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giovedì 9 gennaio 2020

FRANCIA: APPELLO PER SOSTENERE LO SCIOPERO

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo appello che circola in Francia.

«A tutte le organizzazioni che vogliono sostenere gli scioperanti

SOSTENIAMO LO SCIOPERO !


Da un mese, migliaia e migliaia di scioperanti sono mobilitati contro la riforma delle pensioni.

giovedì 19 dicembre 2019

RACCOGLIERE IL TESTIMONE DEL POPOLO FRANCESE cc di P101



Comunicato n. 13/2019

Comitato Centrale di Programma 101


Mentre la Francia era paralizzata dalla più massiccia ondata di scioperi e mobilitazioni sindacali da dieci anni a questa parte, il Parlamento francese, dopo una faticosa maratona, ha approvato ieri la Legge di Bilancio 2020. Una manovra di marca verde-euro-austeritaria che dovrebbe portare il deficit al 2,2% rispetto al 3,1 di quest’anno — da molti anni la Francia sfora la soglia del 3%. L’antipopolare riforma delle pensioni (tuttavia non così devastante come quella che fecero Fornero-Monti) è quindi posticipata.

A causa della grande prova di forza delle organizzazioni sindacali, si intravedono le prime crepe nel fronte macroniano. Dopo lo sciopero generale del 5 dicembre e due settimane di “grève interpro” [scioperi interprofessionali] e ad intermittenza, che ha coinvolto anzitutto i lavoratori delle potenti categorie del pubblico impiego e dei trasporti, quello del 17 dicembre, ha visto una partecipazione ancor più massiccia. Il suo peso ha avuto anche l’adesione all’ultimo momento della CFDT (sindacato “socialista” che si era tenuto in disparte per proteggere Macron e il suo governo).

Macron non è mai stato in difficoltà come adesso. La stampa liberista francese sostiene che egli non sopravviverebbe ad un’eventuale marcia indietro come accadde a Chirac nel 1995 (che fece appunto il primo tentativo di riforma delle pensioni). Tuttavia c’è chi tranquillizza il banchiere Macron, condottiero di La Republique en Marche (LR). E’ vero

che i sondaggi danno la sua popolarità al poco più del 30%, ma in Francia, a causa del micidiale meccanismo elettorale del doppio turno, si può diventare Presidente anche con un indice di popolarità così basso — al primo turno delle ultime elezioni svoltesi il 23 aprile 2017, Macron ottenne il 24%, e poi vinse al ballottaggio contro la Le Pen col 66% dei voti.

Uno dei fatti significativi delle mobilitazioni del 17 dicembre, è che sono scesi in sciopero anche lavoratori delle aziende private. Non accadeva da molto tempo.

Il secondo fatto è la partecipazione in diverse manifestazioni di nutrite delegazioni di Gilet Gialli. Segno che mesi e mesi di rivolta per le strade hanno ben concimato il terreno su cui è nata la pianta dell’attuale movimento di scioperi.

Il terzo fatto è che dalle piazze e dalle strade è emersa maggioritaria la volontà di respingere ogni compromesso negoziale con Macron (non c’è da fidarsi dei sindacati). Lo slogan ripetuto è stato “continuer jusqu’au retrait de la reforme des retraites” [continuare la lotta fino al ritiro della riforma delle pensioni]; “Pas de trêve de Noel, jusqu’au retrait!” [ Nessuna tregua natalizia, lotta fino al ritiro!”].

Il quarto fatto è accaduto al corteo di Parigi: la testa è stata presa dagli scioperanti autorganizzati composta da insegnanti, ferrovieri e dalla maestranze RATP [metro] oramai giunti al 14 giorno di sciopero a oltranza.


Il quinto fatto è quello che attesta come lo sciopero abbia fatto il salto da mobilitazione meramente sindacale a sciopero politico. “Macron démission” lo slogan che i Gilet Gialli hanno gridato per mesi ha contaminato anche i lavoratori delle metropoli, che la protesta dei Gilet Gialli osservarono solo da lontano.

Come Programma 101 esprimiamo la nostra incondizionata solidarietà alla battaglia del proletariato di Francia contro Macron e tutto il fronte euroliberista, e ci auguriamo che esso, come altre volte accaduto nella storia europea, sia il gallo che da la sveglia al resto dei popoli europei.

Comitato Centrale di Programma 101
19 dicembre 2019 

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sabato 17 marzo 2018

FRANCIA: 22 MARZO 2018, GIORNATA DI FUOCO


[ 17 marzo 2018 ]

«I conflitti oggi sono numerosi e diversificati: guardie penitenziarie, personale del EHPAD [le strutture pubbliche per ospitare pensionati, anziani e malati, NR] e ospedaliero, mini-jacquerie contadine, multiple lotte per posti di lavoro e salariali in molte aziende, tensioni nelle scuole superiori e nelle università, nella polizia,  negli enti locali ... maturano le condizioni per un vasto movimento sociale unitario. (...) 
È necessario un vasto movimento sociale, che vada dagli agricoltori agli studenti delle scuole superiori, passando per i dipendenti pubblici e privati, i disoccupati, gli utenti dei servizi pubblici, i pensionati».
Così inizia il comunicato diffuso dai nostri compagni del PARDEM.

Da parte sua Melenchon ha diffuso un appello a partecipare in massa agli scioperi e alle mobilitazioni del prossimo 22 marzo.
«Chiamo quindi tutti coloro che si riconoscono nel programma dei francesi insubordinati [insoumise, NdR] per unire i loro sforzi a fianco degli impiegati in lotta. Chiedo loro di unirsi il più possibile a dimostrazioni e azioni di ogni tipo che rafforzeranno questa battaglia: scioperi, cortei, azioni di sensibilizzazione, ecc. In primo luogo, gli insubordinati si preoccuperanno di mobilitare l'opinione pubblica, quelli che non lavorano direttamente nei settori interessati ma che ci tengono alla qualità del servizio pubblico».
Ma che succede il 22 marzo? 

Succede che dopo diversi giorni di scioperi e proteste in vari settori sociali —anzitutto contro la privatizzazione di trasporti pubblici, contro i tagli allo stato sociale, ecc.— ci sarà lo sciopero generale dei dipendenti pubblici. La mobilitazione è stata proclamata congiuntamente, fatto inedito, da tutti e sette i principali sindacati del pubblico impiego.

Il clima, in vista del 22, inizia già a surriscaldarsi e Macron, il finanziare che tutto vuole privatizzare, e che con la Merkel si "preoccupa per l'esito delle elezioni italiane e sogna di rafforzare l'ordoliberismo europeo", non nasconde la sua preoccupazione.



venerdì 15 dicembre 2017

BUTTIAMO FUORI RYAN AIR di Sandokan

[ 15 dicembre 2017 ]

“Venerdì nero per chi viaggia in aereo". Così le agenzie. Uno sciopero combinato del trasporto aereo, quello di oggi, promosso da diverse sigle. In Alitalia, dove le cose van sempre peggio, è stato indetto dalla C.U.B. Trasporti — viva la C.U.B.!

