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martedì 30 ottobre 2018

LA FEBBRE DEL DEBITO AI MASSIMI STORICI di Marcello Minenna

[ 30 ottobre 2018]


Il debito globale ha raggiunto un nuovo picco, salendo a 260 trilioni di $ (260.000 miliardi) nel secondo trimestre del 2018. Il rapporto globale tra debito e prodotto interno lordo (PIL) ha superato il 320%. Del totale, il 61% (160 trilioni) è debito privato del settore non finanziario mentre solo il 23% è rappresentato dal tanto vituperato debito pubblico.
Gli USA hanno emesso oltre il 30% del debito pubblico in circolazione, con una decisa accelerazione negli ultimi 2 anni di gestione Trump seguiti da Giappone e Cina e, a distanza, dai Paesi dell'Eurozona. Il valore riportato dalle agenzie pubbliche cinesi va preso con le molle per via dei ripetuti casi di falsificazione delle statistiche, anche da parte di funzionari governativi. È verosimile dunque che non solo il debito pubblico del Dragone ma anche quello delle sue corporations, già il più alto al mondo, sia parecchio superiore alle stime ufficiali.
Ovviamente vale la regola generale per cui il debito, sia pubblico che privato, tende a crescere nel tempo insieme alle dimensioni dell'economia, a meno di improvvisi default. Dunque l'elevata dimensione del debito complessivo non può fornire informazioni sulla sua sostenibilità. Né è possibile inferire che un debito complessivo basso sia segno di stabilità finanziaria; anzi è più verosimile che implichi una completa mancanza di fiducia da parte dei mercati tale da escludere qualsiasi prestito, come è stato nel caso dell'Argentina nei 5 anni successivi al default del 2002. 
Pertanto è opportuno valutare le dimensioni relative del debito rispetto al PIL.
DEBITO GLOBALE 
Percentuale rispetto al Pil 2017 (Fonte: Bank for international settlements)
La situazione in questo caso si ribalta: il Lussemburgo finisce al primo posto con un debito totale pari al 434% del PIL, quasi tutto composto da debito corporate. A distanza appare il debito del Giappone con il 373% ed un peso preponderante della componente pubblica (216%). L'alta incidenza sia del debito pubblico che di quello privato pone Francia, Spagna e Regno Unito ai primi posti della classifica mentre l'Italia appare solo al 9° posto, con un rapporto debito totale/PIL ben bilanciato al 265% per via del basso debito delle famiglie e delle imprese che compensa l'alto debito pubblico.
Ma anche un rapporto debito/PIL basso non è sintomo di virtù o salute economica. Al fondo della classifica spiccano i casi paradossali di Argentina e Turchia. Nonostante entrambi i Paesi abbiano debiti sotto controllo (inesistente il debito privato argentino e quello pubblico turco, al 2,5% del PIL) stanno rischiando comunque di perdere l'accesso ai mercati per via di una crisi valutaria e di bilancia dei pagamenti. In un paradosso apparente, i tassi di interesse a breve termine sono al 70% nell'Argentina a basso debito e stabilmente negativi nel Giappone del debito monstre.
Fare riferimento al solo dato del debito pubblico, magari rispetto a soglie arbitrarie, per emettere sentenze sullo stato di un‘economia è sempre una cattiva pratica che porta a conclusioni erronee. I criteri che il mercato utilizza per valutare la solvibilità del debito sono multipli: la percentuale di debito detenuto da investitori esteri/nazionali, il fatto che il debito sia emesso sotto la legge nazionale/estera, la crescita dell'economia, la ricchezza finanziaria dei cittadini, l'efficienza della raccolta fiscale, la sovranità monetaria etc. Nel caso del Giappone ad esempio, il 90% del debito è nelle mani della banca centrale, dei fondi pensione e banche domestiche ed è controbilanciato quasi perfettamente da un'elevata ricchezza finanziaria delle istituzioni pubbliche. È quasi impossibile immaginare una crisi di fiducia sulla solvibilità del governo.
Allo stesso modo, il fatto che i Paesi dell'Eurozona non possano gestire la leva monetaria in maniera autonoma rende de facto tutto il debito pubblico come se fosse assoggettato a legge estera, e cioè enormemente più complesso da gestire. Inoltre questo debito è in media per oltre il 70% detenuto da investitori esteri, più reattivi nel negoziare sui mercati secondari e nell'alimentare fenomeni di vendita generalizzata.
Peraltro le statistiche ufficiali non considerano il tema scottante del c.d. “debito implicito”, rappresentato dal valore attuale degli impegni finanziari presi dai governi in tema di pensioni e salute. In generale questi debiti futuri non appaiono nella contabilità nazionale per fondati motivi legati alla difficoltà di stima di costi che sono spalmati su orizzonti temporali lunghissimi; se si dovesse tenere conto di questi oneri occulti il debito USA ad esempio quintuplicherebbe ad oltre 100.000 miliardi. Sorte peggiore toccherebbe a Spagna, Lussemburgo ed Irlanda che vedrebbero salire il proprio debito di oltre 10 volte, fino ad oltre il 1.000% del PIL nel caso irlandese. L'Italia invece dal punto di vista del debito implicito - a legislazione vigente - risulta il Paese europeo più virtuoso.
A livello globale è più che altro il debito corporate a preoccupare gli operatori sui mercati. Un settore privato molto indebitato è vulnerabile a tassi di interesse più elevati, dopo anni di tassi artificialmente bassi che hanno favorito l'espansione dei prestiti e la riduzione del capitale di rischio delle imprese tramite il riacquisto di azioni proprie. L'instabilità intrinseca del funding attraverso il debito rispetto alla raccolta di capitale azionario suggerisce che il prossimo rallentamento della crescita potrebbe ribaltarsi in modo insolitamente forte sulla spesa per investimenti delle imprese. In Italia è già successo durante la recessione del 2008-2009: ogni punto percentuale di discesa nella crescita del credito ha provocato una contrazione degli investimenti di 4 punti nelle imprese più dipendenti dal credito bancario e di 2 punti in quelle finanziariamente più indipendenti. Un disastro da non ripetere.
Fonte: IL SOLE 24 ORE del 29 ottobre 2018

venerdì 17 novembre 2017

IL DEBITO PUBBLICO MONDIALE

[ 17 novembre 2017 ]

Oggi pubblichiamo due tabelle, davvero istruttive.

