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mercoledì 15 novembre 2017

SUCIDI ECONOMICI: ECCO I DATI

Suicidi per crisi in Italia | I dati dal 2012 ad oggi | Imprenditori i più colpiti

[ 15 novembre 2017 ]
Suicidi per crisi in Italia | I dati dal 2012 ad oggi | Imprenditori i più colpiti
Più di 700 morti dal 2012 ad oggi, 81 nel primo semestre del 2016.“ Anzitutto piccoli imprendiori e disoccupati. Questo ci dice uno studio della Link Campus University di Roma. La ricerca è di un anno fa. Pubblichiamo alcune tabelle (cliccare per ingrandirle).








martedì 14 febbraio 2017

QUEL CHE MICHELE NON DICE... di Marco Rovelli

[ 14 febbraio ]

«Ho letto la lettera di Michele, suicidatosi a trent'anni. Un fatto enorme, che non può non provocare la nostra empatia più profonda. Michele è una vittima. E il suo gesto merita tutto il rispetto che ogni gesto che ha a che fare con l'intimità delle vite individuali merita. Quella lettera l'ho vista ripresa più volte, riprodotta quasi fosse un manifesto rivendicativo generazionale. Ma quella lettera non è un manifesto: e non solo perché una dichiarazione di resa —che è diritto assoluto di ogni individuo, e non c'è alcuna colpa in questo— non può divenire un fatto collettivo, un legame sociale. Il fatto è che quella lettera è un sintomo. E un sintomo sta per qualcosa di cui è un'emergenza, e si manifesta nell'inconsapevolezza di ciò che lo determina.

Il senso di una sconfitta non può essere un manifesto generazionale. La generazione dei precari non è questo. Ciò che compare nelle parole di Michele —nel suo dolore che le ha forgiate— è l'introiezione passiva (inconsapevole) di un modello vincente. Non c'è resistenza; ma se non c'è resistenza (il potere produce attrito) la storia è finita. Ed è questa non-immaginazione che il potere presente vuole: vuole convincere tutti della mancanza di prospettive. Produce mancanza di immaginazione.

Qui, in questa lettera, non c'è solo una stanchezza metafisica (questa iterazione: “sono stufo...”), un'esaustione che polverizza la stessa capacità di fare domande, ovvero la natura più propria dell'animale umano. Qui, soprattutto, c'è la rivendicazione di una serie di pretese non soddisfatte. Si pretende “il massimo”. E siccome non l'ho avuto, la faccio finita, mi consegno al minimo. Una volta si gridava “vogliamo tutto”: ma quel “vogliamo tutto” nasceva da una pratica: vogliamo-dunque-celoprendiamo. E il massimo è diverso dal tutto: il tutto è una circonferenza in cui c'è posto per tutti; il massimo sta in un immaginario che vede una scala sociale naturale, e se c'è un massimo c'è anche un minimo, c'è qualcuno che vince e qualcuno che perde, e se nonostante tutti gli sforzi siamo tra i perdenti non lo accettiamo. E tanto meno riusciamo ad accettarlo nella misura in cui i nostri legami sociali sono tenui, nella misura in cui siamo stati costretti nell'individualismo regressivo, nell'isolamento che è la forma di vita a cui il tempo presente ci vorrebbe costringere.

Michele pretendeva (come potrebbe essere considerato tipico di una generazione in cui il Narciso ha sostituito l'Edipo, così ci dicono). Pretendeva che il mondo lo accogliesse (l'epoca “si permette” di accantonarmi: come può permettersi di ignorarmi? Perciò “imporrò la mia assenza”). Pretendeva che “l'altro genere” lo accogliesse: come fosse un suo dovere, per “l'altro genere” accogliere “il maschio”, e poiché non lo accoglie i sentimenti sono “sprecati”: dove sono sprecati solo sulla base di una concezione dei rapporti sociali come un dare-avere, come uno scambio, invece che una che legge i sentimenti come una donazione che non ha misura possibile. Questa pretesa può essere compresa solo sullo sfondo di quei sogni che questo tempo fa balenare, salvo poi sottrarsi e lasciare chi non coglie le promesse di felicità come un naufrago, fino a soccombere.

Michele è una vittima di questo tempo. E una vittima deve essere ascoltata fino in fondo, per quello che dice e per quello che non dice. Perché quello che non dice, e non lo dice perché lui stesso non lo sa, ci indica una via d'uscita. Quella che, ahimé, Michele non ha avuto la forza di cogliere».

* Fonte: Micromega

venerdì 10 febbraio 2017

DAVANTI AL MISTERO DELLA MORTE di Nello De Bellis

[ 10 febbraio ]

Le precedenti riflessioni sul suicidio di Michele: QUI e QUI.

