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martedì 9 aprile 2019

IL SISTEMA BANCARIO ITALIANO, PRIMA E DOPO L'EURO di Antonio Martino

[ 10 aprile 2019 ]

La crisi del sistema bancario italiano costituisce una delle principali evidenze del sistema-euro applicato all’economia nazionale. Difatti, sulla gestione del credito si sono viste succedere tutte le sfumature che colorano il triste quadro degli ultimi trent’anni: fascinazione monetarista, obbedienza cieca e assoluta ai diktat di Bruxelles, svendita del patrimonio pubblico per servire il gretto capitale nazionale, incompetenza e malafede nella direzione degli istituti, asservimento completo alle direttive europee fino all’assurdo delbail-in introdotto a rotta di collo per benmeritare agli occhi dei padroni della colonia Italia.

In questa sede non si vuole analizzare il problema economico- ormai acclarato e da altri e ben più competenti in materia sviscerato nei dettagli-, bensì si cerca di evidenziare un’alternativa di struttura che possa evitare a quello che fu uno dei pilastri della crescita italiana la fine comatosa e la svendita assoluta.

1. Essere stati per essere


Una breve panoramica storica per inquadrare nella giusta prospettiva l’analisi.

Il sistema bancario italiano, faticosamente emerso durante la fase di sviluppo giolittiano all’alba del Novecento, si ispirò per influenza di quel capitale al modello cd. Renano, cioè la banca mista-universale: chiaro esempio, la Banca Commerciale Italiana nata a Milano
nel 1894 su iniziativa tedesca. Questo tipo di istituto aveva le seguenti caratteristiche (da wikipedia):

· Autorizzato ad operare sia nel breve (esercizio del credito) che nel medio-lungo periodo (attività finanziarie e di investimento);

· Autorizzato a svolgere attività in due modi: mediante servizio del credito e mediante concessione di quote partecipative nelle imprese.

Ci interessa evidenziare la commistione tra capitale industriale- sempre caratterizzato in Italia da asfissia di liquidità azionaria- e quello bancario, creato per l’appunto allo scopo di garantire flussi di cassa e immobilizzi alla grande industria nascente.

Nel dettaglio,
“Lo statuto di una banca mista prevedeva che tale istituto potesse compiere operazioni di diversa durata temporale; ciò significa che esse potevano quindi raccogliere depositi, che erano operazioni a breve in quanto i risparmi erano ritirabili in qualsiasi momento, ed indirizzare tali depositi ad attività di credito industriale, operazione di lungo termine che prevedeva durate di dieci o più anni per i rendimenti.”
Questo scarto tra operazioni a breve (risparmiatori) e immobilizzi (credito industriale) presentava evidenti criticità. In base al ciclo economico, infatti, la difficoltà di rientro delle imprese avrebbe creato notevoli difficoltà alle esigenze di liquidità dei depositanti. A ciò si aggiunga il cruciale problema del controllo incrociato: maggiore era la esposizione dell’istituto nell’azienda, più grande diveniva la commistione tra banca e industria, fino a non distinguere più creditore e debitore in un gioco perverso di scatole cinesi e scalate di borsa. E’ il caso dell’Ansaldo dei fratelli Perrone; indebitati con la Banca italiana di sconto, forti dell’immenso potere dell’azienda durante la Grande guerra, essi avevano ottenuto il controllo della loro creditrice senza colpo ferire (la vigilanza bancaria, allora come oggi, era del tutto inefficace…e inefficiente). Colpiti dalla crisi di riconversione postbellica, il gruppo tentò di ottenere ancora capitali dalla Comit con un tentativo di scalata azionaria non riuscito. Il risultato fu il fallimento dell’Ansaldo e il crollo della Bis: le partecipazioni industriali furono trasferite al Consorzio per la Sovvenzione sui valori industriali, antenato dell’IRI. Per i risparmiatori il rimborso medio fu tra il 65 e il 75% grazie all’intervento di una cordata di istituti pubblici.

Il caso Perrone è soltanto un esempio tra i tanti di quel periodo. I confini tra capitale industriale e finanziario erano rotti: le partecipazioni di comit, credito italiano e banco di Roma al sistema produttivo italiano assommavano al 1930 a 12 miliardi in bilancio per circa 14 miliardi di raccolta. I nodi della banca mista vengono al pettine: la crisi di Wall Street e la grande depressione mandano sostanzialmente in bancarotta tutte le future b.i.n.

Il governo fascista affida la risoluzione del problema a un gruppo di tecnici raccolti attorno alla figura di Alberto Beneduce, tra i quali ruolo decisivo avrà Donato Menichella. Questa “covata”, si badi bene, lascia del tutto fuori dal progetto di riforma Banca d’Italia e la sua burocrazia, con il pieno avallo di Mussolini e del Ministro delle finanze Jung. Con tre distinte convenzioni la triade comit-credit-banco di roma cedono allo stato il capitale azionario e relative partecipazioni industriali: in sostanza, pur rimanendo società di diritto privato esse vengono “irizzate” e sottoposte al controllo dello stato.

Il risultato normativo è il R.D.L. 12 marzo 1936, n. 375. “Disposizioni per la difesa del risparmio e per la disciplina della funzione creditizia.”, basato su un lungo lavoro di preparazione che ci permette di cogliere appieno la mutata finalità della banca nell’economia italiana. Citiamo per evidenziare il cambio di passo una relazione interna all’IRI:
“…quello che è certo è che nel credito troviamo l’unico strumento veramente efficace col quale sia possibile regolare e dirigere, secondo i bisogni della Nazione, lo sviluppo della sua economia. Il credito è quindi funzione dello Stato: si tratta di ripartire la utilizzazione di una ricchezza che perde il suo carattere privatistico, in quanto è la raccolta di una enorme massa di cittadini a favore di determinate categorie di attività economica: nessun diritto individuale può giustificare in questo campo la assoluta libertà.”
Il punto dirimente viene affrontato subito dopo: “Funzione preminente dello Stato è oggi dirigere e indirizzare lo sviluppo economico del Paese (…) i capitali monetari non applicati direttamente al lavoro e non sottoposti al rischio produttivo devono rendere meno. Ne conseguirà una spinta all’applicazione diretta alle produzioni, ossia una espansione dell’attività di lavoro.” (da La legge bancaria. A cura di Mario Porzio, Il Mulino 1981, pag. 321).

Pur essendo all’apogeo del regime fascista, il trait d’union con la concezione pubblicistica del credito e del risparmio espressa in Costituzione è evidente, così come cruciale risulta l’affermazione circa la eutanasia della rendita a mezzo diminuzione del tasso di interesse. Con questo passaggio l’Italia si dota di un sistema creditizio in grandissima parte pubblico, incardinato come segue:

- banche d’interesse nazionale (Comit, Credit, Banco di Roma): società per azioni, detenute dall’IRI;

- istituto di credito di diritto pubblico (banco di Napoli, di Sicilia, di Sardegna, Monte dei Paschi, San Paolo, BNL): controllati direttamente dal Tesoro;

- casse di risparmio: controllate dal Tesoro;

- aziende di credito: possono essere private, come la Banca Nazionale dell’Agricoltura;

A queste si accompagnano le banche popolari e i monti di pegno, gli “istituti Beneduce” (Crediop, ICIPU), il risparmio postale gestito da Cdp. Sugli istituti di credito a medio termine (il più importante sarà Mediobanca, seguito dal Medio credito centrale e altri) non ci dilunghiamo in questa sede.

E’ importante in questa fase ricordare come la l.b. prevedesse un organo di controllo,Ispettorato per la Difesa del Risparmio e per l'Esercizio del Credito, dotato di importanti poteri coattivi, prontamente cassato nel 1944 sotto la spinta di Banca d’Italia, gelosa delle sue prerogative in merito. L’istituto di emissione, sulla scorta della riforma in oggetto, vede la sua natura trasformarsi in istituto di diritto pubblico cui capitale sociale è partecipato a vario titolo da banche (pubbliche) e casse di risparmio. In questa fase,
sulla scia della guerra d’Etiopia e la fine del gold standard, la possibilità di finanziamento del Tesoro presso l’istituto di emissione è praticamente illimitata: sarà il sempre pronto Einaudi nel 1947 a far reintrodurre il limite dello scoperto in conto corrente, fedele al suo terrore del torchio gemente.

2. Lo stato banchiere


I vantaggi di avere la piena disponibilità del sistema creditizio per uno Stato che vuole intervenire nell’attività economica sono innegabili. Si può infatti obbligare il sistema ad assorbire una quota voluta di titoli di debito pubblico al tasso politico deciso dal Governo; si può determinare la riserva obbligatoria per manovrare la liquidità monetaria; si possono indirizzare i capitali su settori strategici; si gestisce direttamente il mercato valutario.

In questo senso, tutta la Prima Repubblica è dominata dalla banca pubblica. Il capitale finanziario è sottoposto a una forte repressione, essendo il mercato borsistico quasi inesistente, mentre il risparmio popolare è intercettato in larga parte dall’amministrazione postale e dalle casse di risparmio. Volente o nolente, il miglior impiego della rendita diviene l’attività produttiva, con i riflessi positivi del caso e confermando quanto voluto in sede di riforma da Menichella e soci.

Il “mercato” bancario è fortemente regolamentato. La cd. “foresta pietrificata” vede una regolazione minuziosa circa l’apertura di nuovi sportelli, la fusione e la costituzione di nuovi istituti, la gestione delle masse monetarie. La banca diventa un servizio pubblico di alto livello: si hanno clienti, non consumatori. Gli istituti non ragionano in termini di profitto o di creazione di valore, perché non hanno investitori da remunerare o dividendi da distribuire: la partecipazione estera al sistema bancario è pressoché irrilevante. Come sempre, è la leva europea a scardinare uno degli ordinamenti più efficienti del Mondo: i fallimenti bancari nel periodo 1945-1990 possono grosso modo ricondursi ai casi Sindona e Calvi, ambiti straordinari e assai oscuri. Mettere i soldi in banca diviene un sinonimo di sicurezza e di fiducia nell’Italia del risparmio e della crescita.

Naturalmente, doveva venire l’Europa a scardinare tutto.

3. Voglio essere Gordon Gekko


La prima direttiva CEE è del 1977 (77/780/CEE del Consiglio, del 12 dicembre 1977), in cui si introducono concetti del tutto alieni alla realtà italiana. Si inizia a parlare di banca come impresa (art. 1), di concorrenza e produttività, di aumento dell’offerta dei servizi. Non a caso, la direttiva viene recepita in Italia solo nel 1985 (D.P.R. 27 giugno 1985, n. 350), in un contesto politico ed economico assai mutato. Si confronti a titolo d’esempio l’articolo d’apertura del decreto citato:

“L'attivita' di raccolta del risparmio fra il pubblico sotto ogni forma e di esercizio del credito ha carattere d'impresa, indipendentemente dalla natura pubblica o privata degli enti che la esercitano.”

Con quello della legge bancaria:
“La raccolta del risparmio fra il pubblico sotto ogni forma e l'esercizio del credito sono funzioni di interesse pubblico regolate dalle norme della presente legge.”
Da qui in poi il combinato disposto tra ingerenza comunitaria, insipienza della classe politica nazionale, crisi della Prima Repubblica, caos monetario del 1992, apriranno la strada al disastroso processo di privatizzazione.

