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giovedì 13 ottobre 2016

NAPOLITANO, QUAND'È ESATTAMENTE CHE VI SIETE VENDUTO AL NEMICO?

[ 13 ottobre ]

Nel 1978 in una riunione della direzione del Pci, l’attuale capo dello Stato spiegò, c
on argomenti validi anche oggi perché non si doveva entrare nel Sistema monetario europeo (Sme) —anticamera dell'euro

Davvero istruttivo questo articolo di Marco Palombi che apparve su IL FATTO QUOTIDIANO del 14 maggio 2014


Euro, quando Giorgio Napolitano 
era contrario alla moneta unica

L’anno è il 1978. Il giorno il 12 dicembre, ed entro pochi mesi si terranno le prime Europee. È il giorno in cui il presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, si presenta alla Camera per dire che l’Italia sarebbe entrata subito, dal 1° gennaio, nel Sistema monetario europeo (Sme), un regime di cambi fissi tra le monete comunitarie che è il vero papà dell’euro (anche allora, peraltro, Londra disse no). È una sorpresa perché solo poche settimane prima, il governo aveva respinto le pressioni francesi e tedesche per un’entrata immediata. Non solo: è anche una crisi di maggioranza visto che il governo – nato il giorno del rapimento di Aldo Moro – è sostenuto da Dc, Pci e Psi e i due partiti di sinistra sono contrari a un’ingresso nello Sme come s’è andato delineando. Le motivazioni dei comunisti sono strettamente tecniche e assomigliano molto a quelle di chi oggi si oppone all’euro (che, a differenza dello Sme, non è neanche un sistema flessibile).

Il Pci, subito dopo il discorso di Andreotti, riunisce la sua direzione alla Camera. La relazione introduttiva – si legge nei verbali del partito conservati all’Istituto Gramsci – la tiene l’attuale presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Per dire il nostro sì allo Sme – spiega il futuro capo dello Stato, all’epoca responsabile economico del Pci – chiedevamo tre condizioni: “Garanzia sui tassi di cambio” (cioè riallineamento periodico del valore delle monete); “garanzie sui prestiti del Fmi” e “misure di trasferimento di risorse a favore delle economie più deboli”. Siccome irrigidire il cambio comporta degli svantaggi per “le economie più deboli”, questo va pagato da chi ci guadagna: un principio dimenticato nel recente dibattito sui “compiti a casa” dei Piigs. Napolitano lo spiega con incredibile, profetica chiarezza: “Inserendoci in quest’area, nella quale il marco e il governo tedesco hanno un peso di fondo, dovremo subire un apprezzamento della lira e un sostegno artificiale alla nostra moneta. Nonostante ci sia concesso un periodo di oscillazione al 6%, saremo costretti a intaccare l’attivo della bilancia dei pagamenti. Lo Sme determinerà una perdita di competitività dei nostri prodotti e un indebolirsi delle esportazioni. C’è un attendibile pericolo di ristagno economico” (tutte cose puntualmente successe).

I dirigenti del Pci, lo dice chiaramente più d’uno, sono convinti che il voltafaccia di Andreotti e della Dc sia dovuto alla scelta di far cadere il governo per spostare l’asse politico a destra, sulla linea indicata da Giorgio La Malfa, segretario repubblicano: “Nelle più nobili motivazioni di La Malfa – insiste Napolitano – vi è alla base un giudizio catastrofico sull’Italia” ed “emerge una concezione strumentale degli impegni internazionali in funzione interna (antisindacale)”. Il cosiddetto “vincolo esterno” usato e teorizzato da molti anche oggi: “Ce lo chiede l’Europa”. Il giorno dopo, la direzione del Pci si riunisce ancora: Enrico Berlinguer spiega che il vertice di maggioranza sullo Sme – tenutosi proprio quella mattina – è andato male, che Andreotti conferma l’entrata immediata nello Sme nonostante siano ormai pubbliche leperplessità della Banca d’Italia (“Scalfari mi ha confermato chePaolo Baffi ha spiegato al governo la sua opposizione tecnica, ma ha concluso che la scelta è politica”), la contrarietà di più di un ministro e di due partiti della maggioranza (per il Psi, nell’aula di Montecitorio, la esprimerà Fabrizio Cicchitto). Non mancano i particolari di colore. Alfredo Reichlin: “Poco fa mi ha telefonato da Berlino Gerardo Chiaromonte (migliorista come Napolitano,ndr) e dice che i giornali della Germania Ovest sono in festa”.

Il problema per il Pci, a questo punto, è non essere additato come “nemico” dell’Europa: Ugo La Malfa, per dire, sosteneva che non aderire allo Sme significava abbandonare l’occidente e la Nato. “Campagna terroristica”, la definisce seccamente Napolitano in quella riunione. La pietra tombale sulla questione, di fronte alle preoccupazioni “europeiste” di alcuni come Paolo Bufalini, la mette con la consueta icasticità l’economista Luciano Barca, padre dell’ex ministro Fabrizio: “Europa o non Europa questa resta la mascheratura di una politica di deflazione e di recessione anti operaia”. La linea, ovviamente, la detta invece Berlinguer: “Noi dobbiamo entrare nel merito delle questioni monetarie ed economiche, poi fare una polemica di demistificazione della retorica europeista”. Il “terrorismo” di Napolitano, insomma. 

Sarà proprio lui, com’è noto, a intervenire alla Camera, spiegando il no del Pci con un lucidissimo discorso sugli squilibri regionali che l’irrigidimento del cambio rischia di accentuare (e il dato è sotto gli occhi di tutti, compreso il “rigore a senso unico”): “Si è finito per mettere il ‘carro’ dell’accordo monetario davanti ai ‘buoi’ di un accordo per le economie”, anche per “le sollecitazioni pervenuteci dai governi amici”, scandì Napolitano. Il pericolo che questo costituiva per la sinistra italiana gli era chiaro: se qualcuno volesse “far leva sulle gravi difficoltà che possono derivare dalla disciplina del nuovo meccanismo di cambio per porre la sinistra e il movimento operaio dinanzi alla proposta di una politica di deflazione e di rigore a senso unico, diciamo subito che si tratta di un calcolo irresponsabile e velleitario, non meno di quelli che hanno spinto pezzi della Dc a premere per l’ingresso immediato nello Sme in funzione di meschine manovre anticomuniste, destinate a sgonfiarsi rapidamente”. Poi, in realtà, s’è sgonfiato prima il Pci.

