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martedì 8 ottobre 2019

QUALE INTERNAZIONALISMO? di Thomas Fazi

[ martedì 8 ottobre 2019 ]

Il capitale oggi è rappresentano soprattutto da uni e zeri su un computer che si spostano alla velocità della luce da un punto all’altro del mondo, mentre il lavoro è rappresentato da esseri umani in carne e ossa la cui vita è per definizione relativamente stanziale, cioè legata a un determinato territorio e a una specifica comunità. In questo senso mi fa sempre sorridere quando sento parlare di “internazionalizzazione delle lotte” e altri slogan simili. È ovvio che sia auspicabile un’interazione e una collaborazione tra i lavoratori di diversi paesi, ma quello di pensare che la risposta all’internazionalizzazione del capitale fosse “l’internazionalizzazione delle lotte” — o più banalmente “l’internazionalizzazione della democrazia” — ha rappresentato un abbaglio di portata storica per la sinistra occidentale.

Pensare di poter competere con il capitale a livello internazionale è semplicemente assurdo, nella misura in cui questo presupporrebbe la costruzione di istituzioni politiche democratiche globali capaci di governare i processi capitalistici a livello, appunto, mondiale. Ma si tratta di una pia illusione. L’esempio dell’UE dimostra come sia impossibile costruire strumenti di controllo democratico anche solo a livello regionale, figurarsi a livello globale, e come anzi i processi di sovranazionalizzazione — o di mondializzazione che dir si voglia, con cui non intendiamo semplicemente l’internazionalizzazione dei processi produttivi ma la creazione di strutture, organismi e agenzie sovranazionali, di cui l’UE è l’esempio più lampante — abbiano avuto come obiettivo precisamente quello di scardinare le democrazie nazionali e dunque di ridurre la capacità dei cittadini di controllare e regolare il capitale. 

Il fatto che la sinistra, con poche eccezioni, abbia avallato — e continui ad avallare — questi processi in nome di un astratto “cosmopolitismo” rappresenta una delle grandi tragedie del nostro tempo.

Bisogna dunque ripartire dall’ovvietà per cui il conflitto capitale-lavoro non è e non potrà mai essere uno scontro tra due “internazionalismi”, o meglio tra due globalismi, quello del capitale e quello del lavoro, ma assume inevitabilmente la forma di uno scontro tra la logica intrinsecamente globale dell’accumulazione capitalistica da un lato e la logica intrinsecamente territoriale del lavoro dall’altro. 
Per citare David Harvey:
«il conflitto assume inevitabilmente la forma dello scontro fra flussi del capitale e luoghi dell’autoproduzione dei mondi vitali». 
È per questo che innumerevoli lotte sociali e di classe si combattono attorno alla formazione dei luoghi, i quali 
«sono i paesaggi dove si svolge la vita quotidiana, si stabiliscono i rapporti affettivi e le solidarietà sociali e dove si costruiscono le soggettività politiche e i significati simbolici».
Da ciò ne consegue che l’obiezione più ricorrente al “sovranismo di sinistra” — ossia quella secondo cui, nel contesto dell’attuale sistema capitalistico globalizzato, qualunque tentativo di un singolo Stato di resistere alla logica capitalistica sarebbe velleitario — risulta del tutto infondata a mio avviso: al contrario, ancora oggi lo Stato nazionale è l’unico strumento capace di resistere all’illimitata estensione geografica del dominio capitalistico, non solo per il fatto di essere democratizzabile, a differenza delle istituzioni sovranazionali, ma anche per il fatto di essere espressione di una specifica comunità territoriale, e dunque di permettere ai vari popoli e alle varie comunità di resistere al dominio capitalistico secondo le proprie modalità e specificità. 

Questo non implica affatto l’abbandono di una prospettiva internazionalista, ma vuol dire avere ben chiara la distinzione tra cosmopolitismo di sinistra — cioè l’idea per cui la lotta di classe si rivela in ultima istanza lo strumento per realizzare il trionfo dell’individuo razionale universale, indipendentemente dalle sue radici culturali, storiche ecc. — e reale internazionalismo, che dovrebbe invece fondarsi sulla relazione fra comunità diverse che si riconoscono reciprocamente quali portatrici di forme di vita legittime.

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lunedì 12 novembre 2018

CONVERGENZE PARALLELE di Piemme

[ 12 novembre 2018 ]

«Siamo all'anticamera della dittatura. Siamo come nel 1994, avevamo allora il pericolo di un partito comunista ma con in più questa volta una più forte ispirazione all'invidia sociale, allo statalismo e un'assoluta incompetenza».

Con queste parole Silvio Berlusconi ha tentato di mettere il cappello ad un fine settimana segnato dalle manifestazioni contro il governo giallo-verde.

Quella di Torino per il sì alla TAV —c'era tutta la Torino borghese, da sinistra a destra, dal Pd a Forza Italia, passando per la Lega. Quella dell'estrema sinistra a Roma contro il "decreto sicurezza" e per "l'accoglienza per tutti". Infine, in diverse città quelle femministe contro il cosiddetto "Ddl Pillon".

In piazza non c'erano Moscovici e Juncker, Macron e la Merkel, il Fmi o i grandi banchieri. Di certo essi hanno gongolato. Tutto fa brodo, dal loro punto di vista, per preparare le condizioni al rovesciamento del governo giallo-verde, quindi spianare la strada ad un governo Monti 2.0 se non direttamente della troika.

Non si discute qui, beninteso, il diritto a protestare contro il governo, tanto più se fa delle porcherie come il "decreto sicurezza". Nè si vuole dire che esse siano dello stesso segno, o che ubbidiscano ad un centro di comando. Si prende atto tuttavia che esse hanno avuto un caratteristica (negativa) comune: tutte quante hanno derubricato, anzi rimosso la questione centrale: lo scontro tra il governo e l'Unione europea. Scontro che formalmente è sullo sforamento del 2,4% ma che nella sostanza tira in ballo la questione della sovranità nazionale.

