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lunedì 1 ottobre 2018

LA CONFESSIONE DI FRANZ: "SONO UN ROSSOBRUNO!"

[ 1 ottobre 2018 ]

Volentieri pubblichiamo quanto il compagno Franz Altomare ha scritto ieri sulla sua pagina facebook.








La premessa scontata è che il rossobrunismo è una bufala inventata dalla sinistra globalista e genuflessa al capitale finanziario, quella millantata sinistra che ha svenduto le ragioni dei lavoratori e dei ceti produttivi agli interessi dell'estremismo capitalista e della finanza speculativa, quella sinistra che ha colpevolmente confuso e incentivato a confondere l'inter-nazionalismo dei lavoratori con il cosmopolitismo del capitale, quella stessa sinistra incidentata e sinistrata che ha barattato i diritti reali delle persone con i diritti civili degli individui, la sinistra che oggi, con un pizzico di spudoratezza, manifesta contro un un governo certamente discutibile e contraddittorio anche se oggettivamente in discontinuità con i governi che lo hanno preceduto del corso della cosiddetta Seconda Repubblica.

Ma codesta "sinistra" è dimentica di aver bollato come plebee e cialtrone le istanze legittime di ceti popolari che invocavano semplicemente lavoro e giustizia sociale, mentre i carrieristi a tinte rosse, pasdaran del pareggio di bilancio, accumulavano patrimoni e posizioni di privilegio, e, in ossequio agli ordini del capitale, condannavano alla miseria e alla nullità esistenziale intere generazioni.

Ma andiamo al dunque, e al mio polemico riconoscermi nella definizione di revisionista rossobruno.

Sono ROSSOBRUNO perché lo fu Che Guevara, quando nel discorso all’Assemblea Generale dell’ONU dell’11 dicembre 1964 pronunciò il famoso motto "Patria o muerte!".
Pochi sinistroidi sono a conoscenza del fatto che la Rivoluzione Cubana (oggetto della mia tesi di laurea) fu innanzitutto una rivoluzione nazionale, patriottica e anti-imperialista, pur riconoscendo il contributo de Partito Comunista Cubano, e che Fidel Castro diventò comunista successivamente alla presa del potere.

Sono ROSSOBRUNO perché l'AUTODETERMINAZIONE dei POPOLI, ovvero il diritto di un popolo a decidere del proprio destino nella propria terra, è la premessa della Sovranità Popolare, a sua volta premessa per lo sviluppo di una prospettiva di una società socialista, di libertà ed uguaglianza sociale.

Sono ROSSOBRUNO perché sono un populista, e affermo il populismo come una opzione, alternativa ad altre populiste, unica per la costruzione del politico verso il Socialismo.

Populista fu Che Guevara quando scrisse "La caduta di Peron mi tocca molto. [...] Con lui l’Argentina svolgeva, per noi che localizziamo il nemico a nord, il ruolo di paladino del nostro pensiero."


Populisti sono stati Chàvez, Evo Morales, Lula da Silva, ed io mi dichiaro populista insieme a loro.

Sono talmente ROSSOBRUNO da considerare la Costituzione Italiana del 1948 come il documento politico più evolutivo e ideologicamente pregnante di tutto il Novecento italiano, faro luminoso a indicare la rotta verso la democrazia e il socialismo, mentre i sinistri italiani agli ordini della finanza di JP Morgan hanno provato a rottamarla.

Sono ROSSOBRUNO come lo fu Pier Paolo Pasolini, quando la sua geniale e profetica diffidenza gli fecero prendere le distanze dai sessantottini figli di papà schierandosi con i poliziotti proletari;


anni dopo i ribelli dell'illimitatezza del desiderio diventarono classe dirigente nella sinistra e nel Paese, contro il Paese e gli interessi nazionali e popolari e a difesa del capitale globalizzato.

Sono e resterò ROSSOBRUNO fin quando gli imbecilli in pantofole, al riparo dei loro privilegi, non comprenderanno le ragioni di una richiesta di giustizia sociale e di riscossa nazionale che passa attraverso la definitiva sepoltura, nel nome del socialismo e della democrazia, della sinistra che ha tradito e della oligarchia finanziaria a cui essa è asservita.

domenica 21 maggio 2017

SOGNO UN PAESE SPACCATO IN DUE di Franz Altomare

[ 21 maggio ]

Perché sostengo con forza la Confederazione per la Liberazione Nazionale - CLN
Sappiamo che non si può stare dalla parte di qualcosa o di qualcuno se non si ha il coraggio di stare contro qualcuno o qualcosa.

Da una parte il potere che oggi domina e governa, un potere avido e malsano, un potere che odia questo Paese e disprezza il nostro popolo ogni giorno più povero e infelice; un potere asservito alle oligarchie delle banche, della Unione Europea e della NATO dispensatrice di guerre.

Dall'altra parte del campo sogno un popolo che si compatta per riconquistare la democrazia, liberare il Paese dal vincolo della moneta unica e dei criminali dell'Unione Europea; un popolo che decida di essere sovrano in una nazione sovrana dove il Parlamento possa realmente decidere e dove la Costituzione del 1948 sia l'elemento unificante di posizioni diverse ma autenticamente democratiche: per una democrazia politica, sociale ed economica.

Da una parte le oligarchie del capitalismo finanziario e globalista e dall'altra le democrazie minacciate con i popoli che rivendicano la propria sovranità nell'unico spazio dove è possibile esercitarla, che è la sovranità nazionale sancita in Italia dalla nostra Costituzione del 1948.

Popolo contro élite.
Franz Altomare


Lavoratori oppressi, ceti produttivi, disoccupati, studenti e pensionati contro ceti speculativi, privilegiati, parassiti, banche e tutti i loro maledetti servi.

Sogno quindi che la parte migliore del nostro popolo prenda coscienza per trasformare il dissenso sociale in dissenso politico e diventi capace di convergere in una grande forza unitaria di liberazione nazionale per riportare la sovranità nelle mani di chi oggi ha perso ogni diritto.

Sogno un paese spaccato in due in cui sia chiaro chi sono i veri nemici della democrazia, della giustizia sociale e della pace e chi sono invece i sinceri sostenitori di un profondo cambiamento politico e sociale.

Tutti quelli che non prenderanno posizione in campo, tutti gli ignavi, gli opportunisti, gli ambigui, i politicanti carrieristi e gli ipocriti, i parolai e gli inetti saranno i nemici della giustizia sociale e della pace, saranno i nostri nemici.

Bisogna essere di parte.

Bisogna essere partigiani.

Lo dobbiamo ai nostri padri, e ai padri dei nostri padri che non hanno esitato a versare il proprio sangue per amore del nostro popolo e del nostro amato Paese.

Lo dobbiamo ai nostri figli.

