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lunedì 9 luglio 2018

UNIRE I PATRIOTI COSTITUZIONALI di Giuseppe Angiuli

[ 9 luglio 2018 ]

Ego della Rete ha pubblicato un intervento del compagno Giuseppe Angiuli che riteniamo doveroso far conoscere ai nostri lettori. E lo pubblichiamo perché, in gran parte, lo condividiamo (sulle differenze avremo modo di soffermarci). E questo accordo di fondo non c'è per caso se è vero che assieme ad Angiuli abbiamo fondato la  Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN), l'esperienza senza
 dubbio più avanzata nel campo della sinistra italiana. Dissidi interni (che andrebbero riconsiderati alla luce della situazione italiana dopo il 4 marzo e la formazione del governo giallo-verde) hanno obbligato la CLN a mettersi in stand by
Angiuli conclude il suo contributo con l'appello ad «affrancarsi definitivamente da una sinistra fellona e traditrice, da decenni posta al servizio permanente del finanz-capitalismo e, in secondo luogo, quello di serrare le fila per ritrovarsi tutti quanti nel progetto ambizioso e non più rinviabile di dare vita ad una nuova area politica del patriottismo costituzionale». Un appello condivisibile e in sostanziale sintonia con quanto propone Programma 101 nelle sue TESI PER UNA SINISTRA PATRIOTTICA.


1 – IL NUOVO QUADRO INTERNAZIONALE: LA CRISI DELLA GLOBALIZZAZIONE NEO-LIBERISTA

Il mondo intero è immerso in una fase di profondi e decisivi cambiamenti.
La nuova fase politica, inaugurata a livello globale dall’insediamento dell’amministrazione Trump negli USA e dall’affermazione della BREXIT in Gran Bretagna, ha innescato una serie di mutamenti negli assetti e negli equilibri tra poteri i cui effetti è difficile prevedere ma di cui non è impossibile leggere fin da adesso le caratteristiche predominanti.

L’attuale fase è contraddistinta in via principale da uno scontro in atto, nel campo occidentale, che vede da una parte un capitalismo che ha l’esigenza impellente di rilanciare quanto prima la produzione di beni materiali e, dall’altra parte, il cosiddetto “finanz-capitalismo” ossia un capitalismo finanziario speculativo, parassitario e improduttivo che ha costruito negli ultimi decenni le sue fortune sui meccanismi della cosiddetta “globalizzazione neo-liberista” e sulla messa in circolazione di una quantità immane di denaro virtuale.

Lo scontro tra le due fazioni o cordate oggi contrapposte nel campo occidentale è diventata ormai evidente a tutti nel corso dell’ultima riunione del G7 in Canada.
La cordata del capitalismo produttivo è apertamente decisa a porre fine ai principali trattati di libero commercio (che hanno fatto la fortuna della Cina) ed a rilanciare la centralità della produzione manifatturiera anglo-statunitense, il tutto in vista di uno scenario, non ancora per molto procrastinabile, che prima o poi vedrà contrapposto l’intero blocco occidentale al blocco delle forze dominanti nel campo dei Paesi emergenti, riunite attorno ai BRICS.

La seconda cordata attualmente operante nel campo occidentale, quella globalista, ancora fortemente connessa agli interessi del capitale finanziario speculativo e improduttivo (per semplificare, una cordata che include Soros, i democrats americani e l’intera impalcatura tecnocratica della U.E.) oggi avverte il fiato corto, dopo avere inanellato una serie clamorosa di sconfitte e sente ormai vicino anche il prossimo e probabile processo di implosione dell’€urozona, uno scenario per il quale è chiaro che lavorano alacremente gli ambienti attualmente dominanti negli USA e in Gran Bretagna, a cominciare dall’amministrazione Trump.

2 – IL NUOVO QUADRO POLITICO IN ITALIA

Nel nostro Paese, la faticosa e travagliata nascita del Governo Conte deve essere vista e letta alla luce del contesto internazionale appena descritto e può a giusta ragione essere interpretata come una ulteriore vittoria della fazione anti-globalista.
Infatti, è apparso evidente a tutti che all’atto di ostacolare in ogni modo l’insediamento del nuovo Governo giallo-verde si è segnalato l’ostruzionismo clamoroso della Germania e dei noti ambienti della finanza parassitaria occidentale riuniti attorno alla figura di Mario Draghi, attualmente messi in difficoltà dagli esponenti della fazione anti-globalista ma decisi a vendere cara la pelle: la spiegazione dell’ostruzionismo di tali ambienti (di cui l’azione del Presidente Mattarella è stata espressione) verso l’insediamento di Conte a Palazzo Chigi è semplice, in quanto il destino dei loro interessi è fortemente legato al mantenimento degli schemi della globalizzazione/liberalizzazione dei mercati ed alla stessa persistenza in vita dell’Unione Europea, le cui istituzioni e i cui Trattati hanno rappresentato in questi decenni la più perfetta materializzazione dell’ideologia neo-liberista (libertà di circolazione del capitale finanziario, controllo ossessivo dei prezzi, privatizzazione di tutti i principali servizi pubblici, svalutazione e precarizzazione sistemica del lavoro dipendente).

In questo contesto, è più che plausibile che il Governo Conte abbia ricevuto il decisivo imprimatur proprio da quei settori anglo-americani che hanno deciso di ridimensionare il mercantilismo tedesco e che, per raggiungere tale obiettivo strategico, hanno in mente di favorire un allentamento delle assurde politiche di austerità che in questi ultimi anni hanno innescato un circuito perverso di recessione, deflazione salariale e disoccupazione record in tutti i Paesi deboli dell’area latino-mediterranea dell’Europa, tra cui il nostro Paese (le cui cifre sulla denatalità sono impressionanti).

Se i nuovi equilibri geopolitici dovessero consentire al Governo Conte, alla Lega di Salvini ed al Movimento 5 Stelle di attuare un’effettiva inversione di marcia rispetto al quadro ordo-liberista e globalista degli anni recenti, nonché di accantonare le folli politiche di austerità tutte “tagli e sacrifici” e di porre mano ad una inedita iniziativa di investimenti pubblici funzionali alla ripresa dell’economia e dell’occupazione, ciò andrà indubbiamente a vantaggio di tutte le classi sociali del popolo italiano e meriterà un convinto sostegno politico da parte delle nostre imprese, dei lavoratori e dei giovani precari, angariati da anni di impoverimento frutto delle errate ricette di Bruxelles e della Troika.

Che il nuovo Governo Conte sia stato accolto con freddezza ed ostilità da parte dell’establishment del capitalismo finanziario occidentale è ampiamente confermato dalla recente decisione di Mario Draghi di porre fine al meccanismo del quantitative easing (che per un certo periodo ha avuto un effetto calmiere sulla impennata dello spread sui titoli del debito pubblico italiano) nonchè dalla improvvisa ripresa degli sbarchi di un gran numero di immigrati clandestini decisi a raggiungere ad ogni costo le coste del Belpaese.
Sotto quest’ultimo punto, è apparso apprezzabile l’atteggiamento di grande fermezza con il quale ha mosso i primi passi il neonato Governo italiano, apparso deciso a riaffermare i principi di autorità, sovranità e sicurezza dei nostri confini, ben conscio delle finalità perverse sottese al fenomeno dell’immigrazione clandestina e degli interessi poco limpidi del circuito di certe ONG europee e della criminalità nordafricana, le quali strumentalizzano il dramma di tanta gente disagiata per spingerla deliberatamente verso il nostro Paese, con dei numeri insostenibili per la nostra società, già al collasso per il crollo del PIL e per lo smantellamento del nostro sistema di stato sociale.

