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domenica 26 giugno 2016

A CHE SERVE LA TEORIA IN POLITICA?

[ 26 giugno ]

BREVI NOTE SUL CONVEGNO DI PARMA

Come annunciato si è svolto ieri a Parma, organizzato dai compagni di ROSS@, l'incontro "IL FILO DI ARIANNA". Annunciandolo noi ci eravamo presi una licenza poetica, titolando "Un convegno coi fiocchi", volendo segnalare quanto fossero importanti e dirimenti i due temi posti in discussione, ed anche lo spessore dei relatori.

I compagni parmensi, ne siamo sicuri, oltre a mettere in rete le registrazioni video filmate, faranno un resoconto scritto per consentire a chi non c'era, di farsi un'idea di quanto detto. Essi, ne siamo certi, tireranno le loro conclusioni.

Noi tiriamo le nostre, limitandoci a quel che ci pare essenziale.

Anzitutto ottimo il livello teorico, dove per ottimo è da intendersi la capacità degli intervenuti di aver saputo stare ai punti indicati dai promotori e quindi messo carne al fuoco. In particolare segnaliamo — oltre agli interventi di Giorgio Cremaschi (a destra nella foto sopra) e Sergio Cararo, che hanno sottolineato l'importanza della vittoria di Brexit e denunciato le posizioni pro-Ue di certa sinistra nostrana— i contributi di Carlo Formenti, Samuele Mazzolini, Moreno Pasquinelli e Mimmo Porcaro. 

Carlo Formenti perché, ribaltando la vecchia lettura "operaista" sulla "composizione di classe", ha fornito spunti decisivi per quanto attiene invece alla natura e ampiezza del fronte nemico, del suo carattere composito, della pervasività dell'ideologica della narrazione mondialista ed eurista, di come le élite oligarchiche esercitano la loro egemonia —anzitutto sulle fasce giovanili.  Formenti ha descritto quello che ha chiamato, in barba alle suggestioni nuoviste indotte dai nuovi mezzi di comunicazione, modello non solo di lavoro ma di vita "walmart", in cui gli sfruttati e gli oppressi, lungi dal sentirsi tali, si immedesimano invece con il nemico, ovvero proprio con quelle élite che succhiano loro, da ogni poro possibile, ogni singola goccia di plusvalore, relativo e assoluto.

Mazzolini perché ha saputo riassumere, e non era facile, il pensiero di Ernesto Laclau sul "populismo" e del perché le sue proposizioni sono di attualità e ci aiutano a capire certi nuovi fenomeni politici (vedi M5S o Podemos con il loro mantra anti-casta) etichettati dispregiativamente dalle élite come "populisti". In particolare Mazzolini si è soffermato sui cardini della visione laclausiana, e tra queste, la capacità di un movimento di agire sul livello passionale della politica, di parlare al cuore e non solo alla testa di chi sta in basso, sulla imprescindibile funzione carismatica del capo, da non confondere con il caudillo che tutto fa e disfa, ma come elemento capace di essere perno di un organismo collettivo.


Moreno Pasquinelli e Diego Melegari
Pasquinelli ribadendo l'opzione populista e del perché essa è imprescindibile per chiunque voglia oggi costruire un soggetto politico di massa per la liberazione dal regime oligarchico, ha segnalato i limiti del discorso laclausiano sul populismo —e del perché esso non ha attecchito nella sinistra italiana—, ha sottolineato come alcuni pezzi del suo discorso, in particolare sui meccanismi che presiedono alla lotta per l'egemonia —al di la delle evidenti differenze con l'impianto gramsciano— sono oggigiorno utilissime.
In una società dove oramai è diventato "senso comune" l'idea che la principale divisione è tra chi sta in alto e chi sta in basso (matrice di ogni populismo antioligarchico), il movimento POLITICO che va costruito e per cui c'è uno spazio ampio, malgrado qui in Italia esso sia ricoperto temporaneamente da M5S, è dunque "necessariamente populista". 

