martedì 31 dicembre 2019

PAPA BERGOGLIO E LA TEOLOGIA DEL POPOLO di Eos

Francesco è un sacerdote legato alla prassi politica ed alla pratica pastorale più che alla pura teologia ma nonostante questo ha solide basi teologiche. 

Il fondamento teorico che innerva la pratica del Pontefice è la teologia del popolo. Quest’ultima non va però identificata con la teologia della
liberazione latinoamericana. 

lunedì 30 dicembre 2019

AVVISO IMPORTANTE AI LETTORI DI SOLLEVAZIONE



SOLLEVAZIONE celebra il suo decimo anno di vita. 

Di strada ne abbiamo fatta. Quando demmo vita a questo "foglio telematico" (erano gli inizi di dicembre del 2009), avevamo poche decine di lettori al giorno. Oggi siamo a migliaia. La tabella sopra (statistiche fornite da blogger, la piattaforma di Google

GRETA E LA NARRAZIONE TOSSICA di Piemme

Qui accanto la copertina del Time dedicata a Greta Thumberg, scelta come "persona dell'anno".

Veniamo a sapere che fra poco uscirà un documentario a lei dedicato, dal quale si scopre che la ragazza è stata seguita sin dal primo giorno del suo sciopero scolastico.

domenica 29 dicembre 2019

FRANCIA: 25° GIORNO DI SCIOPERO


Tanti sono i fatti accaduti nel 2019 che ci lasciamo alle spalle.
Tra questi ci piace ricordare le rivolte popolari che hanno scosso diversi paesi. Quella in Ecuador, quella dei cileni, che non demordono malgrado la durissima repressione (ieri è stato ammazzzzato il 29° manifestante). Vogliamo ricordare le

sabato 28 dicembre 2019

PARAGONE HA RAGIONE

La tenaglia del bipolarismo si stringe attorno al collo del Movimento 5 stelle. La crisi finale sembra essere alle porte. 
Contro le due tendenze, quella che tira verso il centro-destra e l'altra verso il centro-sinistra, inizia a configurarsi la terza....

venerdì 27 dicembre 2019

NO AL REFERENDUM LEGHISTA di Piemme

Il 20 novembre scorso la Cassazione ha purtroppo dato il via libera al quesito referendario presentato da otto regioni a guida leghista. 

Di che si tratta? Il referendum mira a cancellare la quota proporzionale del Rosatellum estendendo i collegi uninominali al 100% del territorio nazionale. L'ultima parola,

mercoledì 25 dicembre 2019

SARDINE: L'ARROGANZA DI UNA MINORANZA di Leonardo Mazzei

Né ridere né piangere. Né sopravvalutare né sottovalutare. Torniamo a fare analisi del "movimento delle sardine". Che sia "spontaneo" oppure un prodotto di laboratorio non cambia la sostanza: Salvini è il bersaglio, il fine è debellare "populismo" e "sovranismo". Per questo esso è funzionale al regime dell'élite euro-liberista.

SARDINE, SIONISTI E DINTORNI

Non c'è bisogno di ricordare quanto l'islamofobia si sia diffusa in Occidente, anzitutto dopo le stragi di al-Qaida e dello Stato Islamico.

Due fatti saltano agli occhi.Il primo è che l'esecrabile stragismo in questione è stato strumentalmente utilizzato per giustificare il disprezzo, se non il vero e proprio odio contro l'Islamismo in quanto tale.

martedì 24 dicembre 2019

AUTOSTRADE: ESPROPRIO PROLETARIO?

Sulla vicenda Autostrade per l'Italia la tabella qui sopra dice molte cose, dice anzi tutto. Il regime delle concessioni ha fatto fare soldi a palate alle imprese private (linea gialla) e linea verde) a cui lo Stato ha affidato la gestione delle autostrade mentre

lunedì 23 dicembre 2019

È QUI, TRA NOI... BABBO NATALE? NO LA RECESSIONE

[ lunedì 23 dicembre 2019 ]

«Le imprese manifatturiere della provincia di Udine hanno visto la produzione scendere dello 0,9% nel primo trimestre 2019, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nel secondo trimestre il calo è stato del 2,7% e nel terzo del 3,7. Una valanga che aumenta di velocità con il passar del tempo.La Lombardia si avvicina alla crescita zero».

