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giovedì 14 settembre 2017

VENTICINQUE ANNI DOPO di Leonardo Mazzei

[ 14 settembre 2017]
Le istruttive confessioni di Giuliano Amato sull'interessante settembre 1992

Millenovecentonovantadue. Sebbene possa sembrare ieri, non è esattamente così. L'Urss si era sciolta solo l'anno precedente e l'Europa di Maastricht muoveva i primi passi. Si manifestava ancora per la scala mobile, che i vertici sindacali avevano svenduto a luglio per beccarsi le bullonate dei lavoratori a settembre. Tangentopoli cuoceva a fuoco rapido la Prima Repubblica, con le stragi di mafia per contorno.

Intanto lui se ne stava a Palazzo Chigi a preparare la più dura Finanziaria di sempre (lo supererà solo Monti nel 2011). Nel frattempo, però, gli eventi precipitarono e - giusto a metà settembre - si arrivò alla svalutazione della lira. E' di questo che ci parla Giuliano Amato, in un' intervista a Federico Fubini, sulle pagine dell'inserto economico del Corriere della Sera.

Intervista interessante per diversi motivi. Perché rivela le dinamiche politiche e finanziarie di quei mesi, perché parlando di ieri ci dice molte cose sull'oggi e sul domani. Oddio, "rivela" è un po' troppo, visto che ci svela dei "segreti" già noti nell'essenziale a chiunque non abbia gli occhi foderati di prosciutto. E, tuttavia, la confessione del nemico ha pur sempre un grande valore: quello di confermare in maniera inconfutabile ciò che già sapevamo, ma che tanti fanno ancora oggi finta di non sapere. 

Procediamo allora per flash, indicando 8 punti della confessione dell'ex delfino di Craxi meritevoli d'attenzione. Punti sui quali non spenderemo troppe parole di commento, dato che ogni lettore è perfettamente in grado di coglierne appieno l'istruttivo significato.

1. Il problema di una moneta "forte". Amato parte proprio da qui, riconoscendo che: «la nostra economia si trovava frenata proprio da tassi di interesse alti e da un cambio forte in un contesto globale positivo». Oh perbacco, ma non si dice da decenni che la moneta forte è la chiave di volta per ogni successo economico? 

2. I salari bloccati e San Ciampi. Il Nostro confessa candidamente oggi quel che milioni di lavoratori capirono già allora. La svalutazione era già scontata a luglio, ma lorsignori la rinviarono all'autunno perché nel frattempo bisognava bloccare i salari. Decisivo, secondo il suo racconto il ruolo di Carlo Azeglio Ciampi, uno dei massimi esponenti del partito tedesco in Italia, e proprio per questo santificato dai media. «Ciampi ci fece presente che prima era meglio aspettare l'accordo che avrebbe agganciato il costo del lavoro all'inflazione programmata per scongiurare una spirale tra prezzi e salari». Santo subito! Santo subito!

3. Svalutare la lira o rivalutare il marco? Secondo Amato «sarebbe stata più utile una rivalutazione del marco tedesco che un atto unilaterale sulla lira», Questo perché «in sofferenza  erano anche il franco, la sterlina, lo scudo e la peseta». A qualcuno fischiano le orecchie? Difficile non vedere le similitudini tra il 1992 e il 2017. Anche oggi molti pensano che starebbe alla Germania uscire dall'euro, ma nel 1992 andò diversamente. Vedremo nei prossimi punti il perché.

4. La politica al posto di comando. Il "dottor sottile", questo il nomignolo dell'allora delfino di Craxi, ci racconta di un suo viaggio a Parigi alla fine di agosto. Lì incontra il primo ministro francese, Pierre Bérégovoy, per chiedergli una svalutazione congiunta nei confronti del marco. Entrambi appartengono a partiti sedicenti "socialisti". Giuliano vuol pararsi dalle critiche in patria, ma Pierre, che vuol fare altrettanto, ha un problemino in più: «Disse: "Giuliano non lo faccio". Mi fece vedere i dati. Il 20 settembre in Francia si sarebbe tenuto il referendum per la ratifica del Trattato di Maastricht e il Sì era sotto. Se avessero perso la parità con il marco, l'orgoglio francese avrebbe reso il No invincibile e il progetto dell'unione monetaria sarebbe saltato». Come si può notare, i "mercati" non sono tutto. Anzi, nei momenti topici è la politica che comanda. Da tenere a mente per il futuro.

