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sabato 4 febbraio 2017

TTIP: IL RISCHIO PERMANE (anche con Trump) di Monica Di Sisto*

[ 4 febbraio ]

“Penso che avremmo tutti bisogno di sederci dopo questi fatti e discutere di come dovrebbero essere costruite in futuro le politiche commerciali”. 

La commissaria europea al Commercio Cecilia Malmström probabilmente non immaginava che due oscuri trattati dai nomi incomprensibili come TTIP e CETA avrebbero spopolato nei media internazionali, portato oltre tre milioni di cittadini europei a promuovere e firmare una e portato in piazza negli ultimi tre anni oltre quattro milioni di cittadini di tutti e 27 i paesi membri, 50mila solo a Roma il 7 maggio 2016. Ma quello che queste persone hanno capito, e che i loro governi sembrano voler ignorare, è che TTIP (Transatlantic Trade and Investment partnership, il trattato di liberalizzazione commerciale tra Europa e Stati Uniti) e CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement, la sua versione in minore tra Ue e Canada), in realtà sono delle scorciatoie per via commerciale di operazioni molto coerenti di ridisegno della filiera delle decisioni e delle responsabilità.

In questi giorni c’è chi vuole far passare il CETA come un argine al trumpismo: peccato che il premier Justin Trudeau – che il Parlamento europeo ospiterà a Strasburgo a metà febbraio per godersi in prima fila la deprecabile approvazione del CETA e che posta selfie con bambini rifugiati – abbia salutato l’elezione di Trump, che pure lo svillaneggia spesso su Twitter, come “la possibilità di assicurare a canadesi e americani il giusto successo con un maggior lavoro comune su commercio e sicurezza” [i], e abbia gioito per lo sblocco da parte di Trump della costruzione dell’Oleodotto Keystone XL, stoppato da Obama perché ritenuto devastante per l’ambiente, definendo la scelta di Trump “una decisione molto importante per il Canada che ho sempre sostenuto”. [ii]

Trump fermerà il TTIP e la globalizzazione? Proprio no: il suo programma prevede una raffica di accordi commerciali bilaterali e di chiuderli uno dopo l’altro a un ritmo veloce. Peter Navarro, direttore del nuovo Consiglio Nazionale del Commercio della Casa Bianca, ha detto che insieme al ministro al Commercio Wilbur Ross spingeranno per accordi che stringano i requisiti delle regole di origine, che diano un giro di vite al dumping dell’acciaio e dell’alluminio e riducano il deficit commerciale americano richiedendo alle nazioni partner di comprare più prodotti americani. Per questo Trump prende tempo sul TTIP: proverà a negoziare un accordo bilaterale con la Gran Bretagna, già annunciato, e ad imporre un vantaggio più netto per gli Usa all’Europa, indebolita dalla Brexit. E il rischio è che per evitare l’isolamento commerciale e imporre la svolta antidemocratica auspicata, la Commissione europea accetti il TTIP a tutti i costi, come oggi spinge verso il CETA nonostante il quadro politico sia assolutamente diverso da quello in cui l’ha negoziato.

Il vero obiettivo di TTIP e CETA, infatti, è spostare il baricentro delle decisioni dai Parlamenti nazionali ed europei a commissioni tecniche ad hoc dove ”esperti” incaricati dei Governi Usa e canadese, insieme ad altri “esperti” individuati per decisione autonoma della Commissione europea, stabiliranno quando una marmitta sia abbastanza sicura, ma anche quanto piombo o ormoni sia giusto che siano presenti nel cibo che mangiamo, solo alla luce dei potenziali vantaggi commerciali per chi li produce ed esporta. Ma c’è di più: con questi trattati si punta a introdurre una corsia legale preferenziale, un tribunale arbitrale riservato alle imprese dove esse possano contestare le leggi pur emanate a tutela dei diritti dei cittadini, qualora danneggino i loro interessi commerciali. Una scelta che l’associazione dei magistrati tedeschi, DRB, ha giudicato “senza basi legali”[iii].

Da Seattle a Bruxelles: che cos’è che non va

Era dai tempi della rivolta a Seattle nel 1999 contro l’Organizzazione mondiale del commercio (World trade organization – WTO) e dal G8 di Genova 2001 nel nostro Paese, che sindacati, associazioni e movimenti non erigevano barricate fisiche e politiche contro la deregulation commerciale. Questa volta, però, un’inedita alleanza, anche al di là dell’Atlantico, con piccole e medie imprese dei settori agroalimentare e manifatturiero, oltre duemila Regioni tra cui Abruzzo, Lombardia, Toscana, Trentino Alto Adige e Val D’Aosta e città europee [iv], e con magistrati e esperti di diritto e commercio, hanno inceppato i rispettivi esecutivi. Il TTIP, rispetto al quale Trump si era dichiarato critico ma che oggi col suo staff sta valutando a fondo, essendo sensibili i vantaggi per le esportazioni Usa da esso prefigurato, è fermo da oltre 5 mesi ma, dicono i negoziatori “basterebbe un po’ di volontà politica per portarlo a compimento”[v]. Il CETA, invece, sarà sottoposto al voto del Parlamento europeo a metà febbraio, se non interverranno ostacoli. Mentre Germania, Francia, Austria e persino piccoli stati federali come la belga Vallonia hanno sollevato criticità rispetto ai due trattati, il Governo Renzi ne è stato fiero campione[vi]: “L'Italia è stato l'unico Paese che ha inviato una lettera alla Commissione europea autorizzandola a considerare il CETA una competenza esclusivamente europea”, ha spiegato il ministro competente Carlo Calenda chiedendo a Malmstrom di tagliare fuori il suo Paese e gli altri 26 dal processo di ratifica[vii] del trattato per accelerarne l’iter[viii]. E’ difficile spiegarsi il perché.

TTIP e CETA sono fondati essenzialmente sugli stessi tre pilastri: un primo nucleo di regole per facilitare l’accesso al mercato con l’abbattimento di dazi e tariffe e a nuove regole per l’accesso ai servizi e agli appalti pubblici della controparte. Un secondo nucleo di regole si concentra sulla cooperazione normativa tra le sue parti, affrontando gli ostacoli tecnici agli scambi, la sicurezza alimentare e la salute degli animali e delle piante, le regole riguardanti gli specifici settori produttivi. Il tutto da armonizzare in appositi comitati bilaterali fuori dal controllo parlamentare, per rendere il commercio più facile, non il cittadino più tranquillo. C’è poi un terzo nucleo normativo che si concentra su specifici ambiti come sviluppo sostenibile, energia e materie prime, proprietà intellettuale e indicazioni geografiche, concorrenza, protezione degli investimenti, piccole e medie imprese.

Se entrasse in vigore solo il primo pilastro in CETA e TTIP, i due trattati raggiungerebbero appena 1/3 delle proprie potenzialità. E’ con l’avvicinamento delle regole tra le due sponde dell’Atlantico, sia con il CETA sia con il TTIP, che si raggiungono i cosiddetti “migliori” risultati commerciali. Usiamo le virgolette perché per il TTIP, infatti, parliamo di un modesto incremento del PIL inferiore allo 0,5% in USA e UE entro i primi 13 anni di applicazione del trattato, a fronte di un incremento delle esportazioni dell’UE verso gli USA del 60% circa e di quelle degli USA verso l’UE di oltre l’80%[ix]. Con il CETA si parla di un piccolo aumento di PIL per l’Europa in dieci anni tra lo 0.003% e lo 0.08% e per il Canada tra lo 0.03% e lo 0.76%, a fronte di un aumento delle esportazioni rispettivamente del 24.2% e del 20.4% [x]. Se si applicano alle analisi, però, i modelli econometrici usati dalle Nazioni Unite al posto di quelli della Banca Mondiale, e si prendono dunque in considerazione più variabili oltre al saldo netto commerciale, scopriamo questi flussi commerciali aggiuntivi in arrivo da oltreoceano andrebbero a sostituire quote dal 30 al 70% di interscambio tra Paesi dell’Unione (fenomeno noto come Trade diversion), e gli scarsi guadagni previsti si tradurrebbero in danni certi. Per il TTIP si arriva a quantificare, sempre in 13 anni, una perdita di reddito da lavoro tra i 165 e i 5mila euro per ciascun lavoratore europeo a seconda del Paese e una moria di circa 600mila posti di lavoro, la maggior parte tra Germania, Francia e Italia. Il CETA provocherà una perdita media di reddito da lavoro media di 615 euro tra tutti i lavoratori UE, con punte minime di -316 euro fino a picchi di -1331 euro in Francia, e la distruzione di 204mila posti di lavoro, dei quali circa 20 mila in Germania e oltre 40 mila sia in Francia sia in Italia[xi]. Con il CETA entro il 2023 il governo canadese perderà lo 0,12% delle sue entrate da tasse commerciali, mentre in Europa si registrerà una perdita media di entrate dello -0,16% per cui si arriveranno a tagli nella spesa pubblica fino allo -0.20% in Canada e allo -0.08% in UE che si proietteranno in maggiori perdite nei Paesi europei con i settori pubblici più consistenti come Francia (-0,20%) e Italia (-0.20%)[xii].

