvolgendo e rimanendo in contatto con gli esponenti del M5S e siamo nella convinzione che questo sia un valore aggiunto che dobbiamo far crescere per immaginare, perché no, un fronte politico nuovo a difesa della Costituzione.

Diamo la sveglia ai Comitati, creiamo una rete, strutturiamoci coinvolgendo anche i soggetti già organizzati che hanno partecipato alla campagna, elaboriamo un progetto di Paese condiviso, ripartiamo dall'analisi del reale e intrecciamolo con i dettami costituzionali, diamoci gli strumenti di critica e culturali per riportare alla luce un discorso troppo presto accantonato dall'ascesa del neoliberismo e dell'ordoliberismo tedesco all'interno dell'UE.

Così si deve ripartire, da una Carta che può tornare a vivere facendoci ritornare comunità, facendo tornare il nostro Paese luogo di contrapposizioni ma anche di emancipazione.

L'affluenza così elevata al referendum ci impegna a dare risposte politiche che vadano al sodo delle questioni aprendo dibattiti di ampio respiro magari centrali ma oggi ideologicamente sopiti. Quell'81% di NO giovanili va coinvolto in tutto e per tutto, nelle piazze, nelle università, nelle associazioni. Tutte le energie che si sono sviluppate necessitano di una guida attenta, di una visione che tragga la sua forza dalle contraddizioni presenti nella società, di un progetto ben allineato e ancorato alla Carta Costituzionale.

Richiamiamo quindi tutti gli organi centrali del Comitato e del CDC a una presa di responsabilità e di impegno al fine di non gettare al vento un'occasione così

importante e per la maggior parte di noi tanto attesa.

Riprendiamo in mano i rapporti economici, la funzione sociale della proprietà privata, lo Statuto dei lavoratori supportandoli con un lavoro di ampia ricerca di alleanze "costituzionali" e un lavoro condiviso di sintesi programmatica.

Facciamolo guardandoci in faccia, con sguardo franco e con la nobile umiltà di chi accantona l'ego autoreferenziale, per riportare al collettivo ogni nostro gesto e sforzo. Rimettiamoci in gioco per il desiderio fisso e imperturbabile di un Paese diverso.

Non abbiamo bisogno di personalismi, abbiamo bisogno di competenze, di sobrietà, di onestà intellettuale e responsabilità. Come i primi Comitati del CLN ritorniamo a lavorare nei territori per arrivare a una nuova insurrezione democratica che reclami ciò che la nostra Carta Costituzionale prevede e che poteri esterni e interni al Paese ci continuano a negare con l'inganno e con l'aiuto dei mass media.

Vogliamo fare questo passo?

Noi crediamo che i tempi siano maturi per prendere saldamente in mano la nostra Costituzione che lo scorso 4 dicembre abbiamo difeso, per farne lo strumento democratico con cui opporci chi non ci permette di costruire il Paese che noi vogliamo e che i nostri Padri e le nostre Madri Costituenti pensarono per noi.

Realizziamo la nostra Carta, a partire dall’art.1 della Costituzione, secondo comma, con l’esercizio della sovranità popolare».


Firmatari

Lidia Menapace per il Comitato 2 giugno per la difesa della Costituzione BZ
Comitato per la Democrazia Costituzionale della Vallagarina
Comitato 2 giugno per la difesa della Costituzione Alto Garda e Ledro
Comitato 2 giugno - Trento
Percorsi Ricostituenti - Trento

sabato 12 dicembre 2015

NESSUN PASSO INDIETRO!

[ 12 dicembre ]

Questa mattina iniziano a Morlupo, nei pressi di Roma, i lavori del Seminario Programmatico promosso da Ora-Costituente e Coordinamento della sinistra contro l'euro.

Cinque gruppi di lavoro saranno chiamati a discutere ed approvare, nelle loro linee generali i cinque documenti di sintesi proposti dal Consiglio Nazionale:
(1) L'Italia che immaginiamo(2) Il programma del governo popolare d'emergenza(3) Come comunichiamo e parliamo alla nostra gente?(4) La struttura organizzativa- Statuto(5) Nove tesi sulla questione delle alleanze
Il Seminario, che dovrebbe concludersi con un Appello finale, aprirà la fase costituente della NUOVA FORMAZIONE POLITICA, il cui congresso costitutivo si terrà entro l'estate del prossimo anno.

