14 agosto. Tanto tuonò che piovve.
Il Nostro continua:
Alberto Bagnai ci
informa che ha costituito, assieme all’ormai inseparabile compagno Claudio Borghi
Aquilini, un’associazione, anzi un pensatoio, ovvero un think tank. Il nome è un programma: a/simmetrie. Quali siano queste asimmetrie è presto detto: quella
debito-credito, quelle monetarie, quelle normative sancite dalle politiche
economiche, quelle tra Nord e Sud, infine quella tra i fattori K e L —decodificando gli "scenziati": capitale e lavoro.
Dio ce ne scampi, quindi, dalle marxiane “contraddizioni”
intrinseche al modo capitalistico di produzione, tra K e L tanto per dire, o
anche indagare, alla maniera di Keynes, se per caso, alla base delle crisi
generali non vi siano appunto cause congenite al modus essendi del capitalismo.
Per il Nostro, il capitale è imperituro, sarebbe anzi il
migliore dei sistemi possibili, basta risolvere le asimmetrie dettate da
cattive direttive dei policy makers. I
titolo del manifesto del think tank è
strabiliante: “Per un’economia
simmetrica”. Leggi: per un sistema in cui gli interessi di capitalisti e
lavoratori salariati coincidano; in cui domanda e offerta, produzione e
consumo, s’incontrino beati; in cui i diversi capitali invece di scannarsi a
vicenda a caccia del massimo profitto vadano d’amore e d’accordo; in cui i
diversi Stati e Potenze geopolitiche stabiliscano tra loro la kantiana una pace
perpetua.
Niente di nuovo sotto il cielo
Ogni volta che il capitale, dopo un periodo d’espansione, entra nella crisi generale, ci sono sempre dei consulenti in cerca d’autore i quali propongono ricette per tornare all’epoca d’oro. Essi colgono che lo sciame sismico precede scosse sempre più devastanti, ma invece di chiedersi se l’edificio potrà evitare il crollo, si ingegnano a suggerire come diversamente disporre gli spazi e gli arredi. Non capendo la differenza tra crisi ciclica e crisi generale, ovvero scambiando la seconda per la prima, questi luogotenenti del capitale vedono solo asimmetrie, squilibri, sproporzioni; e quindi pensano di curare il malato con dei pannicelli caldi. Non c’è bisogno di scomodare Marx, basta interrogare la Storia, per capire che dopo ogni grande fase di avanzata economica, dopo che il capitale ha spinto al massimo il suo grado di accumulazione, gettato al limite estremo forze produttive e valorizzazione, quindi espugnato ogni più remoto anfratto del mercato; segue la fase della distruzione di capitali e forze produttive, tanto più ampia e devastante quanto era stata la fase espansiva.
Ogni volta che il capitale, dopo un periodo d’espansione, entra nella crisi generale, ci sono sempre dei consulenti in cerca d’autore i quali propongono ricette per tornare all’epoca d’oro. Essi colgono che lo sciame sismico precede scosse sempre più devastanti, ma invece di chiedersi se l’edificio potrà evitare il crollo, si ingegnano a suggerire come diversamente disporre gli spazi e gli arredi. Non capendo la differenza tra crisi ciclica e crisi generale, ovvero scambiando la seconda per la prima, questi luogotenenti del capitale vedono solo asimmetrie, squilibri, sproporzioni; e quindi pensano di curare il malato con dei pannicelli caldi. Non c’è bisogno di scomodare Marx, basta interrogare la Storia, per capire che dopo ogni grande fase di avanzata economica, dopo che il capitale ha spinto al massimo il suo grado di accumulazione, gettato al limite estremo forze produttive e valorizzazione, quindi espugnato ogni più remoto anfratto del mercato; segue la fase della distruzione di capitali e forze produttive, tanto più ampia e devastante quanto era stata la fase espansiva.
Quando il sistema entra fasi come queste, il conflitto
prende il posto della pace. Parliamo anzitutto dell’acutizzazione della lotta
di classe tra lavoro salariato e capitale, come pure della concorrenza tra
capitali che diventa lotta senza esclusione di colpi. Quali che siano i
tentativi dei pontefici della giustizia che riconcilia, il capitale (di cui i
singoli capitalisti non sono che meri funzionari) può sperare di non
soccombere, di non essere sopraffatto, solo schiacciando la massa dei
lavoratori salariati. Noi siamo solo ai primi vagiti di cambiamenti epocali, il
cui esito sarà stabilito da guerre e rivoluzioni. Alcuni paesi emergeranno più
potenti di prima, altri andranno in rovina. Questi ultimi, tra cui il nostro, avranno
due sole possibilità, o assoggettarsi come semicolonie ai vincitori o
ribellarsi. E questa ribellione potrà percorre due e solo due strade: o quella dello
sganciamento socialista dalla gabbia della globalizzazione, o quella della reazione fascista.