Lo dobbiamo a noi stessi.

giovedì 6 aprile 2017

Il FMI CI SALVERÀ DALLA GLOBALIZZAZIONE. Lo ha detto Emiliano Brancaccio di Franz Altomare

[ 6 aprile]

Franz Altomare ha qualcosa da dire in merito all'articolo di Emiliano Brancaccio Nè liberismo nè protezionismo, che abbiamo pubblicato ieri.


La prima barriera che un economista dovrebbe innalzare è quella a protezione della propria coscienza critica per impedire al dumping ideologico una deflazione del pensiero razionale.

Mi chiedo come possa definirsi scientifico l'approccio ad un problema serissimo come il fondamentalismo liberoscambista in assenza di limitazioni se la questione viene posta non per accettare le soluzioni indicate da una obiettiva valutazione dei risultati quanto per garantire l'ortodossia di una fede che considera sacrilegio ogni forma di protezione doganale ed ogni ipotesi di svalutazione competitiva di una moneta.

Questo pare essere proprio il limite di una falsa coscienza ideologica che impedisce il salto di qualità in determinate aree della sinistra.

E veniamo al punto.

Brancaccio si pone il problema di trovare soluzioni agli squilibri commerciali prodotti da uno sfrenato liberoscambismo escludendo i primi due strumenti più ovvi, ovvero forme di protezione doganale attraverso dazi e politiche monetarie che contemplino svalutazioni competitive.

Vi è una necessità razionale di rigore scientifico in questo goffo tentativo oppure è l'ennesima narrazione prodotta da un'ideologia dura a morire?

L’ideologia sentenzia in questo modo:
protezionismo=nazionalismo=destra=autarchia=fascismo=isolamento=conflittualità internazionale
svalutazione monetaria=strumento superato=inefficace.

Il discorso di Brancaccio parte bene nel riconoscere in maniera molto generica i guasti prodotti dal liberoscambismo incontrollato e dal mercato strutturalmente incapace a risolvere spontaneamente gli squilibri commerciali tra paesi dovuti agli eccessi di deficit o surplus nella bilancia dei pagamenti.
Il nostro economista riduce la globalizzazione all’unico problema degli squilibri commerciali, laddove i dazi doganali vengono alla ribalta come “un vecchio tema” senza alcun fondamento economico mentre “gli enormi squilibri globali” sarebbero “alimentati da quella ingenua visione liberista degli scambi internazionali”, declassando così le politiche neoliberiste che caratterizzano un’epoca intera ad un incidente di percorso dovuto ad una innocua, per quanto errata, visione del mondo piuttosto che alla volontà consapevole del finanzcapitalismo di accumulare profitti eliminando ogni limite e barriera e distruggendo intere economie nazionali con costi sociali e umani altissimi.

E scopriamo allora che il modo intelligente “per cercare di riequilibrare gli scambi tra paesi e favorire così uno sviluppo mondiale più disciplinato” sarebbe nel riconoscere un ruolo diversamente attivo, sulla base di qualche parola scritta nel proprio statuto, addirittura al Fondo Monetario Internazionale, il quale nel nome della giustizia planetaria si farebbe promotore di un’idea semplice e geniale: lo standard sociale.

Si tratterebbe di una non meglio specificata opera di dissuasione verso quelle economie che a causa del loro surplus nella bilancia dei pagamenti causano problemi ad economie più deboli e in disavanzo.
Queste restrizioni, non è dato sapere quali, più o meno temporanee, sarebbero in funzione della disponibilità o meno di tali paesi a cooperare al riequilibrio esterno.

In ordine decrescente d’importanza i problemi per Brancaccio sono la libera circolazione dei capitali, che andrebbe mitigata con minacce di restrizioni, al limite (ma proprio al limite) la libera circolazione delle merci e infine la libera circolazione delle persone che non è affatto un problema di tratta d'esseri umani funzionale alle politiche neoliberiste ma solo un problema ideologico di razzismo dei razzisti.

Immagino la faccia della  Merkel quando si troverà a  leggere una lettera del FMI più o meno di questo tenore:

«Gentilissima cancelliera Angela Merkel,
mai avremmo voluto scrivere quello che sta per leggere, ma lei sa bene quale compito gravoso viene attribuito al nostro istituto per difendere la libertà del commercio tutelando nello stesso tempo il diritto degli stati con economie meno virtuose a lamentarsi dei loro squilibri economici, benché addossando la responsabilità a società avanzate, competitive e volenterose come quella che lei governa.

 La prego pertanto di invitare i detentori di capitali finanziari suoi connazionali a esportare un po’ meno capitali all’estero, e se lo ritiene, al limite, ma proprio al limite e scelga lei, di rivolgere lo stesso invito agli industriali, con l’auspicio che esportino un po’ meno merci.

I populismi sono in agguato, e avversando noi ogni sorta di dazio e barriera doganale possiamo solo confidare nel senso di responsabilità di capi di governo lungimiranti.
Questo ci eviterebbe l’increscioso inconveniente di dover annunciare restrizioni alla sua amata Germania, cosa ardua da spiegare al mondo non avendo noi mai predisposto, né intendiamo farlo, alcuno strumento che possa turbare in qualche modo la serenità di popoli prosperosi come quello tedesco.

Con la speranza che la vostra illustre persona possa accogliere la nostra preghiera.
 
Cordialità,
Christine Lagarde - managing director of the IMF».
La realtà è che una certa sinistra prova a inventarsele tutte pur di non affrontare il problema delle sovranità nazionali col rischio di scontentare tanti compagni diversamente globalisti.
E’ il globalismo di sinistra, che s’illude di contenere gli effetti della mondializzazione del capitale lasciando in piedi la struttura di fondo dell’economia finanziarizzata, ovvero la libertà incondizionata dei capitali, delle merci e delle persone di circolare ovunque e comunque.

lunedì 27 marzo 2017

AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI E SOVRANITÀ NAZIONALE di Franz Altomare

[ 27 marzo ]

«Viene da chiedersi come è stato possibile che la sinistra storica nella sua trasmutazione genetica, specie quella sinistra che si compiace ancora di definirsi radicale o antagonista, sia potuta giungere al paradosso di voler combattere il globalismo del capitale sostenendo le tesi del nemico: abolizione di ogni sovranità, statale, nazionale o popolare che sia e libera e felice circolazione di capitali, merci e carne umana».

L’autodeterminazione dei popoli è il "principio in base al quale i popoli hanno diritto di scegliere liberamente il proprio sistema di governo (autodeterminazione interna) e di essere liberi da ogni dominazione esterna."

Per quanto questa locuzione nasca in un preciso periodo storico, i primi anni ’60 del secolo scorso, con riferimento alla piena indipendenza dei nuovi stati formatisi in seguito alla decolonizzazione, il concetto di fondo è sovrapponibile a quello di sovranità nazionale, con il pregio di non contenere le tanto controverse parole, sovranità e nazione, che disturbano oggi (ma non allora) gran parte della sinistra occidentale.

