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giovedì 4 aprile 2019

LA CRISI ECONOMICA E LE BANCHE CENTRALI di Eric Toussaint

[ 4 aprile 2019 ]

Gli elementi di una nuova crisi finanziaria internazionale sono tutti presenti; non si sa quando essa scoppierà ma quando accadrà il suo effetto su tutto il pianeta sarà importante

I principali fattori di crisi sono:
da una parte l’aumento ingente dei debiti privati delle imprese
dall’altra la bolla speculativa sui prezzi degli attivi finanziari1: borse valori, prezzi dei titoli del debito2, e, in certi paesi (Stati Uniti, Cina …), di nuovo il settore immobiliare. I due fattori sono strettamente interconnessi.

Anche le imprese che hanno un’enorme liquidità3 a loro disposizione come Apple si indebitano massicciamente perché approfittano dei bassi tassi di interesse4 per prestare ad altre il denaro che esse prendono a prestito. Apple e numerose altre imprese prendono a prestito per prestare a loro volta e non per investire nella produzione. Apple prende a prestito anche per riacquistare le proprie azioni5 in borsa6. Ho spiegato questo in un articolo intitolato «La montagna dei debiti privati delle imprese sarà al centro dellaprossima crisi finanziaria» , pubblicato il 9 novembre del 1917.

