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sabato 13 gennaio 2018

LOTTA DI CLASSE IN TUNISIA

[ 13 gennaio 2018 ]

Esattamente sette anni dopo la "Rivoluzione dei gelsomini" che abbatté il regime di Ben Alì, la Tunisia è scossa da una rivolta popolare che riguarda soprattutto le zone più depresse del Paese e mobilita gli strati sociali più disagiati. La scintilla è stata una legge di bilancio austeritaria imposta da Fmi e Banca mondiale. Alla testa della rivolta il Fronte Popolare, il blocco delle organizzazioni di sinistra.


Nella Tunisia delle rivolte: “Stavolta non ci fermeremo”


Il governo reagisce dopo gli scontri nei cortei: 237 arresti. Sassaiole nelle città. A Djerba molotov contro la sinagoga



di Francesca Paci*

Molte ore dopo l’assalto al Carrefour di Ben Arous, periferia Sud di Tunisi, l’odore dei lacrimogeni aleggia ancora sul viale buio davanti alle saracinesche bruciate. Le proteste contro il carovita che da tre giorni tengono in scacco il Paese e hanno prodotto 237 arresti, decine di feriti tra cui 49 poliziotti, 45 mezzi della sicurezza danneggiati, si accendono di slogan diurni nel cuore borghese della capitale e di sassaiole notturne qui, banlieue miserabile, dove piccoli gruppi di giovani con il cappuccio della felpa sulla testa parlottano sbirciando i blindati appostati all’incrocio.

«Anche se non è la rivoluzione del 2011 non si fermerà, ci ripetono che diversamente da Internet e schede telefoniche il pane e l’olio non sono aumentati, ma i bisogni della gente non sono più quelli di mezzo secolo fa» ragiona il tassista Samir in sosta alla boulangerie La Reine, un isolato più avanti, in direzione di quell’autostrada per Tunisi dove le pietre lungo il guardrail raccontano gli scontri durissimi all’altezza delle case popolari di El Kabaria.

A sette anni dalla cacciata di Ben Ali, l’unica sopravvissuta delle primavere arabe, ma anche quella che ha fornito il maggior numero di volontari allo Stato islamico, combatte con i suoi fantasmi. La settimana scorsa l’annuncio della legge di bilancio accompagnata dall’aumento dei prezzi della benzina, del gas, dei servizi, ha scatenato le piazze di una decina di città, da Kasserine a Djerba, dove pare sia stata attaccata la sinagoga: i moti più duri da quando nel 2016 il governo ha promesso al Fondo Monetario Internazionale un drastico taglio della spesa in cambio del prestito quadriennale da 2,9 miliardi di dollari. La popolazione, gravata da un tasso di disoccupazione giovanile del 25% e l’inflazione al 6,4% (contro il 4,2% del 2016), è esplosa.

«È allarmante perché non c’è alcuna leadership, ma si tratta di manifestazioni di poche decine di persone che pur mettendo alla prova il governo non terremoteranno il paese» nota Hamza Meddab, studioso di periferie tunisine e analista dell’European Council on Foreign Relations. L’Ugtt, il sindacato dei sindacati, chiede l’aumento del salario minimo, oggi al di sotto dei 400 dinari (€ 134), ma resta a fianco del governo. In strada ci sono i disoccupati e gli agitprop del Fronte Popolare, la sinistra radicale, i cui slogan – Manich Msamah (non perdoneremo) e #Fech_Nestanew (cosa stiamo aspettando?) – risuonano in avenue Bourghiba tra cordoni di agenti più numerosi dei manifestanti.

«Da giorni si respirano lacrimogeni e rabbia, chi protesta tira avanti da troppo tempo con 500 dinari al mese e la pazienza è finita» ci dice il giovane dottor Said al telefono da Tebourba, dove nelle ultime ore centinaia di persone sono scese in piazza per i funerali del manifestante ucciso durante gli scontri. Due mesi fa nella città settentrionale di Sejnane una madre di cinque figli si era data fuoco evocando il gesto di Mohammed Bouazuzu, il fruttivendolo di Sidi Bouzid diventato il simbolo della rivoluzione del 2011.

«il 2018 sarà l’ultimo anno di stenti per i tunisini» ripete il premier Chahed nel discorso di Capodanno rimandato dalla tv in un caffè solo maschile di Citè el Tadhamoun, altra periferia sud di Tunisi, due centri commerciali bruciati. «Promesse, promesse, dal 2011 abbiamo ottenuto solo la libertà, e non ci manteniamo la famiglia» sentenzia il proprietario asciugando bicchierini di tè.

