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mercoledì 19 giugno 2019

LA MICIDIALE TRAPPOLA DI DRAGHI di Piemme

[ mercoledì 19 giugno 2019 ]


Il giornale cattolico Avvenire fa una buona sintesi del discorso di Mario Draghi ieri in Portogallo. Gli euristi e gli speculatori finanziari (si legge "borse") esultano: "la Bce taglierà i tassi — quindi ancora denaro a gratis alle banche — e quasi sicuro una ripresa del cosiddetto "Quantitative easing" (Qe). Trump invece si è infuriato, accusando la Bce (ne ha ben donde) di continuare a svalutare l'euro rispetto al dollaro, così da dare una mano al capitalismo mercantilista europeo, anzitutto tedesco. Ma di questo aspetto, e delle sue possibili implicazione nelle relazioni Usa-Ue, ne parleremo magari un'altra volta.

Vorremmo invece parlare delle conseguenze dirette che la mossa (tutta politica) di Draghi e della Bce hanno e potranno avere sul braccio di ferro in corso tra Roma e Bruxelles.


Il mito del Quantitative easing


Prima permetteteci di tornare sul cosiddetto programma di stimolo monetario "Quantitative easing". Quando in pompa magna fu avviato nel marzo 2015  — dopo il fallimento clamoroso del "LTRO", le operazioni di rifinanziamento a lungo termine nel novembre della bce avviato nel 2011 —, venne presentato, dagli economisti ordoliberisti, come una panacea, come una miracolosa terapia che avrebbe fatto uscire la zona euro dalle secche della stagnazione e dal famigerato "credit crunch", la penuria di liquidità. va ricordato In effetti di liquidità dalla Bce ne pioverà in abbondanza, ma irrorò solo la sfera bancaria e finanziaria e se arrivò alle aziende (giammai ai cittadini!) toccò solo, quelle grandi e votate all'export

Fummo allora tra i pochi a contestare la vulgata per cui il Qe sarebbe stato il miracolo, quindi a destituire di fondamento la leggenda di "Super Mario". Lo facemmo con un primo articolo del novembre 2014 (non appena il Qe fu annunciato. E, facili profeti, ecco quanto dicevamo:
«Siamo alle solite! Gli euro-liberisti si illudono che con "una semplice innovazione finanziaria" riusciranno a rilanciare il ciclo economico. Tradiscono così la loro adesione ella teoria quantitativa della moneta, per cui viene presa in considerazione una funzione della moneta, quella di "intermediazione degli scambi". Non entra in testa, ai seguaci della setta, malgrado gli insegnamenti della storia e le evidenze empiriche, ciò che sottolineò Marx, che la moneta, essendo anche denaro, ovvero "rappresentante della ricchezza generale", nelle fasi in cui l'economia capitalistica si inceppa, quando i profitti del settore industriale decrescono, esso può essere "tesaurizzato", trattenuto come "tesoro" o utilizzato speculativamente nei circuiti finanziari-bancario».
Tornammo poi sulla questione con un articolo di Leonardo Mazzei del gennaio 2015, e nel giugno dello stesso anno già potevamo tirare un primo bilancio, mostrando dove davvero andavano a finire i quattrini della Bce.

Chiusa la parentesi torniamo a noi. Abbiamo posto la domanda su quali conseguenze avrà la mossa di Draghi sul braccio di ferro in corso tra Roma e Bruxelles. I giornaloni questa mattina cantano lodi sperticate di "Super Mario santo subito!", sostenendo che la sua mossa è un "aiutone" all'Italia, che cioè servirà a disinnescare la mina della "procedura d'infrazione".

Sarà vero? No, è falso!


E' anzitutto un aiuto al partito di Mattarella in seno al governo (quindi al tandem Tria-Conte), quindi un fendente per indebolire, alle porte del negoziato con la Commissione, l'ala dura del governo, quella salviniana in primis. Perché? Ma è semplice, si tenta di togliere a Salvini e Di Maio l'argomento per cui Bruxelles e Francoforte sarebbero (come in effetti sono) avversari del nostro Paese, che non è vero che hanno puntato una pistola alla tempia dell'Italia. La mossa di Draghi è quindi tutta politica, simbolica e ideologica: si è travestita la mano armata sotto le mentite spoglie della mano tesa. Come in un gioco di prestigio, la pistola scompare e appare una colomba.

Una trappola quindi, quella di Draghi: da una parte si promette di adottare misure per tenere sotto controllo il debito pubblico e calmo lo spread, dall'altra, ove il governo non addivenisse a più miti consigli, ove non accettasse politiche austeritarie, la minaccia di devastanti ritorsioni. Ed infatti Draghi ha lanciato l'avviso:
«I Paesi ad alto debito, bassa crescita e con scarsa capacità di spesa devono aumentare il potenziale con le riforme e gli investimenti pubblici rispettando le regole europee».
Chi ha orecchie per intendere intenda. Roma è avvisata. Vanno rispettate "le regole europee", altrimenti procedura d'infrazione e sanzioni. Quindi taglio della spesa pubblica orientata a sostenere le classi popolari, no al rilancio la domanda interna e quindi manco a parlarne di aumentare salari e pensioni o di abbassare le tasse. Spending review a gogò, rigore nei conti pubblici, austerità. E ovviamente non vi azzardate a emettere MiniBoT.

In vista del finale di partita della prossimaLegge di bilancio, il primo round lo abbiamo col negoziato sulla procedura d'infrazione con la Commissione che inizia domani. Vedremo come andrà a finire. Basterà all'euro-germania che Roma raccimoli qualche miliardo (anzitutto dalla differenza tra la spesa prevista per RdC e Quota 100) per evitare la cosiddetta "manovra aggiuntiva"? Seconda domanda: Tria e Conte, ubbidiranno alla maggioranza giallo-verde o a Mattarella —che ieri ha messo in guardia che si deve ubbidire allo straniero punto e basta? Quindi la terza domanda: che succederà nel governo ove Tria e Conte tornassero a Roma con un accordo capestro?


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domenica 10 giugno 2018

ITALIA: TROIKA IN AGGUATO

[ 10 giugno 2018 ]

L'insospettabile "sovranista" Curzio Maltese, nella sua rubrica Contromano (la repubblica) ha scritto un pezzo istruttivo: Uscire dall'euro senza dirlo in giro. Ammette, papale papale, che "A parte Paolo Savona , che ha avuto il torto di ammetterlo, tutti in Europa studiano un Piano B per l'uscita dall'euro: Stati e banche, investitori pubblici e privati".
Che il barometro annunci tempesta, con tanto di troika in arrivo,  ce lo spiega l'analista Mauro Bottarelli. Il governo giallo-verde sarà in grado di tenere il timone?


*  *  *

QUALCUNO VUOLE CONSEGNARCI ALLA TROIKA
Qualcuno potrebbe essere interessato a indurre l'Italia a una ristrutturazione anche parziale del proprio debito pubblico, aprendo di fatto la strada alla Troika 

di Mauro Bottarelli




Borsa giù. Spread sopra quota 270. Addirittura, il Corriere della Sera che lancia l'allarme: sul titolo di Stato a 9 mesi, il debito greco è ritenuto più solido del nostro, visti i rendimenti registrati giovedì in chiusura di contrattazioni. Cazzate. Scusate il termine ma ci vuole: un'idiozia simile solo il quotidiano della borghesia illuminata (e parecchio scornata dal risultato elettorale del 4 marzo) poteva scriverlo, perché solo un idiota può fidarsi più del debito di Atene che del nostro. Non fosse altro che per una ragione: la Grecia è pressoché fallita tre volte, con somma gioia della speculazione e dei presunti creditori e ha combinato un mezzo disastro nell'eurozona. Stante solo le detenzioni di debito italiano delle banche francesi, belghe, tedesche e spagnole, se succedesse anche soltanto un minimo evento di credito nei confronti di Roma, le conseguenze sarebbero ingestibili. Certo, a meno che prima di quell'atto, chi di dovere non fosse così intelligente da scaricare ciò che ha: ma lo farà, con la Bce front-run sia sugli acquisti che sulle vendite, in questo secondo caso in modalità scaccia-speculazione? 