La prima tabella indica il contributo di ogni nazione al Prodotto interno mondiale, e il peso dei tre principali settori (servizi, industria e agricoltura) al Pil medesimo.

La seconda mostra la composizione del debito pubblico mondiale e la percentuale Paese per Paese.

Vediamo quindi la prima tabella.

Essa non mostra solo il PIL di dozzine di paesi in relazione tra loro in base alle dimensioni, ma divide anche ogni economia nei suoi settori principali: agricoltura, servizi e industria. L'ombra più leggera in ogni Paese corrisponde all'attività economica più primitiva, che è l'agricoltura. L'ombra media è l'industria, e l'ombra più scura corrisponde ai servizi che, come si vede, costituisce una grande parte del PIL delle economie sviluppate. La vogliamo chiamare "terziarizzazione del mondo"?
Per una maggiore chiarezza la visualizzazione ombreggia anche i paesi in base all'appartenenza continentale, ad indicare i relativi contributi economici del Nord America, Europa, Sud America, Asia, Oceania e Africa.


Veniamo ora alla seconda e quanto mai istruttiva tabella (in fondo). 
Abbiamo la composizione, Paese per Paese, del debito pubblico mondiale (nota bene: i debiti del settore privato sono esclusi). 
A quanto ammonti il debito pubblico mondiale (dati Fmi 2016) è presto detto: 63 trilioni (63mila miliardi) di dollari.
Il Rating di Standard & Poors
Cosa scopriamo? Che gli Stati Uniti detengono, da soli,  il 31,8% del debito pubblico mondiale.
Gli Stati Uniti (non solo Giappone e Italia) rappresentano, oltre tutto, un caso esemplare di aumento del debito. Gli USA non registrano un surplus di bilancio dal 2001. Allora il debito federale era di 6,9 trilioni di dollari (il 54% del PIL). Da allora esso è aumentato di quasi tre volte, salendo a circa 20 trilioni di dollari (107% del PIL), che è pari al 31,8% del debito sovrano mondiale nominalmente.

Viene da sola la domanda: come mai il debito pubblico americano (e quello giapponese) non sono considerati problematici (vedi grafico sul rating di Standard & Poors) mentre quello italiano (che rappresenta solo il 3,9% di quello mondiale) lo sarebbe? Forse che la cosa ha a che fare con i Trattati europei ed il loro impianto ordoliberista? Forse che ciò dipende dall'euro, ovvero dal fatto che l'Italia ha ceduto la sua sovranità monetaria?





La fonte delle Tabelle è Visual Capitalist

mercoledì 24 maggio 2017

ITALIA: BOLLETTE NON PAGATE = 26 MILIARDI....Guido da Landriano

[ 24 maggio 2017 ]

L’eredità della crisi: in Italia 26 miliardi di bollette non pagate

Bollette di vecchia data non pagate, crediti al consumo, rate di mutuo non ancora onorate. Sono quelli che in gergo gli addetti ai lavori chiamano “Non Performing Loans”: capitali che le famiglie italiane – ma anche le piccole e medie imprese – faticano a pagare e che gli enti creditori hanno affidato alle agenzie specializzate nel recupero crediti.

Oggi, nel limbo dei crediti deteriorati fluttuano – secondo la recente stima di Unirec, l’Unione nazionale a tutela del credito – 26 miliardi che riguardano proprio bollette ‘dimenticate’, rate di mutui e piccoli finanziamenti.

Secondo quanto emerge dalla ricerca annuale, la ‘zavorra’ dei NPL ha rappresentato nel 2016 il 38% degli importi complessivi da riscuotere e il 14% del numero totale delle pratiche gestite dalle società di recupero associate a Unirec (circa l’80% dell’intero mercato), sulle cui scrivanie sono accumulati quasi 36 milioni di fascicoli. In media, una pratica ogni due persone.

I debitori, per quanto riguarda i NPL, sono per il 91% famiglie e per il 9% piccole o medie imprese. Si tratta prevalentemente di bollette e utilities per telefonia, luce e gas: a ‘dimenticarle’ sono soprattutto i clienti cessati (74%), che hanno cambiato operatore e che devono saldare, in media, 830 euro ciascuno. Il 26% degli importi da recuperare riguarda invece clienti ancora attivi, che devono in media 277 euro a testa. Per i primi, il recupero è più difficoltoso e il tasso di successo non supera il 17%, contro il 28% dei secondi.

L’importo medio da rintracciare ammonta invece a 2 mila euro se si considerano anche i debiti che derivano da finanziamenti e prestiti bancari (importo medio di questi ultimi è di 2400 euro, nel 2016 metà di queste pratiche sono andate a buon fine con un recupero del 16% dei capitali totali) e leasing (574 milioni di euro, il 47% dei quali è stato riscosso).

A preoccupare maggiormente sono le previsioni: nel 2017 il volume dei NPL sembra destinato a lievitare del 15%, con un aumento degli importi complessivi che dovrebbe oscillare tra l’8 e il 10%.

Dei 26 miliardi di euro accumulati nel 2016 e ancora da recuperare, soltanto 8,1 si prevede siano destinati a rientrare nelle tasche dei creditori, con performance di recupero che variano a seconda della tipologia del debito. Lavoro extra per le società di recupero crediti a Milano: la Lombardia, infatti, detiene il primato italiano – con il 14% – sia per numero pratiche che per importi.

venerdì 30 settembre 2016

GRECIA: I CREDITORI PIGNORANO I BENI PUBBLICI (dove sono finiti i fans di Tsipras?)

