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sabato 23 giugno 2018

BAGNAI: UNA LEZIONE DI CLASSE



[ 23 giugno 2018 ]

Andiamo dicendo, e lo ripetiamo, che la cartina di tornasole per giudicare se il governo giallo-verde invertirà o meno un decennio di politiche austeritarie e antipopolari, lo vedremo con la prossima Legge di Bilancio.

Abbiamo detto, e lo ripetiamo, che se il governo vorrà davvero tenere fede, non diciamo a tutto il suo (pur contraddittorio) programma, ma anche solo al 50%, dovrà disobbedire ai diktat dell'Unione europa, per la precisione andare allo scontro con l'euro-germania.

Che nel governo ci siano infiltrati come il Ministro dell'economia Tria l'abbiamo segnalato per primi. Che quindi ci sia una lotta in seno al governo è un fatto acclarato. Con la Legge di Bilancio vedremo presto come questa andrà a finire.

In diversi, invece, hanno già stabilito che la partita è finita prima ancora che cominciasse: vittoria a tavolino per i neoliberisti alla Tria. Di Maio e Salvini si sarebbero già arresi senza combattere. 

Fra questi Giorgio Cremaschi [vedi a destra la sua pagina Facebook], che sostiene addirittura che con quanto detto da Tria all'Ecofin e quanto contenuto nel Documento di Economia e Finanza (DEF) abbiamo addirittura... un "Monti bis" (!!)  "che accetta tutti i vincoli dell'austerità". 

Staremo a vedere. Come minimo Cremaschi, invece di sparare affrettate sentenze per confermare la posizione di "opposizione senza sé e senza ma", avrebbe dovuto essere più cauto.

Quel che non può essere sottaciuto, però sono l'arbitrarietà e, se ci è permesso, l'ignoranza. Cremaschi ha deciso di fischiare il fine partita basandosi sulle dichiarazioni di Tria all'Ecofin e su quanto previsto nel DEF. Dimentica di dire che Tria è un ministro notoriamente infiltrato, e che il DEF in questione è quello approvato il 26 aprile scorso dal governo Gentiloni, e che il nuovo governo non poteva che portarselo dietro. Come precisato dall'ex ministro Padoan il suo DEF non contemplava alcun impegno per il futuro, bensì si limitava ad una "descrizione dell'evoluzione economico-finanziaria internazionale, e all’aggiornamento delle previsioni macroeconomiche per l'Italia e del quadro di finanza pubblica tendenziale che ne consegue".Un DEF aleatorio dunque, quello che Tria ha difeso all'Ecofin, in cui tutto veniva rimandato alla "nota di aggiornamento" che l'attuale governo dovrà stilare a settembre, appunto in vista della prossima Legge di Bilancio. 

Alberto Bagnai (che siamo ben lieti sia diventato almeno Presidente di una decisiva commissione) lo spiega nella sua replica al dibattito sul Def svolta in Senato il 19 giugno, nella quale dice, appunto, che da un governo appena insediato, che deve dunque ancora mettere mano alla Legge di Bilancio e disegnare la sua politica economica, non si può pretendere che in quattro e quattr'otto elabori un DEF. 

Un discorso, quello di Bagnai, DEF o non DEF, che consigliamo, anzitutto ai sinistrati, di ascoltare con estrema attenzione. Si, è vero, non c'è proprio partita! Quella tra una sinistra che ha perso la bussola e uno come Bagnai il quale, pur tra i banchi della Lega, tiene alta la bandiera della democrazia, della giustizia sociale e della sovranità nazionale.

venerdì 21 aprile 2017

ALITALIA: AL VOTO CON LA PISTOLA ALLA TEMPIA di Giorgio Cremaschi

[ 21 aprile ]

ALITALIA: CGIL CISL UIL AI LAVORATORI, O MANGI QUESTA MINESTRA O SALTI DALLA FINESTRA. BASTA CON LA MARCHIONNIZZAZIONE DEI GRUPPI DIRIGENTI DEI SINDACATI CONFEDERALI.


Quando un sindacato è capace solo di dire ai lavoratori : o accetti licenziamenti e tagli dei salari o è peggio ancora. O ti pieghi ai diktat di chi comanda o sarà la fine. O assolvi padroni, banche e governo dalle loro responsabilità o sarai condannato solo tu. Quando un sindacato diventa solo il megafono dell'arroganza e della prepotenza della controparte, è giusto chiedersi a cosa davvero serva.
Alitalia è un concentrato di fallimenti, in primo luogo dei governi che si sono succeduti e che sono stati solo capaci di svendere ai privati un patrimonio pubblico. Tutti i grandi paesi europei hanno compagnie aeree di bandiera, servono al paese anche sul piano della sua promozione turistica, commerciale, culturale. Solo l'Italia ha visto i governi, tutti di qualsiasi colore, rinunciare ad avere un ruolo che non fosse quello dei battitori d'asta. Così Alitalia è stata svenduta al meglio della imprenditoria italiana, sostenuta dalle banche, che ha mostrato tutto il suo valore di mercato fallendo clamorosamente. A tutti questi prenditori privati non é stato presentato dal governo alcun conto, ma se ne è agevolata la fuga gratuita, perché nel frattempo i broker di Palazzo Chigi avevano trovato gli sceicchi di Eithad, gli stessi che avevano costosamente fornito l'aereo presidenziale a Matteo Renzi. Questi sceicchi non hanno fatto nulla per la compagnia se non una bella campagna pubblicitaria sulle divise delle assistenti di volo e alla fine sono anch'essi falliti. Ma invece che ricevere una richiesta di danni, si sono visti riassegnare dal governo una Alitalia con meno personale,pagato sempre meno. Fino al prossimo e forse definitivo disastro.
Tutti questi catastrofici passaggi della compagnia aerea sono stati sempre accompaganti da accordi con CGIL CISL UIL , che hanno sottoscritto licenziamenti e peggioramenti dei salari e delle condizioni di lavoro spiegando ai lavoratori che non c'erano alternative. Mai i sindacati confederali hanno cercato di alzare il tiro, mai hanno messo sotto accusa governo e imprese, mai hanno osato dire: se Alitalia serve al paese, visto il fallimento dei privati, nazionalizzatela.
Ad ogni passaggio della crisi Cgil Cisl Uil hanno masticato qualche brontolata e poi si sono seduti al tavolo , da cui si sono alzate solo dopo aver sottoscritto l'ennesima resa. E questo comportamento non è stato una eccezione: da Almaviva alla acciaierie di Piombino, a tante altre crisi, Cgil Cisl Uil hanno sottoscritto sempre lo stesso accordo. Un accordo dove il governo fa il maggiordomo dei padroncini e banchieri di turno, che fanno gli imprenditori grazie ai sacrifici dei lavoratori, fino a che salta tutto e si ricomincia da capo con tagli e massacri sociali.
Un sindacato che sa solo arrendersi, che sa solo spiegare ai lavoratori che si devono piegare fino ad essere schiacciati, questo tipo di sindacato incapace di lottare e che si beve tutte le bugie delle controparti imprenditoriali e di governo, questo sindacato non solo è inutile, ma dannoso. Bastano Marchionne e chi fa come lui per colpire diritti ed interessi del lavoro, non occorre proprio aggiungere sulle spalle dei lavoratori anche un sindacato marchionnizzato.
Ha suscitato quanche sorpresa e anche condanne il mio intervento nella consultazione del M5S sul lavoro e sul sindacato. Bene, rivendico di avere chiesto una legge che garantisca una vera democrazia sindacale e che permetta a forze sindacali nuove e combattive di contestare il monopolio della rappresentanza di Cgil Cisl Uil. Perché quando chi sta ai tavoli delle trattative è solo capace di dire che non ci sono alternative alla resa dei lavoratori, allora è a lui che bisogna trovare una alternativa.

mercoledì 12 aprile 2017

I CINQUE STELLE, I SINDACATI E GIORGIO CREMASCHI

[ 12 aprile ]

Fece scalpore, al tempo, l'uscita infelice di Grillo contro i sindacati ed il sindacalismo del gennaio 2013: «Eliminiamoli, sono vecchi come i partiti».
Contestualmente alla consultazione on line sul "programma lavoro" (in corso), la questione ritorna.
La proposta è fumosa, ma c'è un principio ancor più ambiguo: "Va disintermediata la presenza e l'incidenza del lavoratore nella governance dell'azienda". 
Orizzonte 48 sferra un attacco frontale a questa idea, in quanto puzza lontano un miglio di liberismo.
Diverso l'approccio di Giorgio Cremaschi, ex presidente della FIOM, che oggi si vede pubblicata sul sito dei Cinque Stelle, addirittura nella prima pagina, una sua dichiarazione video. Qui sotto la trascrizione:


Se muore la democrazia sui luoghi di lavoro muore anche nel resto della società
di Giorgio Cremaschi


«Immaginiamo le elezioni del 2013, le prime dove il Movimento 5 Stelle è entrato in Parlamento. Immaginiamo se il Movimento 5 Stelle, o qualsiasi altra forza politica organizzata, per partecipare alle elezioni fosse dovuto sottostare a una regola particolare: ovvero sottoscrivere la finanziaria e il programma dei governi precedenti. Senza fare questo non avrebbe potuto partecipare alle elezioni, e anche con tale adesione le forze politiche presenti già in Parlamento avrebbero potuto esprimere un diritto di veto. Ecco: questo è ciò che succede nel mondo della rappresentanza sindacale.