Perché la questione è sempre la stessa: tutto dipende da cosa decideranno Fed e Bce nei rispettivi meeting la prossima settimana, il resto sono solo chiacchiere buone per i salotti di via Solferino. Pensate a una cosa: per preservare una moneta, si tende a legarla a un asset dal valore riconosciuto universalmente e a prova di crisi, vedi l'oro. Un debito, invece, a cosa lo leghi? Alla ricchezza, agli assets del Paese che quel debito deve non solo gestirlo ma, soprattutto, onorarlo. E l'Italia può contare su qualcosa come circa 3500 miliardi di ricchezza privata: direi che è un'assicurazione sulla vita non male, un qualcosa che dovrebbe far riflettere chiunque abbia cattive intenzioni nei nostri confronti. Ma ci sono altre criticità, quelle vere. Quelle che la stampa da sempre a braccetto con la finanza e le banche che siedono nei Cda, come ad esempio il Corriere, non può dirvi. Ovvero che quella ricchezza può essere contemporaneamente assicurazione sulla vita ma anche liability [passivo, NdR] di un Paese come il nostro, dai fondamentali macro tutt'altro che solidi e dalla solidità politica pari a un wafer: qualcuno, infatti, potrebbe volerla cannibalizzare quella ricchezza. O, peggio, colonizzarla.


Cosa vi ho detto per mesi, quando vi rendicontavo riguardo la strana fretta della Bundesbank di rimpatriare il suo oro fisico stoccato all'estero? Che qualcosa di grosso era in gestazione. O in arrivo, magari come shock esterno. Ed eccoci all'oggi, un tutti contro tutti globale che si sta sostanziando in queste ore nel fallimento annunciato del G7 canadese e nel gioco delle parti in atto: notate come Donald Trump abbia aperto al ritorno della Russia nel simposio dei grandi, decisione subito spalleggiata dall'Italia, ma come Mosca, contemporaneamente, abbia risposto con freddezza, parlando di "altre prospettive"? È un'enorme partita a scacchi, intervallata da una di poker: Washington punta su Roma per spaccare l'Ue, Mosca su Berlino per tenerla insieme. In mezzo, la Francia doppiogiochista del ventriloquo Macron come battitore (semi)libero. E, guarda caso, Donald Trump con supremo sprezzo dei suoi partner lascerà il G7 a metà dei lavori, per raggiungere Singapore dove martedì incontrerà il leader coreano Kim Jong-un. 



Ovviamente, quei geni dei nostri media cos'hanno sottolineato? Se ne va prima che si parli di clima. Come se agli Usa fregasse qualcosa al riguardo. La questione è altra: se ne va perché ormai ha deciso di snobbare tutti e dare lui le carte, ma lo fa anche per dar vita, in maniera credibile, all'appuntamento talmente caricato di significati da oscurare la riunione della Fed. La quale, se per caso deciderà davvero di proseguire con la politica di rialzo dei tassi, invierà un segnale devastante ai mercati emergenti, già oggi in affanno per il finanziamento a caro prezzo dei loro debito pubblici/privati in dollari, vedi l'Argentina che si è consegnata mani e piedi a vita al Fmi, dopo aver accettato il prestito-record da 50 miliardi di dollari. Viviamo in un mondo che è un detonatore, ogni dove ci si gira, c'è un bottone pronto a far saltare tutto, se schiacciato nel momento sbagliato. Pensate alla Bce e al cosiddetto taper [ riduzione, interruzione graduale, NdR] sul programma di stimolo. Nei giorni scorsi, almeno quattro membri del board hanno fatto capire che gli acquisti cesseranno come da accordi a fine settembre e, addirittura, qualcuno ha azzardato un primo aumento dei tassi entro metà 2019. Insomma, dalla riunione di Riga di giovedì, tutti si attendono un Mario Draghi che confermi le sue decisioni. 



Ma come reagirà il mercato, se fossimo davvero davanti a una partita di giro, a una recita a soggetto? Molto, quasi tutto, dipende paradossalmente dall'incontro fra Donald Trump e Kim Jong-un: se si tradurrà in un fallimento e lo spauracchio nucleare nordcoreano tornerà sul tavolo più forte e spaventoso di prima, non sarebbe una fortuna per chi ha necessità di un alibi "esterno" per proseguire con la cautela rispetto al ritiro degli stimoli? Magari con un compromesso: invece che il 30 settembre, si continuerà a comprare fino a fine anno, passando però da 30 miliardi di controvalore a 20. O, magari, a 15. Ma, almeno, si compra. Poco, molto meno, ma la formale difesa dello scudo Bce resterà, fino all'ultimo Bund disponibile all'acquisto, quantomeno. E poi, pensateci. Io capisco essere giornalisti attenti e scrupolosi, ma un titolo come quello del Corriere di ieri per un sorpasso frazionale del rendimento fra Bot a 9 mesi italiano sul pari durata greco, appare quantomeno tirato, se diamo un'occhiata alle criticità reali: insomma, siamo nell'ottica della trave e della pagliuzza. 



A meno che non serva cominciare a spargere un po' di paura da troika nell'opinione pubblica e vendere la Grecia come risanata e il suo debito come un'occasione: forse, per il semplice fatto che la Bce potrebbe aver bisogno di ampliare la platea dei bond eligibili all'acquisto per allungare i tempi del Qe e fosse per questo pronta a rompere un nuovo tabù, dopo gli acquisti di debito corporate [aziendale, NdR]. Inserire cioè anche il debito greco fra quelli che godono dello schermo dell'Eurotower, solo per i pochi mesi che ci dividono dalla fine (solo formale) del Qe. 



Il problema, di fatto, sta tutto lì: le scelte delle Banche centrali, essendo esse gli unici soggetti attivi realmente sul mercato. In primis, relativamente al nostro debito, di cui la Bce è pressoché unico acquirente netto, alla faccia dell'attenzione spasmodica sullo spread. Il timore reale, a Francoforte, è solo uno e in questo caso l'attenzione prestata dal Corriere al riguardo, nel medesimo articolo, è tanto politicamente strumentale quanto giustissima nel merito: 38 miliardi hanno lasciato l'Italia nel mese di maggio, stando a quanto si evince dal bilancio di Target2. Soldi volati altrove per timore di instabilità politica, di patrimoniale, di rischio sul debito, di arrivo della Troika. Soprattutto, di controlli sul capitale, stile Cipro. E quest'ultima è una spirale autoalimentante che sta preoccupando molto la Bce: ovvero, l'idea che nei cittadini italiani, gli stessi "proprietari" di quei 3.500 miliardi di ricchezza privata che garantisce il nostro debito, de facto, possano aver paura di colpo per i propri risparmi e decidano di seguire l'esempio dei titolari di quei 38 miliardi, mettendosi in fila per ritirare — anche solo in parte — i propri averi. 



Disinvestendo Bot e Btp, cercando di smobilitare polizze assicurative anche pagando una penale, ma tutelando il grosso dell'investimento e del capitale, correndo alle Poste a chiedere lumi, visto che Cassa depositi e prestiti è sempre più soggetto attivo delle attenzioni di governo e venticelli romani dicono che la volontà reale dell'esecutivo sia quella di trasformarla in vera e propria banca. Con obblighi, anche di vigilanza e di attivi, che vengono da sé. Signori, occorre dirci la verità, il Paese è su un crinale e non relativo al suo default, ma al suo futuro economico, prima che politico, questo sì. 

Il rischio è la Troika, ovvero il fatto che qualcuno sia tentato di indurci a una ristrutturazione anche parziale del nostro debito, sfruttando i buchi nell'ormai meno impenetrabile scudo della Bce e delle tensioni palpabili a ogni livello, non solo sui mercati ma anche nei consessi internazionali. Basterebbe avere aiuto, anche solo parzialmente e per un limitato ammontare finalizzato a una destinazione d'uso precisa, dal fondo di garanzia Esm: a quel punto, l'arrivo della Troika, lo stesso stranamente paventato da Mario Monti durante il suo intervento nel dibattito al Senato prima del voto di fiducia al governo Conte, sarebbe automatico. Statutario. Non ce la leverebbe di torno nemmeno il Padre Eterno. 



