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giovedì 11 aprile 2019

LANDINI... PIÙ IN BASSO DI COSÌ di Andrea Zhok

[ 11 aprile 2019 ]

L'8 aprile scorso Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, in vista del voto alle prossime elezioni europee dal 23 al 26 maggio hanno firmato un «appello per l’Europa». 



*  *  *


Le maggiori sigle sindacali, capitanate dal segretario della CGIL Maurizio Landini, hanno unito le loro forze a quelle di Confindustria per sottoscrivere un comune appello.
In esso si esortano “i cittadini di tutta Europa ad andare a votare alle elezioni europee per sostenere la propria idea di futuro e difendere la democrazia, i valori europei, la crescita economica sostenibile e la giustizia sociale”.

L’appello è specificamente rivolto contro “quelli che intendono mettere in discussione il progetto europeo per tornare all’isolamento degli Stati nazionali, richiamando in vita gli inquietanti fantasmi del novecento”.
Chiosando l’appello, conclude Landini: “Noi pensiamo di aver bisogno di più Europa, di un’Europa diversa da quella dell’austerità, lontana dai cittadini e dai lavoratori. Indichiamo un’Europa capace di dare prospettive di lavoro ai giovani, aperta al mondo, fattore di stabilità e pace, che sa accogliere. Un’Europa capace di compensare e ridurre le diversità economiche e sociali che vivono al suo interno”.
Ci sarà un giorno in cui nei libri di storia si chiederanno come tutto ciò sia stato possibile.
Ci si chiederà come è stato possibile che la totalità dei rappresentanti dei lavoratori di un paese si siano uniti in un fronte comune a difesa di un meccanismo istituzionale, l’Unione Europea, che ha demolito per vent’anni la dignità del lavoro in Italia e in gran parte d’Europa.
Dopo vent’anni di dumping fiscale e sociale, di austerità, di monetarismo, di tutela del grande capitale, di concorrenza fiscale al massimo ribasso, di accoglimento di paradisi fiscali interni all’UE, di ricatti a colpi di spread, di macelleria sociale greca, dopo tutto questo e molto altro ancora ci voleva proprio il terribile sindacalista trinariciuto, quello che “non le manda a dire al padronato”, che firmasse un appello con la Confindustria per avere “più Europa.”
Ma naturalmente non un’Europa qualunque, beninteso, no, questa volta sarà un’Europa del tutto diversa, nuova, verginale, idealista, quella dei “valori europei” della “giustizia sociale”. Questa volta, perché questa è la volta buona, non sarà più l’Europa di Juncker e Moscovici, non più l’Europa degli impuniti surplus commerciali tedeschi, non più l’Europa che “gli aiuti di Stato non si possono dare” salvo che si tratti di Airbus, di banche tedesche, di agricoltura francese, e insomma non staremo a guardare il pelo nell’uovo.
No, questa volta ci ergeremo a tutela del mondo del lavoro alleandoci, in questo eroico sforzo, con i santi protettori del sistema finanziario e del sistema industriale, uniti nella lotta per un’Europa più giusta e nella protezione degli interessi dei lavoratori.
Questa volta sarà tutto diverso, credetemi, parola di Landini.
* Fonte: Andrea Zhok

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lunedì 23 febbraio 2015

LANDINI? POTREBBE FARE PIÙ DANNI DI BERTINOTTI

[ 23 febbraio ]

«Noi vediamo una cosa sola: il tentativo di riciclare la narrazione dell'anti-berlusconismo, solo che al posto dell'ex-Cavaliere ci si mette il Matteo Renzi.
Non è aria per andare in paradiso».

Non sono lontani i tempi in cui Maurizio Landini inciuciava col neo-segretario del Pd Matteo Renzi, proprio sul Jobs act. Erano l'autunno del 2103, Governo Letta a Palazzo Chigi.
Ora la musica è cambiata. Landini, dall'endorsement a Renzi mentre scalava il potere, ora fa fuoco e fiamme contro un governo che, dice giustamente, non solo ubbidisce alla Confindustria ma applica alla lettera i dettami contenuti nella famigerata lettera della Bce dell'agosto 2011.

La novità? è che, dopo averlo ripetutamente negato, Landini ha annunciato ufficialmente che "entrerà" in politica, candidandosi a portabandiera di una nuova formazione di sinistra. Lo ha fatto in un'intervista rilasciata ieri ad il Fatto Quotidiano.

Non è la prima volta che un dirigente sindacale, sconfitto sul suo terreno, si lancia nell'arena direttamente politica. Tuttavia, a differenza di Guglielmo Epifani, non vorrà fare il comprimario, né essere coptato come avvenne per Bertinotti. L'intervista ha immediatamente suscitato polemiche, così che Landini si è affrettato a smentire: "Non ho mai detto di voler fondare un partito".