Nel mondo del sindacato non può succedere che una lista nuova si presenti alle elezioni delle rappresentanze sindacali aziendali, cioè quelle che hanno il compito di tutela immediata dei lavoratori nei luoghi di lavoro in tutte le aziende sopra 15 dipendenti, pubbliche e private. Le rappresentanze sindacali possono essere solo nominate dalle organizzazioni precedenti, cioè addirittura neanche elette, oppure se elette, solo tra liste di chi c'era prima, cioè di sindacati e organizzazioni già firmatari di contratti.

Questo è un sistema che impedisce qualsiasi rinnovamento sindacale a partire dai luoghi di lavoro, e che soprattutto conferisce alle aziende il potere di decidere chi sono i sindacati buoni e chi sono i sindacati cattivi. Perché se per partecipare alle elezioni si deve prima sottoscrivere un accordo con l'azienda insieme agli altri sindacati tradizionali, è evidente che l'azienda abbia tutto l'interesse a sottoscrivere gli accordi solo con quei sindacati che preferisce avere di fronte. Quindi la rappresentanza dell'azienda e la rappresentanza dei sindacati si legittimano l'uno con l’altro, contro qualsiasi novità che arrivi dal mondo del lavoro.

Questo sistema è frutto dell'articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori, così come fu malamente modificato da un referendum nel '95. E' bene ricordare che nel 95 furono proposti due referendum: uno per una vera democrazia sindacale, e l'altro per legare la rappresentanza sindacale alla firma di accordi e di contratti da parte delle organizzazioni sindacali. Purtroppo, è passato solo quello relativo alla firma. E quindi siamo entrati in un sistema in cui, al di là di tutti gli accordi sindacali, in sostanza chi è già al tavolo ci resta, e chi è fuori dal tavolo non ci può entrare. C'è stata una sentenza della Corte Costituzionale nel luglio del 2013 che ha cambiato il quadro. Ma come tante altre sentenze della Corte Costituzionale non è stata minimamente ascoltata né dalle forze politiche né dai grandi sindacati confederali, malgrado tale sentenza sia stata molto importante perché nel luglio del 2013 -qualcuno di voi lo ricorderà- la Fiom era stata cacciata dalla Fiat perché Marchionne aveva fatto un accordo con Cisl e Uil escludendo la Fiom, e si stabilì quindi che solo la Cisl e Uil avessero diritto alla rappresentanza sindacale aziendale, mentre la Fiom fu estromessa. La sentenza della Corte Costituzionale del luglio del 2013 ribaltò tale decisione della Fiat, dichiarando inammissibile che un sindacato come la Fiom, anche senza la firma del contratto, non avesse il diritto alla rappresentanza sindacale.

Questa sentenza non ha però risolto il problema, perché ha semplicemente ammesso che la Fiom, un sindacato storico che ha partecipato a tante trattative, ha diritto ad essere presente e ad avere le rappresentanze sindacali. Però non ha risolto il problema dei lavoratori, di tutti i lavoratori che vorrebbero poter eleggere anche in Fiat le loro rappresentanze, senza vincoli e liberamente. La Corte ha detto, alla fine della sua sentenza, che tale compito appartiene alla legge, cioè il legislatore dovrebbe fare una legge che garantisca il diritto di eleggere una rappresentanza sindacale senza vincoli e con varie forme: dalla pura applicazione dell'articolo 39 della costituzione, che non è mai stato applicato e che prevedeva una rappresentanza sindacale in proporzione agli iscritti, ad altre forme di rappresentanza. Fino alla più semplice di tutti: e cioè garantire che in tutti i luoghi di lavoro sopra i 15 dipendenti i lavoratori possano eleggere delle rappresentanze sindacali come previsto dallo Statuto dei lavoratori, e che tutti siano elettori ed eleggibili, che con minime regole tutti possano partecipare con liste delle organizzazioni sindacali tradizionali, o con liste delle organizzazioni sindacali nuove, o con liste delle organizzazioni sindacali di base, o con liste di lavoratori all'interno dei luoghi di lavoro. Che tutti possano partecipare alle elezioni, e poi siano i lavoratori stessi a decidere chi li rappresenta nei luoghi di lavoro.
Questo è il livello "uno" della democrazia sindacale, se non c'è questo non ce n'è nessun altro».

mercoledì 26 giugno 2013

«IMPRESA DISPERATA». ROSS@: perché non ci siamo di Leonardo Mazzei

26 giugno. «Stiamo tentando un'impresa disperata», questa la poco incoraggiante premessa di Giorgio Cremaschi nella sua relazione alla “riunione di vertice” di Ross@ svoltasi il 15 giugno scorso. Se disperata è l'impresa, di certo abbiamo trovato davvero disperanti alcuni passaggi del discorso del combattivo leader sindacale.

Un discorso che abbiamo il dovere di esaminare e criticare, perché indica una strada senza sbocchi, frutto di un'analisi della situazione assai superficiale, privo di coraggio su alcuni punti dirimenti e portatore di un pessimismo cosmico che ben spiega la premessa di cui sopra.

Come Movimento popolare di liberazione (Mpl) abbiamo espresso fin dal principio diverse riserve sul progetto di Ross@. E tuttavia, in considerazione del fatto che condividiamo tanto la necessità della costruzione di un soggetto politico anticapitalista, quanto quella di un fronte che si ponga nella prospettiva della sollevazione popolare, abbiamo scelto fin da subito di interloquire con questo progetto politico.

Purtroppo, e lo dico con dispiacere sincero, la relazione di Cremaschi ha confermato in pieno le nostre preoccupazioni iniziali. Avremmo preferito essere smentiti, ed invece le ragioni di dissenso sono decisamente aumentate. Ed all'interno di uno schema di ragionamento assai fragile, vi sono dei passaggi che lasciano francamente costernati.

A chi dovesse trovare ingeneroso od eccessivo questo giudizio, consiglio l'ascolto del file audio della relazione introduttiva di Giorgio Cremaschi.

Entriamo nel merito

Lanciare un progetto politico, e dichiararne in partenza il quasi certo fallimento, potrebbe sembrare a qualcuno un apprezzabile esercizio di realismo ed onestà intellettuale. Non è questa l'opinione di chi scrive. Così facendo, infatti, altro non si fa che incrementare il clima di pessimismo, depressione e passività, pur dichiarando di volerlo combattere. Certo che non può esserci la certezza della riuscita, ma con questa mancanza di convinzione si avrà solo la certezza del fallimento.

Un fallimento che, a mio modesto giudizio, è inscritto proprio nella visione proposta da Cremaschi, per il quale Ross@ sarebbe una sorta di "ultima spiaggia". Un atteggiamento politico e psicologico, quest'ultimo, che non ci si aspetterebbe da un leader esperto e capace come l'ex dirigente della Fiom. Certo, è capitato nella storia politica di molti di sentirsi davanti ad uno scenario da "ultima spiaggia". Ora, però, l'esperienza dovrebbe pur insegnare qualcosa. E la gravità della crisi dovrebbe far intravedere il grande mare delle contraddizioni sistemiche, ben al di là della misera spiaggia dello stato della sinistra più o meno sinistrata.

In realtà, così come non esistono conquiste definitive, siano esse politiche o sociali, (e giustamente Cremaschi lo ricorda nella parte conclusiva della sua relazione), non esistono neppure "ultime spiagge" assolute. Tanto meno potrà essere il progetto di Ross@ la verifica definitiva dell'esistenza o meno di "uno spazio per un movimento politico anticapitalista".

La cosa ancor più preoccupante è che Cremaschi dice a chiare lettere che un momento decisivo di tale verifica sarà rappresentato dalle prossime elezioni europee. La cosa curiosa è che quando noi, lo scorso anno, abbiamo proposto, all'interno del "Comitato No debito", l'esigenza di misurarsi con le imminenti elezioni politiche, ci fu risposto che non c'erano le condizioni per una presentazione. Perché queste condizioni sarebbero maturate solo ora, fra l'altro con l'ostacolo tecnico del maggior numero di firme necessarie? Forse solo perché la componente rifondarola di Ross@ non ha più nemmeno un Ingroia a cui aggrapparsi, come invece ha fatto con una disinvoltura pari all'insuccesso a febbraio?