* Fonte: IL FATTO QUOTIDIANO del 14 maggio 2014

martedì 13 settembre 2016

IL BEN POCO EMERITO PRESIDENTE NAPOLITANO di Emmezeta


[ 14 settembre ]

A proposito di un'intervista 
a la Repubblica
Lo ripetiamo: l'Italicum si abbatte, non si cambia

«Giù la maschera, presidente ben poco emerito della Repubblica Italiana! La tua "riflessione" è ben più semplice di quel che ci vorresti vendere: la possibile vittoria elettorale di M5S deve essere impedita in tutti i modi, anche a costo del ridicolo».

E' naturale che con un ballista come il Bomba in circolazione, altre menzogne rischino di restare inosservate. Sarebbe però grave passare sotto silenzio quelle del bis-presidente del golpe bianco 2011. Che ieri l'altro (vedi questa intervista a la Repubblica) ha deciso di mettersi di nuovo in corsa per il Pinocchio d'oro 2016.

Il sistema dev'essere messo davvero male se ha bisogno del persistente contributo di quest'uomo. Ma tant'è. 

La lunga intervista a Mario Calabresi può essere cosi riassunta: primo, guai a disturbare il manovratore, il conducator Renzi non va messo in alcun modo in discussione; secondo, la campagna referendaria ha dunque da svolgersi con le modalità decise dal suddetto; terzo, l'Italicum va cambiato, non per renderlo meno antidemocratico (ci mancherebbe!), ma per prevenire la possibile vittoria di M5S.

Ovviamente in tutto ciò non c'è nulla che possa stupire. Ma gli argomenti portati dall'ex "ministro degli esteri" del Pci sono un esempio da manuale della menzogna.  

Napolitano inizia mettendo addirittura in discussione il referendum stesso. Dopo aver sottolineato che il fronte del No non ha raggiunto le 500mila firme, ecco il suo apprezzamento per la consultazione popolare: «Forse c'è anche da riflettere se fu giusto prevedere nell'apposita mozione parlamentare, con l'accordo del governo Letta/Quagliariello, la facoltà di sottoporre comunque a referendum il testo di riforma che fosse stato approvato».

Se l'atteggiamento è il solito del fronte anti-Brexit - il popolo è ignorante ed è meglio se gli togliamo pure il voto -, l'argomento è davvero indegno per un ex presidente della repubblica, che almeno la Costituzione la dovrebbe conoscere. 

Cosa c'entra la mozione Letta/Quagliarello con quello che è avvenuto dopo? A quell'epoca si prevedeva che la controriforma avrebbe avuto il voto di una maggioranza ben oltre i due terzi dei parlamentari. Ma così non è stato. La modifica costituzionale è stata varata con una maggioranza risicata, posticcia, raccolta per strada grazie al metodo del voto di scambio (Verdini e soci). Alla fine è passata per il volere di un solo partito, il PD, peraltro sovra-rappresentato in maniera scandalosa in parlamento grazie ad una legge elettorale incostituzionale. Dunque si va al referendum non per quella mozione, né per le firme raccolte dal PD, ma perché le opposizioni parlamentari alla legge stanno ben al di sopra di quel 20% dei membri previsti dall'articolo 138 quando la modifica costituzionale non abbia raggiunto la soglia dei due terzi.

Dal quel gran democratico che è Napolitano vorrebbe cancellare anche questo strumento a difesa delle minoranze, che poi in questo caso - ed è quello che lo preoccupa davvero - minoranze sono sì in parlamento ma non nel Paese? 

Nell'intervista Napolitano spiega che vorrebbe una campagna elettorale asettica, silenziosa, meglio se del tutto inesistente. Prendiamo questa affermazione:
«È noto che io non ho condiviso la iniziale politicizzazione e personalizzazione del referendum da parte del Presidente del Consiglio, ma specie all'indomani del sia pur lento sforzo di correzione di questo approccio da parte di Renzi, nulla può giustificare la virulenza di una personalizzazione alla rovescia operata dalle più diverse opposizioni facendo del referendum il terreno di un attacco radicale a chi guida il Pd e il governo del Paese».

«Personalizzazione alla rovescia», ci sarebbe da ridere. Insomma, finché Renzi personalizzava all'eccesso, convinto di vincere, andava bene - mai abbiamo letto interviste che ne stigmatizzassero il comportamento. Adesso che  invece i sondaggi gli consigliano il contrario, guai ad attaccarlo.  Insomma, secondo la personalissima opinione del bis-presidente tutti dovrebbero adeguarsi non solo ai temi e ai contenuti proposti da Renzi, ma persino ai suoi toni, se non addirittura al suo umore.

Naturalmente le parole di Napolitano un risvolto positivo ce l'hanno: quello di indicare i temi ed i toni giusti da usare al fronte del no per ottenere la vittoria. Basterà fare l'esatto contrario di quel che vorrebbe lui.

Ma abbiamo parlato di menzogne. E dobbiamo dunque arrivare alla più grossa di tutte. Quella che riguarda l'Italicum.

Perché l'ex inquilino del Colle lo vorrebbe cambiare? Leggiamo:
«Perché rispetto a due anni fa lo scenario politico risulta mutato in Italia come in Europa. Ci sono nuovi partiti, alcuni dei quali in forte ascesa che hanno rotto il gioco di governo tra due schieramenti, con il rischio che vada al ballottaggio previsto dall'Italicum e vinca chi al primo turno ha ricevuto una base troppo scarsa di legittimazione col voto popolare. Si rischia di consegnare il 54% dei seggi a chi al primo turno ha preso molto meno del 40% dei voti. Ritengo che questi e altri aspetti dell'Italicum meritino di essere riconsiderati».

Avete capito? Le leggi elettorali si fanno in base agli scenari politici, oggi assai mutevoli. Altro che questioni di principio! Qui si deve fare di volta in volta la legge che più conviene a lorsignori. Ora - e lo diciamo da acerrimi nemici dell'Italicum come di ogni sistema maggioritario - l'Italia sta per battere un record mondiale, quello di cambiare una nuova legge elettorale prima ancora di averla applicata una sola volta. Complimenti vivissimi!

Almeno facessero un'autocritica! Ma no: avevano ragione quando hanno imposto a colpi di maggioranza una legge osteggiata dalle forze politiche rappresentanti la maggioranza dell'elettorato, pretendono di avere ugualmente ragione oggi che vogliono tornarci sopra per un unico scopo, quello di sbarrare la strada ad M5S.

