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sabato 13 luglio 2019

COS'È IMPOLITICO? RISPOSTA A SENSO COMUNE di Moreno Pasquinelli

[ sabato 13 luglio 2019 ]




Confesso di essere restato alquanto sorpreso nel leggere che proprio noi di P101 saremmo  "impolitici". La critica ci è stata rivolta da Matteo Masi sul sito di Senso Comune in un articolo che perora la necessità di avere un "credibile Piano A" di riforma dell'Unione europea e quindi di averne uno "B" di riserva nel caso l'eurocrazia risponda a pesci in faccia e si sia costretti ad uscire.

Non è l'accusa di "impoliticità" in sé che stupisce, quanto la ragione che ne starebbe a fondamento.

Ma sentiamo quel che ad un certo punto scrive il Masi:
«Sul versante “no-euro” permangono allo stesso modo criticità speculari. Prendiamo ad esempio proprio l’articolo di sollevazione che criticava quello di Cesaratto, verso la fine leggiamo“Ma tutto ciò avrebbe senso solo a partire da una valutazione positiva sulla riformabilità dell’Unione europea e dell’euro. Riformabilità che invece non esiste, che è pari a zero. Non lo diciamo noi, lo dicono i fatti da tanti anni ormai". Questo atteggiamento, per quanto giustificato dai fatti, risulta impolitico tanto quanto avere il piano A senza credere nella necessità di un piano B». [sottolineatura nostra]
Per il Masi dunque la nostra linea politica — uscire dalla Ue per  riconquistare piena la sovranità nazionale e popolare — per quanto giustificata DAI FATTI sarebbe "impolitica".
Questo asserto contiene una sfrontata contraddizione logica: una affermazione e la sua negazione non possono essere ambedue simultaneamente completamente vere. Non posso dire, ad esempio, Senso Comune è un movimento morto ma è vivo. O è morto o è vivo. Per dirla con Aristotele: «È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo».

Quand'è infatti che una qualsivoglia posizione è da considerarsi "impolitica"? Quando essa non poggia sulla "Analisi concreta della situazione concreta (Lenin). Quando, in estrema sintesi, non è realistica e confonde (ci direbbe Hegel) "l'essere col dover essere".
Per dirla col fondatore della teoria politica moderna Niccolò Machiavelli:
«Ma sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla imaginazione di essa. E molti si sono imaginati republiche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero; perché egli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare impara piuttosto la ruina che la perservazione sua: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni». [Il Principe, Capitolo XV. sottolineatura nostra]
Masi riconosce la "verità effettuale" della cosa, la concreta realtà: ammette che l'Unione europea  non da segni di riformabilità interna; pur tuttavia considera necessario che si avanzi un "credibile Piano A" per riformarla. La contraddizione qui non è solo logica, diventa una vera e propria assurdità politica: SE UNA COSA NON È RIFORMABILE OGNI "PIANO A" È IRREALISTICO, QUINDI IN QUESTO CASO SÌ DEL TUTTO "IMPOLITICO". 

Per farla corta: "Impolitica" è ogni idea campata per aria, che non si appoggia su dati di fatto ed evidenze empiriche — tanto per dire la tragedia greca — ma sui propri desiderata. Discettare di riforme dell'Unione sapendo che data la sua struttura confederativa e oligarchica ciò implica l'unanimità dei 28 governi che la compongono non è solo "impolitico" è tanto fantastico quanto il gesto del barone di Munchausen che immaginò di uscire incolume dalle sabbie mobili tirandosi fuori per i propri capelli.

L'accusa di "impoliticità" è dunque da respingere al mittente.

Ma ascoltiamo come il Masi articola la sua critica:
«I motivi [della "impoliticità" della nostra posizione] sono molteplici, ma vorrei soffermarmi su due aspetti specifici: in primis il fatto che non basta avere ragione o avere una bella idea per fare in modo che questa si faccia strada nella società fino a diventare maggioritaria e applicabile, bisogna far sì che trovi radicamento  e far capire alle persone che quella idea, o quel ragionamento, rappresenta effettivamente degli interessi (simbolici o materiali). Questo ci porta direttamente al secondo aspetto e cioè al fatto che la posizione del “no” è troppo spesso vista solamente come ipotesi distruttiva, è necessario, invece, mettere in luce gli aspetti costruttivi prima che quelli distruttivi. Avere un mito da proporre alla collettività, insomma. Come nelle parole di Melenchon: “Ciò che noi proponiamo può essere condiviso da tutti i popoli d’Europa: priorità per l’istruzione pubblica, la sanità e l’ambiente. Il linguaggio dei diritti umani, del progresso sociale ed ecologico è universale”».  
Sorvolo per carità di patria su Mélenchon e la sua France Insoumise. Chi ha seguito passo passo Mélenchon, anzitutto la sua indecente campagna elettorale per le europee, sa bene che egli, come un maldestro prestigiatore, ha fatto opportunisticamente sparire ogni riferimento al "piano A Piano B" a favore di un messaggio tutto europeista alla Tsipras e alla Podemos — risultato: ecatombe elettorale. 

Sono dunque due postulati politici del Masi. 

Il primo è «che non basta avere ragione», non basta «che un'idea sia bella» perché diventi maggioritaria. Occorre che data idea rappresenti «effettivamente degli interessi (simbolici o materiali)».

Mettiamo subito in chiaro una cosa: chi perora e dice di crede al "Piano A" — non entro nel merito, del tutto secondario, delle diavolerie e delle chimere economicistiche: camere di compensazione degli squilibri nelle bilance dei pagamenti (Target 2), bankor europeo di keynesiana memoria, bilancio federale, eurobond ecc. — ci sta proponendo de facto una versione paracula di altreuropesimo. Ci indica anzi la via per un consolidamento dell'Unione europea come entità geopolitica. Per quanti trucchi cosmetici si possano utilizzare, chi dice "Piano A" resta dunque intrappolato dentro l'idea imperiale e imperialistica dell'Unione, solo ne avanza una versione "progressista" e politicamente corretta. Al netto degli stratagemmi e delle tecnicalità economicistiche per riconfigurarla, gli amici pro-"Piano A" non negano che resterebbe una struttura imperialistica, per di più ben salda nelle mani della grande borghesia globalista.

Una brutta idea non diventa bella per il fatto che qualcuno si immagina di poterla sottoporre ad un intervento di chirurgia plastica. Non si capisce quindi perché mai sia auspicabile che i popoli debbano domani innamorarsi di un mostro esteticamente modificato. 

Come questa Unione truccata possa infatti rappresentare «effettivamente» gli «interessi (simbolici o materiali)» dei popoli e delle classi subalterne, resta non solo un enigma ma una insensata distopia . Diciamola tutta: la brutta idea di una Ue riformata, se rappresenta «effettivamente degli interessi simbolici e materiali» sono quelli di potenti frazioni della borghesia globalista e liberista che vorrebbero solo moderare il predominio franco-tedesco, quindi di certa sinistra transgenica con la quale evidentemente il cordone ombelicale non è stato ancora rotto.