Ma lasciamo perdere, ed affrontiamo questioni più serie. Il pessimismo cosmico che straborda da tutta la relazione ha un suo punto forte nell'analisi di quello che viene chiamato "sistema Pd". Un sistema che viene definito come trionfante, come capace di recuperare a destra e a manca, praticamente invincibile, addirittura "più forte del pentapartito" del secolo scorso. Ora, che il Pd sia il vero partito sistemico, piuttosto che l'anomalo Pdl, è cosa assai ovvia che andiamo dicendo da anni. Ma da qui ad attribuirgli una simile forza ce ne corre.

Il Pd è un partito in crisi, dentro quella più generale crisi del sistema politico italiano che i promotori di Ross@ proprio non riescono a vedere. Il Pd ha perso nella sostanza le elezioni politiche, ha perso milioni di voti, ha visto cadere il proprio segretario, si è diviso sull'elezione del presidente della repubblica, ed ha dovuto accordarsi alla fine con Silvio Berlusconi. Certo, è vero che il Pd è andato bene (pur essendo in discesa nei consensi) alle amministrative di maggio. Ma ci siamo scordati della specificità del voto amministrativo rispetto a quello politico?

E non sarà che ci si butta su certe interpretazioni, per quanto infondate, solo per fa piacere ai tanti che vorrebbero mettere immediatamente tra parentesi il significato più profondo del travolgente successo del M5S a febbraio?

Negare la crisi del sistema politico, ed addirittura tratteggiare un Pd pigliatutto, tanto più in una fase convulsa come l'attuale, sembra solo un modo per non vedere le potenzialità della situazione. In sostanza, un errore analitico che apre la strada ad un disastro politico, disegnando (nella migliore delle ipotesi) un tragitto meramente resistenziale, con l'obiettivo massimo di costruirsi una nicchia identitaria quanto incapace di entrare nelle contraddizioni del blocco sociale e dello schieramento avversario.

Sulla collocazione rispetto al Pd Cremaschi è chiaro: indipendenza ed alternatività. E ci mancherebbe altro! Il problema è che questa collocazione, che certo rappresenta un passo avanti rispetto al ventennale disastro chiamato Prc, non è affatto sufficiente per tratteggiare un'adeguata fisionomia politica.

La questione dell’euro e della sovranità

E qui infatti nascono i problemi più seri. Sto parlando soprattutto delle questioni dell'Europa, dell'euro, della sovranità. Cremaschi dice di voler rompere l'Unione Europea, affermando - vivaddio! - «Quest’Europa è come quella di Metternich del 1848, non è riformabile. I sovrani assoluti debbono essere spodestati, altrimenti non riesci a fare niente». Perfetto, verrebbe da dire. Peccato che i passaggi successivi della sua relazione vadano in tutt'altra direzione. Alla chiarezza delle enunciazioni di cui sopra fa infatti seguito il confusionarismo tipico di una parte dei suoi compagni di strada.

Ma sentiamo cosa afferma testualmente Cremaschi:

«Poi c’è una discussione fra di noi: la sovranità europea, la sovranità nazionale, io ho l’impressione che non sia la nostra discussione. Mi riferisco ai compagni di Mpl, che non aderiscono al nostro progetto perché non siamo chiari su euro e sovranità nazionale. Io penso che non possiamo dire “torniamo alla lira”, perché non è una battaglia di sinistra. Magari ci si torna, ma non possiamo ragionare su questo.
Dobbiamo ricordare, lo ripeto sempre, che l’unica volta che l’Italia decise in qualche modo di tornare alla lira riconquistando l’autonomia monetaria (era il 1992 quando l’Italia uscì dallo Sme), in cambio noi dovemmo dare l’abolizione della scala mobile, del contratto nazionale, il taglio delle pensioni, la privatizzazione delle banche, la tassa straordinaria. Ve la ricordate la Manovra del governo Amato del 31 luglio del 1992?»
Questa ricostruzione dei fatti è falsa e inaccettabile! 
Cremaschi tenta di far credere che l'eliminazione della contingenza, l’attacco al contratto nazionale e il taglio delle pensioni, vennero adottati come conseguenza della svalutazione della lira. Il taglio della scala mobile avvenne con l’accordo del luglio 1992, mentre la lira venne svalutata solo a settembre. La verità dunque è che i sacrifici per i lavoratori - incluso l’attacco ai contratti (accordo del luglio 1993) e quello alle pensioni culminato con la legge Dini del 1995 - scattarono in virtù dell’applicazione del Trattato di Maastricht (firmato non a caso poco prima dell’abolizione della scala mobile, il 7 febbraio 1992). Si trattò dunque di un insieme di misure finalizzate alla nascita della moneta unica. Ed il fatto che si glissi proprio su questo è perciò assai significativo.

La rivendicazione della riconquista della sovranità nazionale viene brutalmente respinta perché ... “non è di sinistra”. Una prova lampante di quello che chiamiamo “identitarismo”. Anzi, se posso permettermi, identitarismo trascendentale. Qui non c’è l’analisi concreta della situazione concreta, bensì una vera e propria metafisica degli obbiettivi: al di sopra della realtà e dei suoi mutamenti, ci sarebbero quelli “puri” di sinistra. Un astrattismo disarmante quanto semplicistico. Come se fosse la prima volta che contraddizioni secondarie diventano primarie (o viceversa), e che obbiettivi prima esclusi dall’agenda possono entrarvi in forza del mutato contesto storico e sociale. 


Per dirla tutta: non si vuole prendere atto che dentro l’Unione eurista ad egemonia tedesca l’Italia è diventata una specie di semi-colonia, una provincia a sovranità limitata, un protettorato governato da proconsoli. Non si vuole capire che una sinistra rinascerà in questo paese solo se impugnerà, prima che sia troppo tardi, la battaglia sovranista, che è una battaglia per sua stessa natura anti-oligarchica e democratica. Non ci si vuole rendere conto che a forza di essere abbarbicati a vecchi postulati identitari pseudo-internazionalisti (di passata: per alcuni sinistrati la questione della "sovranità nazionale" rimane un tabù, mentre non lo era l'andare in parlamento a far da sgabello a Prodi) si spiana la strada a quelle forze reazionarie che declineranno il sovranismo in funzione antiproletaria. E allora saranno dolori.

Ma citare il caso del 1992 è inaccettabile anche sul piano politico, oltre che su quello della ricostruzione storica. Anzitutto perché Cremaschi sa benissimo che chi come noi ritiene necessaria l'uscita dall'euro, affianca a questo obiettivo una serie di misure strutturali (nazionalizzazione del sistema bancario, ristrutturazione del debito pubblico, reintroduzione della contingenza su salari e pensioni, eccetera). In secondo luogo perché non fu a causa della svalutazione della lira che perdemmo la battaglia degli Accordi antipopolari del luglio 1992, quanto per la complicità dei sindacati confederali e del grosso della sinistra, che li sostennero proprio in virtù dell’adesione a Maastricht e in nome dell’euro.

E’ disarmante, poi, che Cremaschi non tenti per niente di tenere ROSS@ in sintonia con l’evoluzione della sinistra radicale europea. Dalla Grecia al Portogallo, dalla Germania alla Spagna (vedi il manifesto anti-euro della sinistra spagnola) la maggioranza delle sinitre radicali è oramai per uscire dall’euro e riconquistare la sovranità monetaria. Per non parlare delle sinistre antagoniste dei paesi dell’Unione che non hanno l’euro e che non si sognano nemmeno lontanamante di adottarlo.


Impossibile infine non segnalare la contraddittorietà del discorso di Cremaschi: da un lato egli dice che "l'euro rappresenta un'operazione reazionaria ai danni delle classi popolari", dall'altro se ne esce con la formuletta secondo cui: "noi non siamo per l'unità nazionale per l'euro, ma neppure per l'unità nazionale per la lira".


Ora, a parte il fatto che non sappiamo chi abbia proposto “l'unità nazionale per la lira”, che significa questo ponziopilatismo di fronte ad una questione di cui tutti discutono, con pezzi della sinistra europea che, iniziano a posizionarsi per l'uscita dalla moneta unica? Insomma, Cremaschi non può spingersi neppure laddove è già arrivato perfino Lafontaine?


E l’antimperialismo?


Un atteggiamento simile a quello sull'euro lo troviamo più in generale sulle questioni internazionali. Anche in questo caso le contraddizioni interne ai promotori avranno certo pesato. Ma dove può andare un soggetto politico anticapitalista senza una chiara posizione sull'imperialismo e sulla legittimità delle resistenze antimperialiste? Eppure è proprio questo che si va profilando.