Che forse la disproporzionalità prodotta dall'Italicum non era già chiara quando la legge fu discussa ed approvata? Non scherziamo! Il fatto è che quel meccanismo concepito allora nell'esclusivo interesse del PD, potrebbe invece portare adesso il partito di Renzi alla sconfitta. Da qui la corsa al ritocco di cui l'ex presidente si fa paladino.

Ma siccome l'imbroglio è evidente, l'imbroglione cerca di girarci attorno. Dice che lo scenario è cambiato rispetto a due anni fa. Ma non abbiamo letto di ripensamenti (né suoi né dei suoi sodali) a gennaio e neppure ad aprile, ma solo dopo la batosta subita dal Pd ai ballottaggi di giugno.

Giù la maschera, presidente ben poco emerito della Repubblica Italiana! La tua «riflessione» è ben più semplice di quel che ci vorresti vendere: la possibile vittoria elettorale di M5S deve essere impedita in tutti i modi, anche a costo del ridicolo.

Del resto in questo campo, quello del ridicolo, abbiamo un maestro insuperabile:
«L’Italicum non piace? E che problema c’è? Discutiamola, approfondiamola, ma facciamo una legge elettorale migliore di questa, non accetteremmo mai una legge elettorale peggiore di questa. La mia apertura è vera».
Così Matteo Renzi  riportato da la Stampa di ieri. Costui ha imperversato per due anni e passa vantando la sua legge elettorale come la mossa decisiva, come la soluzione di tutti mali. Ora questi roboanti proclami hanno lasciato il posto alla sibillina frase di cui sopra. Se prima tutto ciò era ridicolo adesso è ridicolo al cubo.

Ovviamente quando dice «migliore», il Bomba intende una legge ugualmente se non più antidemocratica, e certamente ancor più favorevole al PD, di quella attuale.

Ecco, Napolitano è sulla stessa linea, spingendosi addirittura ad appoggiare la proposta della minoranza piddina (quella cosiddetta «bersaniana»), che prefigura una legge perfino peggiore dell'Italicum (leggi QUI). Una legge ancor più truffaldina, ancor più lesiva dei principi democratici, ed in più pensata appositamente per impedire un successo dei Cinque Stelle.

Ma questo lo sapevamo già. Quel che fa veramente indignare è la faccia tosta di costui. Il pur servile Calabresi gli domanda: «Cambiare la legge elettorale oggi non può sembrare un modo per cercare di fermare il Movimento cinquestelle?». Questa l'incommentabile risposta dell'ex presidente: «Non mi sono mai posto il problema di trovare un marchingegno per impedire una possibile vittoria dei Cinquestelle né di escluderli da consultazioni ed eventuali intese per modifiche alla legge elettorale». Credibile, no?

Napolitano vorrebbe prenderci in giro, ma chi davvero può credergli? Potremmo dunque considerare le uscite di questo mestatore come un problema secondario. E invece no, perché l'intruglio che si prepara è davvero pericoloso.

Non siamo infatti d'accordo con chi si accontenta di una modifica purchessia dell'Italicum. Questo vale per la sentenza della Corte Costituzionale, da considerarsi positiva solo se cancellerà oltre al ballottaggio anche il premio di maggioranza al raggiungimento del 40%, come per i cambiamenti parlamentari su cui si lavora, che potrebbero portare ad una legge che lascia intatti premio e ballottaggio (quest'ultimo solo nel disgraziato caso di una vittoria del sì al referendum) riducendo il cambiamento al ripristino del sistema delle coalizioni. 

Lasciar prevalere i giochi di Palazzo a questo può portare, ad un neo-Porcellum solo lievemente aggiustato. Per questo abbiamo detto che l'Italicum si abbatte, non si cambia. Ad abbatterlo dovrà essere la vittoria del No. Più questa vittoria sarà ampia, più lo schiaffo metterà in difficoltà i bari che sono già all'opera. Una ragione di più per concentrare tutti gli sforzi sul referendum d'autunno. Quel referendum che non a caso Pinocchio Napolitano vede come fumo negli occhi. 

martedì 3 maggio 2016

REFERENDUM DI OTTOBRE: I "NO" IN VANTAGGIO di Piemme

[ 3 maggio ]

Una cattiva notizia per Matteo Renzi, che l'altro ieri, in pompa magna, ha aperto ufficialmente la campagna in vista del referendum costituzionale di ottobre.

Euromedia Research, l'istituto demoscopico della Ghisleri (quello su cui Berlusconi ha sempre fatto affidamento e che in effetti c'ha azzzeccato quasi sempre) ha reso noti i risultati del suo ultimo sondaggio relativo al referendum costituzionale del prossimo ottobre.
Che risultati da? Sentiamo:
«L'ultimo sondaggio Euromedia Research dà i voti a favore della riforma costituzionale sotto il 50% se si contano coloro che dichiarano che andranno a votare il prossimo ottobre. Rapportata a 100, la percentuale di coloro che oggi voterebbero "no" al referendum è del 51,9 contro il 48,1 dei "sì"La stessa rilevazione di di metà aprile dava 49,7 contro 50,3, mentre a fine marzo il risultato era 49,6% di "no" e 50,4% di "sì". Insomma, i "no" sembrano andare affermandosi con il passare delle settimane dal momento in cui la data del referendum è stata ufficialmente fissata all'inizio dell'anno». [Libero del 2 maggio]
Questi risultati sono confermati anche da altri istituti di rilevazione.

E' proprio l'alta posta in palio che spiega l'intervento a gamba tesa di Giorgio Napolitano, il demiurgo che mise Monti al posto di Berlusconi e quindi Renzi a quello di Letta.
In un'intervista rilasciata al Corriere della sera di oggi il "presidente emerito" la dice chiara e tonda: «... il No comporterebbe la paralisi definitiva, la sepoltura dell’idea di revisione della Costituzione», col che avremmo una grave crisi politica e il rafforzamento delle tendenze allo sbriciolamento dell'Unione europea.

Ben detto!

Ciò a smentire i diversi amici che vedono tutto a tinte fosche e danno per persa quella che sta diventando la "madre di tutte le battaglie". Se Renzi sarà battuto non solo dovrà andarsene, saranno battute (almeno momentaneamente) tutte le potenti forze oligarchiche che lo sostengono, a partire da quelle eurocratiche. 

Primo: battere Renzi! Dopo di che non solo la maggioranza dei cittadini indignati avrà ritrovato fiducia in se stessa, si aprirà una nuova fase politica, certo piena di incognite ma anche di possibilità.

giovedì 29 gennaio 2015

SENTITE E GUARDATE CHE DICEVA IL "MORTADELLA"....