Periferia e centro, provincia e città, borghesia e proletariato vero: le ataviche contraddizioni tunisine tornano, convitato di pietra nella transizione dal passato che non passa. A pochi isolati dal Parlamento, il deputato di Ennahda Osama al-Saghir ricorda le cifre dell’Iva, passata dal 6 al 7% per i prodotti necessari e dal 12 al 13% o dal 18 al 19% per gli altri. Poca roba, dice, rispetto ai singoli commercianti «che se ne sono approfittati aumentando i prezzi del 15,20%». Difende il governo insomma, ma anche il diritto di critica, un privilegio della democrazia: «In realtà è iniziata la campagna elettorale per il voto amministrativo del 6 maggio che vedrà in campo migliaia di città, 8 milioni di elettori e oltre 7200 candidati. L’opposizione capitanata dal Fronte Popolare, che in Parlamento ha appena una trentina di seggi, cavalca il malcontento contro la maggioranza».

Ennahda, storica forza popolare oggi in coalizione con Nidaa Tounes nel governo di unità nazionale, tende da sempre l’orecchio alla pancia del Paese ma in queste ore ne minimizza la forza d’urto sottolineando che, al netto dei problemi, il paese cresce del 2,2%, la disoccupazione è scesa dal 18% al 15,3% e con 7 milioni di visitatori nel 2017 il turismo respira.

L’umore cupo. Le camionette dell’esercito davanti ai caffè a ridosso della casbah ricordano lo Stato d’emergenza, in realtà in vigore dal 2015. C’è ancora qualche giorno prima del 14 gennaio, anniversario della rivoluzione, nel bene e nel male.


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sabato 4 giugno 2016

SEGNO DEI TEMPI. NEOLIBERISMO: IL F.M.I. CI RIPENSA? di Maurizio Ricci

[ 4 giugno ]

«Per chi è convinto che le idee contino e, alla fine, abbiano influenza sulla realtà, è una storia di grande fascino. Serve a capire gli ultimi 30 anni e anche i prossimi. È il resoconto della lotta della più grande istituzione economica mondiale - il Fmi - con se stessa e la sua eredità sul tema più importante: le strategie per coltivare l'economia globale.

C'è un filo che lega Reagan, la Thatcher, le liberalizzazioni e le privatizzazioni degli anni '80, la resurrezione della destra contro l'egemonia socialdemocratica postbellica e il "Washington Consensus", il pacchetto di dottrine che, facendo perno sul Fmi, sarà adottato, con l'etichetta Neoliberalismo, nella crisi asiatica del '98: privatizzazioni, liberalizzazioni, austerità, bilanci in ordine, rilancio dell'export con recuperi di competitività (cioè taglio dei salari), ricerca della fiducia dei mercati internazionali, mantenendo aperto il paese ai flussi e deflussi di capitali. Piú o meno è la ricetta applicata ancora in Europa, dopo il 2008, dalla Grecia alla Spagna.

Per questo, ogni ripensamento è interessante. Ma l'articolo che tre dei piú importanti economisti del Fondo hanno appena pubblicato su una delle riviste ufficiali del Fmi, "F&D", è piú di un ripensamento. Il titolo "Neoliberalism: Oversold?" - che un romano potrebbe liberamente tradurre: il neoliberalismo é una sòla? - non tradisce il testo. Anche se gli autori escludono di voler realizzare un riesame complessivo del Washington Consensus, siamo di fronte ad un picconamento di due pilastri del neoliberalismo.

Il movimento dei capitali, anzitutto: fiducia dei mercati o no, gli investimenti diretti vanno bene, quelli finanziari e speculativi possono essere dannosi e, se occorre, vanno rigidamente controllati. Poi, l'austerità: difficile vederne i benefici in termini di impulso alla crescita. Balzano agli occhi, invece, i costi in termini di ineguaglianze crescenti. E l'ineguaglianza colpisce il livello e la sostenibilità della crescita. L'austeritá può essere inevitabile per paesi con un alto livello di debiti, ma non vuol dire che vada bene per tutti. Assicurarsi la benevolenza dei mercati, dimostrando di fare sul serio nel voler ridurre il debito ha costi superiori ai benefici. Di solito, il Pil scende, la disoccupazione aumenta, in media, di 0,6 punti. Chi può spenda.