Cremaschi, bontà sua, concede che "esiste un campo imperialista", ma nega che esista un "campo antimperialista". Qui emerge tra le righe la consunta narrazione pacifista e nuovamente identitaria per cui le resistenze legittime sarebbero solo quelle... "di sinistra", narrazione che cela a malapena il suo marchio islamofobo.
Bologna 11/5/13: l'assemblea fondativa di ROSS@


La conseguenza, non da poco almeno per le sue componenti dichiaratamente antimperialiste, è che il soggetto politico in gestazione non è in grado di esprimere una sua posizione sulla politica internazionale. Del resto l'acronimo Ross@ già lo lasciava intendere. Esso sta infatti per Resistenza, Opposizione, Socialismo, Solidarietà, mentre all'assemblea di Bologna (11 maggio) ci venne spiegato che la A (ora più volentieri trasformata in @) poteva essere interpretata come Anticapitalismo, Antimilitarismo, Antipatriarcato, eccetera, ma non in Antimperialismo. Un particolare che rivela molte cose.

Ultimo, ma certo non per importanza, a tutto ciò fa da cornice, come abbiamo già detto, una prospettiva meramente resistenziale. Dove la resistenza non è concepita come base per un progetto che guarda alla sollevazione, ma come habitat e forma mentis di una sinistra ormai incapace anche solo di pensare alla discesa in campo di ampi settori popolari.

Cosa potrà venir fuori da una simile impostazione? Certo, se eravamo pessimisti prima, figuriamoci ora dopo la riunione del 15 giugno. Una riunione che ha confermato i timori più seri, quelli sui quali avremmo voluto essere smentiti. La sensazione è che alla fine o il progetto non decollerà per niente (e le difficoltà nel convocare le assemblee regionali questo fanno pensare), o al massimo porterà ad una sorta di "piccola Rifondazione", certo indipendente dal Pd ma con le stesse palle al piede, culturali prima ancora che politiche.

martedì 18 giugno 2013

LE RIPARAZIONI TEDESCHE E IL DEBITO ITALIANO di Giorgio Cremaschi

18 giugno. Punti politici importanti ci dividono da Giorgio Cremaschi, tra cui il suo rifiuto (frutto di un pregiudizio dottrinario tardo-operaista) di impugnare l'uscita dall'euro e la riconquista della sovranità monetaria —parte integrante di quella nazionale e democratica. Il più delle volte invece dice cose e svolge analisi perfettamante condivisibili.
 
«Negli anni 20 del secolo scorso la Germania democratica di Weimar fu affamata dalle potenze occidentali che pretendevano il pagamento di colossali riparazioni di guerra.

Il sistema politico di quel paese , fondato sulle larghe intese tra socialdemocrazia e centrodestra democratico, cercò di barcamenarsi un po’ pagando il debito e un po’ cercando di dilazionarlo. La crisi economica degli anni trenta travolse la giovane democrazia tedesca e portò al potere Hitler, che subito dichiarò la denuncia unilaterale del pagamento delle riparazioni di guerra. Le potenze democratiche occidentali subirono e concessero al dittatore tedesco quello che avevano rifiutato ai governi democratici.

Silvio Berlusconi non ha alcuna credibilità personale e politica quando afferma che l’Italia deve ignorare i vincoli europei e sforare il tetto al 3 % al deficit pubblico, e così non aumentare l’Iva.

Non è credibile non solo per quello che è e rappresenta, ma anche per quello che ha votato sia come presidente del consiglio, sia nell’anno di sostegno al governo Monti.

Il pareggio di bilancio inserito nella Costituzione, che secondo il primo ministro conservatore britannico significa mettere fuori legge le politiche keynesiane. L’adesione al fiscal compact e a tutti i patti e ai vincoli connessi, il sostegno a Draghi e prima a Trichet e alla politica della BCE, sono tutti atti condivisi e votati da Berlusconi e dalla destra, Lega compresa. Quindi anche questa sua ultima affermazione fa parte del teatrino della politica, e magari troverà correzioni e smentite, anche perché è accompagnata dal rinnovato e caloroso sostegno al governo Letta, che del vincolo europeo ha fatto una bandiera.

Se dunque Berlusconi non è credibile e creduto quando parla di ignorare i vincoli europei, nulla toglie al fatto che essi siano oramai insostenibili per noi, come le passate riparazioni di guerra della Germania.

L’Italia è in una recessione senza fine, che si aggrava anche per le politiche di austerità e rigore di bilancio. Ogni anno dobbiamo trovare circa 80 miliardi di euro solo per pagare gli interessi sul debito. Dal 2014, secondo il patto fiscale europeo, dovremmo anche cominciare a ridurre lo stesso ammontare del debito, almeno di 50 miliardi di euro all’anno. In tutto ben 130 miliardi di euro che vengono sottratti al paese e alla economia reale per foraggiare benché è finanza. E per di più dovendo avere il bilancio pubblico in sostanziale pareggio.

Si è facili profeti a prevedere che lo stato dovrà ancor più programmare tagli di spesa e massacro sociale, con l’effetto che la crisi si aggraverà e paradossalmente il debito continuerà ad aumentare. Stiamo seguendo esattamente la via della Grecia, che ogni giorno chiude qualche istituzione pubblica, ultime le orchestre sinfoniche, dopo aver chiuso le fabbriche, abbassato il salario a 500 euro al mese e svenduto alle multinzionali tutto ciò,che poteva essere messo all’asta.

Quella nota associazione marxista che è il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente rimproverato le istituzioni europee di aver esagerato con l’austerità in Grecia. Ha risposto stizzito il “progressista” Draghi, rivendicando tutto. Quindi in Italia come in Grecia si va avanti, la guerra continua fino alla distruzione finale. A meno di non dire un chiaro no alla continuazione di queste politiche economiche criminali.

O saranno le forze democratiche a dire basta al pareggio,di bilancio e al fiscal compact, magari presentando a Giorgio Napolitano il conto di quanto sono aumentati il debito pubblico, la disoccupazione e la povertà da quando rigore e austerità sono diventate bandiere costituzionali.

O saranno le forze democratiche a rompere i vincoli europei, o questi ultimi distruggeranno la nostra democrazia.

E allora sarà un potere autoritario quello che sbeffeggerà la BCE e le istituzioni europee, che a quel punto, come nel .passato, vilmente si piegheranno.

Ps. La Germania recentemente ha pagato tutto ciò che restava delle riparazioni della prima guerra mondiale. Ha sanato il suo debito con poche centinaia di milioni di euro, un saldo tra condoni, sconti e guerre…».


* Fonte: Per un Movimento anticapitalista e libertario

mercoledì 15 maggio 2013

È NATA R.O.S.S.A. di sollevAzione


15 maggio. L'ASSEMBLEA DEL NEONATO MOVIMENTO ANTICAPITALISTA E LIBERTARIO. 
Circa 250 tra compagne e compagni hanno partecipato sabato 11 maggio a Bologna all’assemblea nazionale convocata dai firmatari dell’appello diffuso il 16 aprile scorso. Ne avevamo dato notizia con un articolo che titolava Nasce Syriza in Italia?
Dell’Appello scrivevamo:



«Una lista di obbiettivi radicali, ampiamente condivisibili. Reticenza invece su quattro questioni sostanziali: l'uscita dall'Unione europea, la riconquista della sovranità politica e monetaria; la sollevazione popolare come solo mezzo per formare un governo d'emergenza; il socialismo come sola alternativa strategica alla catastrofe. Sulle basi indicate dal documento potrebbe sorgere un fronte di lotta unitario. E questo sarebbe un passo avanti. Che siano adeguate per dare vita ad un vero e proprio soggetto politico unico noi, invece, ne dubitiamo».
Un passo avanti

L’assemblea di Bologna ha segnato un passo avanti rispetto all’appello iniziale, ha approvato infatti un documento politico che al primo punto testualmente recita:
«Rompere con l’Unione europea. Democrazia vera, diritti del lavoro (a proposito dei quali è fondamentale la riconquista dell’art. 18), stato sociale, eguaglianza, libertà sono incompatibili con l’Europa del rigore, del fiscal compact, di Maastricht e della Troika. Non c’è nulla da rinegoziare, i trattati vanno cancellati. L’euro e il debito non ci debbono più ricattare, bisogna che i popoli conquistino la sovranità sulla moneta e sulla spesa pubblica».
Un passo avanti indubbio. Non si afferma che è necessario uscire dall’euro e riconquistare la sovranità politica e monetaria, ma ci siamo vicini. E’ l’indicatore che nella sinistra rivoluzionaria è iniziato il processo di rottura, speriamo definitiva, del rapporto di sudditanza con la sinistra sistemica.
Bisogna capire perché nella sinistra anticapitalista si tribola tanto a liberarsi del tabù europeista. Le ragioni sono almeno quattro. La prima è che prevale ancora la bislacca idea che la moneta sia una specie di segno o simbolo astratto, quindi neutrale, e non invece un veicolo decisivo di politica economica. La seconda è che non si vuole prendere atto che l’euro non è solo questo strumento, ma un vero e proprio regime politico, simbolo sì, ma di un consorzio delle classi dominanti pensato e voluto per togliere ai popoli lavoratori quanto avevano conquistato dal dopoguerra in poi. La terza è che non si vuole vedere che il processo che sta portando alla fine dell’euro è un fatto oggettivo, e che quindi è inderogabile, per le forze anticapitaliste, non solo prenderne atto, ma indicare ai lavoratori che il ritorno a guida popolare alla sovranità monetaria è un passaggio non solo auspicabile ma necessario. La quarta consiste nella fede in un astratto internazionalismo, per cui, questo si pensa, anche solo evocare la sovranità monetaria significherebbe abbracciare un nazionalismo reazionario.