5. Le privatizzazioni. Nondimeno i mercati finanziari andavano rassicurati. E così il 9 settembre «privatizzammo il Credito Italiano e il Nuovo Pignone». Così, tanto per non farsi mancare nulla. Per segnalare il grado di subordinazione ai pescecani della finanza, ai quali forse non era bastato il decreto di due mesi prima (11 luglio) che avviava la privatizzazione di IRI, ENI, ENEL ed INA.

6. Alla fine decidono i tedeschi. Amato non dice che fu proprio il ritardo nella decisione di svalutare - rimandando da luglio a settembre - quel che fece la fortuna degli speculatori (con mister Soros in prima fila). Questi avevano ben compreso l'insostenibilità dello SME (Sistema Monetario Europeo), ed avevano agito di conseguenza. Ma a staccare la spina sarà la Bundesbank. Era l'11 settembre quando arriva la telefonata decisiva: «Ciampi andò a parlargli al tavolo della mia segretaria e quando tornò era verde in volto. Schlesinger gli aveva detto che la Bundesbank da lunedì non sarebbe più intervenuta per difendere la lira». Insomma, allora come oggi la "solidarietà europea" altro non era che una storiella per gonzi...

7. Ma l'asse Carolingio regge. Ecco un'altra similitudine con l'oggi. Passato il referendum con una vittoria di misura del Sì, Parigi ottenne per il franco una banda di oscillazione (verso l'alto e verso il basso) del 15%. Kohl non poteva fare a meno di Mitterand, e quest'ultimo volle così salvare l'«onore» della Francia. Amato se ne lamenta: «l'avessimo avuta noi (quella banda) ci avrebbe salvato».  Ma «salvato» da che cosa? Da una figuraccia politica evidentemente, perché in termini economici il Nostro (vedi punto 8) non può che riconoscere l'impatto positivo della svalutazione.

8. Il disastro che non ci fu. Cosa accadde davvero dopo l'uscita dallo SME? Questa la prima risposta di Amato: «Furono settimane durissime... C'erano code agli sportelli, fra cui la più lunga all'agenzia del Senato! La Guardia di Finanza mi faceva rapporto ogni giorno sugli spalloni che portavano soldi in Svizzera. Poi a ottobre avevamo una maxi-emissione di 47mila miliardi, tremavamo all'idea». «Come andò?», gli chiede Fubini. «Benissimo. Fu la fine di un incubo. L'economia stava già uscendo dalla recessione». Ma guarda un po' cosa può combinare (quando serve) la svalutazione! Lo stesso Fubini gli chiede allora se si può dire che essa abbia fatto bene all'economia. Questa la pasticciata risposta di Amato: «Nell'immediato, sì. Ma non consiglio di tornare alle monete nazionali con lo spazio che aprono alla speculazione!».      

Ecco, nell'incoerenza di quest'ultima affermazione c'è tutta l'inconseguenza delle attuali classi dirigenti italiane, peraltro non molto diverse - difatti Amato è sempre lì - rispetto a quelle di allora. Esse sanno come stanno le cose, sanno quanto dipendano dal rapporto di subordinazione che esse stesse hanno accettato per il nostro Paese, ma non possono e non vogliono venirne fuori dato che il «vincolo esterno» è l'arma preferita del blocco dominante che rappresentano nella guerra di classe che hanno dichiarato al popolo lavoratore.

Se, dopo un quarto di secolo, Amato non può negare i vantaggi della sovranità monetaria (anche se allora si trattò solo di una parziale e passeggera boccata d'aria), sente però il dovere di ammonirci: che non si ripeta, che la speculazione è in agguato!

Peccato che proprio la sua intervista confermi invece un'altra cosa, e cioè che la speculazione si alimentò - com'è ovvio e come sempre avviene - dall'attesa della svalutazione non dalla svalutazione stessa. Una questioncella che ci rimanda ovviamente all'oggi. E che ci dice che tutto il tempo che passerà prima dall'uscita dall'euro sarà non solo tempo perso per l'economia italiana, ma anche tempo regalato alla speculazione.

In ogni caso grazie ad Amato per gli spunti offerti alla riflessione. Niente di nuovo, per carità. Solo una conferma, ma utile assai, di quel che sosteniamo da tempo. E grazie anche al Corsera per il gigantesco 1992017 che sovrasta le due pagine dell'intervista, che non è un numero telefonico dal prefisso sospetto, bensì la concatenazione di due anni, il 1992 e il 2017 appunto, che hanno più analogie di quanto possa sembrare. Alla faccia di quelli che pensano che l'euro l'abbia ormai sfangata per sempre.

sabato 8 ottobre 2016

LA DIPARTITA DELL'EURO NON È LA FINE DEL MONDO di Alberto Bagnai

[ 8 ottobre ]

Quelli che "le riserve si vaporizzerebbero"...

Con sagacia Bagnai smonta una delle ultime trincee dietro alla quale pensano di proteggersi i corifei dell'euro, quella seconda cui la scomparsa della moneta unica causerebbe un disastro finanziario di proporzioni globali.

[Nella tabella l'evoluzione del paniere delle valute secondo i dati del Fmi]

«Contrordine compagni!

Dunque: finora dovevamo dire che "la liretta, l'Italietta, la carta straccia", e altre consimili scemenze. Sì, insomma, dovevamo, noi "de sinistra", esattamente come gli opinionisti degli organi di stampa del grande capitale, alimentare il mito di una Italia troppo piccola per resistere da sola alle grandi tendenze della globalizzazione. Dovevamo cioè presentare come processo oggettivo, e in quanto tale non gestibile né sindacabile politicamente, il fatto che il popolo italiano dovesse cedere la propria sovranità democratica a beneficio di interessi per definizione esteri (in quanto non nazionali: consultate un dizionario dei contrari).

Perché dovevamo fare, a sinistra, una simile operazione? Bò, questo resta uno dei grandi misteri della storia del nostro paese.

Sospetta è questa corrispondenza di amorosi sensi fra gli intellettuali di sinistra e gli opinionisti del capitale, come ho notato qualche giorno fa. Ed è anche sospetta questa incapacità di comprendere che lo spazio politico ha anche lui un suo horror vacui. Annichilire la sovranità del popolo non significa entrare in uno stato irenico ed edenico: significa solo creare un comodo spazio per la sovranità delle multinazionali, come i fatti stanno dimostrando (e se volete dettagli, vi suggerisco questo post del blog di Nuti, che forse qualcuno dovrebbe tradurre).

Ma per fortuna oggi, grazie alla sagace maieutica dello stesso Nuti e dei suoi coautori, ci siamo lasciati dietro le spalle questo retaggio di un passato subalterno, o, come io amo dire, autorazzista.

Oggi una squadra piuttosto eterogenea di intellettuali di varia estrazione ha risposto a Mario avvertendo: l'Italia è troppo grande per potersi permettere di uscire dall'euro: se lo facesse sarebbe un disastro, che porterebbe a "la sparizione della moneta unica di una delle principali aree economiche e la (sic) seconda valuta di riserva del mondo".

Ussignùr...

Eppure l'intervento di Mario e dei suoi coautori, nonché il mio sul Fatto Quotidiano, avevano un unico scopo: quello di far capire che questo non è un dibattito per dilettanti.

E invece gnente, si continua con frasi prive di senso, con un project fear che ormai i fatti dimostrano essere controproducente (come Mario & co. saggiamente ammoniscono), essere il veicolo verso la proliferazione della demagogia, essere la migliore assicurazione del fatto che l'inevitabile trapasso verrà gestito da chi avrà saputo mostrarsi più serio, o meglio meno ridicolo: purtroppo, la destra!

Comunque, cominciamo dal bicchiere mezzo pieno. Finalmente gli intellettuali "de sinistra" si sono accorti che un paese con 60 milioni di abitanti non è "troppo piccolo". Naturalmente, siccome essere "de sinistra" significa per non so quale strana alchimia odiare lo Stato (come un Giannino qualsiasi), cominciando naturalmente dal proprio, un altro difetto all'Italia bisognava trovarglielo, e se prima il difetto era di essere era troppo piccola per fare come gli pare, adesso è quello di essere troppo grande per fare come gli pare. Minimo comune multiplo: per questi intellettuali democratici i loro concittadini non possono fare come gli pare. E va bene così (chi ha letto i miei libri sa le radici storiche di questa simpatica attitudine).

Non commento il tema della "sparizione della moneta unica". Come sapete, non è né la prima né l'ultima volta che un'unione monetaria di un qualche peso scompare, il materiale lo trovate nella sezione "Per cominciare", per voi è banale e quindi non ci torno. Per inciso, colgo l'occasione per dirvi che anche quest'anno avremo al #goofy5 Brigitte Granville, la donna che era nel team di Jeff Sachs a smantellare l'area del rublo per conto di Gajdar. Sono sicuro che se al suo posto ci fosse stato l'uomo che sussurrava ai trulli i risultati sarebbero stati molto migliori: ma siccome c'era lei e non c'era lui, diciamo che abbiamo una ragionevole presunzione che Brigitte sappia di cosa parli...

Mi diverte invece moltissimo, è autenticamente spassosa (posto che sia onesta) l'immagine della sparizione della seconda valuta di riserva del mondo.

Ecco: diamo per scontato che chi ragiona così sia in buona fede (perché potrebbe anche non esserlo, ma occorrerebbe provarlo: la buona fede si presume). Che immagini, cioè, che le riserve ufficiali siano immensi sacchi di juta pieni di contante estero - certo, magari non monete metalliche, ma bigliettoni - depositati nelle casseforti di qualche banca centrale in giro per il mondo. L'Italia (non più Italietta ma Italiona) esce nottetempo dall'euro e... Puff! I sacconi di juta si inceneriscono. Il giorno dopo Patel, o magari Zhou, scendono in ciabatte, ancora un po' assonnati, passano davanti alla cassaforte andando in cucina a farsi un caffè, e vengono assaliti da un dubbio, sai, quei presentimenti tanto vaghi quanto lancinanti, quelle premonizioni che proprio perché infondate, irrazionali ("ma che tte pare che stanotte qualcuno è venuto a aprimme la cassaforte?"), ti impongono il rituale della verifica... "Famme dà un'occhiata, tanto sto qua..." E così i nostri governatori girano la pesante maniglia della cassaforte (ognuno della sua), aprono lo sportello, che cigola sui cardini ("devo ricordarmi di oliare le cerniere..."), e poi si stropicciano gli occhi increduli! Ma... Ma... Ma... dove sono finiti gli euroni, quelli che così efficacemente hanno difeso i banchieri europei dalla crisi e i proletari europei dalla perdita di potere d'acquisto? Non ci sono più? Sono spariti?

Oddio, dato che la compagine è abbastanza scompaginata, magari al suo interno qualcuno che ragiona così ci sarà anche. Voglio però pensare che non arrivino a tanto, ma a un pocolino meno: cioè che si limitino a pensare che questi begli euroni di carta ballanti e sonanti improvvisamente si trovino demonetizzati (fuori corso legale nel paese che li ha emessi... e che peraltro in quanto paese non esiste!), o "svalutati". Purtroppo anche questa è una lieve imprecisione. Per quanto questo possa sembrare paradossale, la logica economica ci dice che le banche centrali di paesi terzi potrebbero addirittura guadagnarci, da una dissoluzione dell'euro.

Come?

Ma sei pazzo?

Ecco, le solite teorie strampalate di Bagnai...

Calma, amici, calma. Le teorie di Bagnai del 2011 sono diventate teorie di Giavazzi nel 2015 e di Stiglitz nel 2016. Ci sarebbe da esserne fieri, se non fosse che nemmeno nel 2011 quelle erano teorie mie, come vi ho mille volte spiegato, ma semplice Econ101. Qui, poi, non si tratta di teoria, ma di pratica.

Scusate: se voi aveste, che so, 200.000 euro di disponibilità liquide per qualsiasi motivo (vendita di un appartamento? Eredità?) cosa fareste? Andreste in banca con un sacco di juta e ve le portereste a casa in biglietti di piccolo taglio? Non credo, non sarebbe razionale, per due ordini di motivi: il primo è che correreste un rischio (se poi un ladro vi entrasse in casa, sareste spacciati), e il secondo è che non avreste un rendimento. Certo: una somma simile conviene tenerla investita in titoli, che fruttano un interesse (se pure, di questi tempi, irrisorio).

C'è un qualche motivo che fa pensare a voi, o alla sconclusionata pattuglia eurista, che un banchiere centrale pisci dalle ginocchia? (perdonate l'espressione gergale).

Perché Patel dovrebbe essere più fesso di voi, o di Trullo Whisperer? Mi dicono che non sia un bramino, ma non per questo sarà un ellissoide! Anzi... Patel, come Zhou, come Goldfajn (sì, proprio quello che fra l'altro è anche stato coautore di un saggio che i dilettanti sistematicamente ignorano e del quale vi parlai qui), esattamente come non tengono i loro dollari in contanti ma in TBill o simili, non tengono i loro euro in contanti, ma in titoli di Stato di paesi dell'area euro.

Ecco, ragioniamoci un po' su...

Come funzionavano le cose prima che iniziasse questo bordello? L'euro non c'era, ma questo non significa che alcune valute europee non fossero valute di riserva. Quali? Ve lo potete immaginare: marco tedesco, franco francese, fiorino olandese, ECU, e naturalmente, fra le valute non candidate all'ingresso nell'euro, sterlina. La base datiCOFER del Fondo Monetario Internazionale ci dipinge esattamente la situazione:

Nel 1995, per dire, le riserve ufficiali totali erano 1389 miliardi di dollari, di cui 355 erano "unallocated" (ultimo rigo), cioè non si sapeva come fossero investite, mentre i restanti 1034 erano allocati in otto valute (dollaro, sterlina, marco, franco, yen, franco svizzero, fiorino e ecu), e una piccola parte (49 miliardi) era allocata in altre valute (fra cui i dollari australiano e canadese). L'euro? Non c'era, naturalmente. Ma se sommiamo il controvalore delle riserve in marchi, franchi, fiorini e Ecu ci viene fuori un bel 279 miliardi di dollari, che vi ho messo in rosso, proprio per evidenziare che quello è l'ammontare delle riserve non in euro (che non c'era), ma nelle cosiddette euro legacy currencies (che c'erano).

Bene, ci siamo? Notate nulla?

Allora vi faccio il disegnino:

Ma guarda un po'! Fra 1995 e 1998 la parte del leone, con quota maggioritaria e crescente, fra le valute di riserva dei paesi europei candidati all'Eurozona chi la fa? Ma lei, proprio lei, la Germania. So che non sarete stupiti. Questo in buona sostanza cosa significa? Significa che in giro per il mondo, verso il 1998, nell'attivo delle banche centrali (incluse quelle europee), c'erano circa 176 miliardi di Bund o similari (escluderei che ci fossero 176 miliardi di monete da un marco, se non avete particolari obiezioni da farmi).

Ci siamo?

Bene. Poi ci siamo uniti, è arrivato l'euro, e l'evoluzione è stata questa:

Siamo passati da 218 miliardi di dollari di euro legacy currencies a 247 miliardi di dollari di euro, poi 278, poi 301, ecc. Una dinamica in crescita, che poi valuteremo, ma la domanda è: secondo voi, un banchiere centrale, che so, di Vanuatu o malese o messicano, che fino al 1998 aveva una certa parte delle proprie riserve allocate in marchi, cioè in Bund, appena arriva l'euro che fa? Prende, disinveste tutti i Bund, e compra titoli del tesoro portoghese o greco? E perché mai avrebbe dovuto farlo? Scusate, vi ricordate cosa ci ha portato l'euro? La convergenza fra tassi di interesse nominali, giusto? Quindi un titolo greco rendeva, fino a prima della crisi dello spread, quanto un titolo tedesco. E allora perché Rajan o Zhou o Bernanke avrebbero dovuto disinvestire i propri Bund per investire, a parità di rendimento, in titoli portoghesi? Non si capisce proprio...

In altre parole, i 1355 miliardi di dollari di riserve denominate in euro in giro per il mondo a fine 2015 è estremamente probabile che fossero pressoché tutte allocate in Bund. Se lo erano prima dell'euro, e quindi verosimilmente prima della crisi, lo saranno (razionalmente) state ancora di più dopo lo scoppio della crisi, che avrà ancora di più spinto i banchieri centrali, personcine avvedute e avverse al rischio, a rivolgersi, per investire i loro euro, verso i titoli del paese considerato meno rischioso dell'Eurozona: la Germania.

Questo cosa significa?

Ma significa una cosa molto ma molto semplice: certo, quando l'euro salterà (non se: quando) ci saranno diversi problemi, che sono conosciuti da chi ha studiato la materia invece di industriarsi in altri campi del sapere economico (o presunto tale). Ma sicuramente fra questi non dobbiamo annoverare la "sparizione delle riserve". Semplicemente, il giorno dopo Patel o Zhou si troveranno con quello che avevano il giorno prima: dei titoli di stato tedeschi che però saranno, a seconda degli scenari, definiti o in un nuovo marco o in un euro del Nord, e quindi risulteranno nettamente rivalutati rispetto al giorno prima. Quindi da questa evoluzione (che è solo una delle tante che si verificheranno in seguito all'evento) i nostri amici banchieri centrali, per i quali stiamo tanto in pena, noi di sinistra, bé, da questa evoluzione rischiano addirittura di guadagnarci.

Certo, a meno che il giorno prima non abbiano venduto tutti i Bund per comprare Btp. Ma se avessero fatto una fesseria simile, sapreste dirmi un singolo cazzo di motivo al mondo per il quale non dovrebbero pagarne le conseguenze?

Ecco: e qui allarghiamo un momento l'obiettivo, per inquadrare in una bella foto di classe (in senso marxista) i nostri simpatici difensori del potere d'acquisto del povero lavoratore, cioè gli euristi di sinistra. Ti fanno la lezzzioncina (sbagliata: cherry picking piuttosto insulso) sul fatto che il riallineamento (che loro chiamano svalutazione) non rianimerebbe il commercio, ma dimenticano quello che fingono di ricordare, cioè il lato finanziario della vicenda. Vedete, se avesse avuto la dracma, la Grecia avrebbe naturaliter fatto unhaircut: una svalutazione è anche questo, è restituire meno valuta nazionale a chi te l'ha prestata incautamente (senza valutare correttamente il tuo merito di credito, come hanno fatto le banche tedesche nel prestare ai greci, e ormai anche la Bce tranquillamente lo ammette). E qui si vede quale classe difendano i difensori dell'euro. L'unica cosa che interessa loro è che il capitalismo finanziario cialtrone e bancarottiero del Nord, quello di DB imbottita di derivati e delle Landesbanken imbottite di crediti marci, non sia chiamato a pagare il conto delle proprie scelte sbagliate attraverso un normale meccanismo di prezzo. Insomma: sono i difensori senza se e senza ma del capitalismo dove testa vinco io, croce perdi tu. Questo è il lato che evidentemente li affascina e li soggioga intellettualmente dell'istituzione euro, forse perché da questo peculiare aspetto di tale iniqua istituzione traggono alimento.

Io non emetto alcun giudizio. Mi limito a far notare che, come sempre, chi si incaponisce a difendere un'idea sbagliata perché ingiusta dopo un po' resta a corto di argomenti, e deve necessariamente usarne di ridicoli.

L'immagine del povero Patel in ciabatte atterrito alla scomparsa dei propri euroni è sufficientemente plastica. Ridiamoci sopra, e scusatemi se vi ho fatto perder tempo con fesserie simili. Ma, d'altra parte, un keynesiano sa che è la domanda a creare l'offerta. Questo credo valga anche per le lievi imprecisioni. Quindi, meglio intervenire per regolarne il mercato...»

* Fonte Goofynomics

mercoledì 8 aprile 2015

LE 7 PAURE INFONDATE SULL'USCITA DALL'EURO di Beppe Grillo

[ 8 aprile ] 

Il 5 aprile, sulla sua pagina facebook, Beppe Grillo ha pubblicato, questo breve e chiaro post.

1) Mutuo
I mutui verranno convertiti nella nuova valuta il giorno di uscita dall'euro, per chi ha il tasso variabile questo rimarrà comunque legato all'euribor e quindi stabile. Sul fronte dei mutui gli italiani ne beneficeranno.
2) Inflazione
Se pensiamo che i beni (casa, macchina, telefono) che vogliamo comprare scenderanno di prezzo non spendiamo e l'economia si ferma. Questo è quello che succede oggi con la deflazione. Un po' di inflazione è quindi necessaria a far girare l'economia. Dall'altro lato non deve essere troppo alta per non svalutare la nostra capacità di spesa. Questo non succederà perchè i prodotti italiani diventeranno più competitivi rispetto agli esteri e i prodotti che siamo obbligati a importare dall'estero (es. petrolio) hanno un impatto limitato sul prezzo finale (es. nell'ultimo anno l'euro si è svalutato di circa il 25% sul dollaro, ma le accise alte sulla benzina non hanno fatto vedere la differenza).
3) Conto corrente
Il conto corrente in euro verrà convertito nella nuova valuta. Ma come oggi uno può tenere conti in valute diverse nel suo conto in banca, la stessa cosa potrà fare dopo l'uscita dall'euro tenendo conti in dollari, euro, sterline, franchi e nuova valuta.
4) Titoli di stato
I titoli di Stato italiani saranno convertiti per il 95% nella nuova valuta (dato che per il 95% sono emessi sotto legislazione italiana e per cui ereditano la valuta nazionale). Lo Stato li pagherà e li emetterà nella nuova valuta. Visti i bassi rendimenti e l'alto rischio già oggi i titoli di Stato italiano non sono convenienti per il cittadino italiano.
5) Passaggio dall'euro alla lira
Il cambio probabilmente sarà 1 a 1 con la nuova valuta che poi si svaluterà un po'. L'effetto sui prezzi farà si che da subito probabilmente rimarranno uguali a quelli che vediamo oggi semplicemente denominati nella nuova valuta.
6) Aumento della benzina
La benzina è un falso problema in quanto la maggior parte del suo costo (64%) è dovuta alla tassazione. Le quotazioni internazionali del greggio e il rapporto di cambio incide solo sul 26% del prezzo. Se si aggiunge che il petrolio è ai minimi storici in questo periodo non sarà sicuramente un problema l'uscita dall'euro per questo aspetto.
7) Import: aumento dei prezzi dei prodotti importati
Questo problema, che esiste in particolare sui prodotti tecnologici, può essere risolto solo investendo in innovazione dopo la distruzione di aziende come Olivetti e il ridimensionamento di Telecom Italia. L’innovazione è l’unico modo per sviluppare il Paese, non certo rimanere nell’euro.Abbiamo storicamente sempre esportato e commerciato con i Paesi più vicini a noi, ma non perchè hanno l'euro, semplicemente perchè sono più vicini e la vicinanza geografica li rende i più facili con cui commerciare da quando c'era l'Impero romano.
Al contrario le esportazioni verso l'area euro sono in continua decrescita da quando abbiamo l'euro. Solo nel 2007 erano quasi il 60%, oggi meno del 50%. Le uniche aree in crescita per le nostre esportazioni sono quelle fuori dalla zona euro come evidenziato da studi sull'export italiano: "i mercati emergenti rappresentano attualmente la quota maggiore delle esportazioni, mentre la rilevanza dell’area euro si è notevolmente ridotta"

martedì 4 giugno 2013

ALBERTO BAGNAI: DOTTOR JEKILL O MISTER HIDE?

4 giugno. Dovete assolutamente vedere questo filmato. Risale al 24 gennaio scorso. Con una prolusione brillante di dieci minuti Alberto Bagnai perora apertamente il ritorno alla lira e sbugiarda coloro che terrorizzano i cittadini sull'eventuale abbandono dell'euro. Bagnai lo fa con eloquenza e logica impeccabile. Ma... c'è un ma. Noterete la chiamata di correo... verso i mercati finanziari, che non sono "cattivi" perché puntano a fare un guadagno. 
Ciò sarebbe, secondo il Bagnai... "naturale". Ciò è "luogocomunista" aggiungiamo noi, perché suona piddiellemente e piddimenoellemente come un'assoluzione della grande finanza predatoria, le cui responsabilità per il marasma in cui versa il mondo sono sotto gli occhi di tutti.

Una fessura non solo logica, ma etica, politica e teorica, che apre verso l'abisso, che noi siamo stati obbligati a segnalare come figlia di una concezione economica e dei rapporti sociali che non solo Marx ma anche Keynes avrebbe condannato.

Il fatto che sottolineiamo è tuttavia anche un altro e non meno grave. Il 24 gennaio, mentre Bagnai perorava il ritorno alla Lira, era lo stesso giorno in cui a Bruxelles veniva presentato il Manifesto di solidarietà europea, da lui stesso sottoscritto. Un Manifesto che va in tutt'altra direzione che la fine dell'euro e il ritorno alla sovranità monetaria e che per questo abbiamo duramente criticato.
Doppio Bagnai. Dottor Jekill e Mister Hide.

Buona visione e anzitutto buon ascolto!

martedì 11 dicembre 2012

ECCO PERCHÉ L'ITALIA USCIRÀ DALL'EURO

L'opposizione della Cgil al governo Monti
Le elezioni prossime e il nostro futuro visto da un economista inglese

di Ambrose Evans-Pritchard*

Un aglosassone fuori dal coro. Mentre Financial Times e Wall Street Journal, hanno fatto un endorsement per un Monti-Bis, Evans-Pritchard la pensa all'opposto, spiegando perché l'Italia dovrebbe applicare una terapia opposta a quella suicida di Monti.

mercoledì 17 ottobre 2012

SE SI TORNASSE ALLA LIRA QUANTO VARREBBE?

La svalutazione della lira del 1992 non causò inflazione
(clicca per ingrandire)

Contro lo spauracchio della svalutazione


Da fautori dell'uscita dall'euro e della riconquista della sovranità monetaria (senza la quale è arduo parlare di sovranità politica e di democrazia) siamo intervenuti più volte contro il vero e proprio terrorismo ideologico degli "euristi". Per questi ritorno alla lira significherebbe svalutazione alle stelle e iper-inflazione. Ritorniamo sull'argomento pubblicando un brillante e conciso articolo. Abbiamo solo aggiunto una Tabella (in alto) sull'andamento dell'inflazione dopo la svalutazione della lira del 1992 e l'uscita dallo Sme (Sistema monetario europeo, con cambi praticamente fissi). Come si vede non c'è stato alcun automatismo tra svalutazione e inflazione.

lunedì 28 maggio 2012

EURO: ECCO COME NE POSSIAMO USCIRE


Perché è possibile, perché è conveniente
Tutto ciò che vi nascondono

Claudio Messora intervista Claudio Borghi*


I media italiani da alcune settimane stanno terrorizzando gli italiani che nel caso uscissimo dall'euro e tornassimo alla lira sarebbe un'ecatombe sociale. E' vero il contrario: solo uscendo preparati dall'euro moribondo eviteremo una catastrofe nazionale. In questa intervista si spiegano le cose e i meccanismi d'uscita possibili. Leggete con calma.


sabato 19 maggio 2012

DALL'EURO ALLA LIRA

Il ritorno del terrorismo

di Alberto Bagnai*


Come vedete, l'euro sta creando grandi tensioni sociali e internazionali. Quelle tensioni che la teoria economica, per bocca dei suoi massimi esponenti, aveva puntualmente anticipato.

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