Pur nelle differenze è emerso chiaro il filo conduttore filosofico tra i tre: riguardo al patrimonio teorico lasciato in eredità da Marx, occorre salvare il bambino ma gettare una volta per tutte l'acqua sporca. E qual è quest'acqua sporca? La cattiva e teleologica filosofia della storia di matrice hegeliana (contaminatasi col tempo con darwinismo e positivismo) che vuole concepire l'epopea umana come un irreversibile  movimento in avanti, che dall'arretrato muove necessariamente verso l'avanzato, come un ineluttabile processo verso l'emancipazione e la libertà. Di qui l'idea che più il capitalismo sviluppa le sue forze produttive, più il socialismo sarebbe vicino. Di contro a questa concezione meccanicistica ed economicistica, tutti e tre i relatori hanno insistito che invece centrale è la funzione della politica, quindi la necessità di un potente soggetto politico che, pur sempre tenendo conto della situazione reale, riesca non solo a risvegliare le forze sovversive latenti, ma sappia anche plasmarle entro un orizzonte rivoluzionario. 

Mimmo Porcaro, oltre ad aver convenuto con queste proposizioni, non ha esitato ad attualizzarle ed a portare alle estreme conseguenze ciò che va dicendo e scrivendo da anni. 
In estrema sintesi: dopo la fine del fordismo e del ciclo keynesiano, dopo il crollo dell'URSS e del movimento operaio organizzato, quattro decenni di neoliberismo dispiegato ci consegnano una società profondamente mutata, polverizzata e frantumata, ove la classe operaia non può più agire come centro di un fronte
Stefano Zai e Mimmo Porcaro (a destra)
egemonico antagonista. La cosiddetta "sinistra radicale" non ha saputo capire né riconoscere questi profondi cambiamenti, e ciò ci aiuta a comprendere perché, dopo essere stata satellite e complice del Pd, è chiusa in una riserva in cui è destinata a passare a miglior vita. Anche noi, ha sostenuto Porcaro, siamo in ritardo, ma possiamo ancora essere della partita, a patto di muovere da categorie fondamentali quali "popolo" e "nazione", intrecciandole strettamente al principio che prima dell'economia viene la politica, rideclinando modernamente il socialismo come società in cui il bene comune sovraordina tutto il resto, ripensando la struttura economica come un sistema misto, in cui forti elementi di economia nazionalizzata e pianificata convivano con settori necessariamente mercantili. Ci servono prima possibile, ha concluso Porcaro quattro, cinquemila militanti per dare vita ad un partito democratico di massa, che sia il perno di un blocco gramscianamente nazionale-popolare, che includa, assieme al lavoro dipendente, la piccola e media impresa ed ovviamente i diversi settori dell'esclusione sociale.

Di conclusioni, da questo convegno, se ne potrebbero trarre diverse.
Tra queste noi preferiamo citare quella che Pasquinelli ha perentoriamente gettato a bomba nel dibattito: "Compagni, siamo davvero, tutti noi, d'accordo con la sostanza della proposta politica esposta da Porcaro? Se sì, guardate che il soggetto politico nuovo di cui c'è tanto bisogno ce lo abbiamo già a portata di mano".



martedì 14 giugno 2016

PARMA: UN CONVEGNO COI FIOCCHI

[ 14 giugno ]

IL FILO DI ARIANNA
Come uscire dalla gabbia eurocratica

Sabato 25 giugno, a Parma (Sala superiore della Corale Verdi, Vicolo Asdente 9), promosso di compagni di ROSS@ della città emiliana, si svolgerà un importante convegno. 

