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martedì 7 gennaio 2020

SPAGNA: IL GOVERNO PSOE-PODEMOS UN MALE MINORE? di Manolo Monereo


La crisi politica e istituzionale spagnola (si è votato ben due volte nel 2019) pare giunta alla sua conclusione. 
Oggi, dopo diversi tentativi andati a vuoto ci sarà il voto parlamentare definitivo, così che il governo tra i "socialisti" del PSOE e Podemos dovrebbe ottenere — anche se solo per un voto in più delle opposizioni e grazie alla astensione della sinistra catalanista dell'ERC e della sinistra basca (Bildu) —
l'investitura.

martedì 12 novembre 2019

SPAGNA: PERCHÉ AVANZA LA DESTRA POPULISTA di Manolo Monereo

[ martedì 12 novembre 2019 ]

Avevamo appena concluso di tradurre questo importante articolo di Monereo a commento delle elezioni spagnole che le agenzie battono la notizia che nella notte Pedro Sanchez (POSE) e Pablo Iglesias (Podemos) avrebbero raggiunto un accordo per formare un governo congiunto con Sanchez primo ministro e Iglesias Vice. 
LEGGI IL TESTO DELL'ACCORDO
Vedremo come andrà a finire questa sceneggiata. La sensazione è che sia un presagio di sventura. Di sicuro un'esito opposto a quello augurato da Manolo Monereo.


*  *  *

SCENE DOPO LA BATTAGLIA


La storia conta e molto. Quando i cambiamenti democratici diventano frustrati, le società reagiscono in vari modi e forme. Viene alla ribalta quello un grande italiano ha chiamato "aspetti morbosi della politica". Per far sì che l'ordine regnasse, hanno dovuto piegare le volontà, forzare gli abbandoni e propiziare ogni tipo di opportunismo. Sì, lo ripeto, la frustrazione di un cambiamento tanto atteso e auspicato è all'origine di ciò che ci accade. VOX non è una casualità. Molti di noi sapevano che si venivano creando in Spagna le condizioni per un populismo di destra duro e puro. Forse siamo rimasti sorpresi dalla sua velocità e dalla forma che oggi come oggi ha preso, neofranquista e neoliberista.

Non tornerò sull'irresponsabilità di Pedro Sánchez e del PSOE. Ha fatto parte di una strategia che aveva due obiettivi fondamentali: riportare il PSOE ad essere l'asse della ricomposizione del regime e limitare, quindi rimpiccolire e rompere Unidas Podemos. Questa è stata la politica di Pedro Sánchez sin dall'inizio, apparire come garante di un sistema politico in crisi e assicurarne l'egemonia sulle vecchie rotaie del bipartitismo politico. L'operazione non ha avuto il successo previsto; ciò di cui non si può dubitare è che questa strategia, in un modo o nell'altro, continuerà a costituire il fondamento del PSOE nei prossimi anni.
La prima pagina di EL PAIS on line, ore 15:00 di oggi 12 novembre

È la mappa politica spagnola che è cambiata di nuovo. In molti modi rassomigliamo all'Europa. Va detto fin dall'inizio di non farsi ingannare: il tutti contro VOX favorirà il partito di Santiago Abascal. Come altre esperienze europee hanno mostrano in più di una occasione, i fronti antifascisti aggiungono solo più confusione, adottano una tattica sbagliata e finiscono per rafforzarlo. Si tratta di diagnosticare con precisione perché un partito come VOX raddoppia i suoi risultati e diventa la terza forza politica nel paese. A mio avviso, ha a che fare con tre elementi correlati: la crisi della globalizzazione e le crescenti richieste di protezione, sicurezza e ordine; la cosiddetta "questione territoriale" [ci si riferisce al secessionismo catalano, NdR] e la violenze utilizzata che ha scandalizzato gran parte della popolazione ritenendo che il loro Stato, la loro identità e il loro futuro come popolo siano in pericolo; in terzo luogo, la rabbia e l'indignazione crescente di una parte sostanziale della popolazione nei confronti di una classe politica separata, dipendente dalle grandi potenze e senza un vero progetto in grado di risolvere i grandi problemi che le persone normali e ordinarie incontrano, sempre più, con la paura di un futuro peggiore del presente.

Lo scenario sta diventando sempre più simile a quello di alcuni paesi europei. Destre sempre più dure, estreme destre populiste e sinistre senza alcuna spina dorsale politica, organicamente deboli e senza capacità propositiva. Unidas Podemos non ha fatto molto per invertire la tendenza che l’ha ficcato sempre più nel vecchio spazio della Izquierda Unida. Grave non è solo la diminuzione dei voti e dei seggi, ma la perdita di reale influenza nella società, la mancanza di forti legami sociali e la progressiva dissoluzione del poco che restava della militanza attiva incarnata nei circoli. Ora come in aprile, si pretende di correggere questa debolezza con campagne fantasiose sulle reti sociali e l'appello, ancora e ancora, della necessità di governare con il PSOE.

C'è una contraddizione che vale la pena spiegare. Mi riferisco a un mantra che si ripete mille volte: se siamo forti, non rimarrà altro a Pedro Sánchez che governare con Unidas Podemos. Intendiamoci: si dice che non c’è da fidarsi del PSOE e che la sua tendenza naturale è o la grande coalizione [col Partito Popolare, NdR] o il grande patto con le destre; si dice che ciò è possibile perché Pedro Sánchez è debole di fronte alle pressioni dei poteri forti economici; si dice che l'unico modo per superare tutto ciò sia rafforzare Unidas Podemos. Il paradosso di così tante ipotesi è che ogni campagna elettorale focalizzata sul governo con il PSOE ci rende più deboli e con una correlazione di forze (nella società, nell'opinione pubblica o nelle istituzioni) sempre più sfavorevole.
I seggi nel nuovo Parlamento spagnolo

Questa campagna elettorale è stata una grande opportunità. Pedro Sánchez e il suo governo hanno lasciato un’autostrada alla sinistra e l’hanno lasciata tutta allo Unidas Podemos. Mas Pais [la neonata formazione politica guidata da Iñigo Errejon sorta dalla recente scissione di destra di Unidas Podemos, NdR] non vi è entrata mai e ha perso vigore man mano che la campagna elettorale procedeva. Era giunto il momento dell'alternativa, di disputare al PSOE l'egemonia a sinistra e sollevare una bandiera del Paese, dei diritti sociali e delle libertà pubbliche, di una proposta socio-economica radicale, delle critiche alle politiche austericide dell'UE e della difesa della sovranità popolare e del patriottismo repubblicano. Alla fine, la routine e la mancanza di immaginazione si sono nuovamente imposte: governare con un Partito socialista al quale non si riconosce né qualità né un progetto proprio, del quale pubblicamente (giustamente) non ci si fida e al quale viene chiesto di far parte di un governo in evidenti condizioni di minoranza.

Ciò che è accaduto ora lo abbiamo vissuto molte volte: un Partito socialista che vuole governare da solo cercando sostegni parlamentari e Unidas Podemos che chiede di governare in coalizione. Nel mezzo, i partiti nazionalisti e indipendentisti che, logicamente, richiederanno concessioni in tutti i settori che li riguardano dopo una campagna — non dimentichiamolo — in cui Pedro Sánchez li ha affrontati apertamente.

La domanda deve essere posta: non sarebbe meglio per Unidas Podemos lasciare, per ora, le poltrone ministeriali e concordare un programma strutturato gestito da un'opposizione efficace, dedicando tempo e lavoro per ricostruire un progetto dal basso che affronti i poteri forti economici?


Manolo Monereo Pérez

Madrid, 11 novembre 2019

* Traduzione a cura della Redazione

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lunedì 22 luglio 2019

SPAGNA: DOVE VA PODEMOS? di Manolo Monereo

[ lunedì 22 luglio 2019]

Riceviamo dal compagno Monereo e volentieri pubblichiamo quanto da egli scritto sul quadro politico spagnolo.
In altri tempi avremmo detto che la situazione, nell'Unione europea, procede seguendo la regola dello "sviluppo ineguale e combinato".
Osservando quanto accade in Spagna (e non solo) pare che la regola debba essere riformulata: lo sviluppo procede in modo diseguale e scombinato. L'Unione è al tramonto, ma le dinamiche interne ai singoli paesi sono differenti e asimmetriche. Dal nostro punto di osservazione la vicenda di cui ci parla Monereo, quella del tentativo di Podemos di cercare un accordo tattico col Pd spagnolo (il PSOE) può sembrare inconcepibile, un precipitato di politicismo senza principi. Mutatis mutandis, fa pensare alle torbide prove di inciucio tra M5s e Pd. Monereo ci spiega che così non è.  E forse così non è. Non è per la semplice ragione che in Spagna non esiste un campo populista di massa anti-euro, detto altrimenti: la contesa tra le forze politiche si svolge tutta entro il campo europeistico, entro il perimetro ingannevole del politicamente corretto. Segno che l'egemonia dell'élite neoliberista, sotto le mentite spoglie del "progressismo", resta fortissima. In poche parole: non appartiene al senso comune spagnolo la connessione strettissima tra crisi d'identità dello Stato spagnolo e il marasma della Ue. Abbiamo così lo spettacolo di una crisi istituzionale e politica tanto profonda, quanto surreale. Monereo afferma che «la posta in gioco — nel gioco tattico tra Podemos e il PSOE di Sanchez —è puramente e semplicemente, il futuro della sinistra».
E' l'ammissione, almeno così a noi pare, che in Spagna la comparsa di Podemos sulla scena politica spagnola, considerata — anche da noi, al tempo— come il segno di una rottura antisistemica, non è che una postmoderna metamorfosi della sinistra socialdemocratica che fu. Dove qui si seppelliscono i morti, altrove questi ultimi riescono ancora ad allungare le mani sui vivi.