[ 30 settembre ]

IL PARLAMENTO GRECO APPROVA PIANO PER TRASFERIRE BENI E SERVIZI PUBBLICI IN UN FONDO CREATO DAI CREDITORI

Qualche giorno fa ricordavamo quanto accadde alla Repubblica di Genova nel XIV e XV secolo quando, causa indebitamento, la Repubblica venne di fatto pignorata dai suoi creditori, nel caso specifico da un pugno di famiglie oligarchiche genovesi. Alla Grecia di Tsipras sta avvenendo di peggio, essendo i suoi creditori consorzi finanziari esteri.
La "riforma" prevede il trasferimento di servizi pubblici fondamentali, tra cui acqua, elettricità, aeroporti e autostrade, in un fondo creato dai creditori internazionali.

DW, 27 settembre 2016

I beni dello Stato greco, tra cui l’acqua e l’azienda elettrica, verranno trasferiti a un nuovo fondo creato dai creditori internazionali. Il piano ha provocato dimostrazioni di protesta e scioperi del settore pubblico in tutto il paese.

Questo martedì sera il parlamento greco ha approvato una riforma per tagliare la spesa pensionistica e trasferire il controllo dei servizi pubblici a un nuovo fondo patrimoniale.

Queste riforme hanno lo scopo di cercare di sbloccare aiuti finanziari per un totale di 2,8 miliardi di euro, come parte del più recente programma di bailout del paese.

Le riforme sono state approvate con una maggioranza ristretta di 152 contro 141 voti nel parlamento greco (che ha un totale di 300 seggi), dove la maggioranza è detenuta dalla coalizione di governo Syriza-Greci indipendenti. Un solo membro della coalizione di maggioranza ha votato contro il progetto di riforma, così come tutti i membri dei partiti di opposizione.

Il contenuto delle riforme prevede che i beni pubblici siano trasferiti a un nuovo fondo creato dai creditori della Grecia. I beni ceduti includono gli aeroporti e le autostrade, così come l’acqua e le infrastrutture elettriche. Il nuovo fondo raggrupperà assieme queste entità pubbliche con l’agenzia nazionale per la privatizzazione, il fondo di stabilità bancario e i beni immobili dello Stato. Sarà guidato da un funzionario scelto dai creditori della Grecia, sebbene il Ministero delle Finanze greco manterrà il controllo generale.

La reazione pubblica

La riforma ha scatenato una forte reazione tra i dimostranti in piazza e tra i lavoratori del settore pubblico.

Prima dell’approvazione, i dimostranti che protestavano fuori dal Parlamento di Atene gridavano: “Al prossimo giro vi venderete l’Acropoli!“.

Il sindacato del settore pubblico greco ha criticato le riforme, dicendo che il trasferimento dei beni pubblici apre la strada alla svendita agli investitori privati. “La sanità, l’istruzione, l’elettricità e l’acqua non sono beni di commercio, appartengono alle persone” ha detto il sindacato in una dichiarazione.

I lavoratori dell’azienda pubblica greca dell’acqua, ad Atene e a Tessalonica, martedì sono usciti in piazza per protestare contro la riforma. “Stanno cedendo la ricchezza e la sovranità della nazione“, ha detto George Sinioris, capo dell’associazione dei lavoratori dell’azienda pubblica dell’acqua.

“Riteniamo sia un crimine, perché questa riforma riguarda i servizi pubblici fondamentali. Reagiremo con cause in tribunale, scioperi, occupazioni e altre forme di protesta“.

Il governo ha detto che il trasferimento di questi beni rappresenta un modo di gestione più efficace rispetto a un piano per la svendita. “Trasferire i beni a questo fondo non significa che lo Stato rinuncia alla proprietà“, ha detto Panos Skourletis, il ministro per l’energia, durante un dibattito parlamentare. “Inoltre, non significa privatizzazione, e in terzo luogo questi beni non sono collaterali ai prestiti fatti al paese“.

“Lo Stato greco rimane il solo soggetto detentore di questi beni“, ha detto. “A parte la privatizzazione, ci sono altri modi di valorizzare i beni, e ci stiamo concentrando su di essi“.

I termini di salvataggio

La Grecia ha sottoscritto l’ultimo pacchetto di aiuti finanziari, per una somma totale di 86 miliardi di euro, a metà del 2015. Si trattava del terzo pacchetto dal 2010. Il governo del Primo Ministro Alexis Tsipras da allora ha approvato una quantità di riforme economiche richieste dai creditori del paese, incluse riforme delle pensioni e di tasse sul reddito.

A metà ottobre, i rappresentanti dei creditori della Grecia – vale a dire la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea (BCE), il Meccanismo Europeo di Stabilità, e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) – si riuniranno ad Atene per condurre la seconda revisione sul processo di bailout. La revisione prevederà probabilmente la richiesta di una impopolare riforma del lavoro.

La Grecia spera che questa riforma del lavoro le permetta di partecipare al programma di quantitative easing della BCE nel corso del prossimo anno.

Tsipras è attualmente sotto pressione per avere annullato una quantità di promesse che aveva fatto ai suoi elettori, già stremati dalla recessione, durante la campagna elettorale del 2015. I funzionari del governo greco hanno si sono già espressi contro la prospettiva di altre riforme che porteranno alla perdita di altri posti di lavoro e ad altri tagli nei salari.