Sarà diviso in due sessioni.
Quella mattutina, con inizio alle ore 10:30: LA SINISTRA, L'INTERNAZIONALISMO E LA SOVRANITÀ NAZIONALE.
Interverranno: Mimmo Porcaro, Sergio Cararo e Carlo Formenti. 
Modera: Stefano Zai

La seconda sessione: LA CRISI DELLE ÉLITE E LA SFIDA DEI POPULISMI
Interverranno:
Giorgio Cremaschi, Samuele Mazzolini, Moreno Pasquinelli e Aldo Giannuli. 
Modera: Diego Melegari

Info: www.rossa.red
sollevazione@gmail.com



mercoledì 26 giugno 2013

«IMPRESA DISPERATA». ROSS@: perché non ci siamo di Leonardo Mazzei

26 giugno. «Stiamo tentando un'impresa disperata», questa la poco incoraggiante premessa di Giorgio Cremaschi nella sua relazione alla “riunione di vertice” di Ross@ svoltasi il 15 giugno scorso. Se disperata è l'impresa, di certo abbiamo trovato davvero disperanti alcuni passaggi del discorso del combattivo leader sindacale.

Un discorso che abbiamo il dovere di esaminare e criticare, perché indica una strada senza sbocchi, frutto di un'analisi della situazione assai superficiale, privo di coraggio su alcuni punti dirimenti e portatore di un pessimismo cosmico che ben spiega la premessa di cui sopra.

Come Movimento popolare di liberazione (Mpl) abbiamo espresso fin dal principio diverse riserve sul progetto di Ross@. E tuttavia, in considerazione del fatto che condividiamo tanto la necessità della costruzione di un soggetto politico anticapitalista, quanto quella di un fronte che si ponga nella prospettiva della sollevazione popolare, abbiamo scelto fin da subito di interloquire con questo progetto politico.

Purtroppo, e lo dico con dispiacere sincero, la relazione di Cremaschi ha confermato in pieno le nostre preoccupazioni iniziali. Avremmo preferito essere smentiti, ed invece le ragioni di dissenso sono decisamente aumentate. Ed all'interno di uno schema di ragionamento assai fragile, vi sono dei passaggi che lasciano francamente costernati.

A chi dovesse trovare ingeneroso od eccessivo questo giudizio, consiglio l'ascolto del file audio della relazione introduttiva di Giorgio Cremaschi.

Entriamo nel merito

Lanciare un progetto politico, e dichiararne in partenza il quasi certo fallimento, potrebbe sembrare a qualcuno un apprezzabile esercizio di realismo ed onestà intellettuale. Non è questa l'opinione di chi scrive. Così facendo, infatti, altro non si fa che incrementare il clima di pessimismo, depressione e passività, pur dichiarando di volerlo combattere. Certo che non può esserci la certezza della riuscita, ma con questa mancanza di convinzione si avrà solo la certezza del fallimento.

Un fallimento che, a mio modesto giudizio, è inscritto proprio nella visione proposta da Cremaschi, per il quale Ross@ sarebbe una sorta di "ultima spiaggia". Un atteggiamento politico e psicologico, quest'ultimo, che non ci si aspetterebbe da un leader esperto e capace come l'ex dirigente della Fiom. Certo, è capitato nella storia politica di molti di sentirsi davanti ad uno scenario da "ultima spiaggia". Ora, però, l'esperienza dovrebbe pur insegnare qualcosa. E la gravità della crisi dovrebbe far intravedere il grande mare delle contraddizioni sistemiche, ben al di là della misera spiaggia dello stato della sinistra più o meno sinistrata.

In realtà, così come non esistono conquiste definitive, siano esse politiche o sociali, (e giustamente Cremaschi lo ricorda nella parte conclusiva della sua relazione), non esistono neppure "ultime spiagge" assolute. Tanto meno potrà essere il progetto di Ross@ la verifica definitiva dell'esistenza o meno di "uno spazio per un movimento politico anticapitalista".