*  *  *



IL COMPROMESSO TRA UNIDAS PODEMOS E IL PSOEUNA TREGUA CATASTROFICA?


di Manolo Monereo


«Possono esserci soluzioni cesariste senza un Cesare, senza una grande personalità "eroica" e rappresentativa»«Ogni governo di coalizione è un grado iniziale di cesarismo, che può o non può svilupparsi fino ai gradi più significativi»Antonio Gramsci

È stata una battaglia dura, molto dura, nel quadro di una guerra che viene da lontano e continuerà. Gli attori principali si sono preparati a questo scontro per molto tempo e ora, finalmente, le carte sono scoperte e la retorica adempie già al ruolo di accompagnatrice nella contesa. Pedro Sánchez fa la sua parte, va a sinistra per ottenere il centeeo della scacchiera. Nel caso a qualcuno non fosse chiaro, ha mostrato senza sottigliezze che la l'egemonia del PSOE, ancora una volta, passa inevitabilmente per la menomazione del  peso elettorale e sociale di Unidas Podemos (UP). Tutto il resto è secondario. Pablo Iglesias ce l'ha chiaro da tempo: affinché Podemos possa avere un futuro, in queste condizioni, deve toccare il potere; il resto è pura illusione, sinistrismo e mancanza di coraggio. Coerentemente, ha fatto un grande sforzo per omologarsi all'esistente, essere una sinistra complementare per poter governare con il PSOE. Iglesias mostra, ancora una volta, un'enorme capacità di reinventarsi e trasformare l'accessorio nella cosa principale.

È importante non trascurare le cose che sono successe e che hanno profondamente segnato il nostro presente. Non confondetevi: siamo, come direbbe Pasolini, in una tipica manovra di "palazzo" in cui il pubblico guarda la scena e deve, in un modo o nell'altro, posizionarsi in quello che finisce per essere — la definizione è di Gentile —una "democrazia recitativa". Il gioco di strategia è sempre stato fatto pensando al presente e al futuro, usando il passato come catalizzatore di una discussione che avrebbe potuto prevedere elezioni future come una minaccia. È la gestione del tempo e del potere. Sebbene possa sembrare il contrario, il PSOE non ha mai cambiato la sua strategia. Alcuni parlavano di "abbraccio dell'orso", altri di neutralizzazione politica. Le elezioni generali del mese di aprile sono state pensate, tra le altre cose, per rafforzare elettoralmente il partito socialista e trasformare UP in un partito "cerniera". La catastrofe era molto vicina ed è stata evitata da una potente campagna del candidato Pablo Iglesias. Convertire l'idea di governare con il PSOE in una rivendicazione plebea è stata geniale, ma non poteva evitare un cattivo risultato elettorale con una significativa perdita di voti e deputati. La cosa più grave era che PSOE e UP non hanno ottenuto la maggioranza per governare. Il PSOE ha utilizzato questo argomento per ottenere la cosa fondamentale: impedire un governo di coalizione con UP. Fin dall'inizio sapevamo che Pablo Iglesias era il problema. Le elezioni europee, municipali e regionali sono state molto vicine alla catastrofe e hanno notevolmente indebolito la capacità negoziale di UP.

Pablo Iglesias non mancano capacità di iniziativa, decisione e una strategia chiara. Ciò che gli è mancato, alla fine, sono stati i voti. Si è mosso con abilità e intelligenza e ha dimostrato ciò che già sapevamo, che il territorio della comunicazione gli appartiene. Rimane l'incognita di sapere quando si è convinto che la chiave fosse governare comunque, con lui alla testa. La richiesta di scuse a Pedro Sánchez durante la mozione di censura ha mostrato che la decisione era già stata presa. Logica che sottostava a quell'atto era evidente: l'impulso del cambiamento si era esaurito; l'organizzazione di Podemos stava entrando in un processo di disintegrazione e perdita di legami sociali; la direzione politica non si è mai consolidata e la lotta tra le frazioni ha finito per minare la pluralità interna. In altre parole stavamo passando da una guerra di movimento ad una guerra di posizione; vale a dire, stavamo entrando in un periodo di accumulazione di forze, di consolidamento e di espansione delle alleanze, di ricerca di un programma alternativo di Paese che ha dato identità, significato e orientamento a una formazione politica che mostra segni allarmanti di debolezza organica e politica. Pablo Iglesias, alla fine, si è reso conto dei problemi reali e ha fatto qualcosa a lui peculiare: ha cercato una scorciatoia, "schiacciando" la situazione, impedendo così in ogni modo la cristallizzazione di una correlazione di forze che poteva condurre al duro ed estremamente difficile mondo di ricostruire, dal basso, organizzazione, programma e strategia. Esprimere la realtà significa questo, ottenere un vantaggio prima che la finestra delle opportunità si chiuda definitivamente. Governare con il PSOE era tattica, strategia e politica; ciò implicava dunque concentrarsi su questo punto e scommettere su di esso. L'obbiettivo sostanziale era una direzione omogenea, un gruppo parlamentare coeso e una relazione privilegiata con i media.

L'argomento di Podemos era, fin dall'inizio. In primo luogo, il PSOE non è affidabile, esso  cambia a seconda che si trovi al governo o dell'opposizione; in secondo luogo, il programma ha poca importanza, dal momento che il PSOE può violarlo senza grossi problemi; in terzo luogo, è necessario un governo di coalizione con una presenza proporzionale dei ministri di Unidas Podemos. Lo ripeto, al centro di tutto, Pablo Iglesias. Se analizziamo questo ragionamento in dettaglio, vedremo che c'è un salto (senza una rete di protezione) tra i primi due passi e il terzo. La politica non è sempre logica, ma deve essere argomentata bene. Cosa si dice veramente? Che non vi siano basi oggettive e soggettive per una politica di governo congiunto tra il PSOE e UP. Il programma del PSOE, o meglio, la sua strategia — è stata mostrata più e più volte in questi due mesi e mezzo — passa per diventare, ancora una volta, l'asse della ricomposizione del sistema politico dominante in Spagna; dipendere da Unidas Podemos diventa un ostacolo che si aggrava all'infinito ove ci fosse un governo di coalizione. UP sa perfettamente che è un socio  indesiderato e che solo con la matematica elettorale andreebbe al governo. Lo dirò chiaramente: un governo di coalizione tra PSOE e UP non è altro che la continuazione del conflitto con altri mezzi e, date le condizioni del dibattito politico in Spagna, sarebbe una tregua, una "pace armata" tra contendenti che sanno che le battaglie decisive stanno arrivando e che, alla fine, la posta in gioco è puramente e semplicemente, il futuro della sinistra.


Pablo Iglesias ne è uscito rafforzato ed ha guadagnato tempo. Può ora presentarsi a una terza assemblea di Vista Alegre con i compiti svolti e con la magnanimità che deriva dal sapere come fare un passo indietro pubblicamente. Conosce abbastanza la geopolitica per sapere che il sistema mondiale sta attraversando un momento di transizione molto delicato e che una nuova crisi economica, un conflitto in Medio Oriente — con l'Iran, per esempio — sarà sufficiente per far esplodere tutto. L' accordo sulla Catalogna è difficile e Sanchez ha chiaramente segnato il territorio. La questione sociale rimane molto aperta e la posizione del PSOE è, come minimo, confusa; per non parlare delle imposizioni di Bruxelles nella sua ossessione di ridurre il deficit della Spagna. Il segretario generale di Podemos [ Iglesias, Ndt ] deve rispettare Izquierda Unida e il Partito comunista e andare oltre una semplice coalizione parlamentare, sapendo che è necessario prendere iniziative unitarie in un momento in cui Íñigo Errejón [ l'ex numero due di Podemos uscito dal movimento su una posizione moderata, NdT ] pensa seriamente alla costruzione di un nuovo partito. Deve approfittare della tregua per costruire organizzazione, inserirla nella società e creare quadri di partito, qualunque sia il costo. La questione degli intellettuali si è aperta drammaticamente e l'isolamento di Podemos può diventare endemico.

Continuazione del conflitto con altri mezzi. A maggiore cooperazione con il PSOE, maggiore autonomia e differenziazione. Il passo indietro di Pablo Iglesias può essere qualcosa di positivo per lasciare il "palazzo", tornare nelle piazze promuovendo un riarmo morale e intellettuale, ricostruendo i collegamenti perduti e facendo partito. L'alternativa è la subalternità politica, la disintegrazione e la divisione. Il tempo scorre...

* Traduzione a cura della Redazione


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mercoledì 26 giugno 2019

PODEMOS TORNI ALL'OPPOSIZIONE di Manolo Monereo

[ mercoledì 26 giugno 2019 ]

I nostri lettori ben conoscono Manolo Monereo, noto intellettuale e dirigente della sinistra radicale spagnola. In questa intervista tenta di spiegare le ragioni della grande crisi che attraversa Podemos, dopo la batosta elettorale in occasione delle elezioni politiche dell'aprile scorso e quella ancora più dura delle regionali e comunali del 26 maggio. Vere le ragioni del declino indicate da Monereo, e che egli indica con chiarezza nell'intervista, tra cui tre le principali: il modello organizzativo verticistico, la litigiosità dei suoi gruppi dirigenti, la disponibilità a governare col PSOE. A noi sembra che Monereo questa volta eviti di andare a fondo. Il veloce declino di Podemos avviene in parallelo a quello Fance Insoumise, alla catastrofe di Syriza (le imminenti elezioni  Grecia la registreranno senza dubbio), al disastro in Germania di Die Linke e quindi alla crisi del Labour di Corbyn in Regno Unito e, per finire al suicidio della sinistra radicale in Italia. Il declino di Podemos è quindi parte di un fenomeno a scala continentale, che potremmo descrivere così: siamo innanzi all'ennesimo fallimento di autorigenerazione della sinistra. Un'autorigenerazione "populista" nella forma ma politicamente corretta, europeista e sostanzialmente neo-socialdemocratica nella sostanza. Temiamo che a poco servirà, oramai, il lavacro del ritorno all'opposizione che Monereo propone a Podemos. Senza un pensiero profondo, senza una visione strategica, senza una direzione temeraria non si va da nessuna parte.