Ma la vera novità è che incroceranno le braccia per quattro ore, mi risulta per la prima volta in assoluto, piloti e assistenti di volo della Ryan Air. Malgrado sia indetto da Fit Cisl (sic!) e Anpac, mi auguro che sia un grande successo. E se questo accadesse sarebbe un fatto di enorme importanza.

Il perché è presto detto. Lo dico senza peli sulla lingua: il regime interno nella compagnia low cost irlandese è FASCISTA, con le maestranze schiavizzate e senza tutele. Ryan Air è infatti un esempio di matrimonio perfetto tra liberismo sfrenato e tirannia padronale, una compagnia-zona-franca a cui è stato permesso, per battere la concorrenza, di calpestare diritti sindacali e umani di chi ci lavora.

Detto fatto. Appena ricevuto l'avviso dello sciopero la direzione di Ryan Air ha minacciato i piloti di cancellare gli aumenti salariali (irrisori) previsti. Un fatto gravissimo, com'è evidente, a clamorosa conferma di quanto ho detto.


Anche politici di governo e d'opposizione, come la bella addormentata nel bosco, sono stati costretti ad esecrare l'atteggiamento della compagnia. Come se non fosse a loro stessi noto il regime tirannico e disumano a cui sono sottoposte le maestranze Ryan Air. 

Condanna, pensate un po', anche da parte dei ministri Calenda, Poletti e quindi Del Rio.

Già, del Rio e Calenda, quelli che hanno fatto i salti mortali per vendere Alitalia alla compagnia irlandese —anche dopo il patatrac del settembre scorso con la cancellazione di oltre 700 voli. 
Del Rio, Calenda e servi vari, coloro che oltre a voler "risanare" Alitalia consegnando le maestranze al dispota Michael O'Leary, gli hanno consegnato slot dappertutto, anche a Fiumicino, a danno della stessa Alitalia; che solo un anno fa han concesso 44 nuove rotte. Che hanno acconsentito, con i cosiddetti "accordi di comarketing", che la compagnia irlandese ricevesse sussidi per 40 milioni di euro.

E' ora di imporre a Ryan Air un cambio di registro, il rispetto dei diritti sindacali e umani costituzionalmente garantiti. Altrimenti la si butti fuori dall'Italia, la qual cosa sarebbe necessaria per porre fine al far west dei cieli italiani, i più "liberalizzati" d'Europa.

E noi cittadini, oramai considerati consumatori decerebrati, sarebbe ora che ci diamo una svegliata. Se fossimo cittadini consapevoli non dovremmo mai più volare con Ryan Air.

Non vi pare?












mercoledì 19 luglio 2017

SERBIA: GLI OPERAI DELLA FIAT IN SCIOPERO DA TRE SETTIMANE di Gianluca Samà

[19 luglio 2017]

Nella foto gli operai FIAT dello stabilimento di Kragujevac (2mila dipendenti) in corteo alcuni giorni fa.


«I lavoratori degli impianti della Fiat di Kragujevac, città della Serbia centrale, sono in scioperoda più di due settimane. Tra le loro richieste vi è un aumento del salario minimo e una diversificazione degli orari di lavoro, giacché hanno risentito dei tagli alla produzione e al personale decisi nel 2016. Per sbloccare la situazione, il 14 luglio Alfredo Altavilla, direttore operativo dell’FCA Group, è atteso a Kragujevac per i negoziati con i rappresentanti dei lavoratori.
Presidio davanti alla fabbrica di Kragujevac

Le proteste

Le proteste dei lavoratori dell’impianto noto per la produzione della Fiat 500L sono iniziate nell’ultima settimana di giugno e non si sono mai interrotte. Anzi, i primi giorni di luglio il rappresentante dei comitato di sciopero Zoran Markovic ha annunciato una radicalizzazione delle proteste. I lavoratori sono disponibili a essere presenti in fabbrica, ma non a riprendere la produzione. Richiedono l’aumento della base lorda salariale a 50.000 dinari (circa 416 euro), una turnazione diversa che possa migliorare gli orari di lavoro degli operai impiegati su più turni, bonus di produzione e indennità di trasporto. La gestione dell’impianto ha risposto a tali dichiarazioni asserendo che non è possibile accettare una recrudescenza delle modalità dello sciopero.

Il primo ministro serbo Ana Brnabic ha dichiarato, come riportato dall’agenzia di stampa Tanjug, che a causa di questi scioperi ci rimettono tutte le parti in causa: in primis la Serbia che detiene il 33% delle quote dell’impianto di Kragujevac, in secondo luogo la Fiat, che perde output di produzione e infine i lavoratori stessi, che scioperando non ottengono giorni di stipendio. Di più la Brnabic ha denunciato il rischio che le proteste possano allontanare ulteriori investitori esteri, spaventati dall’immagine di lavoratori non disposti a onorare il contratto di lavoro. La premier ha quindi invitato gli operai ad interrompere lo sciopero, proponendosi come mediatore tra i lavoratori e la dirigenza. La mediazione tra le parti è infatti una prassi prevista per legge in caso di scioperi.

La Fiat in Serbia

Gli accordi tra Fiat e governo serbo sono protetti dal segreto di Stato, ma in base ai bilanci e ai paragoni tra le varie annate si può capire l’indotto che genera la produzione di Kragujevac. Nel 2016 lo Stato serbo ha versato alla Fiat 3,8 miliardi di dinari (quasi 30 milioni di euro), mentre il Lingotto ha potuto beneficiare di agevolazioni per il pagamento dell’Iva. Va aggiunto che la Fiat in Serbia è dispensata dal versamento dei contributi per i lavoratori per dieci anni, e gode dell’esenzione delle imposte locali e sulle tasse di realizzazione del piano urbano per il complesso industriale. Gode inoltre di tassi agevolati sui prestiti della Banca Europea per gli investimenti e di uno sconto sulle forniture energetiche: in sostanza la Fiat in Serbia sembra godere, bilanci annuali alla mano, di agevolazioni tipiche di un’azienda che deve svilupparsi da zero, nonostante la produzione di auto a marchio Fiat avvenga dal 2008.

Nel 2016 lo stabilimento serbo subì un ridimensionamento in termini di organico, e furono licenziati 882 dipendenti. Questo dramma umano fu causato da un enorme calo di produzione che interessò l’impianto: va aggiunto però che il calo delle esportazioni di autovetture a benzina è stata in parte sostituito dall’aumento delle esportazioni di altri prodotti che escono dalla fabbrica. L’economista Dragan Milicevic sostiene che il modello di business di Kragujevac ha esaurito il suo corso, e la Fiat Srbija si regge in buona parte sugli aiuti di Stato e nel risparmio che hanno nel pagare i 2.400 dipendenti rimasti con salari minimi.

I portavoce dei lavoratori esortano la premier Brnabic a rendere pubblico l’accordo di Belgrado con il Lingotto, per dimostrare che la Fiat in Serbia ha ottenuto enormi benefit, e che la responsabilità dei problemi che conseguono lo sciopero non può essere addossata alla forza lavoro, in quanto retribuita meno della media nazionale».

martedì 20 giugno 2017

SE LO SCIOPERO FA PAURA (A LORSIGNORI ) di Carlo Formenti


[ 20 giugno 2017 ]

Dedicando due pagine piene – la due e la tre – allo sciopero dei trasporti del giorno precedente, il Corriere della Sera di sabato 17 giugno lancia l’ennesima crociata contro il diritto di sciopero e di associazione sindacale. 

