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sabato 28 settembre 2019

MONTI, HO QUALCOSA DA DIRTI di Daniela Di Marco

[ Sabato 28 settembre 2019 ]

Sabato 21 settembre ad Assisi, nell’ambito del Festival Il Cortile di Francesco, si è svolto un convegno i cui relatori erano Mario Monti ed Alberto Bagnai.

Un noioso confronto pseudo contraddittorio, con un Monti versione “green” preoccupato del futuro dei giovani ed un sostanzialmente sdraiato Alberto Bagnai verso il collega e ciò che rappresenta.

In questo contesto, alla fine del confronto, Daniela Di Marco, strappando il microfono (non era previsto alcun dibattito) ha preso la parola rivolgendo un originale “messaggio d’auguri” al senatore a vita Monti e annunciare il 12 ottobre.

Pubblichiamo il video del suo intervento e più sotto il testo integrale del suo messaggio, impossibilitata a leggere tutto dalla fuga fulminea dei due senatori e dal disordine creatosi fra gli organizzatori del convegno…



Onorevole Monti,

Ho rinunciato, oggi, per essere qui di fronte a lei, al mio lavoro.

Sono una dei tantissimi piccoli imprenditori, che non possono permettersi un dipendente e nonostante sfrutti me stessa, non arrivo a fine mese.

Sono qui solo per poter farle un augurio sincero, dal più profondo del mio cuore:

Le auguro di trovarsi presto nella stessa identica condizione di migliaia e migliaia di italiani che hanno chiesto il reddito di cittadinanza. Le auguro di avere disperato bisogno di un lavoro e doversi accontentare di un posto da precario, sfruttato per ore e ore consecutive in cambio di un salario da fame (400-500€), con il quale non potrà mai permettersi un mutuo, non riuscirà a pagare l’affitto, dovrà centellinare fra mille rinunce per riuscire a pagarci le bollette: luce, acqua, gas, facendo la spesa all’eurospin, nella consapevolezza che non potrà aiutare i suoi figli.

Ma l’augurio più sentito (e cortesemente rivolga questo augurio anche alla sua collega Elsa Fornero), è quello di ascoltare, mentre vive in questa condizione assurda di stenti, i politici di turno che sbraitano contro i lavoratori italiani, offendendoli nella loro dignità; ascoltarli mentre danno dei “bamboccioni” ai suoi figli; e mentre li esortano ad andare a lavorare, gli stessi continuano però a sdraiarsi supini ai voleri di quel mostro perverso che avete voluto e costruito, attraverso l’euro, per tenere i popoli in miseria.

Se la Grecia è il più grande successo dell’euro, allora la vostra Unione con le sue spietate ed esecrande politiche austeritarie è sporca del sangue di 700 bambini innocenti, come ha dichiarato Federico Fubini, vicedirettore de Il Corriere della Sera, scandalosamente nascondendo la notizia (e non solo dell’innocente sangue greco, se ricordiamo la Yugoslavia, mentite sapendo di mentire, altro che 70 anni di pace!).

L’Ue è una macchina da guerra, ha dichiarato guerra ai popoli che la compongono, servendosi dei moderni carri armati giuridici e finanziari euro-tedeschi.

Non mi dilungo.

I media di regime non daranno notizia, ma io ci tengo a dirlo a lei e a tutti i presenti:

il 12 ottobre noi saremo in piazza, affratellati e uniti dal tricolore della nostra Repubblica (costata il sangue di giovani, uomini e donne che volevano il paese libero dal nazifascismo), per dire che oggi bisogna di nuovo liberare il Paese.

Saremo in piazza per dire:

Liberiamo l’Italia! Usciamo dalla gabbia della UE! Riprendiamoci la sovranità monetaria! Riconquistiamo la democrazia! Applichiamo la Costituzione del 1948! Lavoro e dignità per tutti!

martedì 18 ottobre 2016

SE ANCHE MONTI VOTA NO di Piemme

[ 18 ottobre ]

IL PARTITO TEDESCO CONTRO QUELLO AMERIKANO

Giorni addietro avevo scritto, con particolare riferimento all'antirenzismo di ceffi come D'alema, che certi appoggi è meglio perderli che guadagnarli. Ora un'altra tegola si abbatte sul fronte del NO, si chiama Mario Monti. 
La decisione di votare NO Monti la comunica in un'intervista a cura di Federico Fubini rilasciata proprio oggi al Corriere della Sera. Intervista che va letta per capire perché mai Monti abbia deciso di scendere in campo e mettersi di traverso alla marcia di Renzi verso la sua poco probabile incoronazione.