Chi negozia e chi controlla

Tutti i dubbi espressi emergono da valutazioni indipendenti. Anche se l’Europa prevede che per ogni accordo vengano realizzate analisi ex ante anche sul piano della sostenibilità, i negoziati sono condotti senza che nessuno se non i negoziatori– e quindi per l’UE la Commissione e i suoi esperti - possano accedere agli annessi dove sono indicati i livelli numerici delle armonizzazioni e degli abbattimenti. Una corretta quantificazione, così, si può effettuare solo una volta che le due parti abbiano concluso il negoziato che è sottoposto a riservatezza come prevede il Trattato di Lisbona [xiii]. Esse, dunque, sono più accurate per il CETA, che è stato concluso e legalmente riordinato, meno per il TTIP i cui allegati tecnici sono stati messi a disposizione solo degli analisti indipendenti dai leakage (sottrazione e pubblicazione non autorizzata di testi rocambolescamente recuperati) condotti sotto la propria responsabilità legale da organizzazioni internazionali come Wikileaks, Greenpeace o le campagne StopTTIP dei Paesi europei tra cui l’Italia[xiv].

Sul sito della Commissione europea, infatti, dal 2014, pur dopo un richiamo formale a una maggiore trasparenza mosso dall’Ombudsman europeo[xv] su ricorso di un gruppo di Ong europee, sono disponibili una decina di proposte europee di testo del TTIP e molta propaganda. I parlamentari europei, dopo quell’autorevole intervento, possono consultare il TTIP, senza allegati, per un turno di un’ora circa, in apposite stanze dove accedono dopo perquisizione e vengono controllati a vista perché non prendano altro che appunti personali su carta e senza citazioni letterali del testo, disponibile nella sola lingua inglese[xvi]. Lo stesso i parlamentari nazionali, e solo dal 2016[xvii]. Il CETA, invece, i parlamentari europei, che devono votarlo, e quelli nazionali, che dovranno ratificarlo, non l’hanno letto prima della conclusione del negoziato. La ministro al Commercio canadese ha ammesso in un recente incontro a Bratislava di non averlo mai letto, e di “fidarsi dei suoi esperti”. Ne aveva un’idea in itinere, oltre ai lobbisti di mestiere, solo un pugno di esperti di Ong e sindacati (tra cui chi scrive) che lavorava grazie a “copie abusive”, perché l’intervento dell’Ombudsman è arrivato quando ormai il suo iter era quasi concluso, forse anche grazie a tanta riservatezza.

Il CETA, pericoloso sconosciuto

Nel CETA si ritrovano tutte le caratteristiche che hanno generato tanta preoccupazione intorno al TTIP. Il CETA, ad esempio, crea l’Investment Court System (ICS): un sistema di risoluzione delle controversie sugli investimenti che permette alle imprese di citare in giudizio gli Stati canadesi e l’UE dinnanzi a un tribunale arbitrale qualora una legge o regola introdotta o vigente danneggiasse i propri interessi. L’ICS sostituisce nominalmente il controverso meccanismo Investor to State Dispute Settlement (ISDS) presente nel TTIP, ma ne mantiene inalterati tutti gli aspetti controversi, contrariamente a quanto richiesto dal Parlamento europeo nella risoluzione del luglio 2015[xviii]. I membri delle corti ICS, poi, sono avvocati commerciali cui è concesso di svolgere attività libero professionale, con rischi di conflitti di interesse. II diritto di legiferare degli Stati non è adeguatamente protetto, perché nelle cause ICS viene tenuta in considerazione solo la lettera del CETA, e non la giurisprudenza dei singoli Stati o dell’Unione. L’Europa, ad esempio, nel 1997 in piena allerta mucca pazza bloccò l’importazione di carne contenente ormoni appellandosi al principio di precauzione, uno dei principi distintivi dell’UE[xix]. Nominalmente anche il Canada rispetta il principio di precauzione [xx]., ma insieme agli Usa si appellò contro il bando presso l’Organismo di risoluzione delle dispute della WTO (DSB), e vinse proprio perché la WTO dichiarò che un concetto come la precauzione, anche se riconosciuto nella legislazione ambientale internazionale, non era rilevante ai fini commerciali. L’Europa, per mantenere il bando, fu condannata a riconoscere a Usa e Canada delle compensazioni.[xxi]

Molte corporation americane, tra le quali Walmart, Chevron, Coca Cola e ConAgra, hanno controllate canadesi, e il CETA potrebbe permettere loro di operare nei mercati europei in condizioni di favore e di utilizzare l’ICS anche senza TTIP. Con la cooperazione normativa in vigore, poi, l’UE dovrà consultare il Canada prima di introdurre nuove leggi o regolamenti, e prima che tutti gli altri portatori di interessi si esprimano. Per questo oltre 100 esperti giuristi di tutta Europa hanno chiesto alla Commissione di fermare i negoziati e di aprire un confronto più serio e sull’impatto democratico di CETA e TTIP: “chiediamo con forza di non indebolire ne’ minare lo stato di diritto e i principi democratici sui quali i nostri Stati Membri e l'Unione Europea sono stati fondati – scrivono - fornendo agli investitori esteri un sistema giudiziario e legale parallelo non necessario, sistemicamente sbilanciato e strutturalmente inadeguato”.[xxii]

A queste e molte altre preoccupazioni, la Commissione europea e il Governo canadese, pur di chiudere in fretta la partita, hanno risposto elaborando una Dichiarazione congiunta[xxiii] nella quale assicurano, sotto la propria responsabilità, che nessuno di questi pericoli è concreto, che gli Stati manterranno la loro capacità attuale di regolare e le imprese non saranno in alcun modo preferite ai cittadini. Peccato che molti pareri autorevoli[xxiv], uno tra tutti quello dell’esperto Simon Lester[xxv] dell’ultraliberista Cato Institute, convergono nel parere che “chiunque abbia preoccupazioni e sia rassicurato da questo testo, sa poco di legge” perché la dichiarazione “vale poco più di un comunicato stampa”.

L'attacco al Mediterraneo e il Governo Italiano

Quello che ha colpito del Governo Renzi (Gentiloni ancora non si è espresso nel merito) e della parte del Parlamento europeo che ne segue le orme da Bruxelles, è che il loro tifo pro TTIP e CETA ne autolimita la capacità politica. Un pugno di parlamentari europei del Belpaese, infatti, si è unito con una propria lettera alla richiesta del ministro Calenda di tagliare fuori i parlamenti nazionali dal processo di ratifica del trattato[xxvi], nonostante contro questa scelta si sia giù espressa la Commissione[xxvii], ma anche il nostro Parlamento, a partire dalla sua presidenza[xxviii], addirittura ospitando un importante incontro alla Camera dei deputati in cui parlamentari di tutti i gruppi politici, e lo stesso ministro Calenda, hanno ascoltato i fondati motivi di preoccupazione di numerose realtà da Coldiretti a Greenpeace, dalla Cgil alle Acli, a Slow Food, Legambiente, Arci, Attac.