«Il mondo in sé non è ragionevole: è tutto ciò che si può dire. Ma ciò che è assurdo è il confronto di questo irrazionale con il desiderio violento di chiarezza, il cui richiamo risuona nel più profondo dell'uomo. L'assurdo dipende tanto dall'uomo quanto dal mondo, ed è per il momento il loro solo legame». 
Albert Camus

Cari compagni, ritengo importante questo dibattito sul suicidio del povero Michele poiché vuol dire che nonostante la dura scorza di militanti rivoluzionari, non siamo le copie speculari dei nostri nemici sistemici e non ci appassioniamo soltanto ai temi politico-economici e all'auspicata sollevazione ma ci resta, malgrado tutto, un cospicuo residuo di umanità.

Pur non essendo un filosofo professionale e non andando in televisione come Fusaro, mi proverò a dire qualcosa non per semplice dovere di partito (pardòn, movimento), ma perché lo sento. Naturalmente dirò delle cose (non stratosferiche, per carità), ma che potranno apparire gergali o erudite, sia pure in un contesto di persone colte e intelligenti, qual è il nostro Comitato Centrale. 

Cominciamo col dire dunque che il suicidio è la forma negativa della libertà assoluta e, voglio aggiungere, non è scelta in sé deplorevole se, come ad es., per gli Stoici, la libertà è un bene superiore alla stessa vita —Vivere non est necesse, navigare necesse est. Se venivano meno le condizioni per un'esistenza dignitosa e serena, i saggi stoici dovevano, si badi bene, dovevano, togliersi la vita. Nulla era infatti considerato più magnanimo che il gesto della libera morte, in mezzo a figli e testimoni. Può essere considerato il caso di Socrate, che in un certo senso volle morire, perché erano venute meno in Atene le condizioni della libera ricerca e dell'indagine speculativa, e che preferì la morte al silenzio che la debole e ambigua democrazia del tempo voleva imporgli.

E' il caso ancora più eclatante di Catone Uticense, che si uccise per protesta contro il venir meno delle forme dell'antica libertà repubblicana e l'instaurarsi della dittatura di Cesare, al punto che Dante ne fa il custode dell'Antipurgatorio —"Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta". Purg. I,71-72.

Dunque Michele si è ucciso poiché non sopportava di essere astrattamente libero, lasciando sussistere le condizioni esterne che vanificavano la sua libertà e dignità. "Ma Bruto è un uomo d'onore"...Ora il problema è che, esattamente come lo spettro del padre di Amleto, il suicidio è il convitato di pietra che ci mette improvvisamente, inaspettatamente, brutalmente in un rapporto assoluto con l'Assoluto
e l'Assoluto per noi storicisti, in quanto marxisti (di ascendenza idealistica) è la Morte, che è irriducibile alla storicità, anzi che sempre e comunque la trascende. Per noi la realtà è Storia e nient'altro che Storia, vale a dire totalità dialettica determinata dal meccanismo della trasformazione sociale (Hegel, Marx, Croce, Gramsci, Preve, Bontempelli, etc.). 

E poi, e dopo? Ogni morte è per me occasione di raccoglimento, perché la Morte mi mette di fronte al Mistero, alla trascendenza, non nel senso immediatamente religioso del termine, ma metafisico, poiché essa annulla e trascende dunque la dimensione storica che è per noi la dimensione della (consapevole) produzione materiale dell'esistenza. A differenza del problema, che è qualcosa che sta interamente dinanzi a me, che posso delimitare e affrontare con un certo metodo, il mistero è qualcosa in cui sono pienamente coinvolto, in cui (come voleva Gabriel Marcel) non posso distinguere tra "in me e davanti a me". Qui non può esservi più l'atteggiamento del soggetto storico, politico o collettivo ma "è lo stesso recuperarsi e raccogliersi del pensiero nelle sue radici ontologiche". La Morte ripropone ogni volta il mistero ontologico, la domanda sull'Essere che è alla base del soggetto stesso che la pone. 

ALBERT CAMUS
E' stato Camus, per concludere, che ha visto nel Mito di Sisifo (tornando al tema del suicidio) l'emblema dell'assurdità della condizione umana, squilibrata tra l'infinità delle aspirazioni e la finitezza delle possibilità e culminante nella vanità di tutti i suoi sforzi. Più precisamente l'assurdo per Camus scaturisce dal "divorzio" di ragione ed esistenza, ovvero dal contrasto tra l'opaca, ottusa resistenza della realtà e il bisogno umano di felicità e chiarezza. 
«Il mondo in sé non è ragionevole: è tutto ciò che si può dire. Ma ciò che è assurdo è il confronto di questo irrazionale con il desiderio violento di chiarezza, il cui richiamo risuona nel più profondo dell'uomo. L'assurdo dipende tanto dall'uomo quanto dal mondo, ed è per il momento il loro solo legame». 
Poi, ne L'Uomo in rivolta, Camus ha descritto nelle sue varie forme, la rivolta metafisica, cioè «Il movimento per il quale l'uomo si erge contro la propria condizione e contro l'intera creazione», rivendicando un'unità felice contro la sofferenza del vivere e del morire. L'Homme revoltè siamo o dovremmo essere noi, il Noi siamo che si pone davanti alla Storia, che a sua volta deve fare i conti con questa soggettività cosciente che si propone la difesa della comune dignità umana, "che non posso lasciar avvilire in me stesso e neppure nell'altro". 