Nel dettaglio, la convergenza prevista dalla seconda direttiva (89/646/CEE del Consiglio, del 15 dicembre 1989) e dagli accordi di Basilea (BASILEA I) impone la trasformazione degli istituti di credito di diritto pubblico in società per azioni: è la famigerata legge Amato (L. 218/1990). La trasformazione in spa produce una serie di sconquassi inevitabili, tra cui la sottocapitalizzazione dei banchi meridionali, la difficoltà debitoria di gran parte degli stessi (venuta a mancare la garanzia di stato); il difficile percorso di trasformazione vedrà la scomparsa di istituti di credito secolari e ben localizzati nel territorio (banco di Sicilia, banco di Napoli), la progressiva dispersione di esperienze peculiari sula via del capitale estero (BNL), la fine ingloriosa (MPS). Le casse di risparmio finiranno inglobate in processi di fusione tendenti a distruggere la radicazione territoriale e il legame fondante con le realtà di riferimento: su tutti, domineranno le fondazioni bancarie, creazioni incomplete e oggetto di numerose controversie.

La tabula rasa diviene completa con la dismissione del patrimonio IRI e la privatizzazione delle tre b.i.n., tra il 1994 e il 1995, a quotazioni largamente inferiori al valore di mercato. Ricordiamo che in Germania non fu affatto necessario privarsi del sistema creditizio pubblico per entrare nell’euro, così come il processo di concentrazione delle banche francesi non ha visto intromissioni estere.

La grande ipocrisia del liberismo ha così permesso la distruzione del patrimonio bancario pubblico in nome di una concorrenza mai vista, considerato il grado di concentrazione oligopolistica del mercato italiano, retto da due colossi, e impoveritosi in maniera impressionante di presenza nel territorio a favore di una progressiva e inarrestabile “commercializzazione” dell’attività: dalla banca di diritto pubblico alla banca-assicurazione il passo è stato breve e brutale.

Inutile poi ribadire le conseguenze dell’euro e della crisi del 2008 su un sistema oramai basato su spa private più attente all’estrazione del valore che al servizio alla clientela. In cinque anni sono falliti più istituti che nei cinquant’anni precedenti: basta (e avanza) per capire la traiettoria.

4. Stato banchiere o banchieri-stato


La carrellata storica, incompleta e parziale, serviva a mostrare come in un passato non troppo lontano è esistita un’alternativa pubblica- efficace ed efficiente- che ha tutelato meglio e più a lungo il risparmio e i risparmiatori. I fatti degli ultimi anni evidenziano come il potere delle banche- capitale finanziario- è tale in un’economia liberale che per forza di cose influenza l’andamento del governo e dell’economia ben più a fondo dei partiti e delle istituzioni democratiche. La questione, in sostanza, è tra stato banchiere e banchieri-stato, cioè tra il controllo pubblico del credito e dominio privato dei banksters sulla repubblica.

Basta infatti un ordine di vendita allo scoperto di n-btp per sconvolgere la vita pubblicarebus sic stantibus, e tanto meno non appare possibile attuare un ritorno alla sovranità monetaria (se ancora interessa a qualcuno, beninteso) nel quadro di un sistema bancario troppo esposto alle influenze estere e alla volubilità di borsa. A ciò si aggiunga che la moria di istituti non potrà che aumentare stante l’€- assetto basato su direttive sempre più capestro, deflazione strutturale e npl svenduti e svalutati. E che dire poi delle conseguenze della digitalizzazione e delle fintech in regime di laissez-faire?

Dell’intromissione brutale delle banche nel mercato delle assicurazioni sanitarie e previdenziali, con innegabili ingerenze sulle deficienze- indotte- del sistema sanitario nazionale e del sistema pensionistico pubblico? In uno scenario così vasto, la separazione del Glass-Steagall Act non basta, poiché è oggi dirimente operare sulla proprietà (pubblica o privata) e non tanto sull’attività in sé. La specializzazione risulta infatti una condizione necessaria ma di per sé non certo sufficiente.

Pertanto il ritorno al controllo pubblico del credito è un’esigenza profonda, oggettiva, irreversibile se si vuole davvero ripristinare un minimo di legalità costituzionale in Italia. Per dirla con Lenin,
“Per combattere seriamente il dissesto finanziario e l'inevitabile bancarotta, non v'è altro mezzo che quello di rompere in modo rivoluzionario con gli interessi del capitale e di organizzare un controllo veramente democratico, cioè «dal basso», il controllo degli operai e dei contadini poveri sui capitalisti (…) Le banche, come è noto, sono i centri della vita economica moderna, i principali gangli nervosi di tutto il sistema capitalistico dell’economia nazionale. Parlare della “regolamentazione della vita economica” edeludere il problema della nazionalizzazione delle banche significa o dar prova della più crassa ignoranza, o ingannare “il popolino” con parole pompose e promesse magniloquenti che si è deciso in anticipo di non mantenere».”
La nazionalizzazione come atto, in conclusione, sarebbe soltanto la premessa della socializzazione di fatto della vita economica attraverso la partecipazione cosciente dal basso delle classi lavoratrici nel processo principe dell’attività capitalistica, cioè la gestione del potere del capitale attraverso la leva del credito e del debito. Nel quadro di una democrazia sociale pluriclasse, informata al fine dell’eguaglianza sostanziale, l’esistenza del grande capitale finanziario in forma di grande gruppo bancario privato non può esistere. In soldoni, slegare dalla logica del profitto la banca socializzata significherebbe togliere alla classe dominante uno strumento di potere formidabile, dall’altro dotare le classi del Lavoro di un meccanismo determinante per impostare una politica economica tesa alla realizzazione della giustizia sociale e del progresso civile e morale.

* Fonte: Orizzonte48

venerdì 12 gennaio 2018

BANCHE ITALIANE: IL PEGGIO DEVE VENIRE di Giancarlo Bergamini

[ 12 gennaio 2017 ]

Dal blog di Sergio Cesaratto un istruttivo intervento sulla crisi delle banche, le direttive criminogene della Bce, e la minaccia di un crollo bancario e sistemico se scoppierà una nuova bolla dei mercati finanziari globali.

Cesaratto fa precedere l'articolo di Bergamini da queste righe:

Banche: dal rischio di controparte al rischio di mercato
Dall'amico Giancarlo Bergamini, di cui mi permetto anche di citare una mail:
"In breve, Willem Buiter sostiene che i mercati si trovano a livelli grotteschi di sopravvalutazione, in buona parte grazie alle politiche monetarie ultra-accomodative delle banche centrali. Ora che queste ultime stanno considerando di cessare, quando non ritirare, tali stimoli monetari, i mercati sono a rischio di significative correzioni (cali). La mia presentazione si riferisce al caso italiano, nel quale masse enormi di risparmiatori in fuga dal rischio di bail-in delle loro banche tradizionali (che ora possono fallire) si rifugiano nella "sicurezza" del risparmio gestito (si vedano le classifiche dei risparmi che affluiscono mensilmente alle varie Azimut, Banca Generali, Banca Mediolanum, Fineco ecc.) e si vedono assegnare attività finanziarie indiscriminatamente sopravvalutate. In altre parole, ci troviamo di fronte ad una sostituzione del rischio di controparte col rischio di mercato, con la benedizione delle banche centrali (BCE e BCN [banche centrali nazionali]). Per una riflessione più organica rimando al breve testo allegato. "

A proposito del breve scritto di Giancarlo, credo che la BCE abbia condotto col QE il solo gioco in città possibile, in assenza della politica fiscale, per dare respiro, in particolare, all'economia italiana (e dunque alle banche). Andrebbe dimostrato, magari sulla base di qualche studio, che la politica dei bassi tassi abbia inciso davvero così negativamente sulla redditività del sistema bancario. Ma Giancarlo ne sa molto più di me...

I lettori sapranno anche dello studio della Banca d'Italia sulle attività finanaziarie "opache" in mano soprattutto a banche d'Oltralpe (circa 6,8 trilioni di euro, considerando attivi e passivi), una frecciata pesante a chi in Europa punta dito solo sui crediti deteriorati (NPL) delle banche italiane: "L’analisi evidenzia che tali strumenti presentano alcune caratteristiche in comune con gli NPLs (illiquidità, opacità) e che anche i relativi rischi potrebbero essere considerati comparabili".
Sergio Cesaratto

*  *  *

BANCHE ITALIANE E MODELLO DI BUSINESS
Leggende e realtà
di Giancarlo Bergamini *

Bancocentrismo. Tutti sappiamo che il modello pre-crisi era focalizzato principalmente sull’ erogazione dei prestiti - anche dovuto alla scarsa dotazione di mezzi propri di buona parte delle imprese italiane (circostanza alla quale non è estraneo un regime fiscale che tende a favorire l’indebitamento rispetto al capitale di rischio).

Effetti devastanti della crisi sull’attività delle imprese. Le istituzioni dell’eurozona sono in buona parte responsabili dell’avvitamento verificatosi nell’attività economica del Paese: se fossero intervenute prontamente e concretamente ai primi segni del precipitare della cosiddetta “crisi del debito sovrano” (cioè sin dal 2010) con quel “whatever it takes” pronunciato da Draghi due anni dopo e compiutamente implementato solo nel 2015, è plausibile ritenere che la crisi non sarebbe stata così grave e prolungata. L’Italia è stata invece costretta a praticare una politica di restrizione fiscale mentre era ancora in corso una stretta creditizia dovuta al prosciugarsi del canale di finanziamento interbancario; la conseguente, inevitabile recessione ha prodotto il concomitante ingigantirsi dei crediti deteriorati (alla perdita di circa un quarto del patrimonio industriale corrisponde grosso modo una pari incidenza dei crediti inesigibili sul totale dei prestiti) nei bilanci delle banche commerciali.

A loro volta, le politiche di allentamento monetario (QE e tassi a zero o negativi), messe in pratica con cinque anni di ritardo e quando ormai gli attivi bancari erano oberati dall’enorme macigno dei crediti ammalorati, hanno privato le banche dell’unico modo che hanno di assorbire le perdite accumulate, la possibilità di realizzare sull’intermediazione creditizia profitti sufficienti ad effettuare i necessari congrui accantonamenti.

Enter il fatidico “nuovo modello di business” predicato in primis dalla BCE ** (Draghi in testa). Le banche dovrebbero fare minore (anzi, per niente) affidamento sulla tradizionale erogazione di prestiti e diventare attori nei mercati finanziari, dovrebbero in altre parole adottare un modello più affine a quello delle investment banks, adoperandosi per accompagnare le imprese nella raccolta di fondi sul mercato in forma di equity e bonds (più o meno mini), facendo consulenza nelle operazioni di mergers and aquisitions e altre simili piacevolezze.

Tutto chiaro quindi? Tutto chiaro un corno! Tanto per cominciare si parla di modello di business delle banche come se questo non implicasse un analogo shift nel comportamento delle imprese, le quali ultime, lato passività, si portano dietro da sempre un atteggiamento bancocentrico. Ebbene, di punto in bianco, quando le banche non sanno che pesci pigliare per alleggerirsi dei fatidici NPL,voilà, si cambiano le carte in tavola e quello che poteva essere un percorso virtuoso se intrapreso gradualmente e di comune accordo diventa improvvisamente una procedura d’urgenza perché si è scoperto che il prestito bancario è diventato un frutto avvelenato (salvo poi lamentarsi che i fondi affluiti gratuitamente alle banche non traspirano all’economia reale).