E qualcuno interessato a questo epilogo, c'è. Molto potente. Sia in ambito Ue che altrove. Oltreoceano precisamente. Non a caso, da qualche settimana Washington ci coccola un po' troppo, vedi la sviolinata filo-linea italiana sulla Russia tenuta da Trump al G7, non a caso spiazzante per Mosca. Siamo a un nuovo 1992, questa volta però con paradossalmente molte più debolezze e molte più quinte colonne del nemico nei posti apicali del sistema Italia. Politicamente, economicamente e finanziariamente. Chi detiene il nostro debito, chiedetevi questo. E chiedetevi quale sia il suo passaporto, di quale reale nazionalità. E chi avrebbe interesse a spolpare l'asset più goloso di questo nostro splendido ma disgraziato Paese, ovvero il sistema bancario che controlla tutto, politica in primis. Cosa vi ho detto la settimana scorsa, rispetto alle parole di Gunther Oettinger, il commissario Ue al Bilancio, quello che ci ha minacciato, dicendoci che saranno i mercati a insegnarci come votare bene? Che non dovevamo avere paura di questa idiozia strumentale, ma di quanto detto, a freddo, due giorni prima: «In caso di nuova crisi nell'eurozona, l'Italia è troppo grande per essere salvata dal fondo Esm». È vero, ma non serve salvarla, basta salvarne un pezzetto. Quello sostanziale, ovvero i suoi assets strategici e profittevoli. Per l'Europa delle élites finanziarie, il resto del Paese può poi tranquillamente andare in malora. 



Attenzione all'estate, il rischio di abbassare la guardia potrebbe essere mortale. Vi pare un caso che moltissime banche del Canton Ticino abbiano revocato le ferie a gran parte del personale per troppo lavoro, presente e atteso nell'immediato futuro? Tenete d'occhio come me il bilancio di Target2 e le conseguenti fughe di capitali dal Paese: sarà l'orologio che scandirà i tempi che ci dividono dal redde rationem. E, magicamente, tutte le tessere combaceranno. Vedrete, fidatevi di me.

giovedì 27 luglio 2017

QUANTITATIVE EASING: IL SUCCESSO DI UN DISASTRO Dan Glazebrook

[ 27 luglio 2017 ]

Se il Quantitative Easing [QE] doveva servire a risanare un'economia malata, è stato un completo disastro.
Ma è stato un completo successo dal punto di vista dello spostamento di ricchezza da chi sta sotto a chi sta sopra.
Un editoriale di RT esamina le conseguenze redistributive degli ultimi cicli di QE nel Regno Unito, in Giappone e nei paesi del Sud del mondo, ed i possibili scenari che si presenteranno dopo l’abbandono di tali politiche.

Sembra che l’enorme trasferimento di ricchezza verso i ricchi, durato circa un decennio e noto come ‘quantitative easing’, stia per volgere al termine. Delle quattro principali banche centrali del mondo – la Federal Reserve americana, la Bank of England, la Banca centrale europea e la Banca del Giappone – due hanno già abbandonato la politica di acquisto di attività finanziarie (la Fed e la BoE), e la BCE intende smettere gli acquisti da dicembre. La Fed dovrebbe infatti iniziare a vendere nei prossimi due mesi i 3500 miliardi di dollari di titoli acquistati in tre cicli di QE.

Dal momento che —valutato alla luce degli obiettivi ufficiali —il QE è stato un completo disastro, ciò appare perfettamente sensato. Grazie ad un’”iniezione” di denaro nell’economia, il QE avrebbe dovuto portare le banche a prestare nuovamente, rilanciando gli investimenti e la crescita economica. In realtà, dopo l’introduzione del QE il credito bancario totale nel Regno unito è invece diminuito, e il credito a piccole e medie imprese – responsabili per il 60% dell’occupazione – è in caduta verticale.

Come notato da Laith Khalaf, senior analyst presso Hargreaves Lansdown:
«Dopo la crisi finanziaria, le banche centrali hanno inondato l’economia globale con denaro a buon mercato, ma la crescita globale è tuttora in una situazione di stallo, in particolare in Europa ed in Giappone, dove sono state prese imponenti misure di stimolo per fronteggiare il problema».
Persino Forbes ammette che il QE ha “in gran parte fallito nel rivitalizzare la crescita economica”.

Ciò non sorprende, o quanto meno non dovrebbe. Il QE era destinato fin dall’inizio a mancare i suoi obiettivi dichiarati, perché il motivo per cui le banche non finanziavano
Dan Glazebrook
investimenti produttivi non era la carenza di denaro – al contrario, già nel 2013, molto prima degli ultimi cicli di QE, le imprese inglesi disponevano di quasi 500 miliardi di riserve liquide —ma piuttosto perché l’economia globale si trovava (e si trova tuttora) in una profonda crisi di sovrapproduzione. In poche parole, i mercati erano (e sono) saturi, e non ha senso investire in un mercato saturo.

Per questo motivo, tutto il nuovo denaro creato dal QE ed “iniettato” nelle istituzioni finanziarie – come fondi pensione e compagnie d’assicurazione – non è stato poi investito nelle attività produttive, ma si è invece riversato nei mercati azionari ed immobiliari, gonfiando i prezzi delle azioni e degli immobili, senza generare nulla in termini di ricchezza reale o occupazione.

I titolari di beni come azioni e immobili hanno tratto molti vantaggi dal QE, che in UK si stima abbia accresciuto la ricchezza del 5 percento più ricco mediamente di £128,000 a testa.

Com’è stato possibile? Da dove è venuta tutta questa nuova ricchezza? Dopo tutto, anche se il denaro – a dispetto degli slogan dei Tory – può essere effettivamente creato “dal nulla”, precisamente come è stato fatto col QE, non è così per la ricchezza reale. Ed il QE non ha prodotto ricchezza reale. Eppure, il 5% più ricco oggi dispone di £128,000 extra da spendere in yacht, ville principesche, diamanti, caviale e così via. Ma da dove viene questo denaro?

Semplice. La ricchezza che il QE ha trasferito ai titolari di asset proviene, in primo luogo, direttamente dai salari dei lavoratori. Poiché ha praticamente svalutato la moneta, il QE ha ridotto la capacità d’acquisto del denaro, il che ha causato nei fatti una svalutazione dei salari reali, che in UK sono tuttora del 6% al di sotto dei loro livelli pre-QE. Il denaro sottratto ai salari forma dunque parte di quel dividendo di £128,000. Ma viene anche dagli ultimi arrivati nei mercati gonfiati dal QE – principalmente gli acquirenti di una prima casa e chi è recentemente andato in pensione.

Chi oggi acquista una casa (che il QE ha reso molto più cara), ad esempio, dovrà lavorare migliaia di ore in più per pagare un mutuo a prezzi più alti. Sono queste ore in più a creare la ricchezza che sovvenziona le stravaganti spese del 5% più ricco. Ovviamente, questi prezzi immobiliari più alti sono pagati da chiunque acquisti una casa, non solo da chi lo fa per la prima volta – ma per chi è già proprietario il costo aggiuntivo è compensato dall’aumento di prezzo della casa già di proprietà (o delle azioni, per chi è abbastanza ricco da possederne).

Un’altra conseguenza del QE è che chi va in pensione adesso è costretto a sovvenzionare il 5% più ricco. I nuovi pensionati usano il loro fondo pensione per acquistare una ‘rendita’ — un pacchetto di titoli azionari fruttiferi che produce reddito. Ma poiché il QE ha causato un’inflazione del prezzo dei titoli, ciò ha ridotto il numero di titoli acquistabili con questo fondo. E dato che all’aumento di prezzo dei titoli non corrisponde un aumento dei dividendi, ciò si traduce in una pensione ridotta.

In realtà, la teoria che il QE servisse ad incoraggiare gli investimenti e stimolare l’occupazione e la crescita è sempre stata un artificio fantasioso creato per dissimulare quello che stava realmente accadendo —un colossale trasferimento di ricchezza verso i più ricchi.

