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domenica 26 novembre 2017

FRANCIA: LA DURA CRISI DEL FRONT NATIONAL

[ 26 novembre 2017 ]

Molto abbiamo scritto sul Front national, quindi sul significato e le implicazioni della vittoria di Macron. Vittoria che, assieme all'affermazione di France Insoumise —che ieri ha iniziato la sua terza partecipatissima convenzione nazionale— ha gettato il Front National in una crisi molto profonda. Per capire questa crisi riteniamo utile pubblicare un articolo pubblicato da la Repubblica, il 23 novembre. Sorvolate sul titolo....



IL MESTO TRAMONTO DI NOSTRA SIGNORA DEI POPULISMI
L’addio al Front National, poche persone agli eventi, fuori dai radar dei dibattiti.
E adesso anche i conti bloccati. E’ il declino dopo la sconfitta alle presidenziali.

di Anais Ginori

Il tramonto di Nostra Signora dei populismi è crudele. «Fate tutti le stesse domande», «ho già parlato abbastanza». Marine Le Pen è tornata a mostrare il volto più cattivo. Parafrasando Gloria Swanson potrebbe dire: «Io sono ancora grande, è la politica che è diventata piccola». La presidente del Front National è accolta da poche centinaia di fedeli in una delle tante riunioni per «rifondare» il partito. Dopo la sconfitta, non si è ancora ripresa. Prima un lungo silenzio, adesso un mesto Tour de France tra i militanti delusi. Continua a sorridere, lo sguardo perso dietro ai nuovi occhiali.
«Abbiamo davanti un’avventura entusiasmante»,  ripete ai cronisti, quasi cercando di autoconvincersi.
Fino a qualche mese fa, ovunque andasse, era assediata da fotografi e telecamere, presentata come il pericolo numero uno per la Francia e l’Europa. Il lepenismo era diventato un modello per altri movimenti.
Oggi è scomparsa o quasi dai radar, all’estero nessuno la cita più, in patria non accende passioni, nel ruolo mediatico di tribuno e oppositore si vede solo Jean-Luc Mélenchon, che pure ha preso meno voti di lei. «La campagna elettorale è stata di rara violenza», commenta il compagno Louis Aliot. «Marine sta cercando di ricostruirsi, serve del tempo», ci racconta il numero due del partito. Le Pen soffre di mal di schiena, dovrà forse operarsi ed è affetta da emicranie oftalmiche che ha cominciato ad avere nei giorni prima del voto.
Raccontano che abbia pianto la mattina del duello televisivo contro Emmanuel Macron, il 3 maggio. Si è svegliata con la vista annebbiata, ha dovuto chiamare in emergenza un medico. Il suo staff ha tentato invano di spostare la trasmissione. Alla fine è stata una débâcle. Lei sempre così sicura, si è confusa più volte, non ha saputo spiegare come uscire dall’euro, ha farfugliato cose incomprensibili. «L’ambiguità sull’euro ha spaventato molti elettori», riconosce Aliot dando la colpa a Florian Philippot, l’altro ex numero due del partito. «Ci ha portato allo sbaragli, ho provato ad allertare - ricorda – eppure Marine non mi ascoltava, diceva che ero geloso».
Philippot è stato l’ombra di Le Pen per quasi sei anni, cervello della “dédiabolisation”, lo sdoganamento del partito teorico della svolta sociale che ha portato alla conquista del nord operaio. Secondo lui la responsabilità della sconfitta è soltanto di Le Pen. Nella disastrosa performance davanti a Macron, ha calcolato, sono stati bruciati due milioni di potenziali voti. Quella sera si è rotto un incantesimo. La regina è rimasta nuda. «Era stanca e non sufficientemente preparata», spiega Philippot che ha sbattuto la porta dopo che Marine ha cambiato idea sul Frexit. «Marine non è mai stata una donna di convinzioni», chiosa l’ex braccio destro che intanto ha fondato il suo movimento, “les Patriotes”. Anche la nipote Marion ha abbandonato il Titanic, ufficialmente per tornare a studiare e lavorare nel settore privato.
Oltre alle vendette personali, Le Pen deve affrontare i guai giudiziari, con le inchieste sugli assistenti fittizi all’europarlamento, e nuovi problemi finanziari. Ieri ha denunciato una «fatwa bancaria» contro il partito dopo che le sono stati improvvisamente chiusi i conti sia da Hsbc che da Société Générale. «Ne abbiamo viste tante in passato, rappresentiamo pur sempre 10,5 milioni di elettori», commenta Aliot, alludendo a quel 33,9% del ballottaggio: comunque un record. E in politica, si sa, dopo la morte c’è spesso la resurrezione.
In vista del congresso di marzo, il Front National ha mandato ai militanti un questionario con 80 domande a risposte multiple. Cancellato lo spauracchio dell’uscita dall’euro, la linea politica si concentra su immigrazione, frontiere, Islam.
Papà Jean-Marie, con cui la figlia continua a non parlare, sarebbe stato contento. Anche il tabu delle alleanze è saltato. Aliot fa un vago riferimento a Matteo Salvini. «Mi sembra che si sia mosso piuttosto bene, no?».  Le Pen ha cominciato a corteggiare, per ora rifiutata, il prossimo leader Laurent Wauquiez, che sposterà ancora più a destra il baricentro dei Répubblicains.
Al congresso, poi, ci sarà l’addio al nome Front National. Basterà? Il politologo Pascal Perrineau ha dei dubbi: «Chiamarsi Le Pen non è più un vantaggio ma un handicap». Finora la leadership non è contestata, eppure la prima a dubitare è lei. «Marine potrebbe non ripresentarsi alle presidenziali», confessa Aliot.
«Non è attaccata alla poltrona, se qualcuo vuole farsi avanti…».

Tratto da la Repubblica, del 23 novembre 2017

venerdì 22 settembre 2017

SCISSIONE NEL FRONT NATIONAL di Jacques Sapir

[ 22 settembre 2017 ]

Florian Philippot, vice-presidente del Front National dal 2009, stratega politico e vero artefice della linea no-euro, ha lasciato il partito. Marine le Pen —che ha così dato retta al padre che la incalzava affinché cacciasse Philippot— gli aveva intimato di lasciare la presidenza dell'associazione sovranista Les Patriotes QUI la dichiarazione di Philippot del 21 settembre. Avendo respinto la richiesta della Le Pen e abbandonando il Front National Philippot ha fatto appello 
«ad una nuova unione dei patrioti, un'unione inclusiva e aperta che non escluda né la destra né la sinistra. Un'unione sociale-sovranista, gollista, patriottica, che si deve fare con tutti coloro che hanno a cuore la Francia e la volontà di ridargli grandezza».
Fra i motivi all'origine dell'attrito, culminato poi nell'addio di Philippot le accuse dell'ambiente lepenista sul «cous cous gate», scaturito da una foto di Philippot, a Strasburgo con alcuni amici in un ristorante dove non si mangiavano piatti locali, di «origini francesi», ma un cous cous.

Di seguito le importanti riflessioni di Sapir, uno che Philippot lo conosceva bene.

«Le dimissioni di Florian Philippot e di altri del Front National non sono un episodio secondario. È una vera e propria spaccatura, un punto di svolta importante nella politica francese.

Florian Philippot, come era noto a tutti, aveva cercato di portare un’altra linea politica nel Front National. E in una certa misura ci era riuscito, portando ad un cambiamento significativo che aveva permesso al partito di passare dal 12-15% dei voti che il partito aveva precedentemente, fino ai risultati registrati nelle ultime elezioni (il 33,9% del secondo turno delle elezioni presidenziali, pari a 10,638 milioni di voti). Si tratta di percentuali di portata storica. Oltre a ciò, di fronte alla crescente tirannia dell’Unione europea e dei suoi referenti in Francia, ciò aveva reso possibile pensare di realizzare un fronte comune con le correnti sovraniste della sinistra.