La cosa ancor più preoccupante è che Cremaschi dice a chiare lettere che un momento decisivo di tale verifica sarà rappresentato dalle prossime elezioni europee. La cosa curiosa è che quando noi, lo scorso anno, abbiamo proposto, all'interno del "Comitato No debito", l'esigenza di misurarsi con le imminenti elezioni politiche, ci fu risposto che non c'erano le condizioni per una presentazione. Perché queste condizioni sarebbero maturate solo ora, fra l'altro con l'ostacolo tecnico del maggior numero di firme necessarie? Forse solo perché la componente rifondarola di Ross@ non ha più nemmeno un Ingroia a cui aggrapparsi, come invece ha fatto con una disinvoltura pari all'insuccesso a febbraio?


Ma lasciamo perdere, ed affrontiamo questioni più serie. Il pessimismo cosmico che straborda da tutta la relazione ha un suo punto forte nell'analisi di quello che viene chiamato "sistema Pd". Un sistema che viene definito come trionfante, come capace di recuperare a destra e a manca, praticamente invincibile, addirittura "più forte del pentapartito" del secolo scorso. Ora, che il Pd sia il vero partito sistemico, piuttosto che l'anomalo Pdl, è cosa assai ovvia che andiamo dicendo da anni. Ma da qui ad attribuirgli una simile forza ce ne corre.

Il Pd è un partito in crisi, dentro quella più generale crisi del sistema politico italiano che i promotori di Ross@ proprio non riescono a vedere. Il Pd ha perso nella sostanza le elezioni politiche, ha perso milioni di voti, ha visto cadere il proprio segretario, si è diviso sull'elezione del presidente della repubblica, ed ha dovuto accordarsi alla fine con Silvio Berlusconi. Certo, è vero che il Pd è andato bene (pur essendo in discesa nei consensi) alle amministrative di maggio. Ma ci siamo scordati della specificità del voto amministrativo rispetto a quello politico?

E non sarà che ci si butta su certe interpretazioni, per quanto infondate, solo per fa piacere ai tanti che vorrebbero mettere immediatamente tra parentesi il significato più profondo del travolgente successo del M5S a febbraio?

Negare la crisi del sistema politico, ed addirittura tratteggiare un Pd pigliatutto, tanto più in una fase convulsa come l'attuale, sembra solo un modo per non vedere le potenzialità della situazione. In sostanza, un errore analitico che apre la strada ad un disastro politico, disegnando (nella migliore delle ipotesi) un tragitto meramente resistenziale, con l'obiettivo massimo di costruirsi una nicchia identitaria quanto incapace di entrare nelle contraddizioni del blocco sociale e dello schieramento avversario.

Sulla collocazione rispetto al Pd Cremaschi è chiaro: indipendenza ed alternatività. E ci mancherebbe altro! Il problema è che questa collocazione, che certo rappresenta un passo avanti rispetto al ventennale disastro chiamato Prc, non è affatto sufficiente per tratteggiare un'adeguata fisionomia politica.

La questione dell’euro e della sovranità

E qui infatti nascono i problemi più seri. Sto parlando soprattutto delle questioni dell'Europa, dell'euro, della sovranità. Cremaschi dice di voler rompere l'Unione Europea, affermando - vivaddio! - «Quest’Europa è come quella di Metternich del 1848, non è riformabile. I sovrani assoluti debbono essere spodestati, altrimenti non riesci a fare niente». Perfetto, verrebbe da dire. Peccato che i passaggi successivi della sua relazione vadano in tutt'altra direzione. Alla chiarezza delle enunciazioni di cui sopra fa infatti seguito il confusionarismo tipico di una parte dei suoi compagni di strada.

