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mercoledì 6 dicembre 2017

SINISTRA SOVRANISTA di Manolo Monereo

[ 6 dicembre 2017 ]

I nostri lettori hanno oramai dimestichezza sia con Carlo Formenti che con Manolo Monereo [nella foto]. Due pensatori e militanti che stimiamo assai. È appena uscito anche in Spagna uno dei lavori più importanti di Formenti, LA VARIANTE POPULISTA. Ne demmo appunto contezza, libro fresco di stampa, nell'ottobre 2016.

Qui sotto la presentazione di Monereo.

«Non è un fantasma, è qualcosa di più materiale, più molecolare, più coerente: l'emergere di una sinistra sovranista. Intendiamoci una sinistra che cerca di riconciliare l'emancipazione sociale, la sovranità popolare e la ricostruzione di uno stato democratico avanzato. Il tornare a conciliare ha a che fare con l'inversione della rotta che negli ultimi trenta anni ha opposto questi valori alla sinistra realmente esistente, considerandoli come reliquie di un passato che non tornerà, o peggio, gli ostacoli da superare per confrontarsi alle sfide di questa tarda modernità.

Lo viviamo ogni giorno, a volte, come qui e ora in Spagna, drammaticamente. In primo luogo, notiamo con grande allarme il risveglio di vecchi e nuovi nazionalismi e la tendenza in diversi Stati alla frammentazione ed alla rottura territoriale; in secondo luogo, si difende con veemenza la globalizzazione e la sua  specifica modalità di concretizzarsi nel nostro continente, l'Unione europea, sempre intesa come qualcosa di irreversibile e inevitabile che andrebbe soltanto modulata, temperata, democratizzata; in terzo luogo, si propone di approfondire l'integrazione sovranazionale e la progressiva perdita della sovranità degli Stati nella prospettiva di un lontano momento in cui si andrebbe, più o meno, verso gli Stati Uniti d'Europa. Si capisce che la chiave di questa argomentazione è che queste tre ipotesi non sono correlate l'una all'altra.


Perché stupirsi se, davanti alla decostruzione pianificata vengono degli stati europei realmente esistenti, rinascono nuovi nazionalismi nuovi e quelli rinascono o si rivitalizzano? Come non capire che quando la democrazia come autogoverno dei cittadini perde peso e influenza davanti ai poteri economici oligarchici e non democratici (vedile istituzioni europee), risorgono richieste di sovranità, di identità e di protezione? Come non capire la disaffezione di fronte alle istituzioni tradizionali e ai partiti politici quando le regole di un patto implicito che collegava il capitalismo regolamentato alla democrazia politica e ai diritti sociali sono state infrante?

Alcuni di noi sostengono che l'Europa vive un "momento Polanyi". [1] Più di tre decenni di egemonia delle politiche neoliberiste hanno minato il potere dei lavoratori nella società, limitando i diritti sociali fondamentali e tagliando sostanzialmente lo stato sociale. Si può dire che, a più integrazione europea, hanno corrisposto meno democrazia reale e meno diritti effettivi per le maggioranze sociali. Il "mercato autoregolato" è andato molto avanti e, come ci ha insegnato il vecchio socialista austriaco Polanyi, le società reagiscono e lo fanno con i "materiali" disponibili e spesso seguendo strade politiche contrastanti. Comune ovunque è la richiesta di sovranità in un senso preciso: diritto di decidere il modello sociale, il modello politico, il modello territoriale; le popolazioni non sono nulla, non hanno potere, vedono peggiorare le loro condizioni di vita e di lavoro e vedono come l'orizzonte di senso sia bloccato, chiuso.

La reazione della società, quale che sia la sua direzione, non è qualcosa di pre-moderno, né un atavismo di un passato che rifiuta di scomparire. È la conseguenza di una modernizzazione capitalista in un momento di crisi della globalizzazione neoliberista realmente esistente. Le popolazioni ovunque richiedono la medesima cosa: sovranità, stato, ordine, protezione, sicurezza, futuro. Come la storia ha mostrato nella precedente globalizzazione e nelle varie crisi del capitalismo, la reazione della società si svolge entro correlazioni di forze date e può andare a destra, all'estrema destra o a sinistra nelle sue diverse varianti. Non è qui il caso di andare troppo oltre; basti dire che il crocevia in cui ci troviamo potrebbe essere definito come segue: la crisi di un capitalismo senza alternative.


Il libro di Carlo Formenti [2] entra pienamente in questa problematica che ho appena delineato. Carlo, è bene sottolinearlo, è un sociologo competente, militante sindacale da lungo tempo ed eminente esponente della cosiddetta cultura operaista italiana. Negli ultimi anni si è dedicato con passione e rigore a una critica delle ipotesi teoriche e politiche che hanno modellato l'immaginario di una parte considerevole della sinistra sociale italiana. Formenti è uno specialista delle nuove tecnologie e dei loro rapporti con la produzione, l'economia e la struttura sociale. Si potrebbe dire che ha sviluppato una critica all' "uso capitalista" delle moderne tecnologie dell'informazione e della comunicazione.

Lo shock è stato difficile. Il dibattito con l'operaismo dominante è ancora aperto e Formenti ha dovuto sopportare critiche non molto eleganti e sgarbate squalifiche. La polemica è antica quanto la storia del marxismo tra coloro che sottolineano il rapido sviluppo delle forze produttive e di come cambiano le relazioni sociali e quelli che pongono l'accento sulla materialità della lotta di classe, su come certi mutamenti impattano sulla soggettività organizzata, sulla sostanzialità delle stesse forze produttive. Non è un caso che il libro di Formenti si concluda con un'appendice dedicata all'ontologia dell'essere sociale di Lukács.

Non intendo qui riassumere un libro e, molto meno, servire da strumento per discutere con l'autore. Non lo farò; indico solo alcuni nodi che lo rendono particolarmente rilevante per il nostro presente, sempre con l'intenzione di invitare ad una lettura critica. Il titolo, La variante populista, ha un sapore provocatorio. Quelli tra noi che usano il termine populismo o meglio, populismo di sinistra, lo fanno consapevolmente. Usare la provocazione come un pugno nello stomaco per svelare una realtà che si vuole negare squalificandola come populista. Formenti lo dice chiaramente: il populismo è la forma della lotta di classe oggi, qui e ora. Lanciata questa provocazione, carica di significato, iniziamo a discutere seriamente i problemi della nostra società dal punto di vista delle classi lavoratrici.

Carlo Formenti fa un'analisi molto seria di questo capitalismo finanziarizzato che, a quanto pare, non ha alternative. Sottopone ad una profonda critica le analisi dominanti, di quella che potremmo chiamare la "sinistra globalista" partendo da  una valutazione ragionevole dei rapporti di forza esistenti, facendo un enorme sforzo per capire i cambiamenti che si sono verificati nelle classi lavoratrici, il vecchio ed il nuovo proletariato. Lo fa con molta forza, sapendo di cosa sta parlando e da un punto di vista anticapitalista e con una volontà socialista.

Inevitabilmente, parlare di populismo significa fare i conti con Ernesto Laclau e con Chantal Mouffe. Formenti lo fa con rispetto, ma con radicalità, cercando di andare oltre gli autori di cui sopra da una strategia nazionale-popolare che pone al suo centro Antonio Gramsci. Dei nodi a cui ho fatto riferimento in precedenza, voglio analizzarne uno che mi sembra sostanziale. 
Mi riferisco al contrasto tra un'economia sociale e morale basata sui flussi, e quella dell'economia basata sul territorio. Questo contrasto mi sembra decisivo. Quella che potremmo definire la territorialità del potere, intesa come appropriazione collettiva di uno spazio che cerca l'armonia con l'ambiente di cui siamo parte e da lì, costruisce uno stile di vita in grado di integrare le nuove tecnologie, le competenze e l'emancipazione della forza lavoro e delle forme di organizzazione sociale che promuovono solidarietà, altruismo e il buon vivere delle persone. Per Formenti, la "arretratezza" può essere un anticipazione. In molti stiamo riflettendo con lui sulla necessità di un nuovo "meridionalismo" che trasforma il nostro Sud squalificato, denigrato e dipendente in una possibile alternativa che ci faccia reincontrare con il Nord in un cambiamento di civiltà, di stili di vita, in una logica socialista e fraterna».