1. Questo fronte comune o “fronte di liberazione nazionale”, perché è di questo che si tratta, comportava o che il Front National portasse avanti la sua trasformazione per diventare un vero partito populista, oppure che sarebbe nato un nuovo partito liberato dalle scorie razziste e di estrema destra. All’epoca l’avevo espresso chiaramente [1]:

«A lungo termine si porrà la questione dei rapporti con il Front National, o con il partito che ne deriva. Bisogna capire con chiarezza che non è più il tempo del settarismo e dei divieti incrociati degli uni e degli altri. (…) Dobbiamo invece essere consapevoli che la costituzione di un Fronte di Liberazione Nazionale pone dei problemi formidabili. Dovrà comprendere un vero programma di “salute pubblica” che i governi di questo “Fronte” dovranno implementare, non solo per smantellare l’Euro, ma anche per organizzare l’economia del “giorno dopo”. Questo programma comporta uno sforzo particolare nell’ambito degli investimenti, ma anche una nuova regola per la gestione della moneta, nonché nuove regole per l’intervento statale nell’economia. (…) L’idea di un Fronte di Liberazione Nazionale è dunque certamente un’idea molto potente, sia in Francia che in Italia. Ma implica che, almeno a sinistra, ci si riappropri della logica dei “fronti” e si comprenda che in questo tipo di “fronte” possono esserci ampie divergenze, ma che sono – temporaneamente – messe in secondo piano a vantaggio di un obiettivo comune. Il vero problema è l’autonomia di espressione e di esistenza delle forze politiche di sinistra all’interno di questi fronti. Sarà quindi necessario garantire che le forme istituzionali che questi fronti si daranno non siano contraddittorie con l’autonomia politica».
Queste parole conservano oggi tutta la loro rilevanza e tutto il loro significato. Al di là della Grecia, possiamo vedere come l’euro e l’Unione europea stiano portando a limitare ogni giorno di più la democrazia e la sovranità del nostro paese, e che c’è un un legame logico tra la crisi delle istituzioni democratiche e la negazione della sovranità. La logica
Florian Philippot 
(e non la semplice riedizione) del CLN è chiaramente necessaria per affrontare i problemi che il nostro Paese si trova davanti. Il problema era, e rimane ancora, che alcuni non riescono a concepire questa logica del “fronte”, o forse semplicemente non la comprendono [2].

2. Le dimissioni di Florian Philippot sono perciò l’inizio di una vera e propria scissione, che si verifichi immediatamente o che si realizzi nel tempo, con un’emorragia di aderenti e l’uscita dei migliori militanti. Essa misura l’incapacità della leadership del Front National di essere all’altezza delle sfide della storia e l’incapacità più particolare di Marine le Pen, rivelata nella campagna presidenziale e in particolare durante il dibattito del mercoledì precedente al secondo turno. Ne ho già parlato ampiamente nell’intervista al CIRCLE des PATRIOTES DISPARUS [3].

Al di là del comportamento personale della candidata, questo episodio ha mostrato una incoerenza di fondo della sua campagna. Il fatto che non sia riuscita a correggere rapidamente questa incoerenza è stato altrettanto significativo. Ancora una volta, riporto le parole che ho usato:

«È quindi in una posizione indebolita che Marine le Pen è arrivata al dibattito di mercoledì, prima del secondo turno. Ha commesso due errori: quello di sottovalutare il suo avversario, perché qualunque cosa si possa pensare della politica di Emmanuel Macron, non è certo il primo venuto, e quello di pensare di poter giocare la carta del populismo demagogico, un po’ come Donald Trump. Ma la cultura politica francese è molto diversa dalla cultura politica degli Stati Uniti, almeno su questo punto. Il risultato è stato quello che abbiamo visto: un’agitazione sterile, e a volte patetica, che ha mancato di cogliere le questioni reali che avrebbero potuto mettere Emmanuel Macron in difficoltà. La perdita di credibilità che, voglio ricordare, si era già cominciata a manifestare la domenica precedente il dibattito, è diventata catastrofica. E ha portato a “ri-demonizzare” Marine Le Pen, ridando quindi credibilità alle “barricate». [4]
Vediamo bene cosa c’era in gioco. Incapace di superare questo fallimento, il Front National e la sua presidente si sono impantanati in atteggiamenti suicidi. Limitando il loro discorso al solo problema dell’immigrazione, hanno completamente perso di vista il fatto centrale: il fallimento dei meccanismi di integrazione, un fallimento che può giustificare una certa posizione immediata sull’immigrazione, ma al quale non si dà seguito.

3. Che ne sarà del Front National? Può solo sperare lo stesso destino del Partito Comunista Francese dopo il fallimento storico della candidatura di George Marchais nel 1981. Si trasformerà in un “partito zombie”, un morto vivente della politica. Questa è stata la traiettoria del PCF dal 1981 in poi, una traiettoria che l’ha portato, dopo che aveva ottenuto più del 20% dei voti alla fine del gollismo, a scendere al di sotto del 5%.

Tuttavia, questa traiettoria dovrebbe essere più veloce. Anche se il FN non dovrà subire uno shock come quello della dissoluzione dell’URSS, nella misura in cui si ripiegherà su se stesso verranno fuori le sue caratteristiche più ripugnanti. Perderà la sua base elettorale nazionale, ma conserverà per qualche anno un radicamento locale, specialmente in Provenza e nella Costa Azzurra. 
Certamente per alcune delle persone più vicine a Marine Le Pen c’è una garanzia di carriera. Potranno sempre contare, nelle loro roccaforti, su accordi non di principio con i repubblicani. Si imporrà una pura logica di vantaggi personali, ben diversa da quella dei loro discorsi in cui affermano di voler “servire la Nazione”. Faranno come i membri del RPF degli anni 48-52 che, secondo l’espressione stessa del generale de Gaulle, si erano “seduti a tavola”. 
Gli elettori che si erano rivolti al FN, da parte loro, capiranno che ormai è inutile e si allontaneranno. Se ne allontaneranno tanto più rapidamente se le altre forze sovraniste saranno in grado di aprirsi alle questioni sollevate da questi elettori e cesseranno, soprattutto alcuni, di chiudere gli occhi sui reali problemi dell’islamismo.

4. Quanto al destino personale di Florian Philippot e delle persone che lo seguono, è ancora troppo presto per pronunciarsi. Se una spaccatura è sempre un fenomeno significativo, non compromette necessariamente la carriera politica delle persone coinvolte. L’unica cosa che si può dire è che è di fondamentale importanza non tradire i propri principi e avere una posizione coerente. Vedremo, nelle prossime settimane, se la posizione gollista di Philippot era solo un atteggiamento, o l’espressione di un profondo impegno. Potrà sviluppare il suo discorso in un modo che non sarà più vincolato dal quadro del FN.

Questo punto di svolta è una prova che il processo di decostruzione-ricostruzione della vita politica in Francia sta ancora avvenendo, un processo che in parte spiega l’elezione di Emmanuel Macron».