Ma sentiamo cosa afferma testualmente Cremaschi:

«Poi c’è una discussione fra di noi: la sovranità europea, la sovranità nazionale, io ho l’impressione che non sia la nostra discussione. Mi riferisco ai compagni di Mpl, che non aderiscono al nostro progetto perché non siamo chiari su euro e sovranità nazionale. Io penso che non possiamo dire “torniamo alla lira”, perché non è una battaglia di sinistra. Magari ci si torna, ma non possiamo ragionare su questo.
Dobbiamo ricordare, lo ripeto sempre, che l’unica volta che l’Italia decise in qualche modo di tornare alla lira riconquistando l’autonomia monetaria (era il 1992 quando l’Italia uscì dallo Sme), in cambio noi dovemmo dare l’abolizione della scala mobile, del contratto nazionale, il taglio delle pensioni, la privatizzazione delle banche, la tassa straordinaria. Ve la ricordate la Manovra del governo Amato del 31 luglio del 1992?»
Questa ricostruzione dei fatti è falsa e inaccettabile! 
Cremaschi tenta di far credere che l'eliminazione della contingenza, l’attacco al contratto nazionale e il taglio delle pensioni, vennero adottati come conseguenza della svalutazione della lira. Il taglio della scala mobile avvenne con l’accordo del luglio 1992, mentre la lira venne svalutata solo a settembre. La verità dunque è che i sacrifici per i lavoratori - incluso l’attacco ai contratti (accordo del luglio 1993) e quello alle pensioni culminato con la legge Dini del 1995 - scattarono in virtù dell’applicazione del Trattato di Maastricht (firmato non a caso poco prima dell’abolizione della scala mobile, il 7 febbraio 1992). Si trattò dunque di un insieme di misure finalizzate alla nascita della moneta unica. Ed il fatto che si glissi proprio su questo è perciò assai significativo.

La rivendicazione della riconquista della sovranità nazionale viene brutalmente respinta perché ... “non è di sinistra”. Una prova lampante di quello che chiamiamo “identitarismo”. Anzi, se posso permettermi, identitarismo trascendentale. Qui non c’è l’analisi concreta della situazione concreta, bensì una vera e propria metafisica degli obbiettivi: al di sopra della realtà e dei suoi mutamenti, ci sarebbero quelli “puri” di sinistra. Un astrattismo disarmante quanto semplicistico. Come se fosse la prima volta che contraddizioni secondarie diventano primarie (o viceversa), e che obbiettivi prima esclusi dall’agenda possono entrarvi in forza del mutato contesto storico e sociale. 


Per dirla tutta: non si vuole prendere atto che dentro l’Unione eurista ad egemonia tedesca l’Italia è diventata una specie di semi-colonia, una provincia a sovranità limitata, un protettorato governato da proconsoli. Non si vuole capire che una sinistra rinascerà in questo paese solo se impugnerà, prima che sia troppo tardi, la battaglia sovranista, che è una battaglia per sua stessa natura anti-oligarchica e democratica. Non ci si vuole rendere conto che a forza di essere abbarbicati a vecchi postulati identitari pseudo-internazionalisti (di passata: per alcuni sinistrati la questione della "sovranità nazionale" rimane un tabù, mentre non lo era l'andare in parlamento a far da sgabello a Prodi) si spiana la strada a quelle forze reazionarie che declineranno il sovranismo in funzione antiproletaria. E allora saranno dolori.

Ma citare il caso del 1992 è inaccettabile anche sul piano politico, oltre che su quello della ricostruzione storica. Anzitutto perché Cremaschi sa benissimo che chi come noi ritiene necessaria l'uscita dall'euro, affianca a questo obiettivo una serie di misure strutturali (nazionalizzazione del sistema bancario, ristrutturazione del debito pubblico, reintroduzione della contingenza su salari e pensioni, eccetera). In secondo luogo perché non fu a causa della svalutazione della lira che perdemmo la battaglia degli Accordi antipopolari del luglio 1992, quanto per la complicità dei sindacati confederali e del grosso della sinistra, che li sostennero proprio in virtù dell’adesione a Maastricht e in nome dell’euro.