I dati del Bollettino economico della Bce ci dicono che stessa è la tendenza in Veneto, Piemonte ed anche in Emilia, ovvero nelle eree che sono il motore industriale del Paese.

Dati che si spiegano con il forte calo delle esportazioni, causato a sua volta dalla crisi delle locomotiva tedesca.

Afferma Anna Mareschi Danieli, presidente della Confindustria udinese: «Cos'altro ci vuole per capire che il Paese deve urgentemente cambiare rotta».


Giusto, ma quale rotta?


Non è difficile immaginare a quale alluda il grande padronato: avanti con la globalizzazione liberista, rispetto delle compatibilità eurocratiche, subalternità economica alla locomotiva (spompata) tedesca, insistere quindi sul modello esportativo basato sulla competizione sfrenata fondata su maggiore sfruttamento della manodopera e bassi salari. Quindi non solo accettare la chiusura di migliaia di aziende con l'accrescimento della disoccuazione, perciò un'ulteriore compressione della già depressa "domanda interna".

Non un "cambio di rotta" quindi, ma esattamente il contrario, ovvero una "avanti tutta verso il baratro", ciò nella convinzione che la recessione sia solo passeggera e che la tendenza protezionistica avviata dagli Stati Uniti sia solo una "follia" passeggera.

Non è così! La verità è che il lungo ciclo costituito dall'accoppiata della globalizzazione liberoscambista e della finanziarizzazione sfrenata è al tramonto, che la tendenza delle economie e degli stati nazionali a proteggersi dalla concorrenza e premunirsi dal rischio di un nuovo grande shock finanziario non è momentanea ma tenderà a rafforzarsi.

Se questo è vero c'è un solo possibile "cambio di rotta" per il nostro Paese: rilanciare la "domanda interna", stroncare la disoccupazione di massa, aumentare i salari, ciò che chiede riportare lo Stato, come afferma la Cosituzione, ritorni al centro dell'economia affinché ridiventi il motore e la testa di un grande piano economico di rinascita e di investimenti.

Chiediamoci: è questo possibile restando nella gabbia dell'Unione europea?
 
La risposta è no. L'ITALEXIT, la riconquista della sovranità politica e monetaria sono la sola via per uscire dal marasma.


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domenica 22 dicembre 2019

INCENERITORI: SÌ O NO? IL CASO DI TERNI di Francesco Santi

[ domenica 22 dicembre 2019 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Il recente parere negativo espresso dalla USL n.2 dell’Umbria ad autorizzare l’inceneritore di ACEA di Terni a bruciare 30.000 tonnellate di rifiuti solidi offre lo spunto per una riflessione di carattere più generale sulla gestione delle tematiche relative all’inquinamento.  

L’argomento è complesso e il caso ILVA di Taranto fornisce l’efficace rappresentazione delle drammatiche contraddizioni legate ad uno sviluppo industriale troppo attento agli interessi economici del capitale e meno agli altri interessi tutelati dall’art. 41 della Costituzione che recita: “L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.”

La finanziarizzazione dell’economia e la sua disumanizzazione hanno reso la volontà di un profitto rapido assolutamente predominante rispetto alle esigenze sociali, in particolare quelle dei lavoratori e quelle legate ad un ambiente salubre, che necessiterebbero invece del pieno rispetto dell’art. 41.

            Il recente decreto del Ministero della salute del 27 marzo 2019 ha reso operative le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità “Valutazione di Impatto sulla Salute (VIS)”.

     Le innovazioni in esse previste sono molto importanti e in particolare:

1)   Superano definitivamente la separazione fra tutela dell’ambiente e quella della salute, introdotta con il referendum del 1993 che tolse ogni competenza alle USL affidandola al Ministero dell’Ambiente ed operativamente alle Agenzie per la Protezione dell’Ambiente (ARPA). Ora la tematica Salute-Ambiente è stata correttamente ricondotta ad una gestione integrata.