Sorge la domanda: questo rifiuto di riconoscere che in questo momento al centro c'è la questione centrale della sovranità, quindi la differenza tra nemico principale e secondario, è frutto di insipienza  politica? O c'è dell'altro?


C'è dell'altro, purtroppo. Da Forza Italia all'estrema sinistra, passando ovviamente per il Pd, pur declinata in forme diverse, c'è la medesima sciagurata idea, quella per cui la battaglia per recuperare la sovranità nazionale sarebbe un che di retrogrado e antiprogressista nazionalismo. Chi per un verso ("più Europa"), chi per un altro ("via tutte le frontiere") ce l'hanno con lo stato nazione. 

Vagli a spiegare che democrazia e sovranità popolare sono nate e cresciute nell'involucro della stato nazionale; vagli a spiegare che il patriottismo democratico e costituzionale non è nazionalismo, o che spianare gli stati nazionali significa fare il gioco delle più potenti multinazionali mai viste. Vagli a spiegare che non c'è il socialismo dietro l'angolo bensì la forma più distante che ci sia dalla democrazia, ovvero quella imperiale e imperialista.

Quelle tra il cosmopolitismo liberista delle destre e il "cosmo-internazionalismo" di certa sinistra, saranno pure "parallele" ma sono pur sempre "convergenze".









martedì 4 luglio 2017

SE QUESTO È RAZZISMO di Enea Boria

[ 4 luglio 2017 ]

Anni passati a sentirsi dire "ma allora tu rivuoi le frontiere, terrore paura e morte, il fascismo, la guerra, il razzismo" e a cercare di rispondere su un terreno razionale: no, guarda, i confini sono sempre esistiti e in una certa misura esisteranno sempre e ringrazia il cielo perché senza quelli non hai politica ma solo gli interessi delle multinazionali e delle banche, il punto è come li gestisci".

Niente.

Bisognava essere europeisti perché la retorica no border o barbarie.
Anni di scomuniche e insulti e te ne fai serenamente una ragione, finché anche tu gli insulti li commini in tempo zero perché tanto chettenefrega ormai e tempo da perdere coi minus habens non ne hai.

Poi in Italia gli europeisti si inventano il decreto Minniti Orlando, intrinsecamente razzista perchè di fronte alla legge gli immigrati hanno differente e ridotto diritto di ricorrere.
Io ho sempre detto che fatti salvi i rifugiati per i quali l'apertura deve essere incondizionata, sull'altro 80% abbondante che arriva bisogna avere la razionalità e il coraggio di ragionare per quote, a maggior ragion se il lavoro non c'è.

Ma questo, per carità, è razzismo.

Stabilire invece ope legis che di fronte alla legge non siamo tutti uguali e i nativi son figli di qualcuno mentre i non nativi son figli di puttana va benissimo e non è razzista.
E Orwell ci fa una sega...

Poi va a finire che un verde progressista europeista diventa presidente della repubblica in Austria, mentre il cancelliere è ancora un socialdemocratico, e prima delle presidenziali militarizzano il Brennero; cosa riconfermata in questi giorni a presidenziali passate.

In Francia hanno appena votato sventolando un fascismo (che non c'era) tra una destra sbirresca e sicuritaria e un'altra destra postmoderna e iperfinanziaria.
Ci han detto sostenete la seconda o guerra terrore e morte, bloccheranno le frontiere, tornerà il razzismo. Anzi, il naziputinismosovranista.

Tutto attaccato, eh.
Non memori del fatto che le frontiere a Ventimiglia erano già bloccate e militarizzate dal socialista Hollande.
Ma tant'è, godetevi Macron. 

Prima cosa ha bloccato l'acquisto dei cantieri francesi da parte di Finmec (e non si capisce perché invece quando i mangiakrauti vengono in Italia a fare shopping nessuno faccia mai altrettanto, a meno che non abbiamo un governo a libro paga), seconda cosa conferma il blocco e la militarizzazione a Ventimiglia.
Che bella la modernità progressista europeista, coi muri anti immigrati presidiati dalla gendarmerie.

Anche a sto giro i fantocci eurosognatori faranno finta di non vedere.
Ah....avesse vinto la Le Pen chissà cosa avrebbe fatto!
Una cosa molto brutta, cioè la stessa identica cosa: COGLIONI!

In Spagna altro paladino della UE confermato, Mariano Rajoy.
Anche sul suo conto gli europeisti fanno finta di non vedere che nelle enclave spagnole in Africa, l'Europa dell'open border dei loro coglioni, si "difende" come io non farei e loro invece fan finta di non vedere, a Ceuta e Melilla: filo spinato elettrificato con l'alta tensione.

Tutto questo mentre sommergiamo Erdogan, notoriamente una bella personcina, con 5-6 miliardi di euro all'anno ripartiti in quota parte su tutti i paesi UE, perchè faccia lui in Turchia il lavoro di sporco di tener chiusa con le stragi la via balcanica, cioè la porta di accesso alla mitteleuropa.

Tradotto: la Germania spende soldi altrui per regolare i flussi in casa propria, pagando un sultano per fare il lavoro sporco lontano da dove i nostri giornalisti vedono.
Poi per fare un po' di maquillage accolgono un po' di siriani, istruiti qualificati e già abituati a vivere in uno stato laico, perché integrare quelli costa meno.
E laviamoci la coscienza allegramente mentre vendiamo armi ai sauditi!

E ora?
Gentiloni, evidentemente molto autorevole e ascoltato in Europa, sono settimane che piagnucola chiedendo "dobbiamo sapere se l'Europa sugli immigrati ha deciso di lasciarci soli".
La risposta da tutta Europa all'unisono riecheggia: italiani, ATTACCATEVI AL CAZZO.
Mentre le pin up di Juncker servono cognac per correggere il kaffèèèèèè.
Buongiornissimo, Gentiloni, svegliato bene?

TESTE DI CAZZO!