29 gennaio

Vedremo come andrà a finire questa stucchevole pantomima dell'elezione del nuovo Presidente della Repubblica. 
UNA PRIMA COSA ci rincuora: chiunque egli sarà, difficilmente potrà fare peggio di Napolitano.

UNA SECONDA COSA appare chiara: quale che sia il coniglio che Renzi tirerà fuori dal suo cappello, sarà appunto un "coniglio", un Presidente "debole", che non dovrà disturbare l'autista. Nell'assetto post-democratico che viene fuori dalle modifiche istituzionali e dalla nuova legge elettorale Italicum, emerge infatti un sistema in cui l'esecutivo, quindi il Presidente del Consiglio, concentrerà nelle sue mani le leve decisive del potere. Una forma sostanziale e anti-costituzionale di presidenzialismo in cui il dominus è il Premier. Per cui: niente dualismo di poteri.

Anche per questo Prodi non sarà il nuovo Presidente, e non solo perché è la bestia nera di Berlusconi.

Tuttavia proprio Romano Prodi —il boiardo che curò dal 1982 al 1994 lo smembramento dell'IRI e le privatizzazioni di Alfa Romeo, della siderurgia pubblica, infine la scandalosa vendita a prezzi stracciati della SME a De Benedetti; uno degli artefici dell'euro come Presidente del Consiglio (dal 1996 al 1998), poi Presidente della Commissione europea dal 1999 al 2004— è stato scelto come uno dei papabili dal Movimento 5 Stelle.

Una scelta a dir poco scandalosa, quali che saranno i voti che gli attivisti di M5S gli attribuiranno nell'altra pantomima che è il voto in rete.

Una cosa è certa: i Cinque Stelle non potevano giocare in modo più maldestro la partita del Quirinale. Prima han detto: "Renzi faccia i nomi e poi noi li facciamo votare dalla rete". Hanno cioè giocato di rimessa, offrendo a Renzi un ruolo che la Costituzione non gli assegna affatto, quando avrebbero dovuto proporre in maniera decisa un candidato che rappresentasse la diffusa esigenza di una rottura col passato, con la casta e con le politiche austeritarie euriste.
Poi si sono decisi ad entrare in partita, ma peggiorando le cose, ovvero fornendo nove nomi tra cui appunto quello di Prodi. Un'abile tattica? Per niente: una gran cazzata, segno ulteriore di insipienza e dabbenaggine politica.

Ora godetevi lo spettacolo per rendervene conto...



domenica 21 dicembre 2014

QUANDO SE NE ANDRÀ SARÀ TROPPO TARDI di Emmezeta

21 dicembre

Il peggior presidente di una Repubblica che pure ne ha avuti...

Non abbiamo prove di quel che molti dicono. Che cioè Napolitano sia figlio naturale di Umberto II, noto anche come il "Re di maggio". Quel che possiamo invece dire è il suo costante atteggiarsi a monarca, di cui vuol dar prova fino all'ultimo.

In questo la sua sfrontatezza non ha limiti. Ed il suo intervento di ieri ne è la prova lampante.  Ma prima del commiato ne sparerà altre ancora. E giù tutti i giornaloni ad applaudire: ma che presidente, che saggezza, che lucidità, che perditaaa!

Noi invece non lo rimpiangeremo. Anzi, quando egli ci farà il piacere di alzare i tacchi sarà sempre troppo tardi. E' stato il regista per niente occulto del golpe bianco che portò all'insediamento del Quisling Monti a Palazzo Chigi. Ma prima ancora (marzo 2011) il fautore più acceso dell'attacco criminale alla Libia. Poi - nelle monarchie le successioni sono a volte più complicate che nelle repubbliche - è succeduto a se stesso, per fungere da protettore del governo di larghe intese. Infine, nell'ultimo anno, è stato il custode istituzionale di quel patto extra-istituzionale (il "Nazareno") che ancora governa l'Italia.

In questi anni di crisi è stato il vero referente delle oligarchie europee. Berlusconi? Inaffidabile. Monti? Un fedele servitore, ma troppo rozzo. Letta? Meno rozzo, ma poco efficace. Renzi? Più furbo, ma forse troppo. In questo tourbillon di primi ministri a Bruxelles cercavano un punto fermo. Fermo ed inamovibile come solo le monarchie lo possono offrire. Chi meglio allora di Napolitano?

Il quale - che lo faccia per nascita, per scelta, per vezzo o per virtù - con le oligarchie ha sempre amato stare. Anche quando giocava a fare il "comunista". Perché sempre egli era il "comunista buono", quello con stile british, sempre lontano dalla disprezzata plebe. Insomma: il "mio comunista preferito", come ebbe a dire Henry Kissinger.

E come si conviene ad ogni membro della nobiltà egli vuol lasciarci così come ha vissuto,  quasi i danni compiuti non fossero ancora sufficienti.    

Ieri, parlando nel salone delle feste del Quirinale, ha iniziato a sparare i suoi botti finali. "Non si attenti in qualsiasi modo alla continuità di questo nuovo corso", queste le sue parole minacciose a difesa del processo di stravolgimento di quella Costituzione sulla quale a suo tempo ha pure giurato.

"Non si attenti"? E noi poveri ingenui che ancora pensavamo che quantomeno il parlamento certi temi avesse ancora il potere (e il dovere) di discuterli. No, nessuna discussione, che di attentato si tratta. Così parlò il monarca.
Ma non basta, che ha da esser chiaro chi sono gli attentatori. E allora dai, in pieno spirito costituzionale, nel pieno esercizio del ruolo super partes, ecco indicati i pericolosi eversori nei: "venti di scissione in questa o quella formazione politica, magari nello stesso partito di maggioranza relativa". 

Dicono le cronache del palazzo (del non dal, tanto sono servili), che i renziani presenti si davano di gomito, persino loro increduli di questa copertura a 360 gradi ad ogni malefatta del boss che se li è tirati dietro al governo.

Avete capito: i parlamentari non devono discutere, tantomeno obiettare, devono solo (non si sa ancora per quanto) votare. E, ça va sans dire, dovranno farlo nel modo giusto. E chi non è d'accordo - questa non si era ancora sentita - non può neppure scindersi da quel partito che gli impone una scelta contro i propri principi e le proprie convinzioni. Sei messa bene Repubblica Italiana...