L’economista Dhaval Joshi faceva notare nel 2011: 
«La cosa più sconvolgente è che, dopo due anni di apparente ripresa, i lavoratori [inglesi] in realtà guadagnano meno che nel momento più drammatico della recessione. Salari e stipendi reali sono calati di £4 miliardi. I profitti sono aumentati di £11 miliardi. I benefici della ripresa sono stati distribuiti nel modo più iniquo possibile».
Nel marzo di quest’anno il Financial Times riportava che, nonostante il PIL della Gran Bretagna sia ritornato ai livelli pre-crisi già dal 2014, i salari reali sono ancora più bassi del 10% rispetto al 2008. “La contrazione dei salari reali in UK si è arrestata nel 2015“ aggiungeva, “ma ciò non è destinato a durare”.

Così è stato. Nello stesso mese di pubblicazione di quell’articolo, i salari reali hanno iniziato nuovamente a scendere, e sono da allora in costante diminuzione.

Lo stesso è successo in Giappone, dove, secondo Forbes, “il reddito delle famiglie si è effettivamente ridotto dopo l’introduzione del QE”.

Il QE ha sortito un effetto simile nei paesi del sud del mondo: aumentare la ricchezza dei detentori di asset a spese di chi non ne ha. Così come l’afflusso di nuovo denaro crea
bolle nei mercati immobiliari e finanziari, allo stesso modo crea una bolla nei prezzi delle materie prime, dovuta ad esempio alla corsa degli speculatori all’acquisto di quote di petrolio e di materie prime alimentari. Per alcuni paesi produttori di petrolio ciò ha comportato effetti positivi, con la messa a disposizione di denaro inatteso da investire in programmi sociali, come inizialmente è accaduto nel caso di Venezuela, Libia ed Iran. In tutti e tre i casi, le forze imperialiste sono state costrette a ricorrere a vari livelli di intervento militare per contrastare queste conseguenze indesiderate. Ma l’aumento del prezzo del petrolio è certamente deleterio per paesi che non ne producono – e qualsiasi aumento dei prezzi alimentari è sempre devastante.

Nel 2011 il Daily Telegraph sottolineava
«la correlazione tra i prezzi alimentari e gli acquisti da parte della Fed di titoli di stato americani (ossia, programmi di quantitative easing)…Si può notare come l’indice dei prezzi alimentari si è pressoché stabilizzato tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010, ed è poi nuovamente salito a partire dalla metà del 2010 dopo il nuovo avvio del quantitative easing…con un aumento dei prezzi di circa il 40% durante un periodo di tempo di otto mesi».
L’aumento dei prezzi ha spinto 44 milioni di persone in povertà nel solo 2010 —il Telegraph riteneva che ciò stesse alla base del malcontento manifestato nelle cosiddette Primavere Arabe. Robert Zoellick, ex-presidente della Banca Mondiale, all’epoca commentava:
«L’inflazione dei prezzi alimentari è oggi la più grave minaccia incombente sui poveri del mondo…basta un episodio di maltempo estremo per finire nel baratro».
Sono questi i costi del quantitative easing.

I paesi BRICS erano anche critici nei confronti del QE per un altro motivo: lo consideravano un metodo subdolo di svalutazione competitiva. Riducendo artificialmente il valore delle loro monete, la “triade imperiale” USA, EU e Giappone causavano a tutti gli effetti un apprezzamento delle valute di tutti gli altri paesi, danneggiando così le loro esportazioni. Nel 2015 Forbes scriveva:
«Gli effetti si iniziano già a sentire anche nei paesi esportatori più dinamici al mondo, nell’est asiatico. Le loro esportazioni in dollari americani hanno subito una drammatica variazione, da una crescita annua del 10% ad una contrazione del 12% nella prima metà di quest’anno, e questi risultati non cambiano, che si tenga conto o no della Cina».
Il vantaggio principale del QE per i paesi in via di sviluppo avrebbe dovuto essere l’enorme afflusso di capitali da esso innescato. Si stima che circa il 40% del denaro generato dalla prima espansione di credito QE della Fed (‘QE1’) si è spostato all’estero —in particolare nei cosiddetti ‘mercati emergenti’ del sud del mondo— e circa un terzo durante il QE2.
Tuttavia, contrariamente alle apparenze questo non è necessariamente un vantaggio. Gran parte del denaro, come si è visto, è stato utilizzato per acquistare scorte di materie prime (rendendo così beni essenziali come il cibo esorbitanti per i poveri) invece di essere investito in attività di produzione, ed un’altra buona parte è servita per acquistare scorte valutarie, causando ancora una volta un apprezzamento nocivo alle esportazioni. Per di più, un afflusso di ‘hot money’ (capitali speculativi erranti, in contrapposizione al capitale per gli investimenti di lungo termine) accentua la volatilità e vulnerabilità delle valute in caso, ad esempio, di aumenti dei tassi esteri.

Se, ad esempio, i tassi d’interesse dovessero nuovamente salire in USA ed in Europa, ciò rischierebbe di scatenare una fuga di capitali dai mercati emergenti, che potrebbe innescare un tracollo valutario. Fu infatti proprio un afflusso di ‘hot money’ nei mercati valutari asiatici, molto simile a quello visto durante il QE, a precedere la crisi valutaria asiatica del 1997.

La prossima fine del QE, con il conseguente innalzamento dei tassi d’interesse, rischia di riproporre proprio questa vulnerabilità come una possibilità —se non addirittura come un’opportunità speculativa.


* Dan Glazebrook è un giornalista politico freelance che collabora, fra gli altri, con RT, Counterpunch, Z magazine, il Morning Star, il Guardian, il New Statesman, l’Independent e Middle East Eye. Il suo primo libro “Divide and Ruin: The West’s Imperial Strategy in an Age of Crisis” è edito da Liberation Media nell’ottobre 2013. Include una collezione di articoli a partire dal 2009, che esaminano i legami tra la crisi economica, l’ascesa dei BRICS, la guerra in Libia e Siria e l’”austerità”. Attualmente conduce ricerche per un libro sull’impiego di squadroni della morte contro stati sovrani e movimenti politici, dall’Irlanda del Nord e dall’America Centrale negli anni ‘70 e ‘80 fino al Medio Oriente e all’Africa di oggi.

** Fonte: Voci dall'Estero

lunedì 17 luglio 2017

GUAI IN VISTA PER IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO di Marcello Minenna

[ 17 luglio 2017 ]

Marcello Minenna è un brillante economista, uno dei pochi che ci capisca delle alchimie finanziarie che sorreggono il sistema bancocratico. Capisce che se la Unione europea non cambia registro l'uscita dell'Italia dall'eurozona è ineluttabile. Il fatto è che spera e si prodiga in consigli affinché ciò non accada. E così finisce apparire come un consigliere di Sua Maestà Mario Draghi. Sullo stesso Fiscal Compact se la prende... con filosofia (vedi l'intervista al Corrierone del 5 luglio). Vale la pena leggere quanto egli scrive su come la fine imminente del Quantitative Easing impatterà sul debito pubblico italiano e quindi sulle politiche di bilancio nazionali.
[Nella Tabella sopra il bilancio della Bce]

La prossima fine del quantitative easing 
che non piace al Tesoro italiano
Non mi aspetto un bel settembre a via XX settembre. Il deficit esce dalla porta e rientra dalla finestra


Il tormentone sui mercati è partito già da diversi mesi: la BCE sta preparandosi a chiudere il Quantitative Easing e Draghi potrebbe darne notizia appena dopo l'estate, nell'usuale incontro dei banchieri centrali a Jackson Hole in settembre. Si tratta di una notizia non di poco conto per i conti pubblici nazionali, visto che la BCE in poco più di 2 anni ha già acquistato attraverso la Banca d'Italia 274 miliardi di titoli di Stato italiani al ritmo medio di 9 al mese. Solo l'anno scorso la BCE ha rastrellato dal mercato secondario un ammontare di BTP pari al 30% del totale delle emissioni di nuovo debito del governo italiano. Per capire, è come se ad un asta su 3 ci fosse stato un unico compratore, la Banca Centrale Europea (anche se in realtà non può andare in asta).