Nel discorso inaugurale del Presidente Conte pronunciato al Senato, è apparso oltremodo positivo l’intendimento del nuovo Esecutivo di volere affermare un rasserenamento delle relazioni con la Russia, muovendo dall’abrogazione delle assurde sanzioni economiche fatte scattare dall’amministrazione Obama in coincidenza con la crisi ucraina.
E’ altresì auspicabile che il nuovo Governo prosegua col suo annunciato intendimento – espresso nei discorsi di Salvini e Di Maio – di intervenire con dei correttivi incisivi sulle famigerate controriforme di marca ordo-liberista di questi ultimi anni, come la legge Fornero, il JOB’S ACT di Renzi e la cosiddetta “buona scuola” (sic), provando a rimediare in qualche modo alle conseguenze drammatiche prodotte dai pesantissimi interventi dei Governi a guida PD.

Non da ultimo, meritano sostegno e comprensione anche le parole pronunciate dal neo Ministro della Famiglia Fontana, consapevole dell’utilizzo strumentale che negli ultimi anni la sinistra politica ha fatto delle tradizionali rivendicazioni dei movimenti omosessualisti col malcelato obiettivo di scardinare la centralità del modello della famiglia tradizionale e di colpire alla radice la stessa distinzione valoriale tra le due figure genitoriali di madre e padre.

3 – IL COLLASSO DELLA SINISTRA ITALIANA E LA NECESSITA’ DI UNA NUOVA CULTURA POLITICA DEL PATRIOTTISMO COSTITUZIONALE. L’ESIGENZA DI CONIUGARE IL RECUPERO DELLA SOVRANITA’ NAZIONALE CON L’AMBIZIONE A VIVERE IN UNA SOCIETA’ PIU’ GIUSTA E PIU’ EQUA

Nel contesto di grandi cambiamenti appena descritto, appare raccapricciante il ruolo politico che oggigiorno viene svolto da tutte le soggettività storicamente appartenenti al campo della “sinistra”: dal PD renziano fino alla estrema sinistra dei centri sociali raccolti attorno alla esperienza demagogico-velleitaria di Potere al Popolo, passando per gli epigoni dalemiani di Liberi e Uguali e di Sinistra Italiana, l’intero campo della sinistra oggi getta la maschera e si presenta a tutti per ciò che realmente è, ossia la componente “sinistrata” della globalizzazione neo-liberista.

La demonizzazione del concetto di sovranità nazionale così diffuso nella impresentabile sinistra odierna, il suo semplicistico (e delirante) accostamento di ogni rivendicazione connessa al ripristino della dimensione nazionale quale tradizionale terreno di lotta per le rivendicazioni sociali delle classi subalterne ad un presunto scivolamento verso posizioni “egoiste”, “nazionaliste” o addirittura “fasciste”, ci dà la più evidente conferma di quale sia il ruolo della sinistra odierna al giorno d’oggi, quello di cavallo di Troia o quinta colonna dei poteri forti globalisti nel loro disegno di smantellamento degli Stati nazionali, da essi percepiti come ultimo ostacolo da abbattere per l’affermazione di un nuovo ordine mondiale in cui non è prevista la presenza di alcuna barriera alla circolazione del capitale finanziario speculativo e in cui si prevede che, accanto alla caduta di tali barriere, saranno eliminati confini nazionali, identità etno-culturali e tutte le forme di vita comunitaria al di fuori di quelle strettamente connesse alla dimensione del consumismo individualistico.

Appare oggi sinistro e rivelatore l’endorsement dell’avvocato Gianni Agnelli il quale, intervenendo al convegno dei giovani di Confindustria nell’ormai lontano ottobre del 1996, ebbe ad affermare pubblicamente che “oggigiorno la sinistra è il migliore schieramento politico per realizzare delle buone politiche di destra”.
La rassegnazione e lo smarrimento politico-culturale in cui sono caduti negli ultimi anni milioni di lavoratori, giovani precari e disoccupati italiani, abbandonati a sé stessi da un ceto politico-sindacale di sinistra fellone e strutturalmente al servizio dei poteri forti finanziari, è un fenomeno drammatico che grida giustizia.

La sinistra di questi ultimi anni è oggettivamente invotabile da chiunque abbia conseguito un minimo di comprensione su tutte le principali dinamiche della globalizzazione neo-liberista e sui meccanismi che un quarto di secolo fa portarono alla nascita della nostra famigerata “seconda Repubblica”: liberalizzazione selvaggia dei salari e dei prezzi, smantellamento di diritti sociali frutto di un secolo e mezzo di lotte sociali del movimento operaio, appiattimento ideologico sui dogmi dell’europeismo, smantellamento del welfare, distruzione della scuola pubblica, tutte le controriforme di questi ultimi anni hanno sempre ottenuto il sostegno politico, talora aperto talaltra subdolamente occultato, da parte della dirigenza politica e sindacale della sinistra italiana.

La sinistra di oggi è ormai del tutto lontana dal rappresentare gli interessi delle componenti deboli della società capitalistica ed anzi è diventata un prodotto trans-genico, in quanto raccoglie un impasto di pensieri moralistici e “politicamente corretti” del tutto funzionali agli interessi del capitalismo finanziario globalista: un mix di liberismo economico, europeismo demenziale, omosessualismo corporativo, femminismo isterico, immigrazionismo dogmatico e, dulcis in fundo, l'antifascismo di maniera in assenza di fascismo.

E dunque, oggigiorno, per tutte le persone libere e che vogliano aiutare l’Italia a venire fuori dalle secche dell’ultra-liberismo, è prioritariamente essenziale mantenersi ben lontani da tutto ciò.

Al contempo, è divenuto quanto mai necessario ed urgente battersi per la nascita anche qui in Italia di una nuova area politica a carattere popolare, socialista e patriottico con l’obiettivo di rimettere al centro dell’agenda i diritti sociali della gente che vive del proprio lavoro e che negli ultimi anni, priva di rappresentanza politica, ha assistito inerme ad una cinica operazione di arretramento del nostro sistema di relazioni sociali a livelli pre-novecenteschi.

Nel breve periodo, sarà giusto e saggio che tale area politica si rapporti in modo dialettico con la neonata compagine di Governo targato Lega e Movimento 5 Stelle, senza farle sconti ma senza nemmeno coltivare inutili pregiudizi ideologici: i fautori del patriottismo costituzionale dovranno dimostrarsi sempre pronti a sostenere ogni iniziativa del Governo giallo-verde che andasse effettivamente nella direzione di un accantonamento delle folli ricette di austerità finanziaria e di un rilancio della nostra economia e dell’occupazione giovanile sulla base di iniziative di ispirazione neo-keynesiana, semprechè gli inediti rapporti di forza tra Roma e le istituzioni di Bruxelles consentano dei reali margini di azione per mettere in atto gli auspicabili interventi finalizzati agli investimenti ed alla spesa pubblica produttiva.

Da questo punto di vista, la designazione del prof. Alberto Bagnai alla Presidenza della Commissione Finanze al Senato e la nomina a sottosegretario agli Affari Europei di Luciano Barra Caracciolo, due insigni intellettuali che hanno animato per anni un fecondo dibattito tra le pur esigue nicchie del libero pensiero ancora residue nel campo cosiddetto “progressista”, potrebbero costituire una irripetibile opportunità per la erigenda area del patriottismo costituzionale, consentendole di costruire un ponte di collegamento con l’attuale maggioranza parlamentare, non senza provare – ove le concrete circostanze lo consentissero - ad influenzarne in ogni modo possibile l’operato.