In altre parole, dopo aver dato un contributo determinante alla demolizione del sistema bancario italiano, le stesse ineffabili istituzioni (quelle europee in testa – Commissione Europea, BCE, EFSF, ESM e così via acronimando – seguite dai loro mansueti esecutori italiani) ora invitano le banche superstiti a cambiare “modello di business”!

Invece di esortare le banche a “cambiare discorso” sarebbe opportuno mettere in pratica tutte le misure di politica economica idonee a sostenere la crescita (che non significa necessariamente mantenere indefinitamente tassi a zero), così da riportare in bonis l’attività creditizia e consentire alle banche di risanare progressivamente i propri bilanci.
Ho lasciato l’altro stakeholder, il risparmiatore, per ultimo perché pare proprio che i suoi interessi non stiano a cuore a nessuno. Sicuramente non alle autorità europee che non si sono fatte scrupolo di gettarlo nelle fauci dei bail in, né a quelle italiane (a partire da Bankitalia) che non hanno “visto” il danno che la normativa europea avrebbe inflitto alla tutela del risparmio (vide art. 47 Costituzione). 

Risultato? I risparmiatori, comprensibilmente terrorizzati dal monito che ora le banche possono fallire, si stanno trasferendo in massa (un vero e proprio esodo biblico) verso i campioni del risparmio gestito. Tutto bene? Tutto bene un corno! Le masse enormi di fondi riposizionate sui mercati finanziari vanno ad alimentare l’acquisto di attività che si trovano a livelli grotteschi di sopravvalutazione, livelli determinati in buona parte dalle misure di allentamento monetario di cui parlavo. Sarebbe veramente paradossale che i milioni di ignari risparmiatori portatisi in salvo dalla Scilla del bail in bancario si trovassero fra un anno o due a schiantarsi su Cariddi per il crollo dei mercati finanziari (dove cali del 50% si sono verificati meno di dieci anni fa)! 
I risparmiatori sono perfettamente informati (i “campioni del risparmio gestito” in questo hanno fatto veramente un buon lavoro) dei rischi di bail in; quanto siano consapevoli di quello che rischiano coi prodotti finanziari che vengono loro dispensati è tutto da vedere...


** Occorre dare atto ai regolatori di una certa coerenza fra inviti pronunciati e normative realizzate. Agli attivi delle Investment Banks, anche quelli meno liquidi, viene assicurato un trattamento più favorevole rispetto agli NPL delle banche commerciali in termini di assorbimento di capitale di vigilanza.




giovedì 19 ottobre 2017

COSA C'È DIETRO ALLA CONTESA SUI VERTICI DI BANKITALIA di Piemme

[ 19 ottobre 2017 ]

Contro la mossa dei renziani e relativa mozione approvata dal Parlamento per un "cambio di passo" in Bankitalia, impressionante e fulminea è stata la levata di scudi in difesa del governatore di Bankitalia Ignazio Visco.

Degni di nota gli argomenti dei paladini del governatore. "La mossa di Renzi è maldestra e irresponsabile", "è un'invasione di campo"... "espone il sistema italiano ai mercati internazionali".

Essi non difendono dunque Visco a causa dei suoi meriti, che non ha per niente. Essi lo difendono a prescindere, in base al principio neoliberista della "assoluta indipendenza della banca centrale". Vedi quanto afferma Massimo Riva su la repubblica.

Cosa intendano per "indipendenza" gli armigeri del "partito tedesco" è presto detto: indipendenza dal Parlamento, ovvero dall'organo che dovrebbe rappresentare la sovranità popolare. Ciò che in pratica si traduce nella sudditanza della Banca centrale rispetto alla Bce, alle grandi lobbi finanziarie transnazionali e, per finire rispetto alle grandi banche d'affari, italiane ed europee.
Francesco Verderami, sul CORRIERE DELLA SERA di ieri, a nome e per conto del "partito tedesco", insinua che dietro l'attacco a Visco vi sia quello a Draghi e alla Bce, avverte mafiosamente Renzi:
«Ma il blitz ha un costo, mostra il leader democrat isolato rispetto ai vertici isituzionali. E il rischio che l'establishment internazionale —dalle cancellerie europee fino all'eurotower— lo considerino inaffidabile, può segnare la sua corsa verso le urne».
Lungi da noi prendere le difese di Matteo Renzi. Tuttavia non crediamo a quanto insinuano i suoi avversari, che il suo attacco al "santuario" dei poteri forti sia una "mera mossa elettorale". C'è di più, c'è una battaglia in seno alle élite italiane tra chi, pur di tenere in vita l'Unione euro-tedesca, è deciso ad ubbidire ai diktat di Berlino e chi, Renzi tra questi, recalcitra e preferisce guardare altrove, oltre Atlantico. Ne abbiamo parlato QUI, QUI,  e QUI.

Sarà un caso ma la mossa renziana viene dopo le dichiarazioni di Wolfgang Schäuble che chiede regole più "stringenti" per le banche riguardo al credito, subito raccolte dal presidente dell'Ssm, l'organo di supervisione bancaria europea, Danièle Nouy sugli Npl (i crediti deteriorati in pancia alle banche). Una stretta che ove venisse applicata rappresenterebbe una vera e propria mazzata per la già asfittica economia italiana.

Il SOLE 24 Ore di oggi, a conferma che la politica non deve mettere il naso a Palazzo Koch, ci ricorda che:
«Una volta anche il governatore della Banca d'Italia era nominato a vita, regola cancellata alla fine del 2005 dopo gli scandali finanziari emersi nell'estate, con il tentativo di difendere Antonveneta dalla scalata lanciata dall'olandese ABN Amro. Da allora la nomina ha una durata di sei anni, rinnovabile una sola volta e passa per un Dpr del presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri e sentito il parere del Consiglio superiore della Banca. Il Parlamento non ha alcun ruolo in questo processo decisionale, ed è per questo che la mozione del Pd votata martedì scorso contro Visco, con il parere favorevole del Governo, è stata interpretata come un vulnus. Lo si capisce anche senza andare a sfogliare lo Statuto del sistema europeo delle banche centrali (SEBC) e della Bce, di cui Bankitalia è parte integrante, e senza leggere l'articolo 7, che tutela l'indipendenza assoluta dei membri dei consigli direttivi di ogni banca centrale nazionale e della stessa Bce dal potere politico».
Appunto. Il problema è che una carica strategica così importante come quella di governatore della banca centrale italiana, non può essere nelle mani di una ristretta confraternita di banchieri privati, con il Presidente della Repubblica che solo conferma, come un notaio, le decisioni gradite al regime bancocratico con la Bce in testa.

In base al principio democratico per cui tutte le cariche pubbliche più importanti debbono essere decise dai cittadini, riteniamo che anche quella di governatore della banca centrale debba avere legittimità popolare. Non è sovrano un popolo in cui la Banca centrale non sia sottoposta a controllo pubblico.

Se ne riparlerà quando finalmente usciremo dalla gabbia dell'euro e dell'Unione euro-tedesca...


martedì 29 agosto 2017

LE BANCHE ITALIANE? TUTTE IN MANO STRANIERA

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[ 29 agosto 2017 ]

«Il processo di privatizzazione delle imprese di proprietà pubblica, avviato in Italia nei primi anni Novanta, è diventato un caso di studio e un riferimento a livello internazionale, per la dimensione delle vendite, nel mondo inferiori solo a quelle del Giappone e del Regno Unito, ma anche per l’efficace sequenza delle vendite e le procedure trasparenti L’avvio delle privatizzazioni fu imposto dal grave deterioramento dei conti delle aziende a partecipazione statale, soprattutto l’IRI e l’EFIM, in una fase in cui anche i conti dello Stato erano in condizioni non più sostenibili, dopo oltre un decennio di elevati disavanzi che avevano fatto lievitare il debito pubblico oltre il 120% del PIL».

Queste apologetiche quanto scandalose parole le troviamo non sul sito della Confindustria, bensì in quello della dalemiana fondazione ITALIANIEUROPEI. Si tratta di un articolo del febbraio 2008 di Stefano Micossi, che consigliamo di leggere tutto, perché ricostruisce il devastante processo di privatizzazione del
sistema bancario italiano dal 1993 al 2005. ne viene fuori che proprio i governi di centro-sinistra (con Rifondazione dentro e Bersani capofila) sono quelli che hanno attuato la più grande ondata di provatizzazioni d'Europa (vedi tabella).

Degno di nota quanto scrive Micossi:
«L’arresto delle privatizzazioni e il ritorno al pubblico.Con l’inizio del nuovo decennio, il processo di privatizzazione ha subito un vistoso rallentamento, che dura tuttora: ciò è stato il riflesso non tanto delle peggiorate condizioni dei mercati di Borsa dopo la fine della «bolla» sui titoli informatici, come sostengono Megginson e Scannapieco, quanto dell’attitudine contraria alle privatizzazioni della maggioranza di centrodestra, finora mantenuta anche in questa legislatura». 

Sì, avete capito bene, i dalemiani (che oggi hanno la faccia tosta di fare l'ala sinistra di Renzi) si lamentavano perché il centro-destra frenò le privatizzazioni delle banche e non solo! Col che si è detto tutto su cos'è stata e cos' è la cosiddetta "sinistra" italiana, vera testa d'ariete del neoliberismo.

Ma a che punto siamo oggi con le banche? Che i salvataggi, da MpS alle banche venete, hanno dimostrato che quella per cui privatizzare sarebbe stata la soluzione si è invece rivelata un drammatico problema. Anzi, una tragedia nazionale.

L'Ufficio relazioni esterne della banca di Piacenza sono veri i dati riportati da LIBERO il 27 agosto, ovvero che la grande parte delle banche italiane è oramai in mano straniera. 


venerdì 28 luglio 2017

ARRESTERANNO PIER CARLO PADOAN? di Alfredo Belluco

[ 28 luglio 2017 ]

Il 12 dicembre 2012 a Vigonza, nel Padovano, si uccise Giovanni Schiavon [nella foto]. Si tolse la vita per i debiti con le banche, invece era in credito. Leggi sotto l'incredibile storia.
Quella tragica vicenda apriva uno squarcio su quello che sarà lo scandalo delle banche venete, vendute per un euro a banca Intesa, con lo Stato che si è accollato tutti i debiti.
Ci segnalano e volentieri pubblichiamo questa denuncia.


Gentile vice ministro Pier Paolo Baretta;

Come ho avuto modo di esporti qualche giorno fa, ho chiesto l'arresto di PIER CARLO PADOAN, che ha firmato a Bruxelles, in aperto contrasto con gli articoli1-3-47 della Costituzione, per la BAD BANK NAZIONALE e ho detto che siete "impazziti" per un semplice motivo. 

Come fate a caricare su tutto il popolo italiano 10 milioni di sofferenze bancarie, crediti deteriorati NPL pari a 349 miliardi di euro??? Non ci sono solo questi, ma anche centinaia di miliardi di euro di rientri e rapporti illeciti, truffe contrattuali, anatocismo, commissioni e spese non dovute o non lecitamente pattuite e quindi illegittimamente addebitate e incassate, che portano in usura, che devono essere restituiti. Alla BANCA POPOLARE DI VERONA, TRUFFA, ESTORSIONE, USURA, PREDONA E LADRONA, LI POSSIAMO CONTESTARE PRATICAMENTE TUTTI. 

Il dramma sono le esecuzioni immobiliari. 