* Fonte: el diario
** Traduzione di SOLLEVAZIONE - Corsivi nostri

NOTE

[1] IL TRIONFO DI TRUMP E IL "MOMENTO POLANYI" di Manolo Monereo
[2] Carlo Formenti, La variante populista. Lucha de clases en el neoliberalismo. El Viejo Topo 2017  - In Italia: La Variante populista, Derive e Approdi

domenica 4 giugno 2017

LA MITOLOGIA DELLE FORZE PRODUTTIVE AL TEMPO DEL LAVORO "IMMATERIALE" di Carlo Formenti

[ 4 giugno 2017 ]

Qui sotto uno dei capitoli più belli e teoricamente densi del libro di Carlo Formenti LA VARIANTE POPULISTA. Lotta di classe nel neoliberismo.
Molte le cose che questo blog ha pubblicato di Formenti. Segnaliamo en passant la sua risposta ai sui detrattori post-operaisti.


Che esista una certa analogia fra alcuni elementi della mistica evoluzionistica di Teilhard de Chardin E certi aspetti del marxismo, è difficilmente confutabile. Mi riferisco, in particolare, alla fede nell'esistenza di un principio immanente in grado di orientare la freccia del tempo, e a ruolo di catalizzatore/acceleratore del processo evolutivo che entrambi i sistemi di pensiero attribuiscono al progresso scientifico e tecnologico. La crescita del generall intellect, dell'insieme delle conoscenze scientifiche e tecnologiche accumulate dall'individuo sociale - che nella sua formulazione più astratta sembra evocare un'entità vagamente simile alla Noosfera - é il fattore decisivo su cui Marx fonda la convinzione che nella società capitalistica possono svilupparsi elementi di socialismo. 

Carlo Formenti
L'idea secondo cui la rivoluzione socialista obbedirebbe a una logica in qualche modo simile a quella della rivoluzione borghese - il nuovo modo di produzione matura all'interno di quello precedente, nel senso che il capitalismo crea le condizioni materiali del proprio superamento, così com'era avvenuto per la società feudale - da qualche tempo è tutta via al centro dei dubbi riflessioni critiche anche da parte di intellettuali di formazione marxista. Dardot e Laval, per esempio, sottolineano in più occasioni quanto sia arduo rintracciare all'interno dell'attuale società rapporti di produzione socialisti già realizzati. Ma l'aporia più evidente della tesi secondo cui lo sviluppo delle forze produttive creerebbe le condizioni per la transizione al socialismo, consiste nel fatto che essa implica la convinzione che le forze produttive - il general intellect - sviluppate dal capitale siano "neutre", per cui una società socialista potrebbe liberamente appropriarsene. 


Nel secolo e mezzo trascorso dalla elaborazione teorica di Marx sul tema, influenzata dagli esiti della rivoluzione industriale, si sono succedute altre due grandi rivoluzioni tecnologiche che hanno avuto un impatto radicale sul modo di produzione capitalistico (nonché sull'intera organizzazione sociale) e che hanno chiarito una volta per tutte: 1) che non esistono forze produttive neutre, in quanto le tecnologie non sono "strumenti", liberamente adattabili alle esigenze di chiunque se ne serva, bensì elementi di un ambiente complesso che incorpora nella propria costituzione materiale, nella propria forma e nelle proprie funzionalità un complesso di dispositivi di comando e controllo in grado di selezionare i comportamenti, conoscenze e attitudini individuali e di gruppo; 2) che una eventuale società post capitalistica, prima di poter ereditare l'attuale apparato produttivo, dovrebbe trasformarlo radicalmente, per renderlo compatibile con funzioni e finalità diverse da quelle per cui è stato progettato e, laddove ciò non fosse possibile, dovrebbe sostituirlo con tecnologie del tutto nuove. 

Del resto, lo stesso Marx, analizzando lo sviluppo del macchinismo e il processo di subordinazione sostanziale del lavoro al capitale nelle opere mature, è entrato in contraddizione con la sua originale visione ottimista sul ruolo progressivo dello sviluppo delle forze produttive. Ciò è del tutto evidente nei passaggi in cui descrive il lavoro astratto come un'entità compiutamente disciplinata e assimilata al ritmo delle macchine, dalla quale sono espulse tutte le forme di singolarità, di non omogabilità, del soggetto vivente. Scrivono Dardot e Laval commentando questi testi: "Il lavoro vivo perde ogni forma di indipendenza ed è ridotto a "impotenza"; l'attività dell'operaio, ridotta a una pura astrazione dell'attività, è determinata e regolata per tutti i versi del moto del macchinario e non viceversa. L'intellettualità è totalmente monopolizzata dal capitale".



Questa descrizione non vale forse solo per la grande fabbrica fordista? La rivoluzione digitale non ho forse rovesciato come un guanto l'organizzazione di fabbriche, uffici, apparati amministrativi, oltre che della vita quotidiana? Non è forse vero che oggi lo statuto del lavoro è radicalmente mutato, restituendo a individui e gruppi un'autonomia e una creatività sconosciuti persino al lavoro preindustriale? Per smontare questa illusione basterebbe rileggersi quanto ho scritto a tale proposito nell'ultimo paragrafo del primo capitolo, ma è possibile spingersi oltre, dimostrando come i problemi descritti in quelle pagine non sono il risultato di un "cattivo uso" delle nuove tecnologie: è la stessa essenza - il modo in cui sono progettate e prodotte, il modo in cui funzionano - a renderle totalmente funzionali ai fini del dominio e dello sfruttamento capitalistico. 


Ecco quanto scrive in proposito Roberto Finelli: "Di fronte a letture che hanno sottolineato in senso emancipativo l'ingresso di massa del lavoro mentale nei processi di produzione di beni e servizi, ritrovandovi la messa in campo di intelligenze e iniziative riflessivo-comunicative, di virtù della soggettività, eccedenti e non riducibili alla norma e al comando della direzione capitalistica, qui si che continua invece a proporre una lettura fondata sul nesso sistemico macchina-forza-lavoro come regola fondamentale e invariante del modo di produzione capitalistico, per il quale la forza-lavoro non può mai essere considerata come forza e funzione autonoma del macchinismo cui è sempre intrinsecamente connessa [...]. La macchina informatica ad esempio colloca una serie enorme di informazioni al di fuori del cervello umano, generando una mente artificiale di cui la mente umana può essere solo funzione e appendice". Si aggiunga il fatto che il lavoro mentale viene progressivamente sottoposto a procedura di misurazione/quantificazione, si aggiunga inoltre fatto che il sistema macchina digitale/forza-lavoro impone una separazione della mente dal corpo che consegna la prima una semantica decorporizzata e anaffettiva. È solo mettendo tra parentesi simili fatti che si è potuto costruire il mito della rete come regno della libertà: si discetta sulle potenzialità "democratizzanti" di Internet dimenticando come questo ambiente tecnologico incorpora un codice, un sofisticato complesso di regole e procedure che definisce apriori cosa è possibile fare, favorendo od ostacolando certe modalità di scambio di lavoro individuali e collettive. Per quanto convincenti, questi argomenti non mettono in crisi la fede dei teorici postoperaisti nel mito del ruolo "rivoluzionario" delle forze produttive. 
Toni Negri