Lo stesso Governo che fa la voce grossa con l’Europa per la sua miopia sulle migrazioni, e giustamente critica Trump per le sue politiche razziste, ignora un dato importante: i maggiori flussi commerciali provenienti da oltreoceano taglieranno di netto import ed export tra Europa, in primis l’Italia, e la sponda Sud del Mediterraneo. L’ultimo Rapporto ICE 2016 spiega che già oggi le esportazioni italiane sono cresciute verso gli USA almeno in volume se non in valore, perché ci siamo avvantaggiati del cambio più favorevole. Si è ridotta però la presenza italiana in Africa: in rapporto alle esportazioni dell’area dell’euro, la quota italiana nell’Africa settentrionale è scesa nel 2015 sotto la soglia del 20 per cento, per la prima volta nell’ultimo decennio[xxix]. SACE, la società che assicura le nostre esportazioni all’estero, identifica il Nord Africa e l’Europa, il nostro mercato interno come spazi più strategici per l’Italia di Usa e Canada, soprattutto per l’agroalimentare[xxx]. UNCTAD, inoltre, avverte che l’area nordafricana è colpita da una “deindustrializzazione prematura” causata da “aperture dei mercati unilaterali” quindi dal trentennio di liberalizzazioni subite a partire dagli anni Ottanta dalle politiche economiche e commerciali imposte dalla Banca Mondiale ma anche da partner commerciali come l’Europa, che hanno “ridotto la capacità degli Stati di orientare gli investimenti e pianificare”, trasformando la disoccupazione da ciclica a cronica[xxxi]. In queste aree, da cui gli orribilmente stigmatizzati “migranti economici” scappano per l’impossibilità di trovare un futuro, il TTIP porterebbe, stando alle analisi condotte dalla Fondazione Bertelsmann favorevole all’accordo, a una riduzione dei già magri redditi pro-capite nell’area dal 2 fino a più del 5%[xxxii]. Il CETA, stando invece alla Tufts University[xxxiii], spazzerà via almeno 80 mila posti di lavoro a ridosso della sua entrata in vigore nelle aree extra accordo, a partire proprio dal Mediterraneo. Spingere per l’approvazione di questi trattati da parte dell’Italia è come accenderci una miccia sotto ai piedi e chiederci di essere ringraziato per il buon affare che pure un paio di nostre grandi imprese avranno fatto nel vendergli l’ordigno.

Buon compleanno Europa

La comunicazione della Commissione Europea del 14 ottobre 2015 “Commercio per tutti – Verso una politica commerciale e di investimento più responsabile” è il documento strategico su cui si basa la strategia commerciale dell’UE. Pur sostenendo operazioni come TTIP e CETA, si ammette la necessità di implementare una politica commerciale più attenta ai temi della trasparenza e della sostenibilità.[xxxiv] Il Parlamento UE, con la Relazione(2015/2105(INI) relatrice l’italiana Tiziana Begin, ha chiesto al Consiglio europeo, cioè a tutti i nostri Governi, di rendere pubblici i mandati negoziali di tutti i trattati. E ancora, con la Relazione sulle norme sociali e ambientali, i diritti umani e la responsabilità delle imprese (2015/2038(INI) di cui è stata relatrice un’altra italiana, Eleonora Forenza, il Parlamento europeo ha anche chiesto alla Commissione di effettuare valutazioni ex ante ed ex post dell'impatto di tutti gli accordi commerciali sulla sostenibilità e sui diritti umani.

Il 60esimo compleanno dei Trattati di Roma che hanno istituito la Comunità economica europea, che cadrà il 25 marzo prossimo e verrà celebrato a Roma con tutti gli onori, offre l’occasione migliore per ripensare le relazioni economiche e commerciali dentro e fuori l’Europa, e sarebbe auspicabile farlo nel modo più ampio, più rigoroso ma capace di visione che fosse possibile. A Bruxelles come a Roma mancano ad oggi, da quanto si è visto, esecutivi capaci di farlo da soli.

*giornalista, vicepresidente dell’associazione Fairwatch, Osservatorio italiano su Clima e commercio

** Fonte: Micromega


NOTE 

[i] http://www.cbc.ca/news/politics/trudeau-trump-canada-us-relations-1.3843142 

[ii] http://www.cbc.ca/news/politics/trudeau-cabinet-keystone-xl-1.3949754 

[iii] http://www.dw.com/en/german-judges-slap-ttip-down/a-19027665 

[iv] La lista di qui https://stop-ttip-italia.net/zone-no-ttip/ 

[v] http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2017/january/tradoc_155242.pdf 

[vi] http://www.eunews.it/2014/10/14/renzi-il-ttip-ha-lappoggio-totale-e-incondizionato-del-governo-italiano/23167 

[vii] La lettera originale pubblicata da Stop TTIP Italia https://stop-ttip-italia.net/2016/06/18/esclusivo-stopttip-italia-pubblica-la-lettera-di-calenda-su-ceta/ 

[viii] http:/www.politico.eu/article/eu-faces-last-chance-to-save-canada-trade-deal 

[ix] http://ase.tufts.edu/gdae/Pubs/wp/14-03CapaldoTTIP.pdf, p. 8 

[x] http://www.ase.tufts.edu/gdae/Pubs/wp/16-03CETA.pdf, p. 23 

[xi] http://www.ase.tufts.edu/gdae/Pubs/wp/16-03CETA.pdf, p. 27 

[xii] Ibidem p. 25 

[xiii] Una critica del 2010 a questa impostazione http://europaduepuntozero.blogspot.it/2010/05/leuropa-ed-il-commercio-internazionale.html 

[xiv] https://stop-ttip-italia.net/documenti/ 

[xv] http://www.ombudsman.europa.eu/it/cases/summary.faces/it/58670/html.bookmark 

[xvi] Il racconto di Tiziana Begin http://www.repubblica.it/economia/2015/10/19/news/ttip_tiziana_beghin-125417169/ 

[xvii] Il racconto di Giulio Marcon (Si) https://www.commo.org/post/70181/ttip-marcon-si-nella-sala-lettura-del-trattato-unora-per-800-pagine-non-e-vera-trasparenza/ 

[xviii] http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+TA+P8-TA-2015-0252+0+DOC+XML+V0//IT 

[xix] http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=URISERV%3Al32042 

[xx] Health Canada, “Decision-Making Framework for Identifying, Assessing and Managing Health Risks—1 August 2000.” 

[xxi] WTO, 2009, European Comminutes—Measures Concerning Meat and Meat Products (Hormones), https://www.wto.org/english/tratop_e/dispu_e/cases_e/ds26_e.htm 

[xxii] https://stop-ttip.org/wp-content/uploads/2016/10/Legal-Statement_IT.pdf 

[xxiii] https://correctiv.org/recherchen/ttip/blog/2016/10/17/alles-bleibt-angeblich-gleich-trotz-ceta/ 

[xxiv] Una collezione di pareri in questo articolo https://corporateeurope.org/international-trade/2016/10/great-ceta-swindle?page=0%2C1 

[xxv] https://twitter.com/snlester/status/784013175742136320?lang=de 

[xxvi] https://stop-ttip-italia.net/2016/10/15/quando-un-europarlamentare-chiede-di-esautorare-un-parlamento-nazionale/ 

[xxvii] europa.eu/rapid/press-release_IP-16-2371_it.pdf 

[xxviii] http://www.ilvelino.it/it/article/2016/07/05/ttip-boldrini-ce-bisogno-di-riflettere-sia-rimodulato-su-principi-equi/320e44b6-9c6d-4858-89cb-854eb08108f8/ 

[xxix] Ice p. 123 

[xxx] SACE, Rapporto Restart 2015-2018, Figura 4, in http://www.sace.it/docs/default-source/ufficio-studi/pubblicazioni/restart---rapporto-export-2015.pdf?sfvrsn=2 

[xxxi] http://unctad.org/en/PublicationsLibrary/tdr2016_en.pdf p. IX 

[xxxii] Bertelsmann foundation in EP: «The TTIP’s potential impact on developing countries» DG EXPO/B/PolDep/Note/2015_84 http://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/IDAN/2015/549035/EXPO_IDA(2015)549035_EN.pdf

[xxxiii] http://www.ase.tufts.edu/gdae/Pubs/wp/16-03CETA.pdf, p. 28 

[xxxiv] Trade for all: Towards a more responsible trade and investment policy. 

Il testo integrale della comunicazione è consultabile in diverse lingue sul sito della Commissione Europea al seguente indirizzo: http://trade.ec.europa.eu/doclib/cfm/doclib_results.cfm?docid=153846

(30 gennaio 2017)

mercoledì 13 luglio 2016

NEOLIBERISMO COMPULSIVO di Piemme

[ 13 luglio ]

Sono francamente rimasto impressionato nel leggere l'editoriale di Daniele Manca su CORRIERE ECONOMIA di lunedì scorso.