SOLO A PADOVA E PROVINCIA SONO CIRCA 18 MILA. Noi abbiamo in corso circa 3.200 contenziosi su 4 mila casi analizzati e ne chiudiamo in continuazione. Il caso più eclatante è quello del povero martire suicida Giovanni Schiavon, che nel dicembre 2011 si è sparato un colpo di pistola alla testa, per debiti. Aveva due NPL CREDITI DETERIORATI FALSI e FARLOCCHI con due grandi banche, per circa 100 mila euro, ma dopo 5 anni di battaglie giudiziarie abbiamo dimostrato in tribunale a Padova, che era creditore e non debitore per complessivi 300 mila euro, per i motivi sopra elencati e per il superamento sistematico del tasso soglia di usura. Se tanto mi da tanto e fatte le dovute proporzioni, su 50 mila crediti deteriorati NPL ceduti dalla Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca alla "BAD BANK" SGA SPA di Napoli, di proprietà dello Stato, ne possiamo contestare 40 mila. Sono in corso 500 mila cause civili. 

Vengono transate circa 100 mila posizioni l'anno. Sono state emesse 25 mila sentenze, anche della Suprema Corte di Cassazione, civile e penale. A Padova è in corso l'unico processo del Veneto per USURA AGGRAVATA IN CONCORSO a carico di tre direttori di filiale e due banche. La Cassa di Risparmio del Veneto, gruppo Intesa SanPaolo e la Banca di Credito Cooperativo dei Colli Euganei di LOZZO ATESTINO Padova, già condannata in sede civile per USURA, con sentenza passata in giudicato per avere superato il tasso SOGLIA massimo previsto dalla legge per 18 trimestri su 18, con un tasso massimo del 58,98%. 

Se farete la BAD BANK NAZIONALE oppure LE BADS BANKS REGIONALI, CON DECRETO (CRIMINALE) VI ASSUMERETE UNA GRAVISSIMA RESPONSABILITÀ, ECONOMICA, POLITICA E STORICA. TI CHIEDO CORTESEMENTE UN INCONTRO MOLTO URGENTE, POSSIBILMENTE NELLA SEDE DI CONFEDERCONTRIBUENTI VENETO A CASALSERUGO (PD). 

Cordiali saluti 
Alfredo Belluco 
presidente Veneto e vicepresidente nazionale CONFEDERCONTRIBUENTI 
3396473870 049 7995418 800 814603 

* * * 

Si uccise per i debiti con le banche ma era in credito
di Alessandro Gonzato*


Sono passati più di quattro anni da quando Giovanni Schiavon, allora titolare dell'azienda edile Eurostrade 90, si uccise nel proprio ufficio sparandosi un colpo di pistola alla testa. Fu la figlia, Flavia, a trovarne il cadavere in una pozza di sangue. La tragedia si consumò il 12 dicembre 2012 a Vigonza, nel Padovano. Schiavon si suicidò perché, a causa dei continui ritardi nei pagamenti da parte dei clienti - tra cui più di un ente pubblico - e di uno Stato che non l'aveva tutelato, non riusciva più a pagare i dipendenti. Vantava crediti per circa 200 mila euro. Ma c'era anche dell'altro. L'imprenditore era disperato perché le banche gli chiedevano con insistenza di rientrare di una serie di prestiti ricevuti. Oggi però, stando alla relazione del consulente tecnico nominato dal tribunale di Padova a cui la vedova e la figlia si sono rivolte, si scopre che non soltanto probabilmente non doveva nulla alle banche, ma anzi erano queste a dovere all'imprenditore una somma notevole, tra i 60 e i 200 mila euro.


«Dipende da quando vengono fatti scattare i termini della prescrizione» conferma a Libero l'avvocato Fabio Greggio, che tutela gli interessi della famiglia. Ma com'è possibile che si sia arrivati a un simile e tragico paradosso? I due istituti di credito con cui Schiavon aveva i conti correnti avrebbero capitalizzato gli interessi accrescendoli oltre misura e per la restituzione dei prestiti avrebbero preteso tassi da usura. Insomma, Schiavon sarebbe stato vittima di anatocismo bancario e usura.

Questo è quanto è stato scritto in tre perizie diverse consegnate dal perito tecnico al giudice, il quale dovrà decidere se gli istituti di credito dovranno risarcire o meno la famiglia. Una delle due banche, per chiudere la questione, ha proposto una transazione, che però la controparte ha rifiutato. «Al momento non la riteniamo soddisfacente» sottolinea il legale.
Flavia Schiavon ricorda il padre come «un uomo onesto che avrebbe potuto fare come fanno tanti, chiudere la società, aprirne un' altra e lasciare i debiti in quella vecchia, mandando a casa i dipendenti. Ma non l' ha fatto». L'azienda è in liquidazione. La figlia dice che riesce a pagare le cartelle di Equitalia solo grazie all' aiuto dei parenti, e che non passa giorno senza che i fornitori si facciano vivi per chiedere soldi.

Avevano bussato alle porte della ditta già due settimane dopo il suicidio del titolare. Allora avevamo scritto dello sfogo della figlia e della vedova, la signora Daniela Franchin, distrutte dal dolore e amareggiate perché molti dei fornitori che pretendevano di essere pagati, negli anni erano diventati amici e tutti erano sempre stati remunerati puntualmente.

Alla Eurostrade 90, pochi mesi dopo la morte di Schiavon, era stata notificata un'ingiunzione di pagamento da 180 mila euro. La figlia aveva anche ricevuto una lettera anonima in cui veniva accusata di sfruttare la morte del genitore per andare sui giornali e in cui le si consigliava di fare la stessa fine. Fu dopo aver letto quella lettera vergata con infamia che Flavia Schiavon rinunciò alla presidenza dell' associazione ideata per riunire le famiglie vittime di suicidi dovuti alla crisi sul lavoro. Durante quelle maledette ultime settimane del 2012, nel Padovano, oltre all'imprenditore edile di Vigonza si suicidarono altri tre titolari d' azienda stritolati dai crediti, non dai debiti. Il Veneto, con un centinaio di suicidi, negli ultimi cinque anni è stata la regione che ha pagato più a caro prezzo la crisi e il totale menefreghismo dimostrato dallo Stato nei confronti di una terra che ogni anno regala più di 20 miliardi di residuo fiscale a Roma. Ora si scopre che probabilmente uno degli imprenditori simbolo di quella lunga scia di sangue si è tolto la vita angosciato da debiti che in realtà non aveva. E se non fosse stato l' unico ad ammazzarsi per colpa di banche che chiedono indietro soldi che non solo non gli spettano e che anzi devono restituire ai clienti?

* Fonte: Libero quotidiano

giovedì 27 luglio 2017

QUANTITATIVE EASING: IL SUCCESSO DI UN DISASTRO Dan Glazebrook

[ 27 luglio 2017 ]

Se il Quantitative Easing [QE] doveva servire a risanare un'economia malata, è stato un completo disastro.
Ma è stato un completo successo dal punto di vista dello spostamento di ricchezza da chi sta sotto a chi sta sopra.
Un editoriale di RT esamina le conseguenze redistributive degli ultimi cicli di QE nel Regno Unito, in Giappone e nei paesi del Sud del mondo, ed i possibili scenari che si presenteranno dopo l’abbandono di tali politiche.

Sembra che l’enorme trasferimento di ricchezza verso i ricchi, durato circa un decennio e noto come ‘quantitative easing’, stia per volgere al termine. Delle quattro principali banche centrali del mondo – la Federal Reserve americana, la Bank of England, la Banca centrale europea e la Banca del Giappone – due hanno già abbandonato la politica di acquisto di attività finanziarie (la Fed e la BoE), e la BCE intende smettere gli acquisti da dicembre. La Fed dovrebbe infatti iniziare a vendere nei prossimi due mesi i 3500 miliardi di dollari di titoli acquistati in tre cicli di QE.

Dal momento che —valutato alla luce degli obiettivi ufficiali —il QE è stato un completo disastro, ciò appare perfettamente sensato. Grazie ad un’”iniezione” di denaro nell’economia, il QE avrebbe dovuto portare le banche a prestare nuovamente, rilanciando gli investimenti e la crescita economica. In realtà, dopo l’introduzione del QE il credito bancario totale nel Regno unito è invece diminuito, e il credito a piccole e medie imprese – responsabili per il 60% dell’occupazione – è in caduta verticale.

Come notato da Laith Khalaf, senior analyst presso Hargreaves Lansdown:
«Dopo la crisi finanziaria, le banche centrali hanno inondato l’economia globale con denaro a buon mercato, ma la crescita globale è tuttora in una situazione di stallo, in particolare in Europa ed in Giappone, dove sono state prese imponenti misure di stimolo per fronteggiare il problema».
Persino Forbes ammette che il QE ha “in gran parte fallito nel rivitalizzare la crescita economica”.

Ciò non sorprende, o quanto meno non dovrebbe. Il QE era destinato fin dall’inizio a mancare i suoi obiettivi dichiarati, perché il motivo per cui le banche non finanziavano
Dan Glazebrook
investimenti produttivi non era la carenza di denaro – al contrario, già nel 2013, molto prima degli ultimi cicli di QE, le imprese inglesi disponevano di quasi 500 miliardi di riserve liquide —ma piuttosto perché l’economia globale si trovava (e si trova tuttora) in una profonda crisi di sovrapproduzione. In poche parole, i mercati erano (e sono) saturi, e non ha senso investire in un mercato saturo.

Per questo motivo, tutto il nuovo denaro creato dal QE ed “iniettato” nelle istituzioni finanziarie – come fondi pensione e compagnie d’assicurazione – non è stato poi investito nelle attività produttive, ma si è invece riversato nei mercati azionari ed immobiliari, gonfiando i prezzi delle azioni e degli immobili, senza generare nulla in termini di ricchezza reale o occupazione.

I titolari di beni come azioni e immobili hanno tratto molti vantaggi dal QE, che in UK si stima abbia accresciuto la ricchezza del 5 percento più ricco mediamente di £128,000 a testa.

Com’è stato possibile? Da dove è venuta tutta questa nuova ricchezza? Dopo tutto, anche se il denaro – a dispetto degli slogan dei Tory – può essere effettivamente creato “dal nulla”, precisamente come è stato fatto col QE, non è così per la ricchezza reale. Ed il QE non ha prodotto ricchezza reale. Eppure, il 5% più ricco oggi dispone di £128,000 extra da spendere in yacht, ville principesche, diamanti, caviale e così via. Ma da dove viene questo denaro?

Semplice. La ricchezza che il QE ha trasferito ai titolari di asset proviene, in primo luogo, direttamente dai salari dei lavoratori. Poiché ha praticamente svalutato la moneta, il QE ha ridotto la capacità d’acquisto del denaro, il che ha causato nei fatti una svalutazione dei salari reali, che in UK sono tuttora del 6% al di sotto dei loro livelli pre-QE. Il denaro sottratto ai salari forma dunque parte di quel dividendo di £128,000. Ma viene anche dagli ultimi arrivati nei mercati gonfiati dal QE – principalmente gli acquirenti di una prima casa e chi è recentemente andato in pensione.

Chi oggi acquista una casa (che il QE ha reso molto più cara), ad esempio, dovrà lavorare migliaia di ore in più per pagare un mutuo a prezzi più alti. Sono queste ore in più a creare la ricchezza che sovvenziona le stravaganti spese del 5% più ricco. Ovviamente, questi prezzi immobiliari più alti sono pagati da chiunque acquisti una casa, non solo da chi lo fa per la prima volta – ma per chi è già proprietario il costo aggiuntivo è compensato dall’aumento di prezzo della casa già di proprietà (o delle azioni, per chi è abbastanza ricco da possederne).