Prima di impegnarmi in un faccia a faccia con le loro tesi, tuttavia, ritengo necessario premettere una riflessione su una scelta terminologica che rinvia a un'importante questione di metodo: nelle citazioni che seguono troverete frequenti riferimenti all'economia, al capitalismo e al lavoro "immateriali". Ebbene, mai aggettivo fu più inadeguato: nell'economia e nel capitalismo digitali - come ritengo più corretto definirli - non c'è alcun che di immateriale, a partire dalle tecnologie su cui si fondano. Il privilegio che la sottocultura nerd attribuisce al software nei confronti dell'hardware rimuove infatti due evidenti verità: 1) non c'è software senza hardware, le informazioni non sono "puri" segni ma iscrizioni materiali su disco rigido, né l'intera industria informatica potrebbe esistere senza il lavoro "fisico" di milioni di operai e operaie dei paesi in via di sviluppo; 2)  anche il lavoro dei cosiddetti lavoratori della conoscenza è fatto di carne e sangue: cervelli resi ottusi dalle ipersollecitazioni, muscoli irrigiditi dalle ore passate davanti allo schermo, sensibilità mutilate dai ritmi E dalle esigenze delle interfacce, ecc. Ma passiamo alle tesi che intendo criticare.

Tesi numero uno: il capitalismo contiene un principio immanente che lo guida inesorabilmente verso la sua negazione/superamento, che coinciderebbe con il raggiungimento di un livello di sviluppo delle forze produttive incompatibile con l'attuale modo di produzione. Ascoltiamo André Gorz: "L'economia dell'abbondanza tende diverse persone economia della gratuità e verso forme di produzione, di cooperazione, di scambi e di consumo fondate sulla reciprocità e la messa in comune, nonché su nuove monete. Il "capitalismo cognitivo" E la crisi del capitalismo tout court"; "non ci sarà rivoluzione grazie a rovesciamento del sistema a opera di forze esterne. La negazione del sistema si diffonde all'interno del sistema mediante pratiche alternative che esso suscita e delle quali le più pericolosamente virulente per lui sono quelle di cui non può fare a meno"; "Il capitalismo e 15. Nel suo sviluppo delle forze produttive alla frontiera, oltrepassata la quale può profittare pienamente delle sue possibilità solo superando se stesso verso un'altra economia".


Tesi numero due: le attuali forze produttive sono sostanzialmente neutre e quindi riusabili in un contesto non capitalista. Partiamo da Matteo Pasquinelli e dalla sua esegesi al "Manifesto accelerazionist", nel quale si sostiene che l'attuale sviluppo tecnologico può essere radicalmente separato dal capitalismo e "ridisegnato" in senso rivoluzionario, e che "L'astrazione più estrema dell'intelligenza (cioè gli algoritmi, annotazione mia) Sia un'arma propria della moltitudine". Aggiunge Pasquinelli: "La piattaforma materiale del neoliberismo non ho bisogno di essere distrutta. A bisogno di essere riconvertita verso obiettivi comuni". Ascoltiamo, infine, Antonio Negri: "Che i modelli matematici e gli algoritmi siano al servizio del capitale, non è una loro qualità, non è un problema della matematica, è solo un problema di forza".


Tesi numero tre: le nuove forme di lavoro "immateriale" liberano le potenzialità creative degli individui permettendo loro di esprimere liberamente la propria personalità. Torniamo a Gorz: ciò che conta nel nuovo lavoro "sono le qualità di comportamento, le qualità espressive e immaginative, il coinvolgimento personale nel compito da svolgere"; "il lavoro immateriale tende in definitiva a confondersi con un lavoro di produzione di sé"; "la separazione fra i lavoratori e loro lavoro del reificato, e tra quest'ultimo e il suo prodotto, è dunque abolita, dato che i prezzi di produzione diventano approcciabili e suscettibili di essere messi in comune".


Questa fascinazione tecnologica arriva fino al punto di condividere l'afflato mitico-religioso di certe culture californiani: vedi la strizzata d'occhio che Antonio Negri concede alle filosofie nerd laddove - mentre celebra il dispiegarsi della potenza del lavoro cognitivo una volta che si sarà liberato dalle catene del capitalismo - disquisisce di un umanesimo che, spingendosi oltre limiti imposti dalla società capitalista, si aprirà al postumano. Non so se tale battuta sia liquidabile come un omaggio "modaiolo" del filosofo ai giovani allievi, temo però si tratti semplicemente di un ulteriore conferma della seduzione che la metafora della smaterializzazione esercita sugli intellettuali postoperaisti.


Fascino che traspare anche in un libro collettaneo dedicato alle presunte prospettive liberatorie del processo di smaterializzazione della moneta che, sostengono gli autori, offrirebbe l'opportunità di creare una "moneta del comune", Per fortuna, in queste pagine troviamo un appello alla prudenza di Christian Marazzi, il quale invita:
1) a non innamorarsi di astratti progetti di riforma monetaria il cui
unico valore è funzionare da "esercizi di esodo" da un sistema monetario; 2) di non dimenticare che i profeti dell'emancipazione della moneta dal controllo statale sono eredi della tradizione ultraliberista di autori come von Hayek; 3) di tenere presente che, se non si ragiona sui soggetti sociali concreti che dovrebbero usufruire della "moneta del comune" non esiste alcuna garanzia che quest'ultima possa trasformarsi a sua volta in un veicolo di sfruttamento. Ma i consigli di Marazzi restano isolati in un coro di voci che invitano a cogliere l'opportunità storica che deriva dalla smaterializzazione della moneta - processo che tenderebbe a ridurre la moneta a "puro segno al di fuori di ogni forma di controllo da parte della sovranità monetaria dello stato". 


Come si vede, siamo in un orizzonte concettuale simile a quello della cultura anarcocapitalista, che vede nella smaterializzazione della moneta la chance di liberare il mercato sia dal controllo statale sia da quello delle grandi corporation. Per inciso, l'unco esperimento significativo di moneta digitale privatizzata, il Bitcoin - a suo tempo celebrato come incarnazione dei valori della cultura cyberpunk - si è rivelato come un ennesimo strumento di speculazione finanziaria. Ma il vero nodo è un altro: solo degli impallinati di tecnicalità economiche possono credere che esista una moneta che, ancorché "smaterializzata", sia riducibile a "puro" segno di valore, nel senso che non esistono segni culturali - tanto meno segni monetari - che non incarnino rapporti di forza fra diversi soggetti sociali. L'illusione di poter usare la moneta immateriale per "sfidare il potere finanziario al suo stesso livello", rischia di alimentare progetti a dir poco ambigui, come quello del collettivo Robin Hood finlandese , il quale si vanta di aver saputo "piegare la finanziarizzazione dell”economia a nostro vantaggio" e di essere diventato "il terzo miglior fondo speculativo del mondo" (!?).

A proposito di questo tipo di discorsi, Dardot e Laval commentano: "non possiamo non constatare la vicinanza tra le tesi che promuovono l'anarcocomunismo dell'informazione e quelle che esaltano i meriti del capitalismo digitale". Infatti in comune hanno la stessa fede nella virtù taumaturgica dell'immateriale, inteso come potenza in grado di trasformare il mondo dall'interno, e la stessa esaltazione della conoscenza come potere di trasformazione delle relazioni interumane. A proposito di quest'ultimo punto, sempre Dardot e Laval sottolineano come esso prenda le mosse da un'analisi che troppo spesso "si fonda sulla supposta capacità intrinseca che la conoscenza possederebbe in quanto bene pubblico puro e che consisterebbe nella sua cumulabilità e nella sua naturale capacità produttiva" -analisi che rimuove il fatto che "Non è la “natura” della conoscenza che determina la sua capacità produttiva, sono le regole giuridiche e le norme sociali che garantiscono o meno la sua estensione e la sua fecondità".