*  *  *

D. Nel 2015 abbiamo assistito alla vittoria di una serie di coalizioni locali radicali in diversi municipi in tutto il paese, mentre a livello nazionale Podemos minacciava di soffiare l’egemonia a sinistra al Psoe. Dopo la perdita di consensi di Podemos nelle elezioni politiche, la sconfitta di maggio subita dalle coalizioni radicali in molti municipi è sembrata una conferma della fine del momento post-Indignados nella politica spagnola. Come spiegheresti la fase di risacca di questo movimento?

R. Per spiegarlo dobbiamo considerare gli sviluppi di due movimenti differenti. Il primo copre un ciclo più lungo, ed è legato alla reazione democratica della società spagnola alla rottura del contratto sociale dopo la crisi del 2008. Il movimento degli Indignados aveva richieste simili a quelle di Occupy Wall Street, ma [a differenza del movimento americano] riuscì a mobilitare milioni di persone, dando vita a un vero e proprio movimento di massa fondato sull’alleanza tra una gioventù precaria e una generazione più vecchia, politicizzatasi durante il passaggio alla democrazia negli anni Settanta. La generazione di mezzo fu meno attiva.

Grazie soprattutto all’intelligenza e all’audacia di Pablo Iglesias, così come a quella di Ada Colau, questa indignazione è riuscita a esprimersi in maniera politicamente organizzata. Nel 2014, l’ingresso di Podemos nella vita politica ha portato, a sua volta, all’apertura di un secondo ciclo, più piccolo, nel quale le élite hanno provato a neutralizzare la minaccia al regime esistente.


Questo contro-movimento all’inizio è stato composto di tre cose. Primo, una campagna di diffamazione contro Podemos, con tanto di azioni illegali di spionaggio politico e collusione tra politici di alto livello, polizia e media sistemici. Secondo, la comparsa di un nuovo partito di centrodestra, Ciudadanos. Originariamente piccolo partito regionale della Catalogna, è stato pesantemente finanziato dalle potenze economiche col fine di ostacolare dal centro la crescita di Podemos. Terzo, le dimissioni del re [Juan Carlos] un mese dopo l’irruzione di Podemos [dopo quasi quarant’anni di regno] e il tentativo di rinnovare le istituzioni attorno a suo figlio Felipe.

Chiaramente ci sono stati anche altri elementi che sono entrati in gioco in questa campagna di contenimento. Fra questi figurano la ripresa parziale della crescita economica e — probabilmente il più decisivo — la crisi catalana nel 2017. Questi vari elementi, messi insieme, hanno prodotto un nuovo scenario con coordinate diverse da quelle del 2014-16 — uno scenario a cui Podemos non è stato capace di adattarsi. E così il partito ha cominciato a commettere degli errori, il più importante dei quali è stato l’incapacità di gestire le divergenze politiche interne alla leadership. Il cuore del gruppo dirigente del partito non è stato capace di fare quadrato attorno alle proposte politiche, non per via di fondamentali differenze strategiche ma per una lotta di potere intestina.

La spinta democratica si è infine placata con la caduta del governo del Partido Popular lo scorso anno, mentre il sistema si stabilizzava attorno alla figura di Pedro Sánchez. Quando è subentrato il Psoe [con il sostegno del partito di Pablo Iglesias nel decisivo voto di fiducia] Podemos ha definitivamente perso il controllo del processo. Da questo punto di vista possiamo parlare della fine di un ciclo apertosi con le rivolte degli Indignados.

D. Ma c’era una qualche alternativa al voto favorevole alla mozione di sfiducia al governo di Mariano Rajoy che ha portato Sánchez al potere? Come avrebbe potuto Podemos impostare diversamente la propria relazione con lui e con i Socialisti?


R. No, hai ragione, non c’era nessuna alternativa reale se non sostenere Sánchez. Ma avremmo dovuto ripensare totalmente la nostra tattica, e invece non l’abbiamo fatto. Entrando in una relazione di cooperazione conflittuale con il governo del Psoe, era essenziale rafforzare l’autonomia dell’identità e del progetto politico di Podemos. Non avremmo dovuto continuare come prima, con un’organizzazione di partito debole e ignorando la necessità di costruire anche strutture extra-istituzionali.

Al contrario, quando ha assunto l’incarico la tattica di Pedro Sánchez per il Psoe è stata molto chiara. Consisteva in quello che il Partito Socialista ha sempre fatto — neutralizzare tutto ciò che c’è alla sua sinistra per poter guardare al centro in cerca di una maggioranza. Sin dall’inizio, ha voluto ridurre il più possibile il supporto elettorale di Podemos. Solo così il Psoe sarebbe stato libero di realizzare la propria agenda.

Ma quello che non avrei mai potuto immaginare è che, messa di fronte a queste contraddizioni, la leadership di Podemos avrebbe deciso di adottare come proprio slogan elettorale la promessa di governare con il Psoe. È per questo che non mi sono ricandidato — non volevo governare con i Socialisti. E non perché sono settario. Un’alleanza social-democratica come quella del Partito Laburista di Jeremy Corbyn mi sarebbe piaciuta, ma il Psoe è legato al sistema esistente ed è incapace di rompere con il regime neoliberista spagnolo.

Inoltre, come abbiamo visto dai risultati elettorali, avvicinarsi al Psoe con l’obiettivo di governare è, in ultima analisi, controproducente. Il nostro progetto perde la sua indipendenza mentre il voto utile favorisce il partito più forte della coalizione. Questa dinamica fa parte di quella che io chiamo il «prigionieri problema Iu», per esempio, la trappola in cui Izquierda Unida è sempre caduta: ogni volta che si è avvicinata ai Socialisti sperando di governare, ha finito per perdere voti e di conseguenza per perdere peso politico e dunque influenza sul governo.

Questo è il dilemma di Podemos oggi, quando ormai la possibilità che potesse rivaleggiare con il Psoe per l’egemonia è svanita. Dato l’attuale rapporto di forze, sembra difficile immaginare di poter raggiungere un accordo soddisfacente su un programma di governo. Se i Socialisti non erano disposti ad accettare una coalizione ad armi pari prima, perché dovrebbero accettarla adesso che hanno riguadagnato il vantaggio? Perché Sánchez dovrebbe accettare di entrare in coalizione con un Podemos indebolito?

D. Hai fatto cenno prima al fatto che Podemos ha faticato a risolvere il problema dell’organizzazione. Un fatto evidenziato dagli scarsi risultati nelle elezioni di maggio, notevolmente inferiori rispetto ai numeri portati a casa nelle elezioni politiche di solo un mese prima. Il voto nazionale ha reso evidente che una campagna incentrata sulla figura di Iglesias può ancora mobilitare una fetta consistente di elettorato, mentre le elezioni regionali hanno sottolineato la mancanza di un radicamento territoriale del partito. Fino a che punto ritieni che ciò sia dovuto alle scelte della leadership di Podemos? Ed è giusto collegare il suo fallimento al fallimento più generale di tutte le organizzazioni emerse dopo la crisi del 2008? Sto pensando a France Insoumise o anche a Barcelona en Comú, che pur avendo un’organizzazione interna più sana non è un partito di massa.

R. Come ha spiegato l’analista politico irlandese Peter Mair, confrontando questo fenomeno con l’epoca della democrazia dei partiti di massa — nell’Europa contemporanea c’è un vuoto tra la società e i partiti politici. Non ci sono più corpi intermedi a organizzare e mediare tra la vita di tutti i giorni e le istituzioni politiche formali. Questo contesto chiaramente porta al tipo di struttura partitica che abbiamo visto con Podemos e France Insoumise, dove conta molto la relazione tra il leader carismatico e l’elettorato.

Ma per me la leadership di Podemos è riuscita a trasformare questo vizio in una virtù: partendo dal presupposto che le persone non si sarebbero mai dedicate all’attivismo di partito, si sono concentrati sul creare un piccolo gruppo di quadri dirigenti in grado di intervenire nelle istituzioni. Non sono mai stati davvero interessati al difficile lavoro di ricostruzione di un partito di massa dalla testa ai piedi. Il risultato è stato che in un paio d’anni Podemos è diventato ciò che Mair chiama un «partito cartello» — un corpo centralizzato e professionalizzato che dipende dalle risorse statali per finanziarsi ed è privo di democrazia interna in termini sostanziali.

Pablo Iglesias ha guadagnato legittimità dalla relazione diretta e non mediata con la base del partito. Periodicamente si votano le proposte che avanza Iglesias, ma senza che ci sia un vero e proprio contraddittorio o un dibattito interno agli organi del partito. La base non ha i mezzi per avanzare proposte dentro le strutture partitiche. Nel voto per i candidati alle elezioni politiche, ad esempio, Iglesias ha proposto la sua lista senza che ci fossero però alternative, e così i membri si sono limitati a votare sì o no a quella lista.

Ma al momento della verità, il maggior radicamento sul territorio dei partiti tradizionali è emerso con chiarezza. Il Psoe continua ad avere una base di attivisti organizzata che, seppur un po’ vecchia, si estende per tutta la Spagna fino all’ultimo villaggio o cittadina. Ed essendo ritornato al potere, il partito sta anche conquistando nuovi membri. È questo che conta nelle elezioni locali e regionali.