Landini, in effetti, nell'intervista ad il Fatto, non sostiene che fonderà un nuovo partito (troppo rischioso) bensì...:
«Sta quindi pensando a un partito? No, sarebbe una semplificazione.
A cosa, allora? Occorre la rappresentanza di quegli interessi. Apriamo questa discussione esplicitamente. Per quello che riguarda la Fiom dobbiamo rivolgerci a tutto ciò che è rappresentanza sociale, non solo i lavoratori. C’è tutto un mondo che si deve porre il problema di come affrontare questo nuovo quadro.
È l’idea della coalizione sociale? Sì. È un tema che come Fiom abbiamo già posto a settembre nella nostra assemblea dei delegati. Il sindacato si deve porre il problema di una coalizione sociale più larga e aprirsi a una rappresentanza anche politica. Quando un Parlamento cancella lo Statuto dei lavoratori con un colpo di spugna a essere rappresentato è solo l’interesse di uno, del più forte».
Smentita capziosa. Se non è zuppa è panbagnato verrebbe da dire. Landini avrà modo di spiegare nelle prossime settimane che cosa egli intenda per "coalizione sociale". Certo, la forma ha la sua importanza, ma nella sostanza egli sta dicendo che vuole mettersi a capo di duna nuova formazione politica. E' facile immaginare che egli punta a raggruppare i rimasugli della sinistra arcobalenica, tardo-comunista, sellina e Pidì-sinistrata. 

Se ci riuscirà staremo a vedere. Molti sono gli ostacoli, primo fra tutti è che in quell'area sono molti i galli a cantare, i burocrati e i ceti politici abbarbicati ai loro piccoli feudi. Tuttavia non è escluso che proprio Landini possa fungere da catalizzatore e mettere assieme i cocci di una sinistra che per quanto decotta e priva di idee, sa di potere fare affidamento su un bacino elettorale potenziale che oscilla tra il 5 ed il 10%.

Il problema è cosa vorrà farci di questo consenso. In altre parole quali saranno la linea, la strategia e dunque la natura politica di questa "coalizione sociale". C'è poco da essere ottimisti. Vorremmo sbagliarci ma sentiamo il solito lezzo di un ceto politico che tenta di sopravvivere, che non vuole soccombere ai suoi stessi fallimenti e prova a mettere assieme i cocci. 
Di ben altro c'è bisogno nelle drammatiche condizioni in cui versa il Paese.

Cosa infatti proporrà il Landini ad un Paese oramai privo di vera sovranità nazionale e che si è lasciato alla spalle la democrazia parlamentare? Cosa dirà di un'Unione europea che la vicenda dei negoziati sulla Grecia si dimostra irriformabile? Cosa dirà del regime della moneta unica che si è dimostrato una macchina da guerra contro il popolo lavoratore?

Buio pesto.

Noi vediamo una cosa sola: il tentativo di riciclare la narrazione dell'antiberlusconismo, solo che al posto dell'ex-Cavaliere ci si mette il Matteo Renzi. 
Non è aria per andare in paradiso.

venerdì 7 novembre 2014

ACCIAIERIE AST DI TERNI: "VERGOGNATEVE!!" (Landini contestato dagli operai)

6 novembre. Dopo svariati e snervanti giorni di sciopero ad oltranza, di blocchi 24h alle portinerie sui tre turni, e all'uscita delle merci, di presidi permanenti in comune ed in prefettura; malgrado il minaccioso "allarme meteo" centinaia di lavoratori dell'Ast si sono recati a Roma sotto il Ministero dell'economia, dove si riapriva il tavolo negoziale. [Nella foto accanto l'arrivo degli operai Ast sotto il Ministero] 

Dopo sette ore di presidio  dell'ingresso del Ministero, senza che i sindacati si fossero degnati di informare i presenti sull'andamento della trattativa (mentre le agenzie battevano le indiscrezioni) un membro della Rsu scendeva in strada a presentare l'accordo raggiunto. Ci dice al megafono che l'accordo prevede il reingresso al lavoro del personale amministrativo (impiegati). Il pretesto è la consegna degli stipendi di ottobre (spacciata come vittoria). Vergognoso trucco: le buste paga erano già pronte e comunque per farle non servono tutti gli amministrativi come chiesto dall'Azienda. Si tratta di fatto della rottura dello sciopero.

All'ingresso del Ministero oggi

E' esplosa subito la rabbia operaia, la contestazione dei lavoratori, che han subito capito che si trattava di una bidonata, di una vergognosa concessione alla Thyssen. Subissato dai fischi e dalle grida il membro della Rsu deve lasciare la parola a Landini. 