Si tratta di un articolo asciutto, molto breve, che riportiamo più sotto.
Ne consiglio vivamente un'attenta lettura.

Il Nostro rivolge i suoi strali contro la decisione della Commissione europea di consegnare ai singoli stati della Ue, la facoltà di approvare o respingere il Ceta, l'accordo di libero scambio con il Canada —accordo che fa da apripista al più noto e famigerato Ttip.

Penso il peggio possibile della Commissione di eurocrati stanziata a Bruxelles, ma questa volta, affidando ai singoli stati membri della Ue, non arrogandosi il diritto di decidere sopra la testa delle nazioni, ha fatto la scelta giusta. Lo ha fatto, beninteso, obtorto collo, suo malgrado, dopo il colossale ceffone della Brexit. Ma lo ha fatto.

Dal punto di vista politico la decisione ha un alto valore simbolico: stabilisce, sulla specifica e dirimente questione del libero movimento di capitali e merci, che l'ultima parola spetta agli stati nazionali. E' una riconsegna, per quanto parziale, di sovranità.
E cosa ti sostiene il Manca?
Piagnucola perché vi vede la conferma della predominanza delle spinte dissolutrici dell'Unione europea, perché segnala la crisi della "governance" europea, perché sancisce quella che da anni noi definiamo "tendenza alla ri-nazionalizzazione delle decisioni politiche". Scrive il Nostro: "...viene messa in discussione la capacità della Ue di orientare e scegliere".
Esecra quindi, il Manca, che, sospendendo il Ceta, viene contestato il padre di tutti i dogmi neoliberisti: il liberoscambismo sfrenato e senza controlli.
Infatti, è proprio così. 

Ed è buona cosa, perché sancisce l'inizio della fine dell'egemonia neoliberista, di cui la Ue è un pilastro mondiale.




Dal Canada al bail in: cara Bruxelles non sbagliare ancora
di Daniele Manca

L’ interscambio con l’Europa è poca cosa, appena 63,4 miliardi di euro nel 2015 contro i 253,2 miliardi con la Svizzera. Ma il segnale dato dalla Commissione di Bruxelles sull’accordo con il Canada (Ceta) è pericoloso. Appellandosi proprio alla difficile situazione post Brexit, l’Ue ha deciso di far approvare quell’intesa commerciale dai Parlamenti degli attuali 28 Paesi invece che farsene carico. L’accordo dovrebbe entrare in vigore in via provvisoria il prossimo autunno, ma è difficile dire se sarà davvero così o se invece la ratifica Paese per Paese, oltre a rallentarne l’efficacia, non ostacolerà del tutto la sua attuazione. Francia e Germania hanno avuto il timore di apparire ai propri elettorati come subordinati alle scelte dell’Unione. Sono state le loro pressioni a fare sì che si scegliesse una via di chiusura ai commerci, invece che di apertura. Scelta davvero miope e che la dice lunga su quanto la debolezza politica della Commissione sia ormai a livelli di guardia. E così i componenti di quello che dovrebbe essere il governo europeo, si attaccano alle regole piuttosto che prendere decisioni indicative sul futuro dell’Europa. 
La scelta sul Ceta getta un’ombra anche sul Ttip, il trattato che si sta discutendo tra America e Ue: nel 2015 l’interscambio tra le due aree è stato di 619,7 miliardi. Ma, quel che è peggio, è che viene messa in discussione la capacità della Ue di orientare e scegliere. La lunga trattativa sulle banche con l’Italia, quella sui conti con Spagna e Portogallo, non fanno altro che alimentare concezioni dell’Europa minimaliste come quelle del ministro tedesco Wolfgang Schäuble. Un’idea dell’Unione che emergeva nettamente dall’intervista riportata dal Corriere lunedì scorso: se la Commissione non decide, saranno i governi a farlo. Le regole sono fatte per essere applicate, non per nascondersi dietro di esse. Prima Bruxelles lo capirà, prima l’Europa uscirà dall’impasse di governi che non aspettano altro che trovare utili capri espiatori per i propri incattiviti elettorati.

lunedì 12 ottobre 2015

TTIP: DALLO STATO DI DIRITTO ALLO "STATO DI MERCATO" di Marco Bersani

[ 12 ottobre]

Sabato scorso 250mila persone provenienti da tutta Europa hanno dato vita a Berlino a una grande manifestazione [foto accanto] aprendo così la settimana di mobilitazione europea ed internazionale contro il TTIP, il Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti, che Usa e Ue stanno negoziando dal luglio 2013.
Nei prossimi giorni centinaia di iniziative si svolgeranno in tutte le città d'Europa, mentre sono oltre 3,2 milioni le firme di cittadini consegnate alla Commissione Europea.

Si apre una fase decisiva per quello che si profila come il più grande trattato di libero scambio del pianeta, nonché il nuovo quadro legislativo globale, cui tutti, volenti o nolenti, dovranno conformarsi.

La pressione delle multinazionali e dei governi spinge perché si arrivi ad una bozza di accordo prima che negli Stati Uniti inizi la campagna elettorale delle presidenziali (previste nel novembre 2016), e la recente approvazione dell’omologo negoziato sul versante Pacifico (TPP) ha galvanizzato le truppe di quanti vogliono trasformare lo stato di diritto in stato di mercato e realizzare l’utopia delle multinazionali: unico faro della vita economica, politica e sociale devono essere i profitti, cui vanno sacrificati tutti i diritti del lavoro e sociali, i servizi pubblici, i beni comuni e la democrazia.

Il TTIP è solo l'ultimo di una serie di processi messi in moto dagli anni '90 del secolo scorso, quando la caduta del muro di Berlino e la nascita dell'Organizzazione Mondiale del Commercio diedero un forte impulso alla globalizzazione neoliberale e resero stringente l'esigenza da parte delle grandi multinazionali e dei governi dei Paesi più ricchi del pianeta di costruire un accordo globale per la liberalizzazione assoluta degli investimenti in tutti i settori economici, consentendo alle multinazionali di dispiegare la loro azione a piacimento sull'intero pianeta, senza lasciare a governi e popolazioni alcuno strumento per condizionarne lo strapotere.

Nacquero così in successione: il negoziato per l'Accordo Multilaterale sugli Investimenti (MAI) e l'Accordo Generale sul Commercio dei Servizi all'interno del WTO (World Trade Organization), come pure, a livello europeo, la direttiva Bolkestein; tutti tentativi falliti, grazie alla forte mobilitazione dei movimenti sociali globali, capaci di mettere in stallo l'intero sistema di grandi eventi per produrre grandi accordi. Da allora il quadro si è modificato e, nel tentativo di far rientrare dalla finestra quello che era stato buttato fuori dalla porta, governi e multinazionali hanno iniziato a produrre una miriade di accordi bilaterali o su piccola scala regionale.

Ed ora, approfittando della crisi economico-finanziaria globale, ritentano la scala più ampia: il TTIP, infatti, per la dimensione geopolitica -due continenti- ed economica -quasi il 60% del Pil mondiale- vuole diventare l'accordo quadro, cui tutto il pianeta, volente o nolente, dovrà conformarsi.

Il negoziato, che, nelle intenzioni di Usa e Ue, avrebbe dovuto concludersi nella più assoluta segretezza nel dicembre 2014, è in realtà ancora lontano dalla meta: il prossimo round, fissato nei giorni 19-23 ottobre a Miami, parte da un empasse su quasi tutti i tavoli di lavoro (dall'Isds, ovvero lo strumento di risoluzione delle controversie tra imprese e Stati, che darebbe alle prime un potere assoluto, ai capitoli sull'agricoltura; dai servizi pubblici alle normative sugli appalti), mentre di qua e di là dall'Atlantico cresce ogni giorno di più la mobilitazione sociale per il ritiro senza se e senza ma del trattato.