Decodificare il messaggio di fondo – cosa aspettiamo a metterli fuorilegge? – è facile, ma vale la pena di leggere fra le righe per approfondirne alcuni aspetti. Partiamo dai titoli. Il pezzo di sinistra, quello che fa la cronaca degli effetti dello sciopero, inalbera sopra il titolo a effetto “Città in coda aerei a terra”, un occhiello che apre così: “Lo sciopero delle sigle minori blocca i mezzi pubblici”, frase che contiene un evidente paradosso: se le sigle sono “minori”, come mai riescono a bloccare i mezzi pubblici e a raccogliere elevate percentuali di adesione da parte dei lavoratori (che a Palermo, rivela lo stesso articolo, hanno toccato il 78%)? Identica considerazione vale per il titolo della pagina di destra, che ospita una lunga intervista al presidente dell’Autorità di garanzia per gli scioperi, Giuseppe Santoro Passarelli: “Bisogna impedire che un sindacatino fermi tutta l’Italia” (sindacatino? Ma allora come fa a fermare tutta l’Italia?).


Il vero problema, sul quale il Corriere glissa, è che “sigle minori” e “sindacatini”, a mano a mano che i lavoratori prendono atto dell’incapacità delle centrali confederali di difenderne gli interessi, tendono a rivolgersi a Cobas, Cub e Unione Sindacale di Base, tanto per citare le sigle più conosciute. Tutto ciò non si traduce direttamente in una massiccia trasmigrazione di iscritti dalle confederazioni storiche ai sindacati di base, ma fa sì che una percentuale significativa di iscritti alle prime – ma anche di lavoratori non iscritti ad alcuna sigla – rispondano agli appelli di lotta dei secondi. Un processo che, se da un lato autorizza Giorgio Cremaschi (ex dirigente nazionale Fiom passato alla Usb) a sperare nella rinascita di un vero sindacato di classe, dall’altro lato terrorizza i sacerdoti del pensiero unico liberista che monopolizzano le pagine del Corriere (e degli altri media di regime).

Costoro avevano sperato, grazie alla “domesticazione” di CGIL CISL e UIL e al loro allineamento agli interessi aziendali e alle politiche economiche dei governi liberisti, di poter ottenere con mezzi pacifici quell’annientamento totale della resistenza sindacale che la Tatcher ha realizzato attraverso un feroce scontro frontale. Ma ora che il discorso rischia di riaprirsi, non esitano a chiamare alle armi, e il presidente dell’Autorità “garante” (garante di chi?!) per gli scioperi risponde subito all’appello. Lo sciopero di ieri era legittimo, dichiara, perché rispettava le regole. E quindi? Quindi bisogna cambiare le regole in modo che non sia più tale! Il giornalista gli chiede se uno strumento per evitare gli scioperi “indisciplinati” potrebbe essere un referendum preventivo fra i lavoratori, ma Santoro Passarelli replica che così si rischia di “complicare le cose” (già: dopo il referendum Alitalia, per tacere di quello sulle riforme costituzionali, l’establishment non nutre più alcuna simpatia per questo strumento!). La soluzione? “Va stabilito il principio che non tutte le sigle sindacali possono proclamare lo sciopero, ma soltanto quelle che hanno una certa consistenza”.

Ma quale consistenza? Numero di iscritti o seguito reale? Vedrete che una formula per rendere gli scioperi di fatto (anche se non formalmente) illegali si troverà. Auspicabilmente con l’appoggio delle sigle confederali, a partire da quella CISL la cui segretaria, come ricorda compiaciuto Dario Di Vico nel commento a fianco dell’intervista, ha sprezzantemente liquidato come “populismo sindacale” il voto dei lavoratori Alitalia. CGIL e UIL prendano esempio dalla Furlan e, abbandonata ogni “pigrizia”, si facciano parte attiva per stroncare le iniziative dei “sindacatini”. Un vero grido di guerra, condito da un appello demagogico agli “interessi dei più deboli” vale a dire di precari e partite Iva che sono i più danneggiati da questi scioperi. Di Vico ci ammannisce questa litania un giorno sì e l’altro pure, come se i precari non fossero il prodotto – e le prime vittime - delle politiche economiche di cui proprio lui è uno dei più solerti piazzisti. Infatti, nello stesso articolo, gli scioperi contro le privatizzazioni vengono bollati come “ideologici”, dimenticando che l’ideologia delle privatizzazioni a ogni costo è quella che ci ha regalato i disastri di Ilva e Alitalia, servizi sempre più cari e inefficienti, disoccupazione, povertà e precarietà di massa. Ecco perché si vuole ridurre all’impotenza chi denuncia queste verità e incita alla ribellione.

Ps. All’atto di consegnare il pezzo leggo (“Diritto di sciopero, serve una norma contro la dittatura delle minoranze”, Corriere del 19 giugno) che l’ineffabile Pietro Ichino — assiduo promotore di una versione italiana del New Labour, nonché acerrimo nemico dei diritti dei lavoratori — difende, a differenza del garante, la soluzione del referendum preventivo che, assieme alla limitazione del diritto di assemblea sindacale, è un punto qualificante della sua “riforma degli scioperi” datata 2015 e finita su un binario morto. Cambiano le proposte tecnico giuridiche, ma l’obiettivo resta lo stesso: imitare l’Inghilterra del duo Tatcher-Blair (se possibile prima che Corbyn riesca a liquidare la loro eredità forcaiola).

sabato 17 giugno 2017

SCIOPERO DEI TRASPORTI / ALITALIA: IL BILANCIO DEI SINDACALISTI (DEGNI DI QUESTO NOME)

[ 17 giugno ]

Lo sciopero dei trasporti svoltosi ieri è riuscito a macchia di leopardo. L'adesione è stata massiccia in ALITALIA, soprattutto a Fiumicino. Ma è riuscito anche nel settore del trasporto tubano: adesioni in massa all'ATAC di Roma. Diversi i dati del trasporto su rotaia. Se molti eurostar hanno viaggiato tantissimi i regionali e gli interregionali fermi ai depositi.
Di seguito il comunicato della CUB Trasporti di Roma.
Vi ricordiamo di firmare l'appello ALITALIA ALL'ITALIA  sulla  piattaforma Change.org



Dopo lo Sciopero Generale dei Trasporti del 16.6.2017
IL CORO STROZZATO DEI SERVI E DEI MODERNI SQUADRISTI

I LAVORATORI LOTTANO CONTRO I LICENZIAMENTI,  I TAGLI SALARIALI E NORMATIVI, LA PRECARIZZAZIONE DILAGANTE, L’ABBATTIMENTO DELLE TUTELE SULLA SICUREZZA, PER UN SERVIZIO DI QUALITÀ E PUBBLICO

MA GOVERNO, PRESIDENTE DELLLA COMMISSIONE DI GARANZIA, SINDACATI E SEGRETARIO DEL PD PRETENDONO DI IMBAVAGLIARLI

Non si sa se fa più pena o rabbia il coro che si è sollevato ieri da parte di chi si è affrettato ad invocare ulteriori restrizioni al diritto di sciopero in Italia, a fronte della giornata di lotta effettuata in tutto il comparto dei trasporti e proclamata dalla Cub Trasporti e da numerose altre OO.SS. di base ed autonome.