Banche centrali e bolla in arrivo

Le bolle speculative ora citate sono il risultato delle politiche condotte dalle grandi banche centrali (Federal Rèserve degli Stati Uniti, BCE7, Banca d’Inghilterra, da 10 anni, e dalla Banca del Giappone dallo scoppio della bolla immobiliare negli anni 1990) che hanno iniettato migliaia di miliardi di dollari, euro, sterline, yen nelle banche private per mantenerle a galla. Queste politiche sono state chiamate Quantitative easing o allentamento monetario quantitativo. I mezzi finanziari che le banche centrali hanno distribuito a profusione non sono stati utilizzati dalle banche e dalle grandi imprese
capitaliste degli altri settori per l’investimento produttivo. Essi sono serviti a acquistare attivi finanziari: azioni di borsa, obbligazioni8 di debiti delle imprese, titoli di Stato sovrani9, prodotti strutturati10 e derivati11… Questo ha generato una bolla speculativa sul mercato borsistico, sul mercato obbligazionario (vale a dire le obbligazioni dei debiti) e, in alcuni paesi, nel settore immobiliare. Tutte le grandi imprese sono sovra-indebitate.
Questa politica delle banche centrali testimonia il fatto che le decisioni dei loro dirigenti sono determinate interamente dagli interessi a breve termine delle grandi banche private e delle grandi imprese capitaliste degli altri settori: impedire fallimenti a catena e, di conseguenza, perdite considerevoli dei grandi azionisti.
Questa politica ha anche a che fare con una caratteristica dell’odierno capitalismo finanziario: una parte sempre meno importante del nuovo valore creato è reinvestito nella produzione-
Una parte crescente del nuovo valore è utilizzata sotto forma di dividendi per gli azionisti o di riacquisto di proprie azioni, di investimenti speculativi particolarmente in prodotti strutturati e derivati … François Chesnais parla in particolare di <> [1].
Torniamo alla politica adottata dalle banche centrali per combattere la crisi esplosa nel 2007/2008. Il loro intervento non è riuscito a risanare il sistema, anzi, gli elementi di fragilità sono rimasti o sono aumentati: il rapporto fra i fondi propri (i capitali dell’ impresa12) e gli impegni assunti dall’impresa é troppo debole. In effetti, il livello di questo rapporto è insufficiente per fare fronte ad una perdita di valore che sarebbe provocata da una caduta dei valori borsistici, del mercato obbligazionario o di altri attivi finanziari posseduti dall’impresa, sia essa una banca o un’impresa come Apple o General Electric per citare due esempi. Tutte le imprese sono fortemente indebitate perché il ricorso al prestito costa loro molto poco grazie ai tassi di interesse che sono molto bassi (0% nella zona euro, -0,1% in Giappone, 0,75% in Gran Bretagna, 2,5% negli Stati Uniti) e una pletora di capitali sono alla ricerca di un massimo del rendimento finanziario pronti ad acquistare dei titoli di debiti dubbi (junk bonds13) emessi da imprese in situazione precaria. Quindi imprese come Apple che hanno una buona reputazione in termini di salute finanziaria si indebitano per poi acquistare titoli cattivi ad alto rendimento. Le imprese in cattive acque che emettono questi titoli cattivi ad alto rendimento si trovano in una situazione permanente di indebitamento: esse si indebitano per poter rimborsare i prestiti precedenti.
Alla fine di dicembre 2018, un grande crack in borsa ha rischiato di esplodere negli Stati Uniti e l’effetto del contagio è stato immediato. Si è trattato di un ulteriore segnale annunciatore di un importante crack futuro.
Il mercato immobiliare statunitense è tornato fragile: il prezzo degli immobili è aumentato del 50% rispetto al 2012 e il suo livello supera quello raggiunto subito prima della crisi che era iniziata nel 2005-2006 e ha provocato la grande crisi internazionale del 2008-2009. Alcuni specialisti ritengono che potrebbe essere l’alba di una nuova crisi del settore immobiliare perché l’attività ha cominciato a rallentare e le vendite delle abitazioni sono diminuite. Il proseguimento della politica di allentamento monetario (Quantitative Easing) in Europa, come pure la sua fine negli USA costituiscono fattori di crisi.
Le grandi banche private dette sistemiche sono estremamente fragili e il valore delle loro azioni nella seconda metà del 2018 è calato fortemente negli Stati Uniti e in Europa e la caduta sta continuando nel primo trimestre del 2019. Le grandi banche private sono sostenute dalle banche centrali14 dei rispettivi paesi. La Fed non rispetta il proprio impegno di rivendere i titoli del debito privato tossico (i famosi mortgage backed securities – MBS -). Nel marzo 2019 essa detiene un volume enorme di 1600 miliardi di $ di MBS (vedi QUI consultato il 17 marzo 2019) acquistati nel 2008-2009 dalle grandi banche private per salvarle. La Fed sa benissimo che se essa vendesse massicciamente questi titoli come ha promesso, il prezzo di questi crollerebbe e in conseguenza, anche il mercato obbligazionario degli Stati Uniti. Essa sa pure che se aumentasse il tasso d’interesse al di sopra del 2,5% tutta una serie di imprese indebitate andrebbero incontro a gravi difficoltà di rimborso/rifinanziamento dei propri debiti. Senza contare che questo farebbe crescere anche il costo del rimborso del debito pubblico.
La BCE da parte sua continua a concedere prestiti di liquidità alle banche a tasso 0% e sta promettendo loro di non aumentare i tassi prima del 2020 (vedi Martine Orange, “La BCE di fronte ai propri limiti”, pubblicato l’8 marzo 2019 e Delphine Cuny (La Tribune), “La BCE scuote i mercatirinviando l’innalzamento dei tassi”,[l-actu-du-jour]-20190308, pubblicato il 7 marzo 2019). Inoltre la BCE concede alle banche private nuovi ingenti prestiti a medio e lungo termine, quello che in gergo si chiama TLTRO (Targeted longer-term refinancing operations). A dipenderne maggiormente sono le banche italiane e spagnole (secondo JPMorgan esse costituiscono il 55% del monte prestiti in occasione dell’ultimo TLTRO) ma poiché tutte le banche sono interconnesse, tutte ne dipendono più o meno direttamente. Aggiungiamo che le banche europee usano massicciamente il denaro che esse ottengono a tasso zero per acquistare titoli del debito sovrano, di preferenza quello del proprio Stato, ma anche di altri Stati europei, cosa che procura loro un rendimento positivo da titoli considerati come sicuri perché emessi dagli Stati.
L’infatuazione delle banche e degli altri attori presenti sui mercati finanziari15 per i titoli del debito pubblico è impressionante: tutti gli Stati della zona euro sono riusciti a prendere in prestito grosse somme di denaro nel corso dei primi tre mesi del 2019 (come già nel 2018). Ogni offerta di prestiti vede affluire le offerte d’acquisto. In genere, quando uno Stato vuole prendere in prestito un miliardo di €, le banche ne propongono 4, tanta é la liquidità di cui dispongono (che proviene ampiamente dalle banche centrali a loro servizio),ciò segnala quanto esse vogliono acquistare dei titoli pubblici perché remunerativi e sicuri. Inoltre, come ho dimostrato nel mio libro Bancocratie, il fatto di acquistare titoli sovrani permette alle banche di aumentare artificialmente il rapporto dei loro fondi propri rispetto al loro bilancio grazie ai sistemi della ponderazione degli attivi per il rischio (vedere «Tout va très bien madame la marquise»  e Bancocratie, capitolo 12, Aden, Bruxelles, 2014). Ma quando la crisi assumerà un andamento catastrofico, i media dominanti e i banchieri accuseranno di nuovo gli Stati di fare troppe spese pubbliche e di emettere troppo debito pubblico.
Crescita in generale molto debole, stagnazione o forte recessione16 in una serie di casi
La crescita economica nei “vecchi” paesi più industrializzati resta debole ed è in diminuzione in molti paesi chiave. In particolare in Europa dove, dopo una piccola crescita nel 2017, l’anno 2018 è terminato con una stagnazione e nel caso della Germania, con una caduta della produzione industriale nel quarto trimestre del 2018 e nel primo del 2019 (Financial Times, «Germanindustrial production drops unexpectedly», 11 Marzo 2019, ). Le autorità tedesche hanno rivisto al ribasso le previsioni di crescita del 2019 riportandola all’1% (mentre nel 2016-2017 esso superava il 2%). Gli investimenti nell’Unione Europea hanno impiegato 12 anni per ritornare al livello del 2007 prima dello scoppio della crisi (Financial Times, « EU investment rebounds to level before 2008 financial crash », 9 Marzo 2019).
A livello della zona euro, la crescita nel terzo trimestre 2018 è stata appena dello 0,2%, la più bassa da 4 anni. L’Italia è in recessione. La Francia conosce una piccola ripresa grazie alla leggera crescita dei consumi che è il risultato del movimento dei Gilet gialli che ha portato Macron a non rispettare ciecamente la disciplina di bilancio (vedere il mio articolo: Europe : désobéir pourmettre en œuvre une alternative favorable aux peuples, 12 février 2019, )
In Giappone, la crescita nel periodo aprile 2018-marzo 2019 è di circa lo 0,9%, anch’essa in ribasso rispetto al 2017. L’economia USA è anch’essa in fase di rallentamento, il FMI17 prevede una crescita del 2,5% nel 2019 contro il 2,9% nel 2018. Altri esperti prevedono una crescita più debole. Questo ha portato la Fédéral Réserve degli Stati Uniti a sospendere provvisoriamente l’aumento dei tassi di interesse iniziato alla fine del 2016.
La crescita cinese rallenta ancora anche se il paese continua ad essere la locomotiva mondiale; essa sarebbe dell’ordine del 6%, la più bassa da 25 anni. In Cina, una crisi finanziaria può esplodere in ogni momento, far cadere la crescita domestica e mondiale, aggravare le condizioni di vita di centinaia di milioni di cinesi, uomini e donne.
Anche l’economia degli altri BRIC rallenta, eccetto l’India che conosce un tasso di crescita un pò superiore al 7%. La Russia ha una crescita molto debole, dell’ordine dell’1,2% nel 2018 e una previsione dell’1,3% nel 2019. L’Africa del Sud è stata in recessione nel corso della prima metà del 2018 e conosce un piccolo recupero. Il Brasile che ha conosciuto una forte recessione nel 2015-2016 ha ritrovato un po’ di crescita ma essa è molto debole, appena poco sopra l’1% nel 2018.
Crisi molto forti colpiscono già una serie di paesi detti emergenti: Turchia, Argentina, Venezuela … Svalutazione18 della moneta, grosse difficoltà a effettuare i rimborsi del debito estero pubblico e privato.
Una serie di paesi periferici fra i più poveri si trovano ad affrontare una crisi acuta del debito (Mozambico, …). Non è che l’inizio di una lista che si sta allungando.
Malgrado questa crescita economica molto debole a livello mondiale e in particolare nelle principali vecchie potenze industriali contaminanti, i fattori che spingono all’accelerazione del cambiamento climatico non si attenuano. Ne abbiamo sotto gli occhi delle prove tangibili con gli effetti dello sconvolgimento e del cambiamento climatico ai quattro angoli del pianeta. Di fronte a questa crisi le cui conseguenze drammatiche sono in crescita, i governi ricorrono a promesse puramente retoriche, cosa che fortunatamente produce delle forti reazioni nella popolazione in generale e fra i giovani in particolare.

