martedì 25 giugno 2019

L'ISLAM CHE SALVA IL CRISTIANESIMO di Eos

[ martedì 25 giugno 2019 ]


Soldati di Hezbollah pregano nella chiesa cristiana
dopo la liberazione di Ma'loula, in Syria, 15 luglio 2017

Il notevole articolo, di alto spessore storico-politico, di Andrea Riccardi — Il Mediterraneo del papa: dialogo, pace, convivenza —, già tra le altre cariche fondatore della “Comunità di San Egidio” e ministro per la cooperazione e l’integrazione nel Governo Monti, sviluppa due concetti, di netta sostanza geopolitica, di stringente importanza. 

Il primo è il saggio riconoscimento dell’identità spiritualmente non mediterranea della tradizione cattolico-romana. Il cattolicesimo fu da sempre “minoranza nel Sud” mediterraneo, salvo i maroniti, fulcro dello Stato libanese dal 1920; il cattolicesimo del Nord del Mediterraneo è stato estraneo alla vicende della riva Sud. 
La quintessenza politica del grande cattolicesimo tradizionale fu perciò quella, almeno sino alla metà dello scorso secolo, che l’ecumene del Sacro romano impero aveva incarnato, in modo ora più ora meno conforme all’intentio (per usare un termine scolastico) del Pontefice di turno. La caduta dell’impero asburgico fu in tal senso, per Roma cattolica, un trauma anche superiore all’affermazione del “nazionalismo” a trazione mediterranea del partito di Camillo Benso conte di Cavour. 

Il secondo importante concetto è che Riccardi vede una svolta nella strategia storica apertasi con il Concilio vaticano II: la Chiesa maturerebbe una visione mediterranea all’insegna dell’ecumenismo e dell’incontro con le altre religioni. Gli attori sarebbero i Papi: Giovanni XXIII, che visse a lungo a Istanbul, Paolo VI, che aprì al dialogo con islam e ebraismo, Giovanni Paolo II e infine Papa Francesco, che non solo ha ricevuto Peres e Abbas, ma ha anche cercato interlocutori islamici credibili come il grande imam di Al Azhar Al Tayyeb, con cui ha firmato nel febbraio scorso ad Abu Dhabi il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. 


Ritengo che se il primo concetto espresso da Riccardi colga assolutamente nel segno, il secondo meriti delle precisazioni. Mi sono già occupato della questione in questo blog QUI, e QUI

In sostanza, con il Concilio vaticano II non vi fu nessuna svolta mediterranea. L’ideale strategico del cattolicesimo “progressista” fu il medesimo praticato in secoli di storia politica, fu perciò l’ideale che ho definito euroccidentalismo allargato, per evidenti ragioni, al mondo americano. Philippe Chenaux, D. Menozzi e lo stesso Riccardi, meglio di ogni altro, con dovizia di fonti e dati, hanno mostrato nei loro studi la strategia intimamente europeistica e occidentalistica di tutti i Papi conciliari (Ratzinger compreso). Non stupisce quindi che il riferimento mediterraneista del cattolicesimo conciliare sia, per Riccardi, Giorgio La Pira — il sindaco di Firenze così importante non solo nella propagazione di un concetto teologicamente ambiguo e addirittura errato come quello di “giudeo-cristianesimo” quale progenie spirituale dell’occidente intero ma addirittura, per quanto ecumenista di certo non arabofobo, evidentemente sionista su basi metafisiche e religiose (Cfr. Ritornare a Israele. Giorgio La Pira, gli ebrei, la Terra Santa, a cura di Maria Chiara Rioli, Edizioni della Normale). 

Non può allora nemmeno stupire che migliaia e migliaia di cattolici mediorientali abbiano sostituito i ritratti di Vladimir Putin, Bashar Asad e del Patriarca Kirill a quelli tradizionali dei Papi cattolici. Sbaglia, Riccardi, a identificare nell’islamofobia la visione e la prassi di una sempre più nutrita schiera di cristiani (ortodossi o cattolici o di altra confessione) mediterranei e mediorientali che, come nota nel suo articolo, va prendendo le distanze dal Vaticano. 

La presa di distanza dal Vaticano è la presa di distanza da una potenza politica globale, quale è quella guidata da Papa Francesco, che questi “fratelli traditi e oppressi” (come li definisce Gian Micalessin) vedono quasi totalmente collusa, ancor prima ed ancor più che con l’Islam radicale sunnita contro cui si battono, con l’Occidente e con i sionisti. 

Probabilmente sbagliano; sicuramente esagerano; ma vi è qualcosa, o forse molto, che non quadra nella strategia mediterranea di Papa Francesco se coloro ai quali ci si vorrebbe primariamente rivolgere finiscono per rispedire al mittente il messaggio. Sbaglia, Riccardi: i cristiani mediorientali non sono sciocchi né carne da macello per la politica imperialista occidentale. 

I cristiani del Mediterraneo sanno bene che c’è un Islam che salva il cristianesimo. E’ l’Islam dell’Hezbollah: i soldati del “partito di Dio” ovunque arrivino a liberare monasteri e chiese, dove in molti casi si parla ancora l’aramaico, issano la bandiera gialla e verde del movimento sciita. Nel Vicino Oriente quella bandiera ha un solo universale significato: resistenza totale all’imperialismo sionista.

Per il Patriarca della Chiesa ortodossa russa
Kirill quella siriana è una "guerra santa"
 
Ma non è solo l’Islam del “partito di Dio” che accorre a salvare il cristianesimo. E’ anche l’Islam del generale persiano Qassem Soleimani, e tutti i cristiani del Vicino Oriente ben sanno che un numero assai elevato di giovani volontari iraniani e pasdaran, prima dell’intervento russo, andarono in Siria a morire non solo per difendere sciiti e alawiti, ma anche i cristiani. E’l’Islam di Mamhud Ahmadinejad che a ogni sacra ricorrenza cristiana si reca devotamente nella chiesa cattolica di Tehran.

Di fronte a tutto questo tornano in mente le parole del Goethe, il genio geopolitico e geospirituale che ci ha lasciato il Divano occidentale-orientale, secondo cui gli ultimi fedeli cristiani rimasti sulla terra avrebbero spiritualmente militato sotto le insegne di Muhammad e avrebbero recitato il “tawhid”


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BAGNAI, BRANCACCIO E BANKITALIA di Piemme

[ martedì 25 giugno 2019 ]




In coda alla critica di Brancaccio ai MiniBoT, da noi pubblicata ieri, un nostro lettore ha commentato:
«Dai, se uno non riesce nemmeno a entrare a via Nazionale e a sfrattare i vecchi inquilini, ma come spera di uscire dall'euro? Le mezze misure di Varou-fikis già abbiamo visto che risultati hanno dato! Borghi vuole seguire la stessa strada? No grazie! Molto meglio il Brancaccio leninista che ci invita a prendere palazzo Koch».
Premesso che le "mezze misure" di Varoufakis non vennero mai adottate dal governo Tsipras, siamo d'accordo che occorre "sfrattare i vecchi inquilini" (tutti di indefessa fede eurista) per quindi "prendere Palazzo Koch", ovvero riportare Bankitalia sotto controllo pubblico. Nella partita a scacchi con Bruxelles e Francoforte questa mossa, equivarrebbe, come chiunque può capire, come fare scacco matto — sarebbe insomma la sanzione definitiva dell'uscita. Non per questo, come abbiamo segnalato, quello dei MiniBoT sarebbe un "falso problema". A certe condizioni potrebbe essere una mossa difensiva per poi quindi mettersi nelle condizioni portare lo scacco matto.