E tuttavia il tentativo di regalare l'intero pianeta alle multinazionali è serio e verrà perseguito fino in fondo, perché è su di esso che si gioca la battaglia tra la prosecuzione di un modello in piena crisi sistemica e una drastica inversione di rotta. Infatti, le enormi masse di denaro accumulate sui mercati finanziari in questi decenni hanno stringente necessità di essere investite in nuovi mercati: da qui la drastica riduzione dei diritti sul lavoro e la necessità di trasformare in merci i beni comuni, costruendo business ideali, perché regolati da tariffe e flussi di cassa elevati, prevedibili e stabili nel tempo, con titoli tendenzialmente poco volatili e molto generosi in termini di dividendi. Un banchetto perfetto.

Ma con un problema: l’applicazione delle politiche di austerity, paese per paese e  governo per governo, suscita ribellioni e mobilitazioni destinate ad aumentare nel tempo e a determinare possibili cambiamenti nel quadro politico, rendendo instabile l’intero continente europeo.

Il TTIP serve esattamente a questo scopo: a de-storicizzare le politiche liberiste, trasformandole nel nuovo quadro giuridico oggettivo, all’interno del quale possono senz’altro convivere tutte le opzioni politiche possibili,  a patto che non lo rimettano in discussione.
Per questo la battaglia per fermare il TTIP deve diventare prioritaria per tutti i movimenti: vincerla significherebbe infatti assestare un colpo mortale a questo disegno e iniziare a prefigurare la possibilità di un altro modello sociale.

In Italia e in Europa.
“O la borsa o la vita!” intimavano secoli or sono i briganti ai passanti che per sventura incappavano nella medesima direzione di marcia. “O la Borsa o la vita!” intimano oggi  meno romantici e ben più feroci filibustieri del capitale finanziario internazionale.
Si tratta semplicemente di scegliere la vita.
Tutti assieme, la vita.

* Fonte: zero violenza 

lunedì 13 aprile 2015

STOP TTIP!


[ 13 aprile ] Riceviamo dalla compagna Giuliana Nerla (nella foto) e volentieri pubblichiamo l'Ordine del giorno «CONCERNENTE ESPLICITO PARERE DI CONTRARIETA’ VERSO L’ACCORDO DI PARTENARIATO PER IL COMMERCIO E GLI INVESTIMENTI TRA UNIONE EUROPEA E STATI UNITI D’AMERICA NOTO COME TRANSATLANTIC TRADE AND INVESTMENT PARTNERSHIP (TTIP)», approvato dal Consiglio Comunale di Montegiorgio (provincia di Fermo).
Segnaliamo il sito della campagna stop-Ttip italia.

Premesso che

TTIP, pericolo del pensiero unico neoliberista

Il Presidente del Consiglio ha, fra l’latro, affermato che “il TTP ha l’appoggio totale e incondizionato del governo Italiano” e che “non è un semplice accordo commerciale come altri, ma è una scelta strategica e culturale per l’UE”. Eppure il premio Nobel Joseph Stiglitz, in una lectio magistralis di fronte ai gruppi parlamentari della Camera, ha sostenuto che il TTIP “accresce le disuguaglianze sociali, dando profitti a poche compagnie multinazionali a spese dei cittadini … i costi per la salute, l’ambiente, la sicurezza dei cittadini sono enormi … e neppure valutabili, perché è in atto un tentativo di sottrarre il TTIP dal processo democratico”. A conferma di ciò basti osservare come esso sia assente dal dibattito pubblico.
Lo scopo dichiarato del TTIP, accordo UE-USA su commercio e investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership), è comunque noto a tutti: abbattere le barriere per costruire la più grande area di libero scambio al mondo.
Le barriere da abbattere sono per il 20% tariffarie (dazi e dogane) e per l’80% non tariffarie, ossia consistenti nel nostro sistema di sicurezza alimentare e ambientale.
Gli standard UE si fondano sul principio di precauzione, che impone cautela in caso di decisioni politiche ed economiche su questioni scientificamente controverse; in base a tale principio, di fronte a minacce di danno serio o irreversibile, si adottano misure di prevenzione anche in assenza di certezze scientifiche. Se questo principio venisse superato sfumerebbe gran parte del sistema normativo europeo sulla sostenibilità ambientale. In questo modo, ad esempio, approderebbe anche in Europa il fracking, fratturazione idraulica che sfrutta la pressione di un fluido immesso in uno strato roccioso per liberare il gas naturale intrappolato; tecnica devastante per i suoli sottostanti, le aree vicine e le falde acquifere.

Il sistema UE di sicurezza alimentare si basa sull’etichettatura dei cibi, comprendente tutto il flusso di informazioni raccolte lungo la filiera; secondo il principio “dall’azienda agricola alla forchetta” (farm to fork) ogni passaggio della produzione è monitorato e tracciabile.
Gli USA, invece, garantiscono la sicurezza alimentare a valle, testando il prodotto finale, che può essere vietato solo quando matura un consenso scientifico unanime sulla sua pericolosità e tossicità. In assenza della prova della sua tossicità (naturalmente a carico della vittima) l’alimento resta in commercio. E’ chiaro però che si può dimostrare che un prodotto è nocivo solo dopo un numero elevato di intossicazioni anche mortali, confermate dall’esito di procedimenti giudiziari nei quali le multinazionali sono certamente avvantaggiate, o da ricerche troppo spesso finanziate da chi ha interesse a condizionarle. Ecco che, per fare un esempio, un pollo allevato senza controlli viene reso commestibile lavandolo con dei composti clorinati;  questa pratica, al momento vietata in Europa perché tossica, è molto utilizzata negli USA in ragione dei suoi costi molto ridotti.
USA e EU divergono fortemente anche nell’elaborazione e nell’applicazione delle misure SPS (sanitarie e fitosanitarie); riguardo agli OGM, inoltre, la differenza è abissale: in Italia il mangime animale a base di OGM deve essere etichettato con evidenza, oltreoceano non vi è tale obbligo perché comprometterebbe i profitti delle imprese.
Le società multinazionali ritengono le attuali valutazioni di rischio dell’UE gravate da eccessiva burocrazia. A volte si usa la solita retorica secondo la quale dovremmo liberarci dal rigore delle nostre procedure per attrarre gli investimenti di queste società, ma non è difficile capire che per burocrazia da abbattere, in questo come in altri casi, si intende quel sistema di regole che tutelano la nostra sicurezza. I grandi investitori devono muoversi liberamente e senza incomodi, perciò stanno spingendo affinché il TTIP costringa dentro meccanismi deregolati e ademocratici il mercato europeo. Ecco che i mezzi di comunicazione, espressione del pensiero unico neoliberista, parlano di “..costi e ritardi non necessari e dannosi per le imprese..” (parole sentite e risentite, testualmente citate anche da Max Baucus, attuale presidente della Commissione Finanze del Senato Americano); chi ascolta, purtroppo, non sempre capisce che si stanno facendo passare per inutili fardelli norme irrinunciabili in un mondo equo e sostenibile; senza contare che rinunciarci esporrebbe le nostre imprese agricole dalla concorrenza statunitense.
Il sistema USA, infatti, è sicuramente più economico e semplice per gli investitori; peccato che ad armonizzarsi ad esso ha poco da guadagnarci l’Europa e tantomeno l’Italia (eccetto poche multinazionali, ma si tenga conto che l’economia italiana si regge su piccole e medie imprese). Vedremo crescere le disuguaglianze sociali e ci impoveriremo, come Joseph Stiglitz ha ufficialmente spiegato ai parlamentari italiani, mentre poche compagnie aumenteranno i loro profitti?
Nel quadro, non confortante, delle esportazioni italiane verso il resto dell’Europa, che nel 2013 hanno registrato un andamento di segno negativo, il settore agro-alimentare rappresenta un’eccezione positiva: + 2,6% i prodotti dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca e +5,6% prodotti alimentari e bevande.
Vogliamo distruggere questa positività? O crediamo di sacrificare un po’ di sicurezza per esportare di più? Ciò non accadrà mai, perché nel TTIP si prevede il principio del “mutuo riconoscimento” tra prodotti dalle indicazioni geografiche autentiche “IG” e i marchi registrati “IG sounding”! Alla luce di ciò chi, in Europa, rifiuterà sdegnato un prosciutto “italian style”, a prezzo più basso, prodotto in America, per acquistare un prosciutto effettivamente prodotto in Italia?
Mentre in economie emergenti come il Brasile, l’India e la Cina, si moltiplicano le azioni che favoriscono le imprese agricole locali, in Italia si rischia di accettare i diktat delle multinazionali nonostante ci penalizzino e, anziché preoccuparci di rafforzare le nostre produzioni, ci lasciano invadere da cibi spazzatura a tutto vantaggio di poche multinazionali.