A Berlino hanno capito benissimo di chi parlava l'articolo e devono aver protestato, costringendo l'attuale capo economista del Fmi, Maurice Obstfeld a intervenire sul sito del Fondo, in un difficile esercizio di equilibrismo, per prendere le distanze da quello che dice nell'articolo Jonathan Ostry, che è il suo vice, senza smentirlo direttamente. D'altra parte, Ostry dice cose che i ricercatori del Fondo suggeriscono da tempo, anche se da scranni inferiori delle gerarchie. Piú pressante sarebbe capire se quanto i cervelli del Fondo rimuginano arriverà prima o poi a influenzare le scelte degli operativi, ad esempio sul caso Grecia.

Qui, però, va riconosciuto al Fondo di essere l'unico ad aver ammesso le proprie colpe nella gestione della crisi greca e nel lasciare che l'austeritá piegasse quell'economia al di là del - probabilmente - sostenibile. Si aspetta ancora un mea culpa analogo da Bruxelles e da Francoforte. E il Fondo ne ha anche tratto le ragionevoli conseguenze. Chiedendo che, del costo degli errori, si facciano carico anche coloro che li hanno determinati, cioè i creditori (dalla Ue ai governi) accettando un taglio dei debiti. Certo, sarebbe simpatico se, coerentemente, gli operativi del Fmi annunciassero di volersi comportare allo stesso modo con i crediti del Fondo verso Atene. L'Fmi non ha altro modo per riconciliarsi con se stesso».

venerdì 27 maggio 2016

COSA C'È DIETRO AL NUOVO PIANO DI SALVATAGGIO DELLA GRECIA di Stavros Mavroudeas*

[ 27 maggio ]

Ciò che non vi dicono sulle recenti misure promulgate dal governo Syriza e sul dissidio USA Unione Europea.


Il nuovo accordo voluto dell'Eurogruppo sul nuovo Piano di salvataggio per la Grecia è un altro palese atto d’ipocrisia delle potenze dominanti dell'Unione europea, dei loro partner-concorrenti del FMI (leggi: Stati Uniti) e del governo greco di SYRIZA.

Il nuovo accordo è un compromesso soggetto ad un continuo braccio di ferro tra gli Stati Uniti (attraverso il suo braccio del FMI) e l'Unione europea.

In modo congiunto, la UE e gli USA hanno obbligato l'ormai fatiscente (a causa della rabbia della gente) governo SYRIZA a capitolare alle politiche di austerità della troika così come incapsulate nei tre Programmi di aggiustamento economico per la Grecia. Questi programmi hanno aggravato la depressione dell'economia greca, causato un immiserimento dilagante del popolo e ampliato il controllo dei capitali occidentali sull'economia greca. In questo gioco gli Stati Uniti hanno avuto apparentemente un ruolo di secondo piano etero-pilotando l’incompetente e opportunistico governo SYRIZA nei suoi negoziati maldestri con la UE. In effetti, gli Stati Uniti hanno da un lato utilizzato la Grecia per indebolire l'Unione europea (per i propri scopi e interessi geopolitici) e, dall'altro, appoggiato la UE al fine di imporre l'austerità e il controllo straniero sull'economia greca.

Una volta che Usa e UE avranno realizzato l’obiettivo comune di imporre alla Grecia l'austerità e una volta ottenuta la ristrutturazione economica antipopolare, a quel punto, i due partner si scontreranno sui termini e le conseguenze della riduzione del debito necessaria per la Grecia.
La riduzione del debito è necessaria perché il programma di aggiustamento economico della troika per la Grecia è impraticabile e il debito greco è insostenibile. Del resto, pochi giorni fa, proprio il FMI, nella sua recente valutazione preliminare della sostenibilità del debito, aveva accettato questa conclusione.

Sulla questione del debito USA e UE hanno posizioni opposte e interessi in conflitto. Gli Stati Uniti vorrebbero un taglio profondo del debito perché questo: (a) aiuterebbe la loro economia —la riduzione della leva finanziaria [deleveraging] dell'economia mondiale alle spalle della UE  ed un nuovo taglio sul debito [haircut] interesserebbe principalmente i prestiti ufficiali e inter-statali della UE alla Grecia)—e, (b ) indebolirebbe la UE nella sua sfida egemonica globale agli USA.
D'altra parte la UE (e in particolare la Germania) teme un taglio del debito e concederebbe solo una parziale rinegoziazione del debito (ed esempio un'estensione della scadenza dei prestiti greci e, possibilmente, un abbassamento degli interessi), ciò che renderebbe il servizio del debito (ma non il debito) valido.