Forse ci sbagliamo ma il giudizio stroncante di Brancaccio sui MiniBoT ne implica uno politico a monte, la radicale sfiducia non solo nell'attuale compagine governativa giallo-verde e, anzitutto, nel gruppo di economisti di Salvini, Bagnai e Borghi anzitutto. Egli pare escludere che essi abbiano un "Piano B" di uscita ove il "Piano A" di cambiare i Trattati fallisse (detto per inciso: noi pensiamo che fallirà).

Bagnai, la governance e l'oro di Bankitalia


Vale la pena ricordare, al di là delle acide polemiche con Alberto Bagnai, che la questione venne già affrontata da Brancaccio quando, si era nel 2014, mise in guardia dal "piano B" di Savona. Allora Brancaccio prese sul serio l'eventualità che l'uscita dall'euro potesse essere avocata proprio da potenti settori dell'establishment, di cui Savona era esponente. Col veto posto da Mattarella per scongiurare che Savona diventasse ministro dell'economia s'è capito che questi settori no-euro della grande borghesia, se ci sono, sono del tutto marginali. E questo allineamento della grande borghesia al partito dell'euro, ovviamente, è un serio problema per il governo giallo-verde. Se

Tornando a Brancaccio e al suo invito ad espugnare il fortilizio di palazzo Koch, c'è un fatto nuovo, un fatto che ha messo in grande allarme gli euristi. Un fatto che dovrebbe far riflettere lo stesso Brancaccio.

SI tratta della proposta di legge, ispirata da Alberto Bagnai e firmata dai capigruppo di maggioranza al senato Massimiliano Romeo (Lega) e Stefano Patuanelli (M5s). Il crociato del "vincolo esterno" Federico Fubini ha lanciato l'allarme venerdì scorso, 21 giugno. Riportiamo più sotto per intero il suo articolo sul Corriere della sera. Obbligatorio leggerlo.

Cosa dice questa proposta di legge? Con essa 
«... anche il direttore generale e uno dei suoi tre vice sarebbero indicati dal governo; gli altri due spetterebbero uno alla Camera e l’altro al Senato. Un metodo del genere ricorda quello della Bundesbank, dove il governo nomina il presidente, il vicepresidente e un altro esponente del vertice, mentre i tre rimanenti spettano al Bundesrat».
Si tratta dunque di una misura per mettere le mani su Bankitalia. Misura sacrosanta! Da notare che malgrado la forma sia copiata dalla Germania, Fubini, per nome e per contro del partito eurista, la scongiura. I tedeschi sì, noi che siamo una semicolonia no, semicolonia dobbiamo restare.

Non si tratta solo della cosiddetta "governance" di palazzo Koch. Come Fubini segnalava allarmato c'è di mezzo l'oro di Bankitalia, i suoi mille miliardi di riserve. Ricordiamo la polemica dei mesi scorsi in merito e la mozione che sempre su iniziativa di Bagnai venne approvata a larga maggioranza dal Senato (141 sì, 83 no e 12 astenuti). La suddetta mozione in pratica segnalava un concetto decisivo: “L’oro non deve essere restituito allo Stato. L’oro è dello Stato”. Ben detto e ben fatto!

Ci pare che questi passi sollecitati da Alberto Bagnai, debbano essere interpretati come tappe verso lo stesso obbiettivo indicato da Brancaccio: liberare e occupare palazzo Koch. Lo riconoscerà Emiliano Brancaccio? Chiediamoci quindi e chiediamo a Brancaccio: i MiniBoT sono una mossa estemporanea o non invece un tassello di una medesima strategia di "piano B"? Vedremo...


*  *  *

LA MOSSA GIALLO-VERDE SU BANKITALIA NELLA PARTITA PER L'EURO


L’ispiratore è Alberto Bagnai, il presidente leghista della commissione Finanze. L’obiettivo è ridurre gli spazi di autonomia della Banca d’Italia

di Federico Fubini


La proposta di legge è firmata dai capigruppo di maggioranza al Senato, Massimiliano Romeo (Lega) e Stefano Patuanelli (M5S). L’ispiratore è Alberto Bagnai, il presidente leghista della commissione Finanze. L’obiettivo è ridurre gli spazi di autonomia della Banca d’Italia. La relazione, resa nota ieri da Reuters con la proposta di legge, si propone di «evitare che attraverso l’indipendenza (dell’istituto, ndr) si possa esulare dal sistema di bilanciamento e controllo tipico delle democrazie liberali».

Fiducia dei mercati fragilissima

Alcuni aspetti di questa revisione darebbero spazio alle preferenze dei partiti. È il caso del sistema di nomine, per esempio. Oggi solo il governatore viene indicato dal governo, mentre il resto del direttorio è proposto dal Consiglio superiore di Banca d’Italia (quest’ultimo è una sorta di organismo di saggi dell’istituto stesso). Con la nuova legge, anche il direttore generale e uno dei suoi tre vice sarebbero indicati dal governo; gli altri due spetterebbero uno alla Camera e l’altro al Senato. Un metodo del genere ricorda quello della Bundesbank, dove il governo nomina il presidente, il vicepresidente e un altro esponente del vertice, mentre i tre rimanenti spettano al Bundesrat. Ma non è chiaro perché si debba cambiare proprio ora, quando sui mercati la fiducia verso l’Italia è fragilissima. Soprattutto, in nessun Paese europeo si ritrova l’altro aspetto della proposta Romei-Patuanelli: il parlamento potrebbe cambiare lo statuto della Banca d’Italia, che per ora invece dev’essere approvato dall’assemblea dell’istituto stesso. Quel documento definisce il sistema di governo interno e copre i temi più delicati per la banca centrale: «Le riserve — si legge all’articolo 39 — sono impiegate nei modi e nelle forme stabilite dal Consiglio superiore». In altri termini oggi è un organo di Banca d’Italia a definire l’impiego dei quasi mille miliardi di riserve dell’istituto, compresi i circa cento miliardi in lingotti e monete d’oro. Non sono possibili interferenze del governo o della maggioranza.
Battaglia pericolosa