* Fonte: voci dall'estero

NOTE


[1] Sapir J., « Réflexion que la Grèce et l’Europe », pubblicato il 21 agosto 2015 su Russeurope, https://russeurope.hypotheses.org/4225

[2] Cfr. Sapir J., “Sur la logique des fronts”, pubblicato il 23 agosto 2015 su Russeurope, https://russeurope.hypotheses.org/4232

[3] Vedi Sapir J., “Le souverainisme inaudible? “, pubblicato il 16 settembre 2017 su Russeurope, https://russeurope.hypotheses.org/6287

[4] https://russeurope.hypotheses.org/6287

mercoledì 17 maggio 2017

LA FRANCIA EUROPEISTA? FALSO! di Massimo Bordin

[ 17 maggio ]

La Francia è tutta con Macron ed è tutta europeista. Questo ci viene raccontanto dalla mattina alla sera da quando il gerontofilo Emmanuel Macron ha vinto il ballottaggio alle presidenziali francesi. Peccato che sia una panzana! Per capirlo basterebbe guardare la percentuale di voto del primo turno - quando i francesi poterono esprimere la loro opinione senza ricatto - e soprattutto la stampa più analitica dei mangialumache, che propina da qualche giorno un'interessante analisi del fenomeno Internet in Francia.

Partiamo dai dati del primo turno: contro il sistema euro e antiausterità non c'era solo il Front National, ma anche Melenchon, Dupont-Aignan, Lassalle, ecc. A favore della Ue, e persino con molte prudenze e tantissimi distinguo, non c'era solo En Marche, il partito sorosiano inventato da Macron, ma anche i due paraculi della vecchia guardia partitocratica: Fillon e Hamon. Se sommiamo i due gruppi, come nell'infografica pubblicata da Giovanni Zibordi, vediamo che la situazione tra i due schieramenti era pari: 38 per cento contro la Ue, 38 per cento a favore (e con moooooolta prudenza). Il resto dei cittadini, 24 per cento circa, si è dichiarato indeciso o indifferente.

Quale lezione si può ricavare da questo voto?
clicca per ingrandire
Che non tutto è perduto per i sovranisti, ma soprattutto che Marine Le Pen ha giocato male le sue carte. Ha spinto sui migranti, che in Francia non sono però un grandissimo problema. Se vi eccita la black people e volete ammirare dei neri (anzi, delle donne di colore, che è meglio) andatevente a Parigi, non in Africa. I francesi sono infatti il paese europeo che da tanti anni si confronta col suo passato colonialista e le città sono piene di "stranieri" da decenni; inoltre, i terroristi che hanno fatto le stragi in Francia erano francesi e non gente scesa col barcone, quindi questo tema non era poi così avvincente come lo sarebbe, forse, da noi in Italia.

Inoltre, ed è la cosa più interessante, Marine le Pen è stata presentata come fascista dai media e qui è arrivata la mazzata che ha portato alla vittoria di Macron. La questione determinante, quella economica, non è stata gestita dalla Le Pen con sufficiente competenza e si è visto, anche nel famoso dibattito televisivo.

Una Fascista e tentennante in economia? Meglio Macron, si son detti, ma ciò non significa per niente preferire l'austerità.

Secondo e più interessante punto: a quanto pare i francesi non si fidano molto delle notizie online. Sotto il profilo dell'informazione sono rimasti piuttosto tradizionalisti. Quello che era riuscito a Trump, insomma, cioè di usare twitter come un bazooka, non è stato possibile alla Le Pen, che aveva a che fare con una popolazione molto affezionata a le Figaro e compagnia cantando.

CONCLUSIONE. 


Sbagliato, sbagliatissimo agitarsi per la sconfitta della Le Pen. I francesi sono abituati a manifestare per i loro diritti, e anche in modo molto violento. Dal 1789 in poi hanno fatto decine di manifestazioni in grado di rovesciare un governo. Su questo sono dei maestri assoluti. Allora le cose sono due: o Macron si limita ad amministrare l'amministrabile, rosicando qualcosa a Bruxelles, e allora i sovranisti sono fregati. Oppure il fighetto d'oltralpe porta l'austerità già vista in Italia con Monti - dove i dipendenti statali sono ora tutti ultracinquantenni e si va in pensione dopo la morte - e in Grecia, dove gli ammalati si portano il cibo da casa quando vanno in ricovero ospedaliero.

Se sarà così, per i sovranisti europei si prospetta una stagione politica interessante. La più interessante di tutte.

* Fonte: Micidial

martedì 9 maggio 2017

FRANCIA: IL RITORNO DELLA FRATTURA DI CLASSE di Grégoire Biseau

[ 9 maggio 2017]
Dietro la vittoria di Macron si celano due france sociologicamente opposte. Una agiata e laureata che appoggia il progetto En Marche, e quella indifesa sedotta dalla Le Pen.

La prima virtù di un'elezione presidenziale è quella di delineare il volto della Francia. Di tracciare una linea che taglia il paese in due. Una demarcazione necessariamente caricaturale, dato il carattere binario del meccanismo elettorale a due turni. Il 65,8% a favore di Macron non indica solo il rapporto di forze tra "progressisti" e "nazionalisti", come ha affermato il futuro capo dello Stato. Disegna due france opposte: quella che va bene e quella che si lamenta.

Precarietà

Con questa elezione, il divario destra-sinistra è stato diluito in una nuova opposizione molto più sociologica. Questa elezione ha celebrato il ritorno della frattura sociale, reso popolare nel 1995 da Jacques Chirac e teorizzato dal demografo Emmanuel Todd. Questa frattura era riapparsa nel referendum sulla Costituzione europea nel 2005. Era temporaneamente scomparsa. E' tornata alla grande in occasione delle elezioni presidenziali. Emmanuel Macron dovrà prenderla in considerazione molto rapidamente, altrimenti si perderà la metà del paese.

I risultati del primo turno avevano già rivelato una Francia tagliata in due lungo una diagonale che va da Havre a Marsiglia. La Francia occidentale ha votato per Macron, quella settentrionale, orientale e sud-orientale per Marine Le Pen. E' un'opposizione geografica, culturale e storica. Molti commentatori, nella stessa falsariga, hanno teorizzato la Francia delle grandi città (macroniana) contro la Francia rurale o suburbana (FN). Nella sua analisi dettagliata del primo turno, Jérôme Fourquet di Ifop, ha dato una chiave di lettura più drastica: il predominio della questione sociale. Emmanuel Macron ha vinto lungo l'Arco Atlantico, dove i francesi hanno la sensazione di vivere in relativa prosperità. In ogni caso in una dinamica positiva. A differenza del nord e nord-est, dove i sentimenti di declassamento e declino sono ampiamente maggioritari.
La le Pen tra gli operai della Whirpool ad Amiens


Queste presidenziali ha riportato alla ribalta le nostre vecchie classi sociali. La Francia laureata, quella che paga le tasse e considera migliorato il suo tenore di vita, ha votato in massa per Macron. Chi non ha alcun diploma di maturità, chi è disoccupato o vive nella povertà non ha esitato votare Le Pen. Fourquet ha fatto un calcolo illuminante: più comune è ricco (ciò in base al numero di persone che pagano l'imposta sul reddito) più alto è stato il suo voto per Macron. Vero quanto un'equazione matematica.

Rabbia

Due Francia, che non hanno più molto da dirsi. E il cui rapporto di forza è determinato dalla risposta a questa domanda: vedi la globalizzazione come un'opportunità o una minaccia? Secondo nostro sondaggio ViaVoice la sera del primo turno, le parti erano in equilibrio. Ma rispondevano ad una sociologia diametralmente opposta. Le classi popolari sono uscite dal quinquennio Hollande con la convinzione che la loro situazione è notevolmente peggiorata. Dopo un calo nella prima metà del mandato, il tasso di povertà è aumentato di nuovo. Le disuguaglianze hanno seguito la stessa curva: notevolmente ridottesi nei primi due anni, annullando gli effetti della crisi del 2008, dopo sono risalite. Si è ritornati al punto di partenza. Sfinita da  dieci anni di disoccupazione di massa e di stagnazione del potere d'acquisto, questa seconda Francia secondo brucia di una vera e propria rabbia sociale. E questa non è certo la prima misura promessa da Macron (nuova legge sul lavoro per decreto) che la rassicuri. Egli sbaglierebbe a felicitarsi troppo presto dell'indebolimento della divisione destra-sinistra. Perché l'opposizione frontale tra le due France porta i semi di un'eruzione molto più radicale.