2)   Ribadiscono che la salute è, come definita dalla Organizzazione Mondiale della sanità, uno “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale” e la collocano all’interno di un contesto di fattori che la influenzano (determinanti) indicati in figura 1. Interessante notare come il capitale sociale della comunità sia uno dei fattori che più da vicino condizionano lo stato di salute di una persona, insieme alla situazione economica locale.

3)   Testualmente recitano: “La procedura di VIS, come proposta e promossa dalla Conferenza di Gothenburg, si ispira ai principi di trasparenza, etica, eguaglianza, partecipazione, sostenibilità e democrazia……La procedura di VIS è stata identificata come uno strumento importante per migliorare la salute pubblica, tenendo in considerazione i determinanti socioeconomici della salute nel promuovere politiche e interventi che possano migliorare l’equità in salute e ridurre le disuguaglianze in salute”.

Dal punto di vista dei criteri operativi le linee guida prevedono il coinvolgimento, sin dalle fasi iniziali, oltre che di esperti del settore ambientale e sanitario, anche degli attori sociali e, soprattutto, della popolazione che principalmente subirà gli effetti, diretti ed indiretti, positivi e negativi, che l’opera, nel nostro caso l’inceneritore, apporterà al territorio; è inteso che il saldo dovrà essere ovviamente positivo, riducendo al massimo gli effetti negativi e compensandoli con interventi ed iniziative che migliorino lo stato di salute.

Altro punto importante è che dovranno essere resi trasparenti i criteri adottati nella identificazione e nella costruzione degli scenari di esposizione e dei modelli previsionali di rischio per la salute ad essi correlato. Dovranno altresì essere esplicitate le incertezze legate alle stime degli effetti sulla salute e quali sono le fonti scientifiche a cui si è fatto ricorso, in nome della massima trasparenza.

Nella relazione della USL n.2 sull’inceneritore dell’ACEA, viene innanzitutto rappresentato l’attuale quadro degli effetti sulla salute dell’inquinamento a Terni, legato al traffico, al riscaldamento ed alle attività industriali. I dati sono preoccupanti sia rispetto alla media delle città italiane che alle altre città umbre, anche se rispetto a 30 altre città industrializzate del nord Terni si trova però in una condizione migliore. Ciò ha indotto la USL 2 alle seguenti conclusioni:  
«A conclusione di questa sintetica revisione dei dati epidemiologici oggi disponibili, si può affermare che le problematiche di salute evidenziate sono già sufficienti per portare a due conseguenze: la realizzazione, in generale, di azioni di miglioramento ambientale da attuare senza indugio e la necessità di non incrementare ulteriormente le fonti inquinati, in particolare le emissioni in atmosfera».
D’altro lato, i dati complessivi di mortalità nel comune ed in provincia di Terni offrono un quadro più rassicurante: nel 2014 Terni era al terzo posto nella graduatoria delle province italiane in termini di riduzione della mortalità evitabile per quanto riguarda gli uomini e nella media italiana per quanto riguarda le donne. Ciò a riprova che le influenze dirette ed indirette sulla salute dei determinanti di cui alla fig. 1 sono molto complesse e che le condizioni socio-economiche di un territorio rivestono un ruolo molto importante. La povertà, in particolare, è un elemento di grande rilievo che, oltre agli ovvi svantaggi che comporta in termini di accessibilità alle cure ed a stili di vita salubri, si correla anche con i maggiori livelli di esposizione all’inquinamento. Le stesse linee guida della VIS sollecitano a valutare lo stato socio-economico della comunità interessata dall’opera che si andrà a costruire usando l’indicatore deprivazione, basato su: % di popolazione con istruzione pari o inferiore alla licenza, elementare (mancato raggiungimento obbligo scolastico), % di popolazione attiva, disoccupata o in cerca di prima occupazione, % di abitazioni occupate in affitto, indice di affollamento (numero di occupanti le abitazioni per 100m2). 