In questo braccio di ferro tra gli Stati Uniti (attraverso la sua protesi del FMI) e l'Unione europea i primi hanno minacciato di lasciare il Programma di aggiustamento economico, lasciando così la Germania da sola ad affrontare il problema greco. Per evitare questo la Germania ed i suoi più stretti alleati hanno offerto un miope compromesso: una tabella di marcia per una possibile rinegoziazione del debito. In parole povere, hanno offerto alcune idee vaghe su una metodologia (misure a breve termine, medio termine e lungo termine) per rinviare il problema se il Programma di aggiustamento economico greco continuasse a fallire. Alla fine, Stati Uniti e UE si sono trovati d’accordo su questo difficile e traballante compromesso, perché nessuna delle due parti ha voluto spingere le cose fino all'estremo; un compromesso obbligato anche per sventare la Brexit, che entrambi temono.

Il governo opportunista e incompetente governo SYRIZA è uno spettatore passivo in questo braccio di ferro. Esso ha tradito le sue dichiarazioni anti-austerità e capitolato senza condizioni alla troika. Pochi giorni fa ha promulgato una nuova serie di misure di austerità barbariche e di scandalosa svendita dei beni dello Stato a compagnie straniere. La sua popolarità si va sgretolando rapidamente e l’unico scopo di SYRIZA è quello di restare aggrappati al governo.

I risultati di questo nuovo accordo di salvataggio saranno altrettanto infausti come quelli precedenti. Le nuove misure di austerità approfondiranno ulteriormente la recessione. Le nuove misure che il servile e incompetente governo SYRIZA ha deciso introducono un meccanismo automatico (chiamato 'taglio') per cui, se il programma non fosse rispettato nelle sue tappe, saranno effettuati nuovi tagli alla spesa pubblica (e, soprattutto, dei salari e delle pensioni). Infine, se questo meccanismo del 'taglio' fallisse entrerebbe in vigore il meccanismo previsto dalla rinegoziazione del debito. Si deve però rilevare che questo meccanismo della rinegoziazione è al momento del tutto vago e sarebbe  discusso nel 2017.

L'accentuazione della depressione greca aumenterà la rabbia e la frustrazione popolari. L'Unione europea, il governo SYRIZA e lestablishment politico-economico greco (visto che l’opposizione nonostante il suo piagnisteo opportunistico in parlamento è un alfiere del Programma di aggiustamento economico) si troveranno ad affrontare questa rabbia crescente ed a pagarne le conseguenze.

25 maggio 2016

* Stavros Mavroudeas, Professore di Economia politica Università di Macedonia, Grecia
** Traduzione a cura della redazione

mercoledì 15 luglio 2015

LA GRECIA ED IL DEBITO: SE LO DICE IL FMI di Fabio Lugano

[ 15 luglio ]

Oggi l’agenzia di stampa Reuters ha pubblicato un estratto di un rapporto riservato dell’IMF. Il rapporto poi è stato ripreso da altre fonti, vista l’importanza del contenuto.

In realtà il report non contiene nulla che non sia intuibile da qualsiasi persona di buona volontà e con una minima infarinatura economica: la Grecia avrà bisogno di un’alleggerimento del debito che vada oltre quanto concesso, a causa della devastazione causata da due settimane di chiusura del sistema creditizio.

Questa analisi della sostenibilità del debito è stata inviata nella tarda giornata di martedì, solo poche ore dopo che Atene e gli altri 18 partner hanno raggiunto l’accordo per il terzo salvataggio, accordo che, come sappiamo, è stato fortemente contestato e che tradisce completamente i risultati del referendum,e che prevede 86 miliardi di aiuti in cambio di una stretta austerità,di garanzie patrimoniali e di riforme strutturali rapidissime.

Il rapporto afferma : “Il drammatico deterioramento della sostenibilità del debito è giunto al punto che l’alleggerimento del debito deve andare molto oltre quello che è stato considerato sinora e che è stato proposto dal ESM”, cioè dal fondo del Meccanismo europeo di Stabilità.

Secondo il FMI le nazioni europee dovranno dare alla grecia un periodo di grazia di almeno 30 anni sul debito, compresi i nuovi prestiti, oppure garantire trasferimenti fiscali, oppure accettare profondi haircut, sempre secondo il report.