Speriamo...Saluti. 

Nello De Bellis (P101)

giovedì 9 febbraio 2017

RIFLESSIONI (SCOMODE) SUL SUICIDIO DI MICHELE

[ 9 febbraio ]

Ieri pubblicavamo quanto Enea Boria ha scritto sul suicidio di Michele. Le sue riflessioni hanno suscitato un dibattito tra compagni di P101. Rispetto alle sciocchezze che circolano sui giornali (vedi, ad esempio, QUI e QUI), un pizzico di pensieri sensati.

CONTRO IL NICHILISMO

«Ringrazio Enea per aver segnalato la lettera del suicida Michele e le sue riflessioni.
“Parliamone”, ci chiede Angela.E allora parliamone.

Mi pare che le riflessioni di Enea non c’entrino il bersaglio o, quantomeno non vadano al cuore del discorso.
Michele ci sta indicando la luna, non fissiamoci sul dito.
Forse mi sbaglio, ma colgo un abisso di funereo nichilismo nella lettera di commiato, un abisso tetro entro cui la denuncia sociale sprofonda fino a diventare del tutto irrilevante. Peggio: funzionale all’autoannientamento di sé.
La frase che a me pare costituisca il centro geometrico del suo discorso potente, è questa:
«Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino... Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie... Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri».
E’ indubbia la profondità filosofica ed esistenzialistica di questo racconto. A questo livello dovremmo essere in grado di misurarci, se possibile evitando banalizzazioni politiciste. Michele non scrive parole a caso, esprime un pensiero coerente, ci scaraventa addosso una vera e propria visione del mondo, nichilistica appunto. Un nichilismo che certo viene da lontano, da molto molto lontano, ma che è diventato, qui sta il punto che strappa la questione ai cenacoli dei filosofi, un senso comune tra le nuove generazioni. Un nichlismo autodistruttivo che porta i pochi al suicidio ed i più alla catalessi, al disincanto paralizzante, all’eutanasia. Un nichilsimo certamente indotto ma profondamente introiettato, che è diventato un vero e proprio genocidio di massa delle volontà.
Misuriamoci, per batterlo, con questo nichilismo di massa, altrimenti saremo sopraffatti.
E questo a me pare proprio il terreno su cui ci giochiamo il futuro del nostro Paese, e con esso quello della nostra causa socialista.

Forse mi sarà sfuggito qualcosa, ma non leggo in rete altri giudizi se non quelli di empatia —dichiarata o sottesa—con Michele suicida, una obliqua condivisione che si fa scudo del comune rifiuto del mondo in cui viviamo.

Non va bene, non va per niente bene.

Vogliamo parlarne davvero? Facciamolo per dio!

Spero capendo che qui la lotta è su due fronti, quello politico-sociale contro il nemico che si erge davanti a noi, e quella etica (non banalmente culturale) contro il nemico che si annida (e dilaga insidioso) tra noi: il nichilismo. Se non lo battiamo tutto è perduto.
Altro che Costituzione, sovranità e democrazia! Se avanza l’autoannientamento nichilistico del soggetto rivoluzionario, tutto è perduto».

Moreno Pasquinelli


VITTIMA DELLA STORIA O DELLA SUA STORIA?



«Moreno, comincio dalla fine del tuo scritto.
“Se avanza l’autoannientamento nichilistico del soggetto rivoluzionario, tutto è perduto”.

Credo di intuire l’angoscia con cui paventi questa degenerazione che potrebbe coinvolgere un soggetto rivoluzionario, ma su alcune conclusioni sarebbe meglio riflettere fino in fondo.

Un soggetto rivoluzionario non può essere nichilista per definizione.

Un soggetto rivoluzionario si attiva per qualcosa, per una sostanza concreta, ovvero l’affermazione di una realtà antagonista di quella esistente e ad essa opposta, in cui i canoni di riferimento vengono capovolti, rivoluzionati.

Sul piano filosofico quindi il soggetto politico rivoluzionario è al riparo dal nichilismo “culturale” o dal pessimismo passivo rispondendo al semplice principio di non-contraddizione della logica classica aristotelica, non potendo affermare contemporaneamente una cosa e il suo contrario.