Renzi, il Ministro dei Trasporti Delrio, il Presidente della Commissione di Garanzia Passerelli, la Segretaria Generale della Cisl Furlan e tanti altri invocano un giro di vite delle norme relative all’esercizio del diritto di sciopero: UN CORO STROZZATO DI SERVI E MODERNI SQUADRISTI!

La Segretaria della Cgil Camusso nel dichiarare l’incomprensibilità dello sciopero in Alitalia “visto che bisogna pensare al suo risanamento” (…la “compagna” Susanna fa finta di non sapere che proprio ieri i Commissari AZ hanno definitivamente “certificato” e imposto il taglio di 1400 dipendenti in Alitalia, da gestire con la Cigs anche a rotazione e a zero ore per 317 dipendenti!), ha invocato addirittura l’approvazione di una legge sulla rappresentanza da articolare con la norma sulle limitazioni del diritto di sciopero, per limitarne l’esercizio al suo e pochi altri sindacati e per negarlo al sindacalismo di base.

ALTRO CHE “SINDACATINI”..: SI MOBILITA L’INTERA CATEGORIA
Tutto questo è inaccettabile. Possibile che nessuno dei suddetti rappresentanti istituzionali e sindacali si ponga il problema di capire come mai alcuni presunti “sindacatini” riescano a mobilitare le masse su piattaforme chiare e condivise? VERGOGNA!

CGILCISLUILUGL, GOVERNO E ALCUNI PARTITI ALL’ASSALTO DEI LAVORATORI
La realtà è che ormai in Italia (…e non solo!) esiste una vera crisi di rappresentanza politica, istituzionale e sindacale da parte di CgilCislUilUgl: ormai è insostenibile quanto il Governo, i principali partiti (PD in testa…ma anche altri!) e ”i soliti noti” sindacati concertano insieme ai padroni, per smantellare diritti, salari e democrazia. BASTA!

EMBLEMATICO QUANTO SUCCEDE IN ALITALIA E NEL TRASPORTO AEREO
Da questo settore è partito l’appello per tutto il comparto dei trasporti (…presto sarà formulato all’intero mondo del lavoro!) per respingere l’assalto alle condizioni di chi lavora: il Trasporto Aereo non è in crisi ma da anni la categoria è chiamata a pagare un prezzo elevatissimo in termini occupazionali (22 mila lavoratori licenziati!), salariali, normativi e di precarizzazione diffusa, oltre che in termini di abbattimento delle clausole di sicurezza e tutela della salute degli addetti.

ANCHE IL PRESIDENTE PASSERELLI SI SCHIERA CON I PADRONI

E’ significativo il vergognoso intervento del Presidente della Commissione di Garanzia che, nulla ha detto, seppur sollecitato dalla Cub Trasporti, in merito alle illegali comandate AZ per circa 2300 lavoratori in occasione dello sciopero del 16.6.2017 (…il triplo del numero consentito dalla legge 146/90 e dalla lege 83/00), né sui comportamenti liberticidi e discriminatori messi in atto da parte del management della ex-Compagnia di Bandiera, pur di boicottare la mobilitazione.

Il Presidente Passerelli si è affrettato invece ad invocare il legislatore affinché metta mano alla norma e inasprirla pur di bloccare i tentativi di alzare la testa da parte dei lavoratori: ASSURDO, VERGOGNOSO E INACCETTABILE.
Ecco il compito del “Garante” sugli Scioperi…si esprime per sollecitare una stretta sul diritto di sciopero!!!
Il “difensore” con la scusa del diritto alla mobilità dei cittadini, promuove e tutela le istanze istituzional-padronali. VERGOGNA !!!!

I “SOLITI NOTI” SINDACATI, PALADINI DELLA CROCIATA ANTI-SCIOPERO
Altresì paradossale è il pronunciamento dei “soliti noti” leader sindacali, che non si limitano a prendere atto di aver perso il consenso tra i lavoratori per quanto fatto finora, anche in occasione della pessima figura sul Referendum in Alitalia e al conseguente ripensamento rispetto ai contenuti dell’Accordo da loro sottoscritto il 14.4.2017 al Mise (…in particolare la Camusso!), poi bocciato dalla categoria, ma si propongono suggeritori di un restringimento delle libertà sindacali.

SCOPRIAMO I “GIOCHETTI”: SI PUBBLICHI IL BILANCIO DI ALITALIA DEL 2016
Per restare alla vertenza Alitalia, che nella sua emblematicità ha favorito che detonasse lo sciopero di ieri nei trasporti, le esternazioni sindacal-istituzionali-politiche assumono un aspetto ancor più sinistro dopo l’articolo pubblicato il 17.6.2017 sul sito www.ilsussidiario.net, a firma del prof. Ugo Arrigo, peraltro intervistato in pari data da Radio24, in ordine alla mancata pubblicazione del bilancio del 2016 della ex-Compagnia di Bandiera e la poco chiara decisione del Tribunale di Civitavecchia che ha stabilito lo stato di insolvenza della stessa Alitalia.

A questo punto sono diverse le domande che necessitano di una risposta tempestiva: come è stato accertato lo stato di insolvenza di Alitalia? Perché non viene pubblicato il bilancio del 2016? Cosa ha prodotto l’eventuale dissesto finanziario in Alitalia? Perché i Commissari insistono con il taglio dei costi del personale che con tutta evidenza non è il problema? Questa situazione a chi giova?

QUANTI SONO QUELLI CHE RECITANO LA STESSA PARTE IN COMMEDIA? OLTRE A GOVERNO, SINDACATI E AZIONISTI, ORA SI AGGIUNGE LA MAGISTRATURA ?

I 3 Commissari, su mandato del Governo, si ostinano a tentare di realizzare lo stesso piano respinto dalla categoria e dettato da interessi speculativi dannosi per i lavoratori ed i cittadini: il Trasporto Aereo ed Alitalia sono beni collettivi e non possono essere liquidati per favorire le privatissime tasche di pochi.

CGILCISLUILUGL PRIVI DI INIZIATIVA E CONTROPROPOSTE 

In tale contesto, comunque, appare sempre più colpevole la mancanza di una strategia sindacale da parte di CgilCislUilUgl in grado di formulare una controproposta credibile e praticabile al ridimensionamento di Alitalia ed alla pretesa datoriale di scaricare, per la terza volta in 10 anni, la ristrutturazione della ex-Compagnia di Bandiera sulle casse pubbliche, mentre impiega i naviganti assorbendo i loro riposi in contrasto con le normative comunitarie e nazionali, dichiara esuberi e chiede ammortizzatori usando denaro pubblico. 