L’appello rivolto a tutti i patrioti, ai socialisti, ai lavoratori, ai giovani disoccupati e precari, a tutte le forze popolari desiderose di ritrovarsi finalmente in una nuova comunità politica a cui affidare la rappresentanza dei propri interessi è, prima di tutto, quello di affrancarsi definitivamente da una sinistra fellona e traditrice, da decenni posta al servizio permanente del finanz-capitalismo e, in secondo luogo, quello di serrare le fila per ritrovarsi tutti quanti nel progetto ambizioso e non più rinviabile di dare vita ad una nuova area politica del patriottismo costituzionale.

martedì 17 ottobre 2017

LA RUSSIA E IL MEDIO ORIENTE di Giuseppe Angiuli*

La storica visita del re dell’Arabia Saudita a Mosca, 5/10/2017
[ 17 ottobre 2017 ]

Il Medio Oriente non è solo un gorgo che sembra inghiottire stati regionali e relative ambizioni egemoniche, nazionalità, culture, sette religiose islamiche. E' il terreno ove le grandi potenze globali si sfidano per esercitare la loro supremazia. Un luogo ad alta complessità geopolitica che non si presta a semplificazioni manichee.
Volentieri pubblichiamo il punto di vista di Giuseppe Angiuli.


* Giuseppe Angiuli fa parte del Coordinamento nazionale della C.L.N.

«Grandi sconvolgimenti in atto in medio oriente. La Russia baricentro dei nuovi equilibri nella regione 


L’intera regione medio orientale è stata interessata, in questi ultimi tempi, da un generale riassestamento degli equilibri geopolitici il cui risultato appare ogni giorno di più coincidere con un’ascesa irreversibile del ruolo della Russia di Putin, ormai protagonista assoluta nella definizione di tutti i più importanti dossier in agenda. 

A tutto ciò sta facendo da contraltare una tendenziale ritirata strategica degli USA dalla regione: a partire dall’avvento dell’Amministrazione Trump, a Washington ha iniziato a delinearsi una nuova strategia che vedrebbe i nordamericani decisamente più interessati alle sorti del far east (estremo oriente) dove essi hanno necessità di lanciare un’offensiva politico-economica alla Cina e per adesso hanno iniziato a colpirla trasversalmente minacciando alcuni regimi politicamente ad essa assai contigui, come la Corea del Nord di Kim Il-sung e il Myanmar (ex Birmania). 

In medio oriente, il protagonismo della Russia ha iniziato a manifestare il suo carattere decisivo a partire da settembre 2015, quando su richiesta del Presidente siriano Bashar al-Assad (incapace di fronteggiare da solo le forze dello Stato islamico), Mosca ha deciso di scendere direttamente in campo nel conflitto siriano. 

L’inedito dispiegamento militare dei russi, unito all’abile tessitura politico-diplomatica architettata dal Ministro degli Esteri del Cremlino Sergej Lavrov, ha reso possibile in breve tempo la nascita di un solido fronte internazionale di forze compattamente ostili allo Stato islamico ed alle altre formazioni di miliziani di ispirazione jihadista. 
Ne è venuto fuori un comando integrato – dominato dalla componente sciita – che ha visto la partecipazione congiunta dei governi dell’Iraq, dell’Iran e della stessa Siria, oltre al movimento politico-militare libanese Hezbollah, il cui apporto è risultato molto significativo sul terreno dello scontro militare all’interno dei confini siriani. 


Dopo la ritirata dei miliziani jihadisti dalla città di Aleppo nel dicembre 2016 e con la più recente conquista della città di Deir Ezzor da parte dell’esercito regolare di Damasco, le sorti del conflitto siriano appaiono ormai definitivamente segnate con la quasi certa sopravvivenza al potere di Bashar al-Assad. 

La svolta sul terreno militare nel conflitto siriano si è accompagnata in questi ultimi tempi ad una lunga serie di clamorose novità e cambi di campo in tutto il medio oriente. 

Alternando il bastone e la carota, Vladimir Putin è riuscito nell’impresa titanica di costringere i più diversi attori del quadrante medio orientale a mutare la loro strategia di 180 gradi, ribaltando antichi equilibri consolidatissimi e, in alcuni casi, contribuendo a rompere i loro pregiudizi e la loro reciproca incomunicabilità. 
Il turco Erdogan con l'iraniano Ali Khamenei
Nell’azione di persuasione su ciascuno di questi attori è risultato decisivo, da parte russa, il fare leva su quanto sta a loro rispettivamente più a cuore e su cosa possa unire ciascuno di essi ad un altro partner della regione. 

Il neo-sultano turco Recep Tayyip Erdoğan, già sponsor di primo piano dell’ISIS, è stato convinto da Mosca ad abbandonare il progetto di destabilizzazione della Siria e a concentrarsi maggiormente sulla sua stessa sopravvivenza politica. 

Erdoğan si è trovato gioco forza costretto a prendere atto con l’incedere degli eventi che i suggerimenti di Putin andavano effettivamente incontro ai suoi interessi: dopo avere sventato (con il decisivo intervento di forze speciali russe) il tentativo di colpo di Stato atlantista che lo ha visto vittima nel luglio del 2016, egli ha progressivamente abbandonato l’obiettivo di eliminare dalla scena il siriano Assad, iniziando a preoccuparsi unicamente di scongiurare ad ogni costo la nascita di uno Stato curdo nei pressi dei suoi confini (come prefigurato da USA e Israele). 

Da ultimo, sempre con l’avallo decisivo di Mosca, lo stesso Erdogan ha avviato un patto di stretta cooperazione col regime degli ayatollah iraniani, anch’essi fortemente contrari alla nascita di un nuovo Stato curdo. 
Dunque, Turchia e Iran seduti ad uno stesso tavolo: uno scenario semplicemente impensabile soltanto fino a pochi mesi fa e reso possibile unicamente dai buoni uffici del Cremlino. 

Anche la monarchia del piccolo ma influente Stato del Qatar negli ultimi tempi ha cessato il suo sostegno alle milizie della galassia islamista già attive in Siria ed ha iniziato a trovare delle inedite convergenze strategiche con l’Iran: in ballo c’è la cogestione del più grande giacimento offshore di gas naturale liquido del pianeta, collocato a cavallo delle acque territoriali tra i due Stati dirimpettai nel Golfo Persico. 
A nulla sono valse le minacce di invasione da parte della monarchia saudita e la chiamata alle armi dell’Amministrazione Trump, entrambe furiose con Doha per la sua apertura a Teheran: in difesa dell’intangibilità del ricchissimo Qatar e della sua emittente pan-araba Al Jazeera sono immediatamente scesi in campo il Kuwait, l’Oman e la stessa Turchia di Erdogan, che si è detta disposta perfino a dislocare delle truppe di terra a protezione della monarchia degli al-Thani. 
L’immenso giacimento di gas naturale South Pars 
nel Golfo Persico sarà cogestito tra Qatar e Iran

Il governo di Mosca, al fine di chiudere il cerchio protettivo attorno al Qatar e anche per premiare gli al-Thani per la loro cessazione nell’appoggio ai miliziani islamisti attivi in Siria, ha recentemente cooptato la famiglia reale del piccolo staterello del Golfo Persico all’interno del gigante energetico russo Rosneft, facendole acquisire un quinto della proprietà azionaria. 

Su un altro versante, Putin è apparentemente riuscito a convincere anche il falco israeliano Benjamin Netanyahu a dovere accettare suo malgrado l’inedito scenario appena delineatosi nella regione, a cominciare dalla integrità dei confini della Siria laica e baathista di Assad e dall’uscita dell’Iran (primo nemico in assoluto per Israele) dall’isolamento internazionale. 