La redazione di SOLLEVAZIONE rivolge a tutti i presenti un augurio di buon lavoro.

giovedì 10 dicembre 2015

NOVE TESI SULLA QUESTIONE DELLE ALLEANZE. Verso il seminario nazionale per un nuovo movimento politico di unità popolare (5)

[ 10 dicembre ]

Con queste NOVE TESI SULLE ALLEANZE il Consiglio nazionale di Ora-Costituente consegna al Seminario programmatico che si svolgerà sabato e domenica prossimi nei pressi di Roma il quinto dei documenti che costituiranno le linee guida del nuovo movimento politico che ci apprestiamo a fondare.



Gli altri quattro documenti proposti:

(1) L'Italia che immaginiamo
(2) Il programma del governo popolare d'emergenza
(3) Come comunichiamo e parliamo alla nostra gente?
(4) La struttura organizzativa- Statuto

* * * 


NOVE TESI SULLA QUESTIONE DELLE ALLEANZE


(A)  Si può trasformare la società e in diversi modi, due su tutti: quello autoritario e quello democratico. Noi vogliamo farlo alla seconda maniera, non solo con il consenso dei cittadini, ma con la loro partecipazione attiva al cambiamento, quantomeno della parte più informata, consapevole ed attiva di essi . E desideriamo farlo nell’interesse della grande maggioranza del popolo, ovvero dei cittadini che si guadagnano da vivere con il loro lavoro, salariati e non, e di quelli che, privati del diritto al lavoro sono costretti a vivere di espedienti o addirittura gettati nella povertà e nell’esclusione sociale.


(B)  Noi puntiamo quindi a rovesciare il regime neoliberista diventato dominante negli ultimi decenni e rimpiazzarlo con un sistema sociale alternativo fondato su tre pilastri: sovranità popolare, democrazia ed eguaglianza. Siamo fiduciosi della vittoria. La maggioranza dei cittadini ha già capito che il sistema neoliberista è ingiusto, non funziona, che con esso il nostro Paese non ha alcun futuro. Appoggiandosi a questa comprensione noi dobbiamo  convincere il popolo lavoratore a contare sulle sue immense ma inutilizzate forze ed a prendere coscienza che l’alternativa non solo è auspicabile ma è realistica.


(C)  Non vendiamo illusioni. La classe dominante, in particolare la nuova aristocrazia finanziaria che vive parassitariamente non solo sfruttando i lavoratori ma saccheggiando le ricorse pubbliche, opporrà una strenua resistenza al cambiamento. Le forze popolari tenteranno di cacciare questi parassiti dai loro troni rispettando le regole costituzionali, ove i dominanti non rispetteranno, come già accaduto, la volontà popolare, la sollevazione, una rivoluzione democratica saranno non solo legittime ma inevitabili.


(D)  Respingiamo ogni fuga in avanti, non ci appartiene il culto dell’azione esemplare di minoranze eroiche del “tutto o niente”, del “meglio pochi ma buoni”. La vittoria sarà possibile solo se la maggioranza del popolo, seguendo la sua prima linea, si mobiliterà e lotterà per affermare non solo questo o quel diritto, ma il dovere di governare il Paese. Per questo non è sufficiente la forza d’urto di una minoranza, men che meno di un singolo partito. In seno al popolo esistono le più diverse forze politiche, culturali, sociali, sindacali e religiose, ostili al neoliberismo. Oggi esse sono, per la gioia dei parassiti dominanti, profondamente divise. La loro unità non è solo auspicabile ma assolutamente necessaria. Noi consideriamo un nostro compito prioritario dare vita a questo FRONTE DI UNITÀ POPOLARE. Quale possa essere la piattaforma di questo fronte l’abbiamo indicato.

(E)  Di esso dovranno farne parte non solo i partiti politici, ma pure i diversi organismi sociali e sindacali, le diverse associazioni della società civile che già oggi vedono impegnati nel nostro Paese decine di migliaia di cittadini nella difesa dei diritti sociali, della democrazia come dell’ambiente. Unificare in un fronte di unità popolare il poliverso sociale e politico antiliberista non sarà tuttavia sufficiente per rovesciare il regime neoliberista. Per vincere e salvare il popolo ed il Paese che abita sarà necessario la più largo e inclusivo BLOCCO DEMOCRATICO E COSTITUZIONALE. Il fronte di unità popolare è la prima, necessaria tappa, per portare fuori il popolo dal letargo e preparare il terreno alla vittoria.