Difficile ora dire se questa proposta di legge sia legata alla mozione fatta votare in marzo da Bagnai, dove si chiedeva «un intervento legislativo chiarificatore» sulla natura delle riserve auree. In realtà sul loro status già oggi non c’è alcun dubbio, perché la Banca d’Italia è un ente di diritto pubblico (a questo titolo nel 2018 ha versato al Tesoro 5,7 dei 6,2 miliardi del suo utile di esercizio, più 1,2 miliardi di tasse). Di sicuro, quel che accadrebbe all’eventuale approvazione della proposta Romeo-Patuanelli è fin troppo prevedibile: la Banca centrale europea esprimerebbe un parere negativo, perché dare al parlamento pieni poteri sullo statuto di Banca d’Italia ne comprometterebbe l’indipendenza. Un’opinione della Bce su una legge nazionale non è mai vincolante, ma se il parlamento di Roma ignorasse il parere legale di Francoforte la Commissione Ue trascinerebbe l’Italia davanti alla Corte di giustizia europea. Partirebbe una lunga e pericolosa battaglia sull’equilibrio fra i poteri dello Stato, sotto gli occhi del resto d’Europa e dei creditori internazionali. Perché in fondo le mosse di questi mesi sono di intensità crescente: prima la mozione sull’oro della Banca d’Italia; poi quella sui mini-Bot, chiaramente pensati per creare una specie di moneta parallela se l’Italia si trovasse tagliata fuori dalla liquidità della Bce come accadde alla Grecia nel 2015; infine l’affronto più audace, all’indipendenza della Banca d’Italia. È come se qualcuno cercasse l’incidente sui mercati che porti il Paese fuori dall’euro. Essere contro la moneta unica è legittimo. ovvio. Ma chi punta all’uscita deve dirlo apertamente, perché gli italiani possano decidere se questo è davvero quello che vogliono. Senza essere trascinati fuori strada — fuori dall’Unione europea, oltre che dall’euro — a fari spenti.



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lunedì 24 giugno 2019

MINIBOT? C'È UN MODO PIÙ SEMPLICE PER USCIRE di E. Brancaccio e M. Gallegati

[ lunedì 24 giugno 2019 ]


Qualche giorno fa, col titolo Tools exist for a transition towards a new currency, sul prestigioso Financial Times, è apparso un contributo assai critico sulla questione dei MiniBoT di Emiliano Brancaccio e Mauro Gallegati. 
La tesi dei due economisti, in base alle "intuizioni del compianto Augusto Graziani sul funzionamento del SEBC e sui lavori preparatori dei trattati istitutivi dell’euro, è icastica quanto fulminante: i MiniBoT come del resto ogni "moneta di transizione" sono "un falso problema", visto che sarebbe sufficiente che il governo dia ordine a Bankitalia di stampare ancora... euro. 
Per farlo sarebbe necessario che Bankitalia sia riportata sotto il controllo del governo. Auspichiamo questo passo? Ovvio che sì. Ma ciò non significa che i MiniBot siano un "falso problema". Rinazionalizzare Bankitalia sarebbe un attacco con la bomba atomica contro la Ue. Nell'attesa si può sempre difenderci con l'artiglieria.


*  *  *


UNA “MONETA DI TRANSIZIONE” PER USCIRE DALL’EURO? UN FALSO PROBLEMA

di Emiliano Brancaccio e Mauro Gallegati

Quando la Grecia fu sull’orlo dell’uscita dall’euro, l’allora ministro delle finanze Yanis Varoufakis cercò con scarso successo di istituire un sistema parallelo di pagamenti per gestire l’eventuale transizione. Analogamente, la recente proposta di alcuni membri del Parlamento italiano di emettere i cosiddetti “Mini-BOT” è stata da molti interpretata come un tentativo surrettizio di introdurre una “moneta di transizione” per predisporre una via d’uscita dalla moneta unica. Con gli ultras anti-euro compiaciuti per la “furba” trovata e i pasdaran pro-euro pronti ad agitare il nuovo, minaccioso spauracchio.

In realtà, e al di là del folclore, chiunque abbia studiato i lavori preparatori dell’Unione Monetaria Europea sa che il Sistema Europeo delle Banche Centrali è già organizzato in modo tale da permettere un eventuale abbandono della moneta unica senza bisogno di ricorrere a monete di “transizione”. Basti notare, a questo riguardo, che la materiale emissione degli euro è rimasta di competenza delle banche centrali nazionali e che nel numero di serie di ciascuna banconota c’è una lettera che identifica la nazione emittente: S per l’Italia, U per la Francia, X per la Germania, e così via.

Non tutti i padri fondatori dell’euro condivisero la scelta di lasciare l’emissione materiale di moneta alle banche centrali nazionali, né appoggiarono la decisione di esplicitare i paesi emittenti su ciascuna banconota. Tuttavia quelle scelte furono compiute, il che oggi indubbiamente facilita eventuali transizioni da una valuta all’altra. L’unica banale condizione è che un governo che decida o si veda costrettoad abbandonare l’euro sia almeno in grado di controllare la banca centrale nazionale (Varoufakis, come è noto, non era nemmeno in grado di far questo).

Questa evidenza rende l’attuale dibattito sull’opportunità di dotarsi di una “moneta di transizione” piuttosto sterile e fuorviante. I governi che fossero un giorno sospinti verso l’abbandono della moneta unica europea dovrebbero affrontare notevoli difficoltà, specialmente se lasciassero piena libertà agli scambi e ai movimenti di capitale sui mercati finanziari. Le leadership attualmente in carica in Europa, siano esse pro o contro l’euro, non sembrano avere adeguata consapevolezza di queste grandi questioni. Ma i meri aspetti operativi della transizione verso una nuova moneta sono un falso problema: che ci piaccia o meno, gli strumenti per affrontarli esistono già.


* Fonte: Emiliano Brancaccio

** Emiliano Brancaccio (Università del Sannio) e Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche)

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USCITA DALL'EURO E FILOSOFIA POLITICA di Moreno Pasquinelli

[ venerdì 21 giugno 2019 ]



«Quelli che mi vedono, raramente si fidano della mia parola: devo aver l'aria di uno troppo intelligente per mantenerla». J. P. Sartre

Il mio recente articolo LA PROFEZIA DI BAGNAI E IL DILEMMA SOVRANISTA, come si è visto da certi commenti ha suscitato perplessità e aspre critiche. Su quelle stupide mi sarà concesso soprassedere. Su quelle che invocano per noi, "traditori", la ghigliottina, stendo un velo pietoso. A chi sostiene che anche ove si giungesse all'italexit — siccome la politica economica della Lega è liberista e trumpiana —occorrerebbe combattere su due fronti —ove non valga la massima per cui è inutile spiegare i colori ai ciechi e la musica ai sordi — rispondo: 
(1) chi immagina che in queste condizioni sia fattibile una lotta su due fronti, è meglio che cambi mestiere invece di perdere tempo con la politica; (2) che il nemico principale, oggi come oggi, per il popolo lavoratore italiano, non è Trump, bensì la potente oligarchia ordoliberista euro-tedesca e (3) ove la casa Bianca, per ipotesi, offrisse un assist a Roma per rompere con l'euro-dittatura, esso, per quanto ciò sia indigesto a quelli che soffrono di dispepsia, andrebbe colto al volo per fare gol all'oligarchia di cui sopra e vincere possibilmente la Champion league. La  super coppa intercontinentale con l'imperialismo statunitense, la giocheremo semmai dopo, a condizione di aver vinto la partita con l'euro-germania.

Primum vivere. Usciti dalla gabbia dell'euro, ognuno può facilmente comprenderlo, si aprirebbe una fase nuova per l'Italia, ed a quella la sinistra patriottica è tenuta a prepararsi. Essa è oggi troppo debole? A maggior ragione occorre non commettere errori per rafforzarci ed essere in partita domani. 