In cambio, il Presidente israeliano ha preteso la garanzia che qualsiasi futuro tentativo dello stesso Iran o degli Hezbollah libanesi di insidiare lo Stato sionista incontrerebbe la ferma contrarietà di Mosca. 

Ma il protagonismo russo è vicino ad esplicare i suoi effetti anche all’interno del malconcio campo palestinese, tra le cui fila parrebbe che Mosca si stia adoperando negli ultimi tempi per favorire una inedita riappacificazione tra la fazione islamista di Hamas (dominante a Gaza) e quella laica di Al Fatah (al potere nei territori della Cisgiordania), con la prospettiva di dare vita ad un inedito governo di unità nazionale palestinese. 
Anche l’Egitto, ossia il Paese arabo di gran lunga più popoloso, da quando è retto dal regime militare guidato dal maresciallo al-Sisi, ha iniziato a sperimentare delle inedite forme di cooperazione militare con Mosca del tutto impensabili solo fino a pochi anni fa, tenendo conto che l’Egitto è dipeso per 40 anni dalle forniture statunitensi sia in campo economico che militare. 

Per chiudere il cerchio di questo epocale mutamento di assetti nella regione ed a suggello dei suoi recenti successi militari, economici e diplomatici, il 5 ottobre scorso Putin ha ricevuto in pompa magna a Mosca, per la prima volta in assoluto nella storia dei due Paesi, il capo della famiglia reale saudita, l'ottantunenne Salman bin Abdulaziz Al Saud, che ha raggiunto la capitale russa in compagnia di un codazzo di ben 1.500 dignitari e cortigiani. 
La monarchia di Riyad negli ultimi tempi ha il fiato corto: per colpa del ribasso record del prezzo del petrolio, le entrate statali sono arrivate a toccare i minimi storici, minacciando la stessa sopravvivenza dei Saud. 
L’indipendentismo curdo è fortemente sostenuto da Israele 

Ecco che dunque anche per l’Arabia Saudita si è reso di importanza decisiva sperimentare una inedita intesa commerciale con il governo di Mosca, al fine di stabilizzare il prezzo del greggio. 
Comunque la si pensi sul nuovo protagonismo geopolitico russo e sui riflessi che esso produrrà negli equilibri globali, è indubbio che da quando Putin ha assunto le redini in mano nella regione medio orientale, si è determinato un nuovo assetto contraddistinto dalla stabilizzazione dei conflitti e dall’appianarsi di antiche e ataviche incomprensioni. 

Il vecchio disegno degli israeliani e dei neocons americani di ridisegnare il “grande medio oriente” a loro piacimento, con la distruzione dei vecchi Stati nazionali e con la loro suddivisione lungo linee di faglia etnico-religiose (sciiti/sunniti, arabi/curdi, ecc.) in questi ultimi tempi sembra avere subito un significativo arretramento: nonostante ciò, è verosimile che tanto a Washington quanto a Tel Aviv si seguiterà ancora a lungo a sostenere strumentalmente l’indipendentismo curdo quale principale fattore di destabilizzazione nella regione.

Sotto quest’ultimo punto di vista, palese e scoperto è stato il sostegno fornito da Israele al recente referendum secessionistico promosso dal governo regionale del nord dell’Iraq, controllato dal clan curdo dei Barzani. 
Per intanto, tutte le strade del medio oriente sembrano portare a Mosca». 

lunedì 31 luglio 2017

RISORGIMENTO SOCIALISTA AL BIVIO di Giuseppe Angiuli*

[ 31 luglio 2017]

 Elezioni regionali del 5 novembre in Sicilia. 
Ieri davamo conto dell'assemblea che ha dato i natali alla lista della "Sinistra Alternativa". Tale iniziativa, sull'onda di un appello diffuso nel mese di aprile, raggruppa: PRC, PCI, Lista-Ingroia, i civatiani di Possibile, e Risorgimento Socialista. Una scelta, questa di Risorgimento Socialista, che non è condivisa al suo interno.


Nella storia del nostro Paese, i laboratori politici che si sperimentano nel contesto della Regione Sicilia, molto spesso hanno anticipato i successivi scenari politici italiani e per questa ragione quello che accade in Sicilia non può che assumere sempre una grande importanza anche per gli equilibri nazionali.

La lista identitaria "de sinistra" presentata sabato scorso a Palermo (che comprende PRC, PCI, Lista-Ingroia, Risorgimento Socialista e civatiani di POSSIBILE) ripropone tutti i consueti limiti di numerose esperienze recenti (tutte segnate da clamorosi insuccessi elettorali, perché non apprezzate dal popolo) e che si richiamano alla mera appartenenza identitaria alla "sinistra", senza mettere in discussione nessuno dei punti decisivi della fase attuale, primo tra tutti la necessità di uscire dai Trattati U.E. e dall'euro.

Ci si appella genericamente a delle mere petizioni di principio (più lavoro, più giustizia sociale, più welfare, ecc.) senza però mettere in discussione la gabbia eurocratica e la perdita di sovranità nazionale, che sono la prima causa delle scellerate scelte di austerità che opprimono il popolo siciliano ed italiano.
Franco Bartolomei, Coordinatore di Risorgimento Socialista.
Il Manifesto elettorale per le elezioni del 2013 recitava: "il
24 ed il 24 febbraio votate e fate votare PSI, al Senato con
Bobo Craxi e Franco Bartolomei alle regionali del Lazio".

Dopo avere compreso tutti i limiti di questa impostazione politica gravemente errata, che sarà coronata dall'immancabile ed ennesimo insuccesso elettorale nelle urne siciliane, un gruppo di compagni e dirigenti di Risorgimento Socialista, dissociandosi apertamente dalle decisioni assunte dal nostro partito in Sicilia, purtroppo apertamente avallate dal coordinatore nazionale di Risorgimento Socialista che le ha definite "un modello da riproporre a livello nazionale", hanno diffuso pubblicamente il documento del 14 luglio (data dell'anniversario della Rivoluzione Francese).

Noi socialisti del gruppo del 14 luglio riteniamo che al giorno d'oggi, insistere pervicacemente con la riproposizione dello schema astratto, consunto e demenziale della "unità delle sinistre", costituisca la più nefasta delle ricette politiche a cui si possa ricorrere.

Le immediate aperture a D'Alema ed ad Articolo 1-MDP da parte del candidato "di sinistra" alla Presidenza della Regione Sicilia ci dimostrano che purtroppo siamo stati dei facili profeti di sventura.

Il nostro Paese non ha più bisogno di una astratta ed indefinita "unità delle sinistre" bensì di una coalizione patriottica ed anti-liberista che lo conduca fuori dalla gabbia dei Trattati U.E.: tutto il resto è fuffa.

* Giuseppe Angiuli è Responsabile esteri di Risorgimento Socialista e fa parte del Coordinamento della Confederazione per la Liberazione Nazionale

sabato 29 luglio 2017

DOVE VA L'AMERICA LATINA? di Giuseppe Angiuli

L'atto popolare finale del Foro svoltosi a Managua
[ 29 luglio 2017 ]

Giuseppe Angiuli, responsabile esteri di Risorgimento Socialista e dirigente della Confederazione per la Liberazione Nazionale, ha partecipato al Foro di San Paolo, svoltosi nei giorni scorsi a Managua, in Nicaragua, ospitato dal Fronte sandinista di liberazione nazionale. Qui il suo istruttivo resoconto.