E fin qui la filosofia che a mio avviso è, insieme alla cultura in generale e alla politica, parte di una stessa sfera che trova riscontro nella realtà fatta di bisogni da soddisfare, realtà che è al centro della sfera determinandola e lasciandosi di riflesso determinare.

Condivido molto di quanto ha scritto Enea, soprattutto quando in sostanza interpreta le ragioni di Michele come un atto fondamentalmente egoistico per quanto degno di rispetto e riflesso di un pensiero dominante. Così come condivido che questo fatto rappresenta una sconfitta per tutti noi.

Consideriamo il fatto che non sono pochi quelli che lotterebbero e vorrebbero ribellarsi non per sfogarsi ma per costruire ma che non sanno da dove cominciare anche se sarebbero pronti ad arruolarsi in un "esercito" che non c'è, o che non c'è ancora.
In questo senso la sconfitta è anche nostra, parlo di noi che abbiamo fatto dell'impegno politico una ragione forte della nostra esistenza che coinvolge la sfera etica di valori riconducibili (spero) all'empatia sociale, ai valori di giustizia, solidarietà, pace.
Oggi che le condizioni oggettive si stanno consolidando dobbiamo capire come non restare isolati da quella parte della società per cui ci impegniamo e per la quale vorremmo lottare.
Questo nodo va risolto!

Poi Morene scrive:
“…Michele non scrive parole a caso, esprime un pensiero coerente, ci scaraventa addosso una vera e propria visione del mondo, nichilistica appunto. Un nichilismo che certo viene da lontano, da molto molto lontano, ma che è diventato, qui sta il punto che strappa la questione ai cenacoli dei filosofi, un senso comune tra le nuove generazioni. Un nichilismo autodistruttivo che porta i pochi al suicidio ed i più alla catalessi, al disincanto paralizzante, all’eutanasia. Un nichilismo certamente indotto ma profondamente introiettato, che è diventato un vero e proprio genocidio di massa delle volontà.
Misuriamoci, per batterlo, con questo nichilismo di massa, altrimenti saremo sopraffatti.
E questo a me pare proprio il terreno su cui ci giochiamo il futuro del nostro Paese, e con esso quello della nostra causa socialista”.
Questo non è semplicemente un appello.
E’ un manifesto, una vera e propria exhortatio che dobbiamo ricevere e non rendere vana riflettendo su quello che abbiamo fatto finora, su quello che stiamo facendo e su quello che vogliamo fare.

E’ difficile adesso stabilire se il ragazzo che si è ucciso sia vittima della Storia o della sua storia.
Probabilmente di entrambe ma sappiamo e non possiamo ignorare che la dimensione sociale di annullamento della dignità insieme a quella economica che la produce negando il soddisfacimento dei bisogni di base attraverso una banale ma indispensabile vita lavorativa, hanno avuto parte determinante in un gesto di rinuncia che non si può liquidare come deriva esistenzialistica o nichilistica capace di influenzare, per contagio, la sfera sociale che è già decisamente nichilistica, non per scelta ma per mancanza di alternative politiche, e quindi culturali, esistenziali.

In calce alla lettera tutti abbiamo letto: “P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi”.
Qui non c’è solo nichilismo. E’ un atto d’accuso e un riconoscimento all’arroganza di un potere che determina e che pare non si riesca a contrastare; un modo del conflitto e della politica di cui noi facciamo comunque parte, per quanto in chiave oppositiva e antagonista.

Spetta dunque anche a noi avere lungimiranza e polso della situazione.

Relativamente alla questione posta il vero problema non la realtà in quanto tale o il rischio di contagio nichilistico della sfera politica; il problema è che si è strutturata una realtà con cui il soggetto debole non può interagire se non subendola e questo crea un muro spesso e invalicabile che si chiama nihil, un vuoto sociale ed esistenziale in cui nessuna soluzione appare possibile.
Il problema non è degli ultimi, ma dei penultimi.


Voglio dire che il suicidio economico o anche culturale è legato ad un processo di declassamento che coinvolge solo marginalmente, sul mero piano statistico, gli occupanti dell’ultimo gradino, non avendo essi categorie di confronto perché non hanno mai avuto niente. Possono sì lasciarsi andare al fatalismo, alla rassegnazione o allo sterile ribellismo ma non ponderano l’idea di farsi fuori e non si lasciano contagiare dal nichilismo, perché a fronte di una sofferenza quotidiana di stenti legati alla sopravvivenza manca l’elemento psicologico della perdita.


Il fatto che l’ultimo gradino è sempre più affollato capovolge la direzione del conflitto sociale e spiega come in passato il conflitto veniva alimentato dalla prospettiva di guadagnare migliori condizioni di vita mentre oggi è determinato dall'angoscia di non perdere posizioni acquisite.