V'è infine chi ci chiede quale sia il "limite" oltre il quale porremo fine al nostro sostegno critico e tattico al governo. Per quanto mi riguarda: quando e se questo governo cesserà di resistere all'attacco della Ue, ove cioè si tirasse giù le braghe. Quando lo sapremo? Molto presto, forse entro l'inverno.


Salvini e il "momento Polany"


Che questo governo faccia acqua da ogni parte, mi è chiaro. A maggior ragione  l'aggressione eurocratica è temibile e può avere successo. E' questo un argomento per fare spallucce o associarsi al nemico facendo fuoco sul governo? Cero che no. 
Ma andiamo al nocciolo della questione. Cosa in realtà pensano molti di coloro che criticano P101? che saremmo già passati dal "momento Polany" al "momento Tsipras", dalla resistenza populista all'élite eurocratica alla capitolazione
Questa tesi, mi ripeto, è sbagliata. 
Malgrado limiti, oscillazioni ed errori, in condizioni difficilissime — la potenza del nemico, la gravità inaudita delle sua minacce, avere nel governo il Cavallo di Tr(o)ia — la capitolazione non c'è stata. 
Vedo anzi i segni che difficilmente ci sarà. 
Così ci spieghiamo la minaccia della "procedura d'infrazione" dell'eurocrazia la quale così spera, se non di mettere in ginocchio il governo, di spaccare la maggioranza che lo sostiene, nella recondita speranza di un altro ribaltone.

Bisogna capirsi sul fenomeno populista e sul "momento Polany"
Il triangolo polanysta ha tre lati: 
(1) c'è quello della crisi sistemica (che porta con se il declino dell'egemonia politica dell'élite oligarchica dominante);
(2) c'è quello della rivolta delle masse popolari — che fino a prova contraria ha una sostanza democratica e non reazionaria;
(3) c'è infine il lato della direzione carismatica o populista che quella rivolta vuole rappresentare.
Strabico è chi vede (o vuole vedere) solo uno di questi lati. 
Conta la risultante, che è prodotta dall'interazione di questi tre fattori principali. 
Tre lati a cui corrispondo tre domande e relative risposte:
(1) la crisi di egemonia dell'élite oligarchica è forse terminata? Sono forse in rimonta i partiti storici dell'élite? Non ci pare proprio, direi anzi che la crisi tende ad approfondirsi; 
(2) si è forse esaurita l'onda lunga della rivolta dal basso? No, e dato che la crisi sistemica si aggrava, questa alimenta e non trattiene l'insubordinazione popolare; 
(3) e che dire dal lato della direzione carismatica e populista? Dopo che questo rivoltismo democratico aveva premiato, grazie anzitutto a Beppe Grillo, i 5 Stelle, ora esso alimenta il salvinismo. Chiediamoci: per questo la spinta è più debole? O, al contrario, è più forte? Io dico che, sparito dalla scena Grillo e venuto al suo posto Di Maio, la pressione popolare per una svolta anti-sistemica è più forte, non più debole. Salvini lo sa, e deve tenerne conto. 

Ritengo forse Salvini il "salvatore della Patria"? Un "Principe" all'altezza del momento storico che vive l'Italia? 
No, non lo penso. 
Temo anzi che egli stesso sia consapevole del dilemma che consiste nella consapevolezza della sproporzione tra la grandezza della battaglia a cui anch'egli è chiamato dalla storia — coi i rischi e le incognite che essa porta seco — ed i mezzi e le modeste capacità sue e della sua squadra. 

Il futuro scioglierà questo dilemma, sapendo che in certi frangenti, all'assenza di grande saggezza politica e arguzia strategica si può sopperire con la follia
Si, sto proprio parlando della follia. Non nel senso elegiaco di Erasmo da Rotterdam, ma in quello machiavelliano per cui "dove c'è una grande volontà non possono esserci grandi difficoltà", nel senso che ci si deve liberare del freddo razionalismo che si inginocchia davanti ai dati di fatto, che si deve sfidare ciò che esso considera impossibile. 
Per quanto possa sembrare sconsiderato è vero ciò che afferma il protagonista Jake Sully in Avatar: "A volte tutta la vita si riduce ad un unico, folle gesto". 

Come la rivoluzione, certo su una scala più piccola, la rottura con l'Unione, è in effetti un gesto folle e ciò non di meno necessario per il nostro Paese. 
Sarà solo nel fuoco della battaglia che potrà nascere il machiavelliano "Principe", il Profeta per chi crede, che forse verrà da dove il nemico meno se lo aspetta.
«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa». [ Matteo 10,32-11,5 ]

La scommessa pascaliana


Ma niente. I critici vogliono certezze. Scienziati e ingegneri che per hobby hanno scelto la politica, partigiani del metodo cartesiano, le certezze le esigono addirittura matematiche. 
Per questo, mi ripeto, la politica — che come scrisse Lenin è un'arte — non fa per loro, poiché nella sfera del Politico certezze non se ne danno mai. 
Le rotture, non solo quelle rivoluzionarie, tutte quelle che chiedono audacia, tirano in ballo il fattore della decisione, e ogni decisione, nella politica come nella vita, è presa in condizioni di rischio e di incertezza. 
Vinceremo o perderemo? 
La verità è che nel momento in cui si entra in battaglia non è dato saperlo con sicurezza. Come disse Napoleone — un'altro che di decisioni temerarie se ne intendeva —, "On s'engage et puis... on voit".

I medesimi dicono che per questa battaglia il popolo non è pronto, anzi, che questa battaglia non la voglia. Ove non sia il volgare disprezzo profondo per le masse popolari — "Francia o Spagna basta che se magna" —, questo concetto (come ogni discorso politico) ha una sua base filosofica, ed è la concezione élitista della storia — i popoli sarebbero solo folla, gregge di pecore condannate a seguire e ubbidire al pastore (élite) di turno. 
Un pensiero, questo, a cui occorre strappare la maschera del realismo politico e denunciarne invece il suo carattere metafisico e reazionario. Non Hobbes o Bodin quindi, bensì Machiavelli, per cui il "tumulto" popolare e il conflitto tra chi sta sotto e chi sta sopra sono non solo costitutivi di ogni "ordine politico", ma la loro vera e più profonda e dinamica forza propulsiva. 

La maggioranza, in battaglia, qui come altrove, oggi come ieri, ci sarà trascinata da una minoranza ben preparata e agguerrita, come dai dominanti che non si faranno scrupoli e vorranno ottenere la vittoria ad ogni costo. In queste condizioni "fattuali", lo diciamo a chi spaccia la versione irenica e contraffatta dell'egemonia gramsciana, questa egemonia si decide sul terreno della forza. 
Come scrisse George Sand:

«Non nel dolce mormorio delle lodi,
ma nelle urla selvagge del furore
sentiamo le note del consenso».