CHE COS’E’ IL FORO DE SAO PAULO

E’ la mia prima esperienza ad una riunione del Foro di San Paolo, a cui sono stato invitato a partecipare in qualità di Responsabile Esteri di Risorgimento Socialista, ammesso per la prima volta nel consesso latino-americano quale partito osservatore.
Il Foro di San Paolo è il principale organismo di consultazione politica che raggruppa e coordina tutti i principali partiti socialisti, comunisti e della sinistra anti-liberista e “populista” dell’America Latina, tra cui: il Partito dei Lavoratori del Brasile (PT), il Partito Comunista di Cuba, il Frente Amplio dell’Uruguay, il Partito Socialista del Cile, la variegata componente di sinistra del peronismo argentino, il Partido Socialista Unido del Venezuela, il Partito del Lavoro del Messico, il Movimento Alianza Paìs dell’Ecuador, il Movimento al Socialismo della Bolivia, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale del Nicaragua.
Fondato 27 anni fa nell’omonima città brasiliana, il Foro di San Paolo ha visto incubare al suo interno alcune tra le più importanti battaglie politiche della sinistra anti-liberista mondiale, come quelle per la difesa della sovranità dei popoli, per il ripudio del debito pubblico ingiusto detenuto dalle grandi banche d’affari trans-nazionali, per la ripubblicizzazione dei beni collettivi come l’acqua, per l’affermazione di un nuovo modello di sviluppo eco-compatibile, oltre a tutte le altre lotte dei movimenti sociali contro ogni forma di liberismo e di sfruttamento del capitale finanziario sui popoli del mondo intero.
Prima di raggiungere il centro America profondo, il piano di volo mi consente di effettuare una sosta di mezza giornata a Miami, metropoli cosmopolita dove si sente parlare indubbiamente più spagnolo che inglese.

La città più latina degli U.S.A. è piena di parchi verdissimi, palme, spiagge da cartolina, grigliate di gamberi, tassisti di origine haitiana che ti chiedono una mancia aldilà del prezzo ufficiale della corsa e gruppi di cubani anti-castristi in grande eccedenza, che di sera affollano a ritmo di salsa il lungomare di Miami beach.
Per la sua collocazione geografica, che la pone su una penisola protesa verso il mar dei Caraibi, la città di Miami costituisce da decenni il principale centro di irradiazione della strategia gringa di destabilizzazione del continente latino-americano ossia di quella parte di mondo che, per dirla con le parole di James Monroe, veniva un tempo definito come il cortile di casa di Washington. 


Il Nicaragua e la rivoluzione sandinista visti da vicino

Atterro all’aeroporto “Augusto Cesar Sandino” di Managua la mattina presto del 15 luglio, quando vengo accolto con premura da Alberto Moncada, un giovane dirigente del Frente Sandinista de Liberaciòn Nacional.
La città di Managua appare contraddistinta da un aspetto esteriore tranquillo e sereno, ben distante dal clima turbolento che connota altre grandi metropoli del subcontinente latino: la ragione è semplice, in Nicaragua molta gente è rimasta saggiamente a  vivere nelle campagne invece che andare ad affollare la capitale del Paese e così a Managua si è evitato di edificare quegli immensi barrios o favelas di catapecchie che risaltano agli occhi appena si giunge in località come Caracas, Rio de Janeiro e Città
del Messico.
La società del Nicaragua oggi è pacificata ma questa è una terra autenticamente rivoluzionaria dove nel recente passato hanno combattuto un po’ tutti: patrioti, campesinos, poeti, intellettuali, militanti europei internazionalisti e preti gesuiti.
Giuseppe Angiuli (secondo da destra) con altri delegati
I nicaraguensi sono un popolo mite, fiero e dignitoso, intriso di una cultura contadina ancestrale, forti valori di unità familiare, cattolicesimo popolare unito ad un indomito spirito ribelle sulle orme del padre della patria Augusto Cesar Sandino.

Il governo del Fronte Sandinista, tornato al potere nel 2007, ha ridotto enormemente la povertà più estrema, avviando importanti iniziative volte alla costruzione di un modello di sviluppo solidale fondato sulla valorizzazione della storica vocazione agricola del Paese e sull’implementazione di un sistema di forte integrazione regionale che vede negli accordi dell’ALBA (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra Amèrica) e di Petrocaribe la sua massima espressione.


Negli ultimi anni, il governo sandinista, ancora oggi guidato dal vecchio comandante guerrigliero Daniel Ortega (a cui il TIME negli anni ’80 dedicò una copertina, definendolo come “l’uomo che fa vedere rosso a Ronald Reagan”), è impegnato soprattutto nella realizzazione di un forte sistema pubblico di protezione sociale  (scuola e sanità gratuita in primis) nonché nella progettazione, in partnership con grandi imprese cinesi, di un nuovo canale intra-oceanico che, se dovesse vedere effettivamente la luce, trasformerebbe il piccolo Nicaragua in una zona di grande centralità strategica, al punto da fare ombra all’omologo canale di Panama, storico bastione di controllo geopolitico statunitense nell’area centramericana.
In tale contesto, a favore del governo sandinista va altresì annoverato il merito di essere riuscito finanche nell’impresa di mantenere decisamente sotto controllo l’inflazione, un vero miracolo da queste parti.

Nella direzione politico-organizzativa dell’incontro annuale di Managua del Foro di San Paolo, spicca il ruolo di Monica Valenteresponsabile per le relazioni internazionali del Partito dei Lavoratori del Brasile (P.T.).
Nel suo discorso inaugurale dell’evento, Monica Valente ha ricordato come 27 anni fa, allorquando il Foro di San Paolo prese vita nella sua prima storica riunione, si annoverava soltanto quella di Cuba quale unica esperienza di governo popolare e
progressista in tutta la regione latino-americana, mentre oggi lo scenario è assai mutato nel subcontinente, con i partiti di sinistra protagonisti di fatto, pur tra alti e bassi, di un vasto processo politico di trasformazione dei rapporti socio-economici interni alle rispettive società.
La dirigente politica brasiliana ha citato tre principi basilari e decisivi che devono continuare ad ispirare il processo politico di unità latino-americana: desarrollo, justicia social y soberanìa (sviluppo economico, giustizia sociale e sovranità).
Sempre nella giornata inaugurale del Foro, i partecipanti all’incontro di Managua hanno rivolto un tributo di onore ad Oscar Lopez Rivera, storico leader del movimento per l’indipendenza di Puerto Rico, da poco liberato dalla prigione dove il sistema giudiziario statunitense lo aveva condannato a trascorrere ben 35 anni della sua esistenza.

Gli esponenti del Frente Socialista di Puerto Rico, presenti al Foro, sono fermamente impegnati in un percorso di rivendicazione dell’indipendenza nazionale dagli U.S.A. una dura battaglia che affonda le sue radici nella peculiare storia della piccola isola caraibica, profondamente segnata da una atavica identità culturale latino-ispanica e che mai è riuscita a sentirsi veramente parte del gigante geopolitico nordamericano, fin da quando avvenne la sua conquista militare nel 1898.

Nella riunione di Managua, si sono altresì segnalate – per la loro vivacità e molteplicità di posizioni – le corpose delegazioni del Messico e della Repubblica Dominicana, mentre si è notato anche in questa occasione, come avviene di consueto in ciascuno dei consessi politici della sinistra continentale, il clima di rispetto unanime e di alta considerazione di cui godono i rappresentanti del Partito Comunista di Cuba, da sempre considerati tra i principali registi del processo politico di integrazione latinoamericana.

Un processo politico – quello dell’unità latino-americana – che oggi sta vivendo una fase delicatissima e cruciale, contraddistinta dalla micidiale offensiva mossa dalle antiche oligarchie del continente, ben decise ad interrompere un lungo ciclo di cambiamenti che negli ultimi 20 anni hanno portato il continente più diseguale del pianeta a porre seriamente in discussione i dogmi del pensiero unico neo-liberista. 
Al centro dell’attenzione dei dibattiti di quest’ultima riunione del Foro vi è stata la disamina della delicatissima ed esplosiva situazione che stanno rispettivamente vivendo Brasile e Venezuela.