  Per quanto riguarda gli effetti sulla salute dell’inceneritore nella relazione della USL n.2, in base al principio dell’ipotesi peggiore sono stati presi in considerazione i due scenari di esposizione che non è previsto si verifichino nelle normali condizioni di esercizio. La stima è stata espressa in termini di mortalità, di ricoveri ospedalieri per malattie cardiovascolari e respiratorie e di aumento dei tumori che possiamo sintetizzare così:

-       - rispetto ad un numero di morti a Terni pari a 1337 l’anno (nel 2016), lo scenario peggiore legato all’attività dell’inceneritore sarebbe di 0,02 morti l’anno (ossia 1 morto in più in 50 anni). a fronte di un numero totale di decessi che si aggirerà sui 60-70mila)

-       - per quanto riguarda i tumori, la stima, effettuata con criteri molto cautelativi che potrebbero sovrastimare il dato, sarebbe di circa 7 tumori aggiuntivi in 70 anni per milione, superiore al valore di 1 tumore ritenuto accettabile da vari organismi scientifici ed anche dal d.lg. 152/2006 per quanto riguarda i siti industriali bonificati. Rapportato alla popolazione di Terni, pari a circa 100.000 persone, il rischio incrementale è pari all’incirca ad un tumore in 70 anni. Nello stesso periodo i tumori avuti a Terni si può stimare che saranno attorno ai 60mila.


Questi numeri, in verità non elevati, impongono una riflessione sulla percezione del rischio da parte dei cittadini, che definiremmo “vittime” di un’informazione distorta: come è possibile che contro l’inceneritore a Terni si sia creato un allarme sociale molto elevato, mentre, ad esempio, per il numero di morti e gravi malattie provocato a Terni dalla crisi economica, incomparabilmente più grave, come risulta da uno studio della Bocconi riportato in un nostro precedente articolo, ci sia un assoluto silenzio da parte di istituzioni, partiti, sindacati e comitati di cittadini vari?


La stessa USL n.2 stimola ad una riflessione di questa natura: “Queste conclusioni devono necessariamente essere contestualizzate, in particolare con gli aspetti socio-economici in grado di influenzare lo stato di salute della popolazione.”

Noi riteniamo che sulla questione inceneritore ACEA i cittadini debbano essere coinvolti, in ossequio alle linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità che lo prevedono esplicitamente, affinchè si esprimano sul punto; sarebbe una buona occasione per dare corpo alla partecipazione democratica nel pieno rispetto della normativa di settore e, aspetto non secondario, della Costituzione.

sabato 21 dicembre 2019

SALVINI IN GALERA? di Piemme

[ sabato 21 dicembre 2019 ]

Non è il tintinnar di sciabole che si ode, ma quello assordante e perpetuo delle manette.

Di che stupirsi del resto?

Viviamo in un Paese che malgrado la Costituzione affermi che la sovranità appartiene al popolo, l'ha ceduta all'euro-tecnocrazia.

Nel Paese nel quale, in palese contrasto con l'articolo 27 della  Costituzione [1],vige un Codice penale del 1930, così che la pena di morte è sta sì abolita, ma per essere rimpiazzata dalla pena fino alla morte (ergasotolo ostativo, 41bis, ecc).

Nel Paese in cui, come in nessun altro, quello giudiziario è diventato una super-potere il quale, travalicati da tempo i confini del proprio campo di pertinenza, sovradetermina gli altri due e detta il ritmo funebre che la politica è costretta a ballare. E' così che ci spieghiamo le recenti farneticazioni di un procuratore che, vittima di un vero e proprio delirito di onnipotenza, giustifica una retata di massa dicendo che "il suo sogno, da sempre, era quello di... smontare la Calabria come un Lego e poi rimontarla piano piano". 