Il Quantitative Easing ha facilitato non poco il lavoro di gestione del debito pubblico a via XX Settembre, visto che il tasso medio delle emissioni è sceso di quasi l'1% dal 2015 facendo risparmiare ulteriori 8 miliardi di interessi. Quanto basta per coprire una parte dei 15 miliardi di perdite registrate nel biennio 2015-2016 sui derivati sottoscritti in passato. Per avere il senso delle proporzioni, lo 0,3% del PIL di sconto sulla manovra per il 2018 strappato da Padoan alla Commissione Europea vale circa 5 miliardi.

Nel 2016, forte della copertura BCE, il Tesoro ha anche azzardato un'emissione a 50 anni pagando un tasso assurdamente basso, sotto al 3% per un "prestito" di 5 miliardi.

Che il periodo di vacche grasse per il management del debito pubblico stia per finire lo si immagina da un po'. A fine 2016 la BCE ha cominciato a preparare il mercato dei titoli governativi alla fine del doping monetario, annunciando una prima riduzione degli acquisti a partire da aprile 2017 da 80 a 60 miliardi al mese, che poi era semplicemente il livello da cui era partito il programma prima dell'accelerazione impressa nel marzo 2016. Già questo primo – flebile – intervento non è stato certo indolore per i BTP. I tassi di interesse dei titoli negoziati sul mercato secondario sono risaliti di circa 100 punti base rispetto ai minimi assoluti toccati a novembre scorso e nel 2017 il governo ha dovuto pagare un po' di più per collocare il nuovo debito (che nel frattempo era salito di 51 miliardi nel 2016). Solo lo 0,3% in più. Per ora.

Al di là delle dichiarazioni ufficiose apparse sui giornali, a mio avviso uno dei segnali più evidenti di un'imminente e drastica riduzione del Quantitative Easing va cercato nel cambiamento brusco dei pattern [modelli, Ndr] di comportamento che la BCE sta avendo sul mercato secondario.

In genere la banca centrale acquista seguendo linee-guida prevedibili e ripetitive, per ridurre l'impatto distorsivo che la domanda aggiuntiva di titoli può generare sul mercato. In particolare, il criterio fondamentale fin qui seguito è stato quello della capital key [la composizione del capitale. NdR]: più una banca centrale nazionale contribuisce al bilancio della BCE, più titoli governativi saranno acquistati. è questo il motivo per cui i titoli tedeschi sono la parte dominante del programma (390 miliardi), mentre solo 28 miliardi di titoli portoghesi hanno trovato la via per il bilancio della BCE nonostante il debito

imponente. Questa regola ha avuto il vantaggio di essere sostanzialmente neutrale e scevra da giudizi di valore su quale debito meritasse di più le attenzioni della BCE. Peccato abbia reso i titoli dei Paesi core(Germania, Olanda, Finlandia) - già grandemente richiesti dal mercato per la loro solidità percepita - estremamente scarsi, abbassandone i rendimenti fino a livelli negativi. Lo scorso anno la Germania ha ridotto il proprio debito pubblico grazie anche al fatto che i "fortunati" acquirenti di Bund hanno riavuto indietro dal governo tedesco meno di quanto avessero prestato.

Fino a marzo 2016 la BCE ha seguito alla perfezione la regola della capital key; poi Draghi ha annunciato che qualche scostamento temporaneo di lieve entità ci sarebbe stato, per ragioni "tecniche". Quello che stava succedendo era che i titoli belgi ed irlandesi erano già quasi spariti ed era necessario sostituirli con quelli di altri Paesi, dove l'offerta era più abbondante. Come l'Italia o la Francia. Nei mesi successivi lo scostamento da temporaneo è diventato in sostanza permanente, ma nessuno se ne è lamentato troppo, meno che mai il governo italiano.

Il punto saliente è che da aprile 2017 lo scostamento non più "temporaneo" non è nemmeno più lieve, dato che la BCE ha cominciato a ridurre a passo sostenuto anche l'acquisto di titoli tedeschi, che da soli rappresentano il 15% del totale. Cosa sta succedendo? Esiste un limite massimo di acquisti oltre il quale la BCE non può andare, pari al 33% di ogni emissione. Si tratta di una regola difficile da aggirare, altrimenti secondo le regole sul debito pubblico europeo di nuova emissione (le famigerate CAC, Collective Action Clauses) Draghi acquisirebbe come creditore troppi diritti di veto in sede di eventuale rinegoziazione (o ridenominazione) del debito. Secondo le stime della banca d'affari Morgan Stanley al ritmo di 18 miliardi al mese, che è quanto acquistava la BCE prima di chiudere i rubinetti, sarebbero rimasti soltanto 4-5 mesi prima di toccare questo limite.

Quindi, ricapitolando, abbiamo al momento la BCE in palese violazione di una regola di ingaggio (la capital key) al fine di poterne rispettare una seconda, più importante (il limite del 33%). Seguendo la logica, Draghi potrebbe: 1) modificare il criterio della capital keyper [
Le condizioni del QE prevedono che gli acquisti siano ripartiti tra i vari titoli di stato, in base alle grandezze economiche dei paesi emittenti. NdRconsentire finalmente alle banche centrali nazionali di poter acquistare più titoli da chi ha più debito; è una proposta che ha anche un sapore di ragionevolezza e che dovrebbe essere supportata nel Consiglio Direttivo da rappresentanti delle Istituzioni nazionali che fossero più lungimiranti. Peccato che questa regola sia stata voluta dai tedeschi proprio per impedire che questo accadesse! 2) Ridurre in maniera sensibile il ritmo a cui la BCE compra per allungare un altro po' la vita residua del QE. Questa seconda ipotesi mi sembra quella a minore costo politico, e coerente con gli indizi che Draghi sta lanciando a piè sospinto in tutti gli ultimi discorsi ufficiali.

A mio avviso la riduzione sarà sensibile: il passaggio da 60 a 40 miliardi consentirebbe alla BCE di poter proseguire il programma per altri 6 mesi senza dover modificare nessuna regola attualmente in vigore.

Per quanto abbiamo visto in passato, questa perdita di domanda corrisponderebbe ad una crescita di un altro 1% dei rendimenti dei titoli di Stato negoziati sul mercato secondario. In termini di costo del servizio del debito, parliamo giusto di quei 5 miliardi che Padoan ha ottenuto come sudato sconto dalla Commissione Europea.

Non mi aspetto un bel settembre al Ministero del Tesoro. Il deficit esce dalla porta e rientra dalla finestra.

Peraltro nessuno si sta preoccupando minimamente di cosa succederebbe dopo. Eppure basterebbe che i titoli di Stato comprati dalle banche centrali nazionali, piuttosto che essere dismessi sul mercato, venissero comprati dalla Banca centrale europea. Questa modalità di "chiudere" il QE porterebbe all'estinzione dei prestiti che la BCE ha erogato nell'ambito di tale programma alle Banche centrali nazionali. Il problema è che una simile proposta che avvicinerebbe il QE dell'Eurozona a quello della FED americana è un'idea eretica di cui non è nemmeno permesso discutere.


giovedì 19 maggio 2016

TITOLI DI STATO, BANCHE ITALIANE E APPETITI TEDESCHI di Piemme

Tabella n.1
[ 19 maggio ]


Alcuni lettori si lamentano che qui  "parliamo troppo di economia e di finanza". A noi non pare. In un mondo dove l'economia — per meglio dire quella che Aristotele bollava crematistica— predomina, chi voglia davvero cambiare lo stato delle cose, non quindi contemplarle da.. economista, è tenuto quanto meno a capire come funziona il gioco, per comprendere quanto esso sia truccato e predatorio, ed eventualmente conoscerne i suoi punti deboli.