NON BASTA “NON” FIRMARE LA CIGS..: SERVE UNA RISPOSTA NETTA E DECISA
 
Come già successo nel 2014, quando la Cgil non firmò gli accordi di licenziamento, non basta il sindacato non avalli lo scempio: è urgente una presa di posizione forte e determinata anche da chi finora è rimasto a guardare !!! Non esistono scorciatoie. Solo il coinvolgimento totale della categoria può dare prospettive diverse al disastro industriale annunciato. 

LA STRADA È TRACCIATA E STAVOLTA INDIETRO NON SI TORNA: PRESTO I LAVORATORI SI RIPRENDERANNO QUANTO È STATO LORO SCIPPATO !!!

Roma 17.6.2017 CUB TRASPORTI - AIRCREWCOMMITTEE

martedì 21 marzo 2017

NEMICI DEL POPOLO di Sandokan

[ 21 marzo ]

Ci hanno provato in ogni modo a silenziare i ribelli di Alitalia, ad oscurare lo sciopero indetto dalla CUB Traporti svoltosi ieri e che ha avuto l'aeroporto di Fiumicino come epicentro. Alla fine i media hanno capitolato, han dovuto ammettere che è stato un grande successo. Ne è prova incontrovertibile la cancellazione di ben 320 voli, un record, malgrado i settecento e passa comandati, obbligati a lavorare pena il licenziamento.
Per far fallire lo sciopero l'azienda le ha tentate tutte. Ha sguinzagliato capi e capetti per intimidire le maestranze, con le forze di pubblica sicurezza che, seguendo la massima "colpiscine uno per terrorizzarne cento", non hanno esitato a minacciare pesantemente il manipolo di sindacalisti della CUB sulle cui spalle stava tutta l'organizzazione. Il tutto in un'aerostazione che oramai rassomiglia ad una base militare.


Malgrado questo clima l'adesione è stata massiccia, anzitutto tra il personale di terra, ma anche tra quello navigante. Il partecipato e combattivo corteo svoltosi in mattinata per le strade dell'aeroporto ne è stata la conferma.

Di sicuro la protesta è giunta fin nelle ovattate sale del Ministero dei Trasporti, dove a sera si svolgeva l'ennesimo round del negoziato tra Alitalia e "parti sociali", dove per "parti sociali" sono da intendere le mafie sindacali che portano pesanti responsabilità per lo sfascio dell'ex compagnia di bandiera e che anche in questo caso finiranno per accettare un nuovo Piano che verrà spacciato per "industriale" ma che nella sostanza consisterà in un un'ulteriore demolizione di Alitalia, di cui i lavoratori pagheranno il prezzo più alto. Ovviamente con ricorso alle finanze pubbliche per ingrassare nuovamente le iene a cui verrà affidato il compito di "salvare" l'azienda.

L'importanza dello sciopero di ieri, non è solo nel fatto che rappresenta, dopo anni di catalessi ed in un settore economico e sociale strategico, un sintomo di vitalità della resistenza proletaria —come altro volete chiamare la lotta di migliaia di lavoratori iper-precarizzati e trattati come servi della gleba? 
L'importanza sta anche nel fatto che alla testa di questa lotta, certo tutta difensiva, sta un gruppo di sindacalisti che ha avuto il coraggio di indicare la sola soluzione strategica possibile per l'Alitalia: la nazionalizzazione.

In questo rivendicare la "Nazionalizzazione come unica soluzione" c'è non solo un legittimo radicalismo sindacale. C'è qualcosa di molto più importante: c'è il rifiuto del paradigma neoliberista che "privato è bello", il che è già tanto. C'è il rovesciamento del racconto, ideologico e falso, che Alitalia pubblica era solo un "carrozzone mangiasoldi", rifugio di "maestranze scanzafatiche" —oggi la compagnia ha la metà dei dipendenti ma perde circa un milione di euro al giorno.

C'è in questa battaglia per nazionalizzare Alitalia, una cosa ancora più importante. Siamo davanti al fatto che un pezzo del mondo del lavoro inizia ad avere la consapevolezza che chi tira i fili dell'economia di questo Paese è una consorteria di parassiti, di ladroni, di banditi che mentre vogliono ridurre allo stato schiavistico chi lavora, azzannano lo Stato per papparsi le sue ricchezze. Una cosca di furfanti che si spacciano per "imprenditori", che in nome della globalizzazione e del mercato, perseguono il disegno di smembrare lo Stato e di sfasciare la nazione. E nello svolgere questa funzione disfattista essi godono del pieno e servile appoggio della multicolore casta dei politicanti.

Non è certo già, come suggeriva Antonio Gramsci, l'evidenza che classe proletaria si fa "classe nazionale", che sfida l'oligarchia dominante sul terreno che decide chi debba stare alla guida del Paese. E' solo un sintomo, un segnale, che va tuttavia raccolto perché non ci sarà salvezza per il nostro Paese se non de-globalizzando, senza cacciare dal potere l'associazione a delinquere che lo controlla.

Ecco cosa anzitutto insegna la resistenza dei lavoratori Alitalia: che ogni grande battaglia sindacale (tanto più in settori strategici che tirano in ballo l'architettura stessa di una nazione) ha oramai impatto e contenuto politico, chiede una soluzione ed una direzione politiche. I lavoratori sanno che non possono vincere senza una svolta politica generale.

È qui il punto dolente, anzi il vero e proprio disastro. La resistenza proletaria è isolata, i ribelli sono lasciati soli. Lo sciopero di ieri in Alitalia ne è stata la prova lampante. Nessun politicante ha avuto il coraggio di portare la sua solidarietà, nessuno è venuto allo scoperto condividendo la richiesta di nazionalizzazione. Non parliamo dei piddini, né degli esponenti delle destre che fanno del liberismo la loro religione. Qui parliamo dei parlamentari che si dicono di sinistra, che a chiacchiere dicono di difendere i diritti del mondo del lavoro ma quando i lavoratori fanno i fatti, si dimostrano tutti dei Ponzio Pilato.

Parliamo infine degli esponenti del Movimento 5 Stelle, che si sono ben guardati dall'aprire bocca, che si sono rifiutati di esprimere, anche solo a parole, una qualche solidarietà.

Una vera e propria vergogna per un movimento che tante speranze ha suscitato tra i lavoratori e che tanti voti ha preso. Un'indecenza, anzi, un'infamia, per un movimento che pretende di salire al potere con la promessa che tutto cambierà. Anche questo è un sintomo, che tanti politicanti che pretendono di essere "alternativi" sono prigionieri della "gabbia di ferro" ideologica neoliberista, nel caso dello sciopero di ieri che ha paralizzato Alitalia ed il trasporto aereo, che essi mettono avanti il consenso passivo ed egoistico dei sudditi-consumatori piuttosto che quello attivo dei lavoratori in lotta.

Vale per tutti loro quel che cantava Fabrizio De André:

«E se credete ora che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti».