I fattori che spiegano questo riposizionamento tattico montiano sono diversi, non ultimo quello, meschino, di una vendetta sua e della sua congrega (Letta ad esempio) che Renzi ha effettivamente emarginato dalla stanza dei bottoni.
Ce n'è un secondo, più di sostanza: il NO resta in vantaggio in ogni sondaggio, e Monti e la sua cricca, fiutando la débâcle renziana, vogliono salire sul cavallo vincente, per giocare la partita del dopo-Renzi, di un governo di "larghe intese".
Non si banalizzi, non è solo una squallida lotta di potere, una guerra per bande. Monti spiega bene perché voterà NO. Non è il carattere pasticciato della "riforma" la ragione principale per cui vuole mandare a casa il governo Renzi, sono le sue politiche "populiste" di cattura del consenso elettorale a spese di una rigorosa e austeritaria politica di bilancio. la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso è, per Monti, la recente "finanziaria":
«Fubini: Insomma, è il modo con cui il premier cerca consenso attorno al sì che la spinge al no?Monti: "Esatto. Non avrebbe senso darsi una costituzione nuova, se essa deve segnare il trionfo di tecniche di generazione del consenso che più vecchie non si può. Peraltro trovo fortemente negativo avere tenuto in piedi con l’uso del denaro pubblico queste deformazioni del rapporto degli italiani con la classe politica. Questo problema rischia solo di essere accresciuto portando alla ribalta la classe politica regionale nel nuovo senato"».
Fubini poi chiede se una vittoria del NO, non accentui l'instabilità politica e quindi la crisi dell'Unione europea.

La risposta di Monti è significativa. Se Renzi va a casa avremo un nuovo governo, con la stessa maggioranza, che attuerà con più rigore le direttive della Ue, quindi a Bruxelles e Francoforte non hanno nulla da temere, ma tutto da guadagnare a defenestrare un "populista" megalomane come Renzi. E Monti non esita a sbeffeggiare quella stessa borghesia italiana (Confindustria) che sostiene Renzi nella sua polemica con i diktat austeritari euro-tedeschi. 

Monti fa infine la sua mossa per evitare che una vittoria del NO possa essere letta (come sarebbe logico) come un atto anti-oligarchico e anti-Ue.

Più al fondo, siamo ad un'altra puntata della lotta tra il "partito tedesco e e quello amerikano" in seno alla classe dominante italiana. Fino ad ora questa battaglia era strisciante ora è conclamata, giunta sembra alla resa dei conti. 

Esattamente due anni fa, Pasquinelli, su questo sito, segnalava questa lotta [Il Partito Tedesco], e indicava nel quotidiano la repubblica (oggi anche il Corrierone) ed in Eugenio Scalfari la prima linea del partito tedesco, e citava l'articolo di Scalfari in cui questo invocava la Troika dopo la parentesi renziana. Un'invocazione del protettorato tedesco sostenuta anche da certa sinistra apparentemente insospettabile.

Il referendum, può piacere o meno, sta diventando una sfida decisiva tra il partito tedesco e quello amerikano rappresentato da Renzi e il suo blocco di potere —non a caso il "bomba" è in questi giorni da Obama, a ostentare l'endorsement della Casa Bianca.

Quali conseguenze potrà avere la scesa in campo di Monti —anticipata dal recenti sfilarsi dal fronte pro-Renzi dello stesso Napolitano e ubliquamente dello stesso Mattarella?

Ne parleremo nei prossimi giorni.

giovedì 13 agosto 2015

TSIPRAS-MONTI: TROVA LE DIFFERENZE

[ 13 agosto ]

Grecia, subito più tasse, tagli alla spesa sociale e privatizzazioni.
La Repubblica ha pubblicato il testo integrale dell'accordo tra la troika e il governo di SYRIZA siglato l'11 agosto. Il titolo è inequivocabile: Memorandum od Understanding for a three-year ESM programme.
Qui sotto una scheda riassuntiva pubblicata da Il Sole 24 Ore.
Provate a trovare le differenze con le misure che vennero adottate dai "tecnici" di Monti.

«Un ampio pacchetto di misure, contenute in un'accordo lungo 27 pagine, che spazia dal fisco alla Pubblica Amministrazione, dalle pensioni alle crescita. Ecco le misure che il governo di Atene dovrà mettere in atto per ottenere gli oltre 80 miliardi di aiuti, sulla base del terzo Memorandum concordato con i creditori.

Cambia il sistema fiscale
Si parte con l'eliminazione delle agevolazioni fiscali per le isole dalla fine del 2016, mentre le modifiche alla tassa sugli immobili (Enfia) arriveranno a partire da settembre. Arriva l'abolizione delle agevolazioni fiscali per i carburanti ad uso agricolo e si punta ad una migliore distribuzione degli sgravi per il gasolio da riscaldamento nel 2016. Modifiche anche alla tassazione sulla stazza dei cargo per le imprese mercantili.

Più controlli anti-evasione
Uno dei punti cardine dell'accordo è il rafforzamento dei ranghi del personale dipendente dal dipartimento per i crimini finanziari (Sdoe, l'equivalente della Guardia di Finanza italiana); l'obbiettivo è arrivare alla “soluzione delle mancanze riscontrate nella raccolta delle entrate fiscali”. Partiranno quindi controlli fiscali personali e sui servizi di trasporto da parte della Finanza.

Pensioni e Pa
Revisione del sistema della previdenza sociale; graduale abolizione delle pensioni anticipate e innalzamento del limite dell’età pensionabile a 67 anni; rivalutazione del sistema della previdenza sociale puntando ad un risparmio annuale dello 0,5% del Pil; riforma della Pubblica Amministrazione, con l'apertura accesso alle professioni come ingegneri e notai, la riduzione della burocrazia e accelerazione delle procedure per autorizzare investimenti a basso rischio; nuove proposte per ridurre i ritardi nei procedimenti giudiziari. Così l'accordo intende mettere mano al settore pubblico in Grecia.