Com'è noto la Germania, dopo avere imposto il meccanismo del bail-in, che come spiegavamo sembra fatto apposta per penalizzare le banche italiane —che infatti, vedi tabella n.2, hanno subito un vero e proprio tracollo del valore delle loro capitalizzazioni di borsa—, per bocca del suo Ministro delle finanze Wolfgang Schäuble, ha ribadito che proporrà "all'Europa" che sia posto un limite a quello che hanno definito "acquisto smodato" di titoli di Stato da parte delle banche: "Bisogna ridurre i rischi che si determinano con la connessione fra il debito pubblico e i bilanci delle banche".


Ribadito, appunto, perché la Bundesbank, per bocca del suo presidente Jens Weidmann, ci torna sopra un giorno sì e l'altro pure.


E la chiamano "unione" europea...
Un'altra mossa che sembra stata fatta apposta per terremotare il già fragile sistema bancario italiano, già gravemente zavorrati dagli Npl o crediti deteriorati.[1]  Una mossa che nasconde gli appetiti predatori delle grandi banche tedesche, che mirano appunto a papparsi quelle italiane. Con buona pace dei buoni propositi unionisti si fanno sentire i vecchi meccanismi della concorrenza inter-capitalistica, il cui motto è, tanto più in tempi di crisi sistemica, mors tua vita mea.
Tabella n. 2

Facciamo quindi due conti.

Non è un segreto per nessuno che il Quantitative Easing di Draghi si è rivelato un colossale fallimento. Il Qe è però servito alle banche tutte dell’area dell’euro, che ne han tratto da esso enormi vantaggi. Le banche europee detengono circa 1.850 miliardi di titoli di Stato in euro (in media il 5,8% degli asset totali ma una cifra più alta del Pil italiano). 

Il vantaggio? Non dovendo rispettare limiti sull’entità dell’esposizione hanno aumentato i loro profitti parassitari grazie al carry trade — che consiste nella differenza tra il costo del finanziamento presso la Bce più basso rispetto al rendimento del bond—,  usando poi l’abbondanza dei titoli come collaterale per le operazioni Bce e per soddisfare i requisiti più stringenti sulla liquidità.

Ma a quanto ammonta la cifra dei titoli di stato in possesso della banche italiane? E'  preso detto: 455 miliardi di euro.

Come mostra la Tabella n.3 nel portafoglio titoli delle banche italiane il  92% sono Btp mentre l'8% è costituito da titoli di debito pubblico di altri paesi dell'area euro.

Se guardiamo invece al portafoglio titoli delle banche teutoniche il 69% è costituito da titoli di stato tedeschi, mentre il 31% sono titoli di altri paesi dell'area euro.
Tabella n.3

Ma come spesso accade le percentuali non ci dicono tutto.

E' vero che per le banche tedesche i titoli di Stato in portafoglio sono il 3,3% dei loro attivi (il 6,7% per quelle italiane), ma esse ne detengono, in valore assoluto, la cifra più alta.  Non parliamo poi della massa enorme di derivati che proprio le banche tedesche hanno in pancia.
Ci ricordava quindi Alessandro Merli che tutto dipende dai criteri che verranno eventualmente adottati per "ripulire" i conti delle banche:
«Se invece venisse adottato un tetto all'esposizione delle banche al debito sovrano, secondo una simulazione di impatto condotta dall'Esrb lo scorso anno, l'imposizione di un criterio di diversificazione costringerebbe le banche tedesche al più alto volume in valore assoluto, fra tutti i Paesi dell'eurozona, di vendite di titoli di Stato in “eccesso” nei propri portafogli: 303 miliardi di euro (su un totale di 716 miliardi dell'intera area euro), se venisse applicato un tetto pari al 25% dei mezzi propri. Se metà dell'esposizione venisse esentata dal tetto, le banche tedesche si troverebbero comunque costrette a vendere 120 miliardi di euro di titoli di Stato, più della metà del totale dell'eurozona». [Il Sole 24 Ore del 23 aprile scorso
Morale: il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. 
Per quanto banchieri, maghi della finanza e ministri tentino di fare, senza una consistente crescita economica globale, l'Unione europea resta l'epicentro della crisi mondiale e, come andiamo dicendo da tempo potrebbe essere proprio il legame "perverso" tra debiti privati e debito pubblico a scatenare dei default a catena. 

NOTE

[1] Già nel 2010 dovevamo smentire la favola che le banche italiane stavano in buona salute perché non avevano "tanti" derivati in pancia.... Ci tornammo sopra nel luglio 2013: "VERSO IL CROLLO DELLE BANCHE ITALIANE"

sabato 14 maggio 2016

STAGNAZIONE SECOLARE: IL KEYNESISMO È IL RIMEDIO? di Vladimiro Giacchè

[ 14 maggio ]

La crescita di debito e asset finanziari sono passati secondo una ricerca Mckinsey dal 119% del pil mondiale nel 1980 al 356% del 2007. 


«Sei anni sono passati dallo scoppio della Crisi globale e la ripresa non è ancora soddisfacente. I livelli di prodotto interno lordo sono stati superati, ma poche economie avanzate sono tornate ai tassi di crescita pre-crisi nonostante anni di tassi d’interesse praticamente a zero.

Inoltre, cosa preoccupante, la crescita recente ha un sentore di nuove bolle finanziarie.

La lunga durata della Grande Recessione, e le misure straordinarie necessarie per combatterla, hanno originato una diffusa sensazione che qualcosa sia cambiato. A questa sensazione ha dato un nome a fine 2013 Lawrence Summers, reintroducendo il concetto di “stagnazione secolare”. Così scrivevano Teulings e Baldwin nel 2014. Gli anni sono diventati otto, ma il resto non è cambiato-

Se l’Eurozona è l’area in cui l’ipotesi della stagnazione secolare riceve maggiori conferme, il problema è chiaramente di portata più generale: “La crescita economica media negli Stati Uniti – ricorda Summers – è stata appena del 2 per cento negli ultimi 5 anni, a dispetto del fatto di partire da una situazione estremamente depressa” e nonostante l’enorme incremento della massa monetaria. E le radici del problema precedono la crisi: “E’ chiaro che la difficoltà di conseguire una crescita adeguata, emersa negli ultimi anni, era già presente da molto tempo, ma era stata occultata da una finanziarizzazione insostenibile”.

In altri termini: la crisi del 2007 è la fine di un modello che ha comprato la crescita nei paesi capitalistici avanzati con un’insostenibile crescita di debito e asset finanziari (passati secondo una ricerca Mckinsey dal 119% del pil mondiale nel 1980 al 356% del 2007). Finanza e debito hanno spinto i consumi pur in presenza di un calo dei redditi da lavoro, hanno garantito sostegno a interi settori industriali afflitti da eccesso di capacità produttiva, e offerto capitali che non trovano più impieghi redditizi in ambito industriale la via di fuga della finanza.


Quando è scoppiata la crisi, fiumi di parole contro la “finanza cattiva” sono stati seguiti da fiumi di denaro pubblico per puntellare quel meccanismo che si era rotto, nella speranza che esso tornasse a funzionare. In questi anni la benzina delle politiche monetarie ultraespansive ha alimentato i mercati finanziari (in attesa dello scoppio della prossima bolla, probabilmente quella del debito); nel frattempo aumenta la disuguaglianza, gli investimenti ristagnano, e il motore della crescita continua a perdere giri. L’Occidente sembra incapace di fare a meno del modello di crescita trainato da debito e finanza, che neppure keynesiani e teorici dell’ “austerità espansiva” (elegante ossimoro) sembra mettere in discussione.

In altre parti del mondo si vedono le cose in modo diverso. L’economista cinese Justin Yifu Lin, ad esempio, nel suo Against the Consensus (2013), considera insufficienti tutte le principali ipotesi di soluzione della crisi proposte nei nostri paesi. La soluzione austerity – pur consigliabile in teoria per affrontare l’elevato livello del debito pubblico e privato delle economie avanzate – comporta una contrazione dell’economia, almeno nel breve periodo, e può quindi ridurre l’occupazione, la crescita economica e le stesse entrate dello Stato. D’altra parte, controbilanciare gli effetti di queste politiche con politiche di Quantitative Easing e conseguentemente di svalutazione della moneta (la soluzione “banche centrali”) può essere finanziariamente destabilizzante (creare nuove bolle finanziarie) e innescare guerre valutarie. 