Senza l’alleanza con Izquierda Unida, sostenuta dai Comunisti, per Podemos sarebbe andata ancora peggio. La ragione per cui in Andalusia siamo andati meglio che alle politiche è che abbiamo potuto sfruttare l’organizzazione e l’attivismo del Partito Comunista nella regione. Sono stato eletto deputato a Córdoba, e in tutta la provincia Podemos ha soltanto 120 attivisti, ma i Comunisti avevano abbastanza persone sul campo da riuscire a conquistare il consiglio municipale di ben quindici città. Questa situazione non è responsabilità esclusiva di Pablo, ma anche della leadership regionale dell’Andalusia.

D. La perdita della maggior parte delle città ribelli della Spagna — conosciute come «Città senza paura» — è stato un altro duro colpo per la sinistra. Nelle città più grandi, dove la posta in gioco era più alta, le amministrazioni municipali sono state sottoposte a grosse pressioni e hanno fatto fatica a fare passi in avanti. Madrid è l’esempio più chiaro del tentativo delle élite di sabotare l’agenda del consiglio, ma è giusto dire che, alla fine, è stata la sindaca Manuela Carmena a non voler combattere contro le maggiori potenze economiche della città?

R. Certo, lo si può dire di Carmena, ma anche di Ada Colau a Barcellona — così come dell’amministrazione di Santiago de Compostela, La Coruña, Cadice, ecc. Il problema principale è che, dopo la crisi finanziaria, in Spagna la capacità di gestire efficacemente e governare le città si è fortemente ridotta. Solo nell’ultimo anno o anno e mezzo queste amministrazioni hanno avuto dei soldi da spendere. Il consiglio comunale di Madrid aveva un grosso avanzo di bilancio da poter investire ma le leggi finanziarie dello stato le impedivano di farlo. Quei soldi sono serviti a ripagare gli enormi debiti contratti dal precedente governo cittadino del Partido Popular.

La critica che fai — avanzata da molti settori di Podemos e da alcuni di Izquierda Unida — è sicuramente vera, secondo me. Però è davvero difficile governare una città quando i conflitti interni ai partiti politici vengono scaricati sulle spalle dell’amministrazione municipale. Credo che nel consiglio municipale di Madrid ci sia stata troppa partigianeria e non abbastanza coerenza nella gestione. Questo ha generato divisioni, portando a posizioni in cui ci si trovava di fronte a scelte binarie: o sei dalla parte di Carmena in tutto e per tutto, o sei contro di lei.

La coalizione di Carmena era molto variegata, e includeva diversi partiti e gruppi dei movimenti sociali. I vari attori coinvolti non hanno provato a trovare dei compromessi, per non parlare di sviluppare meccanismi capaci di superare queste divisioni. L’unica cosa a cui puntavano era essenzialmente la redistribuzione del potere all’interno dell’organizzazione. È stato così stupido, così miope. Per esempio, Pablo Iglesias non ha ostacolato l’inversione a U di Carmena sull’Operazione Charmartin [lo sblocco del piano di costruzione di un enorme distretto finanziario a nord di Madrid] — ma si è scontrato con lei per il controllo delle liste elettorali! Se c’è un problema politico, lo devi sollevare e discuterlo come tale. Ma quello che non puoi fare è lasciare che tutti si facciano la guerra tra di loro e arrivare cinque minuti prima delle elezioni e dire: «Comunque sia, dovete inserire in lista questi cinque candidati».

Esiste una cosa chiamata gestione del conflitto, e Pablo non è riuscito a gestire bene il conflitto interno a Podemos, dato che punta sempre a stabilire relazioni dirette con i suoi sostenitori.

D. L’ex-vice leader di Podemos Iñigo Errejón a febbraio ha scelto di dare vita a una nuova piattaforma elettorale con Carmena, Más Madrid. Mentre Carmena si ricandidava sindaca, Errejón si è candidato per la presidenza della regione, dove ha ottenuto un buon risultato. Quale sarà la sua prossima mossa?

R. Credo che abbia lasciato Podemos per sempre. La rottura è definitiva, e lui e i suoi uomini vorranno creare un partito a livello nazionale. Non ci sono elezioni all’orizzonte, e dunque si prenderanno il loro tempo e costruiranno con calma questa nuova organizzazione, più simile a una federazione, con l’obiettivo di attrarre alcuni degli altri gruppi regionali che si sono divisi da Podemos.

D. E quale dovrebbe essere il prossimo passo di Podemos?
R. C’è un sacco da fare! Per quanto riguarda la sinistra radicale spagnola, in una prospettiva storica, abbiamo più deputati che mai — quarantadue. Ma ci sono tanti problemi tra Izquierda Unita e noi, e molte persone se ne sono andate. Quello di cui abbiamo bisogno è accumulare forze. Questo significa lasciare da solo il governo del Psoe e andare all’opposizione, mentre ricostruiamo il progetto dal basso.

In questo senso ho proposto due cose: una è di indire gli stati generali della sinistra spagnola — non solo un congresso di partito di Podemos o di Izquierda Unida — così da ritornare a una politica di massa che metta le persone di nuovo al centro, e concentri il dibattito sulla necessità di un progetto nazionale alternativo. Secondo poi, dobbiamo rafforzare il progetto creando assemblee congiunte e commissioni aperte al pubblico. Durante gli ultimi anni Izquierda Unida ha perso sia membri che attivisti. Ora è più debole di quanto non fosse quando stava sola, senza Podemos, e gli attivisti rimasti stanno diventando sempre più irrequieti su quest’alleanza.

Ma non dobbiamo essere pessimisti. Il Psoe è più debole che in passato — la sua forza adesso è quasi interamente virtuale. Il partito si presenta come la nuova forza guida dell’Europa socialdemocratica e, chiaramente, rispetto al 2015-2016 ha riguadagnato forze. Ma bisogna tener presente che ha comunque ottenuto il terzo peggior risultato della sua storia! Il progetto di restaurazione portato avanti dall’establishment spagnolo è dovuto più alle nostre debolezze e miopie che alla propria forza. E per questo motivo è possibile per noi andare avanti.

D. Questo momento di stabilità non è destinato a durare — basta guardare all’Europa…

Sì, una piccola crisi economica, o un atto di aggressione internazionale nel Medio Oriente potrebbero aprire di nuovo la partita. E anche se in Spagna l’establishment ritrovasse una parvenza di stabilità, il mondo sta andando verso uno stato di caos quasi permanente. È questa per me la chiave. Pablo ha insegnato geopolitica ma non sembra comprenderla, non sembra capire cosa sta succedendo nel mondo. Il mondo sta andando verso il caos, verso una nuova grande transizione che è già cominciata. Stiamo per entrare in un periodo simile a quello che l’Europa ha vissuto tra il 1875 e il 1914 — che ha visto il fallimento della prima grande ondata di globalizzazione. Ora stiamo per entrare nel periodo di fallimento della seconda grande ondata di globalizzazione. E questo è qualcosa che Podemos ancora non capisce.

* Fonte: Jacobin

venerdì 10 maggio 2019

PODEMOS E L'OMBRA (SINISTRA) DI SYRIZA di Carlo Formenti

[ 10 maggio 2019 ]

In margine ai risultati elettorali spagnoli. Vedo che c’è chi si consola con il fatto che la secca sconfitta di Podemos è meno disastrosa di quanto prevedessero i sondaggi (perde “solo” il 5/6% invece del 10.).

Io credo invece che si tratti di una botta durissima che si misura meno in cifre che con l’euforica battuta di Cazzullo sul Corriere di oggi: “Lui (cioè Iglesias) parlava come Gesù, evocando i poveri di spirito, il sale della terra, i potenti da confondere. Ora è diventato un docile vassallo dei socialisti, anche se ha recuperato terreno grazie alla buona prestazione nei dibattiti”.

L’allegria di Cazzullo è giustificata: il Psoe di Sanchez è un partito neoliberale, europeista, che ha sempre condotto – al pari di quelli di Gonzales e Zapatero – politiche antipopolari, alternandosi alla guida del Paese con il PPE senza discostarsene granché e condividendone, spesso, le disavventure giudiziarie per il vizietto di intascare tangenti. Insomma una copia conforme, se non peggiore, del PD, quindi il soggetto ideale per proseguire le politiche care alle élite globaliste.

Podemos ha regalato a questo partito il proprio sostegno esterno senza riceverne nulla in cambio (ricordate i sostegni esterni di Bertinotti a Prodi e cosa hanno prodotto?). Ora si prosterna davanti a Sanchez nel timore che costui scarichi Podemos per imbarcare Ciudadanos (i populisti di destra che stanno progressivamente occupando il posto lasciato vacante da Rajoy – un passaggio di testimone sul tipo di quello fra Berlusconi e Salvini). Posto che l’alleanza fra Psoe e Ciudadanos (che riproporrebbe la santa alleanza fra popolari e socialdemocratici a livello europeo) sarebbe più logica di quella fra Psoe e Podemos, e posto che l’unico ruolo di Podemos, se Sanchez ne accettasse le profferte, sarebbe appunto quello di vassallo privo di qualsiasi reale influenza sulle politiche governative, resta da capire perché Podemos si sia ridotto a pallida controfigura del partito che tante speranze aveva suscitato qualche anno fa.

Il limite di Podemos (e del suo leader carismatico, Iglesias) è sempre stato quello del “comunicazionismo” (vedi sopra l’apprezzamento di Cazzullo per le “buone prestazioni” mediatiche), vale a dire l’idea che programmi e organizzazione politica contino meno delle abili strategie comunicative che consentono di aggregare velocemente consenso per approdare al governo (quando poi ci si arriva, vedi i 5 Stelle, sono guai seri…).