* Fonte: Liberation del 7 maggio
** Traduzione a cura della Redazione

PERCHÉ HA PERSO LA LE PEN?

[ 9 maggio ]

Le opinioni di Sapir e Bagnai, due intellettuali che non hanno nascosto l'augurio che la Le Pen diventasse Presidente della Francia.
Dicono, beninteso, cose giuste, ma a nostro modo di vedere non colgono l'essenziale, ovvero che la destra, per quanto sia capace di cavalcare il malessere e la rabbia di chi sta in basso, non sarà mai maggioritaria fino a quando vorrà rappresentare (anche) pulsioni xenofobe, integralismo cattolico, nazionalismo in salsa imperialista...


AMBIGUITÀ E CONFUSIONE

«La sconfitta di Marine Le Pen è indiscutibile. Lo è tanto di più perché nei primi giorni della campagna elettorale per il secondo turno delle presidenziali la dinamica mostrata dai sondaggi era quella di un aumento dei consensi, dal 38% fino al 42%. Questa dinamica si è poi interrotta, in gran parte a causa del modo in cui la Le Pen ha condotto la campagna elettorale. Se è scesa dal 42% al 34% non può prendersela con altri che con se stessa. Le ambiguità e le confusioni della sua campagna hanno avuto come effetto un vero e proprio crollo, e non sappiamo se ciò sia stato il frutto di incompetenza e di scelte sbagliate oppure sia stata una scelta deliberata».

Jacques Sapir

INCREDIBILE INEFFICACIA

«L'elemento più interessante dal punto di vista politico è il suicidio della Le Pen in diretta televisiva nel corso del secondo dibattito. Io non so che dibattito abbiano visto molti di voi. Io ho visto quello in francese, nel quale fin dalle prime battute la Le Pen ha percorso una strada chiaramente inefficace. Non ho idea del perché l'abbia fatto. Temo però che la risposta sia sempre la solita: fare l'opposizione al proprio governo nazionale è un mestiere molto più comodo che non opporsi allo Zeitgeist. Sicuramente ha giocato un ruolo la scarsa preparazione nel campo determinante per orientare il voto (o la scarsa volontà di entrarci, magari determinata da una errata percezione delle priorità). L'analisi di Agénor sul blog di a/simmetrie mostra che le determinanti socioeconomiche erano state fondamentali al primo turno (e tali si poteva presumere che restassero al secondo). L'incapacità della Le Pen di spiegare cosa volesse effettivamente fare dell'euro, la sua incredibile inefficacia di approfittare delle tante palle "alzate" da Macron (quando questi ha ammesso l'esistenza di disoccupazione di massa, ci voleva tanto a chiarire che questa è funzionale al progetto europeo?), hanno determinato un risultato peggiore del prevedibile».

Alberto Bagnai

lunedì 8 maggio 2017

DOVE VA LA FRANCIA? di Moreno Pasquinelli

[ 8 maggio 2017 ]

Grazie al diabolico sistema elettorale francese — non a caso quello che Renzi tentava di affibbiarci con l'Italicum— una minoranza ha espugnato in Francia la presidenza della repubblica. [1] 

Macron aveva infatti ottenuto, al primo turno, 8 milioni e mezzo di voti, meno di un quinto degli aventi diritto.
Ha vinto grazie al meccanismo ricattatorio del ballottaggio, superando il 65% dei consensi, ovvero quasi 21 milioni, che non fanno comunque la maggioranza, visto che i francesi aventi diritto dono 47 milioni e mezzo.

Peggio è andata alla Le Pen, che con 10 milioni e mezzo di voti al secondo turno di ballottaggio, ha incassato circa un quarto dei consensi.

Tuttavia, rebus sic stantibus, Macron ha vinto di larga misura. Per questo le élite euro-liberiste, a nome e per conto della cupola finanziaria mondialista, tirano un grosso sospiro di sollievo. Ora la prova decisiva sono le elezioni parlamentari di giugno. Riuscirà Macron a vincerle? Non è detto. Potrebbe essere costretto alla cosiddetta "coabitazione", ovvero a fare i conti con una maggioranza parlamentare a lui ostile. Risultato molto probabile, cosa che getterebbe la Francia nella instabilità politica italian-style. Al che quella di domenica risulterebbe essere la più classica delle vittorie di Pirro. Macron potrebbe tuttavia farcela visti appunto i meccanismi elettorali truffaldini che premiano la minoranza dominante. [2]

Che Macron sia un fantoccio della potente casta finanaziario-bancaria francese ce lo conferma un insospettabile Massimo Franco sul Corriere della Sera di oggi: 
«Macron è il prodotto di un esperimento tecnocratico della banca d'affari Rotshild... Figlio dell'élite tecnocratica incarna una strategia europeista e centrista che ha fatto tabula rasa sia del gollismo, sia della sinistra. Rappresenta una Francia che rifiuta le ideologie [che è il modo per dire che la sua ideologia è quella neoliberista, Ndr] e che guarda alla Germania».
L'ha detta giusta Mélenchon: 
«Nasce la presidenza più deplorevole della Quinta Repubblica. Il programma del nuovo monarca è conosciuto, solo la nostra resistenza potrà essere vittoriosa». 
Ecco: ha vinto la Francia che "guarda alla Germania". Detto in altre parole: ha vinto la potente casta finanziario-bancaria d'Oltralpe legata da una irresistibile relazione simbiotica con il grande capitalismo tedesco. E' un matrimonio d'interessi, certo, ma non per questo fragile. E' proprio questo sodalizio il vero e più grande successo dell'euro. E' questo il più profondo mutamento geopolitico prodottosi con l'Unione europea: l'asse strategico franco-tedesco, senza il quale la Ue sarebbe già crollata. Un asse di ferro che la Brexit, togliendo di mezzo l'ingombrante coinquilino inglese, ha rinsaldato.

Dice Sylvie Goulard, l'eurodeputata candidata in pectore a primo ministro di Macron:
«Per la Francia si apre la possibilità di essere di nuovo un ponte fra la Germania e l'Europa del Nord da un lato e il mondo mediterraneo dall'altro, perché il nostro Paese appartiene un po' a due universi». [Corriere della Sera del 8 maggio]
E proprio qui sta il dilemma francese. Smarrita nella grande globalizzazione la sua missione universalistica (e imperialistica) la Francia soffre di una profonda crisi d'identità, non sa più cosa essa esattamente sia. A cavallo tra l'universo tedesco, quello atlantico e quello mediterraneo è destinata ad oscillare, in ogni caso in una posizione subalterna. Il destino della Francia, possiamo dirla così, non si decide a Parigi, ma altrove. Fino a quando la calamita tedesca eserciterà tutta la sua enorme potenza attrattiva la Francia resterà dov'è, in un regime di more uxorio con Berlino. Per parafrasare Dostoevskij, essa è un campo di battaglia tra grandi blocchi geopolitici, esistenti e nascenti, e la posta in palio è la sua stessa anima.