Gorz, Negri e soci sono convinti che il capitalismo cognitivo generi da sé le condizioni del proprio superamento, o meglio le abbia già generate, nel senso che l'intelligenza imprenditoriale del capitale si ridurrebbe oggi a convertire in profitto (o meglio in rendita) la ricchezza sociale che viene spontaneamente generata dallo spazio sociale innervato dalle tecnologie digitali; il capitale non sarebbe insomma più in grado di esercitare il suo controllo diretto su una forza-lavoro che organizza autonomamente la cooperazione fra intelligenze individuali e collettive. Il che significa dimenticare la lezione di Marx nel Capitolo VI inedito, secondo cui le funzioni specifiche del capitalismo maturo - organizzazione, comando e sorveglianza - emergono proprio nel momento in cui il lavoro diventa cooperativo: è precisamente da quel momento che i cooperanti si presentano essi stessi solo come un particolare modo di esistenza del capitale. L'economia della conoscenza ha forse cambiato questa realtà? Assolutamente no. È piuttosto l'analisi postoperaista che sottovaluta "il peso dell`inquadramento e della direzione del lavoro da parte delle nuove forme di governamentalità liberiste all`interno dell'impresa capitalistica", scambiando per "autonomia" del lavoro vivo "le nuove forme di potere attraverso le quali il capitale plasma il processo del lavoro cognitivo e modella le soggettività".


Vale infine la pena di notare come queste tesi presentino evidenti analogie con alcune concezioni teoriche che risalgono alle fasi premarxiste del movimento operaio. Lo spinozismo di Negri, con la sua visione di una potenza originaria e spontanea del sociale (basti pensare al concetto di moltitudine), si allontana infatti dall'approccio di Marx, il quale concepisce il sociale come un prodotto storicamente determinato, tanto nei contenuti che nelle forme. Ecco perché la sua tesi del capitalismo contemporaneo come puro "estrattore di rendita" finisce invece per convergere con la tesi di Proudhon laddove costui sosteneva che il capitalismo è una formazione predatoria che letteralmente "ruba" la ricchezza generata dal sociale. Tanto la "forza collettiv" che secondo Proudhon genera tale ricchezza, quanto il general intellect postoperaista tendono a presentarsi come una sorta di attributo immanente (e quindi metastorico) dell'individuo sociale. Per cui vale per Negri la stessa obiezione che Marx faceva a Proudhon:"il prelievo capitalistico non è successivo perché la produzione in quanto tale è già presieduta dalla ricerca del profitto". È già, cioè, produzione specificamente capitalistica.

venerdì 16 dicembre 2016

LA VARIANTE FORMENTI: UN CONGEDO DALLA SINISTRA GLOBALISTA di Mimmo Porcaro

[ 16 dicembre ]

Con questo denso intervento di Mimmo Porcaro continuiamo il dibattito sul populismo.

Questi gli interventi principali da noi pubblicati:

POPULISMO O MUERTE di Moreno Pasquinelli
PER UN POPULISMO DI SINISTRA di Carlo Formenti
POPULISMO: IN RISPOSTA AI POST-OPERAISTI di Carlo Formenti
LO SPETTRO DEL POPULISMO  di Paolo Gerbaudo

L’ultimo lavoro di Carlo Formenti (La variante populista, Derive e approdi, Roma, 2016) è talmente denso di riferimenti e attraversato da così tante tensioni concettuali —effetto del passaggio dell’autore da un paradigma teorico ad un altro— da costringere chi voglia abbozzarne una recensione ad una drastica semplificazione che punti direttamente all’essenza del testo. 
E l’essenza si può riassumere in tre tesi. 
1) La cultura egemone nella sinistra (e nella stessa sinistra radicale) è ormai parte organica dell’ideologia delle classi dominanti ed ha la funzione di legittimare la globalizzazione, l’Unione europea ed il nuovo capitalismo esaltandone le presunte potenzialità democratiche e libertarie, e salutando l’indebolimento degli stati come un rafforzamento dell’autorganizzazione sociale. Punta di lancia di questa mutazione della sinistra è la cultura post-operaista che si presenta ormai come autoglorificazione di uno strato superiore del lavoro sociale (il lavoro ad alta qualificazione intellettuale) che ha rotto ormai ogni legame con gli strati inferiori. 
2) Il soggetto della trasformazione sociale non deve essere cercato nei punti alti dell’organizzazione capitalistica del lavoro, come suggerisce di fare il postoperaismo, ma piuttosto nei punti più bassi o comunque nei luoghi tendenzialmente esterni alla logica della modernizzazione capitalistica: in ogni caso il soggetto non deve essere dedotto da categorie sociologiche, ma deve essere reperito nel corso di un’analisi concreta di ogni fase storicamente determinata della lotta di classe in una fase determinata. 
3) Una tale analisi ci dice oggi che, a causa del crescente impoverimento degli strati medio-inferiori del proletariato, della chiusura dei precedenti spazi democratici, dell’integrale adesione della sinistra alla globalizzazione, le esperienze più acute e potenzialmente efficaci di lotta di classe non possono fare a meno di assumere una forma populista. Forma che non può essere esorcizzata, ma deve essere accettata, attraversata e spostata in senso classista ed anticapitalista.