Ma veniamo al secondo postulato, che qui arriva il bello. Scrive il Masi che
«la posizione del “no” [intende l'Italexit] è troppo spesso vista solamente come ipotesi distruttiva, è necessario, invece, mettere in luce gli aspetti costruttivi prima che quelli distruttivi. Avere un mito da proporre alla collettività, insomma».
Anzitutto: non deve sfuggire che quest'accusa è una fotocopia sbiadita di quella che l'élite ordoliberista dominante rivolge al "campo sovranista". Ma andiamo alla sostanza. Anche l'accusa che vorrebbe attribuirci un'infantile quanto "distruttiva"politica dei "no" è da respingere al mittente.

Accetto che la limpida posizione della sinistra patriottica del rivendicare il ritorno alla piena sovranità nazionale sia condannata dalla grande borghesia (che trema all'idea di un disfacimento  della Ue), che non lo capisca certi intellettuali che ostentano tanta sapienza populista faccio fatica ad ammetterlo. Ma forse fanno solo finta di non capire.

Rivendicare la sovranità nazionale perché mai sarebbe un "no distruttivo"? E' invece un gigantesco, positivo e costruttivo sì.  Va da sé che ogni affermazione, ogni determinazione è per ciò stesso una negazione. L'Italia sovrana ad un polo, l'Unione europea con suoi vincoli esterni a quello opposto. Per quante siano le diavolerie economicistiche di chi vorrebbe salvare capra e cavoli — camere di compensazione degli squilibri nelle bilance dei pagamenti (Target 2), bankor europeo di keynesiana memoria, bilancio federale, eurobond ecc. — tra i due poli c'è opposizione antagonistica.

Siccome penso che ogni politica ha una base filosofica, ritengo che quella degli altreuropeisti di ogni risma sia la concezione irenica e cosmopolitica di Immanuel Kant, per di più quella manipolata dal restauro di Jürgen Habermas. La nostra base filosofica invece non solo affonda le radici nel realismo politico machiavelliano, si nutre alla fonte marxiana della politica come conflitto, quindi fa sua anche la concezione schimittiana del Politico come campo di tensione e lotta tra amico e nemico. Così mentre la impolitica distopia altreuropeista suppone che non ci siano più antagonismi ma solo agonismi (Chantal Mouffe), il nostro categorico sì alla sovranità nazionale, popolare e democratica è massimamente politico proprio perché identifica nell'Unione il nemico mortale, poiché è quello che ha sottratto la sovranità, che non otterremo senza una lotta senza tregua per il suo abbattimento.

Masi finisce in bellezza tirando in ballo la necessità, suppongo per mobilitare i popoli, di proporre un "mito". Pur egli tenendosi sul generico (non si capisce se parla di "mito" in senso soreliano, schmittiano, o minimalista laclausiano), egli ha ragione. Ma proprio perché ha ragione ha tremendamente torto.

Ma ve l'immaginate voi, rebus sic stantibus, i popoli europei sollevarsi, combattere per il "mito" di un "credibile Piano A" di riforma dell'Unione europea? Ve li immaginati cittadini scatenarsi e scendere per le strade  per camere di compensazione degli squilibri nelle bilance dei pagamenti (Target 2), bankor europeo di keynesiana memoria, bilancio federale, eurobond? 

Risate oceaniche....




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sabato 29 dicembre 2018

POTERE AL POPOLO E IL "PIANO B" CHE NON C'È di Leonardo Mazzei

[ 29 dicembre 2018 ]

A sinistra si discute delle elezioni europee, ed è normale. Meno "normale", anche se assolutamente abituale, è il come se ne discute. Quel che pensiamo dell'operazione De Magistris, della sua lista  della sinistra europeista, l'abbiamo già scritto. Mentre un'idea su chi la sostiene, ogni lettore può farsela leggendo questo documento della Direzione del Prc, dove il passaggio più qualificante è la richiesta di "ricandidatura della compagna Eleonora Forenza"... Niente di male, ognuno ha le sue priorità.
Qui vogliamo invece occuparci di un'altra parte della sinistra, quella che si è appena separata da Rifondazione: Potere al popolo (Pap).



Parlando della riunione del Coordinamento nazionale di Pap, ne scrive su Contropiano Sergio Cararo. Riferendosi alle recenti vicende della Legge di bilancio, il suo editoriale sottolinea giustamente la necessità di un "Piano B" nel confronto con l'Ue, ma la formula utilizzata per descriverlo - la previsione della «rottura, anche unilaterale, con i Trattati europei» - è come sempre fumosa. Se si rompono i Trattati si esce dall'Ue ed a maggior ragione dall'euro. La verità è che un Piano B o include espressamente questa scelta o non è un vero Piano B. 


Fin qui, comunque, nulla di nuovo. Il punto è che al solito pasticciaccio di chi vede il problema ma ha paura ad affrontarlo per l'irrisolto tabù della questione nazionale, si aggiunge un'analisi della fase irrealistica assai. Non solo si dà un giudizio tranchant sul governo italiano, che avrebbe semplicemente "capitolato" al pari di Tsipras, ma per Cararo questa valutazione si inserisce in un quadro europeo dove: «la contrapposizione tra europeisti liberalprogressisti ed europeisti della destra nazionalista è del tutto ingannevole».

Chiaro che, così ragionando, si considera ormai chiusa la vicenda populista, che si vorrebbe in tal modo archiviare come un momentaneo accidente, una parentesi mai davvero compresa (e questo è il fatto), nel normale scorrere delle vicende politiche e sociali, italiane e del continente. E' questo un tipico caso di wishful thinking, o "Pensiero illusorio", che unisce non a caso i commentatori mainstream a tanti esponenti della sinistra.

Ma che c'entra tutto ciò con l'approccio di Pap alle elezioni europee? C'entra eccome, dato che il report della riunione di Potere al popolo, muove - peraltro amplificandole - dalle stesse identiche premesse. Più esattamente dalle stesse identiche illusioni. Secondo il coordinamento di Pap: «la stessa incapacità del governo di risolvere i problemi degli italiani e di far ripartire il paese, lascia aperto uno spazio politico enorme». Di più, siccome il governo fa schifo, ma l'opposizione pure, Pap scrive alla lettera che si tratta di due "buone notizie". Da qui l'idea di verdi praterie da conquistare, annunciata con un solo dubbio: «Insomma: la situazione sta lavorando per noi, ma noi sapremo lavorare per la situazione?». Se non è autoreferenzialità questa non sappiamo più cosa sia l'autoreferenzialità.

Detto questo, Pap ha due problemi: cosa dire sull'Europa agli italiani, come presentarsi all'appuntamento elettorale di maggio. Se sul primo punto la risposta è vuota, sul secondo è comica. Ma vediamoli entrambi.

Come sempre nella multiforme tradizione massimalista il vuoto della proposta è riempito da parole scarlatte ed altisonanti. Leggiamo:
«Pensiamo che si debba denunciare il meccanismo del debito, che serve solo a nutrire le banche e le istituzioni finanziare con il lavoro delle classi popolari, rompere con i trattati UE, rimettere in campo un’alternativa alle istituzioni esistenti, ridisegnando l’architettura europea, abolendo il Fiscal Compact, cancellando i piani per le Grandi Opere; abrogando la legge Fornero e varando un progetto europeo di riduzione degli orari di lavoro; reintroducendo l’articolo 18 e un piano europeo di diritti per il lavoro; controllando i movimenti di capitali e vietando le delocalizzazioni e il dumping fiscale tra gli Stati; nazionalizzando i servizi pubblici in Italia e cancellando il divieto di aiuti di Stato nella UE; lasciando libertà per le politiche di bilancio di ogni Stato e superando il divieto per la BCE di sostenere gli stati in difficoltà».