Nell'impero europeo noi siamo la porta di accesso dall'Africa ed è palese da anni che ci stanno usando come stato cuscinetto, la discarica delle contraddizioni, coi trattati di Dublino firmati mentre il leghista Maroni era ministro dell'interno calcolando di poter poi speculare elettoralmente sulle contraddizioni create.

L'avete voluta l'Europa no border?

Eccola qua.

Un impero nel quale la mobilità intraeuropea è garantita non perché siete persone ma perché siete portatori di forza lavoro, fattori produttivi, in una oscena asta al ribasso dove i valori al ribasso son le vostre vite.
E fuori umanitarissimi fili spinati. (con l'alta tensione)
Col vostro paese usato oscenamente come discarica-cuscinetto.

Dove siete ora, che l'Europa ci serviva per "tenere tutte le frontiere aperte"?
Dove siete ora che vien fuori che Europa e Trump sono la stessa cosa, cioè due imperi, che fanno quel che normalmente fa qualsiasi impero?
Dove siete ora, voi che "non si può fare a meno dell'Europa perché i diritti umani e le frontiere aperte"?

Fate schifo, sappiatelo, sepolcri imbiancati.

sabato 17 dicembre 2016

PATRIOTTISMO SÌ, NAZIONALISMO NO di Moreno Pasquinelli

[ 17 dicembre ]

Pubblichiamo il testo dell'intervento che verrà pronunciato a nome di Programma 101 all'incontro di Bologna


Cari compagni,

non mi dilungherò sulla portata e sui significati che la massiccia vittoria del NO al referendum ha portato alla luce. Essi sono infatti, per chi voglia davvero vederli, espliciti, primo fra tutti che si va velocemente sfaldando la lunga supremazia delle élite dominanti, che nel Paese la larga maggioranza chiede una svolta profonda, sociale e politica. Il Paese non soffre solo una crisi economica e sociale la più drammatica, la maggioranza del popolo avverte che esso vive una vera e propria crisi esistenziale. Mettiamola così intanto: il Paese è diviso in due blocchi sociali eterogenei e contrapposti: quello della conservazione neoliberista, oligarchico e globalista, e quello antioligarchico e nazionale-popolare. Se nel primo è il Pd l’elemento portante, nel secondo è il M5S. La situazione è tuttavia fluida, nuovi spostamenti dentro questi du blocchi avverranno, e tutti e due, sotto la pressione degli eventi e del conflitto, sono destinati, prima o poi, a lasciare il posto a nuovi protagonisti. Sicché possiamo affermare che in entrambi questi campi è aperta la lotta per l’egemonia

Vorrei agganciare il mio ragionamento politico sull’IMPLICITO, sul segno anti-europeo e anti-globalista che il NO contiene e su ciò che ne consegue per tutti noi.
Dopo decenni di sbornia europeista l’ostilità all’ordine eurocratico è diventato senso comune, si esprime non solo in uno “stato d’animo” fuggente, bensì nella consapevolezza che la globalizzazione è insostenibile, quindi del carattere oligarchico, antipopolare, antidemocratico di quest’Unione matrigna. Il timore di ciò che potrebbe accadere dopo l’inevitabile implosione è il fattore che trattiene l’euroscetticismo diffuso del divenire ripudio deciso.

Questo spiega perché sia il Movimento 5 Stelle ad avere il vento in poppa. La ragione del suo successo è che si tratta di una forza che con grande abilità insegue l’umore delle masse colpite dalla crisi sistemica, che si limita a dare voce al senso comune, alimentando l’illusione di quella che potremmo chiamare “rivoluzione gentile”. Sappiamo che gli avvenimenti innanzi a noi faranno a pezzi certe illusioni, ma stiamo attenti a sottovalutare la questione Cinque Stelle. Proprio per questa loro capacità di mettersi in sintonia con le masse degli esclusi potrebbero essere costretti, e nel caso lo vedremo presto, ad alzare il tiro, passando da un frenetico attivismo istituzionale ad una funzione di stimolo della mobilitazione extra-parlamentare. Dio ce ne scampi quindi da ogni settarismo, più che mai dal lanciare l’anatema che M5S sia un movimento gatekeeper. Dobbiamo invece avere un approccio critico ma unitario perché se vogliamo costruire quello che noi di Programma 101 chiamiamo blocco anti-oligarchico o costituzionale pronto alla sfida del governo, è evidente che i Cinque Stelle sono, fino a prova contraria, nostri alleati. Che poi, nella temperie del conflitto i nemici di oggi possano diventare alleati domani, e viceversa, è una lezione che ci viene dalla storia.


Ugo Boghetta e Mimmo Porcaro ci segnalano la necessità di un’accelerazione, quella di costruire qui e ora un nuovo soggetto politico non minoritario. Ne descrivono i lineamenti essenziali: “un movimento popolare, costituzionale, per la sovranità e la riconquista dell’indipendenza nazionale”.

Siamo d’accordo, siamo d’accordo se intendiamo questo soggetto come un fronte, un polo, una casa in cui possano abitare, confederati sulla base di regole stringenti, le diverse e indipendenti corrrenti politiche sovraniste e democratiche. Immaginare una rapida reductio ad unum sarebbe velleitario, destinato al fallimento. In questa casa, posto l’accordo su un programma di misure imprescindibili per mettere in sicurezza il Paese, dev’esserci posto sia per coloro che considerano la Costituzione il non plus ultra, che per chi, come noi, tiene ferma la stella polare del socialismo. Sia per coloro, come noi, che ritengono necessaria l’uscita unilaterale da eurozona e Unione, sia per chi immagina una separazione consensuale e chiede sovranità monetaria ma permanendo in un’Unione riformata.
Dato che i ritmi della crisi diventeranno più incalzanti, giusto tentare di costruire questo polo-fronte politico in tempi stretti. E d’accordo anche nel tentare dare vita ad un pensatoio che potrebbe affiancare sperabilmente questo fronte.