Privatizzazioni, banche e crescita
L’idea di base è l'attuazione delle riforme di mercato sui prodotti proposti dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), con una correzione delle misure per la ripresa adottate di recente. Resta l'attuazione del programma di privatizzazioni già avviato dal fondo Taiped e l'attuazione piano integrato per la ricapitalizzazione della liquidità delle banche e gestione dei crediti inesigibili.

Agricoltura, farmaci, energia e credito
Ridefinizione del lavoro di agricoltore; deregolamentazione del mercato dell'energia e sua piena liberalizzazione entro il 2018; riduzione dei prezzi dei farmaci generici e ritorno alla prescrizione dei medicinali; rimozione del tetto del 25% nei pignoramenti di salari e pensioni e riduzione di tutti i limiti sui sequestri fino a 1.500 euro; modifiche alla rateazione per restituzione dei prestiti ed esclusione da questa dei debitori insolventi».

sabato 28 febbraio 2015

GRECIA: BRANCACCIO RISPONDE A MARIO MONTI

[ 28 febbraio ]

Emiliano Brancaccio rovescia analisi e giudizi di Mario Monti sulla vicenda greca:

"Non le promesse di Tsipras ma le ricette della troika si sono dimostrare, oltre che irrealistiche, catastrofiche. 
Parlano i dati ufficiali di Eurostat: crollo della produzione e dell'occupazione, saldi di bilancio a picco, aumento del debito pubblico".


mercoledì 10 settembre 2014

SE ANCHE TSIPRAS VA A CERNOBBIO di ilsimplicissimus*

10 settembre. A Casaleggio, questa volta, gli hanno addirittura tolto la parola. Non perché dicesse cose eversive, anzi!, ma poiché con il suo melenso pistolotto sul web non la finiva mai. Invece Alexis Tsipras è stato ricevuto, dai pescecani riuniti a Cernobbio, quasi una standing ovation.

«Sara lecita una domanda: ma che ci faceva Tsipras all’incontro di Cernobbio, tana del capitalismo italiano? Passi per Casaleggio che dopotutto è un imprenditore e per il secondo anno consecutivo, sfoggiando una costosa mise da guru ha spiegato ancora una volta il miracolo della rete e le straordinarie possibilità di investimento che essa apre dal punto di vista del capitale, vista la quantità enorme di gente coinvolta, ma il piccolissimo numero di dipendenti necessari. Ma Tispras? Lui dice per entrare nel ventre della bestia capitalista e per dire ” la verità a queste persone che hanno avuto l’opportunità di essere leader dell’Europa, ma non hanno fatto cose buone”. Anzi si compiace dell’invito che dimostra come al forum Ambrosetti vogliano sentire una voce diversa con la possibilità di capire che l’Europa non sta andando nel verso giusto.

Forse qualcuno dovrebbe spiegare a Tsipras che la platea di Cernobbio la verità la conosce benissimo, avendola creata e che questi incontri servono non tanto ad ascoltare i relatori, quanto a creare contatti e legami personali, fare affari e invischiare nel miele delle lusinghe i possibili avversari. Cosa se ne fa il Gotha di Tsipras, messo tra l’altro in un panel con Mario Monti? E cosa se ne fa Tsipras del Gotha? Probabilmente è lì non tanto come rappresentante della sinistra, ma come possibile, futuro leader greco dimostrando quella sorta di mite “ragionevolezza” dialettica che da parecchi anni è la maledizione della sinistra. Infatti non si capirebbe quale senso possa avere andare nel ventre del liberismo nel momento in cui -come sostiene – il liberismo è fallito.

Ma, dice Tsipras, la sinistra non è scomparsa, è nella società. E per dimostrarlo fa l’esempio italiano: ”Penso che la base del Pd, che è più a sinistra di Renzi, lo spingerà in una direzione più radicale e più di sinistra. Questa e’ una necessità, non per la sinistra italiana, ma per l’Italia e per l’Europa in generale”. Vengono i brividi a sentire parlare di direzione “più radicale”, quando senza opposizione alcuna abbiamo un job act criticato persino dall’Ocse per la sua estensione totale della precarietà, i dipendenti pubblici che vengono umiliati prima con le bugie e poi con i fatti, la scuola che viene data in pasto a meccanismi e logiche privatistiche, adagiate su un cuscino fraudolento di retorica e promesse, i beni pubblici che, assieme a quelli culturali sono svenduti e dati in pasto proprio ai signori di Cernobbio. E tu parli di direzioni più radicali quando al massimo si tratta di strappare qualche pezza a colore?

La questione psichiatrica della sinistra che tende a dividersi all’infinito come i semi di Anassagora sta forse non tanto in una inarrestabile forza centrifuga e nell’istinto di nicchia, quanto nel fatto che il coagulante delle idee sembra divenire sempre più inefficace e più pallido: appunto brandelli di copertura su una visione del mondo e della società considerata non più contendibile. Ci si può davvero stupire che il tentativo di compattarsi attorno a Tsipras sia fallito