Fin qui arriva il report. Appare chiaro che la durissima “Vittoria” di Djisselbloem e Schaeulble, tanto decantata anche dai cuccioli mugolanti della compagine europeista nostrana, salvo fatto forse Renzi, rischia di rivelarsi un colossale boomerang. Anche ammesso che la Grecia compia quanto promesso in queste due settimane , il problema sarà rinviato solo di qualche mese, ma tornerà ancora più pressante di prima. Del resto non può essere diversamente, quando si implementano “Riforme” che, unite al disastro voluto da Ecofin e BCE della chiusura del sistema creditizio, porteranno ad un calo del PIL fra il 2 ed il 4 % quest’anno, e della stessa cifra il prossimo. Pensare che la Grecia possa far fronte ai propri impegni in questa situazione è una pura illusione.

mercoledì 27 maggio 2015

UNA PICCOLA STORIA IGNOBILE di Sergio Cesaratto

[ 27 maggio ]

Come spesso accaduto ai paesi in via di sviluppo, l’adozione di una moneta forte ha consentito alla Grecia alcuni anni di crescita attraverso l’indebitamento estero, in particolare con le banche tedesche e francesi (queste ultime intermediarie di fondi tedeschi). I governi greci si dimostrarono ottimi clienti delle imprese di quei paesi le quali agirono spesso attraverso la corruzione.

Dal 2010 il rifiuto degli investitori stranieri di rifinanziare un debito estero fattosi macroscopico, ha condotto i paesi europei a varie tranche di sostegno culminate nella ristrutturazione del debito greco al principio del 2012. 
Si calcola che dei 227 miliardi di prestiti europei e del FMI, solo una minima parte (27m) siano stati utilizzati dal governo greco per le spese correnti, il resto è andato nella restituzione dei debiti alle banche straniere, che così si sono riprese tutto, al pagamento degli interessi e alla ricapitalizzazione delle banche greche. 
In cambio di questa “assistenza finanziaria” la Grecia ha dovuto intraprendere una dura austerità volta a ripristinare un avanzo dei conti con l’estero - tecnicamente il saldo delle partite correnti - in modo tale che il paese non dovesse più ricorrere a prestiti esteri. In effetti tale saldo è ora in pareggio o leggermente positivo. Il prezzo è stato il crollo del Pil greco del 25%.

Quali sono oggi i termini della questione? 

Un debito che non può essere pagato non verrà pagato, dicono gli economisti, e di questo si rende conto anche la Troika. 
Se si confronta la dimensione del debito ufficiale 227m, più 27,7m con la BCE, con quella del Pil greco, circa 180m, si capisce bene perché. A meno che non sia più folle di quanto non sia già, l’UE è probabilmente pronta a offrire un sostanziale congelamento di questo debito caricandosi anche quello del FMI (32 m.) e della BCE, sì da ridurre drasticamente i tassi pagati da Atene. L’UE potrebbe sobbarcarsi facilmente questo carico emettendo titoli a tassi bassissimi attraverso il fondo salva stati (EFSF). La questione è però che, in cambio, Bruxelles e Berlino chiedono la continuazione dell’austerità, vale a dire che la Grecia non chieda più un euro nel futuro. 

Ma qui c’è la linea rossa tracciata da Syriza, che molto è disposta a ingoiare, ma non una débâcle totale. La verità è che la Grecia per riprendere a crescere non ha solo bisogno di una cancellazione del debito (mascherata da congelamento) e drastica diminuzione degli interessi, ma anche di ulteriori prestiti esteri. E quest’Europa che si auto-mortifica con assurde politiche di austerità non ha alcuna voglia di elargirli. Un’Europa diversa che adottasse politiche keynesiane di crescita non avrebbe problema a sostenere Atene, ma tale Europa non si intravede. 

La situazione per la Grecia fuori dall’euro non sarebbe in fondo dissimile, nel senso che comunque di un aiuto esterno avrebbe bisogno diventando una pedina di giochi geo-politici poco prevedibili. Sarà possibile che nei prossimi giorni per evitare il peggio l’UE conceda un piccolo prestito ponte sì che Atene possa pagare la tranche in scadenza col FMI (mai nessun paese si è sottratto ai pagamenti verso il Fondo). Ma questo farebbe solo guadagnare qualche giorno al redde rationem.