I sindacati collusi han mandato quindi avanti Landini a giustificare l'inciucio. Non ha fermato le contestazioni. Qui sotto il video che riprende tutta la scena. Domani pubblicheremo un altro video in cui Landini, contestato da un operaio, ostenta la sua arroganza, sintomatica della sua difficoltà a giustificare l'ingiustificabile.

Più sotto il commento a caldo di Sergio Bellavita della Rete 28 Aprile. (ci scusiamo coi lettori per la fretta, torniamo da una giornata campale)







Vertenza Ast Terni: la Fiom non tiene

di Sergio Bellavita 


 E' terminato da molto l'incontro tra le organizzazioni sindacali, i vertici di ThyssenKrupp e il ministro Guidi quando sotto il ministero dello sviluppo economico di via Molise, nella totale assenza di informazioni dirette ai lavoratori, cominciano a circolare negli smartphone degli operai ,giunti da Terni per difendere l'acciaieria e il loro futuro, foto dei testi di un accordo firmato dai sindacati che sospenderebbe lo sciopero per tutte le aree amministrative in cambio del pagamento degli stipendi e del mantenimento della trattativa a partire da lunedì 10 (...)
Nei giorni scorsi la multinazionale tedesca ha messo in campo il più bieco e classico dei ricatti contro lavoratori in lotta e che avranno la busta paga di novembre pesantemente leggera per le lotte di queste settimane: o si rientra a lavorare o niente stipendio di ottobre! Gli operai rumoreggiano sempre di più per la mancanza del sindacato che spieghi loro cosa sta succedendo, mentre il fatto che le decine di giornalisti presenti battano agenzie sui contenuti dell'intesa mentre loro sono all'oscuro di tutto non fa che crescere la tensione. Ci vorrà ancora un'ora prima che la delegazione sindacale scenda. Alle 15.20 circa eccoli finalmente. La lettura di un comunicato congiunto Fim-Fiom-Uilm-Fismic-Uglm è affidata a un funzionario con il megafono che stenta a farsi ascoltare perché sovrastato da urla fischi e insulti.
Il comunicato, gelido, conferma l'accoglimento della sospensione dello sciopero in tutti i reparti amministrativi in virtù di una disponibilità dell'azienda alla revisione del piano industriale ed al pagamento delle retribuzioni di ottobre.
La parola passa a Landini ma le proteste non cessano. Il segretario Fiom tenta di spiegare che non si è ceduto nulla, che dai cancelli non uscirà un bullone e che gli scioperi proseguono. Un intervento tutto in difesa che cerca di affermare la tesi del primo buon risultato quale frutto delle lotte.
I pochi applausi non riescono a controbilanciare i fischi, le urla, gli insulti o il silenzio attonito dei più che non hanno compreso per quale ragione il sindacato, compresa la Fiom e compreso Landini, abbiano accettato la sospensione dello sciopero in alcune aree senza aver ottenuto garanzie sul futuro dell'acciaio, della città.
I lavoratori che erano presenti al ministero non sono una semplice parte dell'azienda, sono il nerbo di chi sta sostenendo le lotte di questi mesi. Il loro giudizio vale mille volte quello di un amministrativo o di chi ha partecipato passivamente a questo lungo conflitto. E il loro è un giudizio drammaticamente negativo. La ThyssenKrupp pretendeva la ripresa della produzione senza condizioni. Sapeva che non l'avrebbe mai ottenuta senza un risultato concreto sulle prospettive dell'acciaio Ternano. Si è quindi accontentata di una sospensione dello sciopero in tutte le aree amministrative che certo non potranno far uscire le merci o produrre alcunché ma realizzano il fatto che è passata l'azienda. Questo chi lotta lo percepisce subito. Basta vedere i volti tiratissimi e ascoltare i capannelli di operai che litigano e urlano furiosamente tra loro per capire chi è passato e chi ha ceduto. Da domani il blocco totale dei cancelli non c'è più. Cosa abbia ottenuto il sindacato in cambio non è chiaro a nessuno. Così operai in sciopero e in presidio vedranno passare loro davanti gli autorizzati al lavoro. Questa è la vittoria concreta dell'azienda. Quello che gli serviva per spezzare l'unità dei lavoratori, fiaccare la loro resistenza e minare la credibilità di un sindacato che non può vantare una vittoria, nemmeno parziale, perché non c'è alcuna vittoria. Forse c'è un'apertura, uno spiraglio, una promessa di revisione del piano industriale, troppo poco tuttavia per sottovalutare l'impatto di questo cedimento sulle lotte e sventare il rischio di cadere nella strategia di sfiancamento da parte dell'azienda e del governo. Vogliamo sperare che sia solo un passo falso e che nella trattativa di lunedì e nei prossimi giorni si possa recuperare una vertenza che ha reso evidente una grande disponibilità a lottare anche in maniera radicale. Pur nella consapevolezza della durezza del ricatto della multinazionale tedesca e della difficoltà di tenere tutti insieme, continuiamo a pensare che un crescendo di mobilitazione così radicale si può fermare o rallentare solo quando si vince, quando insieme a chi lotta si decide ogni passaggio della vertenza. Questa sospensione parziale dello sciopero andava discussa prima di condividerla al ministero. Così non è purtroppo stato. E i sindacati sono apparsi nuovamente indistinguibili e lontani dal battagliero sentimento prevalente. Il fattore determinante della vittoria storica nella lotta dei 21 giorni alla Fiat di Melfi nel 2004 è stato esattamente questo. Mentre i vertici pretendevano la rimozione dei blocchi come condizione per trattare i lavoratori e la Fiom dissero no. La trattativa si doveva fare in sciopero totale, a blocchi in piedi. Fiat fu così costretta a sedersi al tavolo, per la prima volta nella sua storia, a fabbrica ferma. Nelle vertenze questi non sono elementi secondari. Fanno esattamente lo scarto tra vincere e perdere. I padroni lo sanno bene. Toccava alla Fiom, anche oggi, fare la differenza nella vertenza delle acciaierie di Terni dopo le manganellate della polizia di Alfano e Renzi. Doveva assumersi l'onere di alzare il livello dello scontro sino all'occupazione dello stabilimento. Ha deciso un'altra strada, speriamo non disastrosa per i lavoratori.