** ALTRE INFORMAZIONI QUI
** QUI il testo dell'intervento di Tsipras

giovedì 7 novembre 2013

EURO, AUSTERITÀ E DEMOCRAZIA

7 novembre. Sono stati appena pubblicati tre nuovi video sul canale You Tube di sollevAzione.
Il primo è una chicca fulminante: Mario Monti parlando ad una Tv americana, ammette che la terapia economica che si sta seguendo in Italia è concepita per distruggere la domanda interna, quindi massacrare il lavoro salariato. La seconda è un'intervista a Emiliano Brancaccio nel ventessimo anniversario del Trattato di Maasstricht. Per ultimo una densa intervista a Luciano Barra Caracciolo. Da Von Hayek a Keynes: il mercato, la Costituzione, la democrazia e il ruolo dello Stato

mercoledì 17 luglio 2013

SPAGHETTI MARI E... MONTI di Emmeffe

17 luglio. "Salva Italia " aveva avuto la faccia tosta di chiamare il decreto voluto dal suo governo.
Poi le cose sono andate come tutti sanno.
Già.
Ma che fine ha fatto quell'incomparabile primo ministro  grazie al quale, nel giro di pochi mesi, una gran parte di italiani si è trovata con le pezze al culo?
Sparito dalle cronache dei quotidiani una volta ultimato il lavoro sporco affidatogli dai figli di Troika di Bruxelles  e dintorni e rimesso in congelatore dai servi sciocchi del Pdl e del Pd meno elle, eccolo che ricompare sulle cronache dei gazzettini marchigiani.


«Un ospite d'eccezione a Porto Recanati: l’ex premier Mario Monti e tutta la sua famiglia a pranzo al balneare Antonio, sul lungomare centrale», titola Il Resto del Carlino.
"Porto Recanati gli piace e dice che ci ritorna sempre volentieri" dice la titolare dello stabilimento.


"A cena hanno mangiato —scrive Filippo Ciccarelli su Cronache Maceratesi— alici marinate, polpettine di baccalà fritte e olive all'ascolana ripiene di  pesce che facciamo noi. Poi coda di rospo alla griglia e sogliole. Alla signora Monti piacciono gli spiedini di gamberi e calamari. Il tutto accompagnato da Verdicchio e Passerina".


Che Monti e famiglia siano venuti a strafogarsi di pesce è probabile.
Che gli italiani stiano pagando il conto e che molti di loro siano ridotti alla fame è certo.
E  che  sperino che una spina gli vada di traverso pure.
Ma un un compitìno da fare a casa datogli da Frau Merkel è quello che  il professore della Bocconi è venuto a fare:
"Quanti sono a Porto Recanati  gli ombrelloni che rimangono chiusi questa estate e quanti i  coperti in meno nei ristoranti rispetto all'anno scorso?


Ma, soprattutto, sono abbastanza dimagriti gli italiani che al mare vanno a mostrar le chiappe chiare?


Ps.

Consigliamo vivamente, per capire cosa i marchigiani pensino di Mario Monti sulla loro costa, di leggersi il profluvio di commenti al vetriolo dei lettori di Cronache Maceratesi che dava notizia della sua visita.

domenica 28 aprile 2013

CHE BESTIA È? di Leonardo Mazzei

Somiglia tanto ad un Monti Bis

28 aprile. Il governo Letta (il nipote) è nato. Ma che governo è? Non è un «governo di scopo», dato che (almeno all'apparenza) non ha limiti né temporali, né programmatici. Non è (almeno nelle intenzioni) un governicchio «balneare», nato solo per prendere tempo. Che sia un governissimo è l'auspicio di molti dei suoi fautori, ma che lo possa essere sul serio è tutto da vedere.
Le intenzioni, però, sono importanti. Personalmente, prendo atto di essermi sbagliato nel prevedere un ritorno alle urne nell'arco di pochi mesi. Il fatto è che la sezione «piddina» del fronte trasversale delle «larghe intese» non ha esitato un secondo neppure davanti alla prospettiva dell'auto-distruzione del proprio partito. E questo, considerato il ruolo del Pd all'interno del sistema politico italiano, non era facilmente prevedibile.

La carica dei 101 «grandi elettori» piddini, che silurando Prodi hanno impallinato definitivamente Bersani, è stato infatti lo snodo decisivo della crisi politica. Senza quell'operazione, giocata nel segreto dell'urna, Napolitano non sarebbe tornato al Colle e Letta sarebbe rimasto a Pisa.

Centouno è un bel numero. Non una piccola cricca dunque, bensì un quarto dei grandi elettori del partito. Che essi abbiano agito con una precisa finalità politica è fin troppo ovvio. Che lo abbiano fatto in stretto raccordo con i finti nemici del Pdl e con i compari di Scelta Civica, idem. E che il piccolo golpista del Quirinale fosse della partita, fin dall'inizio, è fuori dubbio. Resta però una domanda: perché l'hanno fatto?

Una tale determinazione non può giustificarsi solo con i piccoli calcoli correntizi degli ex-Ppi o dei dalemiani. Tantomeno con le ambizioni personali di alcuni protagonisti. Calcoli ed ambizioni avranno come sempre giocato il loro ruolo, ma solo qualcosa di più, che attiene alla natura profonda del Pd, può spiegare l'inversione di 180° operata nell'arco di poche ore.

Un fatto di questo tipo si può comprendere solo se usciamo dall'ambito ristretto delle dinamiche partitiche. Il fatto è che il terremoto prodotto dalle elezioni di febbraio ha spaventato sul serio il blocco dominante. Una crisi politica si può sempre affrontare con mezzi ordinari, ma se capita nel bel mezzo di una crisi economica senza sbocchi, essa richiede soluzioni d'emergenza. Accadde così anche nel novembre 2011, con l'intronizzazione di Monti a Palazzo Chigi e la sua investitura a Salvatore della patria.