Avete capito bene. L'obiettivo è quello di ridisegnare "l'architettura europea", ovviamente stravolgendola da cima a fondo. Ora, se si fa per discorrere poco male, ma chi mai darebbe credito ad una simile impostazione ove vi fosse la pazienza di volerla prendere sul serio? Dovessimo stare alla lettera non potremmo che classificare quanto scritto da Pap come una sconclusionata versione estremista del sempre inconcludente altreuropeismo. Ma siamo generosi, e comprendiamo come questa confusione sia figlia tanto dei tabù cui abbiamo già accennato, quanto delle diverse posizioni esistenti all'interno di Potere al popolo.

Sta di fatto che nel documento di Pap il "Piano B" è scomparso del tutto. E questo non può essere certo un caso, anche se la cosa non potrà piacere a Cararo e ad Eurostop.

E sta di fatto che in questo modo si resta agganciati al resto di quella sinistra sinistrata che pure a parole si critica. Sarà così forte questo aggancio da riaprire la partita con la "Lista De Magistris"? Personalmente mi è difficile crederlo, ma sul punto la lettura del documento di Pap lascia alquanto sconcertati.

Il coordinamento nazionale lascia infatti aperta, almeno formalmente, la questione del come presentarsi: col simbolo di Pap o insieme ad altri? Già, ma altri chi? Curiosamente, e qui siamo alle comiche, Cararo dice che l'alternativa è quella di: «guardarsi intorno per verificare se ci sono altre forze disponibili ad un programma di aperta rottura con i Trattati dell’Unione Europea». Naturalmente, il "guardarsi intorno" di Cararo non è certo in direzione della sinistra patriottica, ci mancherebbe! Ma allora, quali sono i possibili interlocutori?

Non meno criptico il resoconto di Potere al popolo. Anzi, qui neppure ci si guarda intorno, ma si passa direttamente ad indicare le modalità della decisione:
«Chiaramente, la decisione finale spetta alle assemblee territoriali e a tutte le aderenti e gli aderenti, e per questo motivo si dibatterà nelle assemblee in tutta Italia fino al 5 gennaio, e poi dal 6 al 12 gennaio ci potremo esprimere tutte e tutti sulla piattaforma poterealpopolo.net. Nella votazione verranno poste due domande. La prima: Potere al Popolo deve partecipare alle elezioni europee? SI o NO? La seconda: nel caso Potere al Popolo partecipi alle elezioni europee, deve partecipare con il suo simbolo e il suo programma, o entrare in un cartello elettorale con altre forze della sinistra?».

"Altre forze della sinistra", ma quali non si sa. Una cosa del genere non si era mai vista. Ovvio che si stia parlando della Lista De Magistris (la chiamiamo così perché al momento altro nome non c'è), ma perché non dirlo? Ora, i casi sono due: o questa alternativa demagistrisiana è puramente teorica essendo già scartata in partenza per ragioni di leadership, nel qual caso la domanda non avrebbe alcun senso; oppure la cosa è seria, ma allora perché non esplicitare il nome dell'innominato interlocutore ed i relativi problemi politici? 

Del sindaco di Napoli si può pensare tutto il peggio possibile, e chi scrive lo pensa assai, ma non che non abbia parlato chiaro. Egli vuole una lista Sua (la S maiuscola non è un refuso), chiaramente posizionata nel campo europeista senza sé e senza ma. Perché non darne un severo giudizio politico, anziché fingere di ignorarlo?

Abbiamo detto in premessa che a sinistra si discute di europee, ma in modo assai poco "normale", cioè evitando scrupolosamente ogni serio confronto su linee e programmi. Potere al popolo riesce a fare anche qualcosa di più, perché un interlocutore Innominato è davvero una novità assoluta. Che non depone a favore di chi scimmiotta i Cinque Stelle e i loro clic. 

Non penso proprio possa andare così, ma cosa succederebbe se per ipotesi vincesse il SI' al cartello elettorale, senza ancora sapere quale, con quale simbolo, con quale profilo e con quale programma? 

Eh già, profilo e programma... che fatica discuterne seriamente! Magari verrebbero fuori nodi che non si risolvono con gli slogan, che la stagione del populismo non è certo alle nostre spalle, che solo una sinistra patriottica può contrastare una destra nazionalista. Certamente emergerebbero le divisioni in Pap. Meglio evitarlo e prepararsi ai festeggiamenti per un altro 1%.

mercoledì 11 luglio 2018

IL CIGNO NERO di Paolo Savona

[ 11 luglio 2018 ]

«Mi dicono tu vuoi uscire dall'euro? Badate che potremmo trovarci in situazioni in cui sono altri a decidere. La mia posizione è di essere pronti a ogni evenienza. (...) Una delle mie case, Banca d’Italia mi ha insegnato a essere pronti non ad affrontare la normalità ma il cigno nero, lo choc straordinario».

Queste parole di buon senso pronunciate ieri da Paolo Savona alle Commissioni riunite di Camera e Senato, hanno scatenato un putiferio. Un coro salmodiante di economisti e politici strillano e seminano il panico. Il colmo è stato raggiunto questa mattina dal deputato piddino Gianfraco Librandi, che sta «valutando l’ipotesi di depositare alla Procura della Repubblica un esposto per verificare se le allusive affermazioni del ministro Paolo Savona costituiscano procurato allarme ai sensi dell’art. 658 del codice penale». Il segno che l'élite eurista, previa campagna di allarmismo e satanizzazione del governo, è pronta a "scatenenare l'inferno".
Sorvoliamo (ci torneremo) sulle specifiche proposte di Savona per far fronte "ad ogni evenienza" — in particolare se la Bce possa davvero "svolgere le funzioni di lender of last resort" (come ogni vera Banca centrale fungere da prestatore di ultima istanza) nel caso di un shock finanziario che farebbe esplodere una crisi di debito.
Il putiferio contro Savona riconferma tre cose in un colpo solo. Primo: mentre all'estero, soprattutto i Germania, si discute senza tabù del "Piano B", in Italia non possiamo farlo, segno evidente che non siamo un Paese sovrano. Secondo: che l'élite nostrana si faccia garante di questo stato di sudditanza mostra fino a che punto è asservita a poteri oligarchici esterni e sia opposta all'interesse nazionale. Terzo: poteri eurocratici ed élite nostrana, saldi nella loro alleanza, si preparano a scatenare l'inferno contro il governo giallo-verde.

Qui sotto l'intervento di Savona, pubblicato in anteprima ieri da SCENARI ECONOMICI.