Questo fa la differenza ma non spiega del tutto come oggi c’è un conflitto di classe con le classi tradizionali rimescolate tra loro ma non c’è lotta di classe.

La lotta è una prospettiva esistenziale e non solo politica perché comunque definisce e rende attore un soggetto rispetto alla realtà.

Quando dici che su questo terreno ci giochiamo il futuro del nostro Paese, e con esso quello della nostra causa socialista, dici la cosa giusta.

Il nichilismo lo si combatte portando la lotta da virtual game, da simulazione, a scontro reale, nei modi e nei termini consentiti dall’oggettività storica della situazione che resta maledettamente conflittuale.

In questo tutti noi dobbiamo sentire una grande responsabilità.

Il marxismo non è un modello di società definito ma un metodo di comprensione della realtà storicamente data; metodo che predispone all’azione affinché un modello sociale contrapposto, politicamente giustificato, possa avere la ragionevole aspettativa d’affermarsi.

Noi che ci consideriamo un’avanguardia politica dobbiamo ricordarci che si va avanti a guardare per poi ritornare alla base e organizzare l’azione, e la base è in mezzo ai ceti popolari distrutti dalla crisi; allo stesso modo dobbiamo essere capaci d’agire in retroguardia difendendo la nostra missione dall’opportunismo, e oggi, nel mondo dell’immagine, anche dal narcisismo e dall’esibizionismo in cui troppo spesso alcuni nostri interlocutori parlano di se stessi e troppo poco dei destinatari delle politiche che vorremmo realizzare.

Quindi ricevo il tuo appello compagno Moreno, e senza trascurare l’importanza strategica delle conferenze e degli incontri al vertice, dovremo essere lì, dove il conflitto brucia.

Con la prudenza di non declinare da avanguardia politica ad élite pensante possiamo affermare che la lotta saggiamente organizzata nel popolo, con il popolo e per il nostro popolo è il miglior antidoto contro ogni forma di nichilismo».
Franz Altomare

Libero arbitrio e individualismo


«E' giusto parlarne, perchè quando si è persone che si impegnano nella società è fondamentale avere dei moventi e confrontarli.
Avere dei moventi non vuol dire soltanto avere un programma ma, forse ancor di più, vuol dire avere una visione del mondo e della vita, essere portatori di una cultura politica.

Moreno ha sicuramente ragione dicendo che in questo caso ciò che lascia attoniti è il nichilismo e del resto io, che non sono in generale troppo portato a mettere le questioni sul piano filosofico, ho indicato un bisogno operativo per combattere una società che genera inevitabilmente "persone-scarto".

Indicherei però diversamente le cose dalle quali questo nichilismo viene fuori, in altri significanti e in altri passaggi.
Il problema per me non sta nel fatto che uno dica "sono arrivato libero e me ne vado libero, se qui non mi piace".
E' già più problematico, invece, che il libero arbitrio obbedisca soltanto all'individuo.
Sulla mia vita, si, perchè sono agnostico e questo è un punto di vista da senzadio.
Ma le mie scelte su un'infinità di altre cose non sono mica solo cazzi miei, dato che ho delle responsabilità verso gli altri.
Il libero arbitrio non mi giustifica, altrimenti diventa un libero arbitrio da delinquente.

Quindi attenzione: quand'anche una persona non creda di dover rendere conto in un'altra vita ( e la logica di questo ragazzo mi pare indichi questa tendenza ), questo significa che un senso a sé stessi bisogna costruirselo QUI, adesso. Non essendoci né premi né ricompense, né "compensazioni" ( gli ultimi saranno i primi ), non ci sono margini per riparare a fallimenti nei quali si sia messo sforzo sincero e buona fede.
Hai una sola mano da giocarti: se te la giochi male ti tocca morire senza rispetto di te stesso e questo aumenta enormemente la responsabilità che adesso uno deve sentire verso sé stesso E GLI ALTRI. La buona fede, lo sforzo sincero, nemmeno l'altruismo bastano.
La posta è massima minuto per minuto e non ci sono gli esami a settembre.
Puoi anche pensare che non ci sarà un Giudice ma, dal mio punto di vista, questo vuol dire che giorno per giorno ti tocca essere giudice di sé stesso e ti tocca pure essere cattivo, se non vuoi arrivare alla fine della sola mano che hai da giocarti pensando di averla sprecata perchè sei un pirla.