Quella greca è una vicenda di un piccolo paese in ritardo economico, ma non troppo dissimile a quella in cui si potrebbe trovarsi Podemos in Spagna. Solo l’Italia, fuori dall’euro, avrebbe una chance seria. E tutti, inclusa la Francia, avremmo forse una chance in un’Europa senza la Germania. C’è solo da augurarci che una crisi dell’euro ci avvicini a quest’esito.

domenica 24 maggio 2015

GRECIA: FINE PARTITA, ORA VEDIAMO CHI BLUFFA di Piemme


tabella n.1
[ 24 maggio ]

Il summit europeo di Riga del 21 e 22 maggio pareva essere l'ultima occasione per trovare l'accordo per evitare il default della Grecia. Invece esso si è risolto nell'ennesimo fiasco. Sono stati smentiti coloro che avevano scommesso sul fatto che, alla fine, il governo di SYRIZA avrebbe calato le braghe. 

Forte del consenso della grande maggioranza dei cittadini greci, e incalzato da una sinistra interna ogni giorno più forte, Tsipras ha tenuto duro. E bene ha fatto.
Sfiancato da anni di cure austeritarie e recessive (che han fatto diminuire e di molto le stesse entrate fiscali) Atene ha semplicemente comunicato che in cassa non è rimasto nulla.
«Il ministro dell’Interno greco, Nikos Voutsis, ha affermato che Atene non rimborserà nessuna delle quattro rate in scadenza a giugno per la restituzione del prestito al Fondo monetario internazionale. «Le quattro rate per l’Fmi valgono un miliardo e 600 milioni, questo denaro non sarà versato e non ce n’è da versare», ha dichiarato Voutsis in un’intervista alla tv greca Mega.
Il ministro delle Finanze ellenico Yanis Varoufakis ha rincarato la dose. Ieri, in un'intervista allo show di Andrew Marr sulla Bbc, Varoufakis ha affermato che il suo governo ha fatto «passi enormi» per favorire un accordo nel negoziato con le istituzioni internazionali e ha aggiunto che «ora spetta a queste istituzioni fare la loro parte». «Gli siamo andati incontro a tre quarti del percorso, ora loro devono venirci incontro facendo quell'ultimo quarto», ha aggiunto». [il sole 24 ore 24 maggio 2015]
Come infatti mostra la tabella sopra (fonte Il Sole 24 Ore), anche ammesso che la Grecia fosse riuscita a rimborsare i 3 miliardi e mezzo di debiti in scadenza a giugno, sarebbe crollata sotto quelli in scadenza a luglio ed agosto.
tabella n.2
La tabella qui accanto (la si consideri un ingrandimento di quella precedente) parla ancora più chiaro: entro fine agosto Atene dovrebbe rimborsare ai suoi debitori 14 miliardi di euro: il tutto tra titoli in scadenza, interessi sui titoli, prestiti del Fmi e relativi interessi ed infine i Treasury Bill, le obbligazioni a prezzo scontato e scadenza breve. Per dare un'idea: si chiede ad un moribondo di sborsare in tre mesi l'equivalente di circa sei punti percentuali di Pil.

Si capisce la posizione di Atene: o i creditori accettano una forte ristrutturazione del debito —non solo un posticipo ma un taglio (haircut) a capitale e interessi oppure default.

Varoufakys, vede concretizzarsi la sua metafora dell'Unione monetaria la quale sarebbe come una cordata di alpinisti con la Grecia ultima che, se cadesse, farebbe precipitare tutti quelli che stanno sopra. Vale questa metafora? Se la Grecia facesse default sarebbe la fine dell'euro? Di sicuro causerebbe un terremoto nei mercati finanziari con ripercussioni difficilmente calcolabili. Per questo egli sembra convinto che, alla fine, l'euro-Germania cederà e accetterà di ristrutturare i debiti, non solo quelli in scadenza, ma pure quelli futuri in mano (via Esm) agli stati europei.

D'altra parte il "falco, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, sostenuto non solo dai suoi satelliti ma pure da Parigi (e più timidamente da Roma), ha ribadito che Berlino accetterà una (parziale) ristrutturazione del debito greco solo se Atene accetterà a sua volta tagli alle pensioni e ed si sussidi sociali, ovvero se SYRIZA continuerà sul solco dei governi precedenti rinunciando del tutto al programma con cui ha vinto le elezioni, quindi il proprio suicidio politico.
tabella n.3

Nei prossimi giorni vedremo chi bluffa.
Un fatto è certo, la troika ha certamente nel cassetto un "Piano B" per ridurre i danni in caso di default della Grecia e sua eventuale uscita dall'eurozona. Il busillis allora, il punto dolente della questione è se il governo di SYRIZA ha messo a punto, da parte sua, un proprio "Piano B". Abbiamo il fondato sospetto che questo Piano non ci sia. Speriamo di sbagliarci. Ma se non ci sbagliamo dovremmo concludere  che Varoufakys non è solo un giocatore d'azzardo, ma che come stratega politico, prima ancora che come economista, sarebbe una schiappa.