Parlare di sovranità nazionale fa storcere il naso a molte anime belle perché non in grado di distinguere in termini storici e di contenuto, in quanto offuscate da un malinteso internazionalismo proletario, declinato con successo nel globalismo delle libera circolazione dei capitali, delle merci e della carne umana.

La propaganda del capitalismo internazionale, globalista, oligarchico e apolide, ha fatto presa in quella che una volta fu la sinistra che aveva il compito di realizzare il sogno socialista.

Parlo di quella sinistra che ha barattato i diritti sociali con i diritti individuali.

Parlo della sinistra radicale e antagonista che si crogiola nelle suggestioni strampalate dei Toni Negri e dei Michael Hardt secondo teorie in cui le masse sfruttate diventano moltitudini con il dono di superare il capitalismo solo per il fatto d'esistere, come se il capitalismo fosse destinato ad estinguersi naturalmente per autoconsunzione di fronte alla potenza di individui desideranti e tecnologici, nella errata convinzione che dello Stato, e quindi della conquista del potere, se ne possa fare tranquillamente a meno.

L'ultima barriera che si ergeva a contenere il dilagare del capitalismo selvaggio erano gli stati nazionali.

Questa barriera sta per essere definitivamente infranta, consentendo di realizzare il dominio incontrastato dell'oligarchia mondialista; un dominio che si preannuncia millenario, esattamente come la folle profezia del dominio millenario vagheggiato nel Terzo Reich di Adolf Hitler, con la differenza che il mito della razza viene sostituito da quello del mercato.

Si dice: " Non riuscire a distinguere la destra dalla sinistra." Mai un modo di dire è stato così rappresentativo dell'incapacità colpevole di comprendere un'epoca storica.

Il concetto di nazione, storicamente successivo a quello di stato, fu sviluppato e messo a punto durante la Rivoluzione Francese, quando le idee innovative diffuse dall’Illuminismo affermarono il potere della nazione superiore a qualsiasi altro potere, compreso quello del re.

Anche all'epoca un'oligarchia parassitaria e improduttiva, tracotante e odiosa, detentrice di tutti i privilegi, rappresentata dal clero e dalla nobiltà, opprimeva un popolo ridotto alla fame.

La nobiltà d’allora somigliava molto all’oligarchia di oggi.
Globalista ante litteram poiché girava l’Europa a governare popoli a cui era completamente estranea, parlava diverse lingue, si sposavano tra loro per consolidare i rapporti tra diverse dinastie sparse in tutta Europa, utilizzavano eserciti stranieri e mercenari per fare guerre di dominio e di predazione, organizzavano la propaganda e il consenso con il potere mediatico di allora, ovvero la Chiesa che manipolava le coscienze garantendo l’ordine morale e politico tra i ceti popolari e legittimando l’autorità del re per diritto divino.

La scintilla che diede inizio alla Rivoluzione Francese con l’attacco alla Bastiglia il 14 luglio 1789 fu la decisione di Luigi XVI di ammassare soldati, tra cui milizie straniere, alle porte di Parigi e di Versailles con lo scopo di contenere la forte pressione per le riforme rivendicate dai delegati dell’Assemblea Nazionale e sostenute da tutto il popolo. Fu in quel momento che i francesi si riconobbero nella nazione e furono istituiti i comitati cittadini e la Guardia Nazionale.

La nazione è lo spazio geografico, storico e giuridico dove un popolo può esercitare la propria sovranità.

La nazione è un concetto così forte da portare in sé elementi rivoluzionari poiché la sovranità popolare non può esprimersi altrimenti se non all’interno della sovranità nazionale e attraverso la sovranità statale.

Ma come tutte le idee forti la nazione non è riuscita a sottrarsi al rischio di strumentalizzazione in chiave mitica da parte del potere dominante.
Il capitalismo, che nasce e si sviluppa nelle dimensioni nazionali, ha utilizzato il mito della nazione per affermare la sua egemonia di classe dominante e consolidare l’economia del profitto nell’interesse della nazione e quindi del popolo ad essa corrispondente. Attraverso un’opera di mistificazione ideologica il capitalismo radica il suo potere nella sfera politica laddove l’interesse della nazione, e quindi del popolo, vengono narrati e fatti coincidere con gli interessi della classe al potere.
Andando oltre e forzando fino a trasfigurare il concetto di nazione nato dalla Rivoluzione Francese, il capitalismo, nelle sue fasi colonialiste e imperialiste, legittima i propri interessi di mero profitto e dominio vantando il primato di una nazione sopra un’altra, di un popolo contro un altro popolo e della guerra come strumento con cui alimentare la prosperità della propria nazione.

Occorre distinguere quindi tra nazionalismo di destra e patriottismo repubblicano.

Il primo utilizza la sfera della nazione in maniera strumentale per affermare il proprio interesse di classe facendo leva sull’elemento identitario in chiave conflittuale per legittimare se stesso e creare consenso.

Il secondo è il presupposto per sviluppare la sovranità popolare in una prospettiva democratica necessaria per la costruzione di una società solidale, egualitaria, cooperativa con gli altri popoli e che possa contemplare l’orizzonte di progresso di comunità pacifiche libere di governarsi e ispirate ai principi universali e umanistici della ragionevole utopia socialista.

Il fraintendimento e il non discernimento del concetto rivoluzionario di nazione è purtroppo coerente con le teorie che sostituiscono la categoria concreta di popolo con quella vaga di moltitudine, lo stato con l’autorganizzazione separata dalla dimensione istituzionale ma ad essa subalterna, la conquista del potere con l’effimero ritaglio di spazi sociali fragili e vulnerabili all’ombra dello stesso potere.

Con la caduta del muro di Berlino nel 1989, esattamente due secoli dopo l’assalto alla Bastiglia, e il conseguente disfacimento dell’URSS negli anni successivi, il capitalismo può finalmente iniziare l’opera di smantellamento delle sovranità nazionali, dove si annida il peggior nemico del potere dominante, la sovranità popolare, e realizzare finalmente il sogno inconfessabile, ovvero un governo unico mondiale dove le leggi le fanno il profitto, il mercato e i detentori di ricchezze.

Eppure dovrebbe essere così intuitivo che l’attuale sistema di potere rappresentato dalle oligarchie finanziarie e mondialiste promuove secondo un progetto di dominio totale il superamento delle nazioni e lo svuotamento dello stato, ridotto a filiale amministrativa periferica di interessi privati internazionali.

Viene da chiedersi come è stato possibile che la sinistra storica nella sua trasmutazione genetica, specie quella sinistra che si compiace ancora di definirsi radicale o antagonista, sia potuta giungere al paradosso di voler combattere il globalismo del capitale sostenendo le tesi del nemico: abolizione di ogni sovranità, statale, nazionale o popolare che sia e libera e felice circolazione di capitali, merci e carne umana.