Non è certa l'analogia tra il credere in Dio e credere nella rivoluzione, tuttavia il credere è per sua natura un atto di fede. Bestemmia in questi tempi di scetticismo e relativismo segnati dal discorso postmodernista tanto funzionale alla rivincita capitalistica e neoliberale. 
Il matematico e filosofo Pascal, contro gli atei, fece ricorso al calcolo delle probabilità: anche se ammettiamo che tra le due opzioni — che Dio esista oppure no — avessimo la stessa probabilità, dovremmo scommettere su quella più utile affinché la nostra linea di condotta sia virtuosa. 
La tesi di Pascal era più o meno la seguente: se Dio esiste saremo ricompensati con la beatitudine perpetua, se invece non esiste avremo perduto solo cose effimere e insostanziali. 
Di qui la sua affermazione per cui conviene vivere come se Dio ci fosse.

Ecco signori, come conviene credere che la rivoluzione sarà, occorre credere che l'uscita dall'euro, oltre che auspicabile è nell'ordine necessario delle cose. 
Per come la vedo io, anzi, l'Italia (di nuovo peculiare laboratorio storico) ha già imboccato quella via. 
Il populismo? 
Non è che il momentaneo rivestimento di questo processo di sganciamento dalla Ue e dalla mondializzazione, come il bruco che diventato crisalide, simbolo di rinascita, a certe condizioni, diventerà farfalla. 

A certe condizioni diciamo, poiché la crisalide potrà essere uccisa, così che nessuna rinascita veda luce. Chi vede solo il bruco e pensa che data la sua bruttezza non valga la pena aiutarlo nella sua metamorfosi, è colluso con chi vuole la morte sua, e con esso quella del nostro Paese.

Non convinceremo scettici incalliti, dottrinaristi e sovranisti della cattedra. 
Ci rivolgiamo a chi possiede quella oramai rara dote che è l'indole rivoluzionaria e patriottica. 
Chi ce l'ha, deve non solo augurarsi ma fare ogni cosa sia nelle sue facoltà affinché si vada in battaglia, scongiurando quindi la resa stile Tsipras, poiché essa sarebbe un disastro catastrofico, se non proprio un secondo "8 settembre". 
E dopo l'8 settembre non avremo da giocare alcun campionato, la squadra dell'Italia sarebbe annientata e gettata nell'abisso.

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GIORGETTI VIENE ALLO SCOPERTO...

[ lunedì 24 giugno 2019]



Certo, i media di regime soffiano sul fuoco; certo essi seminano zizzania per spaccare  il "governo populista". Ma è un fatto che man mano che cresce l'assedio da parte dell'Unione europea e dei suoi ascari nostrani, vengono a galla le tensioni nella maggioranza giallo-verde. Aumenteranno in vista della prossima Legge di bilancio, che ha tutta l'aria di essere una specie di redde rationem.

Stamattina la agenzie battono due notizie di peso. 

Da una parte ci dicono che Di Maio accusa Di Battista di "destabilizzare" il governo: "vuole votare a settembre" — cioè interpreta le uscita del Dibba proprio come noi avevamo fatto giorni addietro. Poi ci sono, ad attestare che nel M5S le tensioni aumentano, le dimissioni della senatrice Paola Nugnes, annunciate, guarda un po', con un'intervista a il manifesto.

Ma la notizia che campeggia su tutti i giornali stamattina è la bomba a testata multipla lanciata da Giorgetti. Liquidando come una corbelleria i MiniBoT — «C’è ancora chi crede a Borghi? Ma vi sembrano verosimili i minibot? Se si potessero fare, li farebbero tutti» — Giorgetti non colpisce solo Borghi, ma pure Salvini e con lui l'intero governo. Una  mossa che francamente ci aspettavamo e che, in modo simmetrico rispetto a quella del Di Battista, contribuisce a provocare la crisi di governo, le elezioni anticipate.

Dato il grande peso che Giorgetti ha nella Lega, la sua bomba avrà certo conseguenze. Non può essergli infatti sfuggito che l'idea (giusta) dei MiniBoT non è una stravaganza di Borghi, che essa è condivisa da Salvini, che infatti l'ha difesa giorni addietro con queste testuali parole:
«I minibot non solo sono nel contratto di governo ma sono anche stati votati dalla Camera. Sono lo strumento più intelligente per pagare i debiti della pubblica amministrazione: se qualcuno ne ha uno migliore bene, altrimenti dico che si va avanti con questo».
D'altra parte lo stesso Giorgetti aveva detto: 
«Tutte le soluzioni nuove sono contestate – spiegava - non dico che siano la Bibbia, ma i minibot sono una proposta per accelerare i pagamenti, una delle possibilità». 
Come mai questa giravolta? Di sicuro questa uscita di Giorgetti — ex bocconiano e liberista, uomo della borghesia padana in stretto contatto con Draghi — è un assist a Bruxelles, a Mattarella e al suo cavallo di Tr(o)ia nel governo, oltre che un gesto servile per candidarsi a commissario a Bruxelles.

Una conferma che di Lega non ce n'è una, ce ne sono due. Quella di Giorgetti che punta ad ubbidire ai diktat della Ue e a riportare la Lega nel centro destra e quella "populista" di Salvini.

Più ci si avvicina allo snodo della Legge di bilancio, più le pressioni dei poteri forti per spaccare Lega e M5s aumenteranno, e più quindi cresceranno le tensioni interne al "campo populista".


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sabato 22 giugno 2019

ABBIAMO GETTATO LA SPUGNA?

[ sabato 22 giugno 2019 ]

Cosa accadrà adesso?
Con questo titolo abbiamo pubblicato questa mattina una intervista di Leonardo Mazzei, sul quadro politico italiano alla luce del braccio di ferro con l'Unione europea.
Inesorabili sono giunte, oltre alle critiche, accuse dure da parte di certi lettori che con improbabile  sicumera ci accusano di avere venduto l'anima al diavolo (salviniano). Davvero non capiamo perché sprecano il loro tempo e non smettono di frequentare il nostro blog.  Vale la pena pubblicare la risposta di Mazzei.


*  *  *


Cari critici,

è un po' seccante dover ripetere sempre le stesse cose. Che si possono ovviamente non condividere, ci mancherebbe! Ma che sarebbe meglio non fare finta di non intendere.

Al signor anonimo che ci accusa di "aver gettato la spugna" (sic!) ricordo le decine di articoli di questo blog a denuncia delle posizioni della Lega e di Salvini su: securitarismo, politica internazionale in generale, servilismo verso gli Usa in particolare, filo-sionismo, famiglia e rosari, posizione su Tav e Tap, regionalismo differenziato, eccetera, eccetera.

Non basta? Ogni volta dovremmo ripetere la stessa litania? Pochi come noi hanno svolto critiche così severe e puntuali al salvinismo. Non per questo rinunciamo ad un'analisi più complessiva della situazione e dello stesso populismo di destra. Forse sarebbe meglio che anche altri seguissero questo metodo.

Ma l'accusa principale che mi viene rivolta è che nell'intervista in questione avrei sottovalutato la svolta a destra.