mercoledì 5 novembre 2014

LANDINI? VALORE E LIMITI DEL SINDACALISMO di Piemme

5 novembre.
Maurizio Landini da segretario della FIOM a leader del nuovo partito a sinistra del Pdr (Partito democratico renziano)?

La tracotanza con cui Matteo Renzi sta procedendo verso la demolizione definitiva dell’Art.18 ha rianimato la sinistra tradizionale. Non c’è dubbio che esista in questo Paese lo spazio politico per una forza antiliberista di sinistra. Renzi non solo l’ha messo nel conto, sembra addirittura auspicare questa nascita, poiché lo aiuterebbe a purgare il suo partito dai dissidenti. Tanto poi, pensa Renzi, con la nuova legge elettorale, chiuderò questo eventuale partito in una riserva indiana, che sarà quindi del tutto residuale e innocuo.

E’ vero che esiste in Italia (come del resto negli altri paesi europei) un ragguardevole spazio politico per un partito della sinistra antiliberista. Tanto più vista la deriva del Pd e le grandi difficoltà in cui versa M5S e l’evaporazione della Lista Tsipras. Esiste, più in generale, perché la crisi sociale accresce la polarizzazione sociale e politica. Quale funzione potrà avare questo eventuale nuovo partito?

C’è da soffermarsi sul gravissimo monito di Napolitano. In forma solenne ha affermato ieri (4/11) che il rischio che nel prossimo futuro avvengano disordini e scontri sociali è altissimo, e che essi saranno di un’intensità senza precedenti, e quindi il sistema sarebbe messo a rischio. Forse siamo prevenuti, ma noi sospettiamo che l’eventuale partito di Landini (che si chiami Partito del lavoro o altro) potrebbe essere perfettamente funzionale al disegno dei dominanti. Perché? Esso sarebbe, in ultima istanza, uno strumento (qualcuno direbbe socialdemocratico) per incanalare la protesta sociale, per evitare che debordi, per riportarla nel perimetro delle compatibilità sistemiche.


Da un altro punto di vista Landini è per il potere, un leader affidabile. Landini non è solo un fervente europeista, abbe modo di dire che “Non sarei contento se l’Italia uscisse dall’euro”:

«Dopo 20 anni di un’Europa fondata solo sulla moneta senza avere lavorato per costruire una Europa vera, sociale e del lavoro, fondata su regole fiscali comuni, l’Europa rischia semplicemente di esplodere. Io non sono tra quelli che sarebbero contenti se l’Italia uscisse dall’euro. Forse sbaglierò, ma continuo a pensare che ci sarebbe il rischio di pagare un prezzo troppo alto per le persone che noi rappresentiamo se tale questione non si affronta in modo diverso, ma è indubbio che la situazione come oggi rischia di esplodere anche noi non lo vogliamo». (Maurizio Landini, 26 novembre 2011)
Affermava questo concetto nel momento più critico della vita della moneta unica, ciò che suonava quasi come un endorsement per Mario Monti, che infatti rimpiazzò Berlusconi per mettere in atto il più tragico salasso ai danni del popolo lavoratore.