Ed è andata così anche in questo aprile 2013. E questo è il secondo elemento di forte continuità con il governo uscente, essendo il primo l'identico ruolo di regista interpretato oggi come allora dal monarca del Quirinale, vero referente delle oligarchie nostrane ed euroatlantiche, terrorizzate dall'ipotesi che l'Italia possa in qualche modo sganciarsi dalla gabbia europea.

Ci sono poi altri elementi di continuità con il governo Monti: due ministri resteranno in carica, magari cambiando ministero (Cancellieri e Moavero), altri due sono montisti a tutti gli effetti (Mauro e D'Alia), quattro sono qualificati come «tecnici», ma qui più che il numero conta il peso di un altro uomo di Bankitalia (Saccomanni) all'economia. Un discorso a parte meriterebbe (ma non lo facciamo qui) l'ultra sionista ed iper-atlantista Bonino, una ministra degli esteri che rappresenterà l'Italia sventolando la bandiera israeliana con la destra e quella a stelle e strisce con la sinistra.

Naturalmente ci sono anche i cambiamenti. Un altro governo mascherato come «tecnico» sarebbe stato semplicemente improponibile, così come il volto di Monti che è stato infatti prontamente cestinato. Occorreva mascherare la continuità avvolgendola in un involucro nuovo. Ecco dunque il governo politico (così lo ha buffamente qualificato Napolitano, quasi potessero esistere governi «non politici»). La «politicità» sta nel diretto coinvolgimento di tre forze politiche (Pd, Pdl, Sc), che sono però esattamente le stesse che per oltre un anno hanno garantito la vita e le porcherie politiche e sociali del peggior governo della storia repubblicana.

Cambiamento nella continuità: questo il succo dell'operazione che ha portato Letta a Palazzo Chigi. A legittimare politicamente il «governo dei tecnici» ci aveva provato lo stesso Monti, ma la sua «ascesa» in politica ha fatto flop nelle urne. Dunque bisognava procedere per altre vie. Ma la strada era stretta. Se da un lato occorreva negare il senso del voto dei febbraio, dall'altro bisognava mettere assieme i burattini del teatrino della politica secondo-repubblichina.

Il Pd e il Pdl, per quanto costituitisi nella forma attuale assai di recente, sono il punto d'arrivo della degenerazione politica prodotta dal bipolarismo impostosi vent'anni fa. Per tutto questo periodo, questi due poli hanno litigato sulle questioni secondarie, condividendo invece le scelte fondamentali: atlantismo in politica estera e militare, eurismo prima ancora che europeismo come dogma intangibile alla base di ogni decisione, liberismo sfrenato ed amore per le privatizzazioni, attacco sistematico ai diritti dei lavoratori, cultura presidenzialista... e si potrebbe continuare.

Per due decenni la farsa bipolare imponeva però il litigio. Che era poi il modo migliore per accreditare l'idea di un bipolarismo democratico. Ora la crisi non può più permettersi il lusso di questo teatrino, e l'imbroglio «democratico» è svelato. I due poli vanno a nozze, ben sapendo che vi sarà un prezzo da pagare. Comodo, molto più comodo, proseguire come prima, con una intercambiabilità nella sostanza occultata però dalle grida televisive di talk show sempre più meschini. Più comodo, ma oggi impossibile visti i numeri parlamentari.

Ecco un effetto del successo elettorale del M5S: aver posto fine alla farsa precedente, aver costretto Pd e Pdl all'accordo di governo. Un accordo - questo è il punto che ci preme sottolineare - che non ha forzato i contraenti sul programma, bensì sulle mini-identità costruite in questo ventennio. Che non sono più le identità legate ad una visione del mondo, dato che da vent'anni ormai non vi sono più (almeno nelle istituzioni) comunisti, socialisti, cattolici, liberali o fascisti, ma solo ed esclusivamente «berlusconiani ed antiberlusconiani».

Ed infatti, mentre non risulta che Letta abbia trovato difficoltà sul programma, ha invece dovuto disegnare la sua compagine in modo e maniera da non urtare più del necessario le suscettibilità dei principali contraenti dell'accordo che ha portato alla formazione del suo governo. Suscettibilità che riguardano l'immagine non la sostanza delle questioni che il nuovo esecutivo si troverà ad affrontare.

I 101 piddini dal volto ignoto non sono dunque dei «traditori» del loro partito. Certo, dal punto di vista etico sono assai peggio, ed in un partito degno di questo nome avrebbero già ricevuto un trattamento adeguato. Ma dal punto di vista sostanziale essi sono il vero Pd, dato che hanno intrapreso l'unico percorso realistico per continuare la politica sulla quale il Pd è nato, che non è diversa da quella messa in atto da Monti dal novembre 2011.

Questo non significa negare i reali travagli presenti nel corpaccione piddino. I travagli ci sono perché la crisi arriva anche lì e le vecchie certezze fanno acqua da tutte le parti. Ma quello che qui va sottolineato è l'assenza di ogni discussione tra Pd e Pdl sulla linea complessiva del futuro governo, ad esempio sui nodi dell'Europa e del Fiscal Compact. Mai prova sulla piena compatibilità ed intercambiabilità sistemica di questi due partiti fu più evidente.