Che proprio questo suo essere condannata a campo di battaglia riesca a resuscitare le sue immense energie dormienti, vedremo. Se accadrà avremo lo scontro frontale tra le due anime profonde, quella giacobina rivoluzionaria e quella legittimista, versigliese. A quel punto, da campo di battaglia solo virtuale tra grandi blocchi, la Francia potrebbe nuovamente diventare punto di scontro effettivo. E' solo passando attraverso questa porta stretta che la Francia riguadagnerà la sua sovranità perduta. Dove si collocherà a quel punto la sua grande borghesia non c'è dubbio: chiese l'aiuto del nemico tedesco per schiacciare la Comune di Parigi nel 1871, si schierò, via Pétain, con l'occupante nazista nella seconda guerra mondiale. Ubbidirà nuovamente alla sua pulsione reazionaria.

E qui che si deve collocare la questione del Front National di Marine Le Pen. Cos'è esso in verità? E cosa vuole diventare? La retorica repubblicana neo-gollista serve solo a nascondere la sua incertezza, la sua crisi esistenziale. Il Front vede le sue radici nella grande rivoluzione dell'89 o in chi la combatté? Il fatto è che il sovranismo, in Francia, ha due forme e due sole: o è giacobino o è bonapartista (quello di Napoleone Bonaparte non dei suoi epigoni nani come suo nipote o Charles De Gaulle). E il Front non può, non vuole essere né l'uno né l'altro.  Una terza via non c'è, ed è destinata all'irrilevanza. [3] Qui sta forse il fattore segnalato dal Mazzei: "il caso del Front National ci dimostra che il sovranismo di destra, xenofobo e nazionalista ha un limite congenito, e non potrà mai essere egemonico". [4]

Scomparsi il Ps ed il Pcf Mèlenchon non si illuda per questo di avere il vento in poppa. Ha fatto due mosse giuste, prima con France Insoumise, quindi non cadendo nella trappola antifascista, rifiutando di sostenere Macron. Ma la strada è lunga e irta di pericolosi ostacoli. Molte pagnotte dovrà mangiare per essere all'altezza dello scontro decisivo che si approssima.

ps
Ciò che accadrà in Italia, più che in ogni altro paese, sarà determinante per capire da che parte oscillerà la Francia futura, se resterà incatenata al ceppo tedesco o se rivolgerà lo sguardo a Sud, verso il Mediterraneo, riscattando la sconfitta algerina, ma liberandosi delle sue smanie imperialistiche.


NOTE

[1] Il meccanismo elettorale delle elezioni legislative, basato sui collegi uninominali con doppio turno fu introdotto nel 1958 contestualmente all'adozione della Costituzione della famigerata Quinta repubblica. Nel 1962 De Gaulle lo estese all’elezione del Presidente.

[2] Per  capire cosa potrebbe succedere nel giugno prossimo è utile guardare a quanto accadde alle ultime del 2012. Il Partito socialista, che un mese prima con Hollande aveva vinto le presidenziali, con appena il 29,35% dei consensi ottenne ben 280 deputati sui 577 totali, arrivando alla maggioranza assoluta con i parlamentari di altri piccoli partiti di centro-sinistra alleati.

[3] Sintomatiche le mosse, di alto valore simbolico, compiute dalla Le Pen tra il primo ed il secondo turno. Ha anzitutto sfumato radicalmente la posizione anti-euro [Liberation del 29 aprile], l'apertura all'elettorato della destra fillionista, quindi l'alleanza con il gollista Nicolas Dupont-Aignan di Debout la France [le Monde del 29 aprile]

[4] Vedi il suo intervento all'assemblea della Confederazione per la Liberazione Nazionale il 25 aprile scorso a Roma

martedì 2 maggio 2017

BALLOTTAGGIO FRANCESE (6): APPELLO DI PARDEM ALL'ASTENSIONE

[ 2 MAGGIO 2017]

Torneremo presto sulle ultime mosse della Marine Le Pen. Anzitutto l'affermazione secondo cui "l'uscita dall'euro non è una priorità", quindi la contestuale alleanza con il conservatore gollista Nicolas Dupont-Aignan (Debout la France, DLF). Il segnale è evidente: la Le Pen, allo scopo di tranquilizzare ..."i mercatri", volta le spalle all'elettorato di Mélenchon per girarsi dalla parte della Francia più reazionaria.

Pubblichiamo l'appello all'astensione dei  compagni francesi del PARDEM (Partito della Demondializzazione). PARDEM  fa parte del Coordinamento europeo No Ue, No Euro, No NATO.

Segnaliamo di passata gli articoli più letti sulle elezioni francesi ed il Fron National

CHE COS’È IL FRONT NATIONAL DI MARINE LE PEN ( dedicato a quelli che la dicotomia destra-sinistra non c’è più) di Moreno Pasquinelli
17 gennaio 2014
LO SPAURACCHIO DEL FRONT NATIONAL di Piemme
26 marzo 2014
18 marzo 2015
MARINE LE PEN: ORDOLIBERISMO O KEYNESISMO? Analisi del programma elettorale 2017 del Front National di Moreno Pasquinelli
17 febbraio 2017
22 febbraio 2017


« Né Macron né Le Pen! 
Asteniamoci mettendo nell'urna un cartellino rosso!»

In una democrazia, il voto è quello di scegliere.
Gli elettori, al primo turno delle elezioni presidenziali, hanno deciso di liquidare i due partiti dell'alternanza, socialista e repubblicano. Ma il 7 maggio, per il secondo turno, si lasceranno ingannare dalle false alternative che sono offerte loro? Nonostante quello che stanno cercando di farci credere, Marine Le Pen non è il polo opposto di Emmanuel Macron, ma il suo necessario complemento in una situazione di stallo simmetrico. Non v'è alcuna reale scelta, i due condurranno il popolo in un vicolo cieco.
Vota per Marine Le Pen significherebbe votare per la xenofobia organizzata, l'odio e la divisione dei francesi. Significherebbe votare per un programma incapace di condurre il nostro Paese fuori dalla crisi, sia che si trattai della disoccupazione e della precarietà, o dei servizi pubblici e della protezione sociale. In questi campi avremmo addirittura un peggioramento.
Vota per Emmanuel Macron sarebbe votare per la finanza, di cui egli è l'agente diretto, e per l'Unione Europea. Votare per Macron aggraverebbe l'incubo per altri cinque anni. Tutto il suo programma si basa sulle antiche ricette neoliberiste che sono le vere cause della crisi attuale.
Nicolas Dupont-Aignan e Marine Le Pen annunciano il patto
Il 7 maggio, un cartellino rosso dovrebbe essere la risposta di massa per mettere fuori gioco i due finalisti. La risposta della gente dev'essere un'astensione massiccia Questo atto politico punta, in primo luogo, a delegittimare il risultato delle elezioni presidenziali e indebolire il suo vincitore. Se il totale delle astensioni, delle bianche e delle nulle sarà superiore al 50%, o se supererà il punteggio del vincitore del secondo turno, vorrà dire che è il popolo a detenere la legittimità, che dovrà esprimerla nelle strade, con la mobilitazione sociale. Usa il cartellino rosso per l'astensione massiccia mirante a ripristinare il popolo in quanto corpo politico sovrano.
E' particolarmente importante delegittimare questi candidati nefasti nessuno dei quali potrà godere di una maggioranza parlamentare chiara ed efficace. Se venissero eletti malamente, con una  scarsa partecipazione, la loro capacità di fare danni, enorme per entrambi, sarebbe evidentemente ridotta. Questa è l'unica scelta elettorale responsabile di fronte ai pericoli per il popolo rappresentati da questi due personaggi.
Facciamo appello a tutti i cittadini affinché non si facciano ingannare dalla farsa di questo secondo turno, tutti i cittadini che non ne vogliono più sapere del neoliberismo, tutti coloro che hanno votato al primo turno per uno dei quattro candidati euro-critici (Asselineau, Cheminade, Dupont-Aignan, Mélenchon), i sindacalisti:  il 7 maggio mobilitatevi per infliggere alla signora Le Pen ed al sig Macron, i rappresentanti del sistema, un enorme cartellino rosso per l'astensione!
Cartellino rosso per Macron e Le Pen! Astensione citoyenne!