Un’altra conseguenza del QE è che chi va in pensione adesso è costretto a sovvenzionare il 5% più ricco. I nuovi pensionati usano il loro fondo pensione per acquistare una ‘rendita’ — un pacchetto di titoli azionari fruttiferi che produce reddito. Ma poiché il QE ha causato un’inflazione del prezzo dei titoli, ciò ha ridotto il numero di titoli acquistabili con questo fondo. E dato che all’aumento di prezzo dei titoli non corrisponde un aumento dei dividendi, ciò si traduce in una pensione ridotta.

In realtà, la teoria che il QE servisse ad incoraggiare gli investimenti e stimolare l’occupazione e la crescita è sempre stata un artificio fantasioso creato per dissimulare quello che stava realmente accadendo —un colossale trasferimento di ricchezza verso i più ricchi.

L’economista Dhaval Joshi faceva notare nel 2011: 
«La cosa più sconvolgente è che, dopo due anni di apparente ripresa, i lavoratori [inglesi] in realtà guadagnano meno che nel momento più drammatico della recessione. Salari e stipendi reali sono calati di £4 miliardi. I profitti sono aumentati di £11 miliardi. I benefici della ripresa sono stati distribuiti nel modo più iniquo possibile».
Nel marzo di quest’anno il Financial Times riportava che, nonostante il PIL della Gran Bretagna sia ritornato ai livelli pre-crisi già dal 2014, i salari reali sono ancora più bassi del 10% rispetto al 2008. “La contrazione dei salari reali in UK si è arrestata nel 2015“ aggiungeva, “ma ciò non è destinato a durare”.

Così è stato. Nello stesso mese di pubblicazione di quell’articolo, i salari reali hanno iniziato nuovamente a scendere, e sono da allora in costante diminuzione.

Lo stesso è successo in Giappone, dove, secondo Forbes, “il reddito delle famiglie si è effettivamente ridotto dopo l’introduzione del QE”.

Il QE ha sortito un effetto simile nei paesi del sud del mondo: aumentare la ricchezza dei detentori di asset a spese di chi non ne ha. Così come l’afflusso di nuovo denaro crea
bolle nei mercati immobiliari e finanziari, allo stesso modo crea una bolla nei prezzi delle materie prime, dovuta ad esempio alla corsa degli speculatori all’acquisto di quote di petrolio e di materie prime alimentari. Per alcuni paesi produttori di petrolio ciò ha comportato effetti positivi, con la messa a disposizione di denaro inatteso da investire in programmi sociali, come inizialmente è accaduto nel caso di Venezuela, Libia ed Iran. In tutti e tre i casi, le forze imperialiste sono state costrette a ricorrere a vari livelli di intervento militare per contrastare queste conseguenze indesiderate. Ma l’aumento del prezzo del petrolio è certamente deleterio per paesi che non ne producono – e qualsiasi aumento dei prezzi alimentari è sempre devastante.

Nel 2011 il Daily Telegraph sottolineava
«la correlazione tra i prezzi alimentari e gli acquisti da parte della Fed di titoli di stato americani (ossia, programmi di quantitative easing)…Si può notare come l’indice dei prezzi alimentari si è pressoché stabilizzato tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010, ed è poi nuovamente salito a partire dalla metà del 2010 dopo il nuovo avvio del quantitative easing…con un aumento dei prezzi di circa il 40% durante un periodo di tempo di otto mesi».
L’aumento dei prezzi ha spinto 44 milioni di persone in povertà nel solo 2010 —il Telegraph riteneva che ciò stesse alla base del malcontento manifestato nelle cosiddette Primavere Arabe. Robert Zoellick, ex-presidente della Banca Mondiale, all’epoca commentava:
«L’inflazione dei prezzi alimentari è oggi la più grave minaccia incombente sui poveri del mondo…basta un episodio di maltempo estremo per finire nel baratro».
Sono questi i costi del quantitative easing.

I paesi BRICS erano anche critici nei confronti del QE per un altro motivo: lo consideravano un metodo subdolo di svalutazione competitiva. Riducendo artificialmente il valore delle loro monete, la “triade imperiale” USA, EU e Giappone causavano a tutti gli effetti un apprezzamento delle valute di tutti gli altri paesi, danneggiando così le loro esportazioni. Nel 2015 Forbes scriveva:
«Gli effetti si iniziano già a sentire anche nei paesi esportatori più dinamici al mondo, nell’est asiatico. Le loro esportazioni in dollari americani hanno subito una drammatica variazione, da una crescita annua del 10% ad una contrazione del 12% nella prima metà di quest’anno, e questi risultati non cambiano, che si tenga conto o no della Cina».
Il vantaggio principale del QE per i paesi in via di sviluppo avrebbe dovuto essere l’enorme afflusso di capitali da esso innescato. Si stima che circa il 40% del denaro generato dalla prima espansione di credito QE della Fed (‘QE1’) si è spostato all’estero —in particolare nei cosiddetti ‘mercati emergenti’ del sud del mondo— e circa un terzo durante il QE2.
Tuttavia, contrariamente alle apparenze questo non è necessariamente un vantaggio. Gran parte del denaro, come si è visto, è stato utilizzato per acquistare scorte di materie prime (rendendo così beni essenziali come il cibo esorbitanti per i poveri) invece di essere investito in attività di produzione, ed un’altra buona parte è servita per acquistare scorte valutarie, causando ancora una volta un apprezzamento nocivo alle esportazioni. Per di più, un afflusso di ‘hot money’ (capitali speculativi erranti, in contrapposizione al capitale per gli investimenti di lungo termine) accentua la volatilità e vulnerabilità delle valute in caso, ad esempio, di aumenti dei tassi esteri.

Se, ad esempio, i tassi d’interesse dovessero nuovamente salire in USA ed in Europa, ciò rischierebbe di scatenare una fuga di capitali dai mercati emergenti, che potrebbe innescare un tracollo valutario. Fu infatti proprio un afflusso di ‘hot money’ nei mercati valutari asiatici, molto simile a quello visto durante il QE, a precedere la crisi valutaria asiatica del 1997.

La prossima fine del QE, con il conseguente innalzamento dei tassi d’interesse, rischia di riproporre proprio questa vulnerabilità come una possibilità —se non addirittura come un’opportunità speculativa.


* Dan Glazebrook è un giornalista politico freelance che collabora, fra gli altri, con RT, Counterpunch, Z magazine, il Morning Star, il Guardian, il New Statesman, l’Independent e Middle East Eye. Il suo primo libro “Divide and Ruin: The West’s Imperial Strategy in an Age of Crisis” è edito da Liberation Media nell’ottobre 2013. Include una collezione di articoli a partire dal 2009, che esaminano i legami tra la crisi economica, l’ascesa dei BRICS, la guerra in Libia e Siria e l’”austerità”. Attualmente conduce ricerche per un libro sull’impiego di squadroni della morte contro stati sovrani e movimenti politici, dall’Irlanda del Nord e dall’America Centrale negli anni ‘70 e ‘80 fino al Medio Oriente e all’Africa di oggi.

** Fonte: Voci dall'Estero

domenica 9 luglio 2017

BISOGNAVA NAZIONALIZZARE LE BANCHE VENETE di Enrico Grazzini

[ 9 luglio 2017 ]

Qualche insegnamento dalla crisi bancaria della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca: 

1) Il governo italiano, la Banca d'Italia e la Regione Veneto (a guida leghista) si sono dimostrati clamorosamente incapaci prima di vigilare e di prevedere tempestivamente la crisi, e poi di gestirla. Hanno perso tempo molto prezioso. Il risultato è che la crisi delle due banche è peggiorata rapidamente, che le due banche sono state costrette a chiudere, che lo stato ha sborsato e sborserà molti miliardi in più di quanto previsto, usando ovviamente i soldi dei contribuenti. Alla fine le banche venete sono fallite e le loro attività - quelle buone - sono state cedute (regalate?) per un euro a un'altra banca privata, Banca Intesa. Mentre lo stato si è sobbarcato tutte le attività negative e deteriorate. E' difficile che potesse andare peggio di così. 

2) Occorreva nazionalizzare prontamente le banche venete e gestirle come banche pubbliche di sviluppo per rilanciare l'economia nazionale e i territori. Il governo invece ha gettato le perdite sulle spalle dei contribuenti per lasciare tutti i vantaggi e i profitti a Banca Intesa. Il solo aspetto positivo del disastro provocato dal ministro Pier Carlo Padoan e dal suo governo subalterno alle direttive ondivaghe e contraddittorie  dell'Unione Europea e della Vigilanza della BCE è che Banca Intesa – la vera beneficiaria dell'operazione - è l'unica grande banca ancora saldamente italiana, mentre le altre maggiori banche cosiddette nazionali (come Unicredit, UBI, ecc) sono invece ormai in larga parte proprietà di operatori finanziari esteri. Ma questo premio di consolazione è davvero magro. 

3) Tutto il peso della crisi è stato gettato sulle spalle dei contribuenti italiani: lo stato si impegna per circa 17 miliardi, una cifra enorme, pari a una finanziaria. Con questa cifra potrebbe rilanciare gli investimenti pubblici e creare milioni di posti di lavoro. Grazie al rilancio dell'economia si poteva anche sanare il sistema bancario italiano oberato da circa 350 miliardi di crediti deteriorati. Così invece non è assolutamente detto che i focolai di crisi del sistema bancario siano spenti. 

4) L'Unione Bancaria europea, già nata male, è ormai moribonda. Il Bail-in non funziona e l'Unione Europea e la Vigilanza della Banca Centrale Europea hanno provocato ritardi e disastri con comportamenti confusi e contrastanti. La Germania e gli stati del nord non accetteranno mai di mettere i loro soldi in un fondo unico europeo per salvare le banche e i risparmiatori degli altri paesi. L'Unione Bancaria si dimostra un pericolo, un bluff e un'illusione. Eppure doveva essere la colonna portante dell'integrazione europea. 

5) Infine una considerazione strategica: bisogna limitare il potere delle banche private di creare denaro dal nulla. Le banche private possono produrre moneta dal nulla (sotto forma di prestiti) e utilizzarla magari per favorire gli amici e per rischiose avventure finanziare, senza avere l'obbligo di investire nell'economia reale. Creando facilmente denaro dal nulla, le banche possono speculare, gettare soldi, e poi farsi salvare con il denaro dei contribuenti. Occorre una nuova e stringente regolamentazione bancaria per proteggere i risparmiatori e fare ripartire l'economia.

Approfondiamo questi punti: 

1) Nonostante il credo liberista e quello anti-statalista ad oltranza, quando una banca fallisce o sta per fallire in tutto il mondo e in tutti i tempi è SEMPRE lo stato che è dovuto e deve intervenire. Chi protesta sempre – e senza se e senza ma – contro l'intervento pubblico o mente sapendo di mentire, o ignora la storia e non capisce la realtà. Sono proprio i governi più liberisti che intervengono per salvare le “loro” banche. In Germania lo stato è intervenuto con 250 miliardi di euro, negli USA con 850 miliardi di dollari (programma TARP), in UK lo stato ha salvato giganti come Loyd, HBSC, Royal Bank of Scotland, Northern Rock con decine di miliardi di sterline, ecc, ecc.

