[ 20 febbraio 2019 ]
Nel nostro Paese c’è una sincera ammirazione per il movimento francese dei Gilet Jaunes. Come se d'un tratto in parecchi abbiano preso coscienza del fatto che, se si vogliono cambiare le cose, difficilmente la via è quella del voto.
Nel nostro Paese c’è una sincera ammirazione per il movimento francese dei Gilet Jaunes. Come se d'un tratto in parecchi abbiano preso coscienza del fatto che, se si vogliono cambiare le cose, difficilmente la via è quella del voto.
Agli occhi di molti è fallita ogni fantasia riformista ed è quindi ovvia la vicinanza a chi, con fermezza, chiede di essere ascoltato; è con questo sentimento che ho partecipato all’atto XIII dei Gilet Gialli di Nizza.
Le immagini degli scontri di Parigi nascondono una miriade di mobilitazioni pacifiche che avvengono in tutta la Francia, ma la nostra libera informazione è in strana sintonia con il liberale Verhofstadt e, quindi, ci sommerge ogni sabato di notizie volte a dimostrare che a capo delle manifestazioni c’è un gruppo di demolitori che danno fuoco alle macchine, rompono i negozi, distruggono le fermate dell’autobus.
Io ho visto una mobilitazione di gente comune. Quella gente che si somiglia un po’ ovunque in tutto il mondo, quelli che Hollande chiama gli “sdentati”. Tra la folla spicca la presenza di molte donne di mezza età e non ci vuole un sociologo per comprenderne le motivazioni: sono loro che pagano di più l’azione dei demolitori dello stato sociale, del consumo socializzato di beni e servizi. Per la "libera" stampa, tuttavia, questa non è violenza, non un premeditato massacro sociale, bensì "riforma", "sviluppo", talvolta addirittura "progresso".
Insieme a queste donne e agli uomini presenti, sono tanti anche i bambini che rendono la protesta una mobilitazione trasversale nelle componenti di età e di genere. E' lotta di classe, e fin qui nessuna novità; la cosa incredibilmente riuscita è il fatto di averla colorata con il giallo dei gilet, che la rende visibile ed ostentata e permette, attraverso il colore, di riconoscersi.
Il nemico è Macron, che ha tutte le caratteristiche del tiranno: sordo, saccente e violento.
Per le vie del centro di Nizza, quando il corteo attraversa, non per caso, le zone turistiche, di piccoli Macron ce ne sono parecchi a guardarci come si guardano i folli, con quel misto di benevola rassegnazione e disgusto. Sono tanti i Macron da mandare affanculo, che non osservano persone manifestare ma minori da educare, disagiati da integrare, o, più semplicemente, a fotografare l’oggetto dello scherno quotidiano. L’atteggiamento, il vizio più caratteristico dell’ élite europea, è che di fronte ad un fenomeno sociale di ribellione non ci si interroga sulle cause (sociali) ma se ne cerca l’origine patologica. E le cause sono pienamente visibili: questa gente non può permettersi un consumo tale da essere integrata nella società. Sono "scarti", perciò possono essere imprigionati senza processo, possono essere picchiati senza riserve.
“La polizia è fascista”, e non me lo sono inventato io ma sono loro a dirlo con la convinzione più assoluta.
Mi è venuto spontaneo chiedermi chi, nel mio paese, avrebbe indossato quel gilet? Chi ha la necessità di rivoluzionare i propri rapporti sociali, di uscire da un silenzio imposto? Sono quelli che non possono essere integrati a meno di non cambiare radicalmente il sistema, la cui voce può farsi sentire solo insieme a migliaia di altri, a farsi spalla l’un l’altro per provare a non cedere. Se questa protesta raggiungerà i suoi obbiettivi io non si può dire. Bellissima quanto spontanea, ma il problema sta nell’organizzarsi.
A testimonianza di questo fatto può essere presa, ad esempio, la loro “ammirazione” per il Movimento 5 stelle. Chiedono come funziona, come sono nati, perché i grillini ci sono effettivamente arrivati alle stanze del potere. Questo fatto dovrebbe far riflettere molto più il Movimento 5 stelle che i Gilet Jaunes.