Bilancio dell’azione della BCE

Dall’inizio della crisi nel 2007-2008, la BCE ha giocato un ruolo vitale per portare alla riscossa delle grandi banche private, dei loro grandi azionisti e principali dirigenti garantendo la continuazione dei loro grandi privilegi. Si può affermare senza rischio di sbagliarsi che senza l’azione della BCE, alcune grandi banche sarebbero fallite, cosa che avrebbe forzato i governi a prendere delle misure fortemente restrittive nei confronti dei loro dirigenti e grandi azionisti. Occorre aggiungere che l’azione della BCE ha rafforzato la concentrazione del settore bancario a profitto di una ventina di grandi banche che hanno un ruolo dominante. La BCE ha contribuito attivamente a mantenere in piedi e a sviluppare dei mostri bancari troppo grandi per poter fallire. Oltre al salvataggio dei grandi azionisti bancari, la BCE persegue ufficialmente l’obbiettivo di una inflazione19 del 2%. Da questo punto di vista, il bilancio della BCE è un fallimento perché il tasso d’inflazione nell’eurozona nel 2018 ha raggiunto solo il valore dell’1,6% e essa è in ribasso nel corso del primo trimestre del 2019.
Tre obbiettivi supplementari dell’azione della BCE possono essere riassunti nel modo seguente:
Difendere l’euro che è una camicia di forza per le economie più deboli della zona euro oltre che per tutte le popolazioni europee. L’euro è uno strumento al servizio delle grandi imprese private e delle classi dominanti europee (l’1% più ricco). I paesi che fanno parte della zona euro non possono svalutare le loro monete perché hanno adottato l’euro. Ora i paesi più deboli della zona euro avrebbero un vantaggio a svalutare per ritrovare competitività di fronte ai giganti economici tedeschi, francesi, del Benelux (Belgio, Olanda e Lussemburgo) e all’Austria. Paesi come la Grecia e il Portogallo, la Spagna o l’Italia sono così bloccati dalla loro appartenenza alla zona euro. Le autorità europee e i governi nazionali applicano da allora quella che viene definita la svalutazione interna: essi impongono una diminuzione dei salari a solo profitto delle grandi imprese private. La svalutazione interna è sinonimo di riduzione dei salari.
Rafforzare il dominio delle economie europee più forti (Germania, Francia, Benelux …) dove hanno sede le più grandi imprese private europee. Questo comporta mantenere forti asimmetrie fra le economie più forti e le più deboli.
Partecipare e sostenere in maniera offensiva gli attacchi del Capitale contro il Lavoro al fine di aumentare i profitti delle imprese e rendere le grandi imprese europee più competitive sul mercato mondiale di fronte ai loro concorrenti statunitensi, cinesi, giapponesi, coreani … Gli esempi dell’intervento della BCE per raggiungere questo obiettivo in Italia, in Grecia, a Cipro, in Portogallo, in Irlanda, in Spagna, … sono molteplici.
L’accanimento della BCE a contribuire agli attacchi contro coloro che sono più deboli s esprime ancora una volta molto chiaramente. In marzo 2019, la BCE e le banche dell’Eurosistema hanno rifiutato di rendere alla Grecia una parte degli utili realizzati sulla schiena del popolo greco [2] con il pretesto che il governo di Alexis Tsipras non aveva approfondito sufficientemente le controriforme sociali. Si tratta in particolare della volontà della BCE di veder sopprimere gli ultimi ostacoli all’espulsione delle famiglie greche incapaci di effettuare il rimborso del debito ipotecario per la loro residenza principale. Niente viene risparmiato in sacrifici al popolo greco che è una vittima espiatoria della Troïka20 in seno alla quale la BCE gioca un ruolo chiave.