Nel Paese in cui proprio la cosiddetta "forza del cambiamento" (M5s) ha voluto ad ogni costo un provvedimento infame e liberticida come l'abolizione delle precrizione dei reati penali (ovvero: fine pena mai).

Viviamo in un Paese che pare sempre riuscire a smentire la quarta legge della dialettica, quella per cui la quantità si trasforma ad un certo punto in qualità — da noi le contraddizioni si affastellano, vanno e vengono, senza tuttavia mai superare il limite oltre il quale c'è la resa dei conti, lo scontro risolutivo

E' in questo quadro che si deve inscrivere il processo a Matteo Salvini, con tanto di rischio di finire in carcere per 15 anni a causa del presunto "sequestro di persona" relativo al caso della nave Gregoretti.

Sarà il Parlamento a decidere se Salvini verrà consegnato ai giuidici o se gli sarà assicurata l'immunità parlamentare. La magistratura ha puntato una pistola alla tempia di Salvini, la decisione se possa o no premere il grilletto è formalmente lasciata ai parlamentari, cioè ai politici.

Tra questi molti sono coloro, non solo le ex-sinistre, che vorrebbero abdicare ai giudici per provare a togliersi di mezzo Matteo Salvini. Fosse per i manettari dei 5 stelle il problema nemmeno si porrebbe, visto che sono per abolire l'immunità per i parlamentari
en passant: uno dei dispositivi che qualificano lo Stato di diritto.

Nemmeno vogliamo entrare nella diatriba se Salvini abbia agito di testa sua come Ministro, se abbia o meno informato i suoi colleghgi condividendo la decisione di bloccare la Gregoretti in rada. Né vogliamo disquisire se processare "il truce" facendone un martire ottenga l'effetto contrario che quello di toglierlo di mezzo.

Salvini, quello che ha mandato a monte il governo giallo-verde, Salvini che da no euro afferma "mai detto di voler uscire", Salvini che vuole una legge elettorale senza proporzionale, Salvini che chiede Mario Drahi al comando, Salvini il liberista che vuole dare tutto in mano ai privati, Salvini provato uomo di fede atlantista e sionista...

Questo populista azzeccagarbugli va contrastato a battuto sul piano politico, ovvero smescherato, opponendogli punto per punto una linea politica alternativa.

Ciò significa mai stare in combutta con l'élite eurocratica, né con la sinistra di regime (liberista quanto e più di lui), né con le sue frattaglie sardiniche, e infine mai appoggiandosi sulla super-casta giudiziaria che peggio ancora di come han fatto i politicanti, accettato un diritto sovraordinante ed extra-cosituzionale, si è piegata di sua sponte alla sudditanza all'Unione eurepea; Unione il cui intervento salvifico anzi invoca  per raddrizzare quel "legno storto del popolo italiano".


NOTE


[1] "L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte".  


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venerdì 20 dicembre 2019

L'INTERVENTO RUSSO IN SIRIA di Maurizio Vezzosi


[ venerdì 20 dicembre 2019 ]
 



Tratti e obiettivi dell’intervento russo in Siria
di Maurizio Vezzosi


Intervista a Maria Chodinskaja-Golenisheva


Maria Chodinskaja-Golenisheva è un’arabista e diplomatica russa. Dopo sette anni trascorsi alla rappresentanza permanente della Federazione Russa presso la sede ONU di Ginevra, segue ora le questioni del Vicino Oriente a Mosca presso il ministero degli Affari esteri della Federazione Russa. Attualmente è in visita in Italia per presentare l’edizione italiana del suo Siria. Il tormentato cammino verso la pace (Sandro Teti Editore). Era già stato pubblicato in italiano lo scorso anno Aleppo. Guerra e diplomazia.




D. Ambasciatrice Chodinskaja-Golenisheva, come sintetizzerebbe le ragioni dell’intervento militare in Siria della Federazione Russa?