Brasile: contro Temer, contro il golpe giudiziario

In Brasile, la recente condanna giudiziaria di Ignacio Lula da Silva appare manifestamente iscriversi in un piano politico concepito dalle storiche oligarchie del Paese e volto a realizzare una sorte di Golpe morbido” o colpo di Stato istituzionale, con l’esplicita approvazione di Washington.

Quello della lotta alla corruzione è diventato in Brasile uno slogan dalla facile capacità di presa sulle masse popolari e così, cavalcando strumentalmente tale mantra, i grandi mezzi di comunicazione sono riusciti ad innescare quel cortocircuito mediaticogiudiziario che già in Italia abbiamo vissuto ai tempi della nota ed ambigua operazione di “Mani Pulite”, alla quale – non a caso – si richiama esplicitamente l’odierno Antonio Di Pietro del Brasile, il magistrato Sergio Moro.
E proprio come avvenne in Italia dopo il crepuscolo della nostra Prima Repubblica, anche oggi in Brasile il malcelato obiettivo politico nascosto dietro la forsennata campagna mediatica giustizialista che ha preso di mira Lula da Silva e Dilma Rousseff è quello di dare vita ad una grande operazione di privatizzazioni e così mettere le mani sui gioielli di famiglia dell’economia pubblica del Paese, a cominciare dal colosso energetico PETROBRAS.

L’ex deputato del P.T. Luiz Dulci, di origini mantovane, intervenendo ad una tavola rotonda del Foro ha osservato come alla base dell’avvicendamento istituzionale recentemente avvenuto in Brasile vi sono delle importanti ragioni strategiche e geopolitiche, tutte connesse al recente processo di integrazione del Brasile nel sistema BRICS.


A detta di tutti i dirigenti della sinistra latino-americana intervenuti nella riunione di Managua, la recente vicenda del Brasile dimostra come oggi l’imperialismo nordamericano abbia deciso di puntare su una nuova e più sottile strategia
Un momento del Foro
di destabilizzazione dei governi non allineati, abbandonando le modalità più cruente e clamorose a cui si era soliti ricorrere nel recente passato.

Pertanto, se fino a qualche decennio fa, per porre fine ad una esperienza di governo popolare nella regione, si ricorreva a classici colpi di Stato dell’esercito come quello del Cile nel 1973 o all’addestramento di eserciti di para-militari come i Contras del Nicaragua negli anni ’80, oggi si opta per l’attuazione di forme più morbide di avvicendamento al potere, facendosi leva su meccanismi sofisticati di tipo giudiziario (come sta avvenendo per l’appunto in Brasile) o comunque agendo all’interno di una cornice apparentemente rispettosa della legalità costituzionale (com’è avvenuto in altre due occasioni, la prima nel 2009 con l’abbattimento del legittimo Presidente dell’Honduras Mel Zelaya e la seconda nel 2012 in Paraguay con la destituzione anzitempo dalla Presidenza di Fernando Lugo, ex vescovo cattolico molto vicino alla Teologia della Liberazione).

Venezuela: “el 30, todo el continente por la Costituente”

A proposito della situazione in Venezuela, quantunque anche tra i corridoi del Foro di San Paolo serpeggi un certo scetticismo sulle ultime forzature istituzionali compiute dal Governo di Nicolas Maduro – il quale ha apertamente rotto il patto costituzionale con l’altra metà del Paese, dando vita alla convocazione di una anomala assemblea costituente di cui in realtà ben pochi avvertivano il bisogno – ciò nondimeno i partiti e i movimenti aderenti al Foro di San Paolo hanno espresso un corale messaggio di difesa dei principi generali della Revoluciòn Bolivariana ed hanno condannato unanimemente le ingerenze degli Stati Uniti e dell’organizzazione degli Stati americani O.E.A. nelle vicende interne venezuelane.

Le FARC e la pace in Colombia

Nelle tavole rotonde che hanno segnato i lavori del Foro sono stati toccati tutti i principali e più attuali temi dell’agenda politica latinoamericana. Un tavolo tematico è stato dedicato alla questione della guerra civile colombiana e del difficile processo di pace da essa scaturente.

Com’è noto, dopo 5 anni di mediazione ad opera del governo cubano, di recente si è pervenuti a siglare uno storico accordo tra l’esecutivo di Bogotà e la dirigenza dei guerriglieri delle FARC, che a partire da questo momento si apprestano a trasformarsi gradualmente in un normale partito democratico, con la prospettiva di integrarsi pienamente nella fisiologica dialettica politica del Paese.
Una sanguigna dirigente politica delle FARC, intervenuta all’incontro di Managua, ha rivendicato la piena legittimità delle ragioni storiche della lotta armata intrapresa 33 anni orsono dal suo movimento, un metodo di lotta che ha tratto vita dalle storiche rivendicazioni dei campesinos colombiani, in buona parte condannati a vivere in una  situazione di semi-schiavitù per via di un latifondo che lascia poco spazio alla piccola proprietà rurale e che in tanti decenni ha prodotto miseria e fame nelle vaste campagne del Paese.


38 anni dalla vittoria sandinista

Dopo quattro giorni di intensi lavori, la riunione annuale del Foro di San Paolo si è dunque conclusa con la partecipazione di tutte le delegazioni internazionali (comprese quelle di Russia e Cina) al solenne atto commemorativo del 38° anniversario del trionfo militare della rivoluzione sandinista del Nicaragua, a cui hanno preso parte quasi un milione di persone che hanno affollato la Plaza de la Fé San Juan Pablo II in Managua.

Tra gli interventi dal palco degli oratori, si è distinto per intensità quello del Presidente indio dello Stato plurinazionale di Bolivia, Evo Morales, il quale ha ammonito tutti quanti sul fatto che il capitalismo non è in grado di produrre ricchezza e pari opportunità per tutti gli esseri umani.

SOVRANITA’, LIBERAZIONE, SOCIALISMO: L’ESEMPIO DELL’AMERICA LATINA

La dichiarazione conclusiva siglata al termine dell’incontro di Managua e consegnata a tutti i partiti partecipanti al Foro è significativamente intitolata “Nuestra América en pie de lucha. Hacia la unidad de Nuestra América por su segunda y definitiva independencia”.


In essa è dato leggersi uno sforzo politico, finora coronato da un discreto successo, di fare sentire bene integrate ed unanimemente dirette verso un medesimo fine politico – per l’appunto quello di fare conseguire una nuova e definitiva indipendenza ai popoli del continente più diseguale al mondo – le più diverse esperienze di governi e movimenti progressisti dell’area latino-americana e caraibica: che si tratti di modelli di trasformazione rivoluzionaria o di processi di riforme progressiste, nel documento di Managua si sancisce come il più grande obiettivo unificante che connota tutte le formazioni politiche partecipanti al Foro di San Paolo è e resta quello di “lavorare per la definitiva emancipazione dei popoli del continente, per costruire un genuino sistema di integrazione regionale e per collaborare alla edificazione di un mondo multipolare in cui possa affermarsi una stretta correlazione tra tutte le forze popolari”.

Un buon esempio di lungimiranza politica a cui sarebbe necessario attingere anche da parte delle sinistre europee, a tutt’oggi in preda ad una difficile crisi di identità ideologica e al tempo stesso contraddistinte da una evidente incapacità di interazione politica attorno a obiettivi strategici comuni.