venerdì 28 aprile 2017

BALLOTTAGGIO FRANCESE (5): LA “SINISTRA PERBENE” CHE TIFA PER MACRON di Norberto Fragiacomo

[ 28 aprile ]

«Confesso che non mi spaventano eventuali accuse di “rossobrunismo”: sono scempiaggini e paccottiglia propagandistica, nient’altro. Mi rattrista semmai l’impossibilità per il sottoscritto di incidere sugli eventi, di contribuire ad arrestare questa deriva disumana… ma, raggiunta l’età adulta, gli uomini devono imparare a convivere con la loro miserabile limitatezza e io – sia pur con sofferenza – l’ho fatto da un pezzo».


Tra due settimane, probabilmente, Emmanuel Macron ascenderà vittorioso allo scranno presidenziale: fossi francese (senza essere un banchiere, un rinomato professionista o un intellettuale di grido), non gli regalerei tuttavia il mio voto, a nessun costo.

Marine Le Pen non suscita in chi scrive né simpatia né particolari ripulse: è una politica scafata e ambiziosa - forse fin troppo ambiziosa, visto che ben difficilmente nel breve-medio periodo vedrà avverarsi i suoi sogni di gloria. Il cognome, che pur le ha spianato inizialmente la strada, costituisce per lei il freno maggiore[1], assieme a un “fronte” ancor oggi pieno zeppo – stimo – di nostalgici ed estremisti impresentabili. A essere sincero, non mi dispiacciono la sua visione critica dell’Europa attuale (anche se, con ogni probabilità, la “nuova Europa” che lei vagheggia non assomiglia per niente a quella che ho in testa io, malgrado talune casuali assonanze) e alcuni aspetti del suo programma economico-sociale, aggiornato negli anni e contenente proposte che avremmo definito, un tempo, di “sinistra moderata” (e che, se comparate a quelle del “regressista” Macron, potrebbero sembrare oggidì quasi di sinistra estrema). In ogni caso, lasciarsi sedurre dai programmi elettorali è da ingenui: infiniti esempi, gli ultimi dei quali racchiusi nel trentennio che va da Mitterrand a Tsipras, ci ammoniscono che quasi mai essi trovano attuazione pratica, e che il tentativo – caro a partiti interclassisti come il FN - di sposare gli interessi dei padroni (o padroncini) con quelli di impiegati e operai si risolve di regola in una beffa per le maestranze.

Detto questo – che nella Le Pen non ho eccessiva fiducia, anzi ne ho ben poca – aggiungo che una sua improbabile affermazione potrebbe essere foriera di conseguenze tutt’altro che negative. La reazione del sistema (dalle borse ai media) al risultato del primo turno è stata sgangheratamente entusiastica: facile arguirne che un rovesciamento dei pronostici in maggio prenderebbe in contropiede l’establishment, mettendolo in seria crisi. Non si potrebbe più affermare, con sicumera da talk show, che i successi colti dai “populisti” sono stati un irripetibile accidente, una parentesi aperta dalla Brexit e chiusa da Trump (o Renzi): allo sgomento dei potenti farebbe da contraltare la presa di coscienza, da parte delle masse anonime, che nessuna storia è già scritta, e che in questo mondo tutto – ma veramente tutto - può ancora accadere. In fondo, anche l’esito del referendum su Alitalia era scontato per i media… senza contare che, paradossalmente, una sinistra autentica all’opposizione intransigente di Marine troverebbe maggiore ascolto, su tv e giornali, di quello ottenuto finora, e ben più spazio di quei coriandoli di notizie che le sarebbero sprezzantemente concessi regnante Macron. Infine, rivolgo un invito alla riflessione a chi ama ammantarsi della toga del riformista e pensa che le cose possano sempre aggiustarsi a un tavolo di trattativa: non è meglio, o meno peggio, avere per controparte un avversario vistosamente indebolito che uno tracotante e sicuro del suo strapotere? Se l’aveva istintivamente capito un Orazio qualunque, potrebbero farcela anche i nostri acuti intellettuali…

Ma lasciamo stare la Le Pen per concentrarci non su Macron, bensì sui tanti suoi sostenitori che albergano nella c.d. sinistra italiana. Tralasciando il PD, che è sovrastruttura della destra economica al pari del movimento En Marche!, mi pare di poter individuare tre diverse categorie di tifosi.

I primi li definirei gli “indottrinati”: sono quei militanti e dirigenti che, in qualsiasi direzione si voltino, scorgono uno squadrista col coltello fra i denti e la camicia nera. Si tratta perlopiù di gente in buona fede, che magari coi neofascisti si è scontrata sul serio; può darsi in gioventù abbia fatto uso di qualche allucinogeno, ma dosi ben più massicce di droga mediatica sono state propinate a costoro dagli anni ’90 in poi. Lo ricordate Gianfranco Fini che dipinge il fascismo come “male assoluto”? Non credo fosse farina del suo sacco, ma slogan come il suddetto, ripetuti a ritmo martellante, si sono impressi indelebilmente nelle coscienze anche (e soprattutto) dei vecchi militanti di sinistra. Se il fascismo è il male assoluto (e l’ideale comunista non sta bene esibirlo troppo, perché ci narrano che si fondava sui gulag) qualsiasi alternativa ad esso è, nella peggiore delle ipotesi, un male minore, che poi può essere abbellito fino a diventare un quasi bene. L’antidoto al fascismo metafisico e atemporale è la democrazia, parola vuota ma sonante: così è stato insegnato, e anche quando sgangherate parodie vengono presentate su sfondi desolati, ebbene, non sarà difficile strappare agli indottrinati un applauso. Forza Macron, perché la Le Pen è Belzebù e il grido En Marche! un esorcismo.

La seconda categoria di macroniani è composta da quasi tutti i transfughi del PD e da buona parte di coloro che bazzicano SI e consimili formazioni della “sinistra radicale ma non troppo”: mi piace chiamare costoro renziani a loro insaputa. Cosa intendo? Intendo che questa gente si è opposta e si oppone a Renzi per questioni eminentemente personali (cioè di posti, potere e visibilità) ovvero perché non ne condivide il modus operandi – non perché abbia un progetto politico, una visione della società e del futuro che siano incompatibili con quelli del fiorentino. D’Alema, Bersani e compagnia bella hanno da tempo optato per il liberismo nella sua versione global: la prova dell’assunto ce la forniscono politiche e frequentazioni ben precedenti alla discesa in campo del “giovanotto” toscano. Le liberalizzazioni, la precarizzazione del mercato del lavoro non sono infatti imputabili a Renzi, sebbene quest’ultimo abbia spinto sul pedale con particolare veemenza. Lo stesso Bersani, d’altra parte, ha rotto su una questione marginalissima e – come avrebbe detto Vendola, quando concionava ancora nei salotti televisivi – “politicista”, dopo aver votato l’invotabile, cancellazione dell’articolo 18 compresa. Mettiamola in questi termini: la c.d. sinistra interna si è alzata dal tavolo renziano non perché schifata dalla pietanza liberista, ma semplicemente perché non poteva sopportare la villania – e, passatemi il termine, la “schiettezza” – del nuovo padrone di casa, che diceva pane al pane e invitava al suo desco personaggi che era consigliabile frequentare solo di nascosto. Essendo Macron un liberista più beneducato di Matteo, lo benedicono, non trovando nulla da ridire su politiche che rappresentano una continuazione soltanto un pochino più hard delle loro. Per questi macroniani la sinistra si riduce a un pieno di diritti civili, qualche goccia di beneficenza e tante mielose parole di conforto per chi sta sempre peggio: la loro adesione al sistema è solo formalmente critica.