In verità io ho detto all'intervistatore tre cose:

1. Che una svolta a destra (ben più profonda di quella che viene agitata adesso) c'è effettivamente stata nella società italiana. Ma è un fenomeno (peraltro non solo italiano) degli ultimi decenni, non un fatto dell'ultimo anno,semplicemente riconducibile al solo salvinismo od al solo risultato elettorale di maggio. Sto parlando dell'affermazione dei principi del neoliberismo, del mercatismo, della prevalenza del privato sul pubblico, dell'individualismo sfrenato, del venir meno dei principi di solidarietà e fratellanza. Vi risulta che tutto ciò sia avvenuto ad opera della sola destra politica? E solo negli ultimi tempi? Ma per favore...

2. A conferma di questo fatto ho riportato gli altalenanti dati della destra (ma lo stesso discorso varrebbe per M5S e per il centrosinistra) degli ultimi 11 anni. Dati che, più che uno spostamento a destra, ci mostrano principalmente la ricerca di una via d'uscita dalla lunga fase di stagnazione/recessione che ha impoverito milioni di persone.

3. La tesi è che si sia dunque di fronte ad un voto fondamentalmente non ideologico. In questo senso penso sia scorretto parlare di "svolta a destra". In questa fase i voti si acquistano e si perdono con una velocità impressionante (vedi i precedenti di Renzi e di M5S). Poi ci sarà anche dell'altro, ma come non vedere che è questa fenomenologia - il voto a chi appare più incisivo in quel momento nel confronto con l'UE - l'aspetto principale da cogliere nella valutazione dei dati elettorali?



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EUROPEI PESCI IN FACCIA

[ sabato 22 giugno 2019]


Davvero il tanto atteso Consiglio europeo (massimo organo politico della Ue) si è concluso ieri con un nulla di fatto?
Non proprio. Non si può fare come gli inglesi: "nebbia nella manica, continente isolato". Di fatto, il Consiglio non solo non ha smentito la Commissione, ma ha avallato la sua decisione di procedere contro l'Italia con la "procedura d'infrazione". Questo vuol dire che, salvo una marcia indietro sostanziale del governo giallo-verde, l'avvio della famigerata procedura sarà formalizzata presto. Che non ci sia stata la marcia indietro, come augurato dalla "Quinta colonnna" mattarelliana capeggiata da Tria, è un fatto certamente positivo — a smentita di chi aveva già dato per scontato che i giallo-verdi si sarebbero calati le mutande. Calza dunque a pennello, per descrivere quel che si pensa ai piani alti della Ue, il titolo dell'articolo dell'economista tedesco che abbiamo pubblicato ieri: "sono pazzi questi romani".
Diciamocelo, un po' di "pazzia" con certi arroganti tecnocrati non guasta, e il braccio di ferro continua. Vero che l'esito non è scontato, come del resto che il pallino in mano ce l'ha Matteo Salvini.

Un Salvini che tuttavia dovrebbe prendere atto che la sua strategia formalmente altreuropesita gridata ai quattro venti prima delle elezioni, è fallita.
Qual era infatti il cavallo di battaglia di Salvini? I sovranisti vinceranno le elezioni — e se non le vinceranno ci andranno vicini —, così che dopo le elezioni gli eurocrati saranno talmente indeboliti che non potranno aggredirci.

Invece dalle urne del 26 maggio, a ben vedere, il polimorfo blocco europeista ne è uscito rafforzato, tranne che in Regno Unito e in Italia.

Forte di questo risultato, l'oligarchia eurocratica accetterà di concedere all'Italia ulteriore "flessibilità"? C'è chi pensa di sì, viste le conseguenze destabilizzanti che uno scontro frontale con l'Italia potrebbe avere sulla tenuta dell'Unione.
Siamo in quella situazione paradossale in cui i due sfidanti non vorrebbero colpirsi mortalmente ma si vedono costretti a farlo; quella situazione in cui il gioco con le sue regole finisce per prevalere sui desiderata dei giocatori.
Per dirla più semplice: nessuno dei due sfidanti, giunti a questo punto, può perdere la faccia.

Per cui riteniamo più probabile che un accordo di compromesso non lo si trovi. Vedremo presto se ci sbagliamo. E se ci sbagliamo vorrà dire che il governo giallo-verde — con la Legge di bilancio sullo sfondo — varerà a passo di corsa una manovra correttiva, la sola mossa che potrebbe giustificare un passo indietro della Commissione.
Per il momento, altro che passo indietro! Commissione e Consiglio hanno preso a pesci in faccia Conte e per suo tramite Salvini e Di Maio: hanno irriso alla lunga lettera con cui il governo italiano ha risposto alla missiva di Bruxelles neanche prendendo in considerazione le cifre e le stime su deficit e debito avanzate da Roma.

Così adesso la palla (anzi la bomba) ritorna nel campo del governo giallo-verde.
Col che i fragili e incerti equilibri interni al governo potrebbero saltare.
Tria si dimetterà? E che farà Conte in questo caso? Aprirà formalmente la crisi?



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COSA ACCADRÀ ADESSO ? di Leonardo Mazzei

[ sabato 22 giugno 2019 ]

Cresce in Europa l'interesse per le vicende italiane dopo le elezioni europee. Cosa accadrà adesso? Ci saranno elezioni anticipate? Quali sono le vere intenzioni del governo giallo-verde riguardo all'Unione europea? Davvero saranno lanciati i MiniBoT? Reggerà l'alleanza M5s Lega? Di che natura è il populismo di Salvini?
A queste ed altre domande poste dal sito in lingua tedesca EUREXIT risponde Leonardo Mazzei del Comitato centrale di P101L'intervista è di Wilhelm Langthaler.


*  *  *


D. Le elezioni europee hanno rovesciato i rapporti di forza nel governo populista. Perché è avvenuto?

R. I rapporti di forza interni si sono invertiti, ma la maggioranza giallo-verde ha perfino guadagnato consensi. Alle elezioni politiche del 2018 aveva il 50,03% dei voti, alle europee ha ottenuto il 51,40%. Considerato che per il governo non è certo stato un anno facile, si tratta di una differenza minima ma significativa.
Credo che il rovesciamento dei consensi sia da attribuirsi a tre fattori. In primo luogo la Lega ha potuto incassare molti consensi grazie allo stop all'immigrazione clandestina nel Mediterraneo. In secondo luogo, mentre il Reddito di cittadinanza ha prodotto una forte delusione nell'elettorato M5S, l'intervento sulle pensioni — "Quota 100" — voluto in primo luogo dalla Lega, ha spinto molti lavoratori a votare per la prima volta questo partito. In terzo luogo, non bisogna dimenticarsi del ruolo dei media, che per un anno intero hanno fatto ricorso ad ogni argomento per attaccare i Cinque Stelle ancor più che il governo nel suo insieme.
Come se non bastasse, Di Maio ha sbagliato tutto nell'ultima parte della campagna elettorale quando, per dimostrare la propria autonomia da Salvini, ha operato una sorta di "svolta a sinistra". Purtroppo questa sterzata includeva anche un profilo assai più europeista di quello tradizionale del movimento. Una mossa pagata nelle urne.
Leonardo Mazzei

D. Dopo questi risultati, possiamo parlare di una svolta a destra come fanno i media europei?

R. Ci andrei molto cauto. Se guardiamo nel lungo periodo una svolta a destra certamente c'è stata, ma non è un fatto dell'ultimo anno. La verità è che con la fine sostanziale dei partiti, abbiamo ormai un voto non ideologico. Un voto dato, di volta in volta, a chi in quel momento sembra più adatto a risolvere i problemi. E per l'Italia il problema è la crisi, una lunga stagnazione (con due intense fasi recessive) che dura da dodici anni. Basti pensare che il Pil pro-capite italiano è ancora 7 punti al disotto di quello del 2007.
Buona parte dei votanti della Lega nel 2019, nel 2014 avevano votato Renzi (che prometteva sfracelli in Europa), poi i Cinque Stelle un anno fa. Come voteranno tra un anno o tra tre nessuno può dirlo adesso. Diciamo che le persone cercano una via d'uscita alla situazione attuale. Una svolta che vorrebbero la più indolore possibile, e proprio per questo si affidano al voto. Al tempo stesso, però, questo moderatismo non è stupido ed ha un suo preciso orientamento, tendendo a premiare chi in quel momento appare più credibile ed incisivo.