Sono passati due anni e Landini non ha fatto cenno di autocritica, o anche solo di aggiustare il tiro. Si dice, allo scopo di assolverlo, che Landini era operaio, che non ha chissà quali conoscenze nel campo macroeconomico. Che dire? A noi non pare ammissibile che un importante leader sindacale possa trincerarsi dietro alla “ignoranza” su una questione di vita o di morte come la natura dell’Unione europea. Ancor meno lo sarebbe per un capo partito.

Quello della “ignoranza” è tuttavia un alibi. Landini ha avuto negli ultimi anni tutte le possibilità per erudirsi. Se ancora adesso difende l’Unione e tace sull’euro è perché, come del resto quasi tutta la sinistra “radicale” (vedi Lista Tsipras), considera l’Unione e la moneta unica come conquiste da difendere.

La prova? Landini sa bene che la riforma del mercato del lavoro, tra cui l’abolizione dell’Art.18, non se l’è inventata Renzi, queste misure erano prescritte nella famigerata lettera della Bce e (di Bankitalia di Draghi) del 5 agosto 2011. Ma Landini continua a sostenere viva l’Europa.

Come non vedere poi i limiti politici del leader Landini? Privo di una visione strategica, procede empiricamente, naviga a vista, va di qua e di la, e spesso commette errori pacchiani.
La conferenza stampa dopo le cariche contro gli operai ternani


L’ultimo? Che ci faceva Landini, poche ore dopo le cariche della Polizia contro gli operai ternani, a fianco di Del Rio e della Federica Guidi in una conferenza stampa nel palazzo del Governo? La sua presenza in conferenza stampa era un assist quasi pornografico al governo che se ne frega dei sindacati (e che in nome del decisionismo governativo) rifiuta addirittura di discutere con loro della finanziaria.

Landini vittima della sindrome del presenzialismo mediatico? No, c’è di più.

Fino a poche settimane fa Landini, pur di fare le scarpe alla Camusso in CGIL, si sbaciucchiava con Renzi il quale non perdeva occasione per ostentare la sua stima e amicizia con Landini stesso. Vedi l’incontro riservato con Renzi del 27 agosto scorso) Un errore, quello di aver dato spago e legittimità a Renzi, clamoroso, imperdonabile: Renzi si è servito di Landini per ingannare l’elettorato di sinistra, preparando il terreno all’attacco in corso. Anche in questo caso nessun accenno di autocritica.

Vediamo il caso del TFR in busta paga.


La maggior parte dei sindacalisti, come numerosi economisti hanno dimostrato quanti danni possa fare la decisione del governo Renzi-Padoan (Bankitalia dichiara che in caso il Tfr venga messo in busta paga le stesse pensioni sarebbero a rischio). Ebbene, ecco quanto dichiarava Landini, non anni fa, ma il 1 ottobre scorso: 
«Il Tfr è salario dei lavoratori e io penso che si possa fare una cosa molto semplice: mettere in condizione ogni lavoratore di scegliere quello che vuol farne». (Espresso, 2 ottobre 2014).
Errare è umano, perseverare è diabolico.

* Fonte dell' articolo: Coordinamento sinistra contro l'euro

venerdì 27 settembre 2013

SETTE GRANDI TRASFORMAZIONI della Segreteria nazionale del MPL

27 settembre. Il giudizio della Segreteria nazionale del Mpl sul marasma politico e l'autunno, speriamo caldo, che ci aspetta.

«Che il governicchio Napolitano-Letta si reggesse in piedi con le stampelle era chiaro.
La mossa delle dimissioni in blocco dei parlamentari berlusconiani sottrae al governo quella senza la quale non può continuare nemmeno a trascinarsi.
Stefano Folli, editorialista de Il Sole 24 Ore, di solito non ne acchiappa una, ma questa volta fotografa bene il marasma che afferra i palazzi romani del potere e quindi lo sgomento che assale le classi dominanti. 