Si aggiunga 1) l’assenza di un forte radicamento sui territori, nei luoghi di lavoro, nei quartieri dovuta alla scelta di costruire un partito “leggero” fondato sul rapporto diretto fra leader carismatico e opinione pubblica; 2) l’affastellamento fra correnti ideologiche della nuova e vecchia sinistra sul modello di Syriza (trotzkisti, vetero comunisti, negriani, movimenti studenteschi, ecologisti, femministe, ecc.) al posto della costruzione di un blocco sociale; 3) il riferimento alle teorie populiste di Laclau nella versione “debole” di Chantal Mouffe (stretta sodale del numero due – nonché leader dell’ala moderata – del partito, Inigo Errejon) che prevede l’abbandono di una prospettiva antisistemica e l’accettazione totale delle regole del gioco liberal-democratico, 4) l’adozione di canoni linguistici politicamente corretti (fino alla ridicola femminilizzazione del nome del partito, che suona ora Unidas Podemos) tipici degli strati intellettuali e piccolo borghesi illuminati nonché del tutto alieni al linguaggio delle masse popolari.

L’elenco potrebbe continuare ma penso sia sufficiente per una prima, scoraggiante analisi. Vedremo se nel partito esistono gli anticorpi per evitare una replica dell’ingloriosa fine di Syriza.


* Fonte: Rinascita!

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giovedì 2 maggio 2019

AL GOVERNO COL PSOE di Pablo Iglesias

[ 2 maggio 2019]

Per spirito di servizio consegnamo ai lettori quanto scritto da Pablo Iglesias, segretario generale di Podemos, subito dopo le elezioni spagnole.
Serve non solo per farsi un'idea di cos'è e dove va Podemos, ma per capire quel che bolle in pentola in un Paese destinato a non uscire dalla instabilità politica e istituzionale. 
Difficile che Sanchez, il segretario del PSOE, partito europeista quant'altri mai, accetti di imbarcare nel governo Podemos. Ove questo accadesse è facile prevedere, dato il vincolo esterno a cui la Spagna è sottoposta — che non concede margini per riforme strutturali a favore del popolo lavoratore —, quale sarebbe l'esito: un disastro enorme che spianerebbe la strada ad una brutale svolta a destra. Disastro che in Italia abbiamo già vissuto e di cui paghiamo le conseguenze. 
Se l'autocritica  di Iglesias sulle cause della sconfitta elettorale di Podemos è del tutto insufficiente, imperdonabili sono la reticenza di Iglesias sull'Unione europea e il silenzio sulla necessità di romperla per consegnare al popolo spagnolo l'arma della sovranità nazionale sottratta senza la quale nulla è possibile se non restare in ginocchio.




*  *  *


GOVERNO STABILE E DI SINISTRA
di Pablo Inglesias

«Le elezioni ci consegnano uno scenario nel quale gli accordi saranno fondamentali per affrontare, da sinistra, le grandi sfide della Spagna; giustizia sociale, il nostro modello di sviluppo nell'Unione europea e la plurinazionalità.

Sebbene in percentuale quello del PSOE sia il terzo peggior risultato dalle elezioni del 1977, ci troviamo in un contesto molto diverso dall'era del bipartitismo in cui le maggioranze assolute o quasi assolute e i governi monopartitici erano la normalità. Con una campagna basata sul pericolo (assolutamente reale) di un governo sostenuto dall'estrema destra, il PSOE ha ottenuto 7,5 milioni di voti e il 28,7%. Il nostro 14,3% colloca le formazioni progressiste a livello statale al 43% dei voti, quasi alla pari con i voti relativi alle destre, ma con più peso parlamentare (165 contro 149) grazie a un sistema elettorale che, in questa occasione, ha favorito il PSOE.

I partiti baschi e catalani hanno ottenuto un'ampio consenso. ERC ha raccolto un risultato storico e la vecchia Convergència ha tenuto. In Euskadi, sia il PNV che la sinistra abertzale hanno ritrovato un sostegno importante. I risultati in Euskadi e Catalogna attestano la realtà plurinazionale visto che molti partiti autonomi hanno riguadagnato la rappresentanza.


Questi risultati ci parlano di una Spagna molto diversa nell'ideologia, nell'identità, nella relazione rurale-urbana e nella relazione centro-periferia.

Per quanto riguarda i nostri risultati, dobbiamo fare autocritica. La gestione delle nostre crisi interne ha sicuramente fatto sì che molti cittadini che ci hanno sostenuto in passato non l'abbiano fatto questa volta. Dall'altra parte, il paziente continuo lavoro che le fogne le loro braccia mediatiche hanno svolto dopo il 2015,  ha avuto il loro peso. Infine, l'eccezionalismo catalano e l'emergere di Vox sembrano aver spinto gli elettori che in passato ci hanno sostenuto di optare in Catalogna e in altre parti della Spagna, per un voto di identità e per un voto al PSOE come freno a Vox . Tuttavia, grazie a una grande campagna e ad uno zoccolo duro di elettori, abbiamo sconfitto i sondaggi che hanno predetto la nostra debacle e abbiamo quindi abbastanza forza per raggiungere gli obiettivi con cui ci siamo presentati alle elezioni: fermare la destra e far parte del prossimo governo che garantendo che sia stabile e di sinistra.

Perché la presenza di Unidas Podemos è essenziale perché il governo sia stabile e di sinistra?

Un governo sostenuto solo dai 123 seggi del PSOE avrebbe dovrebbe affrontare, come minimo, i 149 seggi della destra dello stato. Ciò non solo genererebbe instabilità, ma spingerebbe l'eventuale governo Sanchez ad appoggiarsi a destra in molte questioni come la legislazione sul lavoro o gli aggiornamenti delle pensioni e figuriamoci nella gestione dei problemi derivanti dalla plurinazionalità e in particolare dal conflitto catalano.

Il Banco Santander (azionista di diversi media) e la CEOE [Confindustria spagnola] si sono affrettati a fare pressione su Sánchez per raggiungere un accordo con Ciudadanos. Questa possibilità, dopo le elezioni regionali e municipali, non può essere esclusa (Sanchez ha già raggiunto un accordo legislativo con loro nel 2016) ma potrebbe essere frustrato se Rivera optasse definitivamente per guidare una destra parlamentare dura o se la base militante del PSOE, che è a sinistra, farà valere il suo peso ("Con Rivera, no").

In questo contesto, come alcuni leader socialisti hanno già proposto, Pedro Sánchez vorrà un governo a partito unico [di minoranza] che consenta ai poteri economici e alla CEOE  che gli assicurerebbero così un ampio sostegno media, compreso quello di alcuni media presumibilmente progressisti. Il problema è che non ha né abbastanza seggi per raggiungere quel governo né  argomenti per difenderlo a sinistra, poiché in pratica sarebbe anche un governo che sosterrebbe molte misure sulla destra.

Detto questo, il nostro impegno nei confronti dei nostri elettori e la maggioranza sociale progressista ci offre solo un'opzione: essere una garanzia di stabilità e di politiche che difendono la giustizia sociale e il dialogo, facendo parte del governo. Con la forza dei  nostri seggi e delle nostre proposte programmatiche, lavoreremo per convincere il PSOE e Pedro Sanchez a guidare un governo di coalizione, stabile, di sinistra e di dialogo, seguendo il modello di Valencia e quello di altre comunità; un governo che diventi un referente progressista nell'Unione europea dove, tra l'altro, i governi di coalizione sono frequenti. Nelle prossime settimane dovremo parlare al PSOE della giustizia fiscale, delle politiche economiche femministe, delle pensioni garantite, dei servizi pubblici, della transizione energetica, dei limiti della temporalità, degli alloggi, dei diritti e delle libertà, del dialogo in Catalogna e , infine, delle persone e delle equipe necessarie per garantire queste politiche. La nostra esperienza dopo l'accordo sulla Legge di bilancio 2019 ci ha insegnato che un buon accordo programmatico non ha garanzie di essere portato avanti con un governo a partito unico.

Ci saranno grandi pressioni da parte dei poteri economici e dei loro apparati mediatici fermarci ma, di fronte a loro, incontreremo i sindacati, le organizzazioni femministe e ambientaliste, le piattaforme ed i gruppi che difendono la sanità e l'istruzione pubblica e con i movimenti sociali . Questa spinta sarà fondamentale alla Spagna per avere un governo stabile e di sinistra, che è quello che una larga maggioranza di elettori progressisti vuole.

Quel elettorato progressista, desideroso di un governo che garantisca giustizia sociale, dovrebbe sapere che il nostro impegno e la nostra coerenza, quali che saranno le pressioni avverse, saranno come una roccia».


* Fonte: EL PAIS del 1 maggio

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sabato 27 aprile 2019

SPAGNA: LA CATALOGNA, LA CRISI DI PODEMOS, L'ASCESA DI VOX di R. Franquesa e D. Toledano

Ramon Franquesa (primo da sinistra) e Diosdado Toledano (al centro)
[ 26 aprile 2019 ]

Domani in Spagna si svolgeranno elezioni anticipate. 
La terza volta in pochi anni, segno di una crisi sociale, politica e istituzionale profonda. Crisi accentuatasi con la frattura catalana e la polarizzazione tra opposti nazionalismi — di cui il fenomeno dell'avanzata improvvisa di VOX è manifestazione. In questa situazione si segnala il declino annunciato di PODEMOS. 
Qui sotto il video con gli interventi di Diosdado Toledano, esponente di Xarxa socialismo XXI e attivista di Podemos, e Ramon Franquesa, professore di Economia mondiale all'università di Barcellona e promotore della piattaforma Salir del euro, al convegno EUREXIT, svoltosi a Roma il 13 aprile scorso.