Ma per capire come sia improprio parlare di "svolta a destra" possiamo anche considerare i diversi risultati elettorali degli ultimi 11 anni. Nel 2008 la coalizione di destra vinse le elezioni politiche con il 46,81%, ma se consideriamo anche le altre liste non coalizzate la destra arrivò complessivamente al 55,43%. Nel 2013 ci fu invece il tracollo: 29,18% alla coalizione, 31,84% nel complesso. Nel 2018 la coalizione risalì al 37,00% (39,01% con i non coalizzati). Quest'anno le forze della tradizionale coalizione di destra (Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia) hanno raggiunto il 49,58%, mentre le due formazioni apertamente neofasciste - CasaPound e Forza Nuova - hanno ottenuto rispettivamente lo 0,33% e lo 0,15%, Un risultato, quest'ultimo, che dimostra alla grande quanto sia strumentale l'allarme antifascista suonato dalle èlite.

Mentre questi dati ci mostrano la grande mobilità elettorale degli ultimi anni, essi mettono in luce come i consensi attuali della destra siano perfino inferiori a quelli del 2008, quando nessuno se ne allarmava perché tutto si svolgeva comunque nel recinto di un bipolarismo che molti immaginavano allora come eterno. 

D. Quali conseguenze politiche avrà il voto del 26 maggio? Si è sentito parlare di elezioni anticipate.

R. Al momento le elezioni anticipate sono possibili, ma non certe. Dopo il voto i due partiti di governo si sono infatti ricompattati. Adesso lo scontro non è tra Lega ed M5S, quanto invece tra questi due partiti e la componente imposta da Mattarella, quella che definiamo da sempre come "Quinta Colonna" interna al governo. Il ministro degli Esteri Moavero e, soprattutto, il ministro dell'Economia Tria, operano fin dall'inizio come due infiltrati del blocco eurista dentro all'esecutivo. Nelle ultime settimane, con il riaccendersi dello scontro con la Commissione europea, anche il primo ministro Conte si è posto sempre più chiaramente sulla linea di Tria.

Qualora questa componente, sostanzialmente teleguidata dal presidente della repubblica, dovesse prevalere, sarebbe la vittoria di Bruxelles e la fine politica del governo giallo-verde. E' difficile però che le cose vadano in questo modo. Decisiva sarà la sorte di Tria. Se sarà costretto alle dimissioni il governo potrà andare avanti, dunque niente elezioni anticipate. Ma Tria, proprio per il gioco sporco che svolge, farà di tutto per restare al suo posto operando come guastatore interno al governo.

Se Salvini e Di Maio non riusciranno a venire a capo di questa situazione è probabile che a settembre si vada alle elezioni anticipate. E' questa una prospettiva vista con favore da Mattarella. Il presidente della repubblica ha infatti come primo obiettivo la caduta del governo giallo-verde, puntando poi a fare i conti con Salvini grazie alla parte più docile della Lega, aiutata magari da qualche azione della magistratura. Una componente, quest'ultima, sempre presente nei momenti decisivi della vita nazionale.

D. La commissione europea sta attaccando l'Italia per “l’infrazione dei trattati”. Come reagiranno il governo e le sue componenti interne? Sembra che Conte cerchi un compromesso, ma su quale base?

R. Come ho già detto Conte è adesso allineato con Tria. La loro tesi è che la "procedura d'infrazione" sarebbe per l'Italia il peggiore dei mali, dunque l'accordo con l'UE va secondo loro trovato a tutti i costi. Una posizione non condivisa da Lega e M5S.
Il problema non è la manovra aggiuntiva richiesta, bensì la futura Legge di Bilancio, che come noto andrà presentata entro il 15 ottobre. Per l'Italia è impensabile tornare all'austerità. Sono impensabili nuove tasse (in gioco c'è soprattutto l'IVA), come nuovi tagli. Veri spazi di compromesso in realtà non se ne vedono. Un accordo come quello trovato nel dicembre scorso non sembra oggi riproponibile. E' la stessa situazione economica italiana, con la crescita zero dell'ultimo anno, che impone delle scelte espansive. Ma questo l'UE non può accettarlo. Lo scontro sembra dunque certo. Più che ad un compromesso la linea di Tria e Conte porterebbe ad una capitolazione. Probabilmente sanno anch'essi che questa è improbabile, dato che Salvini e Di Maio non la potranno accettare, ma il loro gioco è a questo punto chiaramente disfattista.

D. I due grandi progetti del governo erano il reddito di cittadinanza (Cinque stelle) e "Quota 100" sulle pensioni  (Lega). Poi c'è la flat tax, un altro progetto del partito di Salvini. Cosa hanno fatto e cosa faranno nel prossimo futuro su questi temi?

R. Reddito di cittadinanza e "Quota 100" sono stati realizzati con la Legge di Bilancio del 2018. Ma entrambe queste misure sono state ridimensionate a causa dell'accordo con l'UE che abbiamo già ricordato.
Mentre "Quota 100" consentirà comunque di anticipare la pensione ad almeno trecentomila lavoratori, il Reddito di cittadinanza — pur restando in ogni caso la prima vera misura di contrasto alla povertà — ha subito tagli e limitazioni che ne hanno ridotto sia l'efficacia che il numero dei beneficiari.
Ora in ballo ci sono il salario minimo, voluto da M5S e contrastato dalle aziende, e la flat tax proposta dalla Lega. In termini macroeconomici, dunque nel confronto-scontro con l'UE, il tema fiscale sarà con ogni probabilità quello centrale.

Sulla flat tax vanno dette due cose. La prima è che, a dispetto del nome, essa non sarà comunque flat. Il progetto originario della Lega (aliquota unica sui redditi familiari al 15%) è stato ormai accantonato. Un abbandono dovuto tanto alla sua insostenibilità economica, quanto alla sua improponibilità dal punto di vista sociale. Tra l'altro l'articolo 53 della Costituzione dispone il carattere progressivo dell'imposizione fiscale. La seconda cosa è che il progetto non è stato ancora presentato. Si parla ora di una tassa piatta al 15% solo per i redditi familiari inferiori ai 50mila euro lordi (26mila per i single), ma trattandosi per adesso solo di discorsi è impossibile al momento una valutazione più precisa.