Egli sa bene (vedi la tabella n. 3) che se le condizioni sociali sono drammatiche, la situazione economica e finanziaria della Grecia è a dir poco catastrofica. Da novembre ad oggi sono usciti dalla Grecia la bellezza di 32,3 miliardi di euro. In 5 mesi il 13% del Pil! Questo mentre i crediti deteriorati delle banche greche hanno raggiunto la colossale percentuale del 30% dei crediti complessivi. Infine, come dicevamo, anche se dati esatti Atene non li ha ancora forniti, è certo che le entrate fiscali sono diminuite progressivamente negli ultimi mesi.
tabella n.4

La tabella n.4 indica l'andamento del Pil della Grecia. Atene ha perso dal 2008 ad oggi ben 25 punti percentuali di Pil. Ciò che denuncia come non solo fallimentari ma criminali le terapie imposte dalla troika ad Atene per nome e per conto della finanza predatoria globale.

Vogliamo sperare che Tsipras e Varoufakys sappiano cosa stanno facendo, che i loro proclami "europeisti" siano solo tattica, che dietro ci sia una strategia per riconsegnare al loro paese piena sovranità politica e monetaria. Questa sarebbe, al netto di sacrifici comunque inevitabili, la sola maniera per evitare al popolo greco di sprofondare nell'abisso.

mercoledì 18 giugno 2014

VIVA L'ARGENTINA di Piemme

18 giugno. Ricordate la vicenda dei Tango bond e del default argentino del 2001? Strozzata dalla finanza predatoria internazionale, in primo luogo da alcuni potenti hedge found che avevano speculato sul debito argentino, l'Argentina si dichiarò insolvente e si rifiutò di rimborsare i creditori-strozzini. 
Fu un gesto sacrosanto di autodifesa grazie al quale, dopo una prima fase di sconquasso, l'economia del paese poté riprendersi (vedi la tabella più sotto).
L'andamento del Pil argentino

Nel 2005 e nel 2010 gran parte dei creditori (il 92%) accettò un accordo di cosidettto "concambio", ovvero accettò di scambiare i propri titoli scaduti con titoli nuovi al 35% del valore nominale di quelli vecchi. Il resto dei creditori invece, alcuni tra i più spietati fondi speculativi, non aderirono alla ristrutturazione dei loro crediti (debiti per l'Argentina), rifiutarono i concambi e fecero ricorso presso un tribunale nordamericano —le transazioni sui titoli argentini avvenivano sotto giurisdizione USA, proprio come alla Grecia, dopo il default del 2010, è stato imposto di soggiacere a quella inglese. Quel tribunale americano diede ragione ai creditori: i titoli dovevano essere rimborsati al 100x100 del loro valore nominale.

Contro quella sentenza il governo della Presidenta Kirchner fece ricorso presso la Corte suprema nord-americana. L'altro ieri, come c'era da aspettarsi, la Corte suprema Usa harespinto il ricorso della Casa Rosada contro una sentenza in cui la si obbliga a indennizzare per il 100% del valore originale i fondi di investimento che ancora possiedono le sue obbligazioni. Così, il 30 giugno il tribunale competente deciderà se pretendere da Buenos Aires un miliardo 300 milioni di dollari in contanti, oppure, se obbligarla ad accordare un pagamento a rate. 

In tal caso, chi nel 2005 e nel 2010 accettò di scambiare i propri titoli scaduti, con un bond equivalente al 35% del valore pagato, potrebbe reclamare la clausola pari passu, per cui ogni creditore deve essere risarcito secondo le condizioni ottenute dal miglior negoziatore, e farsi restituire la differenza. Uno scenario in cui all’Argentina sarebbero chiesti 15 miliardi di dollari, quando la sua banca centrale ne possiede 28.