  1. La sinistra capitalista
Concludendo un lungo processo di distacco dall’ideologia della sinistra radicale ed in particolare dalla sua variante postoperaista, Formenti (uno dei pochi intellettuali italiani capaci di congedarsi da un’ influente scuola di pensiero senza per questo rinnegare la scelta di campo che motivava la sua primitiva adesione) ci offre una rassegna sintetica e spietata del rapporto strettissimo tra l’ideologia delle frazioni attualmente dominanti del capitalismo e tutte quelle idee indiscusse della sinistra che un tempo promettevano un’emancipazione ancor più radicale di quella social-comunista ed oggi si mostrano pienamente coerenti con gli attuali meccanismi di comando. Soprattutto l’ ”orizzontalismo” (ossia la somma delle idee che esaltano come panacea le relazioni di rete e di base contro ogni forma di “verticalismo” e di stato), il femminismo (con la sua tendenza alla ridiscussione continua dell’identità) e la teoria/prassi dell’ampliamento ad infinitumdei diritti individuali (perseguiti peraltro senza nessuna attenzione al generale contesto di classe nel quale si muovono gli individui stessi), si mostrano completamente funzionali al dominio della merce. Il presunto funzionamento spontaneo dei meccanismi orizzontali non è che il calco del presunto funzionamento del mercato ottimale, e l’antistatalismo di sinistra è concettualmente assai vicino a quello mercatista; la ridiscussione incessante dell’identità è funzionale all’assunzione di stili di vita plurali e mutevoli e quindi al consumo di tipi assai differenziati di prodotti; la rivendicazione di sempre nuovi diritti consente di costruire mercati di sbocco per tecnologie sempre nuove, in cerca del proprio consumatore. E via di questo passo. Una critica spietata, dicevo, che non potrà che irritare gli ambienti della sinistra odierna, ma che certamente aiuterà coloro che da quegli ambienti si stanno allontanando, accelerando il processo e rendendolo più consapevole.
In particolare però, come è ovvio data la provenienza dell’autore, la polemica più argomentata e puntuta è quella riservata al postoperaismo e allo stesso operaismo. Qui Formenti elenca accuse già formulate in altri volumi: la commistione tra il “negrismo” e le utopie tecno-scientifiche (non estranee a certe forme di semi-misticismo à la Teilhard de Chardin), l’inconsistenza teorica delle tesi sul carattere immateriale del lavoro, l’illusione dell’autonomia del lavoro cognitivo rispetto al capitale. In particolare quest’ultima tesi mostra come il postoperaismo sia l’ideologia delle frazioni maggiormente specializzate (ed individualizzate) del lavoro che, in quanto la loro subordinazione al capitale si realizza nella forma dell’apparente libertà e creatività (quando invece il capitale organizza e preforma le stesse modalità di erogazione del lavoro intellettuale e costruisce una pseudo-cooperazione tra lavoratori sulla base di una spietata competizione) illudono sé stessi dichiarando che è in realtà il capitale a dipendere dal “cognitariato”. E, peggio ancora, dichiarano che il cognitariato stesso è la forma generale di ogni lavoro, che tutto il lavoro è essenzialmente uguale ed egualmente indipendente dal capitale, e che quindi non c’è bisogno né di costruire un’alleanza politica tra le varie frazioni del lavoro né di proporsi la riappropriazione per via politica dei mezzi di produzione perché questi ultimi ormai si identificano con la mente stessa dei lavoratori.
Come se non bastasse Formenti rileva, e non posso che essere d’accordo, una profonda consonanza fra queste teorie e gli aspetti progressisti ed economicisti del marxismo che hanno nutrito sia la prassi socialdemocratica che quella stalinista. Tali aspetti si condensano nell’idea che lo sviluppo delle forze produttive sia di per sé ed automaticamente un fattore di emancipazione sociale, e che basterebbe intervenire sulle forme della proprietà e dello stato (blandamente nel caso della socialdemocrazia, drasticamente nel caso dello stalinismo) per liberare tutte le potenzialità dello sviluppo stesso. Il socialismo, oppure la democratizzazione del capitalismo, si costruiscono insomma con gli stessi materiali offerti dal capitalismo, con le stesse forze produttive capitalistiche che non sono, in questa visione, una materia prima da trasformare, ma un meccanismo già dato della nuova società: un contenuto genericamente umano che attende soltanto di essere liberato dalla sua esteriore e caduca veste giuridico-proprietaria. Questo economicismo ha sempre e volutamente rimosso l’intima natura capitalistica, gerarchica ed asimmetrica delle forze produttive, delle macchine e della stessa crescente interconnessione dei processi produttivi (interconnessione è qui un eufemismo per centralizzazione capitalistica). Analogamente, il postoperaismo prende per buona la retorica della “connessione universale” propria delle imprese digitali, scambia la comunicazione col comunismo e rimuove le forme di controllo e di gerarchia proprie del capitalismo digitale e la profonda divisione trai lavoratori che esse inducono, in particolare nel campo “cognitario”. Rilevare una tale analogia serve a Formenti non soltanto come argomento polemico, ma come passaggio teorico per congedarsi da qualcosa che è proprio non solo del postoperaismo, ma dello stesso operaismo delle origini, ossia dall’idea che il soggetto rivoluzionario debba essere cercato nel punto più alto, ossia tecnologicamente più sviluppato, del capitalismo, e debba essere definito come l’elemento che più di altri è interno ai processi d’innovazione organizzativa e che proprio per questo è in grado, dialetticamente, di rovesciare il dominio del capitale. Anche se empiricamente un tale soggetto può, in alcune fasi, apparire poco numeroso o poco consapevole, è importante per l’operaismo individuare una tendenza che, a partire dall’analisi dei punti più dinamici del capitale, ne deduce per l’immediato futuro l’ampliamento quantitativo e la crescita della soggettività politica di una determinata figura di lavoratore, che si candida a riassumere in sé le caratteristiche di tutte le altre figure e ad essere l’unico e già costituito perno del processo rivoluzionario. Secondo Formenti non soltanto le più recenti iperboli negriane, ma anche l’originario metodo della “tendenza”, che pure – mi permetto di aggiungere – si è accompagnato a suo tempo ad analisi assai sobrie e realistiche della condizione dei lavoratori, deve essere abbandonato, perché porta ad assolutizzare alcune figure del lavoro che in realtà sono soltanto contingenti (così come fu contingente l’ “operaio massa” analizzato dai Quaderni Rossi) e perché, soprattutto, in momenti di particolare latenza della lotta di classe, istiga ad inventarsi fantasiosi soggetti e a vedere antagonismi che non esistono, magari eludendo forme più spurie ma più effettuali dello scontro.

  1. Il soggetto congiunturale
E’ a questo punto che Formenti ci offre, a mio parere, una delle mosse teoriche più importanti tra quelle che si possono reperire nel libro, una mossa che ci consente non solo di meglio attrezzarci, come avviene con le argomentazioni appena riassunte, alla polemica contro i prossimi Tsipras (non scordiamo che quasi tutti i postoperaisti sono, in quanto progressisti, assolutamente europeisti, succubi delle invisibili sovranità imperialistiche nascoste sotto la prassi tecnocratica unionista e feroci avversari di ogni visibile sovranità democratica, massime di quella nazionale…), ma anche di approssimarci ad una più razionale concezione del soggetto rivoluzionario. Tale soggetto, a parere di Formenti, non può essere dedotto da categorie sociologiche, non può essere desunto dalle dinamiche generali del capitale, ma può essere individuato solo in seguito ad una “analisi concreta della situazione concreta”, condotta in ciascuna specifica congiuntura della lotta di classe. Non si può quindi prevedere quale sia il soggetto (o, meglio, la convergenza di diversi soggetti) che di volta in volta diviene protagonista dei conflitti: la rivolta e le sue forme sono, aggiungo, per definizione imprevedibili proprio perché fuoriescono dalla routine della riproduzione del capitalismo. Questo semplice gesto teorico materialista fa piazza pulita di decenni di elucubrazioni andate a vuoto e ci induce a guardare alla realtà dello scontro politico, ai suoi protagonisti molto spesso “brutti, sporchi e cattivi” piuttosto che alle bellissime figure iperrivoluzionarie (l’operaio massa, poi l’operaio sociale, poi il volontariato, poi la moltitudine, poi le associazioni, poi il cognitariato) che poco hanno a che vedere con la verità, ma ben si conciliano con le preferenze degli intellettuali, soprattutto quando questi possono affermare che sono gli intellettuali stessi, ossia il lavoro intellettuale, il vero protagonista della cooperazione sociale e della futura società. E ci aiuta, il gesto di Formenti, a progredire verso una concezione formale e quindi non sostanziale del soggetto rivoluzionario: il soggetto è un che cosa prima che un chi, bisogna prima di tutto definireche cosa dovrebbe fare, in ogni determinata situazione, un soggetto sociale per iniziare a scardinare l’ordine esistente, e poi analizzare senza pregiudizi la situazione per verificare chi stia di fatto assolvendo per il momento e magari in modo inadeguato a questo compito.
Formenti però dice qualcosa di più. Dice che il soggetto non va cercato nei punti alti, bensì nei punti bassi, non nel vertice della modernizzazione, ma nelle resistenze alla modernizzazione stessa, non nel centro ma nella periferia, non nella scelta etico-estetica degli insider, ma nella ribellione disperata degli outsider. Si può concordare con questa definizione se ed in quanto si presenta come analisi congiunturale, meno se essa diviene una generale indicazione di metodo. Ed in effetti qui Formenti sembra rispolverare in qualche modo il metodo della tendenza, ossia sembra stabilire una sorta di rapporto univoco tra lo sviluppo del capitalismo e quello del suo antagonista, solo che si tratta, in questo caso, di un rapporto inverso rispetto a quello stabilito dal postoperaismo: invece di cercare sempre in alto, Formenti ci invita a cercare sempre in basso. Più che di alto o di basso io preferirei parlare di asincronia del soggetto: non c’è nessun rapporto tra le dinamiche di medio-lungo periodo del capitale e la natura particolare del soggetto che in un determinato momento innalza la bandiera dell’emancipazione. Tale soggetto non è il frutto né della modernizzazione né della sua negazione, è semplicemente effetto di una congiuntura non prevedibile, in cui possono giocare un ruolo “sovversivo” sia le promesse della modernità sia le resistenze ad essa. Un soggetto asincrono, ossia fuori tempo, che può essere tale sia per il richiamo al passato comunitario sia per la speranza nelle promesse del futuro. E qui si apre un’ulteriore questione. Cosa vuol dire essere “fuori” dal capitalismo? Cosa vuol dire essere fuori oggi, ossia nell’epoca della produzione di massa dell’individualità e della produzione industriale delle forme di socialità? Sono convincenti le osservazioni di Formenti sul ruolo delle tradizioni comunitarie russe nella formazione dei soviet, della cultura campesindia nell’esperienza latinoamericana, della comune appartenenza meridionale come collante dell’azione degli operai degli anni ‘70. Ma come ritrovare oggi analoghi supporti comunitari (e dunque extra-capitalistici), e come fare in modo che tali supporti non giochino, piuttosto un ruolo reazionario (come accade col leghismo ma anche con alcune forme di autoisolamento ed autodifesa delle comunità di immigrati)?. Forse si tratta di sviluppare, al riguardo, una vecchia osservazione di Etienne Balibar, secondo il quale più che di proletariato si deve parlare di processo di proletarizzazione: la “classe” è il frutto del continuo passaggio da una condizione non proletaria ad una proletaria, oppure da una condizione proletaria ad una maggiormente proletarizzata perché maggiormente sfruttata. Anche dentro il capitalismo c’è dunque sempre un passato da rivendicare, magari da mitizzare, un tempo di ieri su cui appoggiarsi per poter credere possibile il tempo di domani. La “periferia” del capitalismo, il passato che è condizione del futuro, non sempre o non necessariamente è appannaggio dei rapporti sociali precapitalistici: può anche essere il prodotto del movimento incessante della modernizzazione che sempre distrugge o rende periferiche le forme di vita precedenti (anche quelle già capitalistiche ma non più confacenti alle aumentate esigenze dell’accumulazione). Un movimento che, in quanto è eterodiretto, è subìto dai soggetti: cosa che alimenta continuamente, per reazione, il ricordo di un mondo diverso e migliore.