2) Ma c'è modo e modo di nazionalizzare. Una vera nazionalizzazione comporta che lo stato acquisti la quota principale del capitale della banca in crisi, diventi l'azionista di riferimento, mandi via i dirigenti incapaci e/o corrotti, e gestisca la banca a beneficio delle attività nazionali, e non del profitto privato. 

3) Una falsa nazionalizzazione al contrario si basa su tutt'altri presupposti: lo stato mette i soldi dei contribuenti per salvare i privati a beneficio esclusivo dei privati stessi (cioè anche di quelli che magari hanno provocato il fallimento della banca). Questa è la famosa socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti. Questo è quanto il governo italiano ha fatto facendo comprare le due banche venete a Intesa per un euro e accollandosi tutti gli oneri e il peso dei Non Performing Loans (crediti deteriorati). 

4) A questo proposito, nel caso della cessione delle due banche venete a Intesa, vale il commento di Walter Galbiati su Repubblica. “Di solito per rafforzare i ratio patrimoniali le banche (vedi Unicredit) lanciano gli aumenti di capitale. In questo caso Banca Intesa, in cambio dello sforzo di assorbire la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ha preteso che il capitale glielo rafforzasse lo Stato coi soldi dei contribuenti. Ma allora perché non sono state emesse azioni di Banca Intesa a favore dello Stato? Con 5 miliardi, il Tesoro sarebbe diventato azionista col 10% di Banca Intesa, come sarebbe diventato azionista delle venete con la ricapitalizzazione precauzionale. E sarebbe rimasto azionista solo per il tempo necessario per ripagarsi l'investimento. Negli Usa, durante la crisi scatenata da Lehman Brothers, lo Stato è entrato nelle banche per rafforzarne il capitale e ne è uscito poco dopo con laute plusvalenze. Al di qua dell'Oceano, invece, non si è voluto aprire il capitale allo Stato, ma si è chiesto solo di socializzare le perdite”.[1]

5) La crisi delle due banche venete, e di MPS, è dovuta principalmente alla cattiva gestione – su cui sta indagando la magistratura – dei manager-azionisti. Occorre però sottolineare una grande verità: in generale la crisi delle banche italiane non nasce dalla folle speculazione sui derivati, come è successo in molti altri paesi europei, come in Germania e UK. La crisi italiana dell'economia nasce invece in generale dall'austerità che ci è stata imposta dall'Unione Europea, dai mercati finanziari, in ultima analisi dalle grandi banche d'affari internazionali che controllano circa un terzo del nostro debito pubblico. Senza la folle e suicida politica di austerità della UE non ci sarebbero 360 miliardi di crediti deteriorati legati alla risi delle piccole e medie imprese e delle famiglie, e non ci sarebbe la conseguente crisi del settore bancario – a parte i singoli casi criminosi in corso di accertamento da parte della magistratura -. Quindi la politica economica della UE e dell'eurozona è la maggiore responsabile del disastro dell'economia nazionale (-10% del PIL rispetto al 2007) e in particolare di quello bancario. 

6) Le politiche e le istituzioni europee hanno peggiorato enormemente la crisi in corso delle banche italiane. La gestione della crisi delle due banche venete da parte della Vigilanza della BCE e da parte della Commissione UE è stata rovinosa e fallimentare: prima le due banche sono state dichiarate di importanza sistemica, poi no; prima sono state dichiarate solventi ma in crisi di liquidità, poi invece insolventi e in pratica fallite; prima è stato proibito l'aiuto di stato e invocato l'apporto dei privati, poi no, ecc, ecc. In pratica la gestione della crisi da parte della BCE e della UE è stata arbitraria e fuori dalle regole. E ha aggravato enormemente il dissesto delle due banche, spingendole a fallire. 

7) Le norme del Bail-in e quelle analoghe (burden sharing) decise in sede europea nell'ambito del Meccanismo Unico di Risoluzione delle crisi, si sono dimostrate semplicemente inapplicabili. I governi italiani e la Banca d'Italia non avrebbero mai dovuto accettare le regole europee del bail-in. Il salvataggio interno di una banca (in inglese bail-in) prevede che una crisi bancaria sia affrontata e risolta tramite il diretto coinvolgimento “interno” dei suoi azionisti, obbligazionisti, correntisti: sono loro che devono pagare per la crisi di una banca. Il problema è che però la crisi è invece provocata nella totalità dei casi da dirigenti e manager corrotti e/o incapaci. A causa del bail-in lo stato può intervenire per salvare una banca fallita solo dopo che i privati (compresi i piccoli obbligazionisti innocenti e i correntisti con più di 100mila euro in deposito) hanno perso i loro denari. Questo con il pretesto di non penalizzare i contribuenti che, in ultima analisi, finanziano gli interventi pubblici di salvataggio. Ma il problema è che il bail-in si pone in completa antitesi con la tutela del risparmio dei cittadini. E che lo stato è l'unica istituzione che ha sufficienti risorse per salvare una banca. Alla fine i contribuenti pagano comunque il conto, insieme ai risparmiatori beffati. 
 
8) L'Unione Bancaria è fallita di fronte alla crisi delle due banche venete. Non solo è fallito il Sistema di Vigilanza che fa capo alla BCE (primo pilastro dell'Unione Bancaria), non solo le norme sul bail-in si sono dimostrate inapplicabili, e quindi il Meccanismo Unico di Risoluzione non ha funzionato (secondo pilastro), ma il fondo comune europeo di assicurazione dei depositi molto difficilmente verrà accettato dai tedeschi e dalle nazioni del nord Europa, perché questi sarebbero costretti a finanziare i fallimenti delle banche italiane e dei paesi mediterranei. Così anche il terzo pilastro dell'Unione Bancaria molto difficilmente verrà innalzato. Ma senza il fondo unico, l'Unione Bancaria resta non solo incompleta ma diventa un insieme di regole e di norme controproducenti, sbagliate e inapplicabili. Le norme europee peggiorano la gestione delle crisi bancarie invece di affrontarle e risolverle. 

9) Insomma: la partecipazione italiana all'eurozona si dimostra ancora una volta pesantemente negativa. L'euro e le regole dell'eurozona non ci aiutano ma ci opprimono e ostacolano la nostra economia. Le banche italiane in crisi e il risparmio nazionale diventano facile preda degli investitori istituzionali stranieri e dei fondi speculativi (come Vanguard, Norges Bank e Blackrock) e delle banche estere concorrenti. 

10) Una considerazione più generale di carattere strategico: occorre una nuova direzione di marcia per limitare il potere delle banche di creare denaro dal nulla e di speculare mettendo a rischio il risparmio dei depositanti. Le banche creano moneta concedendo prestiti. Grazie al meccanismo della riserva frazionaria, le banche non intermediano il risparmio ma creano moneta prestando denaro: per ogni nuovo prestito di una certa somma registrano in bilancio questa somma al passivo e la stessa cifra all'attivo. Poi il denaro così creato ex novo va magari agli amici e nelle speculazioni immobiliari e finanziarie. Occorre regolamentare e limitare fortemente l'attività bancaria (narrow banking) separando innanzitutto l'attività di intermediazione del risparmio da quella speculativa [2]. Le banche devono servire innanzitutto l'economia reale e lo sviluppo, e non perseguire obiettivi di massimo profitto grazie alla speculazione finanziaria, mettendo a rischio i soldi degli altri, il denaro dei risparmiatori. Lo stato deve intervenire e, se necessario, emettere anche una sua moneta, come la moneta fiscale [3]. Altrimenti nuove crisi sono inevitabili.


NOTE

1) Repubblica “Banca Intesa, lo Stato ricapitalizza, ma non diventa socio” di WALTER GALBIATI,  27 giugno 2017
2) Vedi per esempio l'editorialista del Financial Times Martin Wolf, (2014). “Strip private banks of their power to create money”, Financial Times. 
3) Vedi eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro” a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino  scaricabile gratis sul sito di Micromega.

giovedì 15 giugno 2017

LE ASIMMETRIE DELL'UNIONE BANCARIA di Vladimiro Giacchè

[ 15 giugno 2017 ]
La prolusione di Vladimiro Giacchè ad un incontro al Parlamento europeo di Bruxelles organizzato da Marco Zanni


Nella tabella a sinistra gli NPL (crediti deteriorati) in pancia alle banche in % sui crediti lordi totali






«Buongiorno a tutti.

Desidero innanzitutto ringraziare l’on. Marco Zanni per aver voluto la realizzazione delle ricerche che qui presentiamo e il gruppo parlamentare Europe of Nations and Freedom che ci ospita.

Il focus di queste ricerche è rappresentato dalle asimmetrie che attualmente caratterizzano la regolamentazione bancaria in Europa.

Queste asimmetrie emergono sia con riferimento a quanto è regolamentato nel contesto della Unione Bancaria propriamente detta (o forse impropriamente detta, a giudicare dalle forti asimmetrie e squilibri interni che come vedremo la caratterizzano), sia con riferimento a quanto resta fuori dalla regolamentazione bancaria, ossia lo Shadow banking system, un’area grigia non normata che sta guadagnando terreno rispetto al sistema bancario tradizionale, ipernormato.

Lascio ai ricercatori del Centro Europa Ricerche che prenderanno la parola dopo di me il compito di esporre i contenuti puntuali della nostra ricerca su questi temi.

Desidero qui soltanto proporre qualche considerazione di carattere generale su finalità, contenuti e conseguenze della regolamentazione bancaria europea nella sua attuale configurazione, concentrandomi sull’Unione bancaria.

L’obiettivo con cui l’Unione bancaria europea è nata era quello di ridurre la balcanizzazione finanziaria nell’Eurozona, percepita (a ragione) come uno dei maggiori pericoli per la sussistenza stessa della moneta unica.

Sin dal 2012 gran parte delle ricerche disponibili agli operatori sui mercati finanziari evidenziavano infatti come quello che sino al 2008/2009 si presentava come un sistema così interconnesso da essere inestricabile, si era andato ridisegnando secondo linee “nazionali”: il lending cross-border nell’eurozona era crollato all’incirca alla metà dei valori precrisi, ingenti capitali erano stati rimpatriati nei paesi core, mentre il lending nei paesi cosiddetti periferici tornava ad essere sostanzialmente domestico.


In tal modo, uno degli obiettivi chiave della moneta unica, la creazione di un mercato finanziario integrato, veniva messo radicalmente in discussione, e per di più la fine della moneta unica diventava anche tecnicamente possibile (appunto in quanto le interconnessioni tra sistemi finanziari nazionali andavano diminuendo).

C’era un altro problema, non meno grave: questa situazione rendeva possibile un circolo vizioso potenzialmente distruttivo tra rischio di credito e rischio sovrano.

La situazione fu affrontata tramite la costruzione di un’Unione bancaria, che – nelle intenzioni – avrebbe dovuto concorrere al ripristino di un mercato finanziario e bancario integrato tramite una vigilanza bancaria unica (primo pilastro), procedure di risoluzione che limitassero il rischio di contagio in caso di crisi (secondo pilastro) e una garanzia europea sui depositi tale da spezzare il nesso rischio Paese-rischio bancario (terzo pilastro).

A oggi, il giudizio sull’architettura messa in piedi non può non essere estremamente severo.