E’ disarmante, poi, che Cremaschi non tenti per niente di tenere ROSS@ in sintonia con l’evoluzione della sinistra radicale europea. Dalla Grecia al Portogallo, dalla Germania alla Spagna (vedi il manifesto anti-euro della sinistra spagnola) la maggioranza delle sinitre radicali è oramai per uscire dall’euro e riconquistare la sovranità monetaria. Per non parlare delle sinistre antagoniste dei paesi dell’Unione che non hanno l’euro e che non si sognano nemmeno lontanamante di adottarlo.


Impossibile infine non segnalare la contraddittorietà del discorso di Cremaschi: da un lato egli dice che "l'euro rappresenta un'operazione reazionaria ai danni delle classi popolari", dall'altro se ne esce con la formuletta secondo cui: "noi non siamo per l'unità nazionale per l'euro, ma neppure per l'unità nazionale per la lira".


Ora, a parte il fatto che non sappiamo chi abbia proposto “l'unità nazionale per la lira”, che significa questo ponziopilatismo di fronte ad una questione di cui tutti discutono, con pezzi della sinistra europea che, iniziano a posizionarsi per l'uscita dalla moneta unica? Insomma, Cremaschi non può spingersi neppure laddove è già arrivato perfino Lafontaine?


E l’antimperialismo?


Un atteggiamento simile a quello sull'euro lo troviamo più in generale sulle questioni internazionali. Anche in questo caso le contraddizioni interne ai promotori avranno certo pesato. Ma dove può andare un soggetto politico anticapitalista senza una chiara posizione sull'imperialismo e sulla legittimità delle resistenze antimperialiste? Eppure è proprio questo che si va profilando.


Cremaschi, bontà sua, concede che "esiste un campo imperialista", ma nega che esista un "campo antimperialista". Qui emerge tra le righe la consunta narrazione pacifista e nuovamente identitaria per cui le resistenze legittime sarebbero solo quelle... "di sinistra", narrazione che cela a malapena il suo marchio islamofobo.
Bologna 11/5/13: l'assemblea fondativa di ROSS@


La conseguenza, non da poco almeno per le sue componenti dichiaratamente antimperialiste, è che il soggetto politico in gestazione non è in grado di esprimere una sua posizione sulla politica internazionale. Del resto l'acronimo Ross@ già lo lasciava intendere. Esso sta infatti per Resistenza, Opposizione, Socialismo, Solidarietà, mentre all'assemblea di Bologna (11 maggio) ci venne spiegato che la A (ora più volentieri trasformata in @) poteva essere interpretata come Anticapitalismo, Antimilitarismo, Antipatriarcato, eccetera, ma non in Antimperialismo. Un particolare che rivela molte cose.

Ultimo, ma certo non per importanza, a tutto ciò fa da cornice, come abbiamo già detto, una prospettiva meramente resistenziale. Dove la resistenza non è concepita come base per un progetto che guarda alla sollevazione, ma come habitat e forma mentis di una sinistra ormai incapace anche solo di pensare alla discesa in campo di ampi settori popolari.

Cosa potrà venir fuori da una simile impostazione? Certo, se eravamo pessimisti prima, figuriamoci ora dopo la riunione del 15 giugno. Una riunione che ha confermato i timori più seri, quelli sui quali avremmo voluto essere smentiti. La sensazione è che alla fine o il progetto non decollerà per niente (e le difficoltà nel convocare le assemblee regionali questo fanno pensare), o al massimo porterà ad una sorta di "piccola Rifondazione", certo indipendente dal Pd ma con le stesse palle al piede, culturali prima ancora che politiche.

mercoledì 15 maggio 2013

È NATA R.O.S.S.A. di sollevAzione


15 maggio. L'ASSEMBLEA DEL NEONATO MOVIMENTO ANTICAPITALISTA E LIBERTARIO. 
Circa 250 tra compagne e compagni hanno partecipato sabato 11 maggio a Bologna all’assemblea nazionale convocata dai firmatari dell’appello diffuso il 16 aprile scorso. Ne avevamo dato notizia con un articolo che titolava Nasce Syriza in Italia?
Dell’Appello scrivevamo:



«Una lista di obbiettivi radicali, ampiamente condivisibili. Reticenza invece su quattro questioni sostanziali: l'uscita dall'Unione europea, la riconquista della sovranità politica e monetaria; la sollevazione popolare come solo mezzo per formare un governo d'emergenza; il socialismo come sola alternativa strategica alla catastrofe. Sulle basi indicate dal documento potrebbe sorgere un fronte di lotta unitario. E questo sarebbe un passo avanti. Che siano adeguate per dare vita ad un vero e proprio soggetto politico unico noi, invece, ne dubitiamo».
Un passo avanti

L’assemblea di Bologna ha segnato un passo avanti rispetto all’appello iniziale, ha approvato infatti un documento politico che al primo punto testualmente recita:
«Rompere con l’Unione europea. Democrazia vera, diritti del lavoro (a proposito dei quali è fondamentale la riconquista dell’art. 18), stato sociale, eguaglianza, libertà sono incompatibili con l’Europa del rigore, del fiscal compact, di Maastricht e della Troika. Non c’è nulla da rinegoziare, i trattati vanno cancellati. L’euro e il debito non ci debbono più ricattare, bisogna che i popoli conquistino la sovranità sulla moneta e sulla spesa pubblica».
Un passo avanti indubbio. Non si afferma che è necessario uscire dall’euro e riconquistare la sovranità politica e monetaria, ma ci siamo vicini. E’ l’indicatore che nella sinistra rivoluzionaria è iniziato il processo di rottura, speriamo definitiva, del rapporto di sudditanza con la sinistra sistemica.
Bisogna capire perché nella sinistra anticapitalista si tribola tanto a liberarsi del tabù europeista. Le ragioni sono almeno quattro. La prima è che prevale ancora la bislacca idea che la moneta sia una specie di segno o simbolo astratto, quindi neutrale, e non invece un veicolo decisivo di politica economica. La seconda è che non si vuole prendere atto che l’euro non è solo questo strumento, ma un vero e proprio regime politico, simbolo sì, ma di un consorzio delle classi dominanti pensato e voluto per togliere ai popoli lavoratori quanto avevano conquistato dal dopoguerra in poi. La terza è che non si vuole vedere che il processo che sta portando alla fine dell’euro è un fatto oggettivo, e che quindi è inderogabile, per le forze anticapitaliste, non solo prenderne atto, ma indicare ai lavoratori che il ritorno a guida popolare alla sovranità monetaria è un passaggio non solo auspicabile ma necessario. La quarta consiste nella fede in un astratto internazionalismo, per cui, questo si pensa, anche solo evocare la sovranità monetaria significherebbe abbracciare un nazionalismo reazionario.

In verità, nella sua introduzione, Cremaschi si è spinto anche più avanti di quanto scritto nel documento. Egli non ha solo alluso all’ipotesi di uscire dall’euro, ha anche affermato, di contro ai puristi dell’internazionalismo che, se si sostiene che l’Unione europea va spezzata, e se questa rottura non sarà compiuta simultaneamente dai diversi popoli, non si può fare gli scongiuri all’ipotesi sovranista. “La catena si spezza dove l’anello è più debole”.



L'assemblea di Bologna dell'11 maggio
Quale alternativa?

Quello che invece nemmeno Cremaschi ha detto è che la situazione catastrofica in cui versa il paese prelude alla sollevazione popolare. Forte, sì, la condanna del centro sinistra e del fallimento delle politiche menopeggiste (leggi rifondarole ieri e selline e fiommiste oggi), netti anche gli attacchi ad un’idea di rappresentanza politica schiacciata sulle elezioni e le istituzioni. Ma non si vuole affermare, come se dire la verità facesse paura, che dal marasma (figurarsi dal sistema capitalistico), se ne esce solo con una sollevazione di massa.