Le speranze riposte dagli elettori in questo governo sono reali e, se frustrate, se alleggerite con politiche simboliche come il taglio dei vitalizi molto simile alla abolizione delle province di renziana memoria, la “terza repubblica” morirà prima di essere ricordata.
Le immagini degli scontri di Parigi nascondono una miriade di mobilitazioni pacifiche che avvengono in tutta la Francia, ma la nostra libera informazione è in strana sintonia con il liberale Verhofstadt e, quindi, ci sommerge ogni sabato di notizie volte a dimostrare che a capo delle manifestazioni c’è un gruppo di demolitori che danno fuoco alle macchine, rompono i negozi, distruggono le fermate dell’autobus.
Io ho visto una mobilitazione di gente comune. Quella gente che si somiglia un po’ ovunque in tutto il mondo, quelli che Hollande chiama gli “sdentati”. Tra la folla spicca la presenza di molte donne di mezza età e non ci vuole un sociologo per comprenderne le motivazioni: sono loro che pagano di più l’azione dei demolitori dello stato sociale, del consumo socializzato di beni e servizi. Per la "libera" stampa, tuttavia, questa non è violenza, non un premeditato massacro sociale, bensì "riforma", "sviluppo", talvolta addirittura "progresso".
Insieme a queste donne e agli uomini presenti, sono tanti anche i bambini che rendono la protesta una mobilitazione trasversale nelle componenti di età e di genere. E' lotta di classe, e fin qui nessuna novità; la cosa incredibilmente riuscita è il fatto di averla colorata con il giallo dei gilet, che la rende visibile ed ostentata e permette, attraverso il colore, di riconoscersi.
Il nemico è Macron, che ha tutte le caratteristiche del tiranno: sordo, saccente e violento.
Per le vie del centro di Nizza, quando il corteo attraversa, non per caso, le zone turistiche, di piccoli Macron ce ne sono parecchi a guardarci come si guardano i folli, con quel misto di benevola rassegnazione e disgusto. Sono tanti i Macron da mandare affanculo, che non osservano persone manifestare ma minori da educare, disagiati da integrare, o, più semplicemente, a fotografare l’oggetto dello scherno quotidiano. L’atteggiamento, il vizio più caratteristico dell’ élite europea, è che di fronte ad un fenomeno sociale di ribellione non ci si interroga sulle cause (sociali) ma se ne cerca l’origine patologica. E le cause sono pienamente visibili: questa gente non può permettersi un consumo tale da essere integrata nella società. Sono "scarti", perciò possono essere imprigionati senza processo, possono essere picchiati senza riserve.
“La polizia è fascista”, e non me lo sono inventato io ma sono loro a dirlo con la convinzione più assoluta.
Mi è venuto spontaneo chiedermi chi, nel mio paese, avrebbe indossato quel gilet? Chi ha la necessità di rivoluzionare i propri rapporti sociali, di uscire da un silenzio imposto? Sono quelli che non possono essere integrati a meno di non cambiare radicalmente il sistema, la cui voce può farsi sentire solo insieme a migliaia di altri, a farsi spalla l’un l’altro per provare a non cedere. Se questa protesta raggiungerà i suoi obbiettivi io non si può dire. Bellissima quanto spontanea, ma il problema sta nell’organizzarsi.
A testimonianza di questo fatto può essere presa, ad esempio, la loro “ammirazione” per il Movimento 5 stelle. Chiedono come funziona, come sono nati, perché i grillini ci sono effettivamente arrivati alle stanze del potere. Questo fatto dovrebbe far riflettere molto più il Movimento 5 stelle che i Gilet Jaunes.
Le speranze riposte dagli elettori in questo governo sono reali e, se frustrate, se alleggerite con politiche simboliche come il taglio dei vitalizi molto simile alla abolizione delle province di renziana memoria, la “terza repubblica” morirà prima di essere ricordata.
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