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martedì 26 marzo 2019

RDC: NON SPARATE SUL GOVERNO di Antonella Stirati

[ 26 marzo 2019 ]

REDDITO DI CITTADINANZA: Come funziona e un’analisi dei pro e dei contro: Ci sono sia gli uni che gli altri, ma non si può bocciare senza appello una misura che allevierà le condizioni di un numero elevato di persone, da 2,7 milioni (stima Istat) a 3,6 (secondo l’Upb). Il confronto con gli impieghi alternativi e le ipotesi sui moltiplicatori fiscali, che potrebbero essere migliori di quelli dichiarati dall’esecutivo

L’introduzione del Reddito di cittadinanza nel sistema di welfare italiano è stato fortemente voluto dal Movimento cinque stelle ora al governo insieme alla Lega, ed è stato un cavallo di battaglia della campagna elettorale che lo ha portato a un forte
successo, con il 32% dei voti nelle elezioni dello scorso anno. Nonostante il nome, si tratta di una misura non universale, ma condizionata a documentate condizioni di disagio economico del nucleo familiare ed alla disponibilità, per i beneficiari che siano in età da lavoro e disoccupati, ad accettare percorsi di formazione e offerte di lavoro. Esso consiste nell’erogazione di un reddito fino a un massimo di 500 euro mensili per un singolo individuo, e poi articolato secondo la tipologia familiare: ad esempio 900 euro per una coppia con due figli minori e di 1050 euro (l’importo più alto) per famiglie più numerose, che può essere ulteriormente integrato da un contributo fisso di 280 euro mensili per il pagamento dell’affitto. Il RDC potrà essere versato per intero oppure come integrazione di un reddito (da lavoro o da pensione) inferiore a quelle soglie (quindi ad esempio un anziano che vive solo e percepisce una pensione di 400 euro mensili, non ha proprietà oltre una certa soglia e non ha altre fonti di reddito riceverà una somma di 100 euro mensili ad integrazione del proprio reddito). I beneficiari in età da lavoro riceveranno Il RDC per un ciclo di 18 mesi, che potrà essere rinnovato per altri 18 ma a condizioni più stringenti.

Si tratta quindi di una misura di sostegno del reddito e contrasto alla povertà simile a quanto già esiste in quasi tutti i paesi europei, ma che nel contesto italiano, prima di questo provvedimento, era presente solo in forma molto limitata, sia per numero di persone raggiunte, sia per l’importo modesto del reddito erogato.

Il successo della proposta tra gli elettori non è sorprendente, dato che dopo la crisi del 2008 e le successive politiche di austerità e di deregolamentazione del mercato del lavoro vi è stato in Italia un fortissimo aumento della incidenza della povertà assoluta (cioè di redditi che non sono in grado di acquistare un paniere minimo di beni di prima necessità) che nelle ultime rilevazioni statistiche del 2017 risulta pari al 7% dei nuclei familiari, per un totale di 8 milioni di persone, tra le quali molti bambini e ragazzi. E’ inoltre molto aumentata la disoccupazione, ora intorno all’11%, ed è aumentato il numero di persone che pur lavorando percepiscono redditi bassi per diversi motivi: basse retribuzioni, discontinuità della attività lavorativa, un numero di ore di lavoro insufficiente. Tale misura quindi non solo è evidentemente apprezzata da chi potrà già ora beneficiarne, ma anche da coloro che vivono incertezze sulle proprie prospettive di lavoro e di reddito e vedono in questa misura una possibile rete di protezione.
Rispetto alle intenzioni iniziali, i vincoli ai saldi del bilancio pubblico posti dalle regole europee, e le pressioni della Commissione Europea, dell’altro partito di governo e dell’opposizione hanno determinato una riduzione del budget a disposizione della misura ed aumentato i vincoli e condizionalità per l’accesso al RDC. Tuttavia questo rimane una misura molto rilevante sia per le somme messe a disposizione (circa 6 miliardi nel 2019 e 7 in ciascuno dei due anni successivi),sia per la numerosità dei potenziali beneficiari: secondo una recente stima dell’ISTAT si tratta di circa 1,3

milioni di famiglie, per un numero totale di persone la cui stima varia da un minimo di 2,7 milioni secondo l’ISTAT a 3,6 milioni secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio. Tra i potenziali beneficiari del RDC, sempre secondo le stime dell’ISTAT, il 19% sono bambini e ragazzi con meno di 16 anni appartenenti a famiglie disagiate, e il 13% sono persone con più di 65 anni. Gli occupati a basso reddito sono stimati intorno al 16% dei potenziali beneficiari.

Le condizioni che devono essere soddisfatte per accedere al RDC prevedono limiti riguardanti sia il livello del reddito, che del patrimonio (proprietà di immobili, di auto e moto, di depositi bancari o altre attività finanziarie). Inoltre le persone che per età e condizioni fisiche sono in grado di lavorare, e che non siano già occupati, devono essere disponibili a svolgere attività di formazione proposte dai centri pubblici per l’impiego (che il governo si propone di rendere più efficienti), devono dare disponibilità di otto ore settimanali per lavori di utilità sociale proposte dalle amministrazioni locali, e non possono rifiutare più di tre proposte di lavoro a un salario pari almeno a 850 euro mensili lordi, la prima vicino al luogo di residenza, la seconda in un raggio di 250 chilometri, la terza su tutto il territorio nazionale. La richiesta di rinnovo dopo i primi 18 mesi richiede la disponibilità a lavorare su tutto il territorio nazionale pena la cessazione del sussidio. Per incentivare l’assunzione da parte delle imprese, è previsto che chi assume una persona che gode del reddito di cittadinanza potrà beneficiare di una riduzione delle tasse pari alle mensilità di reddito di cittadinanza a cui il lavoratore avrebbe ancora avuto diritto e comunque non inferiore ad un importo minimo di 2500 euro.

Sono infine previste delle sanzioni penali gravi – da un minimo di due fino a sei anni di carcere - in caso di frode, oltre alla restituzione di tutte le somme ricevute.

L’introduzione del Reddito di cittadinanza ha suscitato numerose critiche di diversa natura. Un primo argomento è che ci sono rischi di frode, e che quindi il reddito potrebbe non andare alle persone ‘giuste’ e veramente in stato di bisogno. Il rischio più grave da questo punto di vista appare quello che venga incoraggiato il lavoro nero, cioè al di fuori di ogni contratto e che evade completamente il fisco, in modo da conciliare attività lavorativa e godimento del reddito di cittadinanza. Questi rischi naturalmente non possono essere completamente eliminati. Il disegno tuttavia prevede già un insieme di misure volte a prevenire la frode, ed eventualmente queste potranno essere ulteriormente affinate e migliorate con l’esperienza. D’altra parte, se si riconosce in via di principio la necessità di misure di contrasto alla povertà, la possibilità che alcuni beneficiari non siano veramente legittimi non può costituire un motivo per eliminare completamente tali misure: sarebbe come dire che poiché talvolta le pensioni (o altre forme di sussidio) a persone invalide sono richieste e ottenute da soggetti che non ne avrebbero diritto, allora bisogna eliminarle e lasciare così prive di sostegno le persone realmente invalide.

Un altro tema è stato che la disponibilità del sussidio scoraggerebbe dal cercare attivamente un lavoro. Tuttavia il limite alla durata del sussidio, e le condizioni di forte disagio economico che danno diritto al RDC, fanno ritenere che questo sia molto improbabile. Inoltre come si è visto, solo una parte dei beneficiari sono persone in età da lavoro e disoccupate, mentre altri sono minori, anziani, oppure occupati a basso reddito. Proprio riguardo a questi ultimi si è detto che il RDC, così come avvenuto ad esempio in Germania con le riforme Hartz, possa di fatto condurre ad un ulteriore peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro, in quanto consentirebbe ai datori di lavoro di assumere persone con una retribuzione molto bassa, che verrebbe poi integrata dal reddito di cittadinanza. Secondo alcuni questo rischio di peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro è insito anche nel livello di 850 euro lordi fissato come retribuzione minima accettabile per una offerta di lavoro, che considerano un livello basso. Altri invece considerano tale soglia troppo alta in rapporto ai salari esistenti, e inoltre una soglia che presuppone un lavoro a tempo pieno, mentre si dovrebbero spingere i disoccupati ad accettare anche eventuali lavori part-time. Come si vede la questione può essere vista da lati opposti. La mia opinione è che erogare un reddito integrativo a persone che lavorano comporta sempre il rischio di sussidiare in realtà le imprese, che possono approfittarne per rendere accettabili ai lavoratori salari molto bassi. Il problema potrebbe essere forse superato attraverso una verifica, per i lavoratori che facciano richiesta del RDC, della corrispondenza delle retribuzioni orarie a quanto previsto dalla contrattazione sindacale o da un eventuale salario minimo legale (proposto sia dal Movimento cinque stelle che dal Partito Democratico ora all’opposizione, ma attualmente non in vigore). Si tratta anche qui di affinamenti che credo dovranno essere presi in considerazione col tempo e sulla base dell’esperienza. Per dimensioni e complessità la misura dovrà sicuramente attraversare un periodo di ‘rodaggio’ che consentirà di metterla ulteriormente a punto.

Per concludere, la critica forse più diffusa che è stata rivolta al reddito di cittadinanza è che nelle condizioni attuali dell’economia italiana, caratterizzata da stagnazione economica, alta disoccupazione e forti vincoli alla spesa pubblica derivanti dalle regole europee, il reddito di cittadinanza non è la priorità, e sarebbe stato meglio spendere le risorse pubbliche: a) in investimenti pubblici che vadano a migliorare le infrastrutture del paese attualmente molto deteriorate; b) nella creazione diretta di occupazione attraverso l’assunzione di giovani nella sanità, pubblica amministrazione, scuola, università, tutti settori che hanno un grande bisogno di nuovo personale dopo anni e anni di tagli e blocco del turnover; c) per fornire direttamente risorse alle imprese.

Va subito detto che da decenni una parte molto significativa delle risorse pubbliche disponibili viene destinata a sussidiare o detassare le imprese in varie forme, ultima della serie una cifra stimata tra i 15 e i 19 miliardi in tre anni di riduzione dei contributi pagati dalle imprese per i lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato varata dal governo Renzi (Partito Democratico). Queste misure non hanno mai avuto grande impatto sulla occupazione e la crescita e sia l’esperienza che la letteratura economica suggeriscono che non sono efficaci. Tuttavia come si può comprendere questo argomento è stato presentato con una certa forza dalle associazioni degli imprenditori e dai mezzi di comunicazione e forze politiche sensibili alle loro richieste.

Gli altri due temi, quello degli investimenti pubblici e quello delle assunzioni hanno invece dalla loro parte argomenti più forti, ma anche rispetto a queste possibili alternative al RDC si possono vedere pro e contro. Per quanto riguarda gli investimenti, il limite sta nella necessaria maggiore lentezza nella loro attuazione perché devono esservi progettazione, valutazione dei progetti, bandi di gara per l’affidamento dei lavori, per cui l’impatto positivo sull’economia ha in genere tempi relativamente lunghi. Su questo fronte inoltre il governo dichiara che vi sono somme significative già stanziate in passato per investimenti pubblici sia a livello locale che nazionale, e che l’obiettivo del governo quindi non è quello di aumentare i finanziamenti, ma accelerare la spesa di quelli già disponibili attraverso una semplificazione delle procedure. Per quanto riguarda nuove assunzioni nel settore pubblico, certamente queste sarebbero state un fatto molto positivo per tanti giovani disoccupati e avrebbero contribuito a salvaguardare la qualità dei servizi pubblici sempre più compromessa dai tagli dettati dalle politiche di austerità (v. Paternesi e Stirati, Macroeconomics and the Italian VoteINET blog, 6 agosto 2018). 

Si deve però considerare che naturalmente il numero di persone che avrebbe potuto direttamente beneficiare dell’aumento dell’occupazione sia nel caso degli investimenti pubblici che delle assunzioni nel settore pubblico sarebbe stata inferiore alla potenziale platea dei beneficiari del RDC e non sarebbe stata prevalentemente composta dai soggetti economicamente più disagiati. La scelta tra tali diverse forme di intervento (che bisogna dire, sarebbe auspicabile poter fare non in modo alternativo ma complementare, per uscire finalmente da una lunga recessione abbandonando le fallimentari politiche di austerità) è quindi alla fine una scelta politica, non facile, circa le priorità sociali oltre che economiche.

Naturalmente entrambe le misure (investimenti e aumento dell’occupazione nel settore pubblico) avrebbero avuto anche un effetto più generale di espansione della domanda interna e quindi dell’attività economica. Appunto uno degli argomenti critici molto spesso avanzati in queste settimane è che entrambe le misure avrebbero avuto un effetto espansivo favorevole alla crescita più elevato del reddito di cittadinanza. La letteratura economica sui ‘moltiplicatori fiscali’ (che misurano l’effetto sul PIL di una variazione della spesa pubblica o delle tasse e delle loro varie componenti) indica che in generale l’effetto di un aumento degli investimenti o dei consumi pubblici (sanità, scuola, ecc) è maggiore dell’effetto dei trasferimenti monetari. Tuttavia studi recenti indicano che gli effetti delle misure prese in una economia in condizioni economiche di recessione e stagnazione (come è sicuramente il caso oggi per l’economia italiana) sono molto più ampi di quelli delle stesse misure prese in condizioni economiche più favorevoli (cioè, come si dice, i moltiplicatori fiscali sono ‘state dependent’). 

Inoltre, alcuni studi hanno fornito stime piuttosto elevate, sia in assoluto che relativamente ad altre voci di spesa pubblica, dei moltiplicatori fiscali dei trasferimenti destinati a soggetti a reddito molto basso in situazioni di recessione economica, ad esempio i programmi di distribuzione di buoni per acquistare cibo (Food stamps) negli Stati Uniti (A. Blinder, Fiscal policy reconsidered, The Hamilton project policy proposal May 2016, p. 9) e per quanto concerne specificamente l’Italia dopo il 2008 e in condizioni di recessione è stato stimato da alcuni economisti un valore del moltiplicatore dei trasferimenti addirittura pari a 2,4 – cioè ogni euro di trasferimento genererebbe 2,4 euro di incremento del PIL (Stockhammer et al, Demand effects of fiscal policy since 2008Review of Keynesian Economics, n. 1,  2019, p.63). Se così fosse l’effetto espansivo del reddito di cittadinanza sarebbe superiore a quello stimato dallo stesso governo sulla base di moltiplicatori molto più piccoli. La verità è che di fatto le stime dei moltiplicatori fiscali sono spesso diverse tra loro, dipendono dai metodi adottati, dalla teoria che fa da sfondo alla analisi dei dati, e inoltre come si diceva dalle specifiche condizioni e caratteristiche dell’economia in cui si interviene. Pur tenendo conto di questa incertezza nelle stime, il fatto che il RDC è destinato a soggetti a reddito molto basso e che i beneficiari sono tenuti a spendere il reddito ricevuto entro un mese dovrebbe garantire un effetto espansivo sulla domanda e quindi sulla produzione di un certo rilievo, e che potrebbe essere maggiore di quello previsto dallo stesso governo. In ogni caso, l’aumento della domanda per consumi avrà effetti positivi anche per l’attività delle imprese, che potranno vendere di più, e avranno dunque uno stimolo ad investire di più e ad assumere lavoratori aggiuntivi.


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venerdì 18 maggio 2018

IERI A ROMA: "NON STAREMO ALLA FINESTRA"

[ 18 maggio 2018 ]

Ieri, a Roma, si è svolto l'incontro pubblico promosso da Programma 101 "VINCERE LA PAURA".

[nella foto da sinistra: Antonella Stirati, Luciano Barra Caracciolo, Fabio Frati e Stefano Fassina]

I lavori sono cominciati con l'introduzione di Fabio Frati. A nome della sezione romana di P101, Frati ha espresso la visione e l'orientamento politico dell'organizzazione. In estrema sintesi: col 4 marzo il Paese è entrato in una nuova fase, piena di incognite ma anche, finalmente, di speranza. Si decide se nascerà una terza repubblica che punta a tornare sovrana o se saremo sottoposti ad un vero e proprio regime coloniale. C'è una gerarchia dei fattori. Occorre distinguere il principale dal secondario. Ove il governo giallo-verde, al netto delle sue ambiguità, rompesse gli indugi e si incamminasse sulla via della disobbedienza ai poteri forti eurocratici, la sinistra patriottica, pur criticamente e in modo indipendente, dovrà sostenerlo. Ove invece imboccasse la via di Tsipras e finisse per inginocchiarsi, esso andrà combattuto senza indugi.

Ha quindi preso la parola Luciano Barra Caracciolo
Egli ha mostrato, con la consueta precisione, come e perché i trattati costituivi dell'Unione europea (a partire da quello di Roma del 1957 fino al Fiscal compact), in quanto fondati sui due paradigmi del liberoscambismo e della cessione di sovranità (ben altra cosa rispetto alla "limitazione" come dice l'Art.11), siano incompatibili con la Costituzione della Repubblica italiana. 

In particolare Barra Caracciolo si è soffermato sul concetto dei "controlimiti". Di che si tratta? Del fatto che la Costituzione italiana (che per Barra Caracciolo descrive un modello di "democrazia sociale e non "liberale") definisce come invalicabili alcuni principi fondanti della Repubblica, ponendo limiti invalicabili alla intrusione delle norme dell'Unione europea. Di più, questi principi di "democrazia sociale", essendo elementi identificativi ed irrinunciabili dell’ordinamento costituzionale, sono per ciò stesso sottratti anche alla stessa procedura di revisione costituzionale.
Cosa è invece accaduto? Che per "piccoli e successivi passi" norme di diritto comunitario, confliggenti con gli stessi principi della Carta (vedi anche Art. 81), sono state introdotte dal legislatore, dunque extra legem, norme che di fatto la stravolgono.

E siamo così all'oggi.
Siccome l'eventuale governo giallo-verde, al netto delle enormi debolezze e ambiguità, allude alla rottura di alcuni vincoli europei, è sottoposto ad un fuoco preventivo di sbarramento col motivo che sarebbe inaccettabile, nonché impossibile, mettere in discussione le norme eurocratiche. Non è dunque accettabile, nel caso e solo nel caso che questo governo disobbedisca davvero ai diktat di Bruxelles-Francoforte-Berlino, assistere inermi a questa vera e propria guerra coloniale per soggiogare il Paese e calpestare il mandato venuto dalle urne il 4 marzo.

L'economista Antonella Stirati, sulla scia di quanto detto da Barra Caracciolo, ha esposto con lucidità le origini e la natura del pensiero ordoliberista che sottostà al disegno europeista. Privando i singoli paesi di un'autonomia per quanto concerne la politica monetaria, non solo si è impedito agli stati di affrontare i problemi derivati dalla grave crisi del 2007-2008, ma ha anzi condannato l'Italia a politiche pro-cicliche e recessive devastanti. L'Unione europea, lungi dall'appianare i divari tra le diverse economie, li ha anzi accentuati, aggravando gli squilibri all'interno stesso dei diversi paesi. Il ritorno alla sovranità statale e monetaria, a politiche economiche e fiscali sovrane, è una necessità ineludibile. Non sarà una passeggiata, per la schiacciante forza del nemico, a causa della pervasiva egemonia del pensiero neoliberista nelle università, nei media mainstream. Come Barra Caracciolo, la Stirati ha denunciato la campagna preventiva di intossicazione contro il nascente governo giallo-verde, che punta ad impedire ogni tentativo di spezzare i vincoli europei. Passando la parola a Fassina si è quindi chiesta come sia stato possibile che le sinistre siano giunte al punto di diventare gli araldi di un malinteso cosmopolitismo ovvero dei poteri eurocratici, giungendo perfino ad invocare il vincolo esterno e giustificare ulteriori cessioni di sovranità statuale e nazionale.


Ha quindi preso la parola Stefano Fassina. Da segnalare l'intervista da lui appena rilasciata a il manifesto in edicola. [vedi foto accanto]

Fassina ha affermato senza ambagi che ove il governo giallo-verde adotti misure sociali di giustizia sociale che rompano la catena di sudditanza all'Unione europea, e rilancino l'economia e l'occupazione, esso merita di essere sostenuto. 

Ciò non vuol dire che non si debbano contrastare, nel Paese e in Parlamento, le eventuali misure inaccettabili che Lega e M5S volessero intraprendere. Fassina, non senza amarezza, ha quindi denunciato l'ostilità preconcetta che tanta sinistra ostenta verso il governo giallo-verde. La denuncia di Fassina è stato chiara: "La reazione di queste ore porta dritti ai governi alla Monti, che pretendono di bypassare la legittimazione democratica. Ma non giriamoci intorno. M5S e Lega hanno raccolto le domande di chi è colpito dal quadro dato". La sinistra, se si schiera coi poteri forti rischia di essere spazzata via. Ha quindi concluso ribadendo l'enorme portata e le difficoltà della battaglia contro i poteri oligarchici, difficoltà che certo europeismo a prescindere, aumenta. 
Ha quindi fatto  appello a stare in guardia, a coordinarsi per resistere e cercare un sentiero che porti alla nascita di un movimento politico che faccia del "patriottismo costituzionale" la sua cifra identitaria e strategica.

Le conclusioni sono state tirate da Moreno Pasquinelli, che ha sottolineato la sostanziale convergenza con tutti e tre i relatori. Ricollegandosi a quanto affermato da Fabio Frati, ha quindi precisato — di contro a quelli del né-né, a chi già annuncia un'opposizione a prescindere del nascente governo giallo-verde — che la sinistra patriottica, ove le euro-olicarchie si decidessero a sferrare un'aggressione a tutto campo, assumerà una posizione di difesa. "Ammesso che Mattarella non si metta già ora di traverso alla nascita del governo perché "sovranista", ponendo il veto su questo o quel ministro — cosa che va condannata con decisione e andrà impedita — la battaglia sarà sulla prossima Legge di bilancio". "Chi comanda davvero non consentirà nessun gesto di disobbedienza ai trattati europei, anche perché questo esempio potrebbe essere contagioso". In caso di scontro aperto M5s e Lega non solo potrebbero, ma dovrebbero chiamare alla mobilitazione delle masse popolari, unica e vera risorsa per resistere e non essere travolti". Ha quindi concluso che non dev'esserci alcun dubbio, in questo caso, su quale sarà il posto della sinistra patriottica.







mercoledì 19 ottobre 2016

CRESCITA SENZA SOVRANITÀ MONETARIA? IMPOSSIBILE! di Antonella Stirati e Maurizio Zenezini

[ 19 ottobre ]

il manifesto del 23 settembre pubblicava un incredibile articolo di Giorgio Lunghini. Incredibile perché, con argomenti al limite del ridicolo, sosteneva che tenersi l'euro sarebbe la migliore delle opzioni possibili. 
Il fatto è che il Lunghini è un noto economista di sinistra, tra l'altro firmatario, nel giugno 2010, dell'APPELLO DEI CENTO ECONOMISTI — che ci permettemmo di criticare
Rispondevano a Lunghini, prima Leonardo Mazzei, con un articolo che ha avuto molta risonanza, quindi Sergio Cesaratto. Ora è la volta di Stirati [nella foto] e Zenezini.



La domanda non è se uscire dall’euro è una cattiva opzione ma se è la peggiore. Le politiche
monetarie di cui ha bisogno l’Italia si fanno fuori dalla moneta unica


Nella discussione sulla moneta, Giorgio Lunghini (il manifesto, 29 settembre), si chiede, con comprensibile preoccupazione, quali potrebbero essere le conseguenze per il mondo del lavoro di una dissoluzione della moneta unica. Questa domanda non ha risposte facili. Certo, se ad abbandonare l’euro fosse un paese grande come l’Italia vi sarebbero ripercussioni sulla zona euro e fasi di instabilità finanziaria. La domanda, tuttavia, non è se l’uscita dall’euro sia una cattiva opzione, ma se sia necessariamente la peggiore.

Le previsioni di quel che potrebbe avvenire non offrono risposte sicure, il ventaglio degli scenari immaginabili è ampio e gli esiti dipendono moltissimo dai comportamenti delle banche centrali e dalle azioni dei governi.

A chi prospetta scenari negativi si deve rammentare che lo statu quo non ci sta affatto proteggendo dall’instabilità o dal peggioramento delle condizioni economiche e sociali, ma, al contrario, tende ad accentuarli. La vicenda dell’euro ha impresso una tendenza deflazionistica all’economia europea mostrando il suo vero volto nella terribile gestione della crisi, ed è accompagnata dalla sfiducia crescente negli organi di governo dell’Unione europea, dalla crescita dei nazionalismi e di forze reazionarie, dalla chiusura delle frontiere.

In Italia la situazione è gravida di pesantissimi rischi e sconta da tempo i guasti delle euro-politiche: deindustrializzazione, disoccupazione elevata e persistente, erosione dei redditi e dei diritti dei lavoratori, tagli allo stato sociale, concorrenza fiscale e salariale da parte di paesi interni all’eurozona.

In questo contesto l’alternativa euro/non euro dev’essere valutata alla luce dell’obiettivo prioritario di forze politiche progressiste, quello della piena occupazione e di migliori condizioni di lavoro. Noi riteniamo che la crescita dell’occupazione si possa avere solo con una forte ripresa della domanda, una strategia impossibile nell’attuale palinsesto della politica economica europea.

La ripresa della domanda non può iniziare dai consumi o dagli investimenti privati, perché questi non hanno modo né ragione di ripartire in una economia depressa (gli investimenti nella eurozona sono molto al di sotto del livello del 2007, in Italia lo scarto è del 30 per cento). Lo stimolo iniziale può dunque venire o da una ripresa delle esportazioni o dalla spesa pubblica. Le esportazioni sono recentemente aumentate verso i paesi extra-eurozona, grazie alla politica di Draghi che ha fatto svalutare l’euro rispetto al dollaro, ma la crescita è rimasta asfittica. Non ci resta che l’espansione della spesa pubblica, che suscita timori per il debito pubblico.

Tuttavia, in un paese che gode di sovranità monetaria, il vincolo vero alla crescita della spesa pubblica non è il debito pubblico (semmai sono le politiche di austerità che fanno crescere il debito in rapporto al Pil), bensì il vincolo esterno cioè l’eccesso di importazioni rispetto alle esportazioni che si può verificare con una crescita della domanda e della produzione interna. Per fronteggiare questo vincolo, l’Italia dovrebbe affidarsi ad un mix di strumenti in grado di sostenere la spesa pubblica (per altro indispensabile se non vogliamo distruggere scuola, ricerca, sanità, infrastrutture) con una politica monetaria accomodante, una svalutazione della moneta rispetto a quei paesi europei verso i quali c’è stato un apprezzamento del tasso di cambio reale (la svalutazione non fa miracoli, ma contribuisce a tenere a bada i conti esteri in un paese manifatturiero) e con politiche industriali orientate ad attenuare il vincolo esterno.

L’abbandono della moneta unica potrebbe riconsegnare ai governi nazionali, soggetti al giudizio degli elettori, l’insieme degli strumenti di politica macroeconomica utilizzabili per far crescere l’occupazione e che sono oggi largamente preclusi dall’assetto istituzionale e dalle politiche dell’unione monetaria europea.

È per questo che la fine della moneta unica è un evento che non può essere escluso, e la gestione di un tale difficile passaggio richiederebbe una classe dirigente attrezzata e una Banca Centrale leale al governo del paese – un vincolo politico sul quale è legittimo interrogarsi.

Vorremmo però ricordare le parole di Keynes. Quando, nel 1925, il governo inglese tornò ad ancorare la sterlina all’oro, Keynes denunciò il gold standard come «l’idolo di quelli che siedono nella cabina di comando», un Moloch finanziario che chiese prima il sacrificio delle condizioni di vita dei minatori e poi il sacrificio del posto di lavoro degli insegnanti. Quando nel 1931 la situazione divenne insostenibile e la sterlina abbandonò il sistema, Keynes commentò che «pochi sono gli inglesi che non si rallegrino della rottura del nostro legame al gold standard» e aggiunse: «Potrà sorprendere che una decisione del genere, presentata come un disastro catastrofico, sia stata accolta con tanto entusiasmo».


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