Pertanto, se in America Latina tutte le sinistre, riformiste, gradualiste o rivoluzionarie, hanno saputo trovare da decenni una forte coesione attorno alla messa in discussione del neo-liberismo e di tutti i suoi corollari socio-economici, per le sinistre europee il vero banco di prova di un possibile percorso di integrazione politica sarà costituito nei prossimi anni dalla loro capacità di sapere condurre una critica severa e radicale al processo di costruzione dell’Unione Europea, un processo che fin dai suoi albori ha avuto una ispirazione ideologica di marca ultra-liberista, oligarchica ed anti-popolare e che perciò stesso si è configurato in termini del tutto antitetici al processo di integrazione politica latino-americana.

E allora, solamente mettendo in discussione i Trattati ultra-liberisti su cui è stata edificata l’Unione Europea, essenzialmente fondati sul dogma della lotta all’inflazione e sulla libertà di circolazione incontrollata del capitale finanziario, le sinistre del nostro continente potranno porre a beneficio dei popoli europei una sana emulazione del ben diverso modello di integrazione latino-americana, basato sui principi di solidarietà, mutualità e tutela della sovranità popolare.

martedì 18 luglio 2017

DOVE VA RISORGIMENTO SOCIALISTA di Riccardo Achilli, Giuseppe Angiuli e altri

[ 18 luglio 2017 ]

Pubblichiamo qui un contributo programmatico sottoscritto da alcuni iscritti e dirigenti di Risorgimento Socialista, che puntualizza la linea politica socialista e sovranista che è comune anche alla Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN) e che motiva l'adesione di Risorgimento Socialista alla CLN. 
Tale documento, pur essendo finalizzato al confronto interno a Risorgimento Socialista, ed in particolare al consolidamento delle sue strategie programmatiche ed operative, viene da noi pubblicato perché gli otto punti programmatici in esso specificati sono del tutto coerenti con gli obiettivi della nostra Confederazione
E' quindi auspicabile che i contenuti di detto documento vengano resi noti ad una platea più larga, e che la sua pubblicazione assuma il significato di sostegno, da parte della Cln, al confronto avviato da questi compagni dentro Risorgimento Socialista.


8 PUNTI PROGRAMMATICI PER RISORGIMENTO SOCIALISTA 

Un documento politico per Risorgimento Socialista proposto da:

Riccardo Achilli, Giuseppe Angiuli, Thomas Del Monte, Angelo Fontanella, Federica Francesconi, Angelo Milano, Mattia Morelli, Monica Notari, Mauro Poggi, Paolo

Zacchia, Antonio Zito

  
«La gravità e la profondità della crisi economica e sociale che le società capitaliste stanno vivendo, dovuta alle imminenti innovazioni tecnologiche (sintetizzate nel termine giornalistico di Industria 4.0 e che rivoluzioneranno la struttura del mercato del lavoro e le stesse relazioni sociali), nonché gli effetti della globalizzazione (dalla liberalizzazione del commercio, all’euro, alle migrazioni) sempre più spesso considerate “inevitabili” e “positive” dalla sinistra “ufficiale”, stanno producendo una ristrutturazione di portata storica della società.

Una ristrutturazione che sta verticalizzando gli assetti di potere economico e politico, tanto da creare un potere oligarchico e tecnocratico tale da svuotare di contenuti le nostre democrazie parlamentari e distruggere gli organismi di rappresentanza intermedia.

Davanti a noi si stagliano scenari neo-feudali, in cui masse di esclusi, privati persino della loro identità sociale e nazionale, premeranno, affamati, contro le mura ben custodite di élites tecnocratiche ristrette. L’abbandono dell’approccio di classe da parte della sinistra ufficiale, che preferisce parlare genericamente di “lavoratori” o di “oppressi”, senza identificare le specificità delle dinamiche sociali, conduce allo stesso individualismo metodologico del neoliberismo (attraverso la narrazione di diritti civili finanche cosmetici) e dimostrandosi antistorica ed inadeguata ad affrontare la realtà attuale.

1. UN APPROCCIO DI CLASSE.

L’abbandono dell’approccio di classe da parte della sinistra ufficiale non consente di porre attenzione alla reale ed attuale necessità, costituita dalla tutela dei ceti medi in caduta libera, dell’ancora presente proletariato industriale, oltre che di classi sociali emergenti, che si collocano in posizioni ambigue ed intermedie rispetto alle vecchie definizioni di proletariato e piccola borghesia, come il precariato cognitivo, o i lavoratori della share economy.

2. NO AI TRATTATI U.E., NO ALL’EURO.

Un moderno partito del socialismo italiano deve saper prendere posizione in modo netto contro la globalizzazione, contestandone le cause, i sintomi ed i falsi rimedi. Stesso netto approccio critico meritano i trattati europei che istituiscono l’area di libero scambio, mediante la moneta unica euro. Nessuna critica all’Europa dei popoli, ma una severa contestazione delle politiche economiche modellate dal gioco “follow the leader” del mercantilismo tedesco, del mancato filtro all’accoglienza ed all’immigrazione, con la dovuta solidarietà verso i rifugiati e con un intelligente filtro di accesso alla componente economicamente più utile dell’immigrazione, a protezione dei valori di solidarietà, apertura e giustizia sociale, che restano patrimonio definitorio del socialismo.

3. NO ALL’IMMIGRAZIONE SENZA REGOLE, SI AL LAVORO E A WELFARE PER I LAVORATORI ITALIANI.


Il fenomeno dei flussi migratori incontrollati è sicuramente il prodotto del capitalismo nella fase imperialistica; tuttavia, per un’analisi sufficientemente obiettiva, occorre altresì affermare con chiarezza che detta forma di immigrazione incontrollata è strumentalizzata da poteri oligarchici come un novello “cavallo di Troia”, con il fine ormai chiaro di indebolire ulteriormente le già fragili economie dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, fino a causarne il tracollo. Far ricadere la gestione dell’attuale crisi migratoria internazionale sulla sola Italia significa assestare un duro colpo al suo stato sociale, che non gode di buona salute ed è attaccato, dall’interno e dall’esterno, dai sostenitori di un modello neoliberista – e disumanizzante – dell’economia. Immettere un numero altissimo di esseri umani in un sistema sociale ed in un mercato del lavoro già traballante, significa attuare una pianificazione volta a minarne le strutture portanti, sia a favore dei lavoratori italiani, sia degli immigrati inseriti ed integrati nella nostra società, mediante parametri realmente solidaristici e non di mera facciata.

4. LA DIMENSIONE NAZIONALE E LA RIAFFERMAZIONE DELLA DEMOCRAZIA.


Occorre tornare ad una dimensione nazionale e profondamente democratica della lotta politica e di classe, in quanto unica ad essere vincente; è noto, infatti, che i consessi sovranazionali non offrono, deliberatamente, alcun luogo istituzionale o sociale in cui condurre una battaglia politica in difesa dei lavoratori.

Il nostro sistema costituzionale e parlamentare, originario ed indipendente, si trova a Roma, non certo a Bruxelles, dove operano sedicenti consessi parlamentari privi di iniziativa legislativa, oltre a pseudo-istituzioni autoreferenziali che funzionano soltanto come camere di compensazione delle dispute fra i singoli interessi nazionali.

I cittadini che vogliamo rappresentare non sono un’entità metafisica che girovaga, senza patria né radici, a cavallo delle frontiere, ma vivono nel nostro Paese.

5. NESSUNA ALLEANZA È POSSIBILE CON LA SINISTRA ATTUALE: RIFONDARE IL

SOCIALISMO ITALIANO.

Il ceto medio acculturato e globalizzato, che ha fornito finora la base di consenso a sellismi e boldrinismi vari, non è certo il referente di un moderno socialismo fondato sulla lotta di classe.