Nei prossimi giorni seguiranno quelli dei Gilet Gialli francesi e del greco Koutsianas
Pantelis.

Ringraziamo BYOBLU, la sua troupe e quindi Claudio Messora per la registrazione e la pubblicazione, che infatti prendiamo dal canale medesimo.



lunedì 25 febbraio 2019

SPAGNA: DOVE VA PODEMOS? di Manolo Monereo

Manolo Monereo e Pablo Iglesias
[ 25 febbraio 2019 ]

Sulla crisi di Podemos avevamo pubblicato, il 7 febbraio scorso, l'opinione di Manolo Monereo. Gli ridiamo la parola.
Ricordiamo due cose. La prima è che il governo Sanchez, bocciata la sua Legge di bilancio 2019, si è dimesso il 12 febbraio. La seconda è che Podemos ha votato a favore della Legge di bilancio pur di non far cadere il governo ed andare alle elezioni anticipate (si svolgeranno il 28 aprile prossimo). Ebbene, i sondaggi dicono che il PSOE di Sanchez recupera, ma le destre avranno la maggioranza nel Parlamento, mentre Podemos è dato in caduta libera. Monereo non nasconde la malattia del movimento e propone la sua terapia...
*  *  *

Sono duri i tempi in cui si deve difendere l'ovvio. Il “discorso Podemos” è ancora valido; ciò che è successo è che la politica del giorno per giorno, il politicismo e le tattiche, si sono mangiati la strategia.

Abbiamo due problemi: l’arretramento elettorale e problemi di direzione politico-elettorale. Il problema, come sempre, richiede veridicità e alternative, ovvero, partire da ciò che è e trovare i modi per superarlo.

Io sostengo un'ipotesi, che ci sia un “voto Podemos” che non si dissolve da un giorno all’altro; sulla direzione politica ciò che si deve fare è trovare misure intelligenti e fantasiose in modo che ci si possa meglio relazionare con il Paese. Nessuno può negare a Pablo Iglesias la sua capacità di inventarsi e lo farà se vorrà farlo.

Si confonde discorso e programma, ma non sono la stessa cosa. Non manca il discorso, vale a dire, cosa fondamentale, l’individuazione degli amici ed i nemici, le idee chiave programmatiche e le immagini che sono in grado di intervenire sul senso comune del nostro popolo. Primo, amici-nemici; chi è il nostro nemico-problema? Questo è ciò che definisce il discorso, che questo sia detto o meno. Ricordiamoci della casta. Qual è il grande problema della Spagna visto dalle classi lavoratrici, dalle maggioranze sociali? Il predominio, l'enorme influenza dei poteri economici. Per dirla in modo positivo, se non c'è una democratizzazione sostanziale di poteri economici, la nostra democrazia sarà sempre in pericolo, non è possibile la rigenerazione e lo sviluppo e, tanto meno, la difesa dei diritti sociali, ecologici e femministi. Questo per dirla in modo semplice e chiaro.

Secondo, tema chiave, ciò che abbiamo sostenuto fin dall'inizio, un nuovo progetto di Paese, un’altra Spagna è possibile e necessaria, senza timore parlare di repubblica, di un immaginario socialista, a partire da una proposta patriottica alternativa ai nazionalismi. La sovranità popolare come progetto e programma, la giustizia sociale come fondamento e il repubblicanismo come politica. Al centro, la lotta contro l’oligarchia finanziaria, imprenditoriale e mediatica che limita le libertà, i diritti e, soprattutto, la capacità di decidere il nostro destino.

Terzo. Ho insistito negli ultimi tempi che lo spazio del nostro discorso è simmetrico a quello del PSOE e che le questioni sono molto simili. Mi riferisco al femminismo, ai diritti sociali e alla questione territoriale. Quello che dobbiamo fare è dare una torsione per ciascuna di queste questioni uscendo dalla generalità, avanzare temi nostri, dando loro un carattere alternativo o, se si vuole, antagonistico. Ho sempre insistito su questo aspetto, partendo dal presupposto che abbiamo una voto nostro da recuperare, da consolidare, battendo la demoralizzazione, la passività e il disincanto.

Argomenti per un decalogo nazionale: processo costituente e cambiamento costituzionale. Non c’è da avere paura, tutti sanno che, più prima che poi, dovrà esserci una riforma della Costituzione (una revisione totale). L'alternativa al processo costituente è il degrado della nostra democrazia, la conversione della nostra Costituzione in qualcosa di meramente formale, sempre più lontano dalla realtà sociale e dalle richieste dei cittadini.

L'idea che provo a difendere è quella di partire dal cambiamento costituzionale e dal processo costituente (le riforme necessarie) per definire un nuovo progetto di paese costituzionalmente fondato.

Vengon così fuori alcune di idee-forza: 


1) Un'Europa confederale. Gli Stati ed i popoli sono assolutamente necessari per costruire un soggetto politico vero compatibile con i valori europei, la democrazia, i diritti sociali e il ruolo delle classi lavoratrici. 2) La lotta per una democrazia economica, sociale ed ecologica. Senza democratizzare il potere economico, la democrazia non sarà rigenerata né lo sviluppo delle libertà pubbliche sarà possibile; la democrazia deve raggiungere le aziende. 3) Diritti sociali costituzionalmente garantiti per tutti i cittadini e non modificabili dalle maggioranze elettorali. 4) Una Costituzione femminista che garantisca la libertà delle donne, la distribuzione dei tempi sociali e la socializzazione delle cure. 5) Rapporti di lavoro che garantiscano i diritti dei lavoratori, che promuovano la democrazia in azienda e la riduzione dell'orario di lavoro. 6) Uno stato forte, uno Stato stratega, in grado di regolare il mercato, la distribuzione del reddito e della ricchezza e lo sviluppo ecologico sociale. Un sistema fiscale equo e trasparente e una spesa pubblica attenta alle nostre esigenze contro le imposizioni provenienti dall’Unione europea; abrogare quindi l'articolo 135. 7) Repubblica federale, senza paura e dicendo la verità che i nostri si aspettano; la lotta per una Spagna federale, solidale e democratica. 8) Il fermo impegno per un nuovo ordine internazionale multipolare, democratico ed economicamente giusto. Un'opposizione frontale alla nuova corsa agli armamenti promossa da Donald Trump e un chiaro impegno per un'alleanza con la Russia, più potere alle Nazioni Unite, nel quadro di un programma per garantire la sostenibilità della vita sul pianeta.
Queste idee-forza hanno lo scopo di dare un senso al nostro programma e, cosa ancora più importante, annodare un'alleanza sociale e politica con classi medie illuminate e critiche con le classi lavoratrici, mettendo al centro i giovani. In breve, un programma eco-femminista, socialista e repubblicano.

Dobbiamo avanzare e vincere, non essere la sinistra del partito socialista. Dobbiamo costruire una campagna offensiva alla ricerca della maggioranza sociale e non cadere nella trappola di un'agenda che ci condanna alla subalternità. Parliamo di noi, del nostro progetto in Spagna, della giustizia sociale, del federalismo, di un femminismo difensore della vita. Unidos Podemos come creatori del futuro, difensori della Spagna del lavoro, della cultura, del processo sociale, della sovranità popolare. 


Senza entusiasmo, senza speranza, non ci sarà cambiamento. Abbiamo una base sociale, insisto di nuovo, demoralizzata, senza riferimenti, che ha capito che il cambiamento necessario potrebbe non arrivare e che ciò che verrà potrebbe essere anche peggio. La paura apre la via al male minore, a una strategia di difesa dell’esistente. Questo, per Unidos Podemos, sarebbe fatale. Questo è il motivo per cui dobbiamo fare una campagna su tre assi: a) partire dal "partito organico", dalle vere forze del cambiamento e non dal partito-organizzazione; b) valorizzare l'unità, la convergenza e la pluralità; c) una direzione plurale, aperta e inclusiva che eviti il frastuono interno, il predominio della stretta partigianeria e la lotta per il potere; una campagna, in definitiva allegra, ottimista, che ricostruisca un soggetto politico che pare in sonno e ha bisogno di ossigeno per alzarsi in piedi. È l'effetto balena.

* Traduzione a cura della Redazione


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mercoledì 20 febbraio 2019

LA CRISI DI PODEMOS di Carlo Formenti

[ 20 febbraio 2019 ]


Secondo alcuni sondaggi, le prossime elezioni spagnole dovrebbero regalare la maggioranza relativa al Psoe, accreditato di poco più del 28%, ma senza consentirgli di mantenere la guida del Paese, dal momento che Podemos, dal quale ha ricevuto appoggio esterno fino alla recente crisi di governo, è dato in vistoso calo (otterrebbe il 12,4%). A destra il PP (23,6%) e Ciudadanos (17,1%) cedono voti ai neo franchisti di Vox (8,8%) e nemmeno alleandosi con questi ultimi spunterebbero la maggioranza assoluta. Il sistema politico spagnolo si troverebbe quindi in una situazione di sostanziale stallo, in cui solo l’alleanza con una serie di formazioni autonomiste minoritarie consentirebbe all’una o all’altra parte di ottenere una risicata maggioranza.

Qui non mi interessa però analizzare il quadro generale della politica iberica bensì commentare la crisi di Podemos, che tante speranze aveva regalato alle nuove sinistre europee negli ultimi anni, dimostrando che una formazione di sinistra in grado di articolare i temi e i metodi di mobilitazione dei movimenti populisti con le linee programmatiche dei socialismi novecenteschi era in grado di contendere il potere sia ai vecchi partiti conservatori e socialdemocratici che ai populismi di destra. Quali le cause dell’attuale arretramento (indubbio anche se i sondaggi dovessero sovrastimarne le dimensioni)? Le ragioni di questa impasse sono molte e complesse ma, personalmente, ritengo che quelle fondamentali siano due, la prima specifica della situazione spagnola, la seconda estendibile ad analoghe esperienze europee.