La necessità di soluzioni radicali

La nuova crisi finanziaria che è in arrivo si iscrive in un contesto più ampio di crisi sistemica del capitalismo globale. Questa crisi sistemica è multidimensionale: economica, ecologica, sociale, politica, morale, istituzionale, …
Occorre rompere in maniera radicale con la logica che guida oggi i governi in carica e prendere delle decisioni urgenti. All’opposto del sistema attuale che offre l’impunità e dei paracadute dorati ai responsabili delle debacles, è necessario far pagare il conto dei salvataggi bancari a quelli e quelle che ne sono responsabili.
Le misure annunciate per disciplinare le banche sono semplici artifizi. La supervisione centralizzata delle banche della zona euro, la creazione di un fondo europeo di garanzia dei depositi, l’interdizione di certe operazioni (che toccano solo il 2% delle attività bancarie globali), il tetto massimo per i bonus, la trasparenza delle attività bancarie o ancora le nuove regole di Basilea III21 non costituiscono altro che delle raccomandazioni, delle promesse o, tutt’al più, delle misure del tutto insufficienti in relazione ai problemi da risolvere. Ora è necessario imporre delle vere regole molto strette e non aggirabili.
Questa crisi dovrebbe essere risolta con la realizzazione di misure che toccano la struttura stessa del mondo della finanza e del sistema capitalista [3].
Il compito della banca è troppo serio per essere lasciato nelle mani del settore privato. È necessario socializzare il settore bancario (ciò che implica il suo esproprio) e di porlo sotto il controllo cittadino (dei dipendenti delle banche, dei clienti, delle associazioni e dei rappresentanti degli attori pubblici locali), perché deve essere sottomesso alle regole di un servizio pubblico e i profitti che la loro attività genera devono essere utilizzati per il bene comune.
Il debito pubblico assunto per salvare le banche è chiaramente illegittimo e deve essere ripudiato. Un audit22 cittadino deve individuare gli altri debiti illegittimi, illegali, odiosi, insostenibili … e consentire una mobilitazione tale che un’alternativa anticapitalistica credibile possa prendere forma.
Queste due misure devono essere iscritte in un programma più vasto che noi abbiamo disegnato in un altro lavoro. (Vedere: Gilet gialli: imparare la storia e agirenel presente)
Le banche centrali devono essere radicalmente rifondate, le loro missioni devono essere ridefinite. Esse devono assumere di nuovo il ruolo di creazione monetaria in favore del settore pubblico e contribuire attivamente al finanziamento della transizione ecologica e alla lotta contro l’ingiustizia sociale.
La mobilitazione cittadina e l’auto organizzazione sociale costituiscono la conditio sine qua non alla la realizzazione delle diverse soluzioni proposte.