D. Il parlamento ha autorizzato l'emissione dei Mini-Bot, che la Commissione ha subito respinto. È veramente un passo verso una nuova moneta? O è solamente una minaccia alla commissione? Anche Tsipras e Varoufakis provarono un bluff, ma il risultato fu catastrofico. Sarà diverso in Italia?

R. Se fosse solo un bluff sarebbe il più stupido dei bluff, anche perché a Bruxelles non ci metterebbero molto a scoprirlo. In realtà l'emissione dei Mini-Bot sarà — in un senso o nell'altro — la vera prova della volontà politica del governo.
Formalmente non si tratterebbe di una nuova moneta, bensì di titoli del debito un po' particolari, dato che non prevederebbero né interessi né scadenze. Essi servirebbero ad accelerare i tempi di pagamento dei debiti commerciali della pubblica amministrazione. Uno strumento che darebbe due vantaggi allo Stato: quello di non pagare interessi e di immettere — di fatto — nuova liquidità.
E' chiaro che se i Mini-Bot funzionassero — ed io penso che funzionerebbero — col tempo potrebbero diventare una sorta di moneta parallela, utilizzabile non solo a compensazione dei crediti/debiti tra Stato ed aziende, ma nelle normali transazioni commerciali. Proprio per questo la questione è cruciale. Se il governo andrà avanti, lo scontro con l'Ue sarà inevitabile.

D. I Cinque Stelle sono considerati come l'ala sinistra del governo populista. Come leggono la loro sconfitta? Come pensano di rispondere?

R. Obiettivamente i Cinque Stelle sono l'ala sinistra del governo, ma il loro modo di essere e di presentarsi è troppo confuso. Sono permeabili alle questioni sociali, pur essendo nella sostanza subalterni alla narrazione neoliberista. Esprimono una visione democratica e costituzionale, contraddetta però dai pazzeschi meccanismi del loro funzionamento interno. A differenza della Lega, hanno spesso posizioni corrette sulle questioni internazionali, ma non mancano mai di riaffermare il loro atlantismo. E si potrebbe continuare... D'accordo che una certa dose di ambiguità è tipica di ogni populismo, ma questi troppe volte esagerano...
Proprio per l'assenza di una vera identità i Cinque Stelle faticano a leggere la loro sconfitta. Personalmente non sono tra coloro che pensano che M5S sia destinato a scomparire nei prossimi anni dalla scena politica italiana, ma alcune scelte (dall'organizzazione, alla democrazia interna) non paiono più rinviabili. Purtroppo, però, una vera risposta politica alla sconfitta elettorale ancora non si vede. Speriamo che sia solo una questione di tempo.

D. La Lega sembra il grande vincitore. Ma ha sostanza? Il suo blocco sociale nordista include anche la borghesia industriale, com'è pensabile che resista alla Commissione fino alla rottura?

R. Questo è forse l'interrogativo più grande. La Lega è passata in pochi anni dall'essere una forza del Nord, oscillante tra l'autonomismo ed il secessionismo, ad essere un partito che in quanto nazionalista non può che puntare ad essere innanzitutto "nazionale". Ovviamente questa trasformazione non è ancora un fatto del tutto compiuto, anzi.
Per certi aspetti è come se nella Lega convivessero oggi due partiti in uno. Da una parte la Lega salviniana (nazionalista) si fa forte dell'incredibile ascesa elettorale di questi anni; dall'altra la Lega nordista dispone ancora di tanta parte dei militanti e dei dirigenti ed ha dalla sua il peso della tradizione e quello dei soldi. Rivelatrice della forza di questa componente è la questione del "regionalismo differenziato", il progetto di trasferire risorse economiche dalle regioni più povere del sud a quelle più ricche del nord del Paese. Un progetto al momento bloccato dall'opposizione di M5S, ma al quale la Lega non intende rinunciare, avvalendosi peraltro delle norme inserite nella Costituzione nel 2001 dall'allora maggioranza di centrosinistra.
E' evidente come nel blocco della Lega nordista, che include anche pezzi della borghesia industriale ma non i grandi centri del potere economico, sia tuttora forte una sorta di "europeismo di fatto" dovuto in primo luogo allo stretto legame delle industrie del nord con la filiera produttiva tedesca.
Come si risolverà questo conflitto tra le "due Leghe" non lo sappiamo. Quel che è certo è che se la Lega salviniana tornasse ad essere la Lega Nord di un tempo i suoi consensi si sgonfierebbero assai presto.

D. E' immaginabile davvero un'uscita da destra dall'euro?

R. Questo ce lo diranno i fatti, ma è un'ipotesi che non abbiamo mai escluso. Già nel 2014 il vecchio Coordinamento della sinistra no-euro, nato chiaramente per lavorare ad un'uscita da sinistra dalla moneta unica (e per contrastare su quel terreno l'egemonia della Lega), affermava con chiarezza che anche un'uscita da destra sarebbe stata meglio della permanenza in quella gabbia.
Naturalmente è questa un'ipotesi che pone diversi problemi, ma quell'orientamento resta perché senza liberazione nazionale, senza riconquista della sovranità democratica, ogni altra lotta sociale sarebbe persa in partenza. Figuriamoci quella per il rilancio di un'alternativa socialista...

D. Non si vede il fattore “gilets jaunes” alla italiana.

R. Non si vede perché non c'è. E non c'è perché i settori sociali che potrebbero dar vita ad un movimento del genere al momento affidano ancora le loro speranze alle forze di governo.
Prima nel 2012 in Sicilia, poi alla fine del 2013 sul piano nazionale, il movimento dei "Forconi" fu — sia pure su una scala più ridotta — un'anticipazione di quanto avvenuto cinque anni dopo in Francia. Stessa la composizione sociale ed il maggior radicamento nelle aree periferiche. Stesse le modalità di mobilitazione e gli elementi identificativi.
Se ci sarà un ritorno alle politiche di austerità è molto probabile che un movimento con quelle caratteristiche riemerga assai presto, specie nel Sud del Paese. 

D. E la sinistra, quella tradizionale globalista e quella vostra patriottica?

R. La sinistra globalista è ormai alla frutta. Alle europee, la lista "la Sinistra" ha ottenuto un misero 1,7%, mentre cinque anni prima "l'Altra Europa con Tsipras" aveva superato il 4%. Ancor più che in passato questa lista è apparsa senza idee, salvo quella di dover comunque difendere l'Unione Europea dall'assalto del nazionalismo di destra. Aver partecipato ad un allarme antifascista, del tutto estraneo al sentimento delle masse, ha fatto il gioco del Partito democratico, che ha così incassato il cosiddetto "voto utile" di chi a quell'allarme ha creduto.
La sinistra patriottica ha grandi idee, ma forze ancora troppo divise. Superare queste divisioni è la condizione indispensabile per operare il salto di qualità verso un soggetto politico credibile. Un soggetto che sappia legare la lotta all'euro-dittatura con una nuova prospettiva socialista. Operazione che nella concreta situazione italiana dell'oggi — questa è la posizione di Programma 101 — può essere condotta solo con un chiaro posizionamento nel campo populista.

15 giugno 2019


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