  1. Il campo populista
Qualunque sia il “fuori” da cui parte la rivolta e qualunque sia il particolare soggetto sociale che in ogni diversa situazione ne è il principale attore, si deve convenire con Formenti quando dice che le più efficaci rivolte attuali non possono che essere populiste. Del resto, se la compattezza sociologica della classe è stata programmaticamente dissolta, se l’efficacia politica della sua lotta è stata consapevolmente ostacolata, se i grandi partiti di massa sono stati visti come la ragione di ogni male e se gli spazi di espressione democratica si sono drasticamente chiusi a svantaggio dei lavoratori, è assolutamente inevitabile che la stessa lotta di classe si presenti come populista. A rafforzare le considerazioni di Formenti ne aggiungerei un’altra: rileggendo in chiave non economicista o evoluzionista la dialettica tra forma sociale della produzione e forma privata dell’appropriazione (che è uno dei nomi della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzioni di cui giustamente Formenti critica le precedenti formulazioni), si nota come nelle previsioni di Marx, largamente inveratesi nel capitalismo occidentale degli anni ’70, la dinamica dell’accumulazione conduce ad una dispersione della proprietà (società per azioni) e ad unaconcentrazione dei lavoratori (grande industria), facilitando così la lotta sindacale e la sua trasformazione in lotta socialista. Al contrario, nella realtà attuale (e per il momento), assistiamo alla concentrazione della proprietà azionaria, o comunque parcellare, all’interno delle grandi istituzioni d’investimento, e ad una parallela dispersione del lavoro che fa sì che la lotta di classe, se e quando riesce ad esprimersi, non lo fa come lotta sindacale e poi politica, ma come generica lotta di cittadinanza che sovente è immediatamente politica, assumendo così forme sociologicamente spurie ma certamente più efficaci della abituale lotta “tradeunionista” nel contrastare la politica dello stato capitalistico. E’ per questo che la lotta di cittadinanza, veste spesso assunta dalla lotta populista, non deve essere considerata sempre come un’elusione della lotta di classe, ma può essere intesa, in determinate condizioni, come effetto di un produttivo spostamento della lotta di classe stessa.
Il populismo, e qui torniamo direttamente a Formenti, non è quindi un nemico da esorcizzare ma è piuttosto la forma storicamente determinata della lotta di classe, è un campo nel quale bisogna situarsi senza timore, per meglio condurre una battaglia per l’egemonia finalizzata a trasformare il populismo stesso in una direzione coerentemente anticapitalista e socialista, sconfiggendone le inevitabili e ben radicate tendenze di destra. Situarsi nel campo del populismo: ecco un’altra cosa che non mancherà di scandalizzare la sinistra benpensante, perché è cosa ben diversa dal tentare, come si dice, di “riconquistare il nostro popolo” spostandolo su un terreno (quello dell’ordinata competizione elettorale, degli oliati meccanismi di governance, della tranquillizzante dialettica tra società civile e stato) sul quale esso non può esprimere la propria incompatibilità sostanziale con le dinamiche dell’ordine attuale. Si tratta invece per Formenti di accettare in toto l’ambivalenza populista (ma è forse meno ambivalente la lotta di classe, che produce sia i consigli operai che i sindacati reazionari?) per tentare di torcerla in una direzione di emancipazione, e non di sostegno a qualcuna delle divere frazioni delle classi dominanti.
L’analisi concreta di numerose esperienze di mobilitazione tendenzialmente o compiutamente populiste in America latina, negli Stati Uniti ed in Europa, analisi che è una delle parti più vivaci del libro, mostra quante forme il populismo possa assumere e quali difficoltà e potenzialità incontri il progetto di un’egemonia di classe e socialista. Questa lotta per l’egemonia sarebbe forse avvantaggiata, credo, da una distinzione concettuale che consenta di tracciare un pur mobile confine tra populismo e socialismo. Riservandomi di tornare in altra sede su questo tema assai intricato, osservo che quasi tutte le caratteristiche del populismo indicate da Formenti (anche sulla scorta degli ottimi lavori di Loris Caruso) descrivono una forma di mobilitazione che può effettivamente essere considerata spesse volte comune sia a movimenti classisti che a movimenti interclassisti. Ma tale forma di mobilitazione deve essere distinta dal populismo come forma di statoche, a mio parere, è invece incompatibile col socialismo. Mi spiego meglio. Aspetti fondamentali delle attuali esperienze populiste sono la netta distinzione tra “noi” e “loro”(e tra “alto” e “basso”), il carattere spesso aclassista della definizione del “noi”, il depotenziamento della distinzione tra destra e sinistra, la difesa dei luoghi contro i flussi, il rifiuto di tutte le forme di mediazione, l’identificazione con un leader carismatico. Orbene, andando alla rinfusa, nel corso di una mobilitazione l’aclassismo del “noi” può essere effetto della positiva compresenza di numerose e distinte frazioni delle classi subalterne, il superamento della distinzione tra destra e sinistra può essere una salutare presa d’atto della subalternità di entrambe le opzioni, la difesa del luogo contro il capitalismo finanziario può indurre a cercare alleanze con altri luoghi, l’opposizione radicale tra noi e loro ed il rifiuto della mediazione possono segnare l’acutizzarsi della mobilitazione, ed il leaderismo carismatico può svolgere una parte delle funzioni del gramsciano “cesarismo progressivo”. Ma quando queste forme di mobilitazione si fissano in un programma politico o, peggio, in un progetto di stato, esse si coagulano in una forma inequivocabilmente autoritaria e di destra, perché stabilmente interclassista, nemica del conflitto sociale, fondata sull’identificazione organica tra popolo, leader e stato, contraria ad ogni corpo intermedio e soprattutto alla fondamentale mediazione del diritto e della costituzione. Non è un caso se, tra le esperienze analizzate da Formenti, quella che maggiormente si avvicina ad un’emancipazione di tipo socialista è proprio quella che meno somiglia ad uno stato populista, ossia l’esperienza boliviana, che si realizza nel rapporto tra una serie di robusti corpi sociali intermedi, un partito che non è una semplice macchina al servizio del leader e uno stato costituzionale estremamente inclusivo. Edanche nella presenza di un leader altamente carismatico che però non è affatto il perno centrale della legittimazione politica.
La distinzione qui proposta tra populismo come forma di mobilitazione, aperta a diversi esiti, e populismo come forma di stato, organicamente autoritaria e reazionaria, può, io credo, dialogare utilmente con le tesi di Formenti anche perché una delle caratteristiche dell’autore, caratteristica che segna un suo ulteriore allontanamento dal paradigma originario, è il riconoscere l’assoluta esigenza, per i movimenti sociali e di classe, di non cullarsi nell’illusione di un autosufficiente orizzontalismo e di accettare la necessità di farsi stato se si vogliono realmente raggiungere gli obiettivi declamati: e dunque, aggiungo, di pensare ad una forma di stato non organicista né autoritaria. Pur dichiarando a più riprese la propria preferenza per le forme di democrazia diretta e consiliare Formenti dunque non elude il nodo dello stato (e addirittura della sovranità nazionale, laddove troppi si fermano pudicamente alla rivendicazione della sovranità popolare), semplicemente perché sa che soltanto coloro che riescono a vivacchiare nella situazione presente possono evitare il problema, mentre coloro che devono ribaltare la situazione presente non possono fare a meno di pensare ad uno stato nuovo, in cui la sovranità popolare non venga né dissolta nei flussi del mercato, né irrigidita nella comunità organica, ma si realizzi nella legittimazione della differenza e del conflitto tra stato democratico-socialista e associazioni autonome dei lavoratori e dei cittadini. Qui si apre, finalmente, il vasto e da molto tempo inesplorato spazio della dialettica tra stato e non stato (una dialettica frettolosamente rimossa dalle speculari fissazioni dello statalismo e dell’antistatalismo), che tanto più costituirà un oggetto di indagine quanto più il nesso tra la crisi e la crescita del movimento reale porrà nuovamente il problema della trasformazione sociale come problema concreto.
  1. Il ritorno del rimosso
Fin qui ho elencato diversi meriti del lavoro di Formenti. Ma ce n’è un altro, forse meno visibile ma, in prospettiva, non meno importante. La critica costante del modello post-operaista ed il confronto costante con gli effetti della crisi economica, sociale e geopolitica attuale hanno infatti condotto Formenti a frequentare alcuni temi teorici notevolmente astratti (e quindi notevolmente vicini all’essenza dei problemi) di cui non si parla più quantomeno dagli anni ’80 dello scorso secolo, ossia da quando si è interrotta la pensabilità della trasformazione sociale, ma che tornano ad essere posti proprio da quella riapertura della storia che si riassume nella fine del mondo unipolare. La questione del superamento dell’economicismo e quindi dell’abbandono dell’idea di neutralità delle forze produttive, fu oggetto di grande discussione a partire da materiali eterogenei ma pregnanti quali l’esperienza della Rivoluzione culturale cinese, la riflessione di Charles Bettelheim, le stesse tesi di Panzieri sull’uso capitalistico delle macchine. La questione dell’impossibilità di pensare la transizione al comunismo come analoga alla transizione tra feudalesimo e capitalismo, a cui Formenti dedica un breve ma interessante cenno, fu uno degli oggetti di un importante dibattito sui modi di produzione precapitalistici in cui non pochi sostennero che le passate forme di società andavano considerate come forme autonome e non come imperfette approssimazioni alla razionalità capitalista. Il che autorizzava a dire che, specularmente, il comunismo non poteva essere pensato come prosecuzione e perfezionamento di tale razionalità, e cioè come sviluppo illimitato delle forze produttive, ma come gestione ragionevole delle forze produttive in funzione della riproduzione di rapporti sociali egualitari consapevolmente scelti. Infine le questioni della natura congiunturale e “causale” del soggetto, dello spostamento della contraddizione di classe, della fallacia del progressismo furono diversamente discusse a partire sia dai lavori di Lukács, a cui Formenti fa esplicitamente cenno, che da quelli di Althusser e di Benjamin. Il tutto nel contesto di una riflessione epistemologica che vantava i nomi di un Kuhn, di un Lakatos, di un Feyerabend, prima che un uso ideologico della teoria della complessità semplificasse ogni cosa dichiarando che il mondo era forse conoscibile, ma certo intrasformabile.
Dico tutto ciò, riducendo ad un breve cenno ciò che dovrebbe essere oggetto di una attenta riflessione collettiva, non perché nelle discussioni di allora vi fossero le verità necessarie all’oggi, ma perché è importante capire che non si parte da zero, e che se si è indotti a ritornare ai punti alti della teoria ciò è sintomo del fatto che le cose si fanno davvero serie. E il libro di Formenti ci aiuta certamente a comprendere la serietà delle cose, ossia la loro radicalità, e la necessità di un lavoro teorico ad ampio raggio che di questa radicalità sia espressione e condizione.
* Fonte: Socialismo 2017