Sentiamo:
«Se Berlusconi volesse aprire la crisi, avrebbe un'arma semplice e definitiva a sua disposizione: far dimettere i ministri del centrodestra presenti nel ministero Letta. Viceversa preferisce una strada tortuosa e devastante, forse peggiore di quella che porterebbe alla caduta immediata del governo. (...) È una mossa che cambia lo scenario e rischia di travolgere tutti gli equilibri. Il presidente del Consiglio è negli Stati Uniti a raccontare che l'Italia è sulla via della ripresa e viene pugnalato alla schiena senza tanti complimenti. (...) Ecco allora che torna la ricorrente tentazione di rovesciare il tavolo, chiedendo poi agli elettori di smentire con il voto il verdetto dei magistrati. Eppure questa è a sua volta un'azione eversiva, di proporzioni senza precedenti: per cui rischiamo di avere una campagna distruttiva su tutti i piani. Proprio nel momento in cui – drammatica coincidenza – si chiede il massimo di stabilità. (...) Ma la situazione è così fragile che l'ennesimo scossone, come abbiamo visto, potrebbe essere fatale. Ovvero lasciare in campo un governo disalberato come un antico galeone dopo la battaglia. (...) Ma è difficile dire se ci sia una vera strategia dietro queste mosse. Di sicuro al fondo c'è una sfida al Quirinale: l'improvviso e implicito rifiuto di considerare Napolitano il garante delle istituzioni. E questo è l'aspetto più pericoloso della vicenda. Il logoramento è arrivato al massimo livello». [L'Aventino della destra, Il Sole 24 Ore del 26/9/13]
Se non la mera disperazione ma un calcolo politico presiede alla mossa di fare un Aventino, questo consiste nel precipitare i tempi dello scontro elettorale, affinché si voti col sistema vigente. La ragione è semplice: l’ingovernabilità persisterebbe e i berluscones, stante un M5S per fortuna indisponibile ad ogni inciucio con le cosche politiche euriste, rimarrebbero l’ago della bilancia per formare il governo.

Il fatto è, come abbiamo segnalato giorni addietro, che per conto delle classi dominanti europee ed italiane, Napolitano, in nome della stabilità, le farà di tutti i colori pur di evitare elezioni anticipate col Porcellum. Con qualche Scilipoti preso in prestito a destra e a manca una maggioranza senza Forza Italia è teoricamente possibile.

Prive della spinta di un conflitto sociale degno di questo nome, le forze antagoniste, noi compresi, boccheggiano, e non hanno serie possibilità di giocare un ruolo di peso. Ciò non può giustificare una posizione indifferentista. Tutto possiamo augurarci, in queste condizioni, meno che la vittoria delle forze stabilizzatrici, che fanno perno politicamente sul Pd. Se è vero che solo una sollevazione popolare può invertire la situazione, il realismo ci dice che l’instabilità politica e istituzionale è preferibile, per il principio della correlazione inversa, alla stabilità tanto anelata dai dominanti.

E’ entro questo quadro che diverse componenti dell’estrema sinistra sociale hanno indetto una settimana di lotta dal 12 al 19 ottobre, che incorporerà lo sciopero generale del sindacalismo di base e culminerà nel cosiddetto “assedio” al Ministero dell’Economia di via XX Settembre e a quello delle Infrastrutture. 


Come Mpl aderiamo a questa settimana di lotta e al corteo nazionale del 19 ottobre. Il nostro Coordinamento nazionale deciderà, tenendo conto delle nostre ancora modeste forze, le modalità di questa partecipazione. Di sicuro ci auguriamo che la settimana di lotta, lo sciopero del sindacalismo di base e la manifestazione nazionale del 19 ottobre siano un successo, nella speranza che, se non la miccia del conflitto generale, possano dargli una spinta.

Noi aderiamo convinti non senza denunciare i limiti politici delle piattaforme su cui i promotori chiamano i cittadini alla lotta. Richieste come reddito, salari e pensioni decenti, la fine della precarizzazione, il diritto alla casa e alla salute, lo stop alle privatizzazioni e la difesa dei beni comuni, sono tutte rivendicazioni antiliberiste sacrosante. 

Il che non ci fa fare però un passo avanti rispetto a quello che più volte abbiamo chiamato “sindacalismo sociale”. Non è ammissibile che nulla si dica sulla necessità di uscire dalla gabbia dell’euro(pa), che non si indichino le grandi misure sociali e politiche necessarie affinché le richieste non restino piè intenzioni. Noi aderiremo dunque ma portando la nostra propria piattaforma: che insiste sulla necessità di costruire un ampio fronte popolare che sull’onda di una sollevazione generale dia i natali ad un governo d’emergenza che applichi sette misure imprescindibili, SETTE GRANDI TRASFORMAZIONI:
(1) Ripudio del debito verso la grande finanza speculativa e bancaria, internazionale e italiana.

(2) Uscire in modo programmato dall’euro e dall’Unione europea, per riconquistare la sovranità politica e monetaria, attraverso la reintroduzione della lira.

(3) Svalutare in modo equilibrato la nuova lira per investire nell’industria e nell’agricoltura imponendo opportuni dazi su tutti i prodotti di importazione affinché sia riportata in attivo la bilancia dei pagamenti. Introdurre contestualmente una scala mobile integrale dei salari.

(4) Trasformare e nazionalizzare il sistema bancario e assicurativo in modo da bloccare le banche d’affari che utilizzano i depositi e i risparmi dei cittadini nel gioco d’azzardo dei mercati finanziari internazionali.

(5) Adottare un piano di nazionalizzazione degli enti che operano nei settori strategici di interesse nazionale: energia, acqua, trasporti, telecomunicazioni.