(F)  Chiamiamo democratico e costituzionale questo blocco  perché esso raggrupperà anche forze sociali e politiche che oggi sono nel mezzo o addirittura stanno nel campo avversario. La vittoria non ci sarà se le forze popolari non riusciranno ad aprire una breccia nel fronte avversario (di cui il Partito democratico è il principale braccio politico), se non sapranno dividere ciò che dall’altra parte oggi appare unito. La crisi inesorabile del sistema neoliberista libererà energie in ogni direzione. Nel blocco ci sarà posto anche per quelle frazioni della borghesia e della destra che, nel rispetto dello spirito e del dettato costituzionale, romperanno il loro attuale rapporto di sudditanza con l’aristocrazia finanziaria, che vorranno dare il loro contributo per consegnare al popolo la sua sovranità ed al Paese la salvezza.


(G)  Questo blocco, ottenuto il consenso della maggioranza dei cittadini, dovrà essere pronto a prendere nelle proprie mani il governo del Paese, per portarlo fuori dalla secche della globalizzazione e dalla gabbia dell’Unione europea, ovvero a costituire un GOVERNO POPOLARE D’EMERGENZA. Anche in questo caso abbiamo indicato quali siano i provvedimenti essenziali e più urgenti che questo governo d’emergenza dovrebbe adottare. Se, come è probabile, le cricche parassitarie oggi dominanti, spalleggiate degli attuali padroni del mondo, saboteranno il cambiamento democratico, questo blocco dovrà agire come un vero e proprio COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE. Nella lotta e nei fatti si deciderà quanto ampio potrà eventualmente essere questo CLN. Non ci leghiamo le mani


(H)  Tutto sarebbe più facile se nello scontro che si prepara, ci fossero solo due campi, divisi da una linea netta: quello sovranista democratico e quello globalista liberista. Non sarà così. Già oggi, annusato il pericolo, i dominanti, non si limitano a manipolare le coscienze, ma tentano di ingannare i cittadini immettendo nel campo politico dei fantocci travestiti da sovversivi. Questi fantocci sono anche molto diversi fra loro —da gruppuscoli nazional-fascisti ai leghisti-liberisti che non hanno abbandonato l’idea di smembrare l’Italia—, ma essi sono giocatori della medesima squadra, uniti dalla stessa idea di uno Stato di polizia, corporativo e xenofobo. Ci sono poi forze politiche nuove, portate alla ribalta dall’indignazione popolare, ad esempio M5S le quali, per loro natura sono instabili e contraddittorie e dal cui seno i dominanti potrebbero attingere le ultime risorse per la conservazione del sistema.


(I)   Certi che con l’approfondirsi della crisi sociale il popolo rialzerà la testa e che in una forma o nell’altra un FRONTE DI UNITÀ POPOLARE prenderà forma, noi ci poniamo l’obbiettivo di agire al suo interno come la sua ala radicale ed egualitaria, dando cioè voce e dignità politica alla moltitudine dei nuovi poveri, con lo sguardo rivolto alle giovani generazioni, che saranno la forza motrice del cambiamento che verrà. E lo faremo, con la necessaria sagacia e la dovuta determinazione.

lunedì 9 novembre 2015

CHI SI FERMA È PERDUTO (O QUASI)

[ 9 novembre ]

Già dallo scorso anno si è aperta una discussione in seno al Coordinamento della Sinistra contro l’euro, sulla necessità di dar vita ad un nuovo movimento politico, giungendo da più parti l’esigenza di costruire una casa comune in Italia per tutti coloro che vedono come inconsistenti e del tutto inadeguati i soggetti politici esistenti, per combattere il sistema euroliberista, corresponsabile della catastrofe sociale che stiamo vivendo.
Un primo risultato di quella discussione produsse, nell’aprile del 2015, l'allargamento del Coordinamento a diversi altri amici con i quali si decise di dar vita ad "ORA-Costituente". E' stato grazie a questo passo in avanti che ieri a Bologna si è riunito il Consiglio Nazionale allargato di ORA, in vista del seminario del prossimo 12 e 13dicembre.
Il seminario è finalizzato a sfornare le linee programmatiche del Nuovo Movimento politico il cui congresso fondativo si svolgerà nella primavera del 2016.
 