Da ultimo ci sono i macroniani a sorpresa, quelli che – dopo averci riempito la testa per anni con il predominio della finanza, la spietatezza delle multinazionali e la sottomissione di una politica venduta – scoprono all’improvviso che il sistema in cui viviamo è ancora “il migliore dei mondi possibili” e si esibiscono in capriole dialettiche per concludere che sì, in fondo il programma di Macron non è mica male, lui vuole riformare l’Europa, giusto? Insomma, dopo aver denunciato per almeno un lustro i guasti della propaganda capitalista, realizzano che la stessa è di loro gusto e i finanzieri sono stati diffamati ingiustamente. “Hanno commesso errori”, chioserebbero contriti i macroniani della seconda categoria, per essere subito consolati dai neoconvertiti: “sì, ma si stanno redimendo, cambieranno l’Europa e ci restituiranno i diritti di cui, per sbaglio, hanno fatto scempio.” Qui non si tratta – attenzione! – di riformisti che si ribellano ai “rivoluzionari” in nome del buon senso: i riformisti e i rivoluzionari del ‘900 si scontravano sui mezzi, non sul fine ultimo, che era pur sempre la costruzione di una società socialista. Per i neoconvertiti, invece, comunismo e socialismo sono tutt’a un tratto diventati ingombrante ciarpame: il globalismo liberista è qualcosa di ineluttabile, tanto vale accoglierlo con inni gioiosi. Per quanto riguarda la vicenda francese, le argomentazioni pro Macron sono intellettualmente poca cosa, un fritto misto di antifascismo da indottrinati (categoria 1) e – per l’appunto – di preteso realismo (categoria 2). L’aggravante risiede nel fatto che costoro – come ho premesso – per anni e anni hanno frequentato assiduamente convegni di ogni sorta, lanciando allarmi e anatemi contro il sistema: sono quindi meno perdonabili degli intossicati da propaganda e persino degli opportunisti “storici”, che mai si sono sognati di proporre un cambio di regime. Ad inchiodarli, oggi, sono proprio gli esercizi di retorica che ci hanno ammannito per lungo tempo, e che si sono rivelati semplici chiacchiere da kermesse politica, senza seguito né costrutto.

Concludo: l’accusa di “fascismo” scagliata contro Marine Le Pen è apodittica e in mala fede, perché funzionale a non affrontare le questioni realmente significative. Non sostengo che la candidata del FN non sia una nazionalista: lo è, ma questo non è affatto sinonimo di fascismo, così come non è necessariamente esclusiva dei “fascisti” una ragionata cautela nei confronti dell’immigrazione (rimando a quanto scrissi oltre un anno fa su Bandiera Rossa[2]). Ammettiamo però per assurdo che, nel suo intimo, Marine Le Pen sia fascistissima, e poniamoci un quesito: questo la renderebbe davvero il nemico pubblico numero uno? Alba Dorata mi fa sincero ribrezzo, ma ad ammazzare la Grecia, a gettare sul lastrico e a causare “indirettamente” la morte di migliaia e migliaia di individui non sono stati i “fascisti”: è stata una cricca sovranazionale impersonata da manager e funzionari impeccabilmente vestiti, che mai si sporcherebbero le dita maneggiando l’olio di ricino. Macron assomiglia tanto, ma davvero tanto, a questo identikit, e la prova offerta come ministro di Holland ci dice molto sulla sua vicinanza (rectius: appartenenza) a quell’èlite perniciosa.

Se esiste un “male assoluto”, oggi, il suo volto è quello delle troike e dei loro mandanti: per questo in maggio, fossi francese, mi guarderei bene dal votare Macron. Astensione o voto contro: tertium non datur.

Confesso che non mi spaventano eventuali accuse di “rossobrunismo”: sono scempiaggini e paccottiglia propagandistica, nient’altro. Mi rattrista semmai l’impossibilità per il sottoscritto di incidere sugli eventi, di contribuire ad arrestare questa deriva disumana… ma, raggiunta l’età adulta, gli uomini devono imparare a convivere con la loro miserabile limitatezza e io – sia pur con sofferenza – l’ho fatto da un pezzo.


NOTE

[1] In verità, tocca riconoscere che ce n’è uno ancor più arduo da superare: la totale sfiducia che nutre nei suoi confronti il Gotha economico-finanziario.

[2] http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/2015/09/frau-merkel-i-migranti-e-ammiano.html.

giovedì 27 aprile 2017

BALLOTTAGGIO FRANCESE (4) - NO ALLA TRAPPOLA ANTIFASCISTA di F. Bartolomei e A. Benzoni

[ 27 aprile ] 
Volentieri riprendiamo dal sito di Risorgimento Socialista
In vista del ballottaggio delle Presidenziali francesi, su Jean-Luc Melenchon e sulla sua France Insoumise sta montando una forte campagna mediatica, volta da un lato a mettere pressione sul candidato della sinistra perchè si unisca alla lunga lista di chi salta sul carro di Macron, dall’altro a delegittimarlo preventivamente, come “rossobruno”, qualora decida di non correre in soccorso del candidato del centro liberista.

Con grande coerenza, Melenchon ha dichiarato che, se da un lato “non un solo voto” dovrà andare a Marine Le Pen, Macron non può sperare di ottenere voti al ballottaggio con un appello vuoto al fronte dei progressisti, solo per portare avanti le stesse politiche .

Il candidato Presidente della France Insoumise ha quindi convocato i suoi 450.000 iscritti per un voto online, che decida se indicare al ballottaggio di votare Macron, astenersi o votare scheda bianca: quello che fa la differenza è il rispetto del vincolo di rappresentanza con gli elettori.

Sul tema, abbiamo raccolto le dichiarazioni di Franco Bartolomei, nostro coordinatore nazionale, e di Alberto Benzoni, già vice-sindaco di Roma, intellettuale storico dell’area socialista.

IL VERO PROBLEMA
di Franco Bartolomei

«Cari Compagni, possiamo dire una volta per tutte che la questione “Fascismo / Antifascismo” non e’ più storicamente e politicamente “reale” all’interno di un modello sociale ed economico di una societa’ di mercato, costruito attorno alla egemonia assoluta del capitale finanziario, e retto da un sistema di centri decisionali di natura tecnocratica che hanno sede esterna e sovraordinata alle realta’ statuali nazionali.
Le ragioni strutturali che furono alla base del vecchio “fascismo” sono oggi risolte pienamente dal modello tecnocratico-finanziario: quello e’ il vero “Tallone di Ferro” di cui narrava profeticamente il “grande vecchio” Jack London.
Quello e’ il nostro nemico: il Fascismo e’ stata una “forma” politica e sociale propria di uno stadio dello sviluppo sociale capitalistico che non esiste più.
Il Fascismo come lo conosciamo è una forma totalitaria ed illiberale propria della vecchia concezione, della politica di potenza degli stati nazionali prebellici. Nella fase attuale, un nuovo Fascismo dovrebbe realizzarsi contro quelle stesse classi dirigenti, che ha sempre cercato di mettere in salvo nei loro rapporti di potere sociale dal pericolo rosso, e che ora sono unificate ed omogeneizzate su interessi sistemici sovranazionali.
Il punto non e’ quello della scelta antifascista, che è codificata nel nostro DNA: la nostra identità culturale e politica è tutta nella nostra Costituzione, che ora dopo 60 ani dal 1947 e’divenuta per la prima volta patrimonio degli italiani e non solo delle forze progressiste, grazie al voto del 4 Dicembre.
Il nostro vero ed attuale problema e’ la dittatura tecnocratica del capitale finanziario, che è piu’ solida e pervasiva del Fascismo classico. Ragiono su questo dai fatti di Genova 2001 in poi, quando fu proprio il capitale finanziario a volere e organizzare la repressione brutale, e mi sembra fondamentale sottolineare questo concetto oggi, per evitare assolutamente che su questo ballottaggio incastrino il nostro compagno Melenchon, che stavolta ha azzeccato tutto».