La dimensione nichilista di quel che Michele ha pensato prima di morire per me sta nel fatto che in quello che dice....non ci sono gli altri.
Ci sono le aspettative frustrate ( ingiustamente ), dell'individuo.
C'è la denuncia, puntuale, delle storture di una società che non si sforza più neanche remotamente di essere per tutti, ma c'è un insieme di aspirazioni che non ha mai la prospettiva di quel che possiamo fare con gli altri.
In una dimensione sociale, che non sia semplicemente trovarsi una donna che in fin dei conti significa semplicemente per entrambi ampliare la sfera del sé stessi.
E manca quindi la comprensione, ovvia e naturale, del fatto che per chi queste ingiustizie le subisce, è solo lo spirito di corpo con chi subisce la stessa ingiustizia la strada di un riscatto; perchè sull'ingiustizia qualcuno prospera e l'ingiustizia non si risolve perchè lo chiedi per piacere, perchè hai studiato, perchè sei diventato un bravo grafico, ti sforzi di essere onesto, credi che ciascuno dovrebbe avere un posto a questo mondo.
Col piffero, non è mai stato così.
Non c'è MAI stata una redenzione individuale, salvo sporadiche botte di culo.
Non c'è bisogno di essere comunisti formati per sapere che l'unione fa la forza per chi non nasce figlio di papà: sarebbe banale buon senso.

Non lo è però per la narrazione fintamente meritocratica del madeself man che è poi la narrazione dominante che tiene buona la gente, la inevitabile massa degli sconfitti, perchè la sua conseguenza ovvia è che se sei sconfitto è colpa tua!
Altro che protestare, hai avuto quel che meritavi.
Che sia forse questo ciò che ha schiacciato Michele? Questo giudizio? Temo che sia più che un semplice dubbio.

Che hai fatto Michele, per ribellarti insieme agli altri milioni di sfigati?
Che hai fatto Michele, per essere veramente anticonformista, quando esserlo veramente significa non sentire sul proprio cuore il peso della disapprovazione altrui di cui invece poche righe prima ti lamentavi, dicendo di averne abbastanza?

E' la dimensione, anzi, l'orizzonte assolutamente impolitico di una denuncia che pure è politica perchè è denuncia di ingiustizia, ad essere nichilista; perchè non contempla una prospettiva di riscatto se non individuale.
Il che è una contraddizione in termini, se non sei nato dal lato giusto del privilegio.

Questa è la dimensione, ai miei occhi, tragica di Michele.
L'ideologia liberale e la società che ne discende lo hanno ucciso. Ma lui quella società oscena non sapeva leggerla in altro modo che attraverso il liberalismo, cioè l'individualismo metodologico, e proprio per questo non ha capito che procedendo individualmente e pensando individualisticamente, non poteva fare altro che fallire.
Ha perso perchè in realtà non ci ha provato; si è esaurito e consumato nel tentativo sbagliato.

Questa, purtroppo, è anche la misura di quanto nella fase storica che in questi giorni arriva ad esaurimento non ci abbiano semplicemente sconfitti.
Ci hanno asfaltati e non contenti hanno messo la retromarcia e ci sono ripassati sopra anche nell'altro verso.
Perchè quello che si capisce da quel che accade nel mondo confrontato con le parole di Michele, è che NON è vero che la storia è finita, ma nel senso comune della gente non è contemplato un altro modo per leggere la storia che sia altro dalla cultura e dal punto di vista di quelli che hanno vinto fin qui.
La storia ha sconfito Fukuyama, ma al momento solo la subcultura di Fukuyama è sul tavolo mentre quella lettura della storia crolla.
E un ragazzo ci ha rimesso la pelle.

Michele, a me, ha sbattuto in faccia questo.
Lui ha detto basta, alle sue condizioni. Questo lo rispetto, anche se non lo condivido.
Io resto qua invece, ma che lui sia morto, è una sconfitta anche a mia.
E' una sconfitta anche nostra.
Perchè non avremo alcun vero cambiamento la fuori con una semplice ribellione, fino a quanto le persone non reimparano da capo che alla vita e al senso di sé si può guardare anche in un altro modo da quello che la società dei vincitori ci ha insegnato, che vincere non è solo e necessariamente una affermazione individuale ma ad esempio, aver tempo da condividere con chi vuoi per fare quello che ti piace e non quello che "devi",perchè non hai bisogno di preoccuparti di mettere in tavola un pasto anche domani.
"Chissà cosa si prova a vincere"?
Il punto è: perchè dobbiamo accettare quel paradigma di cosa voglia dire vincere dato che in quel paradigma possiamo solo perdere?»

Enea Boria


«Dinanzi ad un comportamento violento c'è sempre la paura è come si sa dinanzi ad essa o si fugge o si attacca.
Credo che Michele sia vissuto nella paura da sempre , in famiglia, nei rapporti sentimentali , nella società'
Scrive:
Ho vissuto (male) per trent'anni
Scrive
Non si può pretendere di essere amati
Scrive
Di essere preso in giro, di essere messo da parte

Ci dice quindi che più' che essere CAPITO è' stato solo è sempre raddrizzato non ultimo da uno dei rappresentanti dello Stato, complimentandosi con il Ministro Poletti
Sono tutti capaci ad insegnare senza ascoltare i desideri le volonta' ed i bisogni dell'altro.