R. Nel 2015, quando è stata assunta la decisione di intervenire in Siria, sul campo si trovavano già alcune migliaia di jihadisti in armi arrivati dalla Federazione Russa e dalle altre repubbliche dell’ex Unione Sovietica: questo fatto costituiva e costituisce tuttora una minaccia reale e concreta alla sicurezza nazionale russa. È molto importante comprendere questo. Con le guerre del Caucaso, a partire dagli anni Novanta, il nostro Paese ha conosciuto a proprie spese le conseguenze del terrorismo con gli attacchi agli edifici residenziali, alla metropolitana di Mosca, al teatro della Dubrovka, alla scuola di Beslan ed altri. Per queste ragioni la nostra società non accetta alcuna forma di tolleranza o di debolezza nei confronti del terrorismo. Intervenire militarmente in Siria, dunque, ha avuto tra i suoi obiettivi quello di impedire alle migliaia di jihadisti provenienti dal mondo ex sovietico di nuocere alla Federazione Russa.

Oltre a questo, non potevamo permettere che la distruzione avvenuta in Libia ed in Iraq finisse per verificarsi anche in un Paese come la Siria: nel 2015, anno in cui l’intervento è stato deciso, erano già stati compiuti crimini mostruosi contro le minoranze etniche e religiose ‒ inclusi i cristiani ‒ e Damasco stava rischiando di cadere sotto il controllo delle milizie jihadiste. L’intervento militare della Federazione Russa ha avuto ‒ ed ha ‒ tra i suoi obiettivi il sostegno alle forze armate siriane e la difesa dell’integrità territoriale del Paese, non quello di intromettersi nella sua politica.

D. A suo avviso come si svilupperà il rapporto tra Damasco e la comunità curda nella Siria postbellica? Crede che la presenza militare della Federazione Russa sul confine settentrionale siriano debba essere permanente?

La questione curda è oggi molto complessa, così come lo è stata nel passato, e credo vada affrontata come quella delle altre minoranze che vivono in Siria. Una parte della comunità curda è stata illusa dalle promesse degli Stati Uniti: senza la piena integrazione della comunità curda nel processo politico in corso nel Paese è assai difficile risolvere la crisi siriana. In questo senso la Federazione Russa ha sempre sostenuto la necessità di far partecipare le rappresentanze curde alle discussioni che si sono svolte a Ginevra sotto l’egida delle Nazioni Unite. Non è un segreto che rispetto a questo le maggiori difficoltà siano state quelle prodotte dalla posizione della Turchia.




 R. Le nostre relazioni non cambieranno: il risvolto politico di questo accordo non ha alcuna funzione contro questo o quel Paese. Le intese che sosteniamo puntano allo sviluppo e all’integrazione economica. Ad esempio, dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai ‒ di cui la Federazione Russa è fondatrice ‒ sono membri sia il Pakistan che l’India: personalmente ritengo che questo sia un grande successo che può favorire le relazioni tra i due Paesi. Qualunque Paese cooperi con l’Unione economica euroasiatica deve avere chiaro che non è possibile utilizzare questa organizzazione in funzione delle proprie controversie politiche.
Credo che la problematica vada risolta con il dialogo tra la comunità curda e Damasco: un’opzione alternativa non esiste, ma capisco che non sia semplice. Damasco crede che una parte della comunità curda abbia ambizioni separatiste: una parte della comunità curda crede di essere stata l’unica a combattere contro l’Isis, e che Damasco non abbia fatto abbastanza in questo senso.

Penso sia necessario uscire da questa narrazione e insistere sul dialogo politico, soprattutto nella consapevolezza che presto o tardi il controllo sul territorio siriano verrà ripristinato nella sua interezza.

D. Negli ultimi anni la cronaca del Vicino Oriente ha evidenziato una crisi della politica estera degli Stati Uniti. Nonostante l’annunciato ritiro delle truppe statunitensi da parte del presidente Trump, gli Stati Uniti stanno mantenendo il loro controllo militare in alcune zone della Siria dove si trovano pozzi petroliferi. Quali sviluppi attendono a suo avviso la questione del petrolio siriano?