Il TTIP, inoltre, rischia di spogliare rovinosamente gli stati della loro sovranità creando un istituto arbitrale, cioè un tribunale “privato” gestito da avvocati commerciali internazionali, al quale le multinazionali potranno ricorrere ogni volta che leggi o provvedimenti democraticamente assunti dagli stati danneggino i loro interessi, in modo tale da cancellarli. Gli stati non potranno più neanche legiferare a favore della sicurezza dei cittadini, perché rischierebbero di essere pesantemente sanzionati. Altro organismo che garantisce le multinazionali e lede gravemente la sovranità degli stati, è il Consiglio per la cooperazione sui regolamenti, composto da non meglio definiti tecnici di livello transatlantico, al quale ricorrere, dopo l’approvazione del TTIP, per “armonizzare” le regole e ridisegnarle qualora gravassero troppo su interessi corporativi. In questo modo potrebbero svanire, ad esempio, le prescrizioni che limitano le tossine in grani e granaglie, o quelle contenute nella direttiva Reach (Regulation on Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals) per la chimica sicura che oggi ci proteggono dall’invasione di prodotti farmaceutici potenzialmente nocivi.
Sempre nell’esclusivo interesse dei tanto desiderati investitori, nonostante i molti diritti ai quali abbiamo già rinunciato, sarà necessario aggiustare il nostro mercato del lavoro, ancora troppo poco mobile e liberalizzato in confronto a quello americano? Si rischia che nel TTIP ci sia anche l’arma per farci accettare quest’ulteriore “cambiamento” perché ci diranno che altrimenti le produzioni dei nostri brand saranno delocalizzate negli USA! Molte politiche europee sono state costruite allo scopo di incentivare le cosiddette “riforme strutturali” per distruggere i nostri diritti e il nostro welfare! Non sono state dovutamente recepite? Ci penserà il TTIP!

Preso atto che:

­   diversi Enti e Consigli Comunali hanno già espresso con atti formali la loro contrarietà al TTIP - attualmente in discussione.
­   molte personalità di fama mondiale hanno espresso di recente esplicite perplessità e/o dubbi sui reali benefici economici e sociali qualora il trattato TTIP dovesse diventare operativo: tra questi citiamo a titolo esemplificativo Paul Krugman, Joseph Stiglitz, Thomas Piketty, Vandana Shiva e Carlo Petrini.

Con il presente OdG chiediamo che il Consiglio Comunale di Montegiorgio

esprima espressamente:
­   il proprio totale dissenso nei confronti dell’accordo di Partenariato TTIP attualmente in corso di negoziazione.
­   il proprio totale dissenso verso qualsiasi intesa che di fatto limiti la portata della Costituzione e delle Leggi della Repubblica Italiana per dar spazio a sistemi che tutelino meno o non tutelino affatto i cittadini.
­   il proprio totale rifiuto di un nuovo meccanismo di composizione delle controversie tra Investitori e Stati che preveda un organismo terzo rispetto ai tribunali tradizionali (istituto arbitrale ossia tribunale “privato” gestito da avvocati commerciali internazionali).
­   il proprio totale dissenso verso modifiche ai nostri standard per la tutela dei consumatori, della salute e dell’ambiente affinchè vengano mantenuti agli attuali livelli vigenti in EU.
impegni il Sindaco e la Giunta:
­   ad inviare la presente deliberazione all’Anci, al Consiglio Regionale, al Consiglio dei Ministri, al Parlamento Italiano ed Europeo e alla Commissione Europea.
­   a intraprendere tutte le possibili azioni di pressione volte a promuovere la non sottoscrizione del TTIP.
­   a promuovere, presso i cittadini del nostro territorio e presso tutti gli altri enti locali, azioni di sensibilizzazione e mobilitazione contro il TTIP.

Giuliana Nerla
Capogruppo
Gruppo Consiliare

Montegiorgio in Movimento

lunedì 9 febbraio 2015

CETA, TTIP e TISA cosa sono e quanto ci riguardano di RSeS*

[ 9 febbraio ]

Abbiamo già pubblicato un Dossier sul Trattato di Libero Commercio (TTIP) fra Unione europea e Stati Uniti. Esso dovrebbe essere affiancato da altri due micidiali accordi liberisti globali: il CETA ed il TISA. Qui sotto uno studio che spiega di cosa si tratta.


Questo periodo storico è caratterizzato da un lato da una permanente crisi economica e dall'altro, paradossalmente (o conseguentemente) da una sorta d'iperattività internazionale focalizzata su negoziazioni concernenti trattati commerciali di ampio respiro che tendono a coinvolgere diversi aspetti della vita delle persone.
Nello specifico, si tratta in particolare di tre accordi internazionali strategici: 

1. CETA (COMPREHENSIVE ECONOMIC AND TRADE AGREEMENT) Coinvolge i paesi dell'Unione Europea ed il Canada, ormai definito, dopo 5 anni di trattative, in un documento estremamente complesso per i diversi campi di applicazione, le specificità relative e tecniche. Attualmente si trova in un momento di stallo a causa delle obiezioni della Germania relativamente al metodo di risoluzione delle controversie (ISDS – INVESTMENT PROTECTION AND INVESTOR TO STATE DISPUTE SETTLEMENT) [1].

2. TTIP (TRANSATLANTIC TRADE AND INVESTMENT PARTNERSHIP) E' in corso di trattative fra l'Unione Europea e gli Stati Uniti d'America. Avviato nel luglio del 2013, è giunto al 7° incontro preparatorio (Washington il 3 ottobre 2014). Secondo diversi osservatori è molto simile, negli argomenti affrontati, al CETA. Lo scorso 9 ottobre è stato reso pubblico il testo del mandato negoziale europeo (risalente al luglio del 2013) che da mesi circolava in maniera non ufficiale. I suoi contenuti hanno avuto un forte impatto sull'opinione pubblica favorendo una crescente mobilitazione in vari paesi sull'onda dell'indignazione verso la totale segretezza dei contenuti delle trattative che spaziano in numerosi campi della vita dei cittadini [2]. Il TTIP si sviluppa su tre direttrici:

1. favorire l'accesso ai rispettivi mercati attraverso l'eliminazione di barriere tariffarie, la liberalizzazione di servizi, la tutela degl'investimenti (anche attraverso l'ISDS), la possibilità di massimo accesso agli appalti pubblici nei rispettivi mercati;2. ridurre le barriere non tariffarie, riconsiderando le misure sanitarie e fitosanitarie, regolamenti tecnici, norme e procedure di valutazione della conformità, coerenza della regolamentazione, disposizioni settoriali (come chimica, farmaceutica, settore sanitario, ICT e servizi finanziari);3. migliorare le normative nel senso dell'agevolazione degli scambi (copyright, dogane, commercio e concorrenza, energia, materie prime, PMI, movimenti di capitali, trasparenza nel commercio).

3. TISA (TRADE IN SERVICES AGREEMENT) Le trattative sono iniziate nel marzo del 2013 e attualmente riguardano 23 membri dell' OMC, fra cui l'UE, pertanto gli stati coinvolti risultano 50, rappresentando circa il 70% del mercato dei servizi. Il campo d'azione è l'ambito dello scambio dei servizi, compresi quelli sanitari. Ogni parte ha definito già alla fine del 2013 i mercati dei servizi che erano disposti ad aprire e in che misura [3].

I “round” negoziali di ognuno di questi trattati hanno la caratteristica di essere condotti da pochi incaricati governativi e il reale risultato degli incontri è tenuto sostanzialmente segreto, pur presentando numerosi aspetti d'interesse generale che dovrebbero essere oggetto di discussione pubblica.
Nel giugno di quest'anno il sito Wikileaks ha pubblicato un primo documento relativo al TISA. E' sconcertante leggere nell'incipit che quest'ultimo verrà reso pubblico solo a “cinque anni dall'entrata in vigore del TISA ovvero dopo cinque anni dalla chiusura dei negoziati” [4] quando anche gli stessi servizi pubblici potrebbero essere già coinvolti.
La complessità finale dei trattati è peraltro un ulteriore fattore limitante poiché di fatto limita la comprensione esauriente dei risultati delle trattative ai soli specifici attori dei differenti settori di mercato. Il testo consolidato del CETA consta di 1.634 pagine e dovrà ancora essere sottoposto ad una revisione di coerenza interna prima di essere presentato al Parlamento Europeo per la ratifica [5].