In verità, nella sua introduzione, Cremaschi si è spinto anche più avanti di quanto scritto nel documento. Egli non ha solo alluso all’ipotesi di uscire dall’euro, ha anche affermato, di contro ai puristi dell’internazionalismo che, se si sostiene che l’Unione europea va spezzata, e se questa rottura non sarà compiuta simultaneamente dai diversi popoli, non si può fare gli scongiuri all’ipotesi sovranista. “La catena si spezza dove l’anello è più debole”.



L'assemblea di Bologna dell'11 maggio
Quale alternativa?

Quello che invece nemmeno Cremaschi ha detto è che la situazione catastrofica in cui versa il paese prelude alla sollevazione popolare. Forte, sì, la condanna del centro sinistra e del fallimento delle politiche menopeggiste (leggi rifondarole ieri e selline e fiommiste oggi), netti anche gli attacchi ad un’idea di rappresentanza politica schiacciata sulle elezioni e le istituzioni. Ma non si vuole affermare, come se dire la verità facesse paura, che dal marasma (figurarsi dal sistema capitalistico), se ne esce solo con una sollevazione di massa.

Questo dipende dal limite più evidente del documento finale: l’assenza di un giudizio chiaro sulla crisi che attanaglia l’Occidente, l’Europa e l’Italia in particolare. E’ vero o no che siamo alle prese con una crisi epocale, come diciamo noi “di civiltà”? Ed è vero o no che se ne esce solo con soluzioni radicali? Se è così un soggetto politico che pretende di rappresentare gli interessi generali (quindi non solo di una classe, ma della grande maggioranza del popolo) è tenuto ad indicare: (1) quali siano le alleanze sociali e politiche che possano intanto sconfiggere il blocco sistemico oggi al potere e quindi quale sia la forza motrice, (2) quale sia il percorso che può far uscire il paese dal marasma tenendo aperta la via della fuoriuscita dal capitalismo.

Il documento evoca l’alternativa ma non gli da sostanza, indica che il socialismo è la soluzione, lasciando però la questione su un piano astratto.

Ci sono insomma questioni sostanziali a cui questo soggetto politico in fieri dovrà dare delle risposte precise. La catastrofe sociale incalzante non concederà molto tempo prima che queste vengano fornite. Il processo che ha portato all’assemblea di Bologna sarà sottoposto a potenti spinte e controspinte che metteranno a dura prova la positiva ma fragile unità raggiunta dalle sue forze costitutive.



Alleanze e blocco sociale

Una spia delle asperità che potrebbe incontrare il nuovo soggetto sul suo percorso è dato dal giudizio sul Movimento 5 Stelle. Ci sono coloro che ritengono necessaria una alleanza, per quanto tattica, ma prevale l’opinione di ostilità. Non sembri una questione secondaria. M5S potrebbe anche sfaldarsi presto. Il problema che sta dietro alla questione dei rapporti con 5 Stelle è se si resta prigionieri o ci si libera finalmente dei vecchi paradigmi operaisti. Quali sono? (1) La classe operaia è rivoluzionaria in sé; (2) essa ha forza sufficiente a rovesciare il sistema; (3) rifiuto quindi di ogni fronte ampio o blocco sociale che includa settori sociali non proletari.

Ascoltando il dibattito di Bologna (non certo entusiasmante) l’impressione che se ne ricava è che si fa tanta fatica a sbarazzarsi dei dogmi operaisti e quando si tenta di andare oltre s’afferma la tendenza opposta, quella di un democraticismo radicale (il mito della società civile) che proprio gli operaisti d’antan avrebbero definito “borghese”.

Né il dibattito ha detto molto di più di quanto non fosse stato già detto da Cremaschi sulla forma del nuovo soggetto. Si procederà per adesioni individuali, senza che i compagni che aderiscono siano tenuti ad abbandonare le organizzazioni politiche di cui fanno già parte, ciò che implica, per tutta una fase, la sussistenza dei diversi gruppi. E questo la dice lunga sui timori di ognuno che questo processo non vada a buon fine. Degno di nota quanto detto nell’introduzione: non si deciderà a maggioranza, si seguirà invece la procedura della “massima condivisione”. Una criticità non di poco conto: se su una data questione ci sarà divisione tra una minoranza e una maggioranza quale sarà la posizione pubblica? Una terza mediana?

Proprio Cremaschi, dopo aver precisato che l’assemblea è solo un primo passo verso la costruzione del nuovo soggetto politico, ha proposto il nome che i promotori vorrebbero dargli: R.O.S.S.@, acronimo che sta per Resistenza- Opposizione-Solidarietà- Socialismo-, mentre la A è polisemica, Anticapitalismo, Antiautoritarismo, Antifascismo, Antimaschilismo e chi più ne ha più ne metta.

Un nome che non ci sembra molto felice, lo stigma di un identitarismo duro a morire.

Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto quindi? Preferiamo pensare che sia mezzo pieno. Ciò che è nato a Bologna è forse quanto di meglio esprime oggigiorno la sinistra politica e potrebbe essere quanto meno il luogo di una sua positiva ricomposizione.

venerdì 10 maggio 2013

PER UN MOVIMENTO ANTICAPITALISTA Anna Lami intervista GIORGIO CREMASCHI

«NÉ KEYNESIANI NÉ ESTREMISTI»
10 maggio. Domani a Bologna, presso il Cinema Galliera, dalle ore 10.00, si terrà la prima assemblea nazionale dei firmatari dell’appello per la costruzione di un “Movimento politico anticapitalista e libertario". Ne parliamo con Giorgio Cremaschi (nella foto), portavoce del Comitato No Debito e membro del Direttivo nazionale CGIL, tra i principali promotori dell’appello.

«D. Come nasce questa iniziativa?

R. L’idea è semplice. In Italia ci sono tanti movimenti, forze, organizzazioni che nei fatti lottano contro il capitalismo, ma manca un movimento unitario che abbia come obiettivo specifico quello di dire che il problema che dobbiamo affrontare è questo tipo di capitalismo, la sua aggressività contro le persone e contro la natura, con la sua follia e l’ipersfruttamento. Tutta la politica ufficiale si svolge dentro al tragitto predeterminato dal grande capitale, dalla finanza e dallo spread, dal fiscal compact, che decidono chi rientra nel recinto della politica ufficiale. Noi diciamo che se davvero vogliamo provare a fermare il disastro bisogna rompere questo recinto. E fare dunque una precisa contestazione alle regole del gioco che ci vengono imposte.

D. Hai scritto che “l’Europa reale può solo essere rovesciata”. E nell’appello si legge che “ci uniamo per la rottura con questa Europa”. Dite chiaramente di essere contro la troika, ma la troika è composta da Fmi, Bce e, appunto, Unione Europea. Si può dire quindi chiaramente, senza giri di parole, né tabù, che questo movimento che nascerà a Bologna è per far uscire i popoli dalla gabbia dell’Unione Europea?

R. Certamente. Io sono d’accordo. Vedi, in Italia parlar male dell’Europa è come parlar male della mamma, non si può. Dunque è vero che anche noi siamo partiti da questo tabù, ma oggi io non ho dubbi, perché l’Europa di oggi è come quella del Congresso di Vienna, dominata da un sistema di potere che non è riformabile, ma che deve solo essere rovesciato. Poi questo non significa che bisogna ritornare ai nazionalismi, anzi secondo me è proprio questa Europa che alimenta anche i peggiori nazionalismi. Sono convinto, però, che per avere in futuro un’Europa democratica e sociale, l’Unione Europea debba essere rovesciata. Credo anche nell’opportunità di realizzare una nuova unione dei popoli europei, ma la UE per come è impostata non può essere modificata. Per esempio, c’è chi sostiene che per avere un’altra Europa basterebbe dare più poteri al Parlamento europeo. Dare più poteri anche al miglior Parlamento europeo mentre restano in vigore tutti i trattati da Maastricht in poi, le regole di bilancio, la libera circolazione dei lavoratori senza minimi diritti? Non servirebbe a nulla. Non si può nemmeno pensare di risolvere il problema introducendo un semplice salario minimo. Chi proclama la necessità di un salario minimo in questa Europa, non si rende conto della stupidità di quello che dice perché un salario minimo non potrebbe che essere misurato sui salari più bassi, come quello della Romania. Il fatto è che l’Europa liberale non è districabile dall’Europa liberista.