Tuttavia il debito pubblico greco raggiungerà probabilmente un nuovo picco quest’anno, toccando il 180 percento del PIL; un livello che il FMI ritiene insostenibile.

giovedì 5 maggio 2016

PIÙ DEL 95% DEI “SALVATAGGI “ DELLA GRECIA SONO FINITI IN TASCA ALLE BANCHE

[ 5 maggio ]

Il sito Press Project ci aiuta a ribadire un concetto che ogni tanto pare sfuggire nel dibattito europeo. I soldi usati da UE e FMI per i “salvataggi della Grecia” sono serviti quasi unicamente a salvare le banche greche e le loro creditrici, ossia quelle del centro Europa (Francia e Germania). I contribuenti europei hanno salvato incauti istituti di credito privati, secondo il solito schema della socializzazione delle perdite, a fronte della privatizzazione dei profitti e degli stipendi del top management.

La “European School of Management and Technology” (scuola europea di gestione e tecnologia ndVdE), dopo aver analizzato i primi due programmi di salvataggio della Grecia, ha concluso che più del 95% dei 215,9 miliardi di euro usati per pagare i vecchi debiti, sono serviti a pagare interessi e a ricapitalizzare le banche greche.
Secondo Handelsblatt , questa nuova ricerca prova che meno del 5% dei soldi ricevuti dalla Grecia nell’ambito dei due programmi di salvataggio sono in effetti finiti nelle casse dello stato. La European School of Management and Technology ha sede a Berlino, fondata da 25 compagnie e istituzioni globali.

“I pacchetti di aiuto sono stati usati anzitutto e per la maggior parte per salvare le banche europee” ha detto il presidente dell’ESMT Jörg Rocholl, “I contribuenti europei hanno salvato gli investitori privati”, ha aggiunto.
Solo 9,7 miliardi di euro della somma totale sono finiti davvero nel budget statale, ossia meno del 5% mentre, per il resto, 86,9 miliardi sono serviti per restituire i debiti e 52,3 miliardi per pagare interessi.
37,3 miliardi di euro totali di aiuti sono stati usati per salvare le banche greche, che hanno perso all’incirca il 98% del loro valore di mercato rispetto al 2013.
Lo scorso anno la Grecia ha ricevuto un altro programma di aiuti dai paesi membri dell’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) di circa 90 miliardi di euro. Durante le scorse settimane, la Grecia ha faticato a completare la prima revisione del terzo salvataggio, necessaria per ricevere la trance successiva di aiuti necessaria a pagare i suoi debiti a Luglio. I creditori internazionali, e specialmente il FMI, si sono impuntati sostenendo che la Grecia deve impegnarsi in un ulteriore giro di austerità, rispetto a quanto già sottoscritto lo scorso anno per poter partecipare al programma di aiuti.

mercoledì 30 dicembre 2015

2016: UN ANNO DI FUOCO PER LE BANCHE ITALIANE di Leonardo Mazzei

I crediti deteriorati in pancia alla banche italiane
[ 30 dicembre ]
Da anni questo blog segue le dinamiche di crisi del sistema bancario italiano. Nel luglio 2013, di contro a chi si ostinava a non vedere il problema, indicavamo il rischio del CROLLO DEL SISTEMA BANCARIO ITALIANO.
Mazzei torna sull'argomento con un'analisi impeccabile dei diversi aspetti della bomba bancaria e conclude con una proposta.


I pericoli per il sistema bancario, i rischi dei risparmiatori e quelli del governo Renzi 
«Almeno per le banche, il 2016 non sarà un anno come gli altri. Che il sistema bancario italiano abbia dei seri problemi, questo ormai l'hanno capito tutti. Le stesse ripetute rassicurazioni sulla sua "solidità" non fanno altro che confermare la gravità della situazione. In poche settimane abbiamo avuto il "decreto salvabanche", le perdite dei risparmiatori coinvolti, lo scontro di Renzi con la Germania, il caso delle dimissioni rientrate del governatore Visco, la corsa di fine anno alla sistemazione di alcuni istituti di credito (Banca Veneto e non solo), mentre dal primo gennaio saranno legge le norme del bail-in voluto dall'Europa.
Insomma, una situazione in forte movimento, con sullo sfondo la questione delle questioni: il via libera oppure no, e se sì in quale forma, alla bad bank, il nuovo istituto che dovrebbe assorbire i crediti in "sofferenza" delle banche italiane, consentendo alle stesse una consistente ripulitura dei bilanci.

Tante le questioni in gioco: politiche, economiche e finanziarie. Tanti i soggetti a rischio, potenzialmente diversi milioni di italiani. Proviamo allora ad inquadrare i vari aspetti del problema.


Passività finanziarie (liabilities) delle banche Ue
1. Lo scontro con Angela Merkel non è solo propaganda

Partiamo da un fatto politico: lo scontro inscenato da Renzi nei confronti di Angela Merkel all'ultimo Consiglio europeo non è solo propaganda. Chi lo pensa sbaglia. La propaganda è sempre una componente dell'azione politica, ed il caso in oggetto non fa eccezione. Tuttavia, questa volta la sostanza prevale sul solito teatrino d'immagine. Il fatto è che sulla partita bancaria sono in gioco enormi interessi di quello stesso blocco di potere che ha portato al governo, e che tuttora sostiene Matteo Renzi.


Ma non c'è solo questo. C'è che la messa a rischio dei risparmi di milioni di persone, molte delle quali facenti parte della base di consenso del Pd, ed ancor di più del suo segretario, è un problema grande come un macigno sulla strada che il fiorentino ha disegnato per se stesso: quella della costruzione di un regime in grado di reggere la concorrenza per un bel po' di anni. 

Renzi, dunque, cammina sui carboni ardenti. Già la vicenda delle quattro banche "salvate" azzerando il valore delle azioni e delle obbligazioni subordinate è stato un colpo di non poco conto. Alcuni ironizzano sull'ingenuità di una parte dei detentori di quelle obbligazioni, ma è un fatto che dalla Legge Bancaria del 1936 in avanti i risparmiatori italiani «non hanno perso una lira o un euro in relazione a crisi, anche gravi, di singoli intermediari». Ce lo ha ricordato così il capo della vigilanza di Bankitalia, Carmelo Barbagallo, parlando alla Commissione Finanze della Camera agli inizi del mese, ed opportunamente citato da Alberto Bagnai sul Fatto Quotidiano del 18 dicembre.  