* Traduzione di Aldo Zanchetta
* Fonte: CADTM

NOTE TECNICHE
1 In generale, il termine <> fa riferimento a un bene che possiede un valore realizzabile, o che può generare dei ritorni. Nel caso contrario, si parla di <>, vale a dire la parte del bilancio costituita dalle risorse di cui dispone un’impresa. (i capitali propri apportati dai soci, gli accantonamenti per i rischi e gli impegni come pure i debiti.
2 I titoli del debito pubblico sono dei prestiti che uno Stato contrae per finanziare il proprio deficit (la differenza fra le sue entrate e la sue spese). Esso emette allora differenti titoli (titoli di stato, certificati del tesoro, buoni del tesoro, obbligazioni lineari, note di debito, etc) sui mercati finanziari -soprattutto oggi- che gli procureranno denaro in cambio di un rimborso futuro con interessi ad una certa scadenza (da 3 mesi a 39 anni). Esistono un mercato primario e un mercato secondario del debito pubblico.
3 Capitali di cui un’economia o una impresa può disporre in un determinato momento T. Una mancanza di liquidità può portare un’impresa alla liquidazione e una economia alla recessione.
4Quando A prende a prestito del denaro da B, B rimborsa il montante prestato da A (il capitale), ma anche una somma aggiuntiva detta interesse, affinché A abbia un interesse ad effettuare questa operazione finanziaria. Il tasso di interesse più o meno elevato serve a determinare l’importanza degli interessi.
5 Valore mobiliare emesso da una società per azioni. Questo titolo rappresenta una frazione del capitale sociale. Esso da al titolare (l’azionista) il diritto di ricevere una parte dei benefici distribuiti (il dividendo) e di partecipare alle assemblee generali.
6 La Borsa è il luogo in cui vengono emesse le obbligazioni e le azioni. Un’obbligazione è un titolo di prestito (chi la emette la vende al compratore la deve rimborsare a un tasso e a una scadenza determinata) e una azione è un titolo di proprietà di un’impresa. Le azioni e le obbligazioni possono essere rivendute e riacquistate a piacere sul mercato secondario della Borsa (il mercato primario è il luogo in cui i nuovi titoli vengono emessi per la prima volta). L’obbligazione (bond in inglese) è un titolo di debito emesso da società o enti pubblici che alla scadenza attribuisce al suo possessore il diritto al rimborso del capitale prestato all’emittente, più un interesse su tale somma.2
7 La Banca Centrale europea è un’istituzione europea localizzata Francoforte, creata nel 1998. I paesi della zona euro le hanno conferito le proprie competenze in materia monetaria e il suo ruolo ufficiale è di assicurare la stabilità dei prezzi (lottare quindi contro l’inflazione) in detta zona. I suoi tre organi di decisione (il consiglio dei governatori, il direttorio e il consiglio generale) sono tutti composti dai governatori delle banche centrali dei paesi membri e/o degli specialisti <>. I loro statuti la vogliono <> politicamente ma essa è influenzata direttamente dal mondo finanziario.
8 Parte di un prestito emesso da una società o un ente pubblica. Il detentore dell’obbligazione, l’obbligazionario, ha diritto a un interesse e al rimborso del montante sottoscritto. Egli può, se la società è quotata, rivendere il proprio titolo in borsa.
9 I bond sovrani o titoli di stato sono emessi dai governi o enti pubblici assimilati e si caratterizzano per la loro relativa sicurezza, godendo della garanzia pubblica. Negli ultimi anni, con la crisi del debito sovrano esplosa nell’Eurozona, i rendimenti di questi titoli hanno segnalato sempre più il rischio avvertito dal mercato, specie in relazione a quello di altri paesi, misurabile attraverso lo spread (differenza di rendimento tra due titoli (azioni, obbligazioni, titoli di stato).
10 Un prodotto strutturato è un prodotto in generale concepito da una banca. Spesso è una combinazione complessa di opzione, di swaps, etc. Il suo prezzo è determinato in base a modelli matematici che modellizzano il comportamento del prodotto in funzione del tempo e delle diverse evoluzioni del mercato. Sono spesso prodotti venduti con dei margini importanti e opachi. Lo swap appartiene alla categoria dei derivati ed è un contratto con il quale due controparti A e B decidono di scambiarsi somme di denaro (più comunemente la differenza tra queste ultime) in base alle specifiche del contratto stesso, specifiche che determinano la classificazione per tipologie dei contratti swap.
11 Derivato di credito : Prodotto finanziario la cui sottostante è un credito o un titolo rappresentativo di un credito (obbligazione). Lo scopo del derivato è di trasferire il rischio relativo al credito, senza trasferire l’attivo spesso con uno scopo di copertura. Una delle forme più correnti di derivato di credito è il Credit Default Swap.
12 Capitali conferiti o lasciati dai soci a disposizione di un’impresa. Si deve fare una distinzione fra fondi propri in senso stretto detti anche capitali propri (o capitale duro) e i fondi propri in senso allargato che comprendono anche debiti subordinati a durata illimitata.
13 Titolo spazzatura o junk bond, in inglese, è un titolo obbligazionario dal rendimento elevato, ma caratterizzato da un alto rischio per l’investitore.
14 La banca centrale di un paese gestisce la politica monetaria e detiene il monopolio dell’emissione della moneta nazionale. Le banche commerciali sono obbligate ad approvvigionarsi di moneta presso di essa secondo un costo di approvvigionamento determinato dai tassi regolatori della banca centrale.
15 Mercato dei capitali a lungo termine. Esso comprende un mercato primario, quello delle emissioni, e un mercato secondario, quello della rivendita. Oltre ai mercati regolamentati ci sono i mercati per accordo diretto che non sono tenuti a soddisfare condizioni minimali.
16Crescita negativa dell’attività economica in un paese o in un settore almeno durante due trimestri.
17 Il FMI è stato creato nel 1994 a Bretton Woods (assieme alla Banca Centrale, sua istituzione gemella). Il suo scopo era la stabilizzazione del sistema finanziario internazionale regolando la circolazione dei capitali. Ad oggi ne sono membri 188 paesi, come per la Banca Mondiale. La Banca Mondiale possiede un capitale apportato dai paesi membri e soprattutto trova prestiti sul mercato internazionale dei capitali. Essa finanzia progetti di settore, pubblici o privati, destinati ai paesi del Terzo Mondo e dell’ex-blocco sovietico.
18 Modifica al ribasso del tasso di cambio di una moneta rispetto alle altre.
19 Innalzamento cumulativo dell’insieme dei prezzi (per esempio, un innalzamento del prezzo del petrolio che trascina successivamente un riaggiustamento dei salari verso l’alto, seguito dall’innalzamento di altri prezzi, etc.). L’inflazione comporta una perdita del valore del denaro perché, nel tempo, occorre un montante superiore per procurarsi una certa merce. Le politiche neoliberiste cercano di combattere prioritariamente l’inflazione per questa ragione.
20 Troika : FMI, Commissione europea e Banca centrale europea, che assieme impongono tramite prestiti misure di austerità ai paesi in difficoltà.
21 Da Wikipedia: Basilea III è un insieme di riforme, sviluppate dal  Basel Committee on Banking Supervision della BIS per rafforzare la regolazione, la supervisione e la gestione dei rischi nel settore bancario e finanziario.