In estrema sintesi:

Per quanto riguarda il primo pilastro, la vigilanza bancaria unica ha effetti di copertura molto differenti tra i vari sistemi bancari nazionali, lasciando aperto un rischio sistemico molto serio in alcune importanti nazioni dell’Eurozona (i dati contenuti nella ricerca del CER parlano da soli).
L'architettura costituzionale dell'Unione bancaria europea


Quanto al secondo pilastro, le procedure di salvataggio o risoluzione delle banche in crisi, caratterizzate dal sostanziale divieto di bailout pubblico, anch’esse hanno avuto effetti pesantemente asimmetrici che hanno danneggiato pesantemente alcuni sistemi nazionali (in primis il nostro). Questo in quanto esse venivano stabilite a valle di aiuti pubblici senza precedenti concessi alle banche di molti paesi europei. Questi aiuti avevano sostanzialmente disattivato la normativa europea sugli aiuti di Stato sull’onda dell’emergenza, alterando in misura sostanziale il panorama concorrenziale del sistema bancario in Europa. E’ evidente che impedire a questo punto ogni bailout pubblico (o comunque subordinarlo a criteri estremamente stringenti e posporlo alla partecipazione di azionisti, obbligazionisti e correntisti al risanamento aziendale, non escludendo affatto la strada della risoluzione/chiusura della banca interessata) risultava fortemente penalizzante per gli Stati che non avevano proceduto a sostenere in modo massiccio il sistema bancario nazionale nella fase precedente. Quanto all’entità di questo sostegno, un articolo pubblicato da M. Frühauf sulla FAZ del 16 agosto 2013 (alla vigilia della definizione dell’Unione bancaria) offre dati a dir poco impressionanti. Per comodità di riferimento, in appendice a questo testo è riportata la traduzione di un grafico tratto dall’articolo di Frühauf.

Gli effetti negativi dei primi due pilastri divenivano dirompenti a causa dell’assenza del terzo pilastro, assolutamente essenziale al fine dichiarato dell’Unione bancaria, ossia quello di invertire quel processo di balcanizzazione finanziaria lungo linee corrispondenti ai confini nazionali che era una delle conseguenze più evidenti della crisi. Infatti l’assenza di una garanzia europea manteneva comunque – e per tempi prevedibilmente molto lunghi – l’onere della protezione dei risparmiatori in capo al sistema Paese interessato, e (ancora una volta) contraddiceva quella solidarietà europea che dovrebbe essere il fondamento dell’architettura istituzionale dell’Ue, e in particolare dell’Eurozona.

L’effetto di questo insieme di norme (i pilastri che ci sono e quello che non c’è) è stato devastante in particolare per il sistema bancario italiano, per il quale le nuove regole hanno mutato in misura sostanziale – e per di più senza alcuna fase transitoria – il panorama normativo vigente da decenni, oltretutto in contraddizione con almeno due articoli della nostra Costituzione (l’art. 43 e l’art. 47).


A dispetto delle intenzioni (ma già Hegel sapeva che “di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno”), il nuovo contesto normativo ha penalizzato pesantemente i risparmiatori (in particolare i detentori di obbligazioni subordinate acquistate in vigenza del vecchio ordinamento). E, come era facilmente prevedibile, in assenza sia di un backstop pubblico per le situazioni di crisi che di un sistema di garanzia europeo, ha innescato un vero e proprio bank run in relazione agli istituti percepiti come più deboli, o che erano alle prese con crisi aziendali che sarebbero state facilmente gestibili nel contesto normativo precedente. In tal modo, secondo il meccanismo ben noto delle previsioni che si autoavverano (self-fulfilling prophecies), i problemi di liquidità di alcuni istituti hanno occasionato una fuga dei depositi che ne ha posto a rischio la solvibilità.

È importante sottolineare che quanto sopra non è stato soltanto il frutto degli effetti oggettivamente asimmetrici delle nuove norme, ma anche delle modalità – anch’esse asimmetriche – della loro applicazione.

Un cenno specifico merita in questo contesto il rischio di mercato. Il peso di questo rischio (legato all’attività finanziaria, incluse le transazioni in derivati) risultava assolutamente sottodimensionato rispetto alla sua portata reale già negli Stress Test e AQR: in tal modo veniva enfatizzato il rischio di credito, e conseguentemente penalizzati i sistemi bancari (quale quello italiano) in cui quest’ultimo aveva un peso proporzionalmente maggiore.

Ma c’è di più: il rischio di mercato (al contrario del rischio di credito) non figura nelle 5 priorità della Vigilanza bancaria europea esercitata dalla BCE né nel 2015, né nel 2016, né nel 2017: questo è scritto esplicitamente nei Rapporti annuali della BCE sull’attività di vigilanza.

In questo modo risulta insufficientemente vigilata precisamente la tipologia di rischio alla quale è attribuito lo scoppio della crisi culminata nella Grande Recessione. Più concretamente, è insufficientemente vigilato il rischio di mercato espresso da alcune grandi banche tedesche e francesi, e in particolare quello di un colosso quale Deutsche Bank, il valore effettivo dei cui Level3 assets (derivati) è un esercizio più prossimo alla divinazione che alla stima scientifica: in effetti al team ispettivo della Vigilanza BCE che ha recentemente condotto un’ispezione presso la banca di Francoforte non è stato richiesto nemmeno di prezzare il valore dei derivati in portafoglio. E del resto già in precedenza la stessa Vigilanza europea aveva alzato le mani con un curioso ragionamento: giudicando cioè irrealistico valutare l’adeguatezza del pricing dato ai derivati in portafoglio di Deutsche Bank e di altre grandi banche vista la discrezionalità concessa al riguardo a banche e revisori.
2009: le banche più colpite dalla crisi finanziaria

Più in generale, il grande vincitore dell’Unione bancaria è stato il sistema bancario tedesco. Ma più ancora per quello che riguarda le banche di piccole e medie dimensioni che per quanto riguarda le grandi: le prime hanno infatti beneficiato in primo luogo di una costruzione del primo pilastro che ha fissato a 30 miliardi di assets il livello minimo per essere vigilati dalla Bce. Per ottenere questa soglia minima Schäuble minacciò di mettere il veto all’Unione bancaria, e non è un mistero che l’obiettivo era tenere fuori le Sparkassen dalla Vigilanza europea: in effetti, delle 417 Sparkassen soltanto una è oggi vigilata dalla Vigilanza BCE; stiamo parlando di banche cui spetta il 22,3% degli impieghi di quel paese, per un totale di oltre 1.000 miliardi di euro).

Del resto non è questo l’unico modo in cui queste banche pubbliche, tradizionalmente legate alla CDU, sono state protette. Vanno citati almeno altri due modi.

Il primo è rappresentato dal mantenimento al di fuori della normativa europea, in una sorta di limbo regolamentare, dei cosiddetti Institutional Protection Schemes (IPS). Gli IPS sono diffusi soprattutto in Germania (Sparkassen e Volksbanken) e Austria (banche Raiffeisen). Si tratta di sistemi di mutua protezione e garanzia tra le banche associate, regolati contrattualmente a livello di associazione di categoria. Sono accordi di natura contrattuale e non configurano un’entità legale, e in quanto tali differiscono sia dai gruppi bancari, sia dai network di banche. Pertanto non sono direttamente oggetto della disciplina europea e legata agli accordi di Basilea. Ad es. nella Direttiva europea sui requisiti di capitale (CRD IV) gli IPS non sono neppure citati. La cosa è stata giudicata da Thomas Stern (Austrian Financial Markets Authorities) in questi termini: “la decisione del legislatore europeo di non estendere la regolamentazione riguardante capitale e liquidità agli IPS è rimarchevole e difficile da capire da un punto di vista prudenziale”. Il fatto di essere membri di un IPS in effetti dà alle banche associate una serie significativa di privilegi regolamentari: lo stesso Stern, ad esempio, ha osservato che la struttura degli IPS tra l’altro non era oggetto della regolamentazione dei nuovi requisiti di liquidità quali il Liquidity Coverage Ratio (LCR) e il Net Stable Funding Ratio (NSFR). Di fatto, un importante fattore di rischio sistemico è stato in tal modo trascurato dalla normativa. È appena il caso di dire che le banche italiane in qualche modo confrontabili con le Sparkassen e Volksbanken tedesche, le Banche di Credito Cooperativo, rientrano invece pienamente nella normativa europea anche per quanto riguarda i requisiti di capitale e di liquidità.


Il secondo modo attraverso cui il governo tedesco ha aiutato le proprie Sparkassen è molto interessante, ma purtroppo poco noto: esso è consistito precisamente nel rimandare sine die il sistema di mutua garanzia e assicurazione dei depositi tra le banche europee. Siccome il nesso può non apparire immediato, vale le pena di aggiungere qualche parola di spiegazione. Nel 2013 viene decisa la partenza dell’Unione bancaria con due pilastri su tre (gravissimo l’errore dell’Italia nel non impedire questa asimmetria che rendeva l’unione bancaria incoerente rispetto alle sue stesse finalità – ovviamente accettando che esse coincidessero con quelle dichiarate). Nel 2015 comunque procedono in qualche modo i negoziati per attivare anche la mutua garanzia. Ma Sparkassen, Volksbanken e Genossenschaftsbanken non ne vogliono sapere di partecipare al sistema di mutua garanzia europeo, essenzialmente per due motivi: in primo luogo perché ritengono – verosimilmente a torto - di essere in grado di proteggersi da sole (col sistema degli IPS visto sopra) e quindi non vedono alcun vantaggio dal partecipare a questo sistema; in secondo luogo, e soprattutto, perché temono di dover rendere omogenee le proprie regole specifiche (e di favore) a quelle delle altre banche.

Le prime prese di posizione delle Sparkassen contro la mutua garanzia europea risalgono all’estate 2015. Successivamente Schäuble ha minacciato di attivare una minoranza di blocco contro la normativa proposta. Contemporaneamente venivano fatte filtrare indiscrezioni secondo le quali Italia e Francia avrebbero dichiarato la propria indisponibilità a decidere contro Berlino, e che anche Olanda, Austria e Finlandia erano scettici sulla proposta della Commissione.

Ovviamente l’opposizione tedesca veniva motivata con il timore di dover pagare per altri sistemi bancari. Ma tutto questo era soltanto un fuoco di sbarramento, dietro cui si celava l’obiettivo di “insulare” ancora una volta le Sparkassen dal resto del sistema finanziario europeo.

Precisamente per questo motivo lo stesso tentativo del Commissario lettone Dombrovskis di attenuare la partecipazione delle Sparkassen al fondo, proponendo che “i contributi al fondo siano soppesati in base al rischio di ciascuna banca”, non è bastato alla Germania: perché, se da un lato in questo modo si spostava il problema in avanti comprando tempo (l’analisi dei rischi è un processo che può durare anni), dall’altro per le Sparkassen poteva essere un rimedio peggiore del male, perché per intendere i rischi di una banca bisogna conoscerne i numeri – ossia proprio quello che Schäuble, alzando a 30 miliardi i requisiti in termini di assets per essere vigilati da Bruxelles, era riuscito a evitare. Di fatto, con la mutua garanzia, per stabilire quanto dovuto da ciascuna banca la supervisione BCE anche sulle Sparkassen, che grazie alla configurazione del primo pilastro era stata tenuta fuori dalla porta, sarebbe rientrata dalla finestra.

A inizio dicembre 2015 Schäuble sembra arrendersi all’impossibilità di tener fuori Sparkassen e Volksbanken dal sistema di mutua garanzia europeo.