La riflessione deve dunque incentrarsi sulla novità della situazione attuale. Una novità che potrebbe avere conseguenze politiche devastanti, qualora il ricorso al bail-in si facesse frequente, e ancora di più se dovesse interessare almeno una banca di grandi dimensioni. Non solo sarebbe la fine del Renzi ottimista, quello della crescita e del freno all'austerità. Sarebbe la fine politica sua e del gruppo di potere che gli si raccoglie attorno. 
I crediti deteriorati in Italia al 2011

Se sommiamo questi aspetti politici agli interessi economici in gioco non è difficile capire che lo scontro con la Commissione UE, e con la Germania in particolare, è tutt'altro che una finzione. Questa volta Renzi non può indietreggiare più di tanto, ma neppure la Germania sembra intenzionata a farlo. Un compromesso è dunque impossibile? Le vicende europee ci insegnano come le vie del compromesso possano essere tante. Ma quale compromesso al momento non si sa.

Ad oggi i segnali che vengono da Bruxelles sono tutti negativi. Per non parlare di quelli inviati da Berlino. In una intervista al Corriere della Sera del 19 dicembre, Lars Feld, consigliere economico della Merkel e stretto collaboratore di Schaeuble, ha usato toni tra lo sprezzante e l'irridente nei confronti dell'Italia.  

Leggere per credere.
Domanda di Federico Fubini: 
«Lei prevede che in Italia ci sarà bail-in dei conti correnti, quindi contagio e poi una richiesta di aiuto al fondo salvataggi, con l’arrivo della Troika?».
Risposta di Lars Feld:
«Prevedo un pieno bail-in. I tagli alle obbligazioni e ai conti correnti sopra i 100 mila euro dovranno aiutare a ristrutturare le banche, perché la Commissione Ue impedirà salvataggi delle banche da parte del governo o sussidi nascosti agli istituti. Non saranno permessi. Ma non credo che l’attuale situazione porterà necessariamente a una richiesta di aiuto al fondo salvataggi Esm. Non prevedo un contagio. In ogni caso, staremo a vedere» (ride).
Ecco, l'uomo della Merkel se la ride mentre annuncia la Caporetto delle banche italiane e perdite enormi per tante famiglie. Difficile per Renzi ottenere le due cose che più gli premono: l'istituzione del fondo di garanzia europeo, rigettato al momento dai tedeschi, ed una bad bankin grado di ammortizzare le perdite delle banche sui crediti in sofferenza anche attraverso una consistente garanzia pubblica.


2. L'Europa tedesca

Su questi temi l'Europa appare ancor più asimmetrica del solito. E più che asimmetrica appare proprio per quella che è: una costruzione ormai largamente in mano all'oligarchia tedesca.

L'accusa che viene fatta all'Italia è quella di voler salvare il proprio sistema bancario con soldi pubblici. Ma cosa hanno fatto finora gli altri paesi dell'UE, Germania in testa?

Nell'Unione Europea gli interventi a sostegno del sistema bancario hanno raggiunto, nel corso di questi anni di crisi, l'astronomica cifra di 2.700 miliardi di euro. Di questi 389 miliardi in capitale, 2.100 miliardi in garanzie, 142 in prestiti. Limitandoci alla sola prima voce, la Germania guida di gran lunga la graduatoria con 247 miliardi di euro, contro un immacolato zero dell'Italia.

Dunque, la Germania ha potuto mettere in sicurezza le proprie banche con le "vecchie regole", mentre adesso con le nuove regole si vuole impedire che l'Italia faccia altrettanto. E poi qualcuno ancora ci chiede del perché insistiamo tanto sulla sovranità nazionale...

Ma non basta. I tedeschi battono sempre sul tasto del rigore nei conti pubblici, ma negli anni scorsi l'Italia ha contribuito con 59,8 miliardi ai salvataggi di Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna. Salvataggi che hanno consentito alle banche tedesche di mettere in salvo i loro investimenti a rischio in quei paesi, pari alla modica cifra di 334 miliardi. Allora i soldi pubblici italiani potevano, anzi dovevano, fluire verso i fondi europei pensati all'uopo. Adesso non più, perché l'Italia va messa in croce onde poterla meglio saccheggiare. 

Ieri l'altro, con un'intervista al Quotidiano Nazionale, perfino il presidente dell'Associazione bancaria italiana (Abi), Antonio Patuelli, ha alzato la voce contro «l'egemonia della Germania», affermando fra l'altro che: 
«La Germania sembra aver adottato il motto di Giolitti: ‘Le leggi si interpretano per gli amici e si applicano per gli avversari’. Ma un’Europa così ingiusta e sbilanciata sui soli interessi tedeschi non solo non cresce, ma è destinata a sbriciolarsi».
Del resto le cose che dimostrano lo strapotere tedesco sono tante. Limitandoci alla cosiddetta "Unione bancaria" non c'è solo il bail-in ed il rifiuto germanico del fondo di garanzia, che in qualche modo avrebbe dovuto compensarlo. C'è anche il diverso trattamento riservato alle banche tedesche. Una delle "tre gambe" dell'Unione bancaria consiste nei poteri di vigilanza affidati alla Bce su "tutte" le banche dell'eurozona. Tutte? Non esattamente. Con un escamotage, facendo rientrare nella norma solo le banche che superano i 30 miliardi di attivo, il governo tedesco è riuscito a sottrarre al controllo della Bce tutte le sue Sparkassen (casse di risparmio municipali) ed il grosso delle Landesbanken (di proprietà dei Land). 