La prima riguarda il prezzo salato che Podemos paga tuttora all’onda lunga della crisi catalana. Evitando di prendere una posizione netta sulla questione dell’indipendenza, Podemos si è esposta a dure critiche sia da parte degli indipendentisti (a partire dalla loro ala di sinistra radicale) sia da parte dei difensori dell’unità nazionale.


Personalmente ritengo che la scelta del partito sia stata corretta, e non dettata solo da ragioni di equilibrio interno (gli ex comunisti sono ferocemente contrari alla secessione), bensì da considerazioni non dissimili da quelle che qui in Italia vengono oggi sollevate contro l’aumento delle autonomie delle regioni settentrionali: le rivendicazioni catalane si presentano come un “secessionismo dei ricchi” che verrebbe a rompere la solidarietà nazionale fra aree sviluppate ed aree arretrate del Paese. La ragionevolezza di questo argomento non è tuttavia bastata a limitare i danni di una posizione che molti cittadini iberici hanno giudicato come pilatesca.

Ma se il contraccolpo del caso catalano si sarebbe potuto riassorbire in tempi relativamente brevi, la seconda causa di crisi appare ben più grave: mi riferisco alle conseguenze dell’appoggio che Podemos si è trovata a dover dare al Psoe, senza riceverne in cambio nessuna sostanziale concessione ai propri obiettivi politici. Si potrebbe argomentare che si trattava di una scelta obbligata: non si poteva rinunciare a far cadere Rajoy dopo aver condotto una lunga e feroce campagna contro la corruzione del PP.

Ciò detto sarebbe stato necessario assumere atteggiamenti molto più saldi nel condizionare il proprio appoggio a concrete misure a favore degli interessi delle classi popolari e a una svolta in materia di politica estera. Viceversa il governo Sanchez ha fatto poco o nulla per quanto riguarda il primo punto, mentre ha assunto posizioni del tutto incompatibili con i valori e i principi di Podemos sui temi dell’Europa e del golpe contro Maduro. Risultato: gli elettori delusi dell’ala radicale si orientano per l’astensione mentre i moderati confluiscono nelle schiere del Psoe.

Perché il caso spagnolo contiene un insegnamento valido anche per altri Paesi? Perché sono convinto che le ali di sinistra dei movimenti antisistema (variamente definiti populisti e/o sovranisti) nati negli ultimi anni non possano né debbano allearsi con i partiti che incarnano la continuità col passato sul piano dei programmi, dei principi, dei valori e delle prassi istituzionali.

L’abbraccio con il vecchio è letale perché i cittadini che hanno accolto con speranza ed entusiasmo come l’annuncio di una vera e propria svolta di civiltà, e non di un banale avvicendamento nella stanza dei bottoni, la nascita e l’ascesa di questi movimenti, non possono non vedere in simili compromessi il segnale che nulla è cambiato, che, per dirla con la Thatcher, questo sistema non ammette alternativa e quindi si allontanano dalle forze che li hanno delusi con la stessa rapidità con cui vi si erano avvicinati.

Pur nelle radicali differenze ideologiche, l’M5S rischia di subire gli stessi contraccolpi di Podemos a causa dell’accordo con la Lega, e lo stesso capiterebbe a Mélenchon se ascoltasse le sirene di un riavvicinamento con le sinistre tradizionali francesi.


* Fonte: Micromega

mercoledì 6 febbraio 2019

LA GRANDE CRISI DI PODEMOS di Manolo Monereo

[ 7 febbraio 2019 ]

Vista Alegre II (secondo congresso di Podemos) Pablo Iglesias abbraccia Manolo Monereo — definito dai media spagnoli il "padre politico di Pablo". Quei tempi sembrano ormai lontani... 
In questa intervista del 4 febbraio a Cuarto Poder Manolo Monereo — di recente dimessosi dalla direzione nazionale di PODEMOS — ci parla della crisi profonda che viveil movimento. La recente sconfitta elettorale in Andalusia, la mossa scissionista di Íñigo Errejón, lo scollamento tra base e vertice, la debolezza organizzativa e un certo burocratismo nel regime interno... Tutti fattori che per Monereo spiegano questa crisi, non senza dimenticare, aggiungiamo noi, l'appoggio esterno che UNIDOS PODEMOS (la coalizione tra Podemos e Izquierda Unida) continua a fornire al governo Sanchez, malgrado questo sia ligio non solo alle direttive europee ma pure a quelle di Trump.

*  *  *

D. La scorsa settimana non hai partecipato al Consiglio Cittadino di Statale (CCE) [la direzione politica nazionale di PODEMOS, ndt] che si è svolto per risolvere il problema della crisi aperta a Podemos nella Comunità di Madrid. [In vista delle elezioni amministrative della capitale del prossimo maggio Íñigo Errejón, in dissenso con Pablo Iglesias e rompendo de facto con PODEMOS, ha dichiarato di sostenere la lista "Más Madrid" dell'attuale sindaca Manuela Carmena, ndt].

R. Non ho partecipato perché mi sono dimesso mesi fa. Mi sono dimesso perché sapevo che i metodi sbagliati e le modalità di organizzazione dei dibattiti hanno sempre serie conseguenze. Nella mia vita politica ho imparato una cosa, le crisi reali sono causate, più che da fattori ideologici o di programma, dai metodi e dagli stili del lavoro di partito. PODEMOS ha uno stile di lavoro che non è all'altezza delle sue sfide. Per dirla senza mezzi termini, a Vistalegre II [il secondo congresso di PODEMOS, del febbraio 2017, ndt] abbiamo posto fine alle frazioni, non che una di esse si mangiasse tutte le altre. Ciò si ottiene generando organicità, creando organismi di  dibattito politico, adottando regole chiare affinché questo possa svolgersi, approfondendo il dibattito. Questo non è il metodoche viene utilizzato in PODEMOS e ciò ha delle conseguenze.
Faccio un esempio. In generale, il CCE si riunisce e il segretario generale compie una brillante analisi politica, parla per tutto il tempo che ritiene necessario e poi ci concede tre minuti per intervenire. Nessuno sa cosa sia stato approvato, è come se fossimo una ONG in cui il direttore fa una buona analisi di ciò che accade, ma poi non ci sono verbali, documenti o risoluzioni politiche. È un dibattito che non genera impegni. Il funzionamento dell'organismo è pregiudicato e non vi è alcun dibattito politico.
La politica è dibattuta nelle frazioni e nei media. Non esiste una deliberazione democratica da cui emergano consenso e dissenso, maggioranze e minoranze. Non si vota. Ciò ha degradato la vita dell'organizzazione. Ho lasciato la direzione di PODEMOS per questo motivo, penso che non abbiamo imparato la lezione che molte delle crisi sono causate dai metodi di lavoro.

D. C'è forse stato un casus belli che ti ha portato a prendere questa decisione?

R. Da tempo andavo dicendo che questo metodo di lavoro doveva finire, che si doveva arrivare alla riunione con un documento per introdurre il dibattito che i membri del Consiglio avrebbero dovuto avere in anticipo, e quindi discuterelo collettivamente. Sono stanco di difendere l'ovvio, Bertolt Brecht ha detto: "Cattivi sono i tempi in cui si deve difendere l'ovvio".

D. In quale situazione si trova PODEMOS dopo la vicenda Errejón?


R. La situazione che viviamo oggi ha alcune cause congiunturali e altre di fondo. Secondo me, il problema che abbiamo davanti ha una causa immediata, le primarie [modalità con cui in PODEMOS si scelgono i candidati per le elezioni, ndt] e le elezioni generali.
Pablo Iglesias

All'improvviso sono state fatte le primarie, alle quali ho deciso di non presentarmi. Il segretario generale [Pablo Iglesias, ndt] ha presentato la sua lista senza passare attraverso il Consiglio, una lista monocromatica, in cui le altre due frazioni non sono rappresentate. Questo è stato  fatto in un momento in cui non ci sono elezioni politiche anticipate. Il messaggio che viene dato è che le altre famiglie non vengono prese in considerazione e che non avranno alcun ruolo nell'organizzazione. Una situazione molto complicata, che taglia fuori le altre due tendenze ma anche molte federazioni che non sono state consultate dalla direzione nazionale. Si è creata una crisi di regime interno In questo contesto si spiega l'uscita di Errejón. Con tutte le difficoltà che ciò comporta.

Secondo me ci sono ragioni più di fondo, tra le quali una cattiva valutazione dei risultati dell'Andalusia. Come ho già detto pubblicamente all'incontro di Rumbo 2020, il cosiddetto governo ombra che si è riunito il 17 dicembre. Vi sono, dopo le elezioni andaluse, mutamenti profondi: la cosiddetta "eccezione spagnola" e l'opzione del cambiamento politico.