La rivoluzione democratica non s’è mai compiuta, e la prospettiva socialista, che da quella rivoluzione politica e culturale deriva, appare sempre più lontana. Siamo in un’epoca crepuscolare e alle soglie di grandi e inevitabili cambiamenti, e questi potrebbero avvenire nel segno della continuità che ha caratterizzato finora la storia del genere umano: pochi privilegiati che opprimono grandi masse dove la libertà teorica resta quella di poter acquistare una merce inutile facendosi mancare il necessario oppure di scegliere in quale parte del globo farsi sfruttare.
Sarebbe il trionfo dell’Ancien Régime di sempre.

Bisogna continuare a lottare senza lasciarsi andare al pessimismo e soprattutto non bisogna perdere la testa, e se mai questo rischio dovesse realizzarsi, e allora che avvenga mentre succede qualcosa d’importante, come fu per Danton o per Robespierre.



giovedì 23 febbraio 2017

ESSI SONO LA BARRICATA di Franz Altomare

[ 23 febbraio ]

«CHI NON STA DA UNA PARTE O DALL'ALTRA DELLA BARRICATA,
È LA BARRICATA».
Vladimir Lenin

Se la lotta di classe ai tempi dell'ideologia neoliberale vede da un lato la necessaria identificazione del blocco sociale e delle nuove categorie in esso incluse e dall'altro la contrapposizione tra OLIGARCHIE GLOBALISTE contro SOVRANITÀ POPOLARI nelle democrazie nazionali, la barricata è costituita ancora una volta dai riformisti, o falsi riformisti.


Coloro che pretendono di riformare l'Europa attraverso una impossibile modifica dei Trattati, mentono e non possono essere liquidati semplicemente come opportunisti o incompetenti dal vago sapore utopico.

Essi sono LA BARRICATA.

I riformisti sono il peggior nemico oggi dei ceti popolari europei, poiché di fatto mirano a congelare la dialettica indispensabile per distinguere i campi e prendere parte.

Noi siamo di parte!

Noi siamo i nuovi partigiani.

E per sfondare nel campo avversario dobbiamo abbattere la barricata.

Parole dure, capisco.

Parole coerenti con la gravità del conflitto in corso e con la sofferenza diffusa tra coloro che stanno pagando un prezzo altissimo in questa odiosa tirannia mascherata da democrazia.

giovedì 9 febbraio 2017

RIFLESSIONI (SCOMODE) SUL SUICIDIO DI MICHELE

[ 9 febbraio ]

Ieri pubblicavamo quanto Enea Boria ha scritto sul suicidio di Michele. Le sue riflessioni hanno suscitato un dibattito tra compagni di P101. Rispetto alle sciocchezze che circolano sui giornali (vedi, ad esempio, QUI e QUI), un pizzico di pensieri sensati.

CONTRO IL NICHILISMO

«Ringrazio Enea per aver segnalato la lettera del suicida Michele e le sue riflessioni.
“Parliamone”, ci chiede Angela.E allora parliamone.

Mi pare che le riflessioni di Enea non c’entrino il bersaglio o, quantomeno non vadano al cuore del discorso.
Michele ci sta indicando la luna, non fissiamoci sul dito.
Forse mi sbaglio, ma colgo un abisso di funereo nichilismo nella lettera di commiato, un abisso tetro entro cui la denuncia sociale sprofonda fino a diventare del tutto irrilevante. Peggio: funzionale all’autoannientamento di sé.
La frase che a me pare costituisca il centro geometrico del suo discorso potente, è questa:
«Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino... Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie... Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri».
E’ indubbia la profondità filosofica ed esistenzialistica di questo racconto. A questo livello dovremmo essere in grado di misurarci, se possibile evitando banalizzazioni politiciste. Michele non scrive parole a caso, esprime un pensiero coerente, ci scaraventa addosso una vera e propria visione del mondo, nichilistica appunto. Un nichilismo che certo viene da lontano, da molto molto lontano, ma che è diventato, qui sta il punto che strappa la questione ai cenacoli dei filosofi, un senso comune tra le nuove generazioni. Un nichlismo autodistruttivo che porta i pochi al suicidio ed i più alla catalessi, al disincanto paralizzante, all’eutanasia. Un nichilsimo certamente indotto ma profondamente introiettato, che è diventato un vero e proprio genocidio di massa delle volontà.
Misuriamoci, per batterlo, con questo nichilismo di massa, altrimenti saremo sopraffatti.
E questo a me pare proprio il terreno su cui ci giochiamo il futuro del nostro Paese, e con esso quello della nostra causa socialista.

Forse mi sarà sfuggito qualcosa, ma non leggo in rete altri giudizi se non quelli di empatia —dichiarata o sottesa—con Michele suicida, una obliqua condivisione che si fa scudo del comune rifiuto del mondo in cui viviamo.

Non va bene, non va per niente bene.

Vogliamo parlarne davvero? Facciamolo per dio!

Spero capendo che qui la lotta è su due fronti, quello politico-sociale contro il nemico che si erge davanti a noi, e quella etica (non banalmente culturale) contro il nemico che si annida (e dilaga insidioso) tra noi: il nichilismo. Se non lo battiamo tutto è perduto.
Altro che Costituzione, sovranità e democrazia! Se avanza l’autoannientamento nichilistico del soggetto rivoluzionario, tutto è perduto».

Moreno Pasquinelli


VITTIMA DELLA STORIA O DELLA SUA STORIA?



«Moreno, comincio dalla fine del tuo scritto.
“Se avanza l’autoannientamento nichilistico del soggetto rivoluzionario, tutto è perduto”.

Credo di intuire l’angoscia con cui paventi questa degenerazione che potrebbe coinvolgere un soggetto rivoluzionario, ma su alcune conclusioni sarebbe meglio riflettere fino in fondo.

Un soggetto rivoluzionario non può essere nichilista per definizione.

Un soggetto rivoluzionario si attiva per qualcosa, per una sostanza concreta, ovvero l’affermazione di una realtà antagonista di quella esistente e ad essa opposta, in cui i canoni di riferimento vengono capovolti, rivoluzionati.

Sul piano filosofico quindi il soggetto politico rivoluzionario è al riparo dal nichilismo “culturale” o dal pessimismo passivo rispondendo al semplice principio di non-contraddizione della logica classica aristotelica, non potendo affermare contemporaneamente una cosa e il suo contrario.

E fin qui la filosofia che a mio avviso è, insieme alla cultura in generale e alla politica, parte di una stessa sfera che trova riscontro nella realtà fatta di bisogni da soddisfare, realtà che è al centro della sfera determinandola e lasciandosi di riflesso determinare.

Condivido molto di quanto ha scritto Enea, soprattutto quando in sostanza interpreta le ragioni di Michele come un atto fondamentalmente egoistico per quanto degno di rispetto e riflesso di un pensiero dominante. Così come condivido che questo fatto rappresenta una sconfitta per tutti noi.