D. Nell’appello di convocazione dell’assemblea di Bologna vi definite anticapitalisti. Però diverse componenti radicali in questi anni hanno sostenuto ricette neokeynesiane, individuando principalmente nel neoliberismo e nella speculazione finanziaria il nemico da sconfiggere. Anche riguardo alla crisi economica attuale, molti settori hanno fatto proposte di radicale riformismo (audit debito pubblico, patrimoniale, etc) accreditando le ipotesi per cui sarebbe possibile uscire dalla crisi economica pur restando all’interno del modo di produzione capitalista, semplicemente eliminandone gli eccessi liberisti. Non credi che le rivendicazioni molto sensate come quelle che fate voi (non pagamento del debito, nazionalizzazione di banche ed imprese strategiche, riduzione dell’orario di lavoro, rilancio dei salari, reddito minimo, ecc.) debbano essere collegate ad un disegno strategico di portata storica, che è quello del superamento del capitalismo? Non credi che, essendo la crisi strutturale, anche le più elementari rivendicazioni economiche, sociali, democratiche siano ormai incompatibili con le basi stesse del sistema e che nessuna riforma significativa sia realizzabile senza uscire dal capitalismo?

R. Non è un caso se noi nell’appello abbiamo usato l’espressione “socialismo del XXI secolo”, la stessa che si usa in America Latina. Ci sono due rischi da evitare: uno è quello, diciamo così, dell’ingenuità. È l’errore di coloro che vorrebbero fare il socialismo con l’accordo dei capitalisti. È un po’ lo stesso errore di quelli che avrebbero voluto costruire la democrazia con il consenso del Re. Molte delle proposte che tu definisci di stampo neokeynesiano hanno questo carattere di ingenuità. Tralasciano il fatto che se le soluzioni neokeynesiane non vengono attuate non è perché chi le dovrebbe attuare “non ci ha pensato” mentre a loro è venuta in mente la bella idea. Prendiamo la disoccupazione di massa. La disoccupazione di massa non è un incidente né un danno collaterale, ma è voluta: senza disoccupazione di massa non ci sarebbe il tipo di flessibilità del lavoro che c’è oggi, non ci sarebbero i ricatti che ci sono oggi. Se fossimo in un regime di piena occupazione nessun lavoratore accetterebbe di sottostare a certe condizioni. Quindi questo è un sistema che ha in sé la disoccupazione di massa. È uno strumento fondamentale per imporre determinate condizioni di lavoro. Però bisogna anche evitare l’eccesso opposto che si riscontra in una parte della sinistra più settaria e dogmatica. È l’errore di dire: “è tutto già scritto”. I nostri classici hanno già scritto il manuale delle giovani marmotte per la costruzione del socialismo, si tratta di adeguarsi a quello. Ecco, abbiamo ricevuto qualche critica su due fronti. Alcuni ci hanno detto di essere troppo rivoluzionari, altri ci hanno criticato perché “bisogna abbattere il capitalismo qui ed ora”. Questa seconda critica è frutto di una deformazione dottrinaria presente spesso nei piccoli gruppi della sinistra, che è poi il segno della loro stessa crisi. È evidente che noi dobbiamo mettere in discussione il sistema capitalistico, ma con le modalità di oggi, non con quelle di cento anni fa. Ormai abbiamo capito che il socialismo non si costruisce dicendo “prendo il potere e da oggi c’è solo il socialismo”. La costruzione del socialismo è un percorso, un processo che richiede delle rotture, che non avvengono certo in un sistema di potere come quello attuale (ciò detto per tagliare la testa al toro alle illusioni di carattere neokeynesiano), ma questo non significa che dalla sera alla mattina si potrà eliminare di colpo il capitalismo, che ha mostrato una enorme vitalità. Il socialismo va rimesso in campo ma come processo sociale, non come piattaforma che se non realizzi in cinque minuti, sei già un traditore.

D. Nell’appello è presente una forte discriminante nei confronti di tutta l’attuale casta politica comprese le forze di centrosinistra. Visto che questo appello è stato sottoscritto da alcuni esponenti di un partito che in varie realtà locali, anche in alcune regioni, è alleato con il centro sinistra, si tratta di una discriminante che vale solo a livello nazionale o anche a livello locale?

R. A mio avviso si tratta di una proposta generale, non solo locale. Ad esempio, a breve si terranno le elezioni comunali, ed ho notato come anche in molte realtà locali come Roma, Siena, Ancona, Brescia, si sia sviluppato un arcipelago di liste alternative al centro sinistra. Io penso che non si possa fare l’alleanza con il centro sinistra né a livello nazionale né a livello locale per una ragione molto semplice: il quadro di compatibilità alle amministrative ed alle nazionali è più o meno lo stesso. Non è un caso che qui a Roma Marino, candidato del centro sinistra nato come grande alternativa, abbia cercato il rapporto con i poteri forti romani. Infatti anche i comuni sono stretti tra patto di stabilità, privatizzazioni, politica edilizia e politica del territorio. Poi certo ci può essere il piccolo comune dove si fa l’alleanza comune contro il mafioso, per carità, ma non c’è dubbio che il percorso generale debba essere lo stesso. L’11 maggio ci saranno tre iniziative in contemporanea, non a caso. C’è l’assemblea del Partito Democratico, c’è l’iniziativa di Sel, e poi c’è la nostra. Quando sento discorsi come “dovete unire la sinistra” sento tanta retorica e malafede. Come sento retorica e malafede negli elogi alla trovata unità di Cgil Cisl e Uil. L’unità è un mezzo, non un fine. Se l’unità della sinistra significa sostenere le politiche del Partito Democratico, l’unità va rotta. Il Partito Democratico si riconvoca per provare a sopravvivere e sostenere un governo persino peggiore di quello di Monti. Il massimo dell’iniziativa politica di Sel è invece quello di dire “rifacciamo il centro sinistra che è fallito alle elezioni.” Praticamente dice di non sostenere questo governo ma vorrebbe ricostruire quel tipo di alleanza politica che ha portato a questo governo. Ma ha senso partecipare alla politica ufficiale in queste condizioni? Io dico che così non ha senso. O in Italia sorge un movimento di sinistra ed anticapitalista nuovo che occupi uno spazio politico oggi vuoto oppure la politica sarà ridotta a due finte alternative, tra il centro destra ed il centro sinistra, che come poi si è visto, nel momento buono, possono anche governare assieme perché sulle questioni di fondo la pensano allo stesso modo. Quindi per me la rottura con questo quadro politico è la condizione perché si possa partire per costruire qualcosa di diverso.

D. Ci fai una prima valutazione dell’opposizione del Movimento 5 Stelle? Come ti sembra si stiano muovendo? Ritieni utile avviare un’interlocuzione con loro?

R. Grillo ed il Movimento 5 Stelle, che io a differenza di altri non ho mai demonizzato, e che considero se possibile un interlocutore per molte battaglie, hanno sicuramente svolto un ruolo positivo. Se avessero preso pochi voti ed avessimo Bersani trionfante a governare con Monti saremmo in una situazione uguale dal punto di vista dei contenuti ma peggiore dal punto di vista del quadro politico. Hanno cioè avuto la capacità di dare espressione ad una protesta di massa contro il sistema. Ma il Movimento 5 stelle è concentrato solo sulla punta dell’iceberg del sistema di potere che ci governa e debolissimo su tutto il resto. Il loro difetto fondamentale, il loro limite, è quello di non avere un programma economico sociale, ossia oscillano da programmi di stampo socialista a programmi di stampo ultrà liberista. Mi è capitato recentemente di leggere ne “La Storia dell’Italia partigiana” di Giorgio Bocca tutte le vicissitudini del Partito D’Azione, che poi era un grande partito di partigiani. Alla fine lo stesso Bocca ricorda come in quel partito ci fosse un’unione comune per battere il fascismo, ma una volta abbattuto il fascismo c’erano due linee economiche opposte, i liberisti ed i socialisti. Pur nelle ovvie differenze mi pare che questo sia uno dei limiti anche del Movimento 5 Stelle. È giusto rompere questo sistema di casta e privilegio, ma la questione di fondo è: intacchiamo il potere economico oppure pensiamo che eliminati i ladri di galline la strada sia spianata? Nel tempo questa contraddizione esploderà loro in mano, perché è necessario scegliere da che parte stare, non si possono eludere le grandi questioni di carattere economico».