Dicono sempre le cronache, che il monarca - certo guardando anche alla sua successione - abbia scelto con cura la collocazione degli ospiti nelle varie file. Una chicca per i giornalettai chiamati a riferirne. Essi ci informano infatti della presenza nelle prime file dei ministri attuali, mentre Bersani e D'Alema sono stati relegati nelle ultime. Una scelta normale? Forse, però non ci spiegano cosa ci facesse Giuliano Amato, tra i ministri, in seconda fila...

Ma lasciamo perdere. Tanto nelle prossime settimane ne farà anche di peggio. Il suo tentativo di blindare Renzi è fin troppo palese. Spudorato, vergognoso, oltre ogni limite della decenza. C'è però un particolare: non è detto che riesca.

Napolitano cercò di blindare Monti portandolo poi al Quirinale, e sappiamo com'è finita. Poi ha blindato Letta, per piegarsi successivamente all'entrata in scena del suo attuale protetto. Ora le proverà tutte per portare sulla sua poltrona un altro uomo delle oligarchie, con Padoan ed Amato in pole position

Ma l'elezione del presidente è cosa spinosa. Il voto, ahimè, è segreto (a quando la prossima riforma costituzionale?). I principali partiti, anche se non scissi (che non si può per regio decreto), appaiono leggermente divisi al proprio interno. 

Naturalmente, nell'attuale verminaio della politica italiana tutto è possibile. Anche la momentanea ammucchiata per eleggere un nuovo "salvatore della patria", o magari, invece, un "Re Travicello" buono per tutti gli usi. Che è poi quello che vorrebbe, senza poterlo dire, Matteo Renzi. Il quale, se potesse, lo tirerebbe a sorte tra i suoi (fidati) conoscenti di Pontassieve. 

sabato 29 marzo 2014

IL PAPA NERO di Lupo*

29 marzo. «Prima di impartire benedizioni e reprimende al governo Renzi, Obama ha incontrato il solo abilitato a simili pratiche, Papa Francesco che forse anche per questa usurpazione, oltre che per i temi etici e le pericolose iniziative antirusse, lo ha accolto con un misurato distacco.

Dopo sono state soltanto profusioni di servilismo andate oltre le righe anche per un protocollo al quale eravamo rassegnati. 


Egli ha reso omaggio all’amico americano di sempre, Napolitano, dichiarandosi in piena sintonia; ha elargito sorrisi e scappellotti a Renzi, il quale ha tenuto a esaltarlo come suo modello nel ricordargli il suo slogan: “Yes we can”, quasi altrettanto stupido di quello di Clinton che non portò molta fortuna a Veltroni (e gli auguriamo altrettanta sfiga).
“ Yes we can, noi possiamo estendere il precariato come hai fatto tu” gli ha detto ed il presidente Usa lo ha elogiato, come se le politiche del lavoro in Italia dovessero riguardarlo. Poi però lo ha bacchettato sugli F35 per gli incauti annunci di tagli al programma di acquisti annunciati alla vigilia della visita. 

Questi erano ampiamente giustificati dal costo eccessivo, dallo scarso utilizzo di tali sistemi per la nostra aviazione, dall’inaffidabilità riscontrata dagli stessi americani nei test effettuati, tanto da rivangare le famose bare volanti, sempre della Lockheed, quelle che costarono care al presidente Leone; tralasciamo l’opinione pubblica contraria che tanto se ne fregano. Ma a mister president è bastato calibrare un tono un po’ più severo, ricordandoci che la pace non è gratis e costerebbe anche perdere i contratti di Finmeccanica sponsorizzati dal Pentagono. E Renzi si è premurato di rimangiarsi i tagli. Un monito è venuto anche perché si parli con una voce sola, quella delle sanzioni e della minaccia Nato, sull’annessione della Crimea. E Renzi si è prontamente rimangiato gli auspici a non isolare la Russia. Successivamente, in uno slancio di italico orgoglio, ha sostenuto che noi possiamo sopperire ad una carenza energetica provocata dall’aggravarsi della crisi Ucraina. 

Parole apprezzate dal questuante della Casa Bianca venuto anche per vendere il suo gas di scisto al posto di quello russo. Probabilmente c’è anche la ragione della concorrenza del gas sui mercati europei dietro il sostegno americano agli avventurieri di Kiev; peccato che anziché con gli oleodotti come il sud south stream, voluto con lungimiranza da Berlusconi e da Putin per tagliare fuori l’Ucraina dalla rotta, dovremo riempire il paese di rigassificatori per approvvigionarci dagli americani. 

L’incontro con John Elkan è servito a magnificare la fusione Fiat-Chrysler come esempio di buona strategia di impresa, quella che taglia posti di lavoro e produzione nel paese che ha sempre munto per spostarsi dove chiama il mercato; intanto sulla rete impazzava il video degli operai ballerini di Melfi, a testimoniare che la fine della centralità operaia ha lasciato anche regressioni antropologiche.

E mentre se ne andava il povero Marino si affannava a giurare che c’era anche lui, anche se ai più è sfuggito.

Il Nobel per la pace-serial killer, quello che dà l’OK per colpire i bersagli con i droni, quello che minaccia di scatenare un guerra nel cuore dell’Europa, ha espresso i suoi desiderata; vedremo quanto diventeranno diktat per governo e parlamento, ma c’è poco da stare allegri».

giovedì 30 gennaio 2014

LA "GHIGLIOTTINA" SARÀ PER VOI!

30 gennaio. Ci auguravamo ieri che i parlamentari Cinque Stelle tenessero duro. Così è stato. Quindi che dire? Ben fatto M5S!

La sarabanda avvenuta ieri in Parlamento ha una notevole importanza politica e simbolica. 

Contro un decreto truffaldino —un'ulteriore mutazione in senso liberista e privatistico della Banca d'Italia, nascosto dietro al paravento dell'abolizione dellla seconda rata Imu—, votato da Pd, Pdl, Ncd, Scelta civica ecc., per nome  e per conto dei vampiri delle banche d'affari, si sono opposti davvero solo i Deputati del M5S.

Indegna la pantomima dei Piddini i quali, inveendo contro i pentastellati, hanno intonato "Bella ciao", spellaggiati in ciò dai loro servi di bottega di Sel. Gravissima l'aggressione ai danni di Loredana Lupo da parte del montiano Stefano Dambruoso —il quale, figuratevi! è addirittura uno dei Questori della Camera e che prima di essere eletto era Sostituto procuratore presso il Tribunale di Milano. Si dimetta da Questore se le regole hanno un senso!