L'Unica scelta sensata: astensione
di Alberto Benzoni

«Ricordo che il fascismo, quello vero, si identifica con l’odio di classe e con la distruzione delle istituzioni costruite dal movimento operaio nel corso di decenni. Una roba che non ha niente a che fare con il populismo di oggi e nemmeno con quello di destra.
Quindi considero che l’appello all’Unione sacra in Francia in nome dell‘antifascismo sia una truffa volgare. Qui non c’è nessun pericolo fascista. C’è, semmai, un pericolo autoritario: che nasce dalla crescente insofferenza per la democrazia del capitalismo globalizzante e finanziarizzato, di cui Macron è un prodotto fatto e finito, e delle èlites per il suffragio universale.
La Le Pen e ancor più il suo modello, Trump offrono una risposta del tutto inaccettabile e pericolosa; Mèlenchon risponde in nome dello sviluppo e della difesa delle istituzioni democratiche; e, così facendo ha contribuito, più di ogni altro, a contrastare politicamente e a limitare elettoralmente l’ “appeal” del populismo reazionario. Mentre la France Insoumise offre, oggi e per il futuro, un punto di riferimento credibile per chi voglia contestare l’Europa di oggi ma in uno spirito internazionalista per costruirne una diversa e migliore.
In questa prospettiva l’unica scelta sensata per il ballottaggio era quella dell’astensione: non si partecipa ad una gara dall’esito scontato, non si deve riconoscere a Macron il ruolo di salvatore della patria.
Non si può smentire il proprio passato e pregiudicare il proprio futuro in nome di un momentaneo richiamo all’ordine magari condito dall'”antifascismo”

BALLOTTAGGIO FRANCESE (3): APOLOGIA DI MÉLENCHON di Carlo Formenti

[ 27 aprile ]

“Francia, i mercati già festeggiano Macron” (Il Corriere della Sera); “I mercati puntano su Macron” (il Sole 24 Ore); “After French Vote, Mainstream Europe Breathes a Sigh of Relief” (The New York Times): così gli organi del capitalismo globale festeggiano lo scampato pericolo: dopo l’elezione di Trump, la Brexit e il referendum italiano che ha bocciato le riforme di Renzi, scrivono ottimisticamente, la piena populista pare avere raggiunto il punto più alto e iniziato a scendere, mentre una nuova generazione di giovani e dinamici leader centristi (l’accostamento fra Renzi e Macron è ricorrente) una volta sbarazzatasi del fardello dei vecchi e screditati partiti tradizionali, di sinistra e di destra, appare in grado di fronteggiare la sfida populista. Nel ricostruire la biografia di Macron, ex banchiere ed ex ministro liberal europeista, non si nasconde l’entusiasmo per questa figura che – mentre riunisce in sé le “virtù” di entrambe le élite (economica e politica) che pilotano la governance europea – promette di imporre con thatcheriano pugno di ferro le riforme che il maldestro Hollande non è riuscito a far digerire al suo popolo.

Ma è davvero giustificato questo sfrenato ottimismo, oppure ha ragione il sito spagnolo La Vanguardia che titola “Macron: la engañosa victoria que tranquiliza”? Poco importa se Marine Le Pen difficilmente potrà superare il 40% nel ballottaggio che la opporrà a Macron, scrive l’autore dell’articolo, non solo perché quel 40% rappresenterebbe comunque un sintomo formidabile della rabbia e della frustrazione dei cittadini francesi nei confronti delle politiche europeiste che ne stanno massacrando le condizioni di vita e di lavoro, ma anche e soprattutto perché il risultato del primo turno ha segnato anche il formidabile balzo in avanti del candidato della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon (che sfiorando il 20% ha quasi raddoppiato i voti ottenuti nelle precedenti elezioni) a spese del pressoché defunto partito socialista. Un risultato – su cui i media mainstream di tutta Europa hanno preferito sorvolare – che va a sommarsi all’oltre 20% dei vari Podemos, M5S e Labour (quest’ultimo viene descritto come un partito in via di estinzione, laddove si tratta di un nuovo partito che, per tornare all’originaria ispirazione laburista, paga inevitabilmente la rottura con la zavorra blairiana che ne aveva assunto il controllo).

Insomma: l’opposizione alle oligarchie europee non è destinata a smorzarsi (anche perché le cause che la provocano sono destinate ad aggravarsi ulteriormente) tanto è vero che, sommando il consenso dei populismi di destra e di sinistra, si attesta stabilmente poco sotto il 50% dei cittadini del Vecchio Continente. Naturalmente questa somma, per l’ala sinistra dei movimenti antisistema, rappresenta un problema d’immagine, in quanto viene usata dalla propaganda degli euro oligarchi e dei media di regime per alimentare la tesi degli “opposti estremismi” da battere per difendere il fantasma di quella “democrazia” che loro stessi hanno distrutto. Subito dopo le elezioni francesi queste sirene frontiste hanno assunto toni parossistici: da Hollande a Fillon, socialisti, gaullisti, patetici avanzi del 68 come Daniel Cohn- Bendit e il quotidiano Liberation, tutti insieme appassionatamente per difendere la Repubblica (leggi la borsa, le banche, gli azionisti, gli euro burocrati).

È per questo che va apprezzata la lucidità con cui Mélenchon si è rifiutato di associarsi a questo coro stonato, dichiarando di non voler fare endorsement per nessuno dei due contendenti che andranno al ballottaggio. Una posizione che ritengo più corretta ed efficace di quella assunta a suo tempo da Bernie Sanders nelle ultime elezioni presidenziali americane quando, non essendo riuscito a ottenere la nomination democratica, invitò i propri sostenitori a votare per Hillary Clinton. Allora scrissi che avrebbe fatto meglio a invitare all’estensione e a concentrare le energie sulla costruzione di un’alternativa politica futura a entrambi gli esponenti dell’establishment statunitense. Mi pare che viceversa Mélenchon abbia colto il punto: compito di un movimento socialista e populista che si voglia realmente antagonista non è proteggere il sistema dall’attacco del populismo di destra, bensì rubare a quest’ultimo quel consenso di massa che ha potuto ottenere solo grazie al disarmo delle sinistre tradizionali. Per ora, ci accorgiamo dell’esistenza virtuale di un blocco sociale che rifiuta le regole imposte dal sistema solo in circostanze particolari come, per restare in Italia, il referendum del 5 dicembre scorso o – su un altro piano – quello che ha visto i dipendenti dell’Alitalia rifiutare l’accordo capestro stipulato da impresa, governo e sindacati. Perché quel blocco si converta da virtuale a reale, occorre rifiutare compromessi e alleanze spurie e continuare a navigare controcorrente.

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