* Fonte: megachip

martedì 16 aprile 2013

NASCE SYRIZA IN ITALIA? di sollevAzione

16 aprile. Proprio oggi è stato diffuso un documento. Scopo: dare vita ad un nuovo «movimento politico di massa anticapitalista e libertario». Tra i primi firmatari spiccano i nomi di noti esponenti della sinistra antagonista, del sindacalismo di base, di Rifondazione. Una lista di obbiettivi radicali, ampiamente condivisibili. Reticenza invece su quattro questioni sostanziali: l'uscita dall'Unione europea, la riconquista della sovranità politica e monetaria; la sollevazione popolare come solo mezzo per formare un governo d'emergenza; il socialismo come sola alternativa strategica alla catastrofe. Sulle basi indicate dal documento potrebbe sorgere un fronte di lotta unitario. E questo sarebbe un passo avanti. Che siano adeguate per dare vita ad un vero e proprio soggetto politico unico noi, invece, ne dubitiamo.
Più sotto l'Appello e la lista dei primi firmatari.


1° INCONTRO NAZIONALE – BOLOGNA, 11 MAGGIO, ORE 10,00
Cinema Teatro Galliera, Via Matteotti, 27 (nei pressi della Stazione Centrale FS; in auto prendere l’uscita uscita n. 7 della tangenziale)

Dichiarazione comune Per un movimento politico anticapitalista e libertario

«Questo non è un appello, ma una proposta di lotta.

Vediamo e viviamo la miseria, l’offesa alla libertà e alla dignità della persona, la devastazione della natura esercitate ogni giorno da parte di un capitalismo criminale.

Un giorno una corte di giustizia dovrà essere istruita contro i responsabili di questi crimini contro l’umanità.

Ma ora dobbiamo prima di tutto smettere di piangere, rimboccarci le maniche e lottare.

Siamo donne e uomini con diversi percorsi politici, di lotta sociale e ambientalista, per le libertà civili la democrazia e l’uguaglianza.

Abbiamo in comune la volontà, la passione e la rabbia di non rassegnarci e di non arrenderci.

Certo il socialismo reale è crollato nel passato per sue colpe, ma il capitalismo reale oggi distrugge il presente e il futuro.

Per questo torna all’ordine del giorno la necessità di costruire un’alternativa all’attuale sistema economico, sociale e politico.

Per questo oggi più che mai sentiamo vive le nostre radici comuniste e libertarie, antifasciste e antirazziste, femministe e ambientaliste.

Non c’è liberazione possibile nel compromesso con l’attuale governo autoritario dell’economia e della società.

Lo hanno capito le donne e gli uomini del Mediterraneo, che ci insegnano a ribellarci.

Lo hanno capito donne e uomini dell’America Latina che si mobilitano per il socialismo del XXI secolo.

Lo hanno capito tutte e tutti coloro che fin sotto i templi del denaro e del potere nei paesi più ricchi hanno gridato: noi siamo il 99%!

Lo hanno capito quelle donne e quegli uomini d’Europa, che dalla Grecia alla Islanda, dalla Spagna a Cipro, scendono in piazza per rovesciare quelle politiche di austerità che stanno uccidendo ogni residuo di stato sociale e democrazia.

Noi ci sentiamo, vogliamo, essere parte di tutto questo.

L’Europa è oggi occupata dal regime della Troika e dei governi che la sostengono. Il popolo non è più sovrano, è solo debitore. Tutti i governi fanno guerra sociale ai loro popoli. La democrazia è ridotta a spettacolo televisivo.

Noi crediamo che, come nel 1848 e nel 1945, tutta l’Europa debba liberarsi dalla tirannia: allora dei sovrani assoluti prima e del fascismo poi, oggi del capitalismo finanziario e della sua oligarchia economica, politica e culturale.

Noi crediamo che sia all’ordine del giorno la necessità di un cambiamento rivoluzionario.

Noi non facciamo nessun generico appello all’unità.

Noi ci uniamo per la rottura con questa Europa e con questo capitalismo, per costruire una nuova storia comune.

È necessario che anche in Italia tornino in campo il pensiero critico, i progetti, le pratiche di un movimento politico anticapitalista di massa. Oggi questo in Italia non c’è e noi proponiamo di ricostruire partendo dal conflitto sociale.

Non ci nascondiamo le macerie che abbiamo intorno. Sinora tutti i tentativi di far emergere un progetto politico anticapitalista unitario dalle lotte sociali, civili, ambientali e per la libertà delle donne sono falliti. Questi fallimenti hanno precise responsabilità politiche, ma rimandano anche ad una questione più di fondo.

Oggi la sola lotta di classe pienamente legittimata è quella che viene dai ricchi verso i poveri, dai padroni verso gli operai, da chi ha il potere verso chi non ne ha. Tutti i bisogni, i diritti e le libertà degli oppressi sono invece contrapposti e frantumati tra loro.

Noi pensiamo che ci sia un nesso profondo fra dominio capitalistico e patriarcale, fra sfruttamento e mercificazione e che non ci siano bisogni di liberazione che possano essere sacrificati ad altri.

La dignità di chi lavora non può essere sacrificata al diritto a lavorare ed entrambi non possono venir prima del diritto alla salute e alla salvaguardia dell’ambiente. Non c’è lotta sociale e ambientale che venga prima di quella per la libertà e l’autodeterminazione delle donne. Riifiutiamo ogni contrapposizione fra diritti dei nativi e dei migranti.

Il capitalismo che si proclama liberale, ancora più astutamente in questa epoca di crisi, contrappone i bisogni di liberazione degli uni a quelli degli altri tirando la coperta stretta delle libertà dal lato che più gli conviene. I giovani precari contro i genitori occupati, l’ambiente contro gli operai, i diritti delle donne contro quelli del lavoro. La risposta non è il prevalere di un interesse sugli altri, ma invece il reciproco riconoscimento su un piano di parità e la costruzione dell’unità tra i conflitti contro gli avversari comuni.

La più grave crisi economica dal dopoguerra si abbatte sull’Italia, e non ci sono vie per superarla se si resta nel campo di quel pensiero politico unico che oggi viene definito come riformismo, ma che in realtà è solo una cultura politica del meno peggio, una tecnologia del potere adottata da tutte le forze che si alternano al governo e che ha come primo obiettivo quello di impedire o sterilizzare il conflitto sociale.

La democrazia italiana è commissariata, come mostra l’istituzione del pareggio di bilancio in Costituzione votata da PD, PdL e Monti. Le scelte di fondo, politiche ed economiche, sono definite dal pilota automatico, cioè dai vincoli e dalle regole del fiscal compact e dei trattati di Maastricht e Lisbona, dal supergoverno della Troika.

Tutto questo è precipitato su una democrazia già devastata da venti anni di berlusconismo e da un contrasto subalterno ad esso, quale quello condotto dal centrosinistra e dalla grande stampa. L’antiberlusconismo ha spesso mutuato dal suo avversario i principi di fondo, quali il maggioritario e la governabilità, la centralità del mercato e il liberismo, le privatizzazioni e l’anticomunismo. A volte è sembrato che l’accusa principale a Berlusconi sia stata quella di non essere un vero liberale di destra.

Anche per queste ragioni la domanda di cambiamento e rottura in Italia si è rivolta in gran parte al M5S. Essa esprime un bisogno di rottura democratica giusto, ma insufficiente. Non ci sarà vera trasformazione democratica senza una profonda e radicale trasformazione sociale. I poteri del capitalismo globalizzato e della casta sono intrecciati tra loro in un sistema oligarchico di potere che governa anche il senso comune con i grandi mezzi di comunicazione di massa. Se non si rovescia il potere di questa oligarchia, le rotture dei privilegi della casta saranno marginali e di puro effetto mediatico, il potere vero sopravviverà e riderà di noi.

Il cambiamento non si realizzerà se la lotta contro le caste burocratiche non sarà parte di quelle contro lo sfruttamento del lavoro e la devastazione della natura, contro la mercificazione delle vite e la disuguaglianza sociale, contro il patriarcato e la violenza maschile contro le donne.

Agli inizi del nuovo secolo il grande movimento che portò alle giornate di Genova sembrava aver individuato la strada della costruzione di un soggetto politico anticapitalista di massa, nel quale tutti i conflitti potessero liberamente riconoscersi. La catastrofica esperienza della partecipazione della sinistra radicale al governo Prodi ha distrutto questo percorso.

Un soggetto anticapitalista di massa non può che essere alternativo sia al social-liberismo del centrosinistra, sia al conservatorismo del centrodestra, che in Italia ed in Europa – a volte in alternanza, a volte proprio assieme – governano con le stesse politiche economiche e sociali. I

Privatizzazioni, flessibilità e precarietà del lavoro, tagli progressivi alla scuola pubblica alle pensioni e allo stato sociale, sono scelte comuni a questi due schieramenti; come dimostra il governo Monti, che ha distrutto le pensioni e l’articolo 18 con il sostegno di entrambi e il silenzio dei grandi sindacati.

La concertazione sindacale ha accompagnato e cogestito la regressione sociale e dei diritti del lavoro. Per questo una alternativa radicale alle politiche liberiste passa anche attraverso la la lotta per restituire a lavoratrici e lavoratori un grande movimento sindacale di classe, democratico e indipendente dai partiti.