*  *  *
IL CIGNO NERO
di Paolo Savona


Il 5 luglio 2018 si è tenuta la prima riunione del Comitato Interministeriale per gli Affari Europei che ha discusso le linee di azione strategica della nostra partecipazione alle iniziative dell’Unione Europea e mi ha autorizzato ad esporle a questo consesso. Le proposte che il Governo è chiamato a discutere entro la fine del 2018, pur presentandosi come un’apertura al miglioramento dell’architettura istituzionale e della politica europee, di fatto rafforzano l’attuale assetto volto a garantire stabilitàmonetaria, finanziaria e fiscale. La stabilità viene considerata presupposto della crescita del reddito e dell’occupazione e non il risultato di un’azione congiunta sui questi due obiettivi. L’orientamento generale è che la crescita vada affidata alle “riforme” da condurre a livello nazionale, in sostanza alla politica dell’offerta, senza venire accompagnate dagli interventi indispensabilisulla domanda aggregata. Le condizioni prevalenti sociali e geopolitiche, nonché la teoria economica e l’esperienza pratica insegnano che da questa impostazione non proviene né un governo degli andamenti ciclici, né una correzione dei difetti strutturali.

Vi è quindi la necessità di decisioni che permettano una stretta connessione tra l’architettura istituzionale e le politiche di stabilità e di crescita se si vuole che il mercato comune e l’euro sopravvivano sul piano del consenso politico che trae alimento nella crescita del benessere economico e sociale dei paesi membri.

Tre esempi di questa necessità di collegare istituzioni e politiche valgano a validare le proposte qui avanzate.

Se alla Banca Centrale Europea non vengono affidati compiti pieni sul cambio, ogni azione esterna all’Eurozona che tocchi il dollaro Usa (ma anche, sia pure in minore misura, altre importanti valute) si riflette sull’euro, senza che l’UE abbia gli strumenti per condurre un’azione diretta di contrasto. Quando anni addietro il mercato valutario internazionale mostrò sfiducia sulla solidità del dollaro Usa, il cambio euro/dollaro balzò in alto

danneggiando le esportazioni europee sensibili al prezzo, incluse ovviamente quelle italiane. Poiché uno dei motori dello sviluppo europeo sono le esportazioni, l’assenza di pieni poteri della BCE sul cambio causa una situazione in cui la crescita dell’economia dell’eurozona risulta influenzata, se non proprio determinata, da scelte o da vicende che accadono fuori dall’Euroarea.

Inoltre, se alla BCE non viene consentito un pieno e autonomo esercizio della funzione di svolgere le funzioni di lender of last resort, indispensabile per una banca centrale, i mercati monetari e finanziari dell’eurozona, in particolare i debiti sovrani, restano esposti ad attacchi speculativi di diversa origine senza che essa possa agire in contrasto. Una tale lacuna si riflette sugli spread dei tassi dell’interesse interni all’eurozona creando disturbi anche gravi alla stabilità finanziaria e fiscale che si trasmettono inevitabilmente alla crescita reale. Se questi attacchi sono alimentati da squilibri strutturali di singole aree, non esistono adeguati meccanismi che li risolvano con decisioni comuni di politica economica.

Infine, se non si prevede una politica della domanda aggregata insieme a quella dell’offerta (le riforme), il mercato comune non è in condizione di uscire dai dualismi interni (divari di produttività) e di fronteggiare gli shock esterni, come dimostrano soluzioni ed esperienze di politica economica affermatisi nel corso del secolo precedente dopo la Grande Crisi del 1929-33 e la Grande Recessione del 2008-2017. In attuazione di questa politica, lo strumento suggerito dalla teoria e storicamente affermatosi è quello degli investimenti che, contrariamente alle spese correnti, hanno la caratteristica dell’una tantum e della facile revocabilità di fronte ad accensioni inflazionistiche da domanda.

Il riconoscimento di questa esigenza politica e strumentale è già stato riconosciuto nell’UE sia con l’Accordo di Lisbona del 2000 per la creazione di una knowledge-based society, dove gli investimenti in innovazioni tecnologiche vennero considerati la variabile cruciale, sia all’atto della nomina della Commissione Juncker il cui programma prevedeva l’attuazione di un piano di investimenti infrastrutturali. Questa politica si è scontrata con l’assenza di mezzi finanziari autonomi dell’UE, ma soprattutto con il rifiuto di conciliare le riforme richieste (la politica dell’offerta) e l’indispensabile politica di stimolo della crescita del reddito e dell’occupazione (la politica della domanda), finendo con il far dominare la seconda dalla prima.

Le dichiarazioni rese ai massimi livelli che l’Italia non intende uscire dall’euro e rispettare gli impegni fiscali hanno rasserenato il mercato, ma lo spread non scende perché il nostro debito pubblico resta esposto ad attacchi speculativi. È pur vero che lo spread resta elevato perché gli operatori attendono di conoscere come il Governo intenda realizzare i provvedimenti promessi all’elettorato dai due partiti che hanno dato vita alla coalizione (soprattutto salario di cittadinanza, flat tax e revisione legge Fornero). La preoccupazione del mercato è che la spesa relativa causi un aumento del disavanzo di bilancio e del rapporto tra debito pubblico e PIL (DP/PIL) usati come indicatori di solvibilità. Giusto o sbagliato che sia, la politica del Governo ne deve tenere conto.

La soluzione di politica economica individuata dal Governo è la seguente. Rilanciare gli investimenti in misura tale da avere una crescita del PIL che consenta di diminuire il rapporto DP/PIL, sincronizzando il ritmo di spesa corrente necessaria per attuare i provvedimenti indicati al ritmo con cui cresce il connesso gettito fiscale. Tecnicamente è possibile, se Governo e Parlamento non mostrano fretta di procedere dal lato della spesa corrente prima che gli investimenti manifestino gli effetti attesi. Il problema non è quindi se attuare o meno le promesse, ma quali siano i modi – e tra questi, i tempi – in cui verranno attuati.

È pur vero che, al di là di un effetto positivo d’annuncio, una spesa per investimenti manifesta in pieno i suoi effetti sul PIL entro un lasso di tempo, riflettendosi in un maggiore deficit di bilancio pubblico. Molto dipende dalla dimensione del moltiplicatore nei settori in cui si vogliono indirizzare gli investimenti per rimuovere le strozzature allo sviluppo. Nel clima che si è determinato sul mercato, occorre governare questo scostamento, il cui fondamento logico e pratico è l’esistenza di un risparmio interno inutilizzato, come testimonia il saldo attivo di parte corrente della nostra bilancia estera. Ovviamente la spesa deve avere caratteristiche dimensionali e temporali precise e presuppone il varo di riforme normative per attivare in pratica le gare di appalto per gli investimenti pubblici e per snellire operativamente quelli privati. Su questo aspetto del problema il Governo sta già operando.

In assenza di pieni poteri di contrasto tempestivo ed efficace da parte della BCE, per evitare che il solo annuncio della spesa si possa riflettere sullo spread BTP-Bund, l’ideale sarebbe che fosse l’UE a chiedere di fare la politica indicata, delimitata nei tempi e nelle dimensioni, che non equivarrebbe alla consueta richiesta di “flessibilità” di bilancio, perché “consueta” non sarebbe. L’UE avrebbe interesse a farlo se si intende riproporre come un’alleanza tra Stati favorevole al progresso economico e sociale, e non solo a un accordo per la stabilità monetaria e finanziaria da imporre ai paesi in difficoltà, che non genera sufficiente crescita.