Ugo e Mimmo pongono quindi il dito sulla piaga più dolorosa, sollevando il problema della identità e dei linguaggi che dovremmo utilizzare per farci largo tra le masse. Abbiamo idee quanto mai chiare su come uscire dal marasma e mettere in sicurezza il Paese; abbiamo detto anche troppo sulla dimensione economica della rottura con l’euro. Ma non possediamo ancora un linguaggio che ci aiuti ad essere compresi e apprezzati dalle larghe masse. Utilizziamo un politichese intellettualistico, tecnicistico, spocchioso, che i semplici non capiscono. Dobbiamo smettere di cantare la messa in latino, e parlare la lingua volgare del popolo. E qui si spiega la riflessione che tutti ci riguarda sul populismo.

Tuttavia, come ci insegna Carlo Formenti, populismo non è solo linguaggio: Dio ce ne scampi da un populismo che sia solo tecnica politica, retorica narrativa o addirittura demagogica. Esso è invece un discorso simbolico che punta, prima ancora che alla sfera razionale, al cuore del popolo ferito e vilipeso; è un appello che commuove chi lo riceve e che suscita sentimenti di riscatto sociale; un racconto che porta a galla dimensioni spirituali nascoste nelle profondità della storia di ogni nazione. Quando la situazione è drammatica nessuna narrazione politica può sperare di diventare egemonica se non ha pathos. Populismo, per quanto ci riguarda populismo socialista, è quindi l’incontro tra una visione radicale ed una pratica politica di massa. E’ anzitutto l’identificazione di un nemico, su cui concentrare l’odio sociale e contro il quale si chiama alla lotta per annientarlo.


La discussione sulla identità, se non è disquisizione politicista, deve spingerci a trovare questo discorso, una narrazione grande, unificante, che muova le larghe masse.
Lasciatemi quindi dire che né l’appello democratico alla applicazione della Costituzione, né l’abusata e sindacalistica rivendicazione dei diritti sociali, e nemmeno l’uscita dall’euro, riescono a comporre una narrazione che possa liberare le energie popolari, che cioè tocchi corde profonde.
Il discorso che ci serve NON dobbiamo inventarlo, lo abbiamo già, ma sta nascosto, tra le pieghe di questi livelli di realtà, sepolto sotto vecchi paradigmi. Dobbiamo portalo allo scoperto.  

E’ il discorso del patriottismo. Il popolo può diventare protagonista solo se sente di essere una comunità solidale, se e solo non si sente un intruso ma padrone della nazione in cui vive.

Non è qui la sede per ripercorre la genesi storica del patriottismo. Esso, prima di venire trasfigurato dai dominanti nella seconda metà dell’Ottocento in un nazionalismo reazionario, fu rivoluzionario, libertario e democratico. La controffensiva ideologica delle sinistre di allora, marxisti in testa, tutta basata sull’abbandono del patriottismo a favore di un’internazionalismo di evidente matrice cosmpolitica proto-borghese, fece fiasco, e ne paghiamo ancora le conseguenze. Di quell’internazionalismo, nato proletario, non resta infatti oggi che il suo sostrato cosmopolitico liberale. Un’arma micidiale: essa è stata la grande e cosmetica narrazione con cui la plutocrazia capitalista ha nascosto la globalizzazione e la sua controffensiva storica.

«Questa tradizione di pensiero è penetrata a sinistra attraverso diverse vie, prima fra tutte la scuola del “diritto cosmpolitico (“weltbürgerrecht”) che va da Hans Kelsen a Jürgen Habermas a Norberto Bobbio. Questo cattivo universalismo, sotto le mentite spoglie del pacifismo e della sacralità dei diritti umani, di una irenica lex mondialis valida erga omnes, si è rivelato il rivestimento cosmetico dell’occidentalizzazione, anzi della americanizzazione armata del mondo». 
Mentre l’internazionalismo cosmpolitico è oggi l’anestetico più potente per imbrigliare e soggiogare i popoli, le terribili ferite inferte al popolo lavoratore e lo spaesamento causati dalla globalizzazione neoliberista stanno facendo risorgere, seppure ancora in forme latenti, il sentimento di amore per la Patria, il bisogno di sentirsi una Nazione, la spinta alla sovranità, il bisogno di affratellamento comunitario contro il nemico esterno e i suoi lacchè interni. I grandi capitalisti non solo non si sentono italiani, essi si sentono parte di una famiglia capitalista predatoria globale, ed agiscono come elemento dissolutore e distruttore della nazione.


Si può e si deve declinare e raccontare questo patriottismo come opposto e antagonista al nazionalismo di certe destre xenofobe e imperialiste. E per questo è importante il linguaggio, il codice simbolico con cui lo utilizziamo. Il nostro patriottismo è democratico, repubblicano, antifascista, quindi costituzionale. Fa suo il senso popolare di appartenenza alla nazione, che ha radici in vincoli di storia, di memoria, di lingua e di cultura. Questo patriottismo socialista non nasconde di essere italiano, se condanna i crimini storici commessi in nome della Patria, deve andare orgoglioso delle sue radici moderne, democratiche e socialiste, quelle che hanno innervato il Risorgimento, la prima resistenza antifascista capeggiata dagli Arditi del Popolo, fino alla Resistenza partigiana, che è stata anzitutto una guerra patriottica di liberazione nazionale.