martedì 13 dicembre 2016

LO SPETTRO DEL POPULISMO di Paolo Gerbaudo

[ 13 dicembre ]

I lettori assidui di SOLLEVAZIONE avranno letto o notato i vari interventi sul populismo, e sulla necessità di dare vita ad una formazione politica "populista di sinistra". 
Protagonista di questa discussione è senza dubbio Carlo Formenti, col suo libro La variante populista. Qui Paolo Gerbaudo interviene a difesa di Formenti contro i suoi critici.
Segnaliamo altri importanti articoli apparsi su SOLLEVAZIONE:
PER UN POPULISMO DI SINISTRA  di Carlo Formenti
POPULISMO O MUERTE di Moreno Pasquinelli
Uno spettro agita l’establishment neoliberista e la sinistra post-moderna, unite in questa congiuntura dalla medesima paura: il populismo. Dopo la vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali statunitensi, l’ultima manifestazione di una “ondata populista” che si riaffaccia ad ogni appuntamento elettorale, dalla Brexit del giugno scorso fino al successo del No nel referendum costituzionale del 4 dicembre in Italia, la questione del populismo disturba i sonni dei broker dell’alta finanza come quelli di alcuni teorici della sinistra radicale.
Il termine populismo è da tempo divenuto l’etichetta infame per catalogare tutto ciò che il mondo neoliberista considera come irrazionale e inaccettabile, e prima di tutta la rabbia popolare di fronte alla follia di un capitalismo fuori controllo; ma pure per archiviare tale rabbia come un’anomalia destinata a svanire non appena gli ingranaggi dell’economia globale avessero ricominciato a girare per il verso giusto. Eppure il populismo non è un fantasma di passaggio.