Risultato non da poco, visto che le Sparkassen (431 banche con 1.132 miliardi di attivo) e le Landesbanken (9 banche con 1.075 miliardi di attivo) rappresentano un terzo del sistema creditizio tedesco. Quello che ha maggiormente goduto degli interventi statali (230 miliardi), che ha un livello di capitalizzazione particolarmente basso ed una quota di crediti in sofferenza assai incerta. "Privilegi" dovuti anche - ricordiamolo a certi liberisti che solo oggi si accorgono della prepotenza teutonica - alla proprietà pubblica di queste banche.


3. Una classe dirigente incapace ed avventurista
Che l'Europa sia quella cosa orrenda di cui anche tanti benpensanti nostrani vanno ora accorgendosi, lo diciamo da anni. Ma costoro dov'erano finora? Più esattamente: dov'era la classe dirigente italiana (politica, economica, finanziaria, culturale e mediatica) in questi anni? Faceva comodo l'Europa che chiedeva salari più bassi, pensioni da fame, tagli al welfare, privatizzazioni. Faceva comodo e bastava dire «ce lo chiede l''Europa», ecco dov'erano lorsignori.

Ma nella foga europeista, che era poi il modo per fare i propri interessi senza dar troppo nell'occhio, la classe dominante italiana ha finito per accettare entusiasta tutto ciò di cui ora si lamenta. 

I vincoli di bilancio? Chi ha accettato ed imposto come legge divina il Trattato di Maastricht e quelli successivi? Chi ha votato il Fiscal compact? Chi il pareggio di bilancio in Costituzione? 

Le regole bancarie? E perché mai il governo Renzi ha immediatamente recepito le norme sul bail-in senza neppure accertarsi del fatto che almeno il fondo di garanzia europeo sarebbe stato istituito?

Ma la politica del chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati non riguarda solo le regole di bilancio e quelle bancarie. Prendiamo le lamentele di Renzi in materia energetica: che senso ha lamentarsi del fatto che la Germania vuol mandare in porto il raddoppio del gasdotto North Stream con la Russia dopo che si è subito in silenzio l'affondamento del South Stream (nel quale l'Italia aveva enormi interessi di vario genere) da parte degli USA? Che senso ha lamentarsi della politica europea sui migranti dopo che si è accettato, senza rendersi conto delle conseguenze, il Trattato di Dublino? E che senso ha protestare blandamente sui danni delle sanzioni alla Russia senza mettere il veto al loro rinnovo?

Domande retoriche, visto il notorio servilismo euro-atlantico della classe dirigente nostrana. Oggi, però, i nodi stanno venendo al pettine. Ed il nodo più grosso sarà proprio quello della crisi bancaria. Un nodo che sta facendo emergere un gran nervosismo. Basti pensare a quel che ha scritto La Stampa lo scorso 20 dicembre sulla volontà del governatore di Bankitalia Visco di dimettersi. Dimissioni poi fermate da Mattarella, ma che evidenziano la situazione di sbando che aleggia nei palazzi del potere.

Quel che è certo è che la classe dirigente del paese, nel suo insieme, raccoglie oggi quel che ha seminato - con la sua incapacità, con il suo avventurismo europeista - ormai da un quarto di secolo. Ben gli sta. Ma una simile classe dirigente non può, non deve, rimanere al suo posto. Questa è la vera questione da risolvere, questa è la prima emergenza nazionale.  
4. Le prossime crisi bancarie e la bad bank
Abbiamo già visto le sorridenti previsioni di Lars Feld sulle future crisi delle banche italiane. Crisi da risolvere con il bail-in. Che cosa sia il bail-in dovrebbe essere ormai cosa nota, ma conviene comunque ricordarlo. D'ora in avanti, nel caso di crisi di una banca, si procederà alla sua ristrutturazione attingendo in sequenza dagli azionisti, poi dai possessori di obbligazioni subordinate, quindi dai detentori di obbligazioni ordinarie ed infine dai conti correnti e dai depositi per la parte eccedente i 100mila euro.  Ognuna di queste voci potrà essere tagliata in tutto o in parte.

In concreto, 596 miliardi è l'ammontare dei conti e dei depositi sotto i centomila euro teoricamente protetti, mentre la parte aggredibile dal bail-in è calcolata in ben 1.122 miliardi di euro. Di questi, alcune centinaia di miliardi sono in obbligazioni. Tra queste, quelle subordinate assommano ad oltre 70 miliardi.

Attenzione! Nel caso di ristrutturazione di una grande banca, neppure gli stessi conti e depositi sotto i centomila euro potrebbero risultare davvero protetti. Calcoli precisi non se ne fanno, ma se il fondo europeo non si fa perché Merkel e Schaeuble non vogliono, ben difficilmente potrà bastare il nostrano Fondo Interbancario. Anche da qui la grande agitazione di Renzi e del suo governo.  

Ecco perché abbiamo scritto che i crac bancari potrebbero investire teoricamente i risparmi di milioni di italiani, con conseguenze assolutamente devastanti sull'intera economia nazionale.

Le cronache di questi giorni hanno portato alla ribalta il particolarissimo caso delle obbligazioni subordinate, titoli spesso venduti dalle banche ad una clientela inconsapevole dei rischi, che si è scientemente voluto rimanesse tale. Su questo aspetto perfino il prudentissimo Visco ha detto che: 
«Una soluzione più equilibrata, e forse più rispettosa del quadro giuridico generale, sarebbe stata quella di applicare le nuove norme solo ai titoli di nuova emissione, dotati di apposite clausole contrattuali. Nelle sedi in cui questo è stato sostenuto la pressione per l'adozione di soluzioni drastiche è stata troppo forte». (intervista a la Repubblica del 20 dicembre scorso)
Visco ci dice dunque tre cose: che la soluzione prevista dal bail in contrasta con il quadro giuridico generale (con la Costituzione - all'uopo riscoperta - ha detto Patuelli nell'intervista citata), che i titoli subordinati sono stati venduti senza che le clausole contrattuali fossero sufficientemente chiare, che le pressioni tedesche hanno imposto le soluzioni drastiche che abbiamo già visto.