Il nostro patriottismo è nemico del nazionalismo, non disprezza chi è diverso, non è intollerante verso gli altri popoli, a cui propone anzi fratellanza. E’ un antidoto contro ogni nazionalismo patologico fondato sul falso mito, potenzialmente razzista, dell’etnicità, che per ciò stesso tende ad a giustificare ogni porcheria, ogni ingiustizia, ogni sopruso commesso dai dominanti in nome della loro patria. Non sembri un’ossimoro: il nostro è patriottismo internazionalista, consapevole di essere erede di una vocazione universalistica italiana che ha radici antiche e che è stato il lievito della successiva civilizzazione europea. E’ perché siamo patrioti che abbiamo condannato lo sterminio sabaudo della rivolta del Mezzogiorno, bollata come brigantaggio. E’ perché siamo patrioti che abbiamo rifiutato di issare il tricolore in Libia. E’ perché siamo patrioti che non abbiamo partecipato alla carneficina imperialista della grande guerra. E’ perché siamo patrioti che abbiamo combattuto la monarchia ed il fascismo. E’ perché siamo patrioti che abbiamo lottato contro il regime democristiano. E’ perché siamo patrioti che abbiamo rifiutato la sudditanza italiana all’imperialismo americano e oggi chiediamo l’uscita dall’Unione europea. E’ perché siamo patrioti che abbiamo difeso la Costituzione e votato NO al referendum.

Il referendum, come ho detto, fotografa un Paese spaccato in due campi sociali contrapposti. Non c’è dubbio su quale sia il nostro campo, è appunto quello antiglobalista e nazionale. Quello che le élite bollano come populista. E’ in questo campo che il fronte patriottico di cui parliamo deve lanciare la sfida dell’egemonia: in opposizione non solo al nazionalismo reazionario ma pure ad ogni cretinismo legalitario. Questo campo è oggi presidiato da due forze principali: il M5S da una parte e dall’altra dalla Lega Nord salviniana. Il luogo che noi dovremmo andare ad occupare prima possibile, il solo che non sia ancora presidiato è, gioco forza, quello che sta sul fianco sinistro dei cinque stelle. E’ uno spazio politico ampio, destinato ad allargarsi ove M5S si dimostrasse del tutto incapace di tirar fuori il Paese dal marasma e ostile alla incipiente sollevazione popolare. Ma il fronte di cui parliamo non deve chiudersi in un recinto. L’appello alla ricostruzione politica e morale della patria dovrà sparigliare le carte nello stesso campo populista, puntare ad erodere il consenso di cui oggi godono le destre nazionaliste, sfondare anche in questo settore.

La crisi si aggraverà, il Paese entrerà in quello che più volte abbiamo definito “Stato d’eccezione”. Quello sarà il momento in cui chi ha sempre comandato sarà scalzato dal governo, in cui la maggioranza che si è espressa per il NO chiederà alle forze populiste di andare al potere. Sarà il momento in cui si deciderà chi vince la partita. Solo se avremo già costruito, sul fianco sinistro del M5S, il fronte di cui parliamo, potremo essere protagonisti della rischiosa partita. Rischiosa perché un fallimento del governo popolare d’emergenza potrebbe concludersi, o in una rivincita delle potenti forze eurocratiche e globaliste, e l’Italia diventerebbe un paese straccione, oppure con una svolta reazionaria capeggiata dagli eredi del fascismo.

Facciamo presto dunque, consapevoli che il nostro Paese, il nostro Popolo, sarà chiamato dalla storia, ancora una volta, nel bene o nel male, ad indicare il sentiero sul quale non solo l’Europa dovrà incamminarsi in futuro.


giovedì 27 ottobre 2016

PATRIOTTISMO PROLETARIO O COSMOPOLITISMO BORGHESE? di Lelio Basso

[ 27 ottobre ]

«Ma così come il sentimento nazionale del proletariato non ha nulla di comune con il nazionalismo della borghesia, così il nostro internazionalismo non ha nulla di comune con questo cosmopolitismo di cui si sente tanto parlare e con il quale si giustificano e si invocano queste unioni europee e queste continue rinunzie alla sovranità nazionale».
Lelio Basso

Il compagno Alfredo D'Attorre scrive che la sinistra deve "chiedere scusa per aver voluto l'euro". Vale la massima: non è mai troppo tardi.
Tuttavia non la dice tutta, e ciò è sintomatico. La sua è una critica zoppa, che pecca di economicismo, che non vuole riconoscere l'enorme dimensione politica del problema. Non dice infatti che la sinistra dovrebbe fare mea culpa anzitutto per aver sostenuto L'Unione europea, di cui l'euro è solo una protesi. 
Perché non lo fa? Perché è ancora prigioniero della narrazione europeista, a sua volta precipitato storico-ideologico del cosmopolitismo —abbracciato dalle classi dominanti europee, sotto la spinta di quella americana, dopo la fase dei nazionalismi fascisti e imperialisti.

Le sinistre, questo è quello che D'Attorre si ostina a non vedere, accettarono l'euro in quanto già prima avevano introiettato il discorso ideologico cosmopolitico —non solo spinelliano, ma su questo, sul peso ben più determinante di certi cenacoli imperialisti come quello di Kalergi, ci torneremo su), ritenendo che il cosmopolitismo imperialista fosse compatibile con la tradizione dell'internazionalismo di matrice marxista. 
Il mostro bastardo che ne è venuto fuori l'ho chiamato cosmo-internazionalismo.
D'Attorre ci dice poi che l'avallo all'euro ha riguardato tutta la la sinistra, tranne "isolate eccezioni" (tra cui noi, voglio supporre).
La questione che va posta è allora la seguente: mancava a queste sinistre un retroterra teorico e programmatico per poter evitare l'abbraccio mortale del cosmopolitismo in salsa europeista?
No! Non mancava affatto. 
L'adesione al disegno cosmo-europeista è stato piuttosto uno scandaloso tradimento delle proprie basi programmatiche e strategiche. Del proprio stesso Dna.

Qui ve ne vogliamo portare la prova, anzi mostrarvi la "pistola fumante".
Il discorso che Lelio Basso, uno dei padri costituenti, antifascista e dirigente socialista (manco comunista, socialista!) svolse in Parlamento il 13 luglio del 1949, in merito al primo atto di nascita di quella che poi sarà l'Unione europea — l'Accordo per la costituzione del Consiglio d'Europa, firmato a Londra il 5 maggio del 1949.
Ne riportiamo alcuni stralci dove Basso critica come strumentale e antipopolare la conversione cosmopolitica delle classi dominanti, denuncia la natura imperialistica del nascente europeismo e rivendica invece il patriottismo democratico, la difesa della sovranità nazionale e la missione nazionale della classe proletaria.