* Tutte le foto sono dello sciopero di ieri all'aeroporto di Fiumicino


mercoledì 8 giugno 2016

SCIOPERI IN FRANCIA: QUANDO LA VIOLENZA È LEGITTIMA DIFESA di Jacques Sapir

[ 8 giugno ]

Il Primo Ministro, il governo e la stampa subalterna si scatenano contro la CGT e qualificano gli scioperi che coinvolgono le raffinerie di “terrorismo sociale”. Il discorso tenuto da Manuel Valls è in totale contraddizione con quello che egli tenne nel 2010. Verità nell’opposizione, errore nella maggioranza…

Ma ciò che preoccupa è che, con la sua pratica, come una gestione esclusivamente poliziesca del movimento o per l’uso eccessivo dell’articolo 49.3 per far passare la legge “El Khomri”, (Un Consiglio dei ministri del 10 maggio 2016, ha autorizzato il Primo ministro ad impegnare la responsabilità del governo di fronte all’Assemblea Nazionale per il voto in prima lettura del progetto di legge che mira ad istituire nuove libertà e tutele per le imprese e gli attivi societari - “legge Lavoro” o “legge El Khomri” - . L’art. 49.3 della Costituzione francese del 1958 dà la possibilità al capo dell’esecutivo di adottare immediatamente un progetto di legge senza essere sottoposto al voto del Parlamento. N.d.T.), o per il suo linguaggio, egli instaura un clima di guerra civile in Francia.

Egli lo attua mentre viviamo, almeno in teoria, in uno stato di emergenza. Questo comportamento completamente irresponsabile costituisce oggi una minaccia per la pace civile.

Il ricatto dell’UE e dell’euro

La verità, negata dal governo ma ampiamente rivelata dalle molteplici dichiarazioni di dirigenti dell’UE, è che questa legge “El Khomri” è il ricatto che dobbiamo pagare a Bruxelles, all’Unione Europea e all’euro per far ammettere un deficit che supera le norme.[2] E’ per questo che il governo vi tiene tanto e che non vuole, e non può, ritornare sulla sua decisione.

Siamo dunque ricattati, cosa logica poiché non siamo più sovrani. Ma, questa legge non costituisce più precisamente una parte del ricatto. Già Emmanuel Macron, ministro dell’economia, annuncia una politica di moderazione salariale, cioè la dieta per i salariati, nel momento stesso in cui si oppone ad una misura simile per il padronato. Bel ragionamento di un uomo che confonde un governo con un consiglio d’amministrazione. Perché, nello spirito del Signor ministro, è ben presente il fatto che la Francia non potendo più svalutare, non può ristabilire la propria competitività che con la corsa al minor costo salariale. La volontà di condurre ogni negoziato nello stretto quadro degli “accordi di impresa” a discapito degli accordi di categoria o degli accordi nazionali, indebolisce in modo drammatico il rapporto di forza dei salariati nei confronti dei padroni.

Rapporto di forza e legittima difesa

Rapporto di forza, ecco la parola che irrita ma che comunque si impone. Non vi è buon negoziato se non con un rapporto di forza costruito e, spesso, affinché sia così occorre fare intervenire agenti esterni al negoziato. Cosa che ci conduce direttamente alla questione degli scioperi e dei blocchi attuali. C’è conflitto, e questo è evidente per tutti. Questo conflitto oppone il governo, e gran parte della “classe politica” di “sinistra” come di destra, ad una larga maggioranza della popolazione che i sondaggi danno tra il 70% e il 74% in opposizione a questa legge.[4] Da questo punto di vista, il ricorso a forme di lotta più violente costituisce una forma di legittima difesa. Una legittima difesa sociale, sicuramente, contro misure contenute in una legge che sono state imposte dall’estero in disprezzo delle regole democratiche, ma tale legittima difesa sociale non è meno legittima.

E’ chiaro che queste forme di lotta creano disordine, e coinvolgono persone che non sono direttamente implicate. Ma, questo disordine non fa che rispondere ad un disordine iniziale, che risulta dall’utilizzo dell’articolo 49-3. Pretendere allora di urtarsi per le conseguenze e non per la causa, rivela la più pura ipocrisia. Non si possono condannare i blocchi se, in origine, non si condanna l’uso del 49-3, e più in generale la tattica del governo che non apporta che risposte poliziesche ad un movimento sociale. Di fatto Manuel Valls si rivela un emulo di Jules Moch (uomo politico francese. Entrò in Parlamento nel 1928 per la SFIO. Nel 1938 fece parte del secondo governo di Leon Blum; dal 1940 entrò a far parte della Resistenza, rifugiandosi poi in Gran Bretagna. Rientrato poi in Francia dopo la liberazione, fu ministro dei Lavori Pubblici dal 1945 al 1947 e successivamente degli Interni dal 1947 al 1950. Si segnalò per la repressione dei grandi scioperi a guida CGT del 1947-1948, N.d.T.).

Ipocrisie e coerenza

Eppure, queste non sono le uniche ipocrisie suscitate da questo movimento di protesta. Come qualificare diversamente l’atteggiamento dei dirigenti di un partito che proclama a parole la sua opposizione alle pratiche e alle politiche promulgate dall’UE, ma che non ha che “l’ordine” in bocca quando si tratta dei blocchi delle raffinerie e dei depositi di carburanti. Tuttavia, si sappia, essi non condannano la legittima difesa in modo sistematico. Che riflettano dunque sull’origine dei disordini che pretendono di condannare e vedranno tutta l’incoerenza delle proprie posizioni.

C’è anche molta ipocrisia nelle condanne dei blocchi da parte di quei deputati di opposizione che sono i primi ad indignarsi contro le misure europee e contro la perdita di sovranità che queste comportano, ma che hanno la nausea quando i lavoratori passano concretamente all’azione contro queste misure.

C’è infine un’immensa ipocrisia nel comportamento di quei membri del P “S” che condannano senza condannare la legge El Khomri, e che rifiutano di dire le cose come effettivamente sono perché capiscono bene che l’origine di tali questioni sono l’Unione europea e l’euro.

Ciò che minaccia oggi la Francia, è la combinazione di due fenomeni. Da un lato, la testardaggine di questo governo che non è altro che il procuratore di una potenza straniera e che, per non dispiacere ai suoi veri padroni, è pronto a far piombare il paese nella guerra civile. Dall’altro, l’ipocrisia generalizzata di molti, e la mancanza di coerenza che rivela questa ipocrisia. Poiché, i nostri avversari, quelli di Bruxelles e di Francoforte, quelli che cercano di imporre alla Francia ciò che hanno già imposto in Grecia, in Spagna e in Italia, loro, sono coerenti.