R. Il fatto in sé costituisce una violazione della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, così come degli impegni assunti dagli Stati Uniti rispetto alla tutela dell’integrità territoriale della Siria. L’atteggiamento americano verso le risorse siriane mal si confà ad una grande potenza, soprattutto laddove queste mosse andassero a sostengo del progetto di creare un quasi-Stato nella parte orientale della Siria.

D. Qual è a suo avviso il nesso tra i conflitti del Vicino Oriente e la crisi migratoria a cui molti Paesi europei si trovano a dover far fronte?

R. Su questo piano, e non solo, l’atteggiamento di molti Paesi europei nelle aree di crisi del Vicino Oriente è stato un atteggiamento suicida. Nessun profugo ritornerà in Libia fino a che non esisteranno delle istituzioni sufficientemente solide, così come nessun profugo ritornerà in Iraq fino a che non verrà risolta la crisi politica del Paese. Credo che le posizioni che muovono da presupposti diversi siano assai miopi e finiscano per risultare dannose anche per i Paesi che le sostengono.

D. La messa a regime dell’area di libero scambio tra Israele e l’Unione economica euroasiatica è imminente: quali conseguenze è destinata a produrre nel rapporto della Federazione Russa con l’Iran e con la Siria?


R.Le nostre relazioni non cambieranno: il risvolto politico di questo accordo non ha alcuna funzione contro questo o quel Paese. Le intese che sosteniamo puntano allo sviluppo e all’integrazione economica. Ad esempio, dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai ‒ di cui la Federazione Russa è fondatrice ‒ sono membri sia il Pakistan che l’India: personalmente ritengo che questo sia un grande successo che può favorire le relazioni tra i due Paesi. Qualunque Paese cooperi con l’Unione economica euroasiatica deve avere chiaro che non è possibile utilizzare questa organizzazione in funzione delle proprie controversie politiche.


- Fonte: Treccani magazine

* L’intervista è stata realizzata in lingua russa: l’autore, che ne ha curato la traduzione e l’adattamento, ringrazia l’editore Sandro Teti per la disponibilità.


** Maurizio Vezzosi, analista e reporter freelance. Collabora con RSI Televisione Svizzera, L’Espresso, Limes, l'Atlante geopolitico di Treccani, il centro studi Quadrante Futuro ed altre testate. Ha raccontato il conflitto ucraino dai territori insorti contro il governo di Kiev documentando la situazione sulla linea del fronte. Nel 2016 ha documentato le ripercussioni della crisi siriana sui fragili equilibri del Libano. Si occupa della radicalizzazione islamica nello spazio postsovietico, in particolare nel Caucaso settentrionale, in Uzbekistan e in Kirghizistan. È assegnista di ricerca presso l’Istituto di studi politici “S. Pio V”

giovedì 19 dicembre 2019

RACCOGLIERE IL TESTIMONE DEL POPOLO FRANCESE cc di P101



Comunicato n. 13/2019

Comitato Centrale di Programma 101


Mentre la Francia era paralizzata dalla più massiccia ondata di scioperi e mobilitazioni sindacali da dieci anni a questa parte, il Parlamento francese, dopo una faticosa maratona, ha approvato ieri la Legge di Bilancio 2020. Una manovra di marca verde-euro-austeritaria che dovrebbe portare il deficit al 2,2% rispetto al 3,1 di quest’anno — da molti anni la Francia sfora la soglia del 3%. L’antipopolare riforma delle pensioni (tuttavia non così devastante come quella che fecero Fornero-Monti) è quindi posticipata.

A causa della grande prova di forza delle organizzazioni sindacali, si intravedono le prime crepe nel fronte macroniano. Dopo lo sciopero generale del 5 dicembre e due settimane di “grève interpro” [scioperi interprofessionali] e ad intermittenza, che ha coinvolto anzitutto i lavoratori delle potenti categorie del pubblico impiego e dei trasporti, quello del 17 dicembre, ha visto una partecipazione ancor più massiccia. Il suo peso ha avuto anche l’adesione all’ultimo momento della CFDT (sindacato “socialista” che si era tenuto in disparte per proteggere Macron e il suo governo).