Consideriamo il fatto che non sono pochi quelli che lotterebbero e vorrebbero ribellarsi non per sfogarsi ma per costruire ma che non sanno da dove cominciare anche se sarebbero pronti ad arruolarsi in un "esercito" che non c'è, o che non c'è ancora.
In questo senso la sconfitta è anche nostra, parlo di noi che abbiamo fatto dell'impegno politico una ragione forte della nostra esistenza che coinvolge la sfera etica di valori riconducibili (spero) all'empatia sociale, ai valori di giustizia, solidarietà, pace.
Oggi che le condizioni oggettive si stanno consolidando dobbiamo capire come non restare isolati da quella parte della società per cui ci impegniamo e per la quale vorremmo lottare.
Questo nodo va risolto!

Poi Morene scrive:
“…Michele non scrive parole a caso, esprime un pensiero coerente, ci scaraventa addosso una vera e propria visione del mondo, nichilistica appunto. Un nichilismo che certo viene da lontano, da molto molto lontano, ma che è diventato, qui sta il punto che strappa la questione ai cenacoli dei filosofi, un senso comune tra le nuove generazioni. Un nichilismo autodistruttivo che porta i pochi al suicidio ed i più alla catalessi, al disincanto paralizzante, all’eutanasia. Un nichilismo certamente indotto ma profondamente introiettato, che è diventato un vero e proprio genocidio di massa delle volontà.
Misuriamoci, per batterlo, con questo nichilismo di massa, altrimenti saremo sopraffatti.
E questo a me pare proprio il terreno su cui ci giochiamo il futuro del nostro Paese, e con esso quello della nostra causa socialista”.
Questo non è semplicemente un appello.
E’ un manifesto, una vera e propria exhortatio che dobbiamo ricevere e non rendere vana riflettendo su quello che abbiamo fatto finora, su quello che stiamo facendo e su quello che vogliamo fare.

E’ difficile adesso stabilire se il ragazzo che si è ucciso sia vittima della Storia o della sua storia.
Probabilmente di entrambe ma sappiamo e non possiamo ignorare che la dimensione sociale di annullamento della dignità insieme a quella economica che la produce negando il soddisfacimento dei bisogni di base attraverso una banale ma indispensabile vita lavorativa, hanno avuto parte determinante in un gesto di rinuncia che non si può liquidare come deriva esistenzialistica o nichilistica capace di influenzare, per contagio, la sfera sociale che è già decisamente nichilistica, non per scelta ma per mancanza di alternative politiche, e quindi culturali, esistenziali.

In calce alla lettera tutti abbiamo letto: “P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi”.
Qui non c’è solo nichilismo. E’ un atto d’accuso e un riconoscimento all’arroganza di un potere che determina e che pare non si riesca a contrastare; un modo del conflitto e della politica di cui noi facciamo comunque parte, per quanto in chiave oppositiva e antagonista.

Spetta dunque anche a noi avere lungimiranza e polso della situazione.

Relativamente alla questione posta il vero problema non la realtà in quanto tale o il rischio di contagio nichilistico della sfera politica; il problema è che si è strutturata una realtà con cui il soggetto debole non può interagire se non subendola e questo crea un muro spesso e invalicabile che si chiama nihil, un vuoto sociale ed esistenziale in cui nessuna soluzione appare possibile.
Il problema non è degli ultimi, ma dei penultimi.


Voglio dire che il suicidio economico o anche culturale è legato ad un processo di declassamento che coinvolge solo marginalmente, sul mero piano statistico, gli occupanti dell’ultimo gradino, non avendo essi categorie di confronto perché non hanno mai avuto niente. Possono sì lasciarsi andare al fatalismo, alla rassegnazione o allo sterile ribellismo ma non ponderano l’idea di farsi fuori e non si lasciano contagiare dal nichilismo, perché a fronte di una sofferenza quotidiana di stenti legati alla sopravvivenza manca l’elemento psicologico della perdita.


Il fatto che l’ultimo gradino è sempre più affollato capovolge la direzione del conflitto sociale e spiega come in passato il conflitto veniva alimentato dalla prospettiva di guadagnare migliori condizioni di vita mentre oggi è determinato dall'angoscia di non perdere posizioni acquisite.


Questo fa la differenza ma non spiega del tutto come oggi c’è un conflitto di classe con le classi tradizionali rimescolate tra loro ma non c’è lotta di classe.

La lotta è una prospettiva esistenziale e non solo politica perché comunque definisce e rende attore un soggetto rispetto alla realtà.

Quando dici che su questo terreno ci giochiamo il futuro del nostro Paese, e con esso quello della nostra causa socialista, dici la cosa giusta.

Il nichilismo lo si combatte portando la lotta da virtual game, da simulazione, a scontro reale, nei modi e nei termini consentiti dall’oggettività storica della situazione che resta maledettamente conflittuale.

In questo tutti noi dobbiamo sentire una grande responsabilità.

Il marxismo non è un modello di società definito ma un metodo di comprensione della realtà storicamente data; metodo che predispone all’azione affinché un modello sociale contrapposto, politicamente giustificato, possa avere la ragionevole aspettativa d’affermarsi.

Noi che ci consideriamo un’avanguardia politica dobbiamo ricordarci che si va avanti a guardare per poi ritornare alla base e organizzare l’azione, e la base è in mezzo ai ceti popolari distrutti dalla crisi; allo stesso modo dobbiamo essere capaci d’agire in retroguardia difendendo la nostra missione dall’opportunismo, e oggi, nel mondo dell’immagine, anche dal narcisismo e dall’esibizionismo in cui troppo spesso alcuni nostri interlocutori parlano di se stessi e troppo poco dei destinatari delle politiche che vorremmo realizzare.

Quindi ricevo il tuo appello compagno Moreno, e senza trascurare l’importanza strategica delle conferenze e degli incontri al vertice, dovremo essere lì, dove il conflitto brucia.

Con la prudenza di non declinare da avanguardia politica ad élite pensante possiamo affermare che la lotta saggiamente organizzata nel popolo, con il popolo e per il nostro popolo è il miglior antidoto contro ogni forma di nichilismo».
Franz Altomare

Libero arbitrio e individualismo


«E' giusto parlarne, perchè quando si è persone che si impegnano nella società è fondamentale avere dei moventi e confrontarli.
Avere dei moventi non vuol dire soltanto avere un programma ma, forse ancor di più, vuol dire avere una visione del mondo e della vita, essere portatori di una cultura politica.

Moreno ha sicuramente ragione dicendo che in questo caso ciò che lascia attoniti è il nichilismo e del resto io, che non sono in generale troppo portato a mettere le questioni sul piano filosofico, ho indicato un bisogno operativo per combattere una società che genera inevitabilmente "persone-scarto".

Indicherei però diversamente le cose dalle quali questo nichilismo viene fuori, in altri significanti e in altri passaggi.
Il problema per me non sta nel fatto che uno dica "sono arrivato libero e me ne vado libero, se qui non mi piace".
E' già più problematico, invece, che il libero arbitrio obbedisca soltanto all'individuo.
Sulla mia vita, si, perchè sono agnostico e questo è un punto di vista da senzadio.
Ma le mie scelte su un'infinità di altre cose non sono mica solo cazzi miei, dato che ho delle responsabilità verso gli altri.
Il libero arbitrio non mi giustifica, altrimenti diventa un libero arbitrio da delinquente.