Ieri la Presidenta Cristina Kirchner è intervenuta dicendo che il suo Paese onorerà gli impegni assunti
Cristina Kirchner ieri, mentre annuncia che rifiuta l'estorsione
nel 2005 e nel 2010, che rispetterà la prossima scadenza dei rimborsi (900milioni di dollari il 30 giugno) ma che respinge le decisioni nordamericane, che il suo Paese reistsreà in ogni modo a quella che ha definito giustamente una "estorsione".

La Kirchner ha sferrato un attacco frontale contro la finanza predatoria mondiale: «Non è un problema finanziario o giuridico, la sentenza convalida un modello finanziario su scala globale di rapina che potrebbe portare a tragedie inimmaginabili».

Ben detto!

I guardiani del sistema di capitalismo-casinò hanno immediatamente reagito rabbiosi alle dichiarazioni coraggiose della Kirchner. Immediatamente è giunta un'altra "sentenza" quella di Standard & Poors, che ha abbassato di due gradini il rating del paese, portandolo da CCC+ a CCC-. E così sono inziati i rumors sull'imminente secondo default dell'Argentina.

Tieni duro Argentina!

mercoledì 26 febbraio 2014

PIER PAOLO PADOAN: CURRICULUM di Carlo Fracassi

26 febbraio. «La riforma Fornero è stato un passo importante per la risoluzione dei problemi dell’Italia», dichiarò un anno fa il neo ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Ex dirigente del Fondo monetario internazionale, ex-consulente della Bce ed ex-vice segretario dell’Ocse, Padoan è di casa tra i potenti del mondo.

Scelto personalmente dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e osannato dai grandi media italiani, il neo ministro non è stimato da tutti gli economisti, soprattutto da quelli non liberisti. Sentite cosa scrisse di lui sul New York Times il premio Nobel per l’economia Paul Krugman: 
«Certe volte gli economisti che ricoprono incarichi ufficiali danno cattivi consigli; altre volte danno consigli ancor peggiori; altre volte ancora lavorano all’Ocse».
Padoan era responsabile dell’Argentina per conto del Fondo monetario internazionale nell’anno in cui il Paese sudamericano fece default.
A cosa si riferiva Krugman? Padoan è stato l’uomo che ha gestito per conto del Fondo monetario internazionale la crisi argentina. Nel 2001, Buenos Aires fu costretta a dichiarare fallimento dopo che le politiche liberiste e monetariste imposte dal Fmi (quindi, suggerite da Padoan) distrussero il tessuto sociale del Paese. In quegli anni il neo ministro si occupò anche di Grecia e Portogallo. 

Krugman scrisse in un altro articolo che furono proprio le ricette economiche «suggerite da Padoan a favorire la successiva crisi economica nei due Paesi».
Ecco cosa dichiarò Padoan a proposito della crisi greca: 
«La Grecia si deve aiutare da sola, a noi spetta controllare che lo faccia e concederle il tempo necessario. La Grecia deve riformarsi, nell’amministrazione pubblica e nel lavoro». 
In altre parole,  Atene avrebbe dovuto rendere il lavoro molto più flessibile, alleggerendo (licenziando) la macchina della pubblica amministrazione. Nel marzo del 2013, quando la Grecia era sull’orlo del collasso, l’allora numero due dell’Ocse suggerì più esplicitamente: 
«C’è necessità che il governo greco adotti una disciplina di bilancio rigorosa e di un continuo sforzo di risanamento dei conti pubblici, condizioni preventive per il varo di misure a sostegno dello sviluppo».
Padoan è stato per quattro anni responsabile per conto del Fmi della Grecia. Successivamente, ha influenzato le politiche economiche di Atene in qualità di vice presidente dell’Ocse.

lunedì 1 ottobre 2012

ARGENTINA: UN CASO (DA MANUALE) DI SOVRANITÀ MONETARIA

Cristina Kirchner

Ecco perché il Fmi vuole punire l'Argentina

di Sergio Di Cori Modigliani

L'Argentina mostra come, disponendo della sovranità politica e monetaria, ovvero con lo Stato come protagonista della politica economica, si può non solo resistere alle oligarchie imperialiste, ma sfuggire alla catastrofe neoliberista.

mercoledì 18 aprile 2012

2012-2013: LA CRISI ECONOMICA PRECIPITA...

Spread (clicca per ingrandire)
o la sollevazione o l'autodistruzione

Lo spread a 400 fu il motivo per far saltare Berlusconi. Salterà anche Monti?
Già due anni fa, mentre tutti inneggiavano alla ripresa, da questo sito, riprendendo le analisi di economisti seri, prevedeva la "recessione a W". Eccola qui. 

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