Poi, l’8 dicembre, il colpo di scena. Schäuble alza il tiro: da un lato attacca la BCE per il conflitto di interesse tra il suo ruolo di guida della politica monetaria e quello di organismo di vigilanza bancaria (conflitto effettivo, ma agitato ora in termini strumentali, quando sarebbe bastato a suo tempo affidare la vigilanza bancaria europea all’EBA e non alla BCE per evitare il problema); dall’altro annuncia la sua opposizione alle misure proposte in assenza del recepimento da parte di tutti gli Stati della normativa europea sul bail-in (evidente pretesto), ma soprattutto avanzando una nuova priorità: prima della partenza del terzo pilastro devono essere ridotti i rischi del sistema bancario. Questa priorità viene successivamente precisata in un modo molto pericoloso per noi: è necessario che le banche europee riducano la quota dei titoli di Stato del proprio paese che hanno in portafoglio. Da parte tedesca si cerca di forzare soluzioni che prevedono: di soppesare per il rischio questi assets in portafoglio e/o di porre limiti alla quantità di titoli di questo tipo detenibili in portafoglio.

Con questo escamotage (o, se si vuole, diversione tattica) venivano conseguiti due obiettivi. In primo luogo, si deviava l’attenzione dal tema in discussione (il completamento dell’Unione bancaria e l’esentabilità o meno di alcune categorie di banche dalla medesima), focalizzandola viceversa su un tema da cui la Germania aveva tutto da guadagnare. È infatti evidente che un rinnovato interesse dei mercati nei confronti della rischiosità dei titoli di Stato dell’eurozona non poteva nuocere alla Germania e anzi nella migliore delle ipotesi avrebbe potuto favorire una ripresa del flight to quality verso titoli di Stato tedeschi, come ai bei tempi della crisi della Grecia e dell’effetto domino successivo. Ma soprattutto si rinviava sine die la realizzazione del terzo pilastro, a tutela ancora una volta delle Sparkassen: infatti, prevedibilmente, l’Italia finì per opporsi alla discussione del dossier titoli di Stato, Renzi (giustamente) minacciò di mettere il veto a ogni decisione in argomento, e con questo la mutua garanzia entrò nello stallo in cui si trova tuttora.

Frattanto l’unione bancaria a due zampe (praticamente, un tavolino con due gambe – con simili effetti in termini di stabilità) entrava in vigore, senza neppure il periodo transitorio originariamente ipotizzato. Sulle conseguenze di questo tornerò tra poco. Ma voglio prima aggiungere qualcosa sull’azione del sistema-Paese Germania in questo frangente. È interessante notare come l’azione della Germania veda un perfetto coordinamento tra sedi e attori diversi: l’8 dicembre le posizioni ufficiali di Schäuble; il 9 dicembre il rapporto presentato dall’europarlamentare tedesco Burkhardt Balz al parlamento europeo (Report Balz) - e votato a larga maggioranza nel gennaio 2016 - nel quale si esprime tra l’altro la necessità di “spezzare il legame tra i soggetti sovrani e le banche a livello nazionale”; infine, a febbraio, la lettera congiunta dei presidenti di Bundesbank e Banque de France in cui si accenna tra l’altro all’“anomalia” rappresentata dai troppi titoli di Stato in carico ai bilanci bancari.

Il risultato, quanto all’obiettivo principale di Schäuble, è presto detto: le Sparkassen tedesche potranno continuare a beneficiare di requisiti di capitale più laschi e di una vigilanza esclusivamente domestica: un combinato disposto che rappresenta un mix esplosivo dal punto di vista dei rischi di crisi bancaria. Oggi una crisi di questo comparto in Germania non avrebbe nulla da invidiare, nei suoi effetti, alla crisi delle casse di risparmio statunitensi (Saving & Loans Banks) negli anni Ottanta. Un ciclo economico domestico positivo e il fatto che le aree a maggior rischio di crisi sono altre concorrono a far sì che nessuno oggi si avveda del problema, ma questo non lo rende meno esplosivo, almeno potenzialmente. Nel frattempo, le Sparkassen e le altre banche tedesche difendono con le unghie e coi denti la propria autonomia e il diritto di non essere vigilati da nessuna autorità di vigilanza europea: da ultimo il 31 maggio scorso una dichiarazione della Deutsche Kreditwirtschaft (l’associazione che riunisce le diverse associazioni bancarie di categoria tedesche) si è espressa contro le presunte “invasioni di campo” dell’ESMA (la Consob europea), ravvisando in alcuni obblighi di informativa avanzati da questa l’oltrepassamento delle prerogative di legge e una “tendenza ad attribuirsi mandati” che esulano da esse.

Ma torniamo al sistema bancario italiano, un settore che al termine della creazione delle holding delle banche di credito cooperativo sarà in larghissima parte sottoposto a vigilanza europea. Se prendiamo le quotazioni di borsa del settore negli ultimi anni, è facile osservare un andamento fortemente negativo. Ma i trigger del crollo dei prezzi non sono stati rappresentati principalmente da notizie negative, bensì da eventi che riguardavano la “regulation” del settore a livello europeo, o interventi del regolatore europeo stesso su questa o quella situazione, su questa o quella banca. Dallo stop, a fine 2015, all’intervento del fondo interbancario di tutela dei depositi per salvare le 4 banche locali su cui si è poi dovuto intervenire diversamente (e con minore tutela degli obbligazionisti), e poi – soprattutto – dall’entrata in vigore del bail-in senza periodo transitorio e senza la contestuale attivazione della mutua garanzia europea sui depositi. Non è un caso che tra fine dicembre 2015 e l’11 febbraio 2016 (a ridosso dell’entrata in vigore del bail-in) siano stati bruciati 46 miliardi di capitalizzazione di borsa dei titoli bancari su un totale di 134,6: un crollo del -35%. Senza dimenticare le lettere spedite dalla vigilanza europea a questa o quella banca, o anche a diverse banche insieme, magari per chiedere di cedere subito i crediti problematici, magari al 17% del valore già forzosamente applicato alle 4 banche di cui sopra. La vicenda del MPS è una telenovela a sé. E nelle ultime settimane vi è più di un indizio che fa pensare che Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca siano state scelte quali cavie per l’applicazione delle regole di risoluzione.

È in ogni caso importante sottolineare che in tutti i casi di crisi verificatisi da fine 2015 in poi un elemento determinante è stata la fuga dei depositi, che semplicemente non avrebbe avuto luogo in vigenza della normativa nazionale precedente l’entrata in vigore dell’Unione Bancaria. In tutti questi casi è stata determinante, e ha giocato un ruolo pesantemente negativo, l’assenza di backstop pubblico. In tal modo non è azzardato affermare che per il sistema bancario italiano la nuova regolamentazione europea ha rappresentato sin dalla sua introduzione uno dei principali fattori di rischio, anziché – come avrebbe dovuto essere – di stabilizzazione.

Che fare?

Nelle relazioni che seguiranno vengono esposte alcune proposte concrete sui singoli temi in discussione.

Ci sono due temi di carattere più generale che credo però vadano almeno accennati. Il primo riguarda il bail-in. A inizio 2016 vi fu un dibattito in Italia sull’opportunità o meno di sospenderlo. Tra i favorevoli vi furono editorialisti di diversa tendenza e certo non sospettabili di pulsioni nazionalistiche antieuropee, oltreché associazioni di categoria e anche una parte del mondo politico. Erano i mesi in cui una buona parte degli Stati dell’Unione Europea sospendeva Schengen. Quella sospensione come sappiamo perdura tuttora, mentre il bail-in non fu sospeso dall’Italia né allora né dopo. Credo che una valutazione seria vada fatta, nell’ipotesi che perduri l’atteggiamento oltranzistico della Commissione Europea nel caso delle banche venete, nel caso che non si sblocchi il terzo pilastro, ma soprattutto alla luce della sua incostituzionalità (non occorre essere particolarmente fantasiosi per immaginare cosa sarebbe successo in Germania se si fosse ravvisata una qualche contraddizione tra le regole dell’unione bancaria e alcuni articoli della Grundgesetz).

Il secondo tema è più generale e riguarda l’approccio negoziale del nostro Paese su questo come su tutti dossier in discussione. È un approccio scoordinato, inefficace, che pretende di essere idealistico (con riferimento a idealità europee evidentemente interpretate in modo diverso dagli altri partner) ed è in realtà scarsamente lungimirante e rinunciatario. In una parola: subalterno.

Sovente il modello tedesco nel nostro paese viene portato ad esempio da politici e giornalisti. In genere un po’ a sproposito. Credo però che quanto all’efficacia negoziale e alla capacità di perseguire gli interessi nazionali (o quanto meno di settori economici nazionali ritenuti strategici), di fare gioco di squadra e di fissare punti irrinunciabili e “linee rosse” invalicabili nei negoziati, abbiamo senz’altro molto da imparare.


In ogni caso, non possiamo neppure pensare di poter correggere gli squilibri che caratterizzano la costruzione europea senza adottare un approccio negoziale diverso da quello seguito finora. Questo è vero in termini di informazione sui dossier in discussione, in termini di coordinamento, come pure in termini di decisione e strategia negoziale.

Le ricerche che oggi presentiamo intendono offrire un contributo conoscitivo al servizio di questo auspicabile diverso approccio.

Grazie per l’attenzione».

Poscritto:

Pochi giorni dopo l’incontro di Bruxelles in cui è stato pronunciato questo intervento, il 10 giugno, il settimanale finanziario “Milano Finanza” ha pubblicato le dure dichiarazioni del ceo di Intesa-Sanpaolo, che ha chiesto le dimissioni di “chi ha accettato questo bail-in”. Il giorno successivo il “Corriere della Sera” ha ospitato una lunga intervista al governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che ha confermato nel modo più indiscutibile in tale sede diverse delle cose che avevamo osservato nel nostro incontro di Bruxelles. Il dibattito su questi temi è in pieno corso. Tre interrogativi restano aperti: il primo riguarda il passato ed è: come è stata possibile una débâcle negoziale così completa? Il secondo riguarda il presente ed è: come mai il velo su questa vicenda così grave e importante è stato sollevato solo ora? Tra l’altro, come si è visto, non era difficile rendersi conto degli effetti della nuova normativa. Ma il più importante è il terzo, che riguarda il futuro: se le cose stanno in questi termini, cosa facciamo? Chiediamo “più Europa” o ci diamo la priorità di aggiustare quello che nell’“Europa” attuale non funziona? Almeno la risposta a quest’ultima domanda non sembra difficile.

http://www.faz.net/aktuell/wirtschaft/wirtschaftspolitik/teuer-fuer-den-steuerzahler-milliardengrab-bankenrettung-12535343.html . Un solo esempio tra i molti possibili: le garanzie prestate dallo Stato tedesco alla sola Hypo-RE furono pari a 145 miliardi di euro, il costo ad oggi per il contribuente tedesco del salvataggio di questa società finanziaria 20 miliardi di euro (cfr. H. Peitsmeier, Das Letzte von der Resterampe, “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, 4.8.2015). Altre fonti riportano cifre in parte diverse sul complesso degli aiuti ricevuti dalle banche europee. Quello che emerge da ogni resoconto su aiuti e garanzie concessi è la particolarità della situazione italiana, caratterizzata da aiuti di Stato alle banche decisamente esigui se raffrontati agli altri Paesi dell’Unione Europea.


* Fonte: Marco Zanni

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