Tornando a bomba, che bestia è allora il governo Letta? Rispondere a questa domanda iniziale è facile e difficile al tempo stesso. E' facile, come ho cercato di argomentare, riguardo alla natura oligarchica di questo governo. E' difficile riguardo alla sua forza e alla sua durata.

L'imposizione del duo Napolitano-Letta, consumatasi nel breve volgere di una settimana, è la fedele rappresentazione dello stato attuale del blocco dominante. Un blocco con un consenso sociale alquanto ridotto, ma ancora capace di fare quadrato, di asserragliarsi nella fortezza, attaccare l'opposizione, prepararsi se necessario alla repressione, rimandando a tempi migliori la riconquista di un'egemonia ormai traballante.

Chi ha voluto a tutti i costi la nascita del governo Letta non ha certo in mente un governicchio, ma un governo sufficientemente forte per svolgere i compiti di cui sopra. Che poi il nipote del ben noto zio ci riesca è tutto un altro discorso. La composizione del governo, con personale politico di seconda e terza fascia, lascia capire quanti dubbi vi siano fra gli stessi artefici dell'operazione.

Ma il vero nodo è un altro, e si chiama Europa. A leggere la stampa questi giorni è tutta una riduzione di tasse: via l'Imu sulla prima casa, rinvio della Tares e dell'aumento dell'Iva, abbassamento delle tasse per le imprese, qualche contentino perfino sull'Irpef dei lavoratori. La premessa di tutto ciò è che l'Europa in qualche modo «allenterà i vincoli». Lo chiede lo stesso Fmi, lo accenna qualche voce a Bruxelles. Ma da Berlino, per ora, sono arrivati solo dei no.

La verità comunque è nota. Qualche allentamento è possibile, come dimostra il caso spagnolo, ma niente che possa davvero cambiare i problemi che hanno portato l'Italia dentro una recessione senza sbocchi. E i dati evidenziati recentemente anche dal Def (sui quali torneremo in un prossimo articolo), specie se letti in rapporto ai futuri vincoli imposti dal Fiscal Compact, non lasciano scampo.

Al governo antipopolare dell'ultras eurista Enrico Letta non resterà altro che continuare la politica della svalutazione interna: taglio ai salari, alle pensioni, a quel che resta del welfare, aumento programmato della disoccupazione e della precarietà. Un programma sufficiente forse per restare alla guida di un governo asserragliato nella fortezza, non certo per riconquistare il consenso perduto.

Detto questo è detto tutto, con delle conseguenze che ci riguardano da vicino. Perché se il dominio non garantisce l'egemonia al blocco dominante, dall'altra parte (cioè dalla nostra) il dissenso non garantisce alcuna alternativa. Qui non si tratta tanto di allargare ancora il dissenso e l'opposizione. Questo andrà fatto, ma sapendo che tutto ciò ha senso solo lavorando alla costruzione di una strategia per la sollevazione e per il potere. Una strategia che richiede un programma, una linea politica, un'organizzazione, un gruppo dirigente forte e determinato. Inutile, perché noto, ricordare qui quante di queste condizioni siano oggi assenti. Utilissimo invece inquadrare i termini reali del problema.

Pagando prezzi non piccoli, il blocco dominante prova ora a compattarsi su Letta. Neppure lorsignori sono certi del successo dell'operazione, meno che mai della durata del governo. Ma ci provano, dato che i loro interessi di classe e di casta non sono negoziabili. E' vero, si sono chiusi nella fortezza, ma non è detto che sia una fortezza facilmente espugnabile. Guai ad immaginare una resistenza di impronta sindacale. Essa verrebbe facilmente sconfitta. Guai a pensare ad una strategia meramente rivendicazionista. Essa non troverebbe neppure il necessario sostegno sociale. La difesa degli interessi materiali del popolo lavoratore va immediatamente legata alla prospettiva della sollevazione.

Tutto ciò richiede un'accelerazione all'altezza di quella che sul fronte opposto ha portato alla nascita del governo Letta. Almeno in questo le lezioni che ci vengono dal blocco dominante hanno una loro indiscutibile utilità.  

mercoledì 17 aprile 2013

LA TRIADE di Leonardo Mazzei

17 aprile. L'Italia non è ancora una repubblica presidenziale, ma la costituzione materiale va dirigendosi in quella direzione. E' un processo che viene da lontano, ma che ha trovato in Napolitano l'accelerazione decisiva verso un esercizio esorbitante del potere quirinalizio. Non sappiamo chi sarà il prossimo presidente, ma sappiamo cos'è diventata la presidenza della repubblica.


Dopo Napolitano: l'inciucio possibile
di Leonardo Mazzei*
Domani inizieranno le votazioni per eleggere il successore di Napolitano. Il quale ha concluso il settennato con due atti che dicono tutto. Prima la nomina di una commissione extra-istituzionale di «saggi», pur di imporre un esecutivo perfettamente allineato con quello uscente, alla faccia dei risultati elettorali di febbraio. Poi, la grazia gentilmente concessa ad uno dei sequestratori americani di Abu Omar, il colonnello Joseph Romano, tanto per ribadire il pieno asservimento ai banditi internazionali di Washington.

Certo, com'era scontato, nessuno si è accorto delle conclusioni dei «saggi». Conclusioni vuote e banali, che confermano come lo scopo fosse in realtà solo quello di prendere tempo, come ha candidamente confessato il «saggio» Onida, che nella sua saggezza ha comunque saggiamente deciso di partecipare ugualmente alla sceneggiata napolitana.