Quel che la rivolta dei Parlamentari M5S denuncia è che è in atto uno scempio, uno supro autoritario, non solo delle regole parlamentari, ma pure della Costituzione, della democrazia.

E' gravissimo che la Presidente della camera, la sellina Laura Boldrini abbia troncato d'imperio ogni discussione e
contestazione passando alla votazione del decreto truffaldino usando la regola della cosiddetta "ghigliottina". Ce ne ricorderemo signora Boldrini, di lei e dei suoi compagni di merende di Sel, truppe cammellate al soldo del regime.

Scriviamo (ore 12:30) mentre in Parlamento lo scontro tra le forze di regime e i Cinque Stelle continua e al Senato è in corso una conferenza stampa dei Senatori M5S dove viene ufficializzata la sacrosanta richiesta di impeachment del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Iniziativa sacrosanta! (Il testo dell'impeachment

Ieri, alludendo alla nuova legge elettorale proposta dal duo Renzi-Berlusconi scrivevamo:
«Il regime si sta blindando con una legge elettorale scandalosa. Come pensate di fermarlo?  Pensate davvero di difendere democrazia e Costituzione dall'assalto dei golpisti limitando la battaglia alle sceneggiate in Parlamento?»
Questa  è la questione decisiva giunti a questo punto.

Ci rincuora che diversi esponenti pentastellati abbiano detto ieri, e ripetuto oggi in Conferenza stampa: «Ora lo scontro si sposta nelle piazze».  Vedremo se M5S darà seguito a questa promessa; non è solo auspicabile, è un passo obbligato se si vuole davvero mandare a casa la banda di fuorilegge che ci governa.

Senza una Rivoluzione democratica, senza una sollevazione popolare, questo Paese non scamperà all'infasuto destino che le forze al potere stanno preparando.




martedì 1 ottobre 2013

LA LORO BATTAGLIA FINALE E NOI di Moreno Pasquinelli

1 ottobre. Con l’ultima loro spettacolare mossa delle dimissioni in blocco di parlamentari e ministri, i berluscones hanno questa volta sancito il divorzio irrevocabile con il gotha delle classi dominanti.

Si badi, non astratte “classi dominanti”, bensì quella setta plutocratica venutasi formando in decenni di melting pot globalista, Questa cosca, grazie a funzionari piazzati per tempo nei gangli dei diversi apparati statali nazionali, li ha alla fine espugnati, eviscerati, trasformandoli in proprie protesi.

Questa metamorfosi, qui da noi, non fu indolore, avvenne grazie alla frattura di “Mani pulite”, ovvero la rottamazione di quei settori tradizionalmente dominanti delle classi dominanti che rifiutavano di obbedire e inchinarsi ai nuovi sovrani globalisti. Questi ultimi, avendo bisogno di nuovo personale politico, furono costretti a reclutarlo tra le file di quella che era stata l’opposizione del regime democristiano. Il vecchio Partito comunista divenne il principale braccio politico dell’operazione e un fondamentale serbatoio di cervelli e funzionari al regime della “Seconda repubblica”.

Di qui la scesa in campo di Silvio Berlusconi. A nome e per conto del vecchio regime egli si mise di traverso, con inatteso successo, alla marcia trionfale dei nuovi sovrani. Questi tentarono subito di toglierlo di mezzo. Non essendoci riusciti cercarono, pur tenendolo sempre sotto tiro, di adescarlo per piegarlo ai loro disegni.

Quando sembrava che ce l’avessero fatta, che Berlusconi si fosse sottomesso, è sopraggiunta nel 2008 la grande crisi mondiale. Una crisi la cui prima vittima è stata quella artificiale costruzione dell’Unione europea e dell’eurozona in particolare. Sotto le mentite spoglie del “debito sovrano” l’Italia, mentre i berluscones erano al governo, è diventata un succulento bersaglio della finanza predatoria globale. L’eurozona, con la Germania oramai saldamente al comando, lungi dal costituire una barriera difensiva, amplificava l’attacco e ne accentuava i danni. Eravamo nel cruciale biennio 2010-2011, che culminava nella defenestrazione del governo Berlusconi del novembre 2011.


Ora ne sappiamo le ragioni vere. Berlusconi e i suoi non solo si opponevano alle draconiane misure d’austerità che erano richieste dall’alto, ma nelle segrete stanze lasciarono trasparire che l’opzione dell’uscita dall’eurozona era seriamente presa in considerazione.

Berlusconi, assediato, lasciò il campo a Monti, il che fece pensare alla cosca eurista ad una definitiva resipiscenza del Cavaliere. Errore. Non passerà un anno che Berlusconi, per non soccombere, staccherà la spina al governo dei tecnici e determinerà le elezioni anticipate del febbraio scorso.

Per bocca di Stefano Folli la cupola eurista manifestava a quel punto la sua vera e più intima preoccupazione: 

«Non è tanto Berlusconi a far paura ai suoi avversari, quanto la minaccia di una campagna tutta costruita contro l'Europa, la Germania, l'austerità e quant'altro. (..) Del resto, l'attacco a tutto campo di Berlusconi ha cambiato il quadro. La campagna elettorale si delinea come uno scontro pro o contro l'Europa». [Stefano Folli, Il Sole 24 Ore del 9 dicembre] 
Questi timori non si avverarono. I Berluscones, non ebbero il coraggio di alzare il tiro, di rappresentare il profondo e generalizzato malessere contro le politiche di macelleria sociale (che premierà le liste di M5S). Non seppero chiamare borghesia e classi medie a quella rivolta populista che è nelle loro corde. E davanti al fatto che le urne consegnarono un paese in stallo, accettarono addirittura di contribuire alla nascita del governo di Enrico Letta.

Quindi giungerà la condanna del primo agosto da parte della Corte di cassazione. A caldo noi scrivevamo

«La sorte del governo Letta è oramai appesa ad un filo, un filo destinato a spezzarsi se, come noi riteniamo, il blocco berlusconiano gli toglierà il sostegno per andare a tappe forzate verso nuove elezioni anticipate. 
La surreale prudenza pidiellina di queste prime ore non deve quindi trarre in inganno. In guerra, se decideranno di dichiararla, non andranno in prima battuta con le insegne logore della lotta contro i “magistrati rossi” (sarebbe un suicidio) ma risfoderando le armi consuete: fine delle politiche d’austerità, riduzione delle tasse, meno Stato e più mercato. Queste sono le cose su cui il berlusconismo ha costruito il suo blocco sociale, e sono le cose che questo blocco vuole sentirsi dire per uscire dal sonno in cui è precipitato».
Quindi l’epilogo, le sbalorditive dimissioni in blocco di parlamentari e ministri e del divorzio di cui sopra. Ciò che i berluscones avrebbero potuto fare già nel novembre 2011 si son decisi a farlo adesso, scatenando la battaglia finale. A meno di una nuova e improbabile inversione ad U di Berlusconi, assisteremo quindi al redde rationem. Nemmeno le cosche dominanti vedono margini di negoziazione, esse son decise a farlo fuori una volta per tutte, portando così finalmente a termine l’incompiuta della “Seconda repubblica”.