Bagnasconi farà spallucce rispetto a queste analisi da
“marxisti dell’Illinois”. Con spocchia tutta borghesuccia e pariolina
sghignazza quando sente dire che senza un risveglio, anzi una sollevazione popolare
non c’è uscita da questo marasma se non sprofondare nell’abisso. Da parte
nostra ci scompisciamo dal ridere osservando quest’ultima sua mossa.
Non manca al think
tank di coppia l’autostima:
«A me il quadro sembra abbastanza chiaro: nella competizione contro il sistema che ci sta stritolando, i cavalli vincenti sono due, e li conoscete: Claudio e un altro. Ora si sono associati. Sta a voi puntare sui cavalli vincenti». [Alberto Bagnai, Due anniversari e una nascita, 11 agosto 2013]
Visto ciò che questi due han capito della crisi e del
sistema che dicono dicono di combattere, viene spontanea l’immagine pittoresca di Don
Chisciotte e Sancio Panza, i cavalieri delle cause perse. Macché! Mica sono
così fessi. Il compito che si assegnano è ben più meschino, quello di suggerire
ai politici dominanti cosa essi dovrebbero fare invece di quel che fanno —si
capisce dunque perché la coppia se la prenda tanto contro quelli che
giustamente vogliono mandarli tutti a casa.
Sentiamo:
Noi vogliamo «…aiutare i politici a capire i problemi e a gestire le loro paure, io e Claudio lo stiamo facendo, e direi anche con dei risultati, a giudicare dal moltiplicarsi degli attacchi cui siamo sottoposti». [Ibidem]
Al servizio di quali politici esattamente essi si
metteranno? La risposta,
pelosa ma inequivoca ce la da lo stesso Bagnasconi: di Forza Italia 2.0. Così quelli che settimane addietro ci avevan detto, "forse esagerate con queste critiche a Bagnai", avranno modo di ricredersi.
pelosa ma inequivoca ce la da lo stesso Bagnasconi: di Forza Italia 2.0. Così quelli che settimane addietro ci avevan detto, "forse esagerate con queste critiche a Bagnai", avranno modo di ricredersi.
«Qualche politico (praticamente tutti tranne quelli che vi sareste aspettati voi) una interlocuzione l’ha cercata, e il risultato qual è? Sempre il solito. Voi non ci crederete (o forse sì), ma molti ormai capiscono perfettamente quale sia la natura del problema, e cosa ci sia da fare. Ma hanno due problemi. Il primo è quello di poter affrontare certi temi senza esser presi per matti. Il secondo, parzialmente sovrapposto, è quello di poter dire la verità senza perdere elettori. Hanno bisogno, i politici, di qualcuno che riesca a riportare nel dibattito le scelte vere, fondamentali, quelle che riguardano la nostra appartenenza a questa Europa, il nostro ruolo e la nostra autonomia decisionale. E hanno bisogno di qualcuno che fornisca loro le parole e gli argomenti per gestire le paure degli elettori, quelle paure che loro stessi in trent’anni di propaganda dissennata, ma non sempre dolosa, hanno contribuito a rafforzare, e che dopo essere state per loro strumento di potere, rischiano di diventare adesso strumento della loro caduta. (…)
Incidiamo nel dibattito
E questo lavoro, il lavoro di riportare nel dibattito politico i temi veri, il lavoro di aiutare i politici a capire i problemi e a gestire le loro paure, io e Claudio Borghi lo stiamo facendo, e direi anche con dei risultati, a giudicare dal moltiplicarsi degli attacchi cui siamo sottoposti». [Ibidem]
Metti una sera a
cena…
Che questo fosse l’approdo di Bagnai, chi scrive, l’aveva capito la sera del
6 dicembre 2012. Eravamo a cena col Nostro in quel di Perugia, dopo un incontro
molto partecipato che doveva avere l’euro al centro e che invece trasformò in
uno sconclusionato racconto autobiografico. Erano i giorni che precedettero il ritiro della fiducia dei beluscones al governo Monti. Bagnasconi ci informò di almeno due
incontri intimi avuti con Crosetto e altri del Pdl (non ci volle dire i nomi).
Il Nostro, visti i berlusconidi disposti a mettere in discussione
la moneta unica, buttò lì una battuta: «E’ giunto il momento di siglare un nuovo
Patto Ribbentrop-Molotov».
A scanso di equivoci: c’erano almeno sette testimoni. Del resto, in più di un'occasione, lo stesso Berlusconi aveva tuonato contro l'euro, sostenendo che l'uscita dell'Italia "non era una bestemmia".
Il Bagnasconi, dopo un transito
tra quelli che chiama “gli sfigati di sinistra” —è già! Che fummo proprio noi a
sdoganarlo, col Convegno
di Chianciano Terme dell’Ottobre 2011— stava appena allora facendo il salto
della quaglia, mettendo il suo smisurato ego al servizio dei settori forse più
putridi della classe dominante.
Doveva tuttavia accreditarsi, dissociarsi, pentirsi, redimersi dalla sue
intemperanze e posizioni anti-euriste e anti-sistemiche. Lo fece di lì a pochi
giorni, sottoscrivendo il Manifesto
di solidarietà europea —degno di nota che il primo atto pubblico del think tank (Roma 23 settembre) sia
proprio la presentazione di questo Manifesto.