L’irrompere di movimenti populisti di destra o di sinistra - da Podemos alla Brexit, da Sanders a Trump – e la loro proiezione maggioritaria, dimostrata in una serie di recenti successi elettorali, segnala che la crisi organica dell’ordine neoliberale è ormai giunta a un punto di non ritorno. Questo crollo sta aprendo le porte a una nuova era politica, un’orizzonte populista che si staglia sulle macerie dell’ordine neoliberale.
L’orizzonte populista fa saltare lo schema del conflitto accettato per gli ultimi trent’anni sia dalla classe dirigente neoliberista che dai movimenti di protesta contro il neoliberismo. Coordinate considerate inamovabili come la prospettiva di un mondo unito da un mercato globale senza dazi e barriere doganali e governato da istituzioni sopranazionali, vengono ora messe in discussione, proprio a cominciare dalla destra dei paesi anglosassoni, che a suo tempo era stata la più fanatica sostenitrice della globalizzazione neoliberale.
Di fronte al disorientamento che suscita questa riorganizzazione dello spazio politico non è sufficiente l’atteggiamento di rifiuto verso il populismo manifestato in diversi contributi in questo speciale sul populismo di Alfabeta2. Al contrario è necessario comprendere che solo costruendo un populismo progressista abbiamo qualche speranza di incanalare in senso emancipatorio il collasso dell’ordine neoliberale.
L’orizzonte populista e la sinistra post-2008
L’orizzonte populista è uno spazio ambiguo, una biforcazione politica, come quella che si apre dopo ogni crisi organica e che può portare a una soluzione progressista o reazionaria, a seconda del progetto politico che meglio riuscirà ad incarnare lo spirito di tempi di crisi. Siamo nell’interregno, la notte del travaglio che precede la nascita del nuovo mondo: il tempo dei mostri e degli spettri. Una fase piena di pericoli ma anche di nuove opportunità per costruire un futuro migliore oltre la vergogna di un’era neoliberista in cui il culto della libertà ha prodotto disuguaglianza estrema e si è tradotto nella demolizione dei legami di solidarietà.
Tale ambiguità è riflessa nel carattere doppio del populismo, che si manifesta in maniera eccentrica sia sulla destra che sulla sinistra dello spettro politico. Seguendo Ernesto Laclau, il populismo è una logica politica che oppone il Popolo alle élite politiche e a vari nemici accusati di privarlo della sua libertà, dignità e benessere. Tale orientamento si manifesta in maniera inquietante nella politica reazionaria di Donald Trump, Nigel Farage, Marine le Pen e il loro odio contro tutti coloro che essi non considerano estranei al popolo (musulmani, immigrati ecc.). Ma a partire dalla crisi del 2008 il populismo si è affacciato anche nella sinistra e nei movimenti di protesta.
Populisti sono stati i “movimenti delle piazze” del 2011, con il loro appello al 99% contro l’1%. Populista è Podemos, la cui strategia politica è influenzata dalla filosofia politica di Ernesto Laclau, e il cui discorso è caratterizzato da riferimenti frequenti al popolo e alla patria. Populista, più che socialista, è stato pure Bernie Sanders nelle primarie del partito democratico, con il suo appello all’unità del popolo americano contro la retorica razzista di Trump e il suo attacco contro la finanza e il libero commercio. Per i populisti di sinistra i nemici del popolo non sono i migranti, ma nemici sociali ed economici: i banchieri e gli imprenditori senza scrupoli primi responsabili per l’impoverimento della popolazione e i loro alleati politici.
Il populismo progressista è dunque l’elemento caratterizzante di quella “nuovissima sinistra” dell’era post-2008 - per distinguerla dalla “nuova sinistra” post-68. Una sinistra che al contrario della cosidetta sinistra-sinistra, non sente il bisogno identitario di celebrare il fatto di essere “sinistra”, e che al contrario della sinistra post-moderna è riuscita a trasformare il malcontento di tempi di crisi e politiche di austerità in una nuova base di consenso.

Questa svolta populista non è un’aberrazione politica ma il ritorno ai principi fondanti della sinistra moderna, che è stata populista prima ancora di essere socialista e comunista e che ha vinto quando ha saputo presentarsi come forza di popolo. Le origini del populismo sono del resto di sinistra: dalla teoria della sovranità popolare di Jean-Jacques Rousseau, alla rivoluzione francese, e ai grandi movimenti popolari del ottocento, come i Narodniki russi e i Cartisti inglesi. Inoltre in tempi recenti molti fenomeni politici di sinistra hanno avuto un carattere populista cominciando dal populismo socialista di Hugo Chavez e Evo Morales.
Perché allora tanto timore verso il populismo progressista?
Populismo e post-operaismo
Dopo la vittoria di Trump in paesi come la Gran Bretagna e il Regno Unito il populismo progressista viene discusso intensamente da opinionisti radicali di primo piano come Owen Jones. In Italia invece la sinistra radicale continua a vedere l’ipotesi populista come la peste. Carlo Formenti e il suo libro La Variante Populista sono l’eccezione ed è per questo che il suo volume sta facendo gridare tanti allo scandalo. Ha ragione Formenti quando dice che “non è possibile opporsi al capitale globale senza lottare per la riconquista della sovranità popolare” e che bisogna vedere il populismo come il campo di battaglia in questa congiuntura politica. Eppure queste tesi continuano a suscitare diffidenza.
La ragione per il rifiuto del populismo sta nel senso di inadeguatezza vissuto dal pensiero post-operaista, che continua a esercitare un’egemonia traballante su movimenti e sinistra radicale in Italia. A questo pensiero bisogna riconoscere di aver svelato i nuovi ingranaggi del dominio e le nuove soggettività del capitalismo post-industriale. Ma bisogna pure imputargli il fatto di non avere offerto risposte credibili in questa fase di crisi della globalizzazione. L’odio verso lo stato-nazione, prima ancora che verso il mercato, ed il rifiuto del potere, che lo accomuna con altre correnti del pensiero anti-autoritario post-68, rendono impossibile la costruzione di una strategia credibile in questa fase.
Non sorprende dunque che lo spettro del populismo inquieti i teorici post-operaisti. Inquieta perchè mette a nudo i limiti di una tradizione di grande capacità analitica, ma di insufficiente intelligenza strategica. Inquieta perchè offre una nuova proposta di organizzazione collettiva laddove l’organizzazione e la leadership erano state considerate superate dalla capacità di auto-organizzazione della moltitudine.
Eppure ci sono punti di convergenza tra post-operaismo e populismo progressista. Ne è riprova il fatto che Podemos ospita molti attivisti che si sono a lungo nutriti dei testi di Antonio Negri, ma che si sono resi conto che se il post-operaismo ha fornito un’analisi corretta e approndita della realtà sociale nell’era post-fordista, non ha fornito una strategia organizzativa convincente. Per questa nuova generazione di attivisti il post-operaismo ha risposto alla domanda “che cosa sta succedendo” ma non all’eterno quesito “che fare?”
Il populismo progressista offre una risposta a molti dei quesiti che emergono dall’analisi post-operaista. L’immaginario unificante del populismo progressista fornisce un antidoto alla frammentazione e all’individualizzazione del mondo del lavoro e della società contemporanea. L’identità popolare, come fusione di diverse frazione di classe, può servire ad alleare knowledge workers e freelance, precari e lavoratori della logistica, operai disillusi e disoccupati, che fino ad oggi hanno fatto fatica a costruire un fronte comune.
Il populismo offre pure un cammino per conquistare quelle rivendicazioni che il post-operaismo ha messo al centro del dibattito. Perchè il reddito di cittadinanza non te lo darà mai il fantomatico Comune post-operaista, e neppure l’Unione Europea, quantomeno non nel breve periodo, ma lo stato-nazione. E perchè la presente congiuntura politica non si confà al velleitarismo soffice di Spinoza e di Deleuze tanto amati dai post-operaisti ma piuttosto al realismo spigoloso di quella linea teorica che va da Machiavelli a Gramsci e Laclau.
L’orizzonte populista è il campo di battaglia in cui si deciderà l’egemonia politica dell’era post-neoliberista. Di fronte a questa evidenza possiamo indugiare nella speranza mistica che finalmente un giorno la profezia della Moltitudine auto-organizzata e del Comune che non ha bisogno di appoggiarsi sul Pubblico verrà realizzata. Oppure possiamo esplorare l’ipotesi populista come suggerito nelmanifesto di Senso Comune per un populismo democratico a cui ho recentemente contributo con alcuni attivisti e ricercatori. Non si tratta di una strada senza rischi e neppure di una strada che porta a un successo sicuro, ma quantomeno di strategia offensiva che prova a fare i conti con il cambiamento radicale dello spazio politico nell’era post-neoliberale.
* Fonte: Alfa Beta

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