Il tema dei "soldi" ha invaso ogni campo della vita di ognuno è' il discorso principale che si affronta nelle case, nei luoghi di lavoro, nei programmi televisivi .....

Il denaro oggi ha comprato anche il più' importante degli insegnamenti che soprattutto i giovani hanno il diritto di riconquistare che è
QUELLO RIGUARDANTE IL VALORE E LA BELLEZZA DELLA VITA E CHE DINANZI A NESSUN OSTACOLO L' ESSERE UMANO È' AUTORIZZATO A PRIVARSENE

Il mio profondo grazie ad Enea,Moreno, Franz che oltre ad aver condiviso con tutti noi le loro profonde riflessioni hanno aggiunto vitalita' al nostro percorso, per combattere oltre all'euro,all'Europa e alla nato la PAURA.....voluta da veri criminali».
Angela Matteucci



mercoledì 8 febbraio 2017

IL SUICIDIO DI MICHELE di Enea Boria

[ 8 febbraio ]

La toccante lettera (vedi più sotto) con cui Michele ha giustificato il suo suicidio sta facendo il giro delle rete e dei media di regime. Una lettera, osiamo dire, filosoficamente densa, frutto del disastro sociale, ma anche figlia di T.I.N.A. (There Is No Alternative) e della cultura nichilistica che va per la maggiore e che dev'essere combattuta. Ci torneremo su....


Vedete: non perdere tempo con gli scannamenti correntizi delle sinistre in questo paese non è un atto di settarismo o di spocchia, ma di pulizia morale.
Si muore così in questo paese, come questo tragico articolo ci mostra; mentre si sa benissimo quali siano i problemi ma non si riesce a farne un orizzonte di lotta perché:
- qualcuno deve coltivarsi l'orticello,
- qualcun altro la rendita di posizione,
- a qualcun altro rode il culo dover, prima di riposizionarsi, ammettere che da 30 anni in qua non ci ha capito un cazzo,
- qualcun altro ancora deve difendere una idea di internazionalismo ( astratta ) e pure mutuata dai liberisti e gli interessa di più sentirsi puro che concreto
- qualcun altro, ancor più prosaicamente, ha una cadrega sotto al culo a Strasburgo e 15.000 €/mese di entrate, e che vuoi fare, sputarci sopra?
Vale per tutti, non è che c'è qualche soggetto meno colpevole e qualcuno di più.

Questo discorso vale dalla Rifondazione Comunista che resta inchiodata alla ferreriana teoria del tubetto di dentifricio e che perora la causa della disobbedienza all'UE dall'interno, come se essa fosse possibile dopo la dimostrazione empirica greca del fatto che l'unico modo per essere contro è essere fuori.

Questo discorso vale per Sinistra Italiana che ancora considera una base di discussione seria l'emendamento alla tesi n.14 del proprio congresso, a firma Cofferati, Castellina, Casarini ( e altri ) pensato per disarmare in un modo purchessia il pericoloso avventurismo della tesi base, per la quale si è impagnato Fassina, che invece costituisce proprio il risicatissimo minimo sindacale del senso della realtà necessario per provare almeno a rimettersi a ragionare sul mondo reale.

Questo discorso vale per tutti gli altri gruppi e gruppetti che, rifugiatisi in una dimensione parallela di rifiuto della realtà, si lavano la coscienza predicando rivoluzioni perché con una qualsiasi riforma è inutile sporcarsi le mani e come risultato non fanno altro che predicare allo specchio quanto son bravi non capendo quanto, in realtà, siano semplicemente inutili.

Questo discorso vale per chiunque consideri la propria ristretta identità più importante della vita di Michele.

Basta.

L'Unione Europea, epifenomeno regionale della globalizzazione, è in crisi e né i grandi capitalisti né gli eurocrati loro portaborse, né i nostri governanti-maggiordomi dei ceti dominanti, hanno una soluzione ovvia dall'alto per risolvere il problema: abbatterla per ripristinare condizioni minime di democrazia cioè di eguaglianza sostanziale, garantite dallo stato sociale e dall'impegno dello Stato per la piena occupazione in regime di economia mista, è UN DOVERE NON RIMANDABILE.
E' una questione di pulizia morale.

Non ce l'abbiamo altri 5 anni da spendere per spiegare a dirigenti politici decotti e ai 14 militonti che ancora gli vanno dietro convinti che la loro identità sia l'europeismo più che non la difesa del lavoro contro il capitale, che i DEF vengono stilati tenendo conto di parametri quali l'output gap o la disoccupazione di equilibrio non inflattiva e che quindi, per tenere in piedi l'euro, in Italia non possiamo far scendere la disoccupazione sotto l'11% o in Spagna e in Grecia sotto il 20%.