Per spiegarsi il berlusconismo si è ricorsi spesso al concetto gramsciano di “sovversivismo delle classi dominanti”, quello che, in buona sostanza, alimentò il mussolinismo e sfociò nel fascismo.

E’ forse un’analogia fuorviante. Allora la borghesia si decise a scardinare le istituzioni liberali perché questa non riuscivano più a contenere l’avanzata del movimento rivoluzionario delle masse proletarie. Oggi non c’è nemmeno l’ombra di questa avanzata.

Oggi la lotta avviene tutta nel campo borghese, tra opposte fazioni capitaliste. Il berlusconismo rappresenta quelle frazioni di borghesia e classi medie fatte a pezzi dalla globalizzazione e dal regime eurista. Il pur eterogeneo fronte avversario s’incardina invece attorno ai settori usciti vincenti e dominanti negli ultimi decenni, e che stanno facendo affari d’oro con la grande crisi. Il nocciolo duro di questo blocco consiste in quella plutocrazia predatoria che tiene saldamente in mano finanza, banche, grande industria, e apparati statali.

Questo blocco dominante in Italia nella sfera economica non lo è tuttavia sul piano politico, poiché privo di quel consenso sociale che gli permetta di governare indisturbato. Non fa appello al “vincolo esterno” europeo per caso, è infatti nel sostegno delle aristocrazie euro-atlantiche che trae la sua reale forza. Senza queste retrovie sarebbe già andato in frantumi né potrebbe sperare di vincere la battaglia finale a cui si appresta. Una battaglia decisiva perché Lorsignori vorrebbero finalmente prendere due piccioni con una fava: far fuori il berlusconismo e destra e il grillismo a sinistra.

Per farlo han bisogno di tempo, vorranno quindi evitare che tutto precipiti e gli italiani siano chiamati a votare adesso. Hanno bisogno di organizzare le loro truppe, di truccare nuovamente le carte e cucirsi addosso una nuova legge elettorale che gli consenta, appunto, di vincere con ampi margini. Ma hanno anche bisogno, in nome della governance —termine intraducibile ma che sta per “governing without government”, ove quindi, soppressa ogni sovranità nazionale, il potere appartiene alle tecnocrazie globali— di scassare ulteriormente la Costituzione per abolire il sistema parlamentare rimpiazzandolo con un regime neo-assolutista.

Hanno insomma assolutamente bisogno che questo Parlamento sforni ad ogni costo un altro governo —che sarebbe a tutti gli effetti un pericolosissimo Governo costituente. Napolitano è demone e garante di questa strategia.

Noi invece di che bisogno abbiamo? Noi che siamo le forze dell’opposizione antisistemica che dobbiamo augurarci? Che dobbiamo fare?

Non abbiamo certo bisogno di concedere tempo alle plutocrazie dominanti affinché si compia il loro disegno strategico. Non possiamo augurarci che sotto la regia di Napolitano si formi un governo qualsivoglia —che Napolitano se ne vada piuttosto! Davanti a dei Quisling che hanno portato il paese allo sfascio, che ben venga lo sfascio loro e dei loro piani. Che ben vengano elezioni subito per dargli una nuova e pià devastante batosta!

Non abbiamo né aspirazioni né interessi comuni a nessuna delle due frazioni capitalistiche che si stanno combattendo, ma questa loro battaglia è preferibile al sodalizio che ha soffocato il paese in questi ultimi vent’anni. E se Berlusconi avesse davvero deciso di dare fiato alla rivolta della borghesia, nulla da perdere ce ne viene, poiché l’instabilità è meglio della loro stabilità, perché solo il disordine apre spazi alla lotta sociale e solo da esso è sempre sorto un ordine nuovo.


Quindi diamoci da fare, usciamo allo scoperto, mobilitiamoci, entriamo nel campo di gioco. Per quanto ciò sia arduo conflitto occorre creare, duro conflitto, intelligente conflitto, non fine a se stesso, bensì ancorato ad una visione strategica. C'è una terza via, antagonistica ad entrambi i due blocchi capitalistici che si stanno dando battaglia, quella di dare voce agli interessi e alla rabbia del popolo lavoratore, chiamarlo alla sollevazione. Le forze antisistemiche, se non vogliono schiattare sotto le macerie della lotta in seno alla borghesia, sono obbligate ad unirsi in un fronte ampio che dichiari apertamente che suo scopo è un governo popolare d'emergenza che spezzi la gabbia europea e adotti tutte le dure misure necessarie per evitare che il paese precipiti nell'abisso.


domenica 29 settembre 2013

TANTO TUONÒ CHE PIOVVE di Leonardo Mazzei

29 settembre. «Se ne vadano tutti!» e un bel «vaffa!» all'Europa. Una formula semplice e probabilmente vincente.

Dunque il cerino si è consumato del tutto. Con le dimissioni dei berluscones il classico giochetto del teatrino bipolare italiano, durato addirittura due mesi interi, è giunto al termine. Chi si è scottato le dita? Secondo i più, il solo Silvio Berlusconi. Non siamo d'accordo: se le sono scottate tutti, tutte le forze della maggioranza che hanno fin qui sostenuto il governicchio presieduto da Letta. Ma c'è uno sconfitto che è più sconfitto degli altri. Ed è il sant'uomo che siede al Quirinale.

Egli, con una pervicacia senza limiti, ma certamente sostenuta in sede europea, ha preteso di veder volare gli asini, pensando di poter trasformare il più raccogliticcio dei governi in un esecutivo capace di reggere, di affrontare la crisi, di approvare le (contro)riforme costituzionali.

Il bluff, dietro il quale si manifestava tutta questa presunzione quirinalesca, lo si è visto nell'afoso pomeriggio del 1° agosto. Quel giorno la Cassazione, anziché cassare la condanna al secondo azionista del governo in carica, ha cassato le speranze del presidente della repubblica, che certamente non aveva mancato di esercitare le sue pressioni sui giudici di Piazza Cavour.