Il Comitato di Basilea,  formato dai governatori della banche centrali e capi della supervisione, hanno sottoscritto l’accordo alla base di Basilea III nel settembre 2009 e il Comitato ha concretizzato la proposta nel dicembre dello stesso anno. I documenti consultivi sono alla base della risposta alla crisi finanziaria e fanno parte delle iniziative su scala globale per rafforzare la regolazione del sistema finanziario avviato dai leader del G20 (ndt).

22 Da Wikipedia: L’audit è una valutazione indipendente volta a ottenere prove, relativamente a un determinato oggetto, e valutarle con obiettività, al fine di stabilire in quale misura i criteri prefissati siano stati soddisfatti o meno (ndt).
Note delll'autore
[1] Concordo con la conclusione dell’articolo di François Chesnais già menzionato: “Innanzi tutto sono le politiche pubbliche di austerità praticate ovunque, ma anche una situazione nella quale le imprese e la grande distribuzione devono persuadere delle famiglie il cui potere di acquisto ristagna a comprare, al di là dell’indispensabile quotidiano, delle cose che già possiedono. Parallelamente nella catene mondiali del valore gli emettitori di ordini premono sempre più i subfornitori e i trasportatori marittimi e terrestri lungo tutta la catena. La curva di accumulazione del capitale denaro generatore di interessi rafforza in tutti i paesi il peso economico e politico dei gestori di fondi e delle fortune dei manager dei gruppi finanziari industriali e commerciali interessati unicamente alla sicurezza dei flussi di interesse e alla massima distribuzione dei dividendi. Così i processi con effetto di contrazione che dominano l’economia mondiale si accompagnano a una accelerazione della dilapidazione delle risorse minerarie, della deforestazione e dell’esaurimento della fertilità dei suoli. Parallelamente, il montante degli investimenti pubblici richiesto da ogni “transazione ecologica” è irrealizzabile senza l’annullamento dei debiti pubblici che è più che mai una rivendicazione democratica assolutamente centrale”.
[2]  Sugli utili odiosi realizzati dalla BCE sulle spalle del popolo greco vedere : Eric Toussaint, « Les profits odieux de la BCE sur le dos du peuple grec », http://www.cadtm.org/Les-profits-odieux-de-la-BCE-sur pubblicato il 13 Ottobre 2017 e « La politique de la Troïka en Grèce : Voler le peuple grec et donner l’argent aux banques privées, à la BCE, au FMI et aux États dominant la zone euro », http://www.cadtm.org/La-politique-de-la-Troika-en-Grece-Voler-le-peuple-grec-et-donner-l-argent-aux publicato il 20 Agosto 2018.
[3]  Io sono del tutto d’accordo con il contenuto dell’articolo di Michael Roberts : <<Stagnation laïque, politique monétaire et John Law », https://www.anti-k.org/2019/03/16/stagnation-laique-politique-monetaire-et-john-law/, consultato il 17 marzo 2019.
Traduzione di Aldo Zanchetta e Giulia Heredia

venerdì 21 settembre 2018

L'ECONOMIA-MONDO VERSO IL BARATRO di Eric Toussaint

[ 21 settembre 2018 ]

Giorni addietro abbiamo pubblicato l'articolo LA PROSSIMA CRISI GLOBALE.
Esso segnalava come l'incipiente recessione economica, incontrando gli effetti della finanziarizzazione crescente (vedi l'aumento enorme dei debiti privati (e pubblici), va avvicinando la possibilità di l'arrivo di una super-bolla finanziaria globale. Questa previsione ha suscitato perplessità e critiche (alcune davvero astruse). Torniamo sulla questione con un articolo che ci aiuta a capire perché i meccanismi infernali del capitalismo casinò conducono l'economia-mondo verso il baratro.


*  *  *

La montagna dei debiti privati delle imprese 
sarà al centro della prossima crisi finanziaria

di Eric Toussaint


Meno di dieci anni dopo il fallimento di Lehman Brothers nel settembre 2008, gli ingredienti per una nuova importante crisi sono già riuniti. Ciò malgrado il fatto che i governi delle principali economie del pianeta avevano promesso di ristabilire una disciplina finanziaria che avrebbe rispettato l’interesse generale e evitato nuove crisi dagli effetti dolorosi per la popolazione.
Questi, per difendere un sistema capitalista che indigna buona parte dell’opinione pubblica, non hanno risparmiato gli annunci ad effetto con il dichiarato obiettivo di riformare il sistema per dargli un “volto umano”: tutto ciò non ha cambiato nulla nella pratica. In realtà, la politica che i governi e i dirigenti delle banche centrali hanno seguito, ha avuto riguardo e favorito gli interessi del grande capitale, in special modo quello delle grandi società finanziarie. Nessuna misura rigorosa ha seriamente obbligato i capitalisti a mettere un freno all’assunzione di rischi, a ridurre la speculazione e a investire nella produzione.
Le crisi fanno parte del metabolismo del sistema capitalista ma non si assomigliano tutte tra di loro. Nel presente articolo, non tratteremo le cause generali delle crisi capitaliste. Vogliamo piuttosto analizzare i fattori che condurranno alla prossima crisi di larga portata. Quando quest’ultima scoppierà, i governi, i dirigenti delle banche centrali e la stampa dominante fingeranno come ogni volta stupore.
Per chi si oppone al sistema, è fondamentale additare le responsabilità e mostrare il funzionamento del capitalismo allo scopo di essere capaci di imporre un’altra logica e rompere radicalmente con questo.

Dal 2010 in poi, approfittando della politica di bassi tassi di interesse adottata dalle banche centrali dei paesi industrializzati (Federal Reserve negli Stati Uniti, Banca Centrale Europea, Banca d’Inghilterra, Banca del Giappone, Banca nazionale svizzera…), le grandi imprese private hanno considerevolmente aumentato il loro indebitamento. Negli Stati Uniti, per esempio, il debito delle imprese private non finanziarie è aumentato di 78000 miliardi di dollari tra il 2010 e metà 2017.

Cosa si è fatto di questo denaro preso in prestito? Queste imprese l’hanno investito in ricerca-sviluppo, in investimenti produttivi, nella transizione ecologica, per la creazione di posti di lavoro decenti, nella lotta contro il cambiamento climatico? Per niente.

Il denaro preso in preso è servito in particolare per le seguenti attività:
(A) Le imprese hanno chiesto prestiti per riacquistare le loro azioni in borsa. Ciò produce due vantaggi per i capitalisti: 1) fa salire il prezzo delle azioni 2) permette di retribuire gli azionisti senza che ciò implichi per quest’ultimi il pagamento di imposte sui profitti. Per di più, in molti paesi, le plus-valenze delle azioni non vengono tassate o lo sono a un tasso molto basso (rispetto all’imposta sul reddito o all’IVA). Già nel 2014, il riacquisto di azioni negli Stati Uniti aveva raggiunto un ammontare mensile tra i 40 e i 50 miliardi di dollari. [1] Ma il fenomeno continua. Sottolineiamo che avevamo assistito, ancora prima dell’ultima crisi, ad un forte aumento dell’acquisto di azioni proprie a partire dal 2003, che aveva raggiunto un picco nel settembre 2007 in piena crisi detta dei “subprime”. Tra il 2010 e il 2016, le imprese nordamericane hanno acquistato le proprie azioni in borsa per un ammontare approssimativo di 3000 miliardi di dollari. [2] Come intitolava il quotidiano finanziario belga Les Echos, “I riacquisti di azioni record sono il motore di Wall Street”. Una buona parte dello stato di salute delle borse, non solo quella 
degli Stati Uniti, è dovuto a questi ingenti acquisti. Cosa dunque completamente artificiale.


Tabella n. 1: 
--> Evoluzione dell’acquisto di azioni proprie (« buybacks ») da parte di 500 grandi imprese private negli Stati Uniti dal 1999 al 2017 in miliardi di dollari (indice S&P 500)
Tabella n. 2: Evoluzione dei dividenti versati agli azionisti dal 1999 al 2017 in miliardi di dollari
Tabella n.3: Evoluzione dell’acquisto di azioni proprie (in blu) e di dividendi (in verde) dal 1999 al 2017 in miliardi di dollari. La curva rossa indica l’evoluzione del S&P 500, un indice di borsa basato su 500 grandi società quotate sulle borse americane. L’indice è posseduto e gestito da Standard & Poor’s, una delle tre principali società di rating finanziario.

Tabella n. 4: Utilizzo delle liquidità delle imprese S&P 500 tra 2000 e 2017. Si osserva una crescita della spesa per l’acquisto di azioni proprie e per la distribuzione dei dividenti agli azionisti tra il 2002 e il 2007 e tra il 2009 e il 2017. Nel 2017, la parte destinata all’acquisto di azioni proprie e dividenti raggiunge il 48%.


Nel mondo immaginario del sistema capitalista descritto nei manuali di economia, le imprese emettono delle azioni in borsa per accumulare capitale al fine di investirlo nella produzione. Nel mondo reale, le imprese capitaliste prendono in prestito del capitale sui mercati finanziari o presso le banche centrali per comprare le loro azioni in borsa allo scopo di aumentare il capitale dei loro azionari e dare l’impressione che l’impresa scoppi di salute.
I dirigenti d’impresa, in parte pagati in stock-options, ovvero in azioni rivendibili, hanno tutto interesse a incitare la loro impresa a ricomprare le proprie azioni.. Nessuno sa meglio di se stesso cosa gli interessa.
Allo stesso modo, bisogna sottolineare che nel recente passato i dirigenti di impresa sono stati molto generosi in materia di redistribuzione dei dividendi. Tra il 2010 e il 2016, i dividendi versati agli azionisti statunitensi hanno raggiunto 2000 miliardi di dollari. Se si addizionano l’acquisto di azioni proprie e la redistribuzione dei dividendi, gli azionisti delle aziende statunitensi hanno ricevuto 5000 miliardi di dollari tra il 2010 e il 2016.
Nel bilancio delle imprese, il lato del passivo, la parte che si riferisce ai debiti dell’impresa cresce, mentre diminuisce la parte che corrisponde alle azioni dell’impresa. Se i tassi di interesse sul debito dell’impresa aumentano, il pagamento degli interessi rischia di diventare insostenibile e di portare l’impresa al fallimento. In modo analogo, se il corso delle azioni — che è stato artificialmente gonfiato a causa dell’effetto combinato dei riacquisti e della bolla borsistica — si abbassa fortemente, il fallimento è pure dietro l’angolo.
Da notare che l’acquisto massiccio di azioni proprie, largamente praticato dalle grande imprese nord-americane come Hewlett Packard (HP), IBM, Motorola, Xerox, Symantec o ancora JC Penney non è stato sufficiente a migliorare il loro stato di salute.
(B) Le imprese chiedono prestiti per comprare dei crediti. Esse comprano prodotti strutturati composti di crediti concessi ad altre imprese o a dei privati. Comprano in particolare obbligazioni emesse da altre imprese private o titoli pubblici. Nel 2017, l’azienda Apple deteneva da sola crediti su altre imprese per un ammontare di 156 miliardi di dollari, ovverosia 60% del totale dei suoi attivi. [3] Ford, General Motors e General Electric dal canto loro comprano pure debiti di altre imprese. L’80% degli attivi di Ebay e il 75% degli attivi di Oracle sono per esempio crediti su altre imprese.
Le trenta più grandi imprese non finanziarie degli Stati Uniti attive sul mercato dei debiti detengono insieme 423 miliardi di dollari di debiti di imprese private (Corporate debt and commercial paper securities), 369 miliardi di dollari di debiti pubblici e 40 milliardi di dollari di prodotti strutturati (Asset Backed Securities e Mortgage Backed Securities).
Nella misura in cui le imprese cercano di massimizzare i profitti che traggono dai crediti su altre imprese, esse sono spinte a comprare dei debiti emessi da imprese meno solide disposte a ripagare i prestatori più di altre. Il mercato dei debiti rischia di crescere dunque.
Se le imprese debitrici incontrano difficoltà nel pagamento, le imprese creditrici si ritroveranno pure in difficoltà. Nel 2016, Apple ha dichiarato alle autorità americane che un aumento dell’1% dei tassi di interesse poteva portare ad una perdita di 4,9 miliardi di dollari. [4] Tanto più che, per finanziare questi acquisti di debiti, Apple, come altre imprese hanno dovuto chiedere altri prestiti. Per esempio, nel 2017, Apple ha chiesto in prestito 28 miliardi di dollari. Il suo debito finanziario totale oggi ammonta a circa 75 miliardi di dollari. Grazie al cosiddetto effetto domino, negli Stati Uniti potrebbe riprodursi una crisi di entità simile a quella del 2007-2008.
Bisogna pure sapere che quando i tassi di interesse aumentano, il valore dei titoli di debito delle imprese diminuisce. Più i crediti (ovvero i titoli di debito emessi sotto forma di obbligazioni dalle imprese private) rappresentano una parte importante degli attivi delle imprese, più la caduta del valore può avere un impatto negativo sulla salute dei creditori. Quest’ultimi rischiano dunque di mancare di fondi propri per compensare la svalutazione o la diminuzione del valore dei crediti posseduti.
Tabella n.5: l'impatto delle due grandi crisi in Italia
La situazione descritta corrisponde ad una nuova progressione della finanziarizzazione del capitale: le grandi imprese non finanziarie sviluppano sempre più i loro investimenti finanziari. Apple, Oracle, General Electric, Ptizer, Ford o General Motors rafforzano i loro dipartimenti “Finanze” e prendono sempre più rischi per aumentare i profitti. Mentre prima prestavano il 60 % delle loro liquidità a degli intermediari, in special modo ai money market funds, oggi ne affidano solo il 50% e prendono esse stesse direttamente il rischio al fine di massimizzare i rendimenti.
Per giunta, una buona parte dei crediti detenuti su altre imprese passano per dei paradisi fiscali, ciò che aumenta l’opacità delle operazioni realizzate e in taluni casi anche il rischio. Le isole Bermuda e l’Irlanda sono tra i principali paradisi fiscali utilizzati dalle grandi imprese statunitensi che contano sull’ottimizzazione fiscale.
Ciò che è stato descritto riguarda l’insieme del mondo capitalista anche se i dati presentati si riferiscono all’economia degli Stati Uniti.
La montagna di debiti privati delle imprese sarà al centro della prossima crisi finanziaria. Crisi o no, i comportamenti descritti giustificano ampiamente l’azione di tutti coloro che lottano per la fine del capitalismo e del sistema debito.


* Traduzione: Chiara Filoni
* Fonte: : http://www.cadtm.org/La-montagne-de-dettes-privees-des


NOTE

1 Financial Times, “Return of the buyback extends US rally”, 5 décembre 2014.

2 Financial Times, “Buyback outlook darkens for US stocks”, 22 juin 2017.

3 Financial Times, “Debt collectors”, 16-17 septembre 2017.

4 Financial Times, “Patcy disclosure gives investors little to chew on”, 28 septembre 2017.


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