Non ce li abbiamo altri 5 anni per redimere idioti, cerebrolesi, liberisti per sentito dire convinti di essere comunisti, e/o collusi che devono fare discorsi compatibili con lo status quo perché devono difendere la propria seggiola da assessore eletto stando al gancio del PD.
O troveranno una soluzione dall'alto alla crisi europea completando questa oscena restaurazione oligarchica che della democrazia ci lascia solo formali e vuoti simulacri, o la soluzione l'avremo da destra, passando la liberismo a fascismo, da padella a brace.
Stretti tra Scilla e Cariddi bisogna lavorare SUBITO a una soluzione democratica, chiaramente altra sia alle destre liberiste sia alle destre xenofobe, al cui servizio tutte le sinistre devono mettersi senza farci perdere ulteriore tempo in CAZZATE.

Chi non ha capito dopo 8 anni di crisi non è parte della soluzione ma del problema; dirigenze che si ostinano a non dire il necessario o sono troppo inette o troppo in malafede.
Nel frattempo destre più spregiudicate cavalcano la medesima contraddizione condendola con razzismi assortiti, islamofobia e prospettive di stato minimo cioè di liberismo con altri mezzi. ( Da AfD alla Lega passando per FN la musica è sempre la stessa: sicuritarismo sbirresco, guerra tra poveri, odio verso i più disgraziati invece che verso gli sfruttatori, modello dello "stato minimo" liberista reiterato con altri mezzi, transitando dal mercantilismo subìto al mercantilismo praticato )
Insomma parliamo dell'ennesimo tragico inganno, ma ugualmente più "credibile" agli occhi del sofferente popolo lavoratore perché almeno essi partono dal confrontarsi con una contraddizione reale che la gente ha ormai compreso e che a sinistra si preferisce continuare ad esorcizzare.

Serve un movimento popolare, democratico, socialista ( ma si può anche non dirlo apertamente se qualche democratico non troppo di sinistra si spaventa per i nomi. I nomi non sono mai una priorità rispetto alla sostanza ) ma non identitario, al limite populistico, che parli semplicemente e dica la verità.
Lo dobbiamo a Michele.

Tutto il resto, diciamocelo, sono ormai soltanto squallide seghe mentali; masturbazioni in politichese cinicamente dispensate stando coi piedi sopra le tombe dei morti, chiacchiere che non meritano più alcun rispetto.

Quando non ci sono più soltanto in ballo culture e identità politiche ma le tombe di ragazzi ancora giovani che si ammazzano perché questa società è diventata troppo oscenamente ingiusta, essere pratici e pragmatici oltre che indisponibili a ulteriori perdite di tempo, diventa una questione sopra a tutto il resto di pulizia morale.



LA LETTERA D'ADDIO DI MICHELE

Con questa lettera un trentenne friulano ha detto addio alla vita. Si è ucciso stanco del precariato professionale e accusa chi ha tradito la sua generazione, lasciandola senza prospettive. La lettera viene pubblicata per volontà dei genitori, perché questa denuncia non cada nel vuoto: «Di Michele - dice la madre - ricorderemo il suo gesto di ribellione estrema e il suo grido, simile ad altri che migliaia di altri giovani probabilmente pensano ogni giorno di fronte ad una realtà che distrugge i sogni»

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.
Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.
Michele
Da Il Messagero veneto (edizione di Udine) del 7 febbraio.

martedì 19 maggio 2015

2014: I SUICIDI SOCIALI SONO AUMENTATI

[ 19 maggio ]

Ieri sera uno degli organi di propaganda del neo-regime renziano, per la precisione il Tg2, ha ricapitolato i dati sui suicidi causati da fattori economici e sociali (fallimenti, perdita dei posti di lavoro, debiti, mancate riscossione di crediti e salari, ecc.) in Italia.
Opera meritoria quanto inaspettata. 
Da quando Renzi è salito al governo, la narrazione essendo quella ottimistica "della volta buona", la consegna dei media è stata infatti quella di tacere su uno degli effetti più tragici non solo e non tanto della crisi, bensì delle politiche austeritarie seguite dai governi sotto dettatura di Bruxelles e Francoforte, soprattutto da Monti in poi.
A causa di questa censura si è stati indotti a credere che i suicidi/omicidi sociali fossero scemati e che il picco fosse stato toccato nel biennio 2012-2013.
Ebbene i dati (che secondo noi sono in difetto) dimostrano il contrario.
Qui sotto una grafica quanto mai istruttiva di quanto tragica resti la situazione e di quanto spaziali siano le balle di Renzi. I suicidi nel 2014 sono aumentati quasi triplicati, così come i tentati suicidi.



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