Consigliamo caldamente di leggere TUTTO IL DISCORSO di Lelio Basso

Moreno Pasquinelli

Lelio Basso
«E’ in questa fase e come strumento di dominazione americana, che nasce e si concreta il progetto francese di Unione Europea, nasce cioè la proposta di una vera Unione Europea con parziali rinunce alle sovranità particolari, e con un proprio parlamento eletto.


(…)

il Consiglio europeo [di cui discutiamo] è uno strumento della politica atlantica, e quindi dobbiamo considerare l’accordo oggi sottoposto alla nostra ratifica come manifestazione di politica atlantica.

(…)

Il Consiglio europeo, cioè, è la maschera progressista, idealista che deve coprire due realtà brutali: la manomissione economica che l’imperialismo, il grande ca- pitale americano esercita sull’Europa e la politica del blocco occidentale in funzione antisovietica.
Tradurre questa politica nel linguaggio del federalismo, esprimere cioè questa realtà di sopraffazione e di soperchieria in termini ideali, è un mezzo che serve a fare accettare questa politica a molta gente in buona fede per poi servirsi di tutta questa gente in buona fede come specchio per le allodole onde trascinare certi strati della popolazione dalla stessa parte.

(…)

Naturalmente, perché gli investimenti siano più allettanti,
l’America ha bisogno di grandi mercati e l’interesse che l’America dimostra per le unioni doganali, la pressione che l’America esercita per ottenere un’ Europa unita in questo modo, l’interesse ad annullare le frontiere, non hanno per scopo di creare una terza forza, tra USA e URSS, ma semplicemente attestano il suo bisogno di dominare i mercati dell’Europa, di avere un grande spazio a sua disposizione, per poter governare meglio e più economicamente il dominion europeo. Hitler faceva la stessa politica e la chiamava Gleichschaltung. Di tutto ciò noi troviamo anche un’eco nei congressi dei federalisti, dove tanta brava gente applaude a mozioni in cui si parla indifferentemente dei diritti della personalità umana e della libera circolazione delle merci, e si vuole  intendere naturalmente la libera circolazione delle merci americane o fabbricate da industrie che siano sotto il controllo del capitale americano.

(…)

I due termini, Unione europea e dominio del capitale americano, coincidono.

(…)


Un’Europa che cammina su questa strada, un’Europa che tende ad unificarsi in funzione del capitale americano, è un’Europa che tende a far sparire, che tende a distruggere le piccole e medie industrie; che tende a portare all’esasperazione i contrasti di classe, e a far sentire sempre più la pressione brutale del capitale finanziario monopolistico. La lotta di classe non può che venirne accresciuta, e non può che accrescersi la disoccupazione, che accompagna sempre i fenomeni di concentrazione e di cosiddetta razionalizzazione dell’industria. Ma la piccola e la media borghesia ne sarebbero anch’esse inesorabilmente schiacciate.

(…)

Ed anche quella decadenza del Parlamento, di cui si è parlato molto in questi ultimi tempi qui da noi, è in funzione di questi fenomeni. I grandi trusts e i grandi monopoli preferiscono risolvere i grossi problemi dell’economia, della finanza e della politica nel chiuso dei consigli d’amministrazione e dei gabinetti dei ministri. Che cosa sanno, per esempio, oggi, il proletariato inglese e americano, che cosa sa lo stesso parlamento inglese della reale portata degli enormi conflitti di interessi che si nascondono dietro la lotta fra sterlina e dollaro?
Abbandoniamo quindi questa illusione di una Unione europea in funzione di terza forza! Noi sappiamo che ogni passo avanti che si fa verso questa cosiddetta unione è un passo avanti sulla via dell’assoggettamento dell’Europa al dominio del capitale finanziario americano ed è altresì un passo avanti verso la formazione di una piattaforma europea in funzione antisovietica. Ridotta a questa espressione, l’Unione europea somiglia profondamente all’Europa di Hitler: anche allora «Europa in marcia», era una delle espressioni care alla dominazione nazista, così come oggi «Europa in marcia» è espressione cara alla dominazione americana.

So che a questa nostra impostazione si è fatta e si fa questa obiezione: ma allora, voi socialisti avete abbandonato 1’internazionalismo, siete diventati i difensori e custodi gelosi della sovranità dello Stato, che è una concezione ormai superata? Ebbene, no: noi siamo fermi più che mai nella nostra posizione internazionalistica: noi siamo sempre perfettamente coerenti con la nostra concezione. Noi sappiamo che Marx scrisse: «gli operai non hanno patria», ma Marx ci insegnò altresì che il proletariato deve acquistare la sua coscienza nazionale e che esso l’acquista a misura che esso si emancipa, a misura che esso strappa dalle mani della borghesia l’esercizio esclusivo del potere politico e si presenta sulla scena della storia come classe che esercita la pienezza dei suoi diritti. Perciò l’internazionalismo del proletariato si fonda sull’unità e sulla solidarietà di popoli in cui tutti i cittadini, attraverso l’abolizione dello sfruttamento di una società classista, conquistano la propria coscienza nazionale.

In questo senso, oggi, la lotta che combattiamo sul terreno della lotta di classe, la lotta per l’emancipazione del proletariato è un tutt’uno con la lotta per difendere il nostro paese dalla invadenza del capitalismo americano.

I lavoratori che lottano, lottano congiuntamente contro lo sfruttamento di classe e contro lo sfruttamento che di essi pretende fare il capitalismo americano, il quale vuole essere associato al capitalismo nostrano nella spartizione dei profitti ottenuti attraverso lo sfruttamento delle classi lavoratrici.