Alternativa oggi vuol dire prima di tutto NO all’Europa del fiscal compact e dell’austerità imposta dai trattati e dai loro vincoli. Bisogna dire NO ora alle missioni di guerra e alla Nato.

Alternativa oggi vuol che dopo trenta anni di politiche liberiste prima di tutto bisogna distruggere la disoccupazione di massa.

Alternativa significa il rifiuto del vincolo del debito, la nazionalizzazione e la socializzazione delle banche e delle imprese strategiche, l’istituzione di poteri democratici reali e diffusi nei luoghi di lavoro, nel territorio, nelle istituzioni. Ci vuole un piano di grandi interventi pubblici per milioni di piccole opere, cancellando tutte le TAV che distruggono ambiente e lavoro.

Alternativa significa la costruzione, la difesa, la riappropriazione e gestione sociale dei beni comuni, contro la mercificazione delle vite, dell’ambiente e della salute, della conoscenza.

Alternativa, perché bisogna riprendere la marcia verso l’eguaglianza sociale partendo dalla riduzione generalizzata degli orari di lavoro, dall’abbassamento della età della pensione, dalla cancellazione delle leggi sulla precarietà, e di quelle sullo schiavismo e la criminalizzazione dei migranti.

Alternativa perché ci vuole una grande redistribuzione della ricchezza verso il basso, con un generale ed egualitario incremento delle retribuzioni e delle pensioni più basse, e con la istituzione di un reddito minimo garantito.

Alternativa, perché nulla di tutto questo potrà essere realizzato con le vecchie classi politiche di destra e di sinistra e con l’attuale sistema di concertazione burocratica sindacale.

Alternativa, perché un movimento politico anticapitalista è necessario per ricostruire forza e unità in tutto il mondo oppresso e disperso dalla precarizzazione devastante che ha imperversato in questi venti anni.

Noi siamo con quella grande maggioranza che oggi paga la crisi, dal lavoro dipendente privato e pubblico al lavoro autonomo e parasubordinato, al precariato diffuso manuale ed intellettuale, al popolo delle grandi periferie metropolitane, agli immigrati, alle donne espulse dal lavoro e colpite dai tagli allo stato sociale.

Noi siamo con le popolazioni del Meridione, che pagano due volte la crisi e che non vogliono precipitare nella desertificazione economica e sociale, nel non lavoro, nello sfruttamento schiavistico dei migranti e nella nuova emigrazione.

Noi lottiamo per la costruzione di una rappresentanza politica che non abbia come prima e unica ragione la presenza nelle istituzioni, ma che sia strumento della ricomposizione e organizzazione conflittuale del blocco sociale degli oppressi. Nessuno si deve più vergognare e isolare per la sua povertà, solo le relazioni solidali e il conflitto rompono la solitudine.

Occorre rompere con ogni subalternità al centrosinistra, con l’opportunismo elettoralistico, ma anche con quei settarismi e quella frantumazione che hanno portato la sinistra comunista e anticapitalista italiana ad essere la più piccola e ininfluente dEuropa. Ci sono tante esperienze di sinistra alternativa che crescono in Europa. Esse ci dicono che la strada che vogliamo percorrere è praticabile, purché si abbia il coraggio di ripartire su nuove basi.

Proponiamo di costruire un movimento politico anticapitalista e libertario di donne e uomini che vogliono lottare, sulla base di un programma di alternativa economica, politica e culturale, con adesioni individuali e pratiche di democrazia realmente partecipativa, con un sistema di relazioni plurali ed aperte.Vogliamo costruire questo movimento ed il suo programma imparando dalle lotte sociali e delle esperienze concrete in atto.

Pensiamo alla lunga resistenza del popolo della Valle Susa, capace di mobilitazioni di massa, di azioni dirette, di conflitto e iniziativa istituzionale. Pensiamo alle organizzazioni popolari per il consumo e per il diritto all’abitare, alle lotte degli operai che spontaneamente hanno scioperato contro la cancellazione dell’articolo 18 e a quelle dei migranti contro il caporalato della logistica, alle mobilitazioni degli studenti, degli insegnanti, dei ricercatori.Tutte queste lotte annunciano e reclamano un nuovo spirito unitario e nuove modalità di partecipazione e organizzazione. Vogliamo che esse siano gli elementi costituenti del movimento politico.

Siamo tuttora in differenti esperienze e in diverse organizzazioni politiche e sociali, ma riteniamo urgente l’avvio di un percorso comune, che vogliamo aperto, senza esclusioni basate su piccole discriminanti o pregiudiziali.

Per noi la sola condizione indispensabile per partire è sentire la profonda necessità di costruire ora e assieme un movimento politico anticapitalista e libertario di massa, alternativo e indipendente rispetto agli attuali grandi schieramenti politici.

Per questo motivo convochiamo un primo incontro aperto a tutte e tutti coloro che vogliono confrontarsi che siano interessati a un comune percorso per costruire l’alternativa.

Vogliamo con esso dare avvio a un viaggio comune nelle lotte e nelle sofferenze del paese. Alla fine di esso convocheremo una assemblea per decidere.

Primo appuntamento a Bologna l’11 maggio».



Le/i promotori

Claudio Amato, militante sindacale Roma
Fabio Amato, attivista politico
Cesare Antetomaso, avvocato
Imma Barbarossa, femminista
Fulvio Beato, attivista sindacale S. Maria Capua Vetere
Sergio Bellavita, militante sindacale
Marco Benevento, rsu Alenia Thales Roma
Lina Gladys Bianconi, femminista
Carmela Bonvino, attivista sindacale Roma
Biagio Borretti, militante politico Napoli
Massimo Bortoloni, rsu Terna Lombardia
Franco Bruno, militante sindacale Napoli
Fabrizio Burattini, militante sindacale
Maria Grazia Campari, avvocata del lavoro
Sergio Cararo. attivista politico Roma
Carlo Carelli, rsu Unilever Lodi
Chiara Carratù. precaria scuola Cuneo
Mauro Casadio. attivista politico Roma
Giuseppe Catucci, militante sindacale Bari
Susi Ciolella, licenziata Alitalia
Eliana Como, militante sindacale Bergamo
Pino Commodari, funzionario Regione Calabria
Daniela Cortese, rsu Telecom Sparkle Roma
Giorgio Cremaschi, militante sindacale
Leonardo de Angelis, delegato Sistemi Informatici roma
Walter De Cesaris, militante politico
Carmine De Sio, operaio No Amianto Salerno
Domenico De Stradis, rsu FIAT Melfi
Vittoria Di Prizito, femminista insegnante
Giacomo Divizia, militante sindacale Cuneo
Nicoletta Dosio, movimento No Tav
Valerio Evangelisti, scrittore
Riccardo Faranda, avvocato del lavoro Roma
Eleonora Forenza, ricercatrice precaria, femminista
Michele Franco. attivista politico Napoli
Delia Fratucelli, delegata Poste Torino
Maurizio Fusà, delegato aziendale ASL RmB Roma
Lorenzo Giustolisi, insegnate precario Torino
Simone Grisa, militante sindacale Bergamo
Carlo Guglielmi, avvocato del lavoro Roma
Giusi Lazzaro, precaria scuola Roma
Tiziano Loreti, militante politico Bologna
Francesco Locantore, precario scuola Roma
Pasquale Loiacono, rsu Fiat Mirafiori
Valter Lorenzi, attivista politico Pisa
Aurelio Macciò, delegato Ministero della salute genova
Loredana Marino, precaria, attivista politica
Margherita Matteo, femminista Taranto
Patrizia Modesti, delegata Croce Rossa Roma
Antonio Moscato, docente storia del movimento operaio Macerata
Francesco Musumeci, medico Salerno
Alfio Nicotra, giornalista, pacifista
Gianluca Nigro, attivista antirazzista
Ferruccio Nobili, funzionario Provincia Roma
Massimo Paparella, militante sindacale Bari
Emidia Papi, militante sindacale
Tiziano Peracchi, rsu Mingazzini Parma
Francesco Piobbichi, attivista politico
Luigi Presutti, delegato assistenti traffico Roma
Ernesto Rascato, attivista politico Aversa
Giuliana Righi, militante sindacale, Bologna
Annamaria Rivera, femminista militante antirazzista
Daniela Rottoli, rsu San Raffaele Milano
Franco Russo, attivista politico Roma
Giovanni Russo Spena, attivista politico
Antonia Sani, docente, ass.ne per la democrazia costituzionale
Viviana Savino, precaria scuola Roma
Nando Simeone, militante politico
Mario Sinopoli, militante sindacale Calabria
Anita Sonego, femminista consigliera comunale Milano
Fabrizio Tomaselli, militante sindacale
Laura Tonoli, militante sindacale Brescia
Franco Turigliatto, militante politico Torino
Iacopo Venier, giornalista
Carlos Venturi, militante politico Bologna
Nico Vox, militante sindacale
Pasquale Voza, Università di Bari

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