Infine, il problema non può essere risolto semplicemente attraverso più spesa per rilanciare la domanda (la soluzione keynesiana), alla luce dell’alto debito già in essere.


Secondo l’economista cinese bisogna invece puntare su investimenti che abbiano elevati ritorni in termini di occupazione e crescita. Servono investimenti infrastrutturali che eliminino colli di bottiglia dello sviluppo (ad esempio aprendo nuove vie di comunicazione), così da liberare un potenziale di crescita economica oggi inespresso. Per investimenti del genere c’è poco spazio nelle economie avanzate, “dal momento che il loro stock di capitale infrastrutturale è già elevato”. Diversa è però la situazione nei paesi in via di sviluppo: “Un’iniziativa infrastrutturale a livello globale” per finanziare progetti di questo tipo creerebbe secondo Yifu Lin “posti di lavoro di cui vi è estremo bisogno nei paesi sviluppati e in via di sviluppo. Essa darebbe un forte impulso alla domanda e creerebbe lo spazio per realizzare le riforme strutturali necessarie in eurozona e in altri paesi ad alto reddito”. E’ facile scorgere in queste parole il modello che ispira il progetto cinese della nuova Via della Seta.


Un modello troppo old economy? Forse. Ma comunque preferibile a un altro genere di investimenti anti-crisi, cui lo stesso Summers non manca di accennare: ricordando che “Alvin Hansen enunciò il rischio di una stagnazione secolare alla fine degli anni Trenta, in tempo per assistere al boom economico contemporaneo e successivo alla seconda guerra mondiale”; per concludere: “E’ senz’altro possibile che si produca qualche evento esogeno di grande portata in grado di aumentare la spesa o di ridurre il risparmio in misura tale da rendere irrilevanti le mie preoccupazioni. Guerra a parte, non è chiaro quali eventi del genere possano verificarsi”.

lunedì 9 maggio 2016

HELICOPTER MONEY: QUANTITATIVE EASING FOR PEOPLE? di Alberto Bagnai

[ 9 maggio ]

Avevamo già trattato la proposta dell'helicopter money il 9 marzo scorso, e di nuovo il 19 aprile. Ci torniamo, visto che la soluzione di dare soldi direttamente ai cittadini per battere la deflazione, oltre a trovare sostenitori tra amici di vario genere, è sostenuta da un numero crescente di squali della finanza speculativa. E' il caso di Bill Gross, [nella foto] portfolio manager di Janus Capital e co-fondatore del fondo obbligazionario Pimco.
E noi ridiamo la parola ad Alberto Bagnai, che invece contesta questa idea che, ricordiamolo, venne adombrata dall'economista neo-liberista Milton Friedman in un suo saggio del 1969 The Optimum Quantity Of Money).


«Nella lontana Liberopoli la criminalità è in crescita. I cittadini sono impensieriti, i sondaggi danno il governo in calo di consensi. Il premier corre ai ripari con una proposta innovativa, l’helicopter policeman: squadre di agenti di polizia verranno caricate su elicotteri e paracadutate a spaglio sul territorio, col compito di incarcerare la prima persona che incontrano. I cittadini esultano: finalmente un governo che fa qualcosa! Quest’ultima frase, lo so, l’avete già sentita (e forse anche detta). Passata l’euforia però ci si comincia a chiedere: perché mai uno Stato, che legittimamente esercita il monopolio della forza, dovrebbe farne un uso così inefficiente? Gli onesti sono la maggioranza, altrimenti al governo il loro interesse non interesserebbe.
Mandando agenti ad arrestare persone a caso, gli errori giudiziari fioccherebbero, aggiungendo al senso di insicurezza quello di ingiustizia. Non sarebbe meglio concentrare gli agenti in squadre che, utilizzando tutti i poteri dello Stato (quello di intercettare i cittadini sotto il controllo dell’autorità giudiziaria, quello di fermare i sospetti, ecc…), effettuassero indagini e arresti mirati? La rinuncia a esercitare il monopolio della forza non porta a uno Stato più sicuro: porta a uno Stato più autoritario.
Fine della metafora, inizio delle dolenti note. Ci dicono che, per risolvere i problemi di un’economia cronicamente anemica, la Bce, anziché insistere con il Quantitative Easing (QE), dovrebbe far decollare l’elicottero monetario: finiamola, si dice, di acquistare titoli dalle banche, che poi si tengono i soldi invece di prestarli! Meglio paracadutare un assegno in ogni famiglia: saremmo così certi che la moneta finisca in mano ai cittadini, rianimando l’economia. Non mancano gli entusiasmi, sopratutto nella sinistra “dei diritti”, cronicamente incapace di andare oltre analisi sentimentali. “Banca brutta, popolo bello”: se il QE per le banche è cattivo, quello for people sarà buono.
Volendo usare la testa, dovremmo chiederci: perché mai lo Stato, che esercita il monopolio dell’emissione monetaria, dovrebbe farne un uso così inefficiente? Perché disperdere moneta nei mille rivoli di spesucce per consumi, quando si potrebbero finanziarie investimenti pubblici, tanto necessari in un paese che letteralmente cade a pezzi (da Pompei al Polcevera)?
L’elicottero monetario non è solo ingiusto (rischia di dare a chi già ha), ma anche inefficiente. Peraltro, molti di noi, se ricevessero un assegno, oggi lo terrebbero da parte per ripianare debiti e pagare imposte. Altro che rianimare l’economia! Il motivo di questa proposta inefficace e demagogica è semplice: dare ai cittadini una mancia, anziché un lavoro, aiuta a sedare il dissenso, senza alterare i rapporti di forza fra lavoro e capitale.
Il capitale preferisce che lo stato dia ai disoccupati una mancia anziché un lavoro, perché la disoccupazione aiuta a contenere i salari, e quindi a espandere i profitti. Coopera al progetto la Banca centrale, che per proteggere il capitale ostacola politiche keynesiane di difesa dell’occupazione, negando il finanziamento della spesa pubblica con moneta.
Fratianni e Spinelli, nella loro Storia monetaria d’Italia, ricordano che il finanziamento monetario ha coperto in media la metà del deficit pubblico per oltre un secolo. Se l’economia cresce, dovrà crescere la massa monetaria, e allora perché non immetterla nel sistema anche finanziando, quando occorrono, investimenti pubblici?
Ma dal 1992 ciò è illegale senza se e senza ma, grazie al Trattato di Maastricht. Con esso gli Stati cedono la gestione della moneta ai burocrati non eletti, che possono influenzare la distribuzione del reddito, materia politica per eccellenza, senza rispondere a nessuno, e se ne vantano. Applicando una presunzione di colpevolezza tornata in voga, si diceva che i politici avrebbero usato la moneta per fare spese clientelari, generando inflazione. In questo modo è stato facile convincere il popolo a tagliarsi la sovranità monetaria per fare dispetto alla politica.
Ora sappiamo che stamparre moneta non crea inflazione: il fallimento di Draghi lo dimostra. L’inflazione si controlla sul mercato del lavoro. Impedire allo Stato di finanziare politiche espansive, battendo moneta se occorre, trasforma ogni crisi in un arretramento irreversibile dei diritti dei lavoratori. La rinuncia dello Stato al monopolio dell’emissione di moneta non porta a un’economia più sana: porta a una distribuzione del reddito più iniqua, e quindi, necesariamente, a uno Stato più autoritario, se non altro perché affida decisioni politiche a burocrati non eletti.
I politici non volevano certo Maastricht per moralizzare se stessi: volevano solo avere le mani più libere nell’aggredire il diritto al lavoro. A missione compiuta arriva l’elicottero monetario, la cui utilità è puramente retorica: presentare il nemico politico delle nostre costituzioni socialdemocratiche, cioè la Banca centrale indipendente come un moderno Robin Hood.
Per motivi che mi sfuggono, erogare una mancia sembra infatti meno clientelare che finanziare investimenti. Forse perché la si chiama QE for people? Ma questo problema può essere risolto: chiamiamo QE for State la monetizzazione del deficit pubblico e riprendiamo a farla, come si è sempre fatto, tranne nell’infausta parentesi della nostra storia iniziata con Maastricht, il trattato che, nell’interesse di pochi, ha condannato un continente alla depressione economica».
* Fonte: A/simmetrie

martedì 19 aprile 2016

HELICOPTER MONEY: SOLDI A TUTTI PER BATTERE LA DEFLAZIONE?