D. In che senso?

R. L'eccezione spagnola era basata sull'idea che il grande movimento 15M [Movimento degli indignati del 2011, ndt], la comparsa di una grande forza alternativa, PODEMOS, ed infine la tenuta di un partito socialista che stava scomparendo in Europa, ma che in Spagna conservava forza,
ci avevano immunizzato dal fascismo.
Le elezioni in Andalusia han posto tutto questo in discussione, l'eccezione spagnola è messa in discussione. Un amico italiano mi ha scritto: "Ora siete europei".
Entra in scena Vox, ma anche il blocco al cambiamento. Molte persone in Andalusia hanno ritenuto che l'occasione è passata, che il momentodel cambiamento è già passato, che esso non arriverà più, che il cambiamento è stato più difficile di quanto si pensasse in precedenza. E' sopraggiunto il pessimismo, la smobilitazione e la depoliticizzazione. Da un lato emerge un vento europeo, una forza dell'estrema destra. E appare la possibilità di una nuova CEDA [Confederación Española de Derechas Autónomas, partito della destra cattolico-monarchia degli anni '30 del secolo scorso. Alleato dei franchisti nella guerra civile. ndt] in grado di acquisire l'autonomia andalusa. D'altra parte, a sinistra, c'è una grande smobilitazione, qualcosa di normale in quanto al PSOE per ciò che significa Susana Día [governatrice per lungo tempo on Andalusia, ndt], ma noi non siamo stati in grado di apparire come un'alternativa. I venti della demoralizzazione hanno toccato anche noi.
Poi c'è un altro fenomeno che non è stato ben attenzionato, in Andalusia è dimostrato che il PSOE e UNIDOS PODEMOS non sono in grado di avere una maggioranza contro la destra. A mio parere, è di grande importanza politica riflettere su questo. Sono convinto che l'unica forza politica capace di vincere a destra è UNIDOS PODEMOS. Per questo, UNIDOS PODEMOS deve mantenere la sua attuale forza e ottenere più voti. Vale a dire, se UNIDOS PODEMOS finisce in un processo in cui ciò che perdiamo viene guadagnato dal PSOE, comunque le destre vinceranno.
Abbiamo bisogno di un UNIDOS PODEMOS con un suo progetto, chiaro e differenziato. Se entriamo in un processo di subalternità verso il PSOE, questo prenderà parte dei nostri voti ma la somma non sarà sufficiente per vincere le destre. Dobbiamo sottolineare la differenziazione e l'autonomia rispetto al PSOE, che le persone sappiano come identificare ciò che siamo. Questa riflessione, a mio avviso, è stata carente in UNIDOS PODEMOS e conduce a una situazione di frammentazione, all'idea di ciò che fummo e non saremo capaci di essere in futuro. Penso che non ci siano ragioni per questo e dobbiamo superare il pessimismo che invade buona parte della nostra base sociale, militante e persino dirigente.

D. Ha detto di non aver partecipato a quelle primarie di PODEMOS per le prossime elezioni generali. Molte persone che fanno parte del gruppo parlamentare di UNIDOS PODEMOS non hanno partecipato o non sono state incluse nelle primarie. Questo influenza il gruppo parlamentare?

R. Vedo il gruppo parlamentare con un sacco di voglia di fare le cose, giocando un ruolo molto importante, ma con molta incertezza. I mesi che restano saranno difficili per questo progetto che ho appena definito. Dobbiamo fare un grande sforzo per migliorare il lavoro che resta da fare, che siano o meno futuri deputati. Ci sono alcuni, suppongo, che non essere più deputati la prenderanno, come faccio io, come una liberazione, e altri che vorrebbero continuare. La chiave è che le divisioni non influenzino l'attività del gruppo parlamentare. Siamo molto importanti, il gruppo confederale ha svolto un lavoro serio e importante e abbiamo avuto la capacità di ascoltare ai nostri cinque milioni di votanti. Quello che stiamo facendo è molto grande e importante per il futuro.

D. Come valuti il nuovo progetto di Íñigo Errejón, "Más Madrid"?

Manuela Carmena, sindaca di Madrid e Íñigo Errejón

Ovviamente la mia posizione politica è molto diversa da quella di Errejón. Penso che sec'è un futuro, è di UNIDOS PODEMOS, parlo del futuro e del progetto, dei nomi non mi interessa. Penso che la costruzione sia aggiungere, non dividere, che dobbiamo scommettere sull'unità, un'unità ampia, in cui ci sia posto per tutti, ma che abbia un programma di trasformazione chiaro e diafano, in questo sono un anguitista-leninista.

PODEMOS sta entrando in una fase di cattive notizie, di divisioni successive, di frammentazione, di demoralizzazione ... Dobbiamo fare un grande sforzo per evitare che questa fase diventi una transizione verso il nulla. Dobbiamo prendere iniziative politiche forti e potenti, ecco perché parlo di catarsi. Si deve compiere una catarsi in PODEMOS e avviare un nuovo inizio, con idee fantasiose, come ha sempre fatto UNIDOS PODEMOS.

D. Quale contributo? Quali "idee fantasiose"? 

R. L'ho spiegato prima. Penso che dobbiamo andare verso una specie di conferenza politica in cui facciamo una diagnosi seria del paese, di questo paese e di questo momento. Abbiamo lavorato con diverse ipotesi, una delle quali era che il cambiamento non era stato chiuso e che aveva ancora delle possibilità. C'è bisogno di una discussione che vada in profondità. In secondo luogo è necessaria una strategia, una road map. Questo è il paese che abbiamo, come possiamo cambiarlo e assumere un'alternativa? Come implica la catarsi, è necessario mettere da parte le crisi, fare autocritica a cominciare dai problemi che ci sono e cercare alternative. Una conferenza politica con 2.000 o 3.000 persone, una buona relazione introduttiva e discuterla.
Penso che, in secondo luogo, questa conferenza politica dovrebbe aprire degli stati generali dell'alternativa, della cittadinanza. Creare un progetto alternativo di paese. Tirar fuori un decalogo di idee-forza affinché tutti sappiano quale progetto vogliamo. Questo non dovrebbe essere chiuso domani,  prima delle elezioni politiche generali, ma non dopo quelle municipale e regionali. In una seconda assemblea, in seguito, dovremmo approvare quel decalogo che sarebbe il nostro programma elettorale per le elezioni politiche, il nostro manifesto elettorale. Sto parlando di mobilitazione, di generare speranza e utopia.
Per me, la terza questione è la più complicata: definire quale strategia di unità popolare proponiamo. È incredibile che si parli di unità elettorale senza meccanismi di auto-organizzazione dal basso. Abbiamo bisogno di comitati di unità popolare a tutti i livelli della società. Se pensiamo di costruire un'alternativa esclusivamente elettorale, abbiamo perso, ci vuole che l'unità scenda al basso. C'erano migliaia di persone che riempivano le nostre cerchie e non ci sono più. Queste persone si stanno depoliticizzando e se ne andranno o verso l'astensione o verso il PSOE o, quel che è peggio, versoVox. Dobbiamo ri-politicizzare la società.
Manolo Monereo
Un'altra cosa difficile, dobbiamo creare una nuova formazione politica a partire da UNIDOS PODEMOS. UNIDOS PODEMOS è un gruppo parlamentare, non ha articolazioni nelle province. Ora avremo difficoltà di fronte alle elezioni municipali e regionali. Córdoba, León, Soria ... Se vogliamo andare come UNIDOS PODEMOS, dovremo organizzarci. Dobbiamo costruire liste in molti villaggi, e questo è molto difficile. Queste sono le mie idee, dobbiamo superare il pessimismo.

D. Come valuti l'attuale situazione politica? Vedi il governo di Sanchez forte? Può resistere?

Stiamo sopportando e resistendo a questo governo. Ne portiamo il peso e, anche, tacendo fino a limiti incredibili. Iglesias lo dice molto chiaramente, il blocco della mozione di censura. [il 1 giugno 2018 il parlamento spagnolo approvava una mozione del PSOE di censura (sfiducia) contro il Governo Rajoy il quale dopo dovette dimettersi per fra posto al governo del  PSOE. Governo a cui UNIDOS PODEMOS ha dato e continua a dare apoggio esterno, ndt]

 Credo che si sarebbe dovuto creare nel Parlamento un comitato di collegamento tra le forze della mozione di censura per portare il programma che in qualche modo è salito al potere dopo la mozione di censura. Questo non è stato fatto, Sanchez negozia con ciascuna delle forze politiche e noi abbiamo trovato la difficoltà di un governo timorato che vuole piacere a tutti e non scontrarsi con i poteri forti del paese.


È alquanto estenuante la lotta permanente affinché il PSOE realizzi ciò che ha promesso. Dobbiamo incalzarlo con una forza gigantesca, visto che non è in grado di mollare coi tre elementi che lo spaventano: non disturbare i poteri economici, il suo allineamento con gli Stati Uniti e il suo allineamento con Bruxelles. Dico che il PSOE è uno e trino.
Com'è possibile sostenere un governo che sta difendendo un colpo di stato in Venezuela? Lo stiamo facendo, ciò che per persone di sinistra e democratici, che è molto difficile. Domenica scorsa, El Pais raccontava come gli USA hanno speso anni per strangolare il Venezuela, ciò che Donald Trump accelera, che le dimissioni del Segretario di Stato aveva a che fare con l'accelerazione dei ritmi del colpo di stato che Bolton ha passato mesi a lavorare per rovesciare il governo Maduro ...
Non parlo solo del Venezuela, ma anche dei criteri imposti da Bruxelles. Abbiamo un governo che è più preoccupato di andare d'accordo con Bruxelles rispetto alle classi lavoratrici spagnole. Abbiamo un governo molto debole e penso che la debolezza sia perché non conta su di noi, questo è il paradosso. Non è in grado di supporre che abbia 85 deputati [quelli di UNIDOS PODEMOS, ndt] e che sarebbe più forte se facesse ciò che dice e diventasse l'asse di una maggioranza che cambia il Paese. Abbiamo un problema molto serio con il PSOE. Se fanno quello che fanno ora, potrebbero sperare in un UNIDOS PODEMOS più piccolo per tornare all'inizio, per chiudere un accordo con Ciudadanos. Dobbiamo agire in modo molto efficace.

* Fonte: Cuarto Poder
** Traduzione a cura della redazione

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