Al momento non sappiamo chi sarà il nuovo presidente della repubblica. Lo sconquasso del sistema politico è grande e la confusione regna sovrana, come dimostra in abbondanza lo scontro interno al Pd. Sappiamo però una cosa: chiunque verrà eletto si ritroverà con un potere ben più ampio di quello previsto dalla Costituzione.

L'Italia non è ancora una repubblica presidenziale, ma la costituzione materiale va dirigendosi in quella direzione. E' un processo che viene da lontano, ma che ha trovato in Napolitano l'accelerazione decisiva verso un esercizio esorbitante del potere quirinalizio.

Tutto cominciò con Cossiga, che ebbe la ventura di trovarsi al Colle al momento giusto, cioè nel decisivo biennio 1989-1991 (crollo del blocco dell'est e della stessa Urss), che terremotò il sistema politico della prima repubblica, aprendo la strada all'attacco del principio democratico della rappresentanza da sostituirsi con quello della «governabilità». Da qui la corsa all'aumento dei poteri esecutivi a tutti i livelli: dai sindaci podestà, ai presidenti di regione divenuti governatori, fino al riconoscimento de facto al Quirinale di poteri prima sconosciuti.

I giustificazionisti di questa corsa verso il presidenzialismo amano parlare di un «ruolo di supplenza» che Napolitano avrebbe esercitato per rimediare ai guasti di un sistema politico impallato. Ma è davvero così? A noi sembra proprio di no, basti pensare al ruolo decisivo avuto dal Quirinale nel marzo 2011 per portare l'Italia ad unirsi all'aggressione occidentale alla Libia. Altro che «ruolo di supplenza» dovuto alle beghe della politica italiana!

Per questi motivi, la scelta del successore di Napolitano è assai più importante di quanto poteva essere in passato un'elezione presidenziale. E poiché, specie negli ultimi anni, Napolitano è stato il garante verso l'Unione Europea della fedele applicazione delle ricette draconiane imposte dal dogma eurista, è evidente l'attenzione di Bruxelles, Berlino e Francoforte verso le scelte che verranno prese dai cosiddetti «grandi elettori».

Dato per scontato il necessario servilismo atlantista, sarà la fedeltà eurista il requisito essenziale per partecipare alla corsa al Colle. I nomi che circolano sono lì a dimostrarlo. Le biografie di Prodi, Amato e D'Alema sono troppo note perché vi sia bisogno di illustrarle. In un quadro come l'attuale le sorprese sono sempre possibili, ma è assai improbabile che si esca da questa triade. E qualora se ne uscisse per scegliere un personaggio di seconda fascia  al posto di una di queste tre «punte» (ad esempio Violante al posto di D'Alema), il ragionamento non cambierebbe.

Nelle tempestose acque della politica italiana, di fronte ad una catastrofe economica sempre più grande che la classe dirigente non sa proprio come affrontare, l'Europa vuole comunque un garante che assicuri la prosecuzione dei sacrifici per l'euro. Fino ad ora questo garante è stato Napolitano, assai più dello stesso Monti, la cui inconsistenza politica si è ben misurata nelle vicende degli ultimi mesi. Ora tenteranno il passaggio del testimone ad un personaggio, inevitabilmente diverso, ma dotato dello stesso grado di fedeltà e di internità al blocco oligarchico continentale che ha legato le proprie fortune alla tenuta dell'eurozona.

In questo quadro, troviamo la tattica del M5S del tutto sbagliata. Già candidare alle cosiddette «quirinarie», personaggi come Prodi, Bonino e Caselli la dice assai lunga sulla composizione della platea elettorale telematica del movimento. E' vero che la graduatoria della votazione ha visto poi sul podio Gabanelli, Strada e Rodotà, ma resta il rischio di un segnale sbagliato: quello di un M5S che inizia a farsi impastare nei giochi trita-tutto del Palazzo.

Il blocco oligarchico secondo-repubblichino litiga su tutto, ma non si lascerà certo dividere da una candidatura di Rodotà. La «casta», se vogliamo usare il linguaggio in voga, non voterà mai contro se stessa. Tanto meno lo farà sapendo di fare un favore al movimento di Grillo, ad oggi ritenuto non a torto il principale pericolo per la propria sopravvivenza.

Anche qualora saltasse l'accordo Pd-Pdl - ipotesi che chi scrive considera tutt'altro che irrealistica - resterebbe comunque una maggioranza Pd-Sel-montiani sufficiente ad eleggere un presidente, a quel punto verosimilmente nella persona di Romano Prodi, uno dei maggiori responsabili delle privatizzazioni e della scelta di entrare nell'euro, nonché presidente della Commissione europea dal 1999 al 2004.