Il superamento delle “barriere non tariffarie”

Come evidenziato dal rappresentante americano al commercio al presidente dei rappresentanti degli Stati Uniti, le barriere tariffarie tra Europa ed Usa sono in realtà già oggi molto limitate [6]. Pertanto la questione di maggiore rilevanza è determinata in realtà dalle cosiddette barriere non tariffarie costituite in particolare dalla normativa legislativa e regolamentare comunitaria e dei singoli stati per “armonizzarla” fra i contraenti. Diretta è la ricaduta sul “principio di precauzione” che ha contraddistinto la normativa europea fino ad oggi e che consente, “nel caso in cui i dati scientifici non consentano una valutazione completa del rischio, [...], d'impedire la distribuzione dei prodotti che possano essere pericolosi ovvero di ritirare tali prodotti dal mercato” [7].
E' fondato il timore che una normalizzazione legislativa fra le due sponde dell'oceano possa ridurre sostanzialmente la portata di tale principio poichè negli Stati Uniti ogni prodotto può essere commercializzato fino ad una sua comprovata pericolosità (ex-ante versus ex-post). Esistono già delle richieste di modifica del principio di precauzione da parte di multinazionali chimiche, farmaceutiche, agroalimentari che propongono al suo posto l'implementazione del “principio di innovazione” [8].
Il settore farmaceutico sarà fortemente investito da questo trattato sia per la parte relativa alla penetrazione di prodotti nei mercati stranieri sia per ciò che concerne i brevetti. Esistono anche preoccupazioni relative al mercato del lavoro, settore in cui le normative di tutela e di riconoscimento dei diritti sono estremamente differenti fra i vari attori nei diversi trattati.
In Italia sono state ratificate le otto convenzioni fondamentali previste dall'Organizzazione internazionale del Lavoro (ILO/OIT) [9]. Nel caso degli USA la ratifica riguarda solo due convenzioni, manca la ratifica alle convenzioni sulla libertà sindacale e sull'organizzazione e negoziazione collettiva, sull'uguaglianza della retribuzione e sulla discriminazione (per l'impiego e professionale)[10].

Effetto sui sistemi sanitari pubblici


I due trattati ancora in corso di colloqui, TTIP e TISA, agirebbero anche direttamente su servizi fondamentali per la collettività, come i servizi sanitari, che potrebbero divenire nuovi campi d'azione da parte di multinazionali dei servizi. Questo problema investirebbe particolarmente i sistemi che forniscono tutele sanitarie universalistiche e fondate sulla fiscalità generale come i Servizi Sanitari Nazionali.
I timori in questo senso sono stati in particolar modo sollevati nel Regno Unito [11] dove una mobilitazione in favore del National Health System (NHS) è stata avviata: la richiesta è che il governo esplicitamente lo escluda dalle trattative [12] in quanto questo settore evidentemente farebbe parte delle discussioni in corso [13]. Le successive spiegazioni del governo inglese [14] non sono apparse convincenti per la contraddizione fra l'atteggiamento dell'attuale governo, che ha approvato nel 2012 l'Health and Social Care Act, favorendo un'importante privatizzazione del sistema, e la rassicurazione che una privatizzazione attraverso il TTIP o il TISA sarebbe stata esclusa. Lo scorso 21 novembre è stata presentata e approvata a maggioranza una proposta di legge da parte di un deputato laburista per ridimensionare le potenziali privatizzazioni e richiedere l'esenzione del NHS dai trattati di libero scambio [15].

Rimane comunque non chiaro l'effetto della legislazione nazionale qualora i trattati internazionali approvati prevedano la liberalizzazione dei servizi sanitari. Mantenendo un simulacro di servizio sanitario nazionale in un mercato interno senza regole, la fiscalità generale potrebbe assicurare una base economica impositiva (tasse) per le multinazionali dei servizi con costi per la collettività incerti (se basati esclusivamente sul mercato – ricordiamo la questione Avastin/Lucentis per avere un punto di riferimento limitato ai costi farmaceutici e alla reale concorrenza di questi mercati) ovvero l'ingresso in ogni servizio sanitario di coperture assicurative private, regolate sempre da questi trattati. Ne sarebbero colpiti l'universalità e l'appropriatezza dei servizi erogati.

Secondo il TISA, i negoziatori avrebbero come mandato di raggiungere una liberalizzazione “estremamente ambiziosa” degli scambi dei servizi. Tutto ciò significa aprire il maggior numero di settori dei servizi pubblici al mercato. La questione è fondamentale in quanto l'obiettivo dei servizi pubblici è quello di fornire risposte a dei bisogni in modo accessibile a tutta la popolazione ai medesimi livelli, risultato non raggiungibile lasciando agire il mercato.

Il TISA inoltre apre ulteriori problemi in particolare per gli stati meno “forti” dal punto di vista economico. Secondo un documento del People's Health Movement (PHM) [16] (l'apertura quasi totalizzante alle regole di mercato nell' ambito dei servizi sanitari determinerebbe un aumento delle discriminazioni in particolare relative all' accesso ai servizi (la regola diverrebbe “what you pay is what you get”) e inoltre distoglierebbe molte risorse per interventi estremamente costosi per poche persone (come ad esempio la telemedicina) da quella che dovrebbe essere invece la più importante finalità e cioè una maggiore attenzione all'erogazione di servizi sanitari di base alla popolazione locale. Sarebbe invece favorito il turismo sanitario dai paesi più ricchi e probabilmente verrebbero depauperate di personale sanitario preparato diverse regioni già in situazioni di difficoltà in favore delle zone con maggiore benessere economico. In ogni caso, sia per i paesi “ricchi” che per quelli “poveri” verrebbe sostanzialmente a crearsi una tutela sanitaria interna a due velocità.


Una strada senza ritorno?

Secondo le clausole “lock-in” dei trattati, sarebbe estremamente difficile, se non impossibile ripubblicizzare un servizio privatizzato (a causa dei termini previsti dall' ISDS e dal fatto che una modifica del trattato deve essere approvata all'unanimità delle parti coinvolte). Nel caso in cui si dovessero aprire altri settori d'interesse pubblico in futuro, questi dovrebbero forzatamente essere da subito posti sul mercato (non essendo stati esplicitamente esclusi dal trattato originale). La motivazione addotta dai governi -questa pubblicamente- per raggiungere la conclusione degli accordi, si concretizza in una previsione di miglioramento economico per i cittadini. L'Unione Europea indica sul suo sito, relativamente al TTIP, specifici e puntuali dati di guadagno economico per famiglia (545 €/anno per una famiglia di quattro persone – aumento dello 0,5% del PIL per l'UE) [17]. Questa valutazione deriverebbe da uno studio commissionato al Centre for Economic Policy Research (CEPR) la cui indipendenza e mancanza di conflitto d'interessi è contestata [18]. Esistono comunque altri studi che prospettano invece scenari molto diversi e negativi anche in termini economici considerando anche le problematiche sociali [19].
Lo stesso (ex) commissario europeo al commercio De Gucht ammette in una lettera in risposta ad una richiesta di chiarimenti sugli impatti economici [20] che i benefici evidenziati dallo studio CEPR avranno un potenziale impatto al 2027 (data mai riportata sulle FAQ del sito ufficiale EU) e che comunque “E 'anche probabile che lo studio sottovaluti, ovvero sopravvaluti i guadagni di un potenziale Accordo. Questo perché il modello non è in grado di considerare tutti gli effetti sulla produttività, per es. Lo stesso vale per gli effetti positivi sugli investimenti esteri da parte delle imprese multinazionali, che è molto significativo in particolare per il commercio internazionale di servizi” [21].