(6) Stabilire un piano nazionale per il lavoro, mettendo al centro la tutela dell’ambiente, del paesaggio, dei beni artistici, della salute e della scuola.

(7) A partire dallo spirito originario della Costituzione italiana, promuovere un'Assemblea Nazionale Costituente al fine di riconquistare un’effettiva sovranità popolare.

Da questo punto di vista ci convince ancora meno la manifestazione indetta per il 12 ottobre dall’assemblea svoltasi l’8 settembre a Roma da personaggi come Landini, Rodotà, ecc. La piattaforma di questa manifestazione si riduce a questa parola d’ordine: “difendere e applicare la Costituzione”. Certo occorre difendere la Costituzione dagli assalti, ma farne una specie di Talmud, questo non ci convince per niente. Ma il punto è che questa manifestazione non è stata indetta per chiamare davvero il popolo lavoratore alla lotta. E’ stata indetta allo scopo di costruire un contenitore per risvegliare all’impegno e ficcarci dentro tanti cittadini di sinistra disillusi dopo le ultime batoste. Meglio di niente si dirà. Il problema è che, dati i costruttori di questo contenitore, non c’è alcun dubbio sul fatto che esso agirà come ruota di scorta del Partito democratico, ciò malgrado questo partito sia stato e sia uno dei principali “picconatori”.
Una ragione più che sufficiente per restarsene a casa il 12 ottobre». 


La Segreteria nazionale del Mpl
26 settembre 2013

domenica 8 settembre 2013

RODOTÀ, LANDINI E C.: COLPI DI CODA A SINISTRA di sollevAzione

8 settembre. Oggi a Roma al Centro Congressi Frentani si è chiusa una partecipata assemblea convocata dai firmatari dell'Appello «La via maestra». 
Chi sono i firmatari?  Stefano Rodotà, Maurizio Landini, Don Luigi Ciotti, Gustavo zagrebelsky e Lorenza Carlassare. 
I firmatari chiamano a raccolta i cittadini non solo per difendere ma "per attuare la Costituzione". Non si può che essere d'accordo. Come non si poteva non essere d'accordo con la protesta del M5S contro il tentativo di scardinare l'Articolo 138 della Carta Costituzionale, che stabilisce i criteri e i paletti per poter cambiare la Costituzione stessa.

Occorre in effetti impedire a Pd e Pdl di cambiare il 138.
Perché Pd e Pdl vogliono starvolgere l'Articolo 138? Per potere abrogare di fatto la repubblica parlamentare e passare ad un regime presidenziale —sull'onda di quanto già fatto, per ultimo con Napolitano.
I parlamentari M5S sul tetto del parlamento

Quindi d'accordissimo con i firmatari dell'Appello che la Cosituzione va difesa e applicata.
Tuttavia noi non lo abbiamo sottoscritto.
Perché?
Perché i promotori, con la scusa della Costituzione, dichiarano apartamente di voler dare vita, non ad un blocco democratico per la Cosituzione, bensì ad una nuova forza politica. 
Infatti si legge nell'Appello:
«C’è dunque una grande forza politica e civile, latente nella nostra società. La sua caratteristica è stata, finora la sua dispersione in tanti rivoli e momenti che non ha consentito di farsi valere come avrebbe potuto, sulle politiche ufficiali. Si pone oggi con urgenza, tanto maggiore quanto più procede il tentativo di cambiare la Costituzione in senso meramente efficientistico-aziendalistico (il presidenzialismo è la punta dell’iceberg!), l’esigenza di raccogliere, coordinare e potenziare il bisogno e la volontà di Costituzione che sono diffusi, consapevolmente e, spesso, inconsapevolmente, nel nostro Paese, alle prese con la crisi politica ed economica e con la devastazione sociale che ne consegue».
Insomma, firmare l'Appello significa imbarcarsi in un'impresa che sfocerà nella nascita di un nuovo soggetto politico. Neanche una parola, nell'Appello, su come uscire dalla crisi storica dal sistema capitalistico, niente contro la gabbia dell'euro e del capitalismo-casinò, silenzio tombale sul fatto che applicare la Cosituzione implica riprendersi sovranità democratica e nazionale e dunque rompere le catene dell'Unione europea.
Insomma, un Appello a dir poco evanescente, reticente sui punti sociali, economici e politici davvero decisivi.
Per quanto nobili siano le intenzioni dei promotori, l'inziativa è l'ennesimo tentativo di rianimare la sinistra radical-riformista.

Chi c'era infatti ai Frentani?