Noi sappiamo che in questa lotta il proletariato combatte insieme per due finalità e che in questa lotta esso acquista contemporaneamente la coscienza di classe e la coscienza nazionale ponendo le basi per un vero internazionalismo, per una federazione di popoli liberi che non potrà essere che socialista! In altre parole, il movimento operaio si inizia in un’epoca in cui l’operaio è quasi posto al bando della società, in cui l’operaio è  sfruttato fino al punto di essere praticamente escluso da ogni diritto da una classe che in questo modo gli nega veramente l’appartenenza alla patria, in quanto fa dello Stato e della nazione uno strumento della sua politica e uno strumento del suo dominio e del suo sfruttamento, ma l’evoluzione del movimento operaio porta il proletariato ad inserirsi sempre più vivamente nel tessuto della vita nazionale per strapparne il monopolio alla borghesia, e fa coincidere sempre più la lotta per l’emancipazione, la lotta di classe con l’acquisto della coscienza nazionale, nel senso che toglie alla nazione il carattere di espressione esclusiva della classe dominante.

(…)

Ed ecco che noi assistiamo a questo punto al passaggio improvviso di quelle borghesie occidentali dal vecchio esasperato nazionalismo, ad un’ondata di cosmopolitismo. Ma così come il sentimento nazionale del proletariato non ha nulla di comune con il nazionalismo della borghesia, così il nostro internazionalismo non ha nulla di comune con questo cosmopolitismo di cui si sente tanto parlare e con il quale si giustificano e si invocano queste unioni europee e queste continue rinunzie alla sovranità nazionale.
L’internazionalismo proletario non rinnega il sentimento nazionale, non rinnega la storia, ma vuol creare le condizioni che permettano alle nazioni di vivere pacificamente insieme. Il cosmopolitismo di oggi che le borghesie, nostrana e dell’Europa, affettano è tutt’altra cosa: è rinnegamento dei valori nazionali per fare meglio accettare la dominazione straniera.


Non v’è oggi popolo al mondo che sia più nazionalista del popolo americano. Oggi negli Stati Uniti chi non crede che questo sia il secolo americano, chi non crede che il popolo americano sia il popolo destinato a dominare il mondo, è considerato un non americano ed è messo al bando della vita civile. Eppure questo popolo degli Stati Uniti, questo popolo che in casa sua è il più nazionalista dei popoli della terra, oggi, quando si rivolge ai popoli dell’Europa parlas con affettato dispregio dei pregiudizi nazionali, come di un elemento di arretratezza, e trova subito nei capitalisti europei dei loro servi che sono pronti ad applaudire al cosmopolitismo.

Le stesse borghesie italiane e francesi, che furono per molti anni accese scioviniste, e si trovarono poi con la massima indifferenza pronte a subire la dominazione hitleriana per difendere i propri interessi e privilegi, oggi con la stessa indifferenza e sfacciataggine proclamano il verbo del cosmopolitismo e dell’europeismo per servire gli interessi del capitalismo americano.
Esse cercano di pervertire con questo veleno il vero sentimento nazionale. Noi possiamo leggere, per esempio, sotto la penna di uno dei più smaccati servitori della borghesia francese di oggi, il Malraux, frasi di questo genere: «L’uomo diventa tanto più uomo quanto meno è unito al suo paese».
Anche la propaganda hitleriana era basata come quella americana di oggi, su questo stesso dualismo. Il popolo tedesco parlava di sè come di un popolo eletto, popolo destinato a dominare il mondo; quando si rivolgeva agli altri popoli, parlava viceversa di europeismo».





lunedì 24 ottobre 2016

DAI NOGLOBAL AI NOBORDER di il Pedante

[ 24 ottobre ]

«L’Unione europea, una delle megalopoli prodotte dal neoliberismo, è un risultato dell’attuale IV Guerra Mondiale. Qui, la globalizzazione economica ha ottenuto di cancellare le frontiere tra Stati rivali, nemici tra loro da molto tempo, e li ha obbligati a convergere e a pianificare l’unione politica. Dagli Stati nazionali alla Federazione europea, il cammino economicista della guerra neoliberista nel cosiddetto ‘Vecchio Continente’ sarà disseminato di distruzione e di rovine, e una di esse sarà la civiltà europea». 
[Subcomandante Marcos, EZLN. QUI il testo integrale]

Ci segnalano e volentieri pubblichiamo


Con questa pedanteria si chiude una trilogia sul collaborazionismo delle sinistre nell'avanzata delle oligarchie usurocratiche in Europa. Nelle puntate precedenti si è definita una fenomenologia generale e una breve analisi della transizione da no-global a no-borders. Nel seguito si propone una riflessione sui temi delle nazioni e del patriottismo, oggetto del fuoco complice e incrociato delle élites finanziarie globali e di un internazionalismo di sinistra a-storico e rigidamente ideale.

Per quanto indubbiamente opere dell'uomo, le nazioni e i confini sono retaggi consegnatici dai millenni: come l'orografia, il clima, gli oceani. Esistono, esistevano da molto prima che nascessimo, e noi stessi ne siamo anche fisicamente il prodotto. Salvo rare eccezioni, essi nascono e si dissolvono nel sangue, il che è già un primo, ottimo motivo per lasciarli lì dove stanno e non crearne di nuovi rincorrendo ogni volta sogni che, dacché esiste l'umanità, distruggono vite e civiltà al grido di #questavoltaèdiverso.
Al netto della storia e della sua violenza, le nazioni sono anche giurisdizioni, cioè spazi delimitati - come lo è ogni cosa per esistere - in cui si applicano le politiche di una comunità e se ne impone il rispetto. Sicché le nazioni sono il luogo della politica. A chi da sinistra schifa le categorie nazionali è fin troppo facile portare l'esempio dei governi socialisti, tutti immancabilmente patriottici e pronti a difendere con le armi la propria autodeterminazione: URSS, Cina, Vietnam, Cuba, Venezuela ecc. E non potrebbe essere altrimenti. Quando un'idea politica si cala nella realtà deve attecchire in uno spazio fisico che va tutelato con l'esercizio della sovranità. Così il socialistissimo Venezuela di Maduro, che l'anno scorso indirizzava al governo golpista di Obama una canzone da far piangere sangue agli internazionalisti de noantri:
Viva Venezuela mi patria querida
quien la libertó mi hermano 
fue Simón Bolívar.