Qui, di nuovo, sorge spontanea una domanda: ma se si è trattato di un'imposizione, perché non ci si è opposti con forza? Perché tanta superficialità e tanta faciloneria? Perché, evidentemente, nonostante il conto dei costi e dei benefici si faccia ormai sempre più chiaro, non si ha il coraggio politico di tagliare il cordone ombelicale con l'UE ed ovviamente con l'euro.

Ma cosa succederà concretamente alle banche italiane nei prossimi mesi e nei prossimi anni? Sarà davvero una serie di bail-in a cascata, che Lars Feld osserverà, sorridendo, da Berlino? C'è solo una possibilità che la previsione del consigliere della Merkel non si avveri. Peccato che anch'essa - la bad bank - sia nelle mani della Commissione Europea e dunque della Germania.

Ripetiamolo: qualora lo scenario più fosco si avverasse ad essere colpiti non sarebbero solo i risparmiatori con in tasca titoli, conti e depositi delle banche in dissesto. Ad essere colpita sarebbe l'intera economia italiana, il credito verrebbe paralizzato, mentre le banche così indebolite diventerebbero facili bocconi per le politiche predatorie dei grandi gruppi bancari del nord Europa e degli USA. 

Ma è così grave la situazione delle banche italiane? Gli esperti ci spiegano che la salute degli istituti di credito dipende grosso modo da quattro fattori: a) il livello di patrimonializzazione, b) la quota di crediti deteriorati, c) la quantità e qualità delle attività finanziarie, d) l'andamento generale dell'economia.

Il livello di patrimonializzazione delle maggiori banche del paese, espresso attraverso l'acronimo Cet1 (Common equity tier 1) è complessivamente discreto, eccetto i noti casi della Banca Popolare di Vicenza e di Banca Veneto. Le attività finanziarie sono invece assai meno note, ma la Germania insiste sull'eccessiva quota di titoli del debito pubblico detenuto dagli istituti italiani, come a dire che il rischio default è tutt'altro che scongiurato. Sull'andamento dell'economia abbonda invece un ingiustificato ottimismo, ma nelle stanze dei bottoni sanno bene che la stagnazione economica (seguita alla profondissima recessione che sappiamo) è destinata a durare. Resta dunque un solo fattore, sul quale bisognerebbe agire con estrema urgenza: i crediti deteriorati (circa 360 miliardi), ed in particolare, all'interno di questi, i 200 miliardi classificati come "sofferenze".

Da cosa derivi questa situazione è facile da comprendersi. Sette anni pieni di crisi economica hanno messo tanti debitori (famiglie ed aziende) nell'impossibilità di restituire i finanziamenti ricevuti dagli istituti di credito. La quota dei crediti deteriorati —npl nell'acronimo inglese (non performing loans)— è dunque esplosa verso l'alto e non accenna a calare. Una parziale riduzione potrebbe avvenire solo nel caso di una forte ripresa economica, ma se c'è una cosa che possiamo escludere —almeno fino a quando resteremo nella gabbia europea— è proprio questa. Si pone dunque il problema di far fronte a perdite estremamente pesanti. Da qui il maggior rischio per le banche italiane, da qui la discussione sulla bad bank.

Che cos'è una bad bank? Alla lettera è una "banca cattiva", in realtà è una società che acquisisce gli npl di una o più banche, per poi tentare di recuperarli al più alto livello possibile. In questo modo le banche che cedono i crediti ripuliscono i propri bilanci, mentre i gestori della bad bank scommettono su un recupero ben superiore al prezzo pagato per acquisirli dalla banca che li deteneva in precedenza. 

Un gioco win win dove tutti vincono? Non esattamente, perché tutto dipende dal prezzo dato al pacchetto di crediti ceduti. Ed è su questo punto che sorgono i problemi nel caso della bad bank pensata dal governo Renzi.

Abbiamo già detto che le sofferenze del sistema bancario ammontano a circa 200 miliardi. A fronte di questa montagna di soldi le banche dispongono di accantonamenti propri pari a 112 miliardi. Ne restano da coprire 88. Per ottenere questo risultato i crediti in sofferenza dovrebbero essere venduti al 44% del loro valore nominale. Il problema è che il loro valore di mercato - che risente ovviamente dalle manovre dei pescecani che si apprestano a realizzare enormi speculazioni - è invece del 20%. Dunque degli 88 miliardi di cui sopra ne vengono a mancare 48. Una cifra che fa la differenza tra il salvataggio (almeno temporaneo) del sistema bancario italiano ed il suo naufragio chiamato bail-in.

Ammesso e non concesso che il tracollo venga evitato, da dove cacciar fuori i 48 miliardi mancanti? Questo problema si pone sia nel caso - che oggi sta perdendo vistosamente quota - di un'unica bad bank, sia in quello, che ora sembra più probabile, di tante bad bank quanti sono gli istituti che hanno necessità di disfarsi delle proprie sofferenze. In quest'ultimo caso le singole banche provvederebbero a dotarsi in proprio di una "banca cattiva", da gestire magari insieme a qualche fondo speculativo interessato a massimizzare i ricavi.

Ovviamente i 48 miliardi mancanti per ottenere la quadratura del cerchio possono venire solo da garanzie pubbliche, cioè da quell'aiuto di Stato che i tedeschi, dopo averlo praticato ad abundantiam a casa loro, non intendono permettere all'Italia. Una situazione di stallo, che secondo Federico Fubini (Corriere della Sera, 14 dicembre 2015) potrebbe durare ancora. Leggiamo: «probabilmente non succederà granché: non ci sarà pulizia dei bilanci, né rapida ripresa del credito, e potrebbero tornare crisi localizzate di banche di provincia affossate dalle perdite sui crediti che si svaluteranno sempre di più».