Alla triade, alla politica ed agli interessi che rappresenta, occorre contrapporre un candidato veramente alternativo. Un nome di rottura, che evidenzi fin dal primo voto l'opposizione ad un presidente in continuità con il piccolo golpista che ha intronizzato Monti come premier. Ogni altra scelta sarebbe suicida. 

sabato 23 febbraio 2013

LA BOMBA SCOPPIERÀ


Nuova fase, nuovi compiti

Intervista a Moreno Pasquinelli
 
A cura di sollevAzione

«Era ora che scoppiasse la bomba, una bomba che mentre porterà il lutto nel blocco dominante, causerà un’ondata di gioia e di esultanza per milioni e milioni di cittadini italiani. Noi condivideremo questa felicità, che sarà di buon auspicio, che darà al popolo lavoratore la speranza e l’ottimismo per affrontare le fide durissime che ci aspettano».

venerdì 8 febbraio 2013

ELEZIONI: UN’EQUAZIONE SENZA INCOGNITE


Le tre speranze della borghesia globale

Di Piemme

Un gay ha il pieno diritto di rivendicare con orgoglio il proprio  modo d’essere. Non ha tuttavia il diritto di prenderci per il culo.

giovedì 7 febbraio 2013

CARO MARIO, CARO PIERLUIGI

Anche le mummie hanno un'anima

di Leonardo Mazzei

«Alla luce di questi sviluppi, ci sembra confermata la giustezza dell'indicazione di voto al M5SColpire il sistema politico con l'unico corpo contundente a disposizione: di più questa volta non possiamo fare»

martedì 29 gennaio 2013

IL GIOCO DELLE PARTI

Gli scenari elettorali e il matrimonio Monti-vendola officiato da Bersani

di Leonardo Mazzei

«Il gruppo dirigente del Pd non è fatto di sprovveduti, ed essi sanno benissimo quanto sia decisivo coprirsi a sinistra mentre ci si dirige a destra. Questa regola aurea è tanto più valida in tempi tempestosi come quelli che si annunciano».

lunedì 21 gennaio 2013

ELEZIONI: SE MONTI...

...  NON SALE SUL PODIO

di Emmezeta

Doveva spaccare il mondo e invece si spaccherà solo le corna. Non è passato neanche un mese dalla sua «salita» in politica, una specie di ascensione in cielo benedetta dalla Curia e dalla Banca, e tutto è salito fuorché i suoi consensi.

giovedì 3 gennaio 2013

Il "piano complesso" della politica italiana

Le alleanze possibili, le improbabili e quelle impensabili

di Fiorenzo Fraioli*


L'equazione €2+1=0 non ha soluzioni nel piano dei soli "interessi Reali". Per risolverla, è necessario definire con maggior precisione il significato del termine.

mercoledì 2 gennaio 2013

I NUMERI TRUCCATI DELLA «AGENDA MONTI»

Se questo è un tecnico

di Leonardo Mazzei*

La cosiddetta «Agenda Monti», spacciata per oro colato da parte dei media, contiene  in realtà una serie di errori madornali. Ecco svelate le bugie di Monti-Pinocchio.

mercoledì 19 dicembre 2012

VOX POPULI, VOX DEI

Si candida o non ci candida?
No che non si candida!

di Piemme

Accetto scommesse. Mario Monti non si candiderà. Tutta questa storia della sua scesa in campo è secondo me una stucchevole pantomima. C'è una ragione per la pantomima e una per spiegare perché Monti non sarà presente in alcuna lista.

domenica 16 dicembre 2012

DA UNO PSICODRAMMA ALL'ALTRO

Verso le elezioni: tanta confusione, una sola certezza
di Leonardo Mazzei



La confusione sotto il cielo è grande, e per certi versi la situazione potrebbe diventare eccellente. Il blocco degli eurosacrifici non ha ancora deciso del tutto come schierare i suoi pezzi sulla scacchiera elettorale. Segno di una certa difficoltà politica, di consensi magri, di gruppi dirigenti litigiosi. Il simbolo di tutta questa incertezza si chiama Monti Mario.

domenica 9 dicembre 2012

BERLUSCONI: L'ETERNO RITORNO

E adesso?

di Piemme

«Dispuesto a morir matando. Eroico e caotico, egotico e noncurante, ma anche a suo modo tormentato, ribollente di orgoglio e di amor proprio, il nostro Cav. va a sbattere la testa contro il muro. Ridiventa uomo nero della democrazia italiana. (...) Sa sbaragliare con torva meticolosità, in piena coazione a ripetere. Non ascolta altro che la eco del suo sé stesso». 

Così, il pugnace destriero Giuliano Ferrara, spiega la doppia mossa di Berlusconi: togliere la fiducia a Monti —fuori tempo massimo certo, dopo avergli permesso di fare i danni che ha fatto— e ricandidarsi un'altra volta ancora alla guida del paese.

sabato 20 ottobre 2012

MONTI: PIÚ BUGIARDO DI BERLUSCONI

La prima pagina del Secolo XIX del 30 dicembre 2001
Nessuna nuova manovra?
Ecco l'ennesima stangata: il Ddl «stabilità»

di Leonardo Mazzei


Il "tecnico" Monti si dimostra un "fine politico", ovvero un bugiardo di prima cartella. In ben tre occasioni aveva assicurato che  dopo il "Salva Italia" non ci sarebbero state più "manovre". Ve le rammentiamo: il 30 dicembre 2011, il 20 febbraio 2012 e poi il 20 luglio. Il bello è che la ripetuto ieri,19 ottobre, a Bruxelles in occasione del Vertice europeo: «Non prevediamo una manovra aggiuntiva. Se la congiuntura peggiora il disavanzo nominale peggiorera' un po' ma non quello in termini strutturali, e quindi non c'e' ragione per una manovra aggiuntiva" e non ci sara' "alcuna deviazione dagli obiettivi di bilancio». E' proprio il caso di toccare ferro. Lupus infabula.

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