Chiariti i termini di breve andare, per rendere, come promesso dal programma di Governo, l’Europa diversa, più forte e più equa, le tappe da intraprendere riguardano i modi in cui si raccorda l’architettura istituzionale europea con la necessità di raggiungere gli obiettivi di crescita e di stabilità sui quali i Trattati europei si pronunciano in modo esplicito (si veda, ultimo, l’art. 3 del Trattato di Lisbona del 2007).

L’ideale è muovere verso l’unione politica, dove i cittadini europei hanno pari diritti e doveri. Questa era la finalità perseguita dai Padri Fondatori della Comunità Europea e ribadita negli accordi che si sono susseguiti: costruire una casa comune.

Affinché questo obiettivo non continui ad allontanarsi, è urgente la creazione di una scuola di istruzione e di formazione europea di ogni ordine e grado che, insieme a un comune insegnamento, lasci spazio alle diversità culturali nazionali, un valore da proteggere.Con la Scuola comune europea si statuirebbe su basi omogenee la libera circolazione delle idee insieme aquella delle persone e dei capitali.

Occorre, inoltre, attribuire alla Banca Centrale Europea uno Statuto simile a quello delle principali banche centrali del mondo, dove gli obiettivi di stabilità e di crescita si integrino, e gli strumenti siano i più ampi possibili suggeriti dalla dottrina e sperimentati in pratica; e possano essere esercitati in piena autonomia.

Già questi indispensabili provvedimenti renderebbero l’Europa, oltre che più forte, anche più equa, ma il raggiungimento di questo obiettivo richiederebbe l’attuazione di una politica europea degli investimenti che abbia il duplice scopo di innalzare l’attuale insoddisfacente saggio di crescita reale e di avviare la rimozione dei dualismi di produttività esistenti che minano lo sviluppo socio-economico e la stessa efficacia della politica monetaria comune. Per raggiungere questo risultato occorre uscire dai vincoli finanziari del bilancio europeo che non generano spinte autopropulsive e ricorrere a meccanismi capaci di imprimere una spinta esogena alla domanda, ricorrendo ai finanziamenti della Banca Europea degli Investimenti come esplicitamente previsto dagli accordi di Maastricht; o ricorrere a forme analoghe, come la concessione di garanzie, già favorevolmente sperimentate dalle principali agenzie finanziarie pubbliche internazionali.

Nel corso della riunione del CIAE sono stati approfonditi anche altri specifichi temi oggetto dell’impegno europeo che verranno approfonditi nel corso dei prossimi incontri, molti dei quali riguardano le raccomandazioni che la maggioranza parlamentare ha indirizzato al Governo nel corso delle assemblee del 27 giugno. Questi approfondimenti potranno beneficiare dell’avvio operativo del Comitato Tecnico di Valutazione composto dai rappresentanti dei Ministeri competenti, anch’esso previsto dalla L. 234/2012 che regola il CIAE, la cui costituzione è in corso presso il Dipartimento.

mercoledì 27 giugno 2018

"PIANO B": LORO SÌ E NOI NO? di Piemme

[ 27 giugno 2018]

E' il segreto di Pulcinella che nei paesi che costituiscono, assieme alla Germania, il "nucleo duro" dell'eurozona (come del resto nei piani alti della Bce), sono molto avanti nella discussione del "Piano B" in caso di sfaldamento o collasso della moneta unica.

Qui da noi invece no, discuterne è proibito. Si deve credere a quanto affermò Draghi nel maggio 2015, al dogma fasullo della "irreversibilità dell'Euro". Ricordate? Egli si appellò al fatto che "i trattati non lo prevedono". Un pretesto buffo assai, non solo in base all regola della Lex Monetae, ma all'elementare quanto fondamentale principio più generale inscritto nello stesso diritto internazionale per cui ogni nazione che abbia stipulato un trattato può recedere ove consideri che esso leda gli interessi e la stessa sovranità statuale.

Tuttavia niente, in Italia, anche solo il nominare un "Piano B" è un tabù assoluto.
Ricorderete quando Di Maio e Salvini scelsero il pur sempre liberal-mercatista ma euroscettico Paolo Savona come ministro dell'economia. Si scatenò un putiferio e la manina "invisibile" dei mercati calò immediatamente la mannaia dello spread. Tant'è che Mattarella la spuntò ottenendo che al suo posto salissse Tria-senza-né-arte-né-parte, il servizievole.


Che in Italia non si possa aprire un dibattito pubblico sul che fare se l'euro viene giù è il simbolo più chiaro che siamo un Paese a sovranità limitata, una provincia di un impero a due teste —come quando c'erano Roma e Bisanzio. E che la "nostra" élite vieti ogni violazione del tabù indica fino a che punto essa è consapevole che il suo destino è legato a quello della moneta unica. Una dipartita inevitabile.

In camera caritatis, tuttavia, la "nostra" élite sa bene come stanno le cose. Afferma ad esempio Carlo Bastasin su IL SOLE 24 ORE del 31 maggio, mentre stava per nascere il governo giallo-verde, confessa:
«Nei mesi passati, ambienti della cancelleria avevano cercato di valutare che cosa sarebbe successo in Italia in caso di deriva anti-europea. Alcuni scenari erano stati elaborati considerando la possibile scelta di alcuni Paesi di uscire dall'euro. Un'eventualità che avrebbe ricondotto l'euro alla struttura originaria della strategia tedesca per l'unione monetaria, il famoso schema Schàuble-Lamers del 1994 sul nocciolo duro, da cui l'Italia era esclusa, circondato da un gruppo di Paesi non partecipanti. Questi scenari non vengono oggi presi in considerazione, anche se testimoniano una riflessione in corso sul futuro dell'euro area e sull'idea, cara agli economisti tedeschi, di disporre di un meccanismo di uscita "ordinata" dalla moneta unica».
Detto altrimenti a Berlino non solo hanno nel cassetto un "Piano B", ma ne hanno elaborate diverse varianti. Davanti alla recalcitrante e temibile Italia, ovvero alla vittoria dei "populisti", Bastasin ci rinfresca la memoria e, contorcendosi, ci ricorda che la Germania pur "non prendendo in considerazione" l'ipotesi di una italexit... ci sta riflettendo su. 

E' l'ipotesi della cosiddetta "uscita ordinata" o concordata. La qual cosa, ne siamo sicuri, non sfugge alle migliori teste del nuovo governo. Solo che questa "riflessione", diversamente che in Germania, si svolge nelle segrete stanze romane e milanesi e non diventa dibattito pubblico. Penso si possa affermare qualcosa di più preciso: dietro alle chiacchiere di circostanza che Conte, Tria e compagnia cantando, fanno un giorno sì e l'altro pure, sul fatto che l'Italia resterà nell'euro, si può stare certi che essi, spaventati all'idea di uno smottamento non pilotato della moneta unica, si aggrappano alla possibilità di trovare un accordo con Berlino e Parigi per uno smantellamento concordato.

Che ciò sia possibile, che quella di un divorzio consensuale con tanto di divisione dei beni non sia una pia illusione, ce lo dirà il futuro. Un futuro, vedrete, non così lontano.



giovedì 31 maggio 2018

"PIANO B" E ART. 65 di Emiliano Brancaccio

[ 31 maggio 2018 ]

«In termini ufficiosi, poi, si ragiona di “piano B” già da tempo tra gli addetti ai lavori, anche ai massimi livelli istituzionali. Chi reputa scandaloso un ragionamento sul “piano B” non ha capito molto dei problemi di tenuta dell’eurozona». 