Note
[1] Si veda http://www.lefigaro.fr/vox/politique/2016/05/17/31001-20160517ARTFIG00137-ce-que-la-loi-el-khomri-doit-a-l-union-europeenne.php
[2] Si veda il “Rapporto per la Francia” redatto nel febbraio 2016 dai servizi della commissione europea, pp. 82 e ssq. http://ec.europa.eu/europe2020/pdf/csr2016/cr2016_france_fr.pdf
[3] http://leplus.nouvelobs.com/contribution/1512903-les-francais-hostiles-a-la-loi-el-khomri-le-peuple-a-ete-et-reste-tres-mal-informe.html
[4] Si veda Sapir J., “Nous y voilà (49-3)” nota pubblicata sul giornale RussEurope l’11 maggio 2016,https://russeurope.hypotheses.org/4941


Fonte communcommune.com
Traduzione di Massimo Marcori per Marx21.it

martedì 24 maggio 2016

FRANCIA: QUANDO SI FA SUL SERIO di Giampaolo Martinotti

[ 24 maggio ]

In atto il blocco della produzione nei diversi settori industriali. I sindacati pronti a paralizzare la Francia. È in arrivo l’ottavo sciopero generale e nazionale
Dopo due mesi e mezzo di mobilitazione nazionale contro la loi El Khomri i sindacati più combattivi (CGT, FO, Solidaires, FSU) hanno deciso di mettere in pratica una strategia di blocco della produzione che non fa sconti al governo. Da diversi giorni infatti i caministi stanno incrociando le braccia, sei delle otto raffinerie presenti sul territorio francese sono bloccate, i depositi di carburante, vari porti e aeroporti sono sbarrati al pari di alcune delle più importanti arterie autostradali. Nel frattempo, continua lo sciopero dei ferrovieri e dei trasporti pubblici, che dal 2 giugno potrebbe divenire illimitato. La Francia dunque rischia seriamente la paralisi, se non quantomeno una certa penuria del carburante più amato dalle multinazionali. In questo senso, numerose prefetture avrebbero già adottato misure restrittive temporanee, mentre la violenta risposta del governo non si è fatta attendere dopo le affermazioni del ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve: «i servizi pubblici devono funzionare». E giù botte, da Rouen a Lorient la CRS non ha risparmiato violente cariche e il proverbiale lancio di gas lacrimogeni all’indirizzo di lavoratori che esercitano il loro diritto di sciopero.

In questo contesto molto teso, il riequilibro dei rapporti di forza all’interno della lotta contro la precarizzazione del lavoro dipende in particolar modo dalla capacità di tenuta del fronte d’opposizione e, in parte, dalle prossime reazioni del governo socialista. Mentre il premier Manuel Valls dichiarava nei giorni scorsi che «bloccare i punti nervalgici dell’economia nazionale è inammissibile», promettendo senza mezzi termini di rafforzare la presenza della polizia alle manifestazioni, per alcuni analisti questa strategia del blocco della produzionenei diversi settori industriali deriva dalla consapevolezza delle organizzazioni sindacali di non avere i mezzi per mantenere in vita un certo livello di scontro sul medio-lungo termine. Questo tipo di analisi però, basate sull’oscillazione della partecipazione popolare alle varie iniziative, non tengono conto di alcuni fattori sicuramente importanti.

La maggior parte dei francesi infatti, e la stragrande maggioranza degli studenti e delle classi popolari, rifiutano categoricamente questa riforma del lavoro in senso neoliberista, ed è evidente come l’incessante susseguirsi di manifestazioni e scioperi possano far registrare un calo fisiologico all’interno della protesta nel suo complesso. Alla luce degli altissimi livelli raggiunti dallo scontro, il punto chiave in questo momento è l’estensione dello sciopero ad altri settori economici grazie alla solidarietà di tutte le forze in campo. In questo senso, i militanti della sinistra anticapitalista, gli studenti e gli attivisti della Nuit debout stanno rafforzando la loro presenza al fianco dei lavoratori che oggi, bloccando la Francia, spingono la paura dalla parte di un governo liberticida. Nel frattempo, sono già in programma altre due grandi giornate di azione: l’ottavo sciopero generale previsto per la giornata di giovedì 26 maggio e la grande manifestazione nazionale del 14 giugno a Parigi.

Il Parti socialiste, dopo aver strumentalizzato lo stato di emergenza per implementare le fallimentari politiche di austerità, messo in atto una brutale repressione fatta di abusi di polizia e violenze inaudite e aver imposto con l’utilizzo dell’articolo 49.3 la riforma del diritto del lavoro senza voto parlamentare, si trova ormai completamente delegittimato. Mentre il premier Valls spedisce i picchiatori della CRS e della BAC in giro per tutto il paese a caccia di streghe, il presidente François Hollande e il Medef, la confindustria francese, fanno appello alla “responsabilità” dei leader sindacali affinché intervengano per calmare la protesta. Forse l’esecutivo francese è talmente destabilizzato da credere di avere a che fare con Maurizio Landini e Susanna Camusso. Perché è bene ricordarlo, quello che i sindacati transalpini hanno fatto negli ultimi due mesi e mezzo, la Cgil non ha voluto farlo in dieci anni. La connivenza degli apparati dirigenti del sindacato nostrano con le più sciagurate classi dirigenti rappresenta un elemento di importanza fondamentale nelle dinamiche di declino del conflitto sociale e della perdita di diritti nel nostro belpaese.

Ma dalla Francia, al contrario, oggi ci arriva un esempio di coraggio che deve essere sostenuto con tutti i mezzi a disposizione. Per i francesi, che non hanno ancora voglia di piegare la schiena e di abbassare la testa, è strettamente necessario restare uniti nella convinzione che la convergenza delle lotte possa rappresentare l’arma vincente per arrivare al ritiro del Jobs Act e far cadere così nella più profonda crisi politica un governo liberalsocialista assolutamente da dimenticare.

* Fonte: Popoff

venerdì 5 febbraio 2016

GRECIA: SUCCESSO DELLO SCIOPERO GENERALE CONTRO I TAGLI ED IL GOVERNO DI TSIPRAS

[ 5 febbraio ]

Ieri si è svolto ieri in Grecia il terzo sciopero generale da quando il governo Tsipras ha capitolato alla troika accettando il famigerato "terzo memorandum". 

Ai lavoratori pubblici e privati si sono aggiunti i benzinai, gli avvocati, i notai, i medici, i farmacisti, i tassisti, i camionisti. Senza dimenticare i contadini, che protestano da almeno due settimane.

Ampia l'adesione alle manifestazioni, svoltesi in tutte le città. Ad Atene e Salonicco si sono registrati duri scontri tra polizia e manifestanti.

Questo è dunque l'importante fatto nuovo: per la prima volta da anni la Grecia è stata paralizzata da uno sciopero generale che ha visto protestare le più disparate categorie sociali. Per il governo di SYRIZA-ANEL, oramai percepito come esecutore dei diktat della troika, si mette male. La popolarità di Tsipras sta precipitando.