[ 19 aprile]

Come far piovere soldi dalle banche centrali direttamente nei conti correnti dei cittadini

I dominanti non sanno più che pesci pigliare per far uscire l'economia capitalista dal marasma ed invertire il ciclo economico recessivo e deflattivo. 

Distribuire moneta ai cittadini con l'elicottero... Quella che sembrava una singolare trovata dell'economista neo-liberista Milton Friedman (ne scrisse in un suo saggio del 1969 The Optimum Quantity Of Money) sta guadagnando terreno anche dentro i santuari che fino a ieri difendevano come inviolabili dogmi monetaristi e ordoliberisti, tra cui l'assoluta indipendenza delle banche centrali, il pareggio di bilancio ecc. 
Che questo accada è, intanto, la conferma palese, non solo del carattere sistemico della crisi, ma anche del fallimento delle manovre della Bce (Tltro, Qe, ecc) —quando noi, di contro a chi gridava hurrà!, scrivemmo subito che queste manovre non avrebbero sortito effetti, che i quattrini sarebbero restati nei circuiti della finanza speculativa, che non avrebbero stimolato la domanda aggregata, ci presero per "catastrofisti".
Ci occupammo già della questione il 9 marzo scorso, con un articolo di Alberto Bagnai, il quale metteva in guardia da pericoli collaterali della mossa, non fosse che per alcune economie import oriented.
E sulla questione torniamo oggi,  pubblicando l'editoriale di prima pagina (prima pagina!) de Il Sole 24 Ore di oggi. 
Sempre sul giornale della Confindustria del 10 marzo si era espresso a favore di addirittura Vincenzo Visco, e quindi un'altra grande firma,Vito Lops il 15 aprile.
Ritorneremo sulla questione. Intanto notiamo, di passata, due cose. Saranno contenti gli amici della Mmt, ma pure i Cinque Stelle. I primi perché vedrebbero confermata la loro concezione cartalista della moneta (per cui, in regime di moneta fiat, non esistono vincoli all'emissione delle banche centrali), i secondi poiché vedrebbero confermata, pur indirettamente, la loro proposta di "reddito di cittadinanza".

* * * 

Deflazione e la moneta che piove dal cielo
di Guido Tabellini

«Negli anni ’70, l’inflazione dovette superare il 10% o addirittura il 20% prima che molti
Paesi si convincessero a cambiare l’assetto istituzionale della politica monetaria, scoprendo le banche centrali indipendenti e altri accorgimenti per tenere a bada l’inflazione. Ora in quasi tutti i Paesi avanzati la sfida è opposta: come far salire un’inflazione troppo bassa o negativa. Ma come negli anni ’70, alla base delle difficoltà incontrate dalla politica monetaria sta anche un assetto istituzionale non più adeguato.

Le tendenze deflazionistiche hanno più cause, alcune benigne, altre meno: il rallentamento dell’economia cinese che contribuisce a far scendere il prezzo delle materie prime; l’innovazione tecnologica che riduce i costi del commercio; l’invecchiamento della popolazione che aumenta i risparmi; l’eccesso di debito che scoraggia la spesa. Indipendentemente dalle cause, tuttavia, la ricetta per contrastare queste tendenze è una sola: aumentare la domanda aggregata. Ma con i tassi di interesse a zero o negativi, gli strumenti tradizionali di politica monetaria non funzionano più. E anche gli strumenti non-convenzionali a disposizione delle banche centrali sono quasi esauriti (con la parziale eccezione della Federal Reserve americana).

Eppure, dal punto di vista tecnico, uno strumento per aumentare la domanda aggregata esiste anche nella situazione attuale: è la cosiddetta “moneta distribuita con l’elicottero”, per usare le parole di Milton Friedman. Cioè la banca centrale stampa moneta e la distribuisce ai cittadini, non in cambio di qualcosa (titoli di stato o la promessa di una restituzione futura), ma in modo permanente e a fondo perduto.

Le obiezioni nei confronti di questo strumento non sono economiche, ma politiche. Dal punto di vista economico non c’è dubbio che sarebbe efficace. Una parte della moneta addizionale verrebbe risparmiata, ma certamente vi sarebbero cittadini che si affretterebbero a spenderla, facendo salire la domanda aggregata e i prezzi.

Anzi, la moneta con l’elicottero avrebbe minori contro-indicazioni rispetto ai tassi di interesse negativi (che mettono a repentaglio la solidità patrimoniale di assicurazioni e banche), e al Quantitative Easing (che alimenta bolle speculative e assunzione eccessiva di rischi).

La vera obiezione è che in questo modo la banca centrale si metterebbe a fare politica fiscale. Anziché intervenire sui mercati finanziari, la banca centrale si troverebbe a decidere entità e modalità di un trasferimento ai cittadini, senza alcuna legittimazione politica o istituzionale. Anche se non fosse proibito dalla legge, una banca centrale che effettuasse trasferimenti permanenti ai cittadini si troverebbe presto privata della sua indipendenza e della sua legittimità.

L’obiezione naturalmente è corretta. Ma non per questo l’idea va scartata. Il problema infatti non è lo strumento economico, ma l’attuale assetto istituzionale, che impedisce un coordinamento efficace tra politica monetaria e fiscale. Come hanno scritto Adair Turner (ex Presidente della Financial Service Authority inglese) e Ben Bernanke (ex Presidente della Federal Reserve), l’indipendenza e legittimità della banca centrale possono essere pienamente preservate, in questo modo: in circostanze eccezionali, la banca centrale può dichiarare che ha esaurito gli strumenti convenzionali, e che pertanto effettuerà un
trasferimento permanente a favore del governo (o dei governi nell’area Euro). 

L’importo trasferito è scelto discrezionalmente dalla banca centrale, può essere diluito nel tempo, ed è motivato dalle circostanze economiche. Il governo (o i governi) non possono in alcun modo interferire con la decisione unilaterale della banca centrale, ma scelgono liberamente come disporre della somma trasferita: se e come distribuirla ai cittadini, se usarla per finanziare particolari voci di spesa, o per ritirare debito pubblico o semplicemente se accantonarla per il futuro. Naturalmente, se davvero le circostanze sono eccezionali, la pressione politica costringerebbe i governi a distribuire o spendere questa somma, raggiungendo così l’obiettivo di un effettivo coordinamento tra politica monetaria e fiscale.

Rispetto all’assetto attuale, non verrebbe stravolta la divisione dei compiti. La banca centrale resterebbe indipendente a avrebbe la responsabilità tecnica di decidere che è giunto il momento di fare ricorso a questo strumento eccezionale. E il governo avrebbe la responsabilità politica di scegliere se e come allocare le risorse a sua disposizione. Rispetto alle politiche seguite finora, tuttavia, l’efficacia sarebbe molto maggiore. Il QE infatti allenta il vincolo di bilancio del governo solo per la parte relativa agli interessi, e non costituisce un trasferimento permanente a favore dei governi. Nell’area Euro, in particolare, i governi rimangono soggetti ai vincoli sul debito pubblico. E anche se questi vincoli fossero allentati, in nome della “flessibilità”, l’attenzione dei mercati
impedirebbe ai paesi più indebitati di spendere la liquidità immessa sui mercati dalla banca centrale, perché anche il debito comprato dalla Bce con il QE prima o poi andrà ripagato. Un trasferimento permanente, invece, non sarebbe soggetto a questi vincoli e sarebbe assai più efficace nel sostenere la domanda aggregata. Inoltre, la consapevolezza che politica monetaria e fiscale possono essere attivate con questo nuovo strumento contribuirebbe a ridare fiducia all’economia, rendendo con ciò meno necessario ricorrervi».

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