* * * 

intervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena


D. Professor Brancaccio, il “governo del cambiamento” di Salvini e Di Maio non riesce a partire. Cosa ne pensa? 

R. E’ un’ipotesi di governo appiattita sulle posizioni della destra xenofoba, con l’annuncio di una riforma fiscale a vantaggio pressoché esclusivo dei ricchi e la promessa di una caccia grossa all’immigrato, un facile capro espiatorio che non rappresenta affatto il problema principale delle lavoratrici e dei lavoratori italiani. Detto questo, la Lega e il M5S hanno la maggioranza parlamentare e quindi a mio avviso bisognerebbe lasciarli governare. 

D.Dunque Lei critica il veto del Presidente della Repubblica sulla lista dei ministri? 

R. Non ho le competenze per entrare nel dibattito tra i costituzionalisti sui poteri del Presidente. Mi limito a osservare che il veto di Mattarella ha gettato la Presidenza della Repubblica nel ring di una lotta politica feroce, che lascerà nuove ferite sul già fragile tessuto istituzionale del paese. Avrei preferito un esito diverso, che lasciasse il Quirinale al di sopra della contesa. 

D. Il dialogo istituzionale è precipitato sull’indicazione di Paolo Savona come ministro dell’Economia. Qual è il suo giudizio su di lui? 

R. Uno studioso di buone letture e una discreta penna, come ormai se ne vedono poche tra i colleghi economisti. Ma anche un liberista di vecchia scuola, che fino all’altro ieri pareva convinto che il debito pubblico italiano potesse essere ridotto a colpi di tagli drastici alla spesa pubblica e ulteriori dismissioni del patrimonio statale. L’esperienza infelice dell’austerity e delle privatizzazioni degli anni Novanta, a quanto pare, non gli è bastata. 

D. Però la pietra dello scandalo è stato il “piano B” per uscire dall’euro, che Savona ritiene necessario e che invece Mattarella e i suoi sostenitori considerano una bestemmia. 

R. Bisognerebbe ricordare che una proposta ufficiale di “piano B” era già stata resa pubblica diversi anni fa: è la soluzione di uscita della Grecia dalla moneta unica che venne avanzata dall’ex ministro delle Finanze tedesco Schauble e che l’Eurogruppo fece propria nel 2015. In termini ufficiosi, poi, si ragiona di “piano B” già da tempo tra gli addetti ai lavori, anche ai massimi livelli istituzionali. Chi reputa scandaloso un ragionamento sul “piano B” non ha capito molto dei problemi di tenuta dell’eurozona. Come a denti stretti riconosce persino il Presidente della BCE, sono problemi che restano in gran parte irrisolti e che inevitabilmente riaffioreranno alla prossima recessione, indipendentemente dal successo politico delle cosiddette forze anti-sistema. La questione, semmai, è “quale piano B”: ad esempio, quello di Schauble per la Grecia era da strozzinaggio, poiché pretendeva che i greci mantenessero i loro debiti in euro anche dopo aver abbandonato la moneta unica. 

D. Intanto però i mercati sono in subbuglio e lo spread sui titoli italiani è tornato a correre. C’è di nuovo sfiducia sulla tenuta dei conti pubblici? 

R. La sostenibilità dei conti pubblici c’entra solo in via secondaria. L’aumento dello spread dipende soprattutto dal risveglio delle scommesse sulle ipotesi di uscita dall’euro e di svalutazione di una ipotetica nuova moneta, con conseguente deprezzamento dei titoli denominati in essa. Non a caso il fenomeno sta riguardando non solo l’Italia ma anche gli altri paesi che potrebbero eventualmente seguirla al di fuori dell’eurozona. 

D. Se andremo a nuove elezioni, sarà una campagna elettorale condizionata dalle scommesse della finanza sul futuro dell’euro? 

R. E’ un rischio concreto. Eppure strumenti per contenere le interferenze dei mercati sulla politica esistono. 

D. Si riferisce agli interventi della Banca centrale europea? Circola voce che ieri la BCE abbia ridotto gli acquisti di titoli italiani lasciando che lo spread aumentasse. 

D. La valutazione sull’orientamento di politica monetaria non può essere fatta su archi di tempo così brevi. E’ vero, tuttavia, che nel direttorio BCE i conflitti sono sempre più aspri e che a un certo punto potrebbe prevalere la linea restrittiva dei cosiddetti “falchi”, come è già accaduto durante le passate crisi. Anche per questo occorre intervenire subito con misure ulteriori. 

D. Qual è la sua idea, Professore? 

R. Suggerisco l’applicazione immediata dell’articolo 65 del Trattato dell’Unione Europea [1] che ammette l’introduzione di controlli sulle fughe di capitali, e di tutti i dispositivi già previsti dall’attuale legislazione per ridurre la volatilità dei mercati finanziari. L’ex capo economista del FMI li definisce strumenti di “repressione finanziaria”. Che si vada a elezioni o meno, in questa fase decisiva per il futuro dell’Italia e dell’Unione sarebbe bene attivare fin d’ora questi strumenti legislativi per evitare interferenze dei mercati sulle prossime scelte politiche. Si tratta di una soluzione di buon senso quale che sia la nostra opinione sulla permanenza o sull'abbandono dell'eurozona. 

D. L’Italia potrebbe autonomamente introdurre queste misure di “repressione finanziaria” senza il consenso delle istituzioni europee? 

R. L’articolo 65 può essere applicato da uno stato membro se sussistono condizioni “di ordine pubblico” tali da rendere necessari i controlli sugli spostamenti di capitale da e verso l’estero. Le istituzioni europee hanno già ammesso un’interpretazione estensiva della definizione di “ordine pubblico” durante le crisi di Cipro e della Grecia. In quelle occasioni, però, l’articolo 65 fu applicato con un ritardo scandaloso, solo dopo una lunga agonia finanziaria che colpì duramente le economie di quei paesi e condizionò pesantemente le loro decisioni. L’Italia e gli altri paesi sotto attacco oggi possono e debbono rivendicare il diritto di applicare immediatamente i controlli sui capitali e le altre misure necessarie di “repressione finanziaria”, prima che sia tardi. 

D. Cottarelli sarebbe l’uomo giusto per avviare procedure di questo tipo? 

Ho dei dubbi. Temo rientri in quel filone di economisti secondo i quali il mercato ha sempre ragione e deve esser lasciato libero di operare. Un’idea che trova ampie smentite nella letteratura scientifica ma che purtroppo risulta ancora à la page in ambito politico. Con lui si rischia di applicare i controlli quando la situazione è già precipitata.

(30 maggio 2018)

NOTE

[1] Articolo 65 (ex articolo 58 del TCE) 1. 