La partita è dunque aperta, ed alcune banche stanno provvedendo in proprio (vedi ad esempio QUI), ma senza un intervento pubblico la prospettiva dei bail-in a cascata è assai più che una semplice ipotesi .
I risparmi degli italiani: obiettivo della rapina della finanza speculativa

5. Che fare? Nazionalizzare il sistema bancario ed uscire dall'euro

Fin qui la fotografia della crisi bancaria, così come ci viene consegnata dalle cronache nazionali ed europee. Ma, al di là dei mille tecnicismi che avvolgono la questione, quali sono le conclusioni di fondo da trarre da quanto detto sin qui?

Esse sono essenzialmente due: la necessità di nazionalizzare l'intero sistema bancario, l'urgenza di uscire quanto prima dall'euro. 

Su quest'ultima questione abbiamo scritto fin troppo in questi anni e non ci torniamo su in questa sede. Che l'euro sia stata una trappola per l'economia italiana ormai lo capiscono in tanti. Che se ne debba uscire al più presto non è un'opinione, è un dato di fatto. Ma questa trappola - come si è visto in precedenza - ha un carnefice (la Germania ed i paesi che fanno parte del suo blocco) e delle vittime, non solo l'Italia ma i paesi periferici dell'area mediterranea in genere.

Il problema non sono dunque soltanto i meccanismi intrinseci ed automatici della moneta unica. Il problema è quello più generale di liberarsi dal dominio politico delle oligarchie euriste che hanno nella Germania il proprio fondamentale centro decisore.

Ma la vicenda di cui ci siamo occupati in questo articolo mostra anche un'altra necessità: quella di nazionalizzare il sistema bancario. Se c'è una cosa che la crisi ha dimostrato, ammesso ce ne fosse bisogno, è proprio l'odierna centralità della finanza. Certo, noi ci battiamo per una società che si sganci e si liberi dal dominio della finanza, ma proprio per raggiungere questo obiettivo - evitando nel contempo una catastrofica crisi sociale - non c'è altra strada che la nazionalizzazione delle banche.

Del resto, se queste non possono essere fatte fallire pena disastrose conseguenze economiche, per quale motivo il costo (pubblico) del loro salvataggio dovrebbe andare a beneficio di ricchi privati? Le banche vengano dunque salvate (evitando il bail-in e mandando a quel paese l'UE), ma nello stesso tempo nazionalizzate. Questa è la posizione che dovrebbe assumere chiunque abbia a cuore le sorti del popolo lavoratore. Altre non ne vediamo».

lunedì 30 novembre 2015

TSIPRAS: SEMPRE PEGGIO di Sofia Sakorafa

[ 30 novembre ]
La denuncia della deputata europea di Syriza Sofia Sakorafa (nella foto): il parlamento scioglie la Commissione per la Verità sul Debito greco. 
Ecco la sua lettera aperta al Presidente Voutsis
Pubblichiamo la lettera aperta inviata dalla deputata europea Sofia Sakorafa (nella foto) al nuovo Presidente del Parlamento greco, Nikos Voutsis, che ha annunciato la fine dei lavori della Commissione per la Verità sul Debito greco. Dal 2011, quando era deputata, Sofia Sakorafa ha partecipato alla commissione di audit cittadino del debito greco. Nel marzo 2015 ha accettato di fare parte della Commissione di audit creata dalla Presidente del Parlamento greco e di incaricarsi delle relazioni con il Parlamento europeo e gli altri parlamenti. In seguito alla capitolazione del governo di Alexis Tsipras, Sofia Sakorafa ha lasciato Syriza ed è eurodeputata indipendente dal settembre 2015.


Signor Presidente,
Con lettera raccomandata firmata da Lei il 12 novembre, ricevuta il 17 novembre 2015, Lei mi annuncia la soppressione della Commissione per la Verità sul Debito pubblico greco.

Nella Sua lettera, Lei non osa nemmeno fare il nome della Commissione. Questo si capisce. Dato che si cerca di fare in modo che il popolo greco «dimentichi» la questione della legittimità del debito, e che gli si vuole far credere che il terzo memorandum, il più duro, è la sola soluzione possibile, è vero che la verità può fare paura, anche se si tratta solo della parola «verità».

Signor Presidente, è inconcepibile che il Presidente del Parlamento ellenico, e ancor meno qualcuno che è stato di sinistra, sopprima la Commissione per la Verità sul Debito pubblico.

È offensivo che il Parlamento diventi nuovamente il luogo della legittimazione degli scandali, delle irregolarità, delle scelte politiche barbariche, degli accordi di sottomissione, dei contratti leonini, e che tutto questo sia accettato e ratificato dal Presidente della Camera.

Signor Presidente, penso che non ci sia niente da aggiungere. Lei non ha fatto che eseguire gli ordini. D’altra parte è la ragione per la quale Lei è stato scelto come Presidente della Camera in questo periodo cruciale.

La responsabilità politica di questa decisione appartiene interamente al Primo ministro, Alexis Tsipras.

Il Sig. Tsipras che, assieme al Presidente della Repubblica, ha assistito all’apertura dei lavori della Commissione il 4 aprile 2015.

Il Sig. Tsipras che mi ha personalmente assicurato con fermezza che la Commissione avrebbe funzionato senza ostacoli fino alla conclusione dei suoi lavori.

Il Sig. Tsipras porta l’intera responsabilità politica del rifiuto di fare luce sulle politiche imposte con l’aiuto della corruzione, e dei contratti leonini che ci hanno portati in un vicolo cieco.

Il Sig. Tsipras porta l’intera responsabilità politica della rinuncia a utilizzare uno strumento di rinegoziazione del debito che pure è accettato, approvato e legittimato da un regolamento dell’Unione Europea.

È certo che la Sua decisione di sopprimere la Commissione per la Verità sul debito non influirà per niente sulla determinazione e l’efficienza di tutti noi che continuiamo a lottare e restiamo convinti che la verità sarà il catalizzatore di cambiamenti politici profondi.


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