Quindi attenzione: quand'anche una persona non creda di dover rendere conto in un'altra vita ( e la logica di questo ragazzo mi pare indichi questa tendenza ), questo significa che un senso a sé stessi bisogna costruirselo QUI, adesso. Non essendoci né premi né ricompense, né "compensazioni" ( gli ultimi saranno i primi ), non ci sono margini per riparare a fallimenti nei quali si sia messo sforzo sincero e buona fede.
Hai una sola mano da giocarti: se te la giochi male ti tocca morire senza rispetto di te stesso e questo aumenta enormemente la responsabilità che adesso uno deve sentire verso sé stesso E GLI ALTRI. La buona fede, lo sforzo sincero, nemmeno l'altruismo bastano.
La posta è massima minuto per minuto e non ci sono gli esami a settembre.
Puoi anche pensare che non ci sarà un Giudice ma, dal mio punto di vista, questo vuol dire che giorno per giorno ti tocca essere giudice di sé stesso e ti tocca pure essere cattivo, se non vuoi arrivare alla fine della sola mano che hai da giocarti pensando di averla sprecata perchè sei un pirla.

La dimensione nichilista di quel che Michele ha pensato prima di morire per me sta nel fatto che in quello che dice....non ci sono gli altri.
Ci sono le aspettative frustrate ( ingiustamente ), dell'individuo.
C'è la denuncia, puntuale, delle storture di una società che non si sforza più neanche remotamente di essere per tutti, ma c'è un insieme di aspirazioni che non ha mai la prospettiva di quel che possiamo fare con gli altri.
In una dimensione sociale, che non sia semplicemente trovarsi una donna che in fin dei conti significa semplicemente per entrambi ampliare la sfera del sé stessi.
E manca quindi la comprensione, ovvia e naturale, del fatto che per chi queste ingiustizie le subisce, è solo lo spirito di corpo con chi subisce la stessa ingiustizia la strada di un riscatto; perchè sull'ingiustizia qualcuno prospera e l'ingiustizia non si risolve perchè lo chiedi per piacere, perchè hai studiato, perchè sei diventato un bravo grafico, ti sforzi di essere onesto, credi che ciascuno dovrebbe avere un posto a questo mondo.
Col piffero, non è mai stato così.
Non c'è MAI stata una redenzione individuale, salvo sporadiche botte di culo.
Non c'è bisogno di essere comunisti formati per sapere che l'unione fa la forza per chi non nasce figlio di papà: sarebbe banale buon senso.

Non lo è però per la narrazione fintamente meritocratica del madeself man che è poi la narrazione dominante che tiene buona la gente, la inevitabile massa degli sconfitti, perchè la sua conseguenza ovvia è che se sei sconfitto è colpa tua!
Altro che protestare, hai avuto quel che meritavi.
Che sia forse questo ciò che ha schiacciato Michele? Questo giudizio? Temo che sia più che un semplice dubbio.

Che hai fatto Michele, per ribellarti insieme agli altri milioni di sfigati?
Che hai fatto Michele, per essere veramente anticonformista, quando esserlo veramente significa non sentire sul proprio cuore il peso della disapprovazione altrui di cui invece poche righe prima ti lamentavi, dicendo di averne abbastanza?

E' la dimensione, anzi, l'orizzonte assolutamente impolitico di una denuncia che pure è politica perchè è denuncia di ingiustizia, ad essere nichilista; perchè non contempla una prospettiva di riscatto se non individuale.
Il che è una contraddizione in termini, se non sei nato dal lato giusto del privilegio.

Questa è la dimensione, ai miei occhi, tragica di Michele.
L'ideologia liberale e la società che ne discende lo hanno ucciso. Ma lui quella società oscena non sapeva leggerla in altro modo che attraverso il liberalismo, cioè l'individualismo metodologico, e proprio per questo non ha capito che procedendo individualmente e pensando individualisticamente, non poteva fare altro che fallire.
Ha perso perchè in realtà non ci ha provato; si è esaurito e consumato nel tentativo sbagliato.

Questa, purtroppo, è anche la misura di quanto nella fase storica che in questi giorni arriva ad esaurimento non ci abbiano semplicemente sconfitti.
Ci hanno asfaltati e non contenti hanno messo la retromarcia e ci sono ripassati sopra anche nell'altro verso.
Perchè quello che si capisce da quel che accade nel mondo confrontato con le parole di Michele, è che NON è vero che la storia è finita, ma nel senso comune della gente non è contemplato un altro modo per leggere la storia che sia altro dalla cultura e dal punto di vista di quelli che hanno vinto fin qui.
La storia ha sconfito Fukuyama, ma al momento solo la subcultura di Fukuyama è sul tavolo mentre quella lettura della storia crolla.
E un ragazzo ci ha rimesso la pelle.

Michele, a me, ha sbattuto in faccia questo.
Lui ha detto basta, alle sue condizioni. Questo lo rispetto, anche se non lo condivido.
Io resto qua invece, ma che lui sia morto, è una sconfitta anche a mia.
E' una sconfitta anche nostra.
Perchè non avremo alcun vero cambiamento la fuori con una semplice ribellione, fino a quanto le persone non reimparano da capo che alla vita e al senso di sé si può guardare anche in un altro modo da quello che la società dei vincitori ci ha insegnato, che vincere non è solo e necessariamente una affermazione individuale ma ad esempio, aver tempo da condividere con chi vuoi per fare quello che ti piace e non quello che "devi",perchè non hai bisogno di preoccuparti di mettere in tavola un pasto anche domani.
"Chissà cosa si prova a vincere"?
Il punto è: perchè dobbiamo accettare quel paradigma di cosa voglia dire vincere dato che in quel paradigma possiamo solo perdere?»

Enea Boria


«Dinanzi ad un comportamento violento c'è sempre la paura è come si sa dinanzi ad essa o si fugge o si attacca.
Credo che Michele sia vissuto nella paura da sempre , in famiglia, nei rapporti sentimentali , nella società'
Scrive:
Ho vissuto (male) per trent'anni
Scrive
Non si può pretendere di essere amati
Scrive
Di essere preso in giro, di essere messo da parte

Ci dice quindi che più' che essere CAPITO è' stato solo è sempre raddrizzato non ultimo da uno dei rappresentanti dello Stato, complimentandosi con il Ministro Poletti
Sono tutti capaci ad insegnare senza ascoltare i desideri le volonta' ed i bisogni dell'altro.

Il tema dei "soldi" ha invaso ogni campo della vita di ognuno è' il discorso principale che si affronta nelle case, nei luoghi di lavoro, nei programmi televisivi .....