Come annotammo a caldo, la vera notizia di quel giorno, più che la stessa sentenza, fu la sconfitta del bis-presidente. E' da quel momento che il conto alla rovescia è iniziato. Ed ogni tentativo di ignorare questo fatto ha veramente del patetico. Adesso, dopo due mesi, siamo alla resa dei conti.

Non avevamo dunque torto a definire come governicchio l'esecutivo guidato da Letta. Qualcuno nell'estrema sinistra, sempre portato a considerare come invincibili i piani del blocco dominante, ce lo ha rinfacciato, quasi accusandoci di sottovalutare l'operazione "larghe intese". Bene, oggi l'esito di quell'operazione è sotto gli occhi di tutti. Il nemico è perfido e diabolico, ma non invincibile. Ricordiamocelo.

Le «larghe intese» non hanno funzionato e non potevano funzionare. Non perché tra Pd e Pdl vi sia chissà quale differenza di programma e di prospettiva. Anzi, da questo punto di vista - in una situazione "normale" -  l'alleanza avrebbe potuto felicemente funzionare per qualche decennio. Ma, ci sono due "ma". In primo luogo c'è la "variabile B", come Berlusconi, che rende palesemente impossibile una qualsivoglia navigazione al governo. In secondo luogo, ma ancora più importante, c'è la "variabile C", come crisi. E' vero, sia Pd che Pdl sono uniti dall'assenza di idee su come venirne fuori, ma proprio per questa comune incapacità ad affrontare le questioni di fondo, sono giocoforza destinati a scontrarsi sulle questioni palesemente secondarie, come l'IMU.

Certo tutto questo era ben noto agli "addetti ai lavori", ma dalla regia del Colle si riteneva forse di poter riuscire a mandare in porto almeno la nuova legge elettorale. Un'ipotesi che ha retto fino alla decapitazione del Pdl. Fino a quel punto, infatti, lo scambio era quello tra una legge elettorale favorevole al Pd ed un salvacondotto assicurato al buffone di Arcore. Ma ora che il salvacondotto è venuto meno, perché il Pdl dovrebbe fare un favore così grosso al Pd?

Dunque il governicchio messo in piedi in primavera è alla frutta. Mancano solo le dimissioni, a questo punto una mera formalità. Ma i giochi sono tutt'altro che fatti.

Sta infatti per iniziare una torbida partita. O meglio, essa sta soltanto per venire alla luce, dato che - dietro le quinte - è in corso già da alcune settimane. Di che cosa si tratti lo abbiamo già scritto: del trasformistico cambio di casacca di un buon numero di senatori (deputati non ne servono, e vedrete che lì ci saranno ben pochi passaggi), in modo da consentire la nascita di un governicchio bis in grado di approvare la Legge di stabilità e, soprattutto la nuova legge elettorale.

Saranno sufficienti questi transfughi per dar vita ad un nuovo esecutivo? Al momento non lo sappiamo. Movimenti si annunciano dalle truppe berlusconiane (siciliani in specie), ma anche tra i senatori del M5S. Pochi dubbi sul fatto che, alla bisogna, si aggiungerebbero pure i pochi senatori di Sel. Basteranno costoro, rafforzati anche dalle 4 nomine a senatore a vita (tra le quali una cinquantenne!) recentemente decise dal bis-presidente? Lo vedremo ben presto.

I dubbi riguardano i senatori pidiellini. Dal loro miserabile punto di vista, i tanti potenziali Scilipoti hanno infatti un drammatico problema. Il tradimento avviene in genere sia per conservare la poltrona (ad esempio prolungando una legislatura altrimenti al lumicino), che per garantirsi la rielezione, attraverso una trattativa col "compratore". In questo caso entrambi gli obiettivi sono problematici.

Se prolungamento della legislatura ci sarà, sarà solo per alcuni mesi, al massimo fino alla prossima primavera. Troppo poco per le aspettative di questi saltimbanchi. Tuttavia il problema potrebbe risolversi con la garanzia della rielezione. Ma anche qui non mancano i problemi. A meno che costoro siano disponibili a passare immediatamente, armi e bagagli, al centrosinistra, la prospettiva più "naturale" sembrerebbe quella di un passaggio verso "Lista Civica" e Udc. Ma questo, più che altro, sembra un vero e proprio viaggio verso il nulla. Un rischio che i tanti piccoli Scilipoti non possono permettersi. Da qui le incertezze del momento, senza considerare che Berlusconi potrebbe aver utilizzato queste settimane per riaprire generosamente il suo portafoglio, che però non è detto sia l'unico della partita...

Ecco a quali calcoli, a quali virtuosi gentiluomini, si aggrappano le speranze del Quirinale e del Pd. Del resto anche l'attuale polemica col noto evasore è assai penosa. «Gesto folle e per motivi personali», ha tuonato Letta il nipote, dopo le dimissioni dei ministri del Pdl. Ma non è proprio con questo folle, che agisce solo per interessi personali, che egli avrebbe voluto continuare a governare?

E' una vergogna. Una vergogna che Napolitano ha costruito con le sue mani. Il capolavoro politico di un autentico golpista, che certo non si fermerà proprio ora.

In questo momento così delicato è fondamentale che chi guida il M5S tenga dritta la barra. Innanzitutto cercando di ridurre al minimo i transfughi al Senato, che è poi il modo concreto per arrivare al voto al più presto, come il movimento già chiede.

La natura del governicchio bis va subito smascherata. Se nascerà, sarà solo per arrivare al Super-Porcellum ideato da Violante, una legge truffa al cubo, ultra-maggioritaria ed antidemocratica.

«Se ne vadano tutti, e subito!», questa parola d'ordine è oggi più forte di ieri. Il disastro politico compiuto da Napolitano, dal suo pupillo Letta e dal suo grande elettore Berlusconi, non può rimanere impunito.

Ma per vincere - perché questa sarà la posta in palio - occorre qualcosa di più: occorre dire basta a questa Europa che ci impone sacrifici, tasse, tagli, disoccupazione e percentuali del debito. E che per ottenere questi obiettivi ha prima imposto Monti, reimposto Napolitano, benedicendo Letta e il suo matrimonio con Berlusconi.  «Se ne vadano tutti!» e un bel «vaffa!» all'Europa. Una formula semplice e probabilmente vincente.

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