1. Le disposizioni dell’articolo 63 non pregiudicano il diritto degli Stati membri: a) di applicare le pertinenti disposizioni della loro legislazione tributaria in cui si opera una distinzione tra i contribuenti che non si trovano nella medesima situazione per quanto riguarda il loro luogo di residenza o il luogo di collocamento del loro capitale; b) di prendere tutte le misure necessarie per impedire le violazioni della legislazione e delle regolamentazioni nazionali, in particolare nel settore fiscale e in quello della vigilanza prudenziale sulle istituzioni finanziarie, o di stabilire procedure per la dichiarazione dei movimenti di capitali a scopo di informazione amministrativa o statistica, o di adottare misure giustificate da motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza. 
2. Le disposizioni del presente capo non pregiudicano l’applicabilità di restrizioni in materia di diritto di stabilimento compatibili con i trattati. 
3. Le misure e le procedure di cui ai paragrafi 1 e 2 non devono costituire un mezzo di discriminazione arbitraria, né una restrizione dissimulata al libero movimento dei capitali e dei pagamenti di cui all’articolo 63. 
4. In assenza di misure in applicazione dell’articolo 64, paragrafo 3, la Commissione o, in mancanza di una decisione della Commissione entro un periodo di tre mesi dalla richiesta dello Stato membro interessato, il Consiglio può adottare una decisione che conferma che le misure fiscali restrittive adottate da uno Stato membro riguardo ad uno o più paesi terzi devono essere considerate compatibili con i trattati nella misura in cui sono giustificate da uno degli obiettivi dell’Unione e compatibili con il buon funzionamento del mercato interno. Il Consiglio delibera all’unanimità su richiesta di uno Stato membro.

* Fonte: Micromega

lunedì 5 giugno 2017

5 PUNTI PER COSTRUIRE LA SINISTRA DI ALTERNATIVA di Franco Bartolomei

[ 5 giugno 2017 ]

Franco Bartolomei è un esponente di spicco di Risorgimento Socialista, movimento che a sua volta è un pezzo importante della Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN).




La Costituzione, per ricostruire il Paese

E’ il momento, per noi Socialisti, di dare una forma concreta al nostro progetto di ricostruzione del Paese, secondo il modello economico e sociale delineato nella nostra Costituzione.

Vogliamo mettere nero su bianco cinque punti da cui partire, che rivolgiamo a tutta la Sinistra di opposizione, per decidere come comportaci di fronte alle scelte elettorali che ci aspettano, forse alla fine del 2017, sicuramente entro metà del 2018.

1. Fuori dal Palazzo, fuori da Maastricht, o non saremo credibili


La sinistra politica e sindacale del nostro Paese è stata assorbita completamente all’interno delle logiche di governo, finendo per condividere e gestire tutte le scelte di sistema principali che stanno distruggendo il nostro sistema sociale e democratico.

E’ questo il motivo per cui l’Italia è l’unico grande paese d’Europa in cui non esista alcun significativo processo di ricostruzione di una sinistra alternativa, in grado di rappresentare l’opposizione diffusa che esiste nel paese al fallimentare modello sociale del liberismo finanziario, fondato sulla privatizzazione del’economia pubblica e del sistema creditizio, sulla precarizzazione del lavoro e sull’indebolimento dei redditi da lavoro, sull’indebitamento diffuso come sostegno al consumo.

Un modello che è stato imposto al Paese in attuazione del sistema di Maastricht, insieme allo smantellamento delle nostre industrie pubbliche e ai tagli alla spesa pubblica, incompatibile con i parametri del debito e con il FIscal Compact che presidiano il sistema monetario dell’Euro .

E’ questo il motivo per cui da noi mancano un Melenchon, un Corbyn, un Iglesias, un Lafontaine, un Sanders. Se la Sinistra non avrà il coraggio di prendere questa posizione di “populismo democratico“, tutto lo spazio politico ed elettorale che nei grandi paesi d’Europa vede consolidarsi nuove forze della Sinistra Alternativa resterà occupato da un movimento atipico e contraddittorio come il Movimento 5 Stelle, che rivolgerà il malessere sociale diffuso contro la crisi del sistema politico invece che sulla contestazione del modello liberista imposto al paese.

2. Fuori dalla Seconda Repubblica, tornare alla Costituzione
La ricostruzione della sinistra in italia puo’ essere realizzata solo in opposizione alla II Repubblica ed a tutto cio’ che essa ha significato, in termini di stravolgimento della nostra costituzione materiale sul terreno dei rapporti sociali, di smantellamento del nostro tessuto produttivo, e di svuotamento della sovranita’ costituzionale dello Stato nel governo delle scelte di indirizzo del paese.

Dobbiamo tornare senza riserve al progetto di società descritto dalla nostra Costituzione, il più concreto riferimento programmatico che abbiamo per attuare un modello di societa’ e di sviluppo economico e civile del Paese alternativo al neoliberismo.

E dobbiamo farlo nella piena consapevolezza della sostanziale incompatibilita’ della Costituzione italiana con il sistema di rapporti e di poteri, finanziari e monetari, introdotto dai trattati di Maastricht e Lisbona, e con lo schema decisionale tecnocratico che i nostri attuali impegni sovranazionali prevedono, e che vincola completamente ogni nostra scelta economica e sociale interna.
3. Partire dal NO, per dare rappresentanza al conflitto sociale

Una Sinistra nuova deve quindi partire dalla volonta’ di rappresentare fino in fondo il vero, grande significato del Referendum Costituzionale del 4 Dicembre.

In Italia, il sindacato è stato costretto spesso a una posizione di inerzia rispetto alle contro-riforme sociali di questo anno, a causa delle sue commistioni con il ceto politico: è il motivo per cui, a differenza della Francia, i sindacati non sono riusciti a creare un fronte sociale attivo di contestazione delle politiche liberiste sul lavoro.

Il referendum del 4 Dicembre ha rappresentato il primo vero atto collettivo, consapevole, di massa di contrasto al modello imposto in questi ultimi venti anni, affermando un impegno inderogabile contro la distruzione formale e sostanziale della nostra Democrazia, come sistema di governo complessivo della società.

Un sistema fondato sulla piena e libera rappresentanza della domanda politica e sulla mediazione democratica del conflitto sociale, all’interno di una rete di valori generali definiti dai principi inviolabili della nostra Carta Costituzionale, l’unica vera variabile indipendente del progetto alternativo di sistema che deve essere presentato al paese.

4. Un Piano B, per tornare alla Sovranità Nazionale

Questo progetto politico di complessiva “ri-costituzionalizzazione” del sistema Italia, in tutti i suoi rapporti sociali e produttivi , e di ripristino della nostra possibilità di decidere sui grandi temi del futuro del Paese, passa per una contestazione radicale delle leggi sul lavoro, sulle pensioni, sulla spesa pubblica imposte dai vincoli europei.

Dobbiamo riportare sotto il controllo pubblico il sistema bancario, le infrastrutture strategiche per l’economia nazionale e le aziende pubbliche privatizzate a basso costo ai tempi della rincorsa all’Euro del 1993-1999.

Per realizzare queste politiche, è però necessario riprenderci i poteri che la Costituzione affida al nostro Governo e al nostro Parlamento, dopo anni di sottomissione al “vincolo esterno“.

Se realmente vogliamo dare un futuro all’Italia, su questo programma non si può trattare: e, nel caso continuasse l’ostruzionismo da parte delle Istituzioni di Bruxelles, dovremo essere pronti a minacciare la fuoriuscita dal sistema monetario dell’Eurozona, partendo dal Piano B proposto in Francia ed in Germania da Melenchon e Lafontaine.