Il denaro oggi ha comprato anche il più' importante degli insegnamenti che soprattutto i giovani hanno il diritto di riconquistare che è
QUELLO RIGUARDANTE IL VALORE E LA BELLEZZA DELLA VITA E CHE DINANZI A NESSUN OSTACOLO L' ESSERE UMANO È' AUTORIZZATO A PRIVARSENE

Il mio profondo grazie ad Enea,Moreno, Franz che oltre ad aver condiviso con tutti noi le loro profonde riflessioni hanno aggiunto vitalita' al nostro percorso, per combattere oltre all'euro,all'Europa e alla nato la PAURA.....voluta da veri criminali».
Angela Matteucci



mercoledì 25 gennaio 2017

CONFEDERARE LE FORZE (2) PRINCIPI E METODO di Franz Altomare

[ 25 gennaio ]

Programma 101 è parte attiva del tentativo di raggruppare, in forma federativa, correnti e associazioni che condividono l'esigenza di dare vita ad una nuova forza politica popolare e sovranista.
Un processo in corso che chiede non solo uno sforzo militante ma anzitutto di pensiero. In questo conteso pubblicavamo il 5 genniao scorso, il contributo del Consiglio nazionale di P101, che già circolava tra le diverse componenti coinvolte. Qui sotto il contributo di Franz Altomare.


 LE RAGIONI DI UNA COALIZIONE ANTIOLIGARCHICA 

1. Tutti noi condividiamo certamente l’obiettivo generale di fondo, ovvero contribuire alla costruzione di un’alternativa politica credibile e praticabile per sottrarre i ceti subalterni dall’impoverimento crescente imposto dalle oligarchie dominanti attraverso le politiche di austerità. 

2. Il capitalismo neoliberista, o se si preferisce ordoliberista, usa tali politiche come strumento di governo. Lo scopo delle politiche neoliberiste non è solo quello di lucrare profitti per una esigua élite strapotente a danno delle grandi masse di lavoratori sfruttati, precari, disoccupati e dei pensionati, politiche che distruggendo il tessuto industriale e commerciale del Paese impoveriscono le classi medie divorando le piccole e medie imprese e mandando sul lastrico buona parte dei lavoratori autonomi. L’obiettivo finale è decisamente politico: usare la crisi per svuotare la democrazia di tutti gli strumenti che possano contrapporsi all’esercizio di questo potere

La distruzione dello Stato come espressione della sovranità popolare in realtà corrisponde, nell’ambito del sistema ordoliberista, ad un suo rafforzamento e trasformazione in filiale amministrativa di una governance non democratica che si autolegittima in funzione della sua forza di monopolio finanziario capace di condizionare e ricattare intere nazioni, soggiogandone i popoli e ipotecando ogni possibile futuro di riscatto dei ceti impoveriti. 

3. SOVRANITÀ STATALE e SOVRANITÀ MONETARIA sono condizioni necessarie e non negoziabili per la realizzazione democratica di quella che chiamiamo SOVRANITÀ POPOLARE

4. Da soli non si va da nessuna parte. Se convergiamo sull’idea che la dialettica politica, per mantenere una sua logica storica concreta, non può che svolgersi oggi sul piano istituzionale, e conseguentemente agita da un soggetto politico capace di interpretarla e gestirla, allora non possiamo che trarre due prime conclusioni alla base di un comune convincimento su cui costruire un’azione politica condivisa. 

Prima conclusione: è impensabile arrestare le politiche neoliberiste, o anche solo contenerle, restando fuori dalle istituzioni democratiche, per quanto residuali siano ancora gli strumenti lasciati a disposizione delle democrazie parlamentari in conseguenza del vincolo esterno europeo. La conquista democratica del potere da parte del blocco sociale che subisce passivamente le politiche dell’austerità è la prima condizione indispensabile per ambire ad un cambiamento del quadro politico che realizzi un’inversione di rotta del capitalismo neoliberista. 
In sostanza non si ferma la deriva neoliberista lasciando il neoliberismo al governo del Paese, illudendosi di condizionare un percorso storico, o addirittura di dirigerlo, con un’opposizione sociale vaga, frastagliata e dispersa che non si costituisca come opposizione politica unitaria e istituzionale. La strada democratica per puntare ad un futuro governo popolare altro non è che la strada parlamentare, e più in generale quella istituzionale coordinata con una mobilitazione civile pacifica e democratica, ovvero la contemporanea conquista del governo insieme a quella degli enti periferici dello Stato, Comuni e Regioni, perché il ciclo finale economico e amministrativo delle politiche finanziarie dell’austerity si consuma di fatto con la distruzione dello stato sociale a partire dagli enti locali. 

La seconda conclusione, derivante dalla prima è che solo un’organizzazione politica nella forma partito può incarnare quella soggettività in grado di porsi come obiettivo di candidarsi alla guida di un Paese sovrano. 

1. Nessuno si illuda di potercela fare da solo. Fuori dal campo di scontro, che resta istituzionale, la pretesa di condizionare gli eventi dall’esterno o addirittura di dirigerli è una sciocchezza, perché chi crede di controllare il capitalismo lasciandolo al potere finisce per essere controllato dallo stesso, o cooptato o acquisito. Lo scontro si affronta quindi, ed eventualmente si vince, come già detto, sul piano soggettivo e istituzionale. E qui sorge il problema di come organizzare questa soggettività. Non ci soffermiamo adesso sulle condizioni oggettive che danno ragione all’ipotesi di procedere nella direzione che intendiamo intraprendere. Ci basti adesso constatare alcune semplici cose che conosciamo benissimo: 
le condizioni economiche e sociali di vasti strati della popolazione schiacciati dalla crisi, crisi strutturale e permanente e niente affatto ciclica; la presenza di governi che si susseguono senza la volontà né gli strumenti per porre rimedio alle conseguenze di questa crisi; il fatto che questi governi amministrano eseguendo le disposizioni della governance europea in assenza di una reale maggioranza politica; siamo in presenza del paradosso  antidemocratico di governi che godono solo di una maggioranza formale e non sostanziale, mentre la società reale rappresentata dalla maggioranza della popolazione che ha dimostrato di essere, se pur in maniera confusa, decisamente antioligarchica, resta minoranza e minoranza senza rappresentanza politica; Diversi eventi internazionali, e per quanto ci riguarda il referendum sulle riforme costituzionali, dimostrano che la domanda di cambiamento è forte ma che questa domanda potrebbe essere destinata a cadere ancora una volta nel vuoto. 