Il compito politico-programmatico che ci attende è enorme. Si tratta di una battaglia importante e dura, rispetto a cui gli strumenti di analisi ed elaborazione della sinistra tradizionale si sono gravemente impoveriti nell’ultimo quarto di secolo, rimpiazzati, purtroppo, da populismi aggressivi e forieri di lacerazioni sociali.

Una battaglia difficile si vince con uno sforzo di lungo periodo, volto a ricostruire culturalmente le basi politiche del socialismo, distrutte da tempo, senza che le iniziali difficoltà di penetrazione del nostro messaggio ci tolgano entusiasmo e senza farsi abbagliare da tentazioni elettoralistiche ed opportunismi del momento.

La battaglia per una società più giusta va condotta guardando negli occhi i nostri interlocutori sociali, ricostruendo, nei loro confronti, la credibilità del socialismo, apparsa a molti perduta dalle varie versioni blairian-riformiste di una sinistra in realtà rivelatasi prona alle volontà della Finanza e del Capitale.

La credibilità si conquista con la coerenza delle azioni e ci impone, in primo luogo, di non oscillare, di avere una posizione ferma sulla contestazione delle reali cause delle nostre difficoltà: i trattati di libero scambio in Europa e dell’Euro.

6. PER UN MOVIMENTO SOCIALISTA DAVVERO ATTRATTIVO: NO ALLE ALLEANZE POLITICHE INCOERENTI.

Affinché RISORGIMENTO SOCIALISTA possa essere identificato con la generale volontà di ricostituire la cultura politica del socialismo italiano, occorrerà che il gruppo dirigente del nostro partito dimostri in ogni momento di informare le proprie scelte politiche a principi di serietà, coerenza e fermezza dinanzi a tutti i passaggi decisivi che ci separano dalle elezioni politiche del 2018, evitando di oscillare in modo erratico fra posizioni e prospettive politiche contraddittorie se non inconciliabili e, soprattutto, evitando di venire meno a qualsiasi accordo politico già siglato con altre forze politiche o coalizioni.

Non riteniamo opportuno che RISORGIMENTO SOCIALISTA offra sponde politiche ad operazioni di natura manifestamente elettoralistica e trasformistica, come si è rivelato l’incontro recentemente svoltosi il 18 giugno scorso al Teatro Brancaccio a Roma, in cui è stato riproposto il consueto e consunto schema – che tante volte abbiamo visto all’opera negli anni scorsi, con esiti catastrofici - della sinistra buonista e compassionevole, tutta integrata dentro gli schemi culturali della globalizzazione neo-liberista e dei suoi trattati euro-atlantici, la cui espressione identitaria si riduce a vuoti slogan o ad astratte petizioni di principio, suggestive ma sterili, come la rivendicazione di una maggiore giustizia sociale.

Non riteniamo politicamente opportuno che il gruppo dirigente di RISORGIMENTO SOCIALISTA possa finanche pensare di discutere, anche solo come mera eventualità, dell’opportunità di partecipare e dare il suo contributo alle inutili e stucchevoli operazioni di ricostruzione di una sedicente sinistra europeista, a vocazione governista/ministerialista, oggi collocata solo per ragioni tattiche contingenti a “sinistra” del PD renziano ma manifestamente priva di qualsiasi riferimento a contenuti fondanti, come il deciso NO ai trattati ordo-liberisti sui quali è stata edificata l’Unione Europea, un’Unione sorta al servizio del capitale finanziario e della sua libertà incontrollata di circolazione, a tutto discapito dei popoli europei.
Giuseppe Angiuli, uno dei firmatari del documento


Da questo punto di vista, pure rispettando l’autonomia decisionale dei compagni siciliani di RISORGIMENTO SOCIALISTA, consideriamo un grave errore politico la loro scelta – apertamente avallata dal coordinatore nazionale del nostro partito – di dare vita ad una “lista unitaria di sinistra” da presentare alle prossime elezioni regionali di novembre e fondata sul mero richiamo di appartenenza identitaria e a schemi ideologici ormai desueti e non più in grado di consentirci di leggere correttamente l’attuale fase, tutta incentrata sulla lotta per la riconquista della sovranità popolare nei confronti di un potere oligarchico trans-nazionale incarnato nelle istituzioni comunitarie con sede a Bruxelles.

Confidiamo nel fatto che la scelta siciliana possa essere stata in qualche modo imposta dalle circostanze, ma l’esperienza italiana ed europea di questi anni ci fa obbligo di rilevare come l’unica proposta autenticamente innovativa proveniente dall’area che un tempo si era soliti definire – più propriamente di oggi – “sinistra” sia oggi quella espressa dalla C.L.N. (Confederazione per la Liberazione Nazionale), un gruppo di forze che, pur con gli inevitabili limiti legati alla fase dell’avvio, si sta comunque sforzando di affrontare seriamente questioni nuove e decisive quali la (presunta) unità europea, l’immigrazione di massa e il recupero di una sovranità nazionale in chiave solidaristica, privilegiando l’analisi concreta rispetto alla vacua ripetizione di slogan improntati a quel “politicamente corretto” che risulta, a sua volta, espressione di quella sovrastruttura ideologica edificata dal sistema capitalista, contro cui siamo chiamati a lottare.

7. Moneta, banche, credito
Riccardo Achilli, tra i firmatari del documento


Di recente in Italia in occasione del salvataggio di Monte Dei Paschi di Siena e altre banche italiane colpite dalla crisi abbiamo assistito alla centralizzazione dei capitali con il sostegno dello Stato ed a spese dei contribuenti. Altri salvataggi di questa fattura potranno seguire. Così mentre le perdite per le operazioni di salvataggio saranno accollate ai contribuenti, contemporaneamente grossi gruppi bancari assorbiranno la “parte buona” delle banche in crisi avvantaggiandosene in un processo di centralizzazione dei capitali “sovvenzionato” in definitiva dai cittadini e dai lavoratori.
Tutto questo non è accettabile.
Il nostro progetto politico punta a creare un sistema in cui il settore creditizio pubblico possa essere volano di sviluppo.
Vogliamo una Europa dei Popoli e siamo per creare un sistema assai differente in cui le Banche di interesse strategico diventino pubbliche. Vogliamo che il sistema pubblico punti a proteggere le Banche Popolari e le Casse di Risparmio, in un’ottica comunque di sistema misto pubblico-privato nel settore del credito. Siamo a favore della trasformazione di Cassa Depositi e Prestiti in un vero e proprio soggetto pubblico di finanziamento di progetti di sviluppo infrastrutturale ed imprenditoriale, andando oltre il suo ruolo attuale di finanziatore degli enti locali, finanziandosi integralmente fuori dal debito pubblico, sul modello della tedesca Kfw.


8. UNA COALIZIONE DI FORZE PATRIOTTICHE.


La nostra lotta politica proseguirà dentro RISORGIMENTO SOCIALISTA. Noi profonderemo tutti i nostri sforzi, nel medio periodo, verso il consolidamento di una nuova coalizione di forze autenticamente socialiste, patriottiche ed anti-liberiste, sul modello della coalizione patriottica francese “La France Insoumise” guidata dal compagno Jean-Luc Mélenchon e tutte unite dal desiderio di liberare il nostro Paese dalla gabbia dei Trattati ultra-liberisti della Unione Europea».

13 Luglio 2017

Riccardo Achilli, Giuseppe Angiuli, Thomas Del Monte, Angelo Fontanella, Federica Francesconi, Angelo Milano, Mattia Morelli, Monica Notari, Mauro Poggi, Paolo Zacchia, Antonio Zito


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