Esclusione di alcuni ambiti dalle trattative

E' possibile escludere determinati settori dalle trattative, come fatto ad esempio dal Canada [22]. Esiste infatti il principio di “non discriminazione” che si esplica nelle clausole della “nazione più favorita” e in quella del “trattamento nazionale" [23] e la regola della lista negativa per la quale i governi devono definire delle esclusioni esplicite di determinati settori [24].
I trattati prevederebbero un' esclusione dei “servizi forniti nell'esercizio dei poteri di governo” ma questi ultimi sono definiti come “ servizi che non siano forniti né su una base commerciale, né in concorrenza con uno o più prestatori di servizi”. Si potrebbero avvalere di tale tutela pochi ambiti come quello della giustizia.

Risoluzione delle controversie


La creazione di un meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitore e stato è uno dei punti più controversi di questi trattati. l’ISDS è uno strumento presente in un gran numero di trattati di libero scambio e d’investimento. Istituisce un tribunale commerciale ad hoc per proteggere gli investimenti internazionali delle imprese straniere da ingiuste espropriazioni o da un trattamento discriminatorio del paese di accoglienza. Le imprese potrebbero adire a tale risorsa nel caso in cui una decisione o una normativa possa ridurre sia attualmente che nel futuro le aspettative di guadagno di una azienda. Si dà la possibilità a un’impresa di fare appello, tramite un tribunale esterno istituito allo scopo, contro ogni legge, decisione e politica a ogni livello, locale, nazionale o europeo. Questa funzione equivale alla capacità di controllo giudiziario di una corte suprema. L'istituzione di un meccanismo di risoluzione delle dispute tra investitori e Stati permetterebbe alle multinazionali che investono in Europa di aggirare ogni corte nazionale o europea e accusare direttamente i governi europei in questi tribunali arbitrali internazionali ogni volta che ritengono che le leggi in materia di salute pubblica, ambiente e protezione sociale interferiscano con i loro profitti. Le multinazionali europee che investono negli altri stati godrebbero dello stesso privilegio a discapito del governo rispettivi governi. Esistono già attualmente alcuni esempi di utilizzo della clausola ISDS nel mondo, le più conosciute sono le seguenti:

- Australia citata in giudizio da Philips Morris per la scritta «Il fumo Uccide» 
- Veolia contro la città di Alessandria di Egitto che ha portato il salario minimo da 41 a 72 euro 
- Vatten Fall contro Germania per nuove normative ambientali contro le centrali atomiche - La multinazionale francese GDF-Suez - che ha una quota di proprietà in Acea a Roma –
tramite una sua controllata con sede negli Usa potrebbe fare con successo ricorso contro il governo italiano qualora il Comune volesse togliere la concessione ad Acea o addirittura ripubblicizzare la società.

Nel tempo, il ricorso a questa modalità da parte delle multinazionali è stato sempre più frequente fino a raggiungere i 59 casi nel solo 2012 [25]. Le sentenze sarebbero definite in ambiti fisici non certi (spesso in alberghi) da un numero molto limitato di persone su scala internazionale (questa specificità è propria di poche decine di professionisti giuridici) e le sentenze sarebbero, ancora una volta, segrete a causa dell'oggetto commerciale della disputa. Essendo poi frutto di un arbitrato, tali risoluzioni per definizione non sono appellabili.
La minaccia di una azione sul piano giudiziario da parte di una potente multinazionale potrebbe poi creare una sorta di “effetto d'inerzia” su molti governi che sarebbero tendenzialmente propensi a limitare delle azioni positive per l'interesse pubblico se queste possano creare problemi di ordine commerciale e relative cause multimiliardarie [26].
Questi trattati diverrebbero di fatto dei documenti di “tipo costituzionale” che escluderebbero decisioni politiche originali da parte dei governi presenti e futuri in numerosi settori. Questa evidente diminuzione della sovranità pone un'importantissima questione democratica e conseguentemente mette in discussione il ruolo delle cittadine e dei cittadini in quanto sarebbero trasformati in meri consumatori di prodotti, determinando probabilmente anche una loro discriminazione all'accesso all'attuale welfare in base alle singole capacità reddituali.

Qual è il ruolo della politica?


L'azione politica potrebbe facilmente vedersi ridotta ad una negoziazione con le aziende produttrici poiché i privilegi delle multinazionali avrebbero di fatto un riconoscimento legale. Eppure esistono casi concreti che evidenziano che chi decide di non sottoscrivere trattati senza il ricorso all' ISDS non subisce una riduzione degli investimenti sul proprio territorio, come accade per il Brasile [27].
La nuova commissaria al Commercio, Cecilia Malmström, difende il mantenimento dell'ISDS anche se pare premere per una maggiore trasparenza nelle trattative [28]. Speriamo che dalle parole derivino poi i fatti. Al momento, comunque, i soli depositari delle reali informazioni sui risultati (e non solo sul mandato negoziale) rimangono i delegati negoziatori e in parte la Commissione Europea.

Ruolo del Parlamento Europeo

Poche e molto sporadiche sono le informative ai parlamentari europei (eletti dai cittadini). Al Parlamento Europeo rimane però, ad oggi, l'unico compito di approvare o rifiutare in blocco il risultato di trattative così ampie mantenute nella più grande segretezza.

Conclusioni

La necessità di discrezione per le questioni commerciali può essere in parte compresa ma considerando gl'importantissimi campi di discussione che coinvolgono direttamente anche i diritti delle cittadine e dei cittadini non è possibile tollerare che gl'interessi legittimi perseguiti dalle multinazionali prevarichino gli interessi pubblici che devono essere rappresentati dalle istituzioni.
La trasparenza e un'informazione non reticente è importante per un coinvolgimento ed una partecipazione su questi temi per impedire che dalla segretezza si passi ad una opacità forse ancora più pericolosa.

* Rete Sostenibilità e Salute
Approvato nell’Assemblea delle Associazioni in data 31/01/2015.


NOTE

1 http://euobserver.com/news/125764,http://www.ictsd.org/bridges-­‐news/bridges/news/germany-changes-­tack-­on-­isds-­in-­eucanada-­trade-­deal
2 http://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-­‐11103-­‐2013-­‐DCL-­‐1/en/pdf3http://ec.europa.eu/trade/policy/in-­‐focus/tisa/index_it.htm
4 https://wikileaks.org/tisa-­‐financial/WikiLeakssecret-­‐tisa-­‐financial-­‐annex.pdf
5 http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2014/september/tradoc_152806.pdf
6 http://www.ustr.gov/sites/default/files/03202013%20TTIP%20Notification%20Letter.PDF
7 http://europa.eu/legislation_summaries/consumers/consumer_safety/l32042_en.htm
8 http://www.riskforum.eu/uploads/2/5/7/1/25710097/erf_communication_12.pdf
9 http://www.ilo.org/rome/risorse-­‐informative/servizioinformazione/norme-­‐del-­‐lavoro-­‐e-­‐documenti/lang-­‐-­‐it/index.htm
10 http://www.ilo.org/dyn/normlex/en/f?p=NORMLEXPUB:11200:0::NO::P11200_COUNTRY_ID:102871
11 http://www.thelancet.com/pdfs/journals/lancet/PIIS0140-­‐6736(14)61492-­‐6.pdf
12 http://www.peoplesnhs.org/ttip-­‐2/
13 http://www.huffingtonpost.co.uk/2014/09/01/ttip-eu-us-tradedeal_n_5747088.html
14 http://www.gov.uk/government/news/response-­‐to-­‐the-­‐peoples-­‐nhs-­‐campaign-­‐about-­‐ttip
15 http://www.bbc.com/news/health-­‐30137368
16 http://www.phmovement.org/en/node/9638
17 http://ec.europa.eu/trade/policy/in-­‐focus/ttip/questions-­‐and-­‐answers/
18 http://www.cepr.org/sites/default/files/CB_brochure%2013June2014.pdf
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20 http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2014/september/tradoc_152773.pdf
21 vedi pag. 3 http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2013/september/tradoc_151787.pdf
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25 http://cdn.staticeconomist.com/sites/default/files/imagecache/original-size/images/printedition/20141011_FNC846.png
26 http://www.worldpsi.org/sites/default/files/documents/research/fr_tisapaper_final_hqp_internal.pdf
27 http://www.economist.com/news/finance-­‐andeconomics/21623756-­‐governments-­‐are-­‐souring-­‐treaties-­‐protect-­‐foreign-­‐ investorsarbitration
28 http://trade.ec.europa.eu/doclib/press/index.cfm?id=1205

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