Motivo della protesta? Il governo, eseguendo i dettami dei creditori —oltre a privatizzare tutto il possibile, tra cui il porto del Pireo, svenduto alla multinazionale cinese COSCO, e gli aeroporti svenduti ad aziende tedesche— vuole introdurre una "riforma" del sistema pensionistico che non solo prevede la riduzione del tetto massimo da 2.700 a 2.300 euro ma abbassa la pensione minima a 384 euro mensili. Un livello da fame.  
Più in generale, come chiesto dalla troika e previsto dal "terzo memorandum", le pensioni dovrebbero essere tagliate di un altro 15%, pari a l’1% di Pil di risparmi, cioè 1,8 miliardi di euro all’anno. 

venerdì 13 novembre 2015

GRECIA: SCIOPERO GENERALE

[ 13 novembre ]

Ieri, 12 novembre, si è svolto in Grecia uno sciopero generale contro l’austerità e i memorandum. Quanto prima informeremo i lettori su com'è andata. Intanto pubblichiamo il comunicato dei compagni di Unità Popolare (Laikí Enótita)


TUTTI E TUTTE IN SCIOPERO GENERALE IL 12 NOVEMBRE CONTRO L’AUSTERITÀ E I MEMORANDUM ORGANIZZIAMO LOTTE UNITARIE E DI MASSA

Il governo SYRIZA – ANEL, con l’applicazione delle misure del 3° memorandum e il voto delle azioni prioritarie, prosegue ora nell’applicazione di un uragano di misure contro la classe operaia e gli strati popolari più poveri.

Il rapporto della Commissione dei «Saggi» per il sistema della sicurezza sociale, costituisce un autentico manifesto thatcherista dal virulento carattere antisociale, sostenendo lo smantellamento integrale della sicurezza sociale, la soppressione delle pensioni, e l’estrema pauperizzazione dei pensionati. Il governo riserva alla Commissione dei «Saggi» il ruolo di battistrada per la distruzione delle pensioni e dei diritti della sicurezza sociale, promossa da questa commissione e concordata con la troika nel quadro del 3°memorandum.

La continua rapina fiscale a livelli mai raggiunti prima, le riduzioni dei salari e delle pensioni, indotte dalla nuova griglia, la soppressione dei contratti collettivi e i nuovi attacchi in arrivo per ridurre a zero i diritti dei lavoratori e i diritti sindacali, ecco la realtà e il futuro che questi preparano.

Sanità pubblica e istruzione vanno a pezzi. I posti vacanti nelle scuole di tutta la Grecia non vengono coperti; negli ospedali pubblici numerosi reparti si ritrovano senza medici, senza personale infermieristico; gli ospedali sono minacciati di chiusura. I porti, gli aeroporti, l’energia, l’acqua sono svenduti, così come immensi terreni dello Stato. Gli espropri, comprese le prime case, saranno una realtà dopo la cessione dei «prestiti in rosso» agli speculatori internazionali.



Anche l’anemica promessa del governo di «addolcire» le pesanti misure del memorandum con contromisure sociali, sta ormai crollando. Niente misure compensatorie per l’IVA al 23% per l’insegnamento privato, né per coprire i 5 euro del ticket di accesso all’ospedale. Il governo non ha soluzioni né misure compensatorie per attenuare la miseria del popolo, perché non ha alcuna intenzione di entrare in conflitto con i creditori, l’UE e il capitale nazionale, che impongono le politiche memorandarie.

Le sole misure suscettibili di rompere l’austerità delle politiche dei memorandum sono: la tassazione della ricchezza, la nazionalizzazione delle banche e la rinazionalizzazione degli organismi e imprese pubbliche che sono state privatizzate, la cessazione dei pagamenti ai creditori, l’annullamento del debito e l’uscita dall’eurozona.

Allora disporremmo della liquidità necessaria per salvare le casse dell’assicurazione malattia e delle pensioni, ridurre la disoccupazione, finanziare l’istruzione e la sanità pubbliche.

Con le nostre lotte possiamo fermarli. Il successo dello sciopero generale del 12 novembre deve diventare un impegno di tutti.

Unità Popolare è presente, e continuerà ad esserlo in modo dinamico, nelle lotte del popolo e dei lavoratori, ora come in futuro, sforzandosi di contribuire al loro coordinamento e alla loro intensificazione, come anche alla creazione di un nuovo fronte di lotte operaie per rovesciare l’austerità e le politiche memorandarie.

No alla riduzione delle pensioni e all’innalzamento dell’età minima pensionabile. Per un sistema di sicurezza sociale pubblico, universale, solidale e ridistributivo per tutti
Aumento del finanziamento pubblico nei settori dell’istruzione e della sanità. Copertura immediata dei bisogni sui posti vacanti con l’assunzione delle persone titolari
No alla privatizzazione dei porti, degli aeroporti, e dei beni pubblici
No alle imposte medioevali, e alla rapina fiscale contro gli strati popolari, soppressione dell’imposta fondiaria unica (ENFIA), ristabilimento del livello minimo d’imposta sui redditi a 12.000 euro all’anno per persona
Nessuna casa, nessuna abitazione in mano ai banchieri – Annullamento dei debiti delle famiglie popolari

TUTTI INSIEME, ORGANIZZIAMO LA RESISTENZA
TUTTI ALLO SCIOPERO GENERALE, AI RADUNI E ALLE MANIFESTAZIONI DEL 12 NOVEMBRE

Unità Popolare

mercoledì 6 maggio 2015

DOPO DI CHE... O CASCA RENZI O CADE LA SOCIETÀ

[ 6 maggio ]

Stefania Giannini, Ministro della Pubblica Istruzione, dopo tante scialbe idiozie, una cosa l'ha detta giusta: "questo è uno sciopero politico". Chissà se si rende conto davvero delle implicazioni di questo suo giudizio.

In effetti quello che ieri ha mobilitato in maniera pressoché totale la categoria degli insegnanti è stato uno sciopero squisitamente politico, contro visione che il governo ha, non solo della scuola, ma della società. 

Dopo vari tentativi di piegare la scuola pubblica ai dogmi neoliberisti (a partire da quello di Luigi Berlinguer nel febbraio 2000, della Moratti nel 2003, e quindi quelli della Gelmini nel 2008-10) la "riforma Renzi" appare come l'ultimo e letale colpo di maglio. La scuola come azienda privata la cui efficienza si misura nella sua capacità di sfornare decerebrati tuttavia erogatori di forza-lavoro generica a buon mercato, i presidi trasformati i titolari d'azienda, gli studenti che diventano clienti, gli insegnanti ridotti ad agenti di marketing.

Ma c'è di più. Le manifestazioni di ieri, massicce e combattive, erano contro Renzi e il suo governo autoritario.
Insomma, malgrado la notoria pusillanimità della triplice sindacale, abbiamo avuto uno sciopero che più politico non si poteva.

Un segnale che non va sottovalutato. 
Che questo sia venuto da un nevralgico corpo sociale come quello degli insegnanti ha altrettanta importanza. Diciamolo, la giornata di ieri segnala che la "luna di miele" tra Renzi e gli italiani è già finita, e che, a forza di atti d'imperio, è iniziato il suo declino.

Vittima della sua megalomania, del suo delirio di onnipotenza, il Nostro, non solo non farà alcun passo indietro ma, tenendo fede al suo stile decisionista e autoritario, alzerà la posta e andrà allo scontro per vincere. Egli ha forse vinto nel Palazzo, ha normalizzato il suo partito e il Parlamento. Ora dovrà fare i conti con un'opposizione sociale destinata a crescere, la sola che possa davvero mandarlo a casa e che merita ben altra direzione politica.

Ora  le immagini e le voci dalle piazze di ieri.


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