Sentiamo:
«Al Frentani girano volti noti del movimento anti-G8 di Genova 2001, da Vittorio Agnoletto a Luca Casarini, che ora si occupa di ‘co-working’ a Palermo, “nuova frontiera di rivendicazione dei diritti”, ci dice. Si affacciano Nichi Vendola e dirigenti di Sel, del Pd ci sono solo Vincenzo Vita con Art.21 e Corradino Mineo (“Sono solo eletto, non sono iscritto…”, si difende quest’ultimo), ci sono Antonio Ingroia e Paolo Ferrero, per stare ai politici. Ma c’è tanta altra gente: attivisti della rete referendaria per l’acqua pubblica, gente normale attratta da Rodotà, fans di Landini, gente che semplicemente cerca una speranza di voto o di militanza a sinistra, decisa però a muoversi per piccoli passi per non ripetere gli errori del passato. Sono tanti e pesano». [Huffingtin post]
Come vedete la solita corte dei miracoli, i soliti politicanti falliti che non c'è verso, non vogliono togliersi di mezzo.

Vedremo quindi sorgere un'altro Arcobaleno? Un'altra ingroiata?

Rodotà mette le mani avanti: 
«Non vogliamo ripetere gli errori di esperienze negative come la Sinistra Arcobaleno o Rivoluzione Civile. (...) Servire su un piatto la struttura organizzativa sarebbe letale, intempestivo e autoreferenziale. Ora si tratta di creare una massa critica: questa non è un’operazione di minoranza e non è la zattera che offre rifugio ai fuoriusciti da altri movimenti o partiti. Va costruita una democrazia davvero partecipata: la democrazia non è solo Facebook». 
Landini la chiama “operazione culturale, non politica”, ed a chi già immagina (non a torto) sbocchi elettorali, risponde obliquamente: 
«Vanno ricostruiti i canali della partecipazione perché, se da 20 anni abbiamo Berlusconi, non è colpa sua, ma degli altri. Però la soluzione non sta nella creazione dell’ennesimo partito: noi non vogliamo ricreare la sinistra e noi non siamo contro qualcuno. Piuttosto vogliamo essere uno strumento di pressione sui partiti. Chi vuole può agire con noi, ma questo è il momento della responsabilità, non dell’appartenenza».
Landini non la dice tutta. Con elezioni alle porte ed un Pd che pare destinato, scegliendo Renzi leader, a perdere pezzi a sinistra, è più che fondato il sospetto di un'operazione elettoralistica. Vero che non faranno un partito, poiché non hanno in comune una solida piattaforma programmatica. Come apertamente dicono nell'Appello, essi vorranno andare a coprire lo spazio politico che il Pd lascia aperto alla sua sinistra. Quindi questo nuovo soggetto sarà una spina nel fianco del Partito democratico? Ma neanche per idea. A meno che non venga scardinato il sistema bipolare —che vorremmmo ricordare a Rodotà e company è del tutto antocosituzionale— questo nuovo soggetto sarà sì a sinistra del Pd, ma agirà come sua truppa di complemento, uno sfogatoio per impedire che la rabbia a sinistra prenda una piega rivoluzionaria —e in nome dell'alleanza col Pd, vorremmo sbagliarci, non combatteranno davvero per una legge elettorale proporzionale.

Vedrete che date le caratteristiche della nave, su di essa saliranno a bordo, anzi si fionderanno, i vari Ferrero, Grassi e Diliberto. Vedrete che il Congresso del Prc deciderà per salire con armi (poche), bagagli (tanti) e la speranza (molta) di qualche strapuntino nel prossimo parlamento. Anche Sel e Vendola dovranno fare i conti con l'impresa di Landini e Rodotà, perchè di trippa (elettorale) per gatti poca ce n'è.

Ps
Un pensiero ci corre ai compagni che han dato vita a maggio scorso a ROSS@. Un'iniziativa che ora ha sulla sua strada un nuovo ostacolo. La speranza che da Rifondazione sarebbero giunte truppe consistenti, a questo punto, si rivela più che velleitaria.

lunedì 11 giugno 2012

LANDINI: CHE PENA! (2)

Tutti presenti alla convocazione della Fiom

Errare è umano, perseverare diabolico

di Piemme


Non mi aspettavo che il pezzo Il gruppo dirigente della Fiom e la crisi dell'euro, pubblicato martedì scorso suscitasse tanti commenti. Per lo più polemici. Si vede che ho toccato un nervo scoperto.

martedì 5 giugno 2012

LANDINI: CHE PENA!

Il gruppo dirigente della Fiom e la crisi dell'euro


di Piemme


Non so chi di voi ha visto ieri sera la puntata dell'Infedele di Gad Lerner su La 7. Il titolo della trasmissione era: La domanda segreta. Per la prima volta su un canale televisivo veniva rotto un tabù, quello della fine dell'euro e dell'eventuale ritorno dell'Italia alla lira.

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