5. IL “NUOVO ULIVO” FATEVELO VOI, RICOSTRUIAMO LA SINISTRA !

Da questi pochi punti, discende per conseguenza naturale e logica che un processo di ricostruzione della Sinistra non ha futuro se finisce in mano a tutti quei gruppi dirigenti figli delle esperienze di Governo di questi anni, dall’Ulivo allo schema Monti: non è assolutamente credibile che queste forze e questi protagonisti rappresentino una alternativa credibile a questo Governo e a questo sistema di rapporti e di interessi, interni e internazionali.

Il vero rischio che dobbiamo evitare è di dare ancora fiducia a un ceto politico che è legato strutturalmente, per Storia, cultura, rapporti e fonti di legittimazione, al “centrosinistra della Seconda Repubblica“: perché al momento decisivo, questi vecchi protagonisti si presenteranno di nuovo ai poteri finanziari e alle tecnocrazie europee come “quelli più affidabili“, che possono gestire gli assetti esistenti. La differenza col disegno neocentrista del PD renziano non sarebbe sulle politiche, ma solo sui personaggi chiamati a attuare decisioni prese altrove.

Incastrando tra loro questi cinque pezzi del puzzle, noi Socialisti lavoreremo per costruire una proposta elettorale che metta le basi di un vero futuro della Sinistra e del Paese.

mercoledì 19 aprile 2017

DALLA PARTE DI MÉLENCHON E DI FRANCE INSOUMISE di Stefano Fassina

[ 19 aprile

Fassina ha effettivamente titolo a presentarsi come il corrispettivo italiano di Mélenchon. Ciò che gli fa onore rispetto a tanti suoi sodali. 
Con il leader francese è stato tra i promotori della proposta del "Piano B" —proposta debole ma cento volte meglio delle idiozie euriste,
Un Piano B contro cui tuttavia fanno gli scongiuri i sinistrati italiani, europeisti a prescindere, quelli che ancora difendono la moneta unica, l'Unione e... Tsipras. 
Proprio ai portavoce della sinistra italiana Fassina rivolge un appello a sottoscrivere una dichiarazione a favore di Mèlenchon e della rete che lo sostiene, la France Insoumise
Non sappiamo se coloro che chiama in causa —D'Alema, Bersani, Speranza, Rossi, Fratoianni, Civati, Pisapia, Boldrini, Acerbo, De Magistris, Leoluca Orlando (Sic!)risponderanno al suo appello. Ci auguriamo di no, per il bene anzitutto di Stefano Fassina e per quello della causa di una sinistra popolare e patriottica. Molti di quei personaggi è meglio perderli che trovarli....


«Dall'Italia, un appello dei leader della sinistra per Jean Luc Mèlenchon? 
D'Alema, Bersani, Speranza, Rossi, Fratoianni, Civati, Pisapia, Boldrini, Acerbo, De Magistris, Leoluca Orlando ci siete? 

Le elezioni presidenziali francesi sono un passaggio rilevante per le prospettive dell'Unione europea, della moneta unica e della sinistra. Si è dibattuto a lungo su Madame Le Pen, mentre si sono strumentalmente trascurati i movimenti "a sinistra". Sono, invece, movimenti di straordinarie potenzialità soprattutto per chi ha a cuore l'interesse delle lavoratrici e dei lavoratori e, quindi, della democrazia effettiva. Anche in Francia, si chiude tristemente la lunga storia del Partito Socialista nella totale subalternità di Francois Hollande all'impianto mercantilista tedesco, nella fuga dallo schema destra-sinistra del tecnocrate euro-liberista Emmanuel Macron e nella scarsa credibilità dell'astratto altro-europeismo di Benoit Hamon. 

In Francia, grazie a Jean Luc Mèlenchon e alla rete di "La France Insoumise", nasce su basi culturali autonome, neo-labouriste e ambientaliste, una forza di popolo, ancorata all'interesse nazionale senza derive nazionaliste, solidale e protezionista, all'altezza delle sfide del XXI Secolo. Secondo il poll tracker del Financial Times, il leader caricaturizzato e scomunicato come di "estrema sinistra" compete per il ballottaggio del 7 Maggio. Ma, al di là del piazzamento finale, ovviamente di primaria importanza, il dato politico è l'affermazione in una delle principali democrazie e economie del pianeta, uno dei soci fondatori della Comunità europea, di una forza politica che riscopre l'insostituibile funzione dello Stato nazionale a protezione del lavoro, l'insuperabile dimensione nazionale della democrazia e declina in chiave cooperativa europea l'interesse nazionale.

Il risultato previsto per Mèlenchon non è un inspiegabile e effimero capriccio della Storia. È frutto di una lunga e approfondita operazione culturale, sociale e politica, oltre che di una sapiente organizzazione comunicativa e elettorale. Una parte fondamentale dell'operazione avviata da Mèlenchon dopo l'uscita dal Psf nel 2008 è stato il paziente lavoro di tessitura di relazioni europee per la preparazione di un Plan B per l'euro-zona. La prima tappa fu a Parigi, a settembre del 2015, subito dopo la capitolazione del Governo di Syriza, un partito indubbiamente portatore di un paradigma e di un'agenda radicalmente alternativa all'europeismo liberista. Mélenchon invitò alla Fête de l'Humanitè alcune personalità della sinistra europea, segnate come lui da esperienze di governo nazionale e dalla rottura con le rispettive provenienze politiche, a elaborare un Plan A per una radicale riscrittura in senso pro-labour dei Trattati europei e contestualmente, nella consapevolezza della difficile praticabilità politica del Plan A, un Plan B per il superamento dell'euro. Il Manifesto di Parigi ("Un Piano B per l'Europa" ) fu firmato, oltre che da Jean Luc Mélenchon, da Oskar Lafontaine, ex Ministro delle Finanze tedesco, da Yanis Varoufakis, ex Ministro delle Finanze Greco, da Zoe Konstantopoulou, ex Presidente del Parlamento di Atene, e dal sottoscritto.

Dopo Parigi, il network europeo di settori della sinistra critica e di tante giovani energie culturali e di movimento si è incontrato a Madrid, grazie all'iniziativa di Podemos, a Copenhagen su input della Red-Green Alliance e, infine, organizzata da alcuni di noi, a Roma, in Campidoglio, l'11-12 Marzo scorso (come anticipato su Huffington Post), a pochi giorni dalla celebrazione ufficiale dei Trattati di Roma. La dichiarazione di Roma, firmata, oltre che da Mélenchon, da protagoniste e protagoniste delle sinistre europee fuori dai confini della snaturata famiglia dei socialisti europei, contiene il punto fondamentale e distintivo di La France Insomise: la riscrittura dei Trattati per rivitalizzare la sovranità democratica e ridare dignità al lavoro o, di fronte all'impraticabilità politica del Plan A, il superamento dell'euro attraverso un Plan B.

In Italia, dopo tante chiacchiere poco comprensibili e astratte sulla rinascita del centrosinistra o centro-sinistra, sarebbe di grande significato politico e programmatico una dichiarazione congiunta dei principali leader in campo a sinistra del Pd per Jean Luc Mélenchon».


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