Quattro i punti all’ordine del giorno snocciolati nell’intensa discussione di ieri.
In un clima di fraterno dialogo, infatti, i lavori si sono concentrati sull’analisi dei quattro documenti proposti dai compagni che li avevano redatti. Il primo sul Programma politico del movimento, il secondo sull'analisi della società attuale e delle alleanze per il cambiamento, il terzo sulla forma e la struttura che il movimento politico dovrà darsi e i suoi metodi comunicativi, infine il quarto sulla futura società socialista così come noi la immaginiamo (e le ragioni del fallimento dei socialismi reali).
Siamo partiti dal tema più controverso, quello della Forma organizzativa che il nuovo movimento dovrà darsi e sui metodi e strumenti comunicativi.
Su questo tema due infatti sono le visioni in campo. Allo scopo di trovare una sintesi prima del seminario del 12 e 13 dicembre, è stata formata una piccola commissione. 

Si è invece riscontrata una sostanziale unanimità su tutti gli altri punti in discussione, così che la riunione si è conclusa rispettando le migliori aspettative e con l'impegno di tutti affinchè il prossimo seminario programmatico vada a buon fine, ovvero licenzi i documenti che apriranno il processo costituente del nuovo movimento politico e approvi un appello conclusivo per l'adesione.

mercoledì 7 ottobre 2015

LA RESPONSABILITÀ DI RIPARTIRE di Michele Berti*

[ 7 ottobre ]

CLASSI E BLOCCO SOCIALE NELLA SOCIETÀ ODIERNA

«Ogni soggetto politico che aspira ad essere maggioritario e ad ottenere un radicamento vero nella società, non può evitare di sviluppare ragionamenti e analisi su quali siano all'interno della comunità, gli individui che potrebbero formare un blocco sociale di riferimento.

Lo sviluppo dell'analisi di classe era pratica comune nella tradizione comunista ma anche tra i protagonisti dello scenario politico nella Prima Repubblica e per molti anni è stato un metodo con cui valutare i mutamenti e la composizione della società per poi estrarne strategie politiche ed indicazioni elettorali.

L'analisi di classe quindi è il metodo che permette di identificare il perimetro del blocco sociale di riferimento e lo strumento per interpretare le dinamiche di cambiamento della società ed i conflitti che queste innescano.

La fine della storia, il "there is no alternative" liberista urlato dopo la caduta del socialismo reale, hanno, per quasi venticinque anni, fatto sembrare la lotta di classe una questione anacronistica legata a tempi lontani. Nel tempo infinito dell'oggi-presente consumista dove il benessere a debito corrompe tutto, certi concetti non erano più attuali e applicabili perchè, riprendendo le parole della Thatcher: "La società non esiste".

La definizione di classe, quindi insieme di individui che hanno lo stesso posto nella produzione sociale e in conseguenza lo stesso rapporto con i mezzi della produzione, con il dispiegarsi incontrastato del liberismo è stata culturalmente rimossa e, di pari passo, si affievoliva anche la coscienza di classe, condizione propedeutica a qualsiasi dinamica di conflitto.

L'incapacità per il sistema capitalista finanziario di garantire una equa distribuzione di ricchezza e la sua tendenza all'accentramento del capitale resa evidente dalla crisi del 2007-2008 e dalle politiche economiche di austerità dispiegate come rimedio ad ogni male, ci conferma che una lotta di classe è stata combattuta ed è stata drammaticamente persa, avvantaggiando le classi capitaliste dominanti ormai apertamente definite oligarchiche.

I cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi trent'anni hanno eroso un pezzo alla volta ogni relazione sociale e compromesso ogni organizzazione, coltivando il fiore del male dell'individualismo in ogni ambito della società.

Il concetto stesso di classe ha quindi subito una metamorfosi degenerativa in quanto l'omogeneità economica e culturale è stata sgretolata mediante il potere omologante e perverso della società dei consumi ormai armata con i nuovi strumenti comunicativi che la tecnologia informatica consente.

Gli attacchi mediatici-pubblicitari sono stati pesanti ed hanno istigato le masse a cambiare le abitudini al risparmio e al consumo facendo passare come vincente la visione di spesa a debito americana che fa compulsivamente corrispondere ad ogni bisogno indotto l'acquisto di beni di cui non si ha necessità, con i soldi che non si posseggono.