Questo dipende dal limite più evidente del documento finale: l’assenza di un giudizio chiaro sulla crisi che attanaglia l’Occidente, l’Europa e l’Italia in particolare. E’ vero o no che siamo alle prese con una crisi epocale, come diciamo noi “di civiltà”? Ed è vero o no che se ne esce solo con soluzioni radicali? Se è così un soggetto politico che pretende di rappresentare gli interessi generali (quindi non solo di una classe, ma della grande maggioranza del popolo) è tenuto ad indicare: (1) quali siano le alleanze sociali e politiche che possano intanto sconfiggere il blocco sistemico oggi al potere e quindi quale sia la forza motrice, (2) quale sia il percorso che può far uscire il paese dal marasma tenendo aperta la via della fuoriuscita dal capitalismo.

Il documento evoca l’alternativa ma non gli da sostanza, indica che il socialismo è la soluzione, lasciando però la questione su un piano astratto.

Ci sono insomma questioni sostanziali a cui questo soggetto politico in fieri dovrà dare delle risposte precise. La catastrofe sociale incalzante non concederà molto tempo prima che queste vengano fornite. Il processo che ha portato all’assemblea di Bologna sarà sottoposto a potenti spinte e controspinte che metteranno a dura prova la positiva ma fragile unità raggiunta dalle sue forze costitutive.



Alleanze e blocco sociale

Una spia delle asperità che potrebbe incontrare il nuovo soggetto sul suo percorso è dato dal giudizio sul Movimento 5 Stelle. Ci sono coloro che ritengono necessaria una alleanza, per quanto tattica, ma prevale l’opinione di ostilità. Non sembri una questione secondaria. M5S potrebbe anche sfaldarsi presto. Il problema che sta dietro alla questione dei rapporti con 5 Stelle è se si resta prigionieri o ci si libera finalmente dei vecchi paradigmi operaisti. Quali sono? (1) La classe operaia è rivoluzionaria in sé; (2) essa ha forza sufficiente a rovesciare il sistema; (3) rifiuto quindi di ogni fronte ampio o blocco sociale che includa settori sociali non proletari.

Ascoltando il dibattito di Bologna (non certo entusiasmante) l’impressione che se ne ricava è che si fa tanta fatica a sbarazzarsi dei dogmi operaisti e quando si tenta di andare oltre s’afferma la tendenza opposta, quella di un democraticismo radicale (il mito della società civile) che proprio gli operaisti d’antan avrebbero definito “borghese”.

Né il dibattito ha detto molto di più di quanto non fosse stato già detto da Cremaschi sulla forma del nuovo soggetto. Si procederà per adesioni individuali, senza che i compagni che aderiscono siano tenuti ad abbandonare le organizzazioni politiche di cui fanno già parte, ciò che implica, per tutta una fase, la sussistenza dei diversi gruppi. E questo la dice lunga sui timori di ognuno che questo processo non vada a buon fine. Degno di nota quanto detto nell’introduzione: non si deciderà a maggioranza, si seguirà invece la procedura della “massima condivisione”. Una criticità non di poco conto: se su una data questione ci sarà divisione tra una minoranza e una maggioranza quale sarà la posizione pubblica? Una terza mediana?

Proprio Cremaschi, dopo aver precisato che l’assemblea è solo un primo passo verso la costruzione del nuovo soggetto politico, ha proposto il nome che i promotori vorrebbero dargli: R.O.S.S.@, acronimo che sta per Resistenza- Opposizione-Solidarietà- Socialismo-, mentre la A è polisemica, Anticapitalismo, Antiautoritarismo, Antifascismo, Antimaschilismo e chi più ne ha più ne metta.

Un nome che non ci sembra molto felice, lo stigma di un identitarismo duro a morire.

Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto quindi? Preferiamo pensare che sia mezzo pieno. Ciò che è nato a Bologna è forse quanto di meglio esprime oggigiorno la sinistra politica e potrebbe essere quanto meno il luogo di una sua positiva ricomposizione.

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