Para defender la patria
Nos hace fuertes la unión
somos una misma sangre
con un solo corazón
.

Cabalgaremos los sueños
De construir una patria
Que sea libre y soberana 
[ovvove!]
...
Per concludere così:
Viva Venezuela libre
Viva mi patria querida
Viva la paz de los pueblos
Viva la América unida
Evidentemente, per i socialisti venezuelani l'aspirazione a una "patria libre e soberana" e l'omaggio patriottico ai suoi liberatori non contraddice né ostacola il cammino verso la "paz de los pueblos" e la "América unida". Per un motivo che dovrebbe essere ovvio: un progetto politico va coltivato e difeso prima di essere eventualmente offerto al mondo. In questo senso la nazione è celebrata non solo e non tanto in sé, ma in quanto incubatrice e roccaforte di una visione politica che senza di essa vivrebbe solo nell'immaginario e nei discorsi dei rivoluzionari da bar.
In Italia non vige il socialismo reale, ma la democrazia: che non è un'idea né un'inclinazione morale dei suoi cittadini, ma la norma prescritta da una Costituzione che si applica al'interno dei confini nazionali. Sicché è facile intuire perché chi mal sopporta la democrazia costituzionale predichi a un tempo il superamento della nazione e la cessione della sua sovranità.
Interrogarsi sul vettore storico e non sui contenuti è il modo migliore per farsi rifilare qualsiasi sbobba purché corredata dai simboli a sé cari. Tra i primi provvedimenti adottati da Thomas Sankara, che pure era socialista e panafricanista convintissimo, vi furono severe misure protezionistiche per assicurare l'autosufficienza alimentare al proprio paese. Non era un ideale, ma uno strumento urgente per salvare milioni di vite. Forse oggi qualche intellettuale da circolo avrebbe suggerito all'eroe africano di lasciare il suo popolo nella fame per non tradire i doveri dell'internazionalismo, in attesa di un'Africa unita sotto la stella rossa. Nel qual caso probabilmente Thomas sarebbe ancora tra noi e, una volta all'anno, volerebbe a Cernobbio al seguito del più giovane Varoufakis per deliziare la platea con la scimmietta di una rivoluzione romantica e senza rischi.
Proteggere una giurisdizione da merci, prassi commerciali e flussi migratori non è una forma di governo né una filosofia, ma un normale atto di amministrazione. Ciò che andrebbe valutato, e giudicato, sono le politiche che in tal modo si intende difendere e quelle da cui ci si intende difendere.
Nelle esperienze qui citate appare anche una tensione patriottica da cui trarre un insegnamento: che cioè il patriottismo ha in sé anche una dimensione a-simbolica e funzionale che nulla ha a che vedere con la volontà di aggredire, sottomettere o disprezzare gli eteroctoni. L'amore per la propria nazione, regione o comunità è all'origine una forma di amore di prossimità antropologicamente affine all'amore famigliare, con l'utile e legittimo fine di valorizzare ciò che si è e che si ha. Voler bene ai propri figli, fratelli, coniugi e genitori non significa approvarne incondizionatamente gli atti, né idolatrarli, né tantomeno odiare il resto dell'umanità. Anzi, è il contrario: a chi non sa amare i propri figli non è saggio affidare i figli altrui. E a chi non sa amare la propria comunità non è saggio affidare il mondo.
Che esistano una, cento o mille nazioni è in teoria del tutto indifferente. Nella pratica è invece prudente tenercele strette: non solo per non smuovere le polveri delle guerre civili, ma soprattutto perché quel poco o tanto che le masse hanno conquistato è appeso agli ordinamenti nazionali, non a un iperuranio che ce lo conserverà per un improbabile e venturo impero dei giusti. Non sono i confini a condannare i disperati del mondo, ma le politiche di coloro che vogliono abolire i confini per fare della disperazione la norma. Cioè degli stessi che da tempo preparano e consolidano le fondamenta di un governo dai confini sempre più ampi, a tendere verso il sogno (per pochi) o l'incubo (per tutti) di governi continentali se non addirittura di un governo mondiale in cui il dominio dei pochissimi avrebbe la meglio sulle resistenze politiche e costituzionali maturate - che piaccia o meno - all'interno delle esperienze nazionali.
Non c'è motivo per credere che la riduzione del mondo a pochi superstati - non a caso, come aveva immaginato Orwell - segnerebbe la fine dei nazionalismi fanatici e guerrafondai. Anzi. Ai nazionalismi del presente si sostituirebbe unneonazionalismo posticcio e retorico, conflittuale al suo interno e aggressivo verso l'esterno. Gli imperi del passato si facevano la guerra esattamente come le città-stato del Peloponneso o le tribù della Gallia, ma con ben altra disponibilità di mezzi e quindi procurando più lutti.
In compenso, una razionalizzazione di questo tipo produrrebbe - e sta già producendo - un effetto tonnara dove la riduzione dei centri decisionali estenderebbe il potere di chi già li occupa a popolazioni e territori sempre più vasti, a parità di sforzo. Gestire singolarmente campagne di comunicazione e di lobbying in decine di paesi è molto costoso, ma soprattutto espone al rischio di conseguire esiti eterogenei per modalità ed efficacia. Sicché conviene concentrare gli sforzi in un'unica sede, ad esempio nei corridoi asettici di Bruxelles, lontani dagli occhi degli elettori e dal cuore dei potentati locali. La centralizzazione è l'aspirazione naturale del dispotismo. Come Luigi XIV eresse la reggia di Versailles per allontanare l'aristocrazia dalle province ed estendervi il suo dominio assoluto, oggi le élites finanziarie coltivano il feticcio di un mondo fraterno e senza confini per levarsi i popoli, e i cosiddetti intellettuali, dai piedi.
* Fonte: il pedante

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