Macron non è mai stato in difficoltà come adesso. La stampa liberista francese sostiene che egli non sopravviverebbe ad un’eventuale marcia indietro come accadde a Chirac nel 1995 (che fece appunto il primo tentativo di riforma delle pensioni). Tuttavia c’è chi tranquillizza il banchiere Macron, condottiero di La Republique en Marche (LR). E’ vero

che i sondaggi danno la sua popolarità al poco più del 30%, ma in Francia, a causa del micidiale meccanismo elettorale del doppio turno, si può diventare Presidente anche con un indice di popolarità così basso — al primo turno delle ultime elezioni svoltesi il 23 aprile 2017, Macron ottenne il 24%, e poi vinse al ballottaggio contro la Le Pen col 66% dei voti.

Uno dei fatti significativi delle mobilitazioni del 17 dicembre, è che sono scesi in sciopero anche lavoratori delle aziende private. Non accadeva da molto tempo.

Il secondo fatto è la partecipazione in diverse manifestazioni di nutrite delegazioni di Gilet Gialli. Segno che mesi e mesi di rivolta per le strade hanno ben concimato il terreno su cui è nata la pianta dell’attuale movimento di scioperi.

Il terzo fatto è che dalle piazze e dalle strade è emersa maggioritaria la volontà di respingere ogni compromesso negoziale con Macron (non c’è da fidarsi dei sindacati). Lo slogan ripetuto è stato “continuer jusqu’au retrait de la reforme des retraites” [continuare la lotta fino al ritiro della riforma delle pensioni]; “Pas de trêve de Noel, jusqu’au retrait!” [ Nessuna tregua natalizia, lotta fino al ritiro!”].

Il quarto fatto è accaduto al corteo di Parigi: la testa è stata presa dagli scioperanti autorganizzati composta da insegnanti, ferrovieri e dalla maestranze RATP [metro] oramai giunti al 14 giorno di sciopero a oltranza.


Il quinto fatto è quello che attesta come lo sciopero abbia fatto il salto da mobilitazione meramente sindacale a sciopero politico. “Macron démission” lo slogan che i Gilet Gialli hanno gridato per mesi ha contaminato anche i lavoratori delle metropoli, che la protesta dei Gilet Gialli osservarono solo da lontano.

Come Programma 101 esprimiamo la nostra incondizionata solidarietà alla battaglia del proletariato di Francia contro Macron e tutto il fronte euroliberista, e ci auguriamo che esso, come altre volte accaduto nella storia europea, sia il gallo che da la sveglia al resto dei popoli europei.

Comitato Centrale di Programma 101
19 dicembre 2019 

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LA BREXIT PARLA ANCHE A NOI di Liberiamo l'Italia

[ giovedì 19 dicembre 2019 ]

Volentieri pubblichiamo la risoluzione sulle recenti elezioni in Gran Bretagna approvata dal Coordinamento nazionale di LIBERIAMO L'ITALIA.

*  *  *

BREXIT!


Le elezioni della scorsa settimana in Gran Bretagna, di fatto un secondo referendum sulla Brexit, ci hanno consegnato un risultato storico. Dopo tre anni di melina parlamentare, di pressioni di tutti i tipi per cancellare la vittoria del leave nel 2016, la scelta di uscire dall’UE è stata clamorosamente confermata. Liberiamo l’Italia saluta con soddisfazione questo successo.

Si tratta di un risultato storico perché, mentre da un lato dà forza a chi (come noi) si batte per la riconquista della sovranità nazionale, dall’altro esso segna un serio indebolimento dell’Unione europea, della sua pretesa egemonica e del suo espansionismo. Di più, smentendo tutti i catastrofismi del caso, il voto del 12 dicembre dimostra che dalla gabbia europea si può uscire, eccome.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, in qualità di presidente della Commissione europea, Romano Prodi parlava di una UE che un giorno sarebbe andata da Lisbona a Vladivostok! Adesso, non solo si è fermata