2. Noi tutti che abbiamo deciso di riunirci condividiamo quindi la necessità di conseguire obiettivi di sovranità statale e di scioglimento del vincolo esterno, di farlo con una organizzazione che compete con il potere sul piano istituzionale, per sostituirci a questo potere con strumenti pacifici e ovviamente democratici (ovvietà storica e non certo teorica). Un solo partito, monolitico e tradizionale, non può farcela per tante ragioni. Al contrario, in una coalizione dove si condividono alcuni obiettivi di fondo le differenze, le diverse provenienze storiche e analitiche possono diventare non un fattore di debolezza ma di forza, proprio in virtù del fatto che ogni gruppo porta con se la sua dote d’esperienza e di specializzazione, e a ben vedere tante posizioni apparentemente eterogenee hanno solo un differente accento su alcuni elemento analitici: c’è chi pone l’accento sull’indipendenza geostrategica dagli Stati Uniti, chi restringe il campo solo all’uscita dall’euro, chi ritiene centrale difendere e far vivere la Costituzione del 1948 enfatizzando gli aspetti giuridici per realizzare una sua attuazione piena, chi parte dall’elemento culturale della globalizzazione per ricostruire una patria in cui il popolo è sovrano, e così via. Con accenti differenti tutti noi condividiamo questi spunti analitici e programmatici. 
3. E’ sufficiente quindi tentare un percorso aggregativo solo in funzione della sovranità statale e quindi della conseguente uscita dell’Italia dall’eurozona e dai principali trattati europei? La nostra risposta è no! Non è sufficiente per la ragione che se le maglie della rete sono troppo larghe la pesca potrebbe non andare a buon fine. E’ necessario dare un minimo di contenuto alla sovranità statale che si ripristinerebbe riconquistando la sovranità monetaria e riprendendo il controllo sulla libera circolazione dei capitali e delle merci: questo contenuto da condividere potrebbe essere il ripristino dello stato sociale, cioè del welfare ripartendo dal punto in cui è cominciata la sua destrutturazione e la ripresa di un suo sviluppo come redistribuzione di diritti sociali e di redditi. Una politica certa sul lavoro minimo garantito non può essere esclusa da questo contenuto. Per il momento ci fermeremmo qui per confrontarci su questi temi ed eventualmente sottoscrivere punti d’intesa, per proseguire nello sviluppo dei punti d’aggregazione, come tutti noi auspichiamo. Ricapitolando una breve bozza indicativa di un eventuale Statuto di Coalizione Popolare: 

Preambolo 

1. Coalizione Popolare è un’alleanza politica di movimenti, partiti e libere associazioni di cittadini organizzata nella forma giuridica partito. 
2. Coalizione Popolare sostiene e promuove una cultura politica di azione e di partecipazione alla vita democratica come garanzia di trasformazione sociale e ripristino della sovranità popolare nella lotta contro lo sfruttamento e l’oppressione, nella prospettiva di costruzione di una società fondata sulla giustizia sociale e ispirata ai valori del socialismo. 
3. Coalizione Popolare PRENDE ATTO della crisi dei partiti storici e del fallimento della rappresentanza per delega in seguito al declino delle istituzioni democratiche, SI ORGANIZZA per resistere all’attacco del capitalismo globalizzato contro le democrazie costituzionali e le sovranità popolari, RICONOSCE l’enorme potenzialità delle numerose realtà associative, politiche e sindacali in opposizione alle politiche dell’attuale sistema di potere e INSISTE sulla necessità di una concreta azione politica comune, condivisa e partecipata, attraverso l'allineamento di tutte le forze della sinistra antiliberista, democratica e costituzionale in Italia. 
4. Coalizione Popolare si pone come primo obiettivo quello di compattare a sinistra la pluralità di soggetti politici, movimenti e associazioni in opposizione all’attuale quadro di potere e individua l’URGENZA di convergere sulla condivisione organizzata di un minimo comune denominatore di obiettivi politici affinché la moltitudine di organizzazioni e posizioni specifiche, di per sé un potenziale di forza, non resti elemento di debolezza disperso e neutralizzato in una frammentazione funzionale al potere dominante ma evolva verso un coordinamento delle forze popolari della nostra società nella lotta per la difesa della sovranità popolare, della democrazia, della Costituzione del 1948 e per l’affermazione della pace e della giustizia sociale. 

OBIETTIVI 

Coalizione Popolare converge e si compatta attorno agli obiettivi politici di seguito elencati, considerati fondamentali e non negoziabili: 

A. SOVRANITA' POPOLARE Recesso dai principali trattati europei e internazionali che limitano la sovranità popolare sancita dalla Costituzione del 1948 con l'avvio di un processo di RICONQUISTA DELLA SOVRANITA' MONETARIA E RIPRISTINO DELLA MONETA STATALE contestualmente a un percorso programmato di uscita dall'Eurozona, dai diktat della Troika e dal sistema del debito sovrano gestito dalle banche private. 
B. ANTILIBERISMO Riappropriazione dei beni comuni e acquisizione da parte dello Stato di quelli già in possesso dei privati: acqua pubblica, proprietà demaniali, patrimonio artistico e archeologico, con amministrazione e gestione diretta da parte di enti dello Stato e assoluto divieto della concessione ai privati per la gestione degli stessi al fine di sottrarre tali beni alla speculazione e al profitto favorendo attivazione di forme di partecipazione sociale e controllo da parte della cittadinanza. 
C. COSTITUZIONE Difesa della Costituzione da riforme regressive e liberiste e sua evoluzione con modifiche e vincoli che la rendano attuativa soprattutto nel dettato in cui si richiama il diritto al lavoro e alle garanzie sociali. 
D. GIUSTIZIA SOCIALE Edificazione dello Stato Sociale con l'istituzione di un fondo permanente per l'eliminazione della disoccupazione involontaria, ricomprensione totale del diritto allo studio e alla salute nel settore pubblico, riqualificazione del sistema previdenziale a garanzia del diritto ad una pensione equa. 
E. ANTIFASCISMO Rifiuto di alleanze politiche con movimenti e partiti xenofobi, neoliberisti e d'ispirazione fascista. 

ALLEANZE A supporto del raggiungimento anche solo di uno o di alcuni degli obiettivi fondamentali, Coalizione Popolare converge non precludendosi un'apertura pragmatica per la costruzione di alleanze politiche strategiche con partiti e movimenti antiliberisti e anti euro, individuando come esclusivi elementi discriminanti per rigettare tali alleanze l’apologia anche indiretta del fascismo, il rifiuto della Costituzione del 1948 come legge fondamentale dello Stato e il rifiuto anche parziale della sovranità popolare a vantaggio di enti sovranazionali di qualsivoglia natura. 
Coalizione Popolare, nel convincimento che solo un fronte democratico allargato può liberare il nostro Paese dall'oppressione oligarchica e ristabilire la Sovranità Popolare, fatti salvi i principi contenuti nel presente Statuto e i limiti fissati nel precedente paragrafo, si confronta al suo interno e si attiva per verificare la possibilità di alleanze strategiche con partiti e movimenti definiti genericamente populisti o interclassisti, rifiutando, per il raggiungimento di tale obiettivo considerato primario, la pregiudiziale ideologica a vantaggio di un approccio critico che che prediliga la concretezza dell'azione politica .

Franz Altomare di Programma 101
19 gennaio 2017

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