In questo tripudio di ebbrezza che senso ha parlare di classe? In un mondo in cui tutti sono proiettati a consumare, a costruire case con mutui ingannevoli, a spendere credendo di essere dalla parte del manico non ha senso porsi queste domande. L'idea di classe, di lotta di classe e di coscienza di classe era in quegli anni un bagaglio pesante di un passato che stava bene chiuso a doppia mandata in soffitta.

A distanza di decenni, incominciamo a percepire l'importanza di quel bagaglio, che aperto oggi ci può ridare alcuni strumenti per comprendere le contraddizioni di un sistema capitalista che ora più che mai dimostra in tutta evidenza, anche in Europa, di non essere più in grado di garantire il benessere dei popoli.

Ricominciare dall'analisi di classe è un primo passo per capire quali sono le mutazioni profonde e le tendenze che la società ha subito in questi lustri e come tenerne conto per formulare alternative politiche che come dice Gramsci devono riuscire a "fare affiorare il nuovo che è divenuto necessario e urge implacabilmente al limitare della storia".

Prima di tutto è necessario andare a ridefinire un insieme di partenza, che oggi non è più il nucleo classico formato dal lavoro salariato ma è un aggregato che si estende oltre e che, viste le mille nuove forme di rapporti di lavoro che tendono a nascondere la condizione effettiva di lavoratore salariato, può essere identificato come il lavoro dipendente direttamente dal capitale.

Per non confondere chi si vuole confondere, la lotta di classe possiamo anche non nominarla più, ma l'esistenza di sfruttati e sfruttatori e lo studio della lotta tra chi soffre e chi fa soffrire è necessaria e sempre attuale.

Le tendenze oggettive a cui abbiamo assisito negli anni e a cui assistiamo quotidianamente sono l'intreccio costante di numerosi fattori. Entrando nel merito si riportano di seguito alcune riflessioni sulle questioni che risultano determinanti nel valutare i contorni di un nuovo blocco sociale di riferimento e quali ostacoli si dovranno superare per riconquistare un'omogeneità culturale e la consapevolezza necessaria.

S
erve una nuova strategia d'attacco visto che da difendere non c'è rimasto più nulla.

  • I dati ISTAT usciti nel 2015 e relativi al 2014 mettono in risalto la presenza di tassi di disoccupazione ancora altissimi (12,7%) che diventano drammatici in ambito giovanile (42,7% dai 15 ai 24 anni).

  • Nei dati ISTAT si evidenzia la tendenza a partire dal 2004 ad una diminuzione dei lavoratori indipendenti ed una crescita di lavoratori dipendenti. Il panorama vede nel 2014 una percentuale del 75,3% di lavoro dipendente contro un 24,7% di lavoro indipendente altamente para-subordinato.

  • Si amplia sempre più il settore dei servizi ormai giunto al 69% (15,5 mln di persone) relegando primario [agricoltura, ndr] e secondario [industria, ndr] a rispettivamente il 3,6% (800.000 persone) e 26,9% (circa 6 mln di persone). La crescita del settore terziario oltrepassa i vecchi comparti bancario e pubblico per inglobare un'ampia fetta dei servizi all'industria e alla grande distribuzione. 

  • Il lavoro manuale e non manuale che in passato caratterizzavano la differenza tra industria e terziario oggi perde di significato ed infatti si assiste all'utilizzo di lavoro manuale diffuso in molti settori dei servizi basti pensare ancora all'esempio della grande distribuzione.

  • Il legame univoco tra qualificazione e stabilità è saltato e si assiste alla diffusione della stabilità tra lavoratori dequalificati e di età avanzata mentre giovani lavoratori qualificati subiscono la precarizzazione in ambiti come la scuola, la ricerca e l'università. La messa in campo, fin dai tempi del pacchetto Treu, di lavoro regolato da rapporti atipici ha creato una ormai incancrenita molteplicità di posizioni con condizioni molto spesso senza nessuna protezione. 

  • La crescita diffusa della precarietà rimane un elemento indispensabile per ottenere quell'aumento di flessibilità e produttività che sembra poter far ritornare il sorriso agli amanti del saggio di profitto. Il lavoro però è un diritto costituzionale e va garantito. Un disoccupato che non percepisce reddito non è un uomo libero di vivere e progettare serenamente la propria esistenza. La funzione sociale del capitale privato deve tornare ad essere reclamata a garanzia di un patto sociale che altrimenti non può tenere.

  • Molto spesso la condizione di precarietà induce anche la falsa percezione di essere "imprenditore di sè stessi" rendendo i lavoratori inconsapevoli della propia pesante subordinazione al capitale ed impedendone la sindacalizzazione.

  • La condizione della donna nel mondo del lavoro rimane discriminata in termini di precarietà, guadagno e carriera anche se la diffusa scolarizzazione e consapevolezza contribuisce ad intravvedere un costante miglioramento. 

  • La presenza sempre più numericamente importante di lavoratori immigrati senza diritti di cittadinanza, poco rivendicativi e discriminati rappresenta molto spesso un freno alla lotta sindacale. Esempi di rivendicazioni sindacali condotte da lavoratori immigrati sono comunque presenti e stanno aumentando negli ultimi anni. I cittadini stranieri regolarmente residenti in Italia hanno raggiunto il numero di quasi 5 milioni ad inizio 2015 di cui circa 3,8 milioni non comunitari.

  • In seguito alla crisi economica, la popolazione in condizioni di povertà effettiva è aumentata mettendo in risalto anche una variazione nella composizione delle fasce di povertà. 

  • L'assenza di ammortizzatori sociali in molti ambiti lavorativi e la flessibilità tante volte imposta vano a creare estese sacche di povertà spesso lasciate alla deriva. 

  • Nel 2014, 1 milione e 470 mila famiglie (5,7% di quelle residenti) sono in condizione di povertà assoluta. Questo significa che 4 milioni 102 mila persone (6,8% della popolazione residente) hanno difficoltà a reperire quotidianamente le risorse per il normale minimo sostentamento.

  • La povertà relativa, ovvero il parametro che esprime le difficoltà economiche delle persone in rapporto al livello economico medio di vita della nazione, risulta stabile e coinvolge nel 2014, il 10,3% delle famiglie e il 12,9% delle persone residenti, per un totale di 2 milioni 654 mila famiglie e 7 milioni 815 mila persone. 

  • La perdita di potere d'acquisto e di risparmio del comunemente detto "ceto medio" sta portano ad una convergenza di molti individui su standard di vita più bassi e ad una pressione verso la proletarizzazione.

  • Dal punto di vista demografico-elettorale, il paese Italia è un paese per vecchi. Su un corpo elettorale di circa 50 mln di elettori circa 11 mln hanno tra i 60 e i 75 anni per una parcentuale pari al 22%. La voglia di cambiamento, con le dovute eccezioni (mi piace ricordare Mario Monicelli) non è cosa da età troppo avanzata. 

Dal punto di vista dell'istruzione e della cultura i dati statistici sono allarmanti.

  • Una percentuale che oscilla tra il 50 e il 60% della popolazione non ha letto un libro nel 2014. 

  • Ogni informazione sulla realtà viene irradiata tramite televisione per il 92% degli italiani. Poco meno della metà (circa il 47%) legge quotidiani. Il 57,3% della popolazione con più di 6 anni naviga regolarmente su internet.

  • Nell'ambito dell'istruzione, calano del 9% le immatricolazioni alle Università e gli iscritti rilevati nel 2013 erano circa 1,7 milioni di persone. La percentuale di laureati è del 12,5% sulla popolazione con più di 15 anni, il 20% ha solo la licenza elementare, il 30% ha il diploma di maturità, il 32% la licenza media, il 5,5% un diploma di formazione.

Analizzando questi dati è chiaro come i ragionamenti di classe valevoli in passato sono assolutamente inadeguati a descrivere la mutazione che la società ha subito e nuovi criteri di valutazione devono essere utilizzati per caratterizzare la classe che subisce lo sfruttamento da parte del capitale.

  • Un elemento finale peggiorativo che va ad aggiungersi alle considerazioni sopra riportate, riguarda gli ultimi dati usciti relativi all'analfabetismo funzionale, ovvero la capacità di leggere e scrivere però senza saper comprendere un testo o risolvere semplici problemi matematici. A fronte di una scolarizzazione arrivata al 93%, prendendo le percentuali con le pinze perchè mai ben definite, si rileva in un'ampia base della popolazione l'incapacità di sviluppare strumenti cognitivi di comprensione e quindi di elaborazione sia delle informazioni ricevute dai media che della stessa realtà. Questo aspetto, insieme allo spiccato individualismo generato dall'ormai asfissiante clima di competizione funge sicuramente da freno alla costruzione di consapevolezza e di vicinanza collettiva ad una comune condizione.

In conclusione possiamo affermare che un blocco sociale colpito dallo sfruttamento esiste ed è ogni giorno più ampio. Tutti coloro che dipendono esclusivamente dal capitale sono oggi a rischio di subire un peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita. Disoccupati, precari, salariati, piccoli imprenditori sono oggi i soggetti più esposti allo sfruttamento sia esso consapevole che inconsapevole che questo modello di sviluppo economico ci impone. La coscienza di appartenere ad un insieme di persone che condividono lo stesso problema, l'omogeneità culturale ed economica di questo blocco sociale non è oggi una realtà.

L'inizio di un percorso di sintesi di nuovi paradigmi e di nuove lotte organizzate che vadano a sottolineare ed amplificare le contraddizioni reali della società capitalistica odierna deve nascere e partire a tutti i costi. Noi, uomini e donne custodi dei valori democratici costituzionali con lo sguardo rivolto ad un mondo diverso da quello che viviamo, dobbiamo assumercene la responsabilità a tutti i livelli».


* Michele Berti, membro del Consiglio nazionale di Ora-Costituente

Di Michele Berti leggi anche: 

mercoledì 17 giugno 2015

FASSINA: "PRONTO A COSTRUIRE UN NUVO SOGGETTO POLITICO"

[ 17 giugno ]

«Confermo che, senza radicali correzioni, in particolare sui dirigenti scolastici e sulle assunzioni degli insegnanti precari, lascio il Pd e mi impegno, insieme al altri, a costruire un soggetto politico che possa rappresentare il lavoro, la scuola pubblica per un’alternativa di governo».


Intervista rilasciata il 12 giugno a Orizzonte Scuola.

D. Fassina, quanto si sta giocando il Pd sulla riforma della scuola?
R. “Si sta giocando una parte molto rilevante del suo profilo culturale e politico e degli interessi che dovrebbe rappresentare. La scuola è un passaggio fondamentale per la ridefinizione dell’identità e della funzione del Partito Democratico”.
Quali errori macroscopici sono stati commessi?
“Qualcuno ha pensato che il mondo della scuola potesse accettare lo stravolgimento del suo modello di funzionamento in cambio di un po’ di soldi per la formazione e di qualche decina di migliaia di posti di lavoro stabili in più.  È stato un grande errore che non ha tenuto conto della dignità delle persone che lavorano nella scuola, le quali mettono al primo posto la funzione costituzionale dell’istruzione pubblica”.
L’impressione, leggendo i risultati delle elezioni regionali, è che i pezzi che andate perdendo strada facendo li raccolga il Movimento 5 Stelle.
“Solo in parte, il destinatario principale del nostro elettorato che ha scelto di non votare Pd il 31 maggio è l’astensionismo. In Toscana siamo scesi al minimo storico, ha votato meno di un elettore su due, un segnale chiaro come lo è l’emorragia di consensi in Umbria e in Liguria”.
Si è detto che l’assenza dei deputati di Forza Italia al momento della votazione della riforma alla Camera non era casuale. C’è un accordo tra PD e FI sulla riforma della scuola o è dietrologia?
“Credo che quanto è accaduto alla Camera si possa spiegare senza dietrologia. La parte fondamentale del Ddl sulla scuola, quella che per l’appunto è oggetto di contestazione, è ripresa dalla Proposta di legge Aprea. C’è una naturale convergenza perché l’impianto è lo stesso. Come nel Jobs Act il Pd di Renzi ha ripreso la piattaforma di Sacconi del Pdl – basta andare a leggere i programmi elettorali —la stessa cosa è avvenuta per la scuola”.
Su quali temi il Pd avrebbe dovuto distanziarsi così da rispettare maggiormente l’identità dei suoi elettori?
“Innanzitutto sulla parte che riguarda la chiamata e la rimozione dei docenti da parte dei presidi. Siamo tutti assolutamente convinti della scuola dell’autonomia, ma questo non vuol dire passare a un modello in cui c’è un uomo che comanda e tutti gli altri che eseguono. Più che mai in un quadro di autonomia la scuola richiede il coinvolgimento e il protagonismo di tutte le sue componenti, in primo luogo degli insegnanti. Si è richiamata spesso in queste settimane la scuola azienda, ma il dramma è che l’azienda a cui fa riferimento il ddl di Renzi è quella fordista, un modello superato anche nelle stesse realtà aziendali. Oggi le aziende più innovative hanno elevati livelli di performance perché coinvolgono attivamente il loro personale”.
Proprio sulla questione dei poteri dei dirigenti, i sindacati chiedono che la “graduazione” come criterio per assunzione e mobilità non venga toccata. Secondo lei è un compromesso accettabile?
“L’unica strada per riaprire un dialogo tra Governo, Parlamento e mondo della scuola è eliminare l’articolo che disciplina la chiamata e la revoca degli insegnanti. Va dato un segnale chiaro ai 600mila insegnanti che hanno scioperato. Le parti del Ddl che riguardano le assunzioni possono essere portate in Aula anche la settimana prossima, ma gli articoli sulla governance devono essere discussi con chi rappresenta davvero il mondo della scuola”.
Sempre nello specifico del provvedimento, sarebbe all’ipotesi una quota di posti riservati al prossimo concorso fino al 40% per i precari con 36 mesi di servizio. Verrebbe incontro alle vostre richieste per affrontare in modo più ampio il problema del precariato?
“A me pare che una soluzione del genere non basti. Sosteniamo quanto abbiamo proposto nei nostri emendamenti alla Camera e adesso al Senato, ossia un piano di assunzioni pluriennale, connesso con i pensionamenti e senza oneri aggiuntivi  per la finanza pubblica, che riguardi coloro che hanno l’abilitazione e periodi di insegnamento alle spalle ma, previo corso di abilitazione selettivo ad hoc, anche gli insegnanti in terza fascia con almeno tre anni di insegnamento. Va riconosciuta l’eccezionalità del periodo che ci troviamo alle spalle, non è colpa di chi ha lavorato se dal 1999 ad oggi non ci sono stati concorsi, eccetto la parentesi del 2012 con Profumo. Dopo questa fase transitoria si potrà ripartire con concorsi regolari”.
L’altro grande tema che il Ddl in qualche modo cerca di affrontare è la valutazione degli insegnanti, da chi e con quali criteri debba essere fatta. Lei che cosa ne pensa?
“La soluzione fornita dalla Camera è assolutamente insufficiente, contiene elementi di improvvisazione e di demagogia. La valutazione è un tassello fondamentale e deve riguardare tutti, dai dirigenti ai docenti, ma bisogna trovare strade adeguate, anche col coinvolgimento di soggetti esterni. L’oggetto della valutazione, poi, non deve essere necessariamente il singolo, ma il lavoro in team, la concorrenza tra singoli insegnanti è un modello regressivo. Mi lasci dire che andrebbe presa in considerazione in maniera finalmente seria una vera e propria carriera degli insegnanti”.
Di carriera degli insegnanti le associazioni professionali e anche alcuni sindacati parlano da anni. Il problema è che costerebbe molto, mentre la ‘mancetta’ data a fine anno dai presidi è una soluzione più economica.
“Il punto è proprio questo, per una scuola di qualità occorrono risorse, bisogna investire. La scuola è luogo essenziale per la ricostruzione morale di questo paese”.
Che cosa pensa del silenzio degli intellettuali su questa riforma? Perché non sono scesi nelle piazze a protestare con gli insegnanti?
“In parte credo dipenda anche dalla scarsa permeabilità dei media a punti di vista diversi da quello del Governo. I grandi mezzi di informazione hanno scelto di raccontare la mobilitazione della scuola come una mobilitazione corporativa, mentre essa ha guardato alla rilevanza costituzionale della scuola pubblica. Una parte del nostro mondo intellettuale ha senz’altro seguito il conformismo di questi anni, ma c’è anche una fascia più giovane che sui siti, sulle testate minori dimostra di avere colto il vero spirito del movimento nella scuola e sta provando a sostenerne le ragioni”.
Dopo il direttivo come minoranza avete lanciato l’idea di un referendum tra i tesserati, la richiesta è stata accolta?
“La consultazione degli iscritti Pd, insieme all’On.le D’Attorre l’abbiamo proposta lo scorso lunedì sera in Direzione Nazionale Pd. Per ora non è stata avviata. Stiamo insistendo”.
Come vede il suo futuro all’interno del PD?
“Confermo che, senza radicali correzioni, in particolare sui dirigenti scolastici e sulle assunzioni degli insegnanti precari, lascio il Pd e mi impegno, insieme al altri, a costruire un soggetto politico che possa rappresentare il lavoro, la scuola pubblica per un’alternativa di governo”.
* Fonte: OrizzonteScuola

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