Ricordate? Con sorprendente nonchalance il
Nostro passò dall’uscita
dell’Italia dall’euro a quella della Germania. Non stupisce quindi di che
razza fossero i
suoi infidi compagni di merende, e che egli rendesse pubblico quel Manifesto
con quattro mesi di ritardo, guarda caso solo dopo che noi denunciammo
l’imbroglio.
Vennero quindi le elezioni anticipate. Bagnasconi, traboccante di disprezzo rancoroso verso tutto ciò che
puzzava di sinistra, non ebbe il coraggio di confessare le sue intime simpatie
per il Berlusca. Si tolse d’impaccio
andando Oltralpe. Sintomatico però che fece fuoco e fiamme contro il Grillo e
il Movimento 5 Stelle. Non solo smentiva
categoricamente di essere il candidato premier di M5S, che francamente
sarebbe stato un punto d’onore ma ne
prese brutalmente le distanze. Pagava così pegno ai suoi nuovi committenti:
niente a che fare con un movimento d’opposizione che faceva
dell’antiberlusconismo una bandiera.
Non ci si venga a dire che la condanna senza appello di M5S era causata
dalla posizione di Grillo sul debito pubblico e la necessità di ripudiarlo. A
parte che su questo punto Bagnasconi afferma un sacco di cazzate, il Nostro non ha principi, solo sesquipedali ambizioni. E chi ha
ambizioni smisurate ha nel suo Dna il vendersi al miglior offerente. Chi lo
segue in buona fede, e non l’ha ancora capito, ci lascerà le penne.
Come ha già fatto notare
Fiorenzo Fraioli, se Bagnasconi considerasse la sua posizione per cui il debito
pubblico non fa problema non potrebbe fregiarsi di avere nel Comitato
scientifico del suo think tank un
pezzo da novanta come Paolo Savona (per la cronaca ex-ministro del governo
Ciampi nel 1993-94). Uno che del debito
pubblico fa, e come, la questione delle questioni, e che è autore del cosiddetto
Piano
shock per abbassare il debito di 400 miliardi tagliando la spesa pubblica,
privatizzando il privatizzabile e mettendo a garanzie ogni sorta di bene
pubblico. Il Paolo savona che è stato il vero suggeritore del “piano
taglia-debito” che Brunetta e il Pdl hanno sottoposto al governo Letta non
più tardi di un mese fa.
Se Bagnasconi avesse dei principi non avrebbe accettato che del Comitato scientifico facesse
parte un liberista del calibro di Giorgio La Malfa, il saltimbanco scilipotiano, già Ministro del governo
Berlusconi nel 2005-2006, eletto prima nelle liste di Forza Italia (2006) poi
in quelle del Pdl nel 2008.
Paolo Savona, Giorgio La Malfa, Claudio Borghi Aquilini: più che
scienziati tre biglietti d’ingresso nel sottobosco berlusconiano.
Nel Comitato scientifico anche l’economista Giuseppe Travaglini che non
più tardi del 7 giugno scorso sottolineava, proprio in faccia al Nostro,
che l’euro non è stato la causa del declino economico italiano, che questo
declino ha invece origini lontane (negli anni ’70) e strutturali, attiene al
crollo degli investimenti e al calo progressivo di produttività, con la
globalizzazione che ha accresciuto il gap rispetto agli altri paesi.
Nel Comitato troviamo infine Vladimiro Giacché, che non perora la fine
della moneta unica, ritenendo, da marxista ortodosso quale egli si considera,
che la crisi monetaria sia solo un epifenomeno, poiché è crisi classica di
sovrapproduzione, ovvero causata dalla caduta tendenziale del saggio di
profitto —non era questo, Professor Bagnai, il miserabile stigma dei
palteliminti o dei “marxisti
dell’Illinois”.
Cosa ci facciano Giacchè e Travaglini,due che certo non accetteranno mai
di vendersi al puttaniere di Arcore, nel Comitato scientifico di un think tank che si presenta come veicolo
delle torbide ambizioni politiche di Bagnai e Borghi, a noi francamente sfugge.
Non ci sfugge invece che un simile Comitato di scientifico avrà vita
breve. Esso scoppierà alla prima prova seria, che non è lontana visti i tempi
che viviamo e il tintinnio di sciabole al capezzale del governo Letta.
A/simmetrie è dunque
un nome davvero azzeccato per questa neonata associazione, un vero
autoritratto, nel senso che date le idee economiche e posizioni politiche, mai
asimmetria fu più spettacolare.
Qualcuno, a questo punto, potrebbe ricordarci quanto scritto nel poema epico indiano, il
Mahabharata, secondo cui «L’uomo
giusto si addolora nel biasimare gli errori altrui, il malvagio invece ne
gode».
Bella massima
morale. Ma qui la questione è duplice, politica anzitutto e poi scientifica e
per entrambi gli aspetti la regola a cui ci atteniamo è quella per cui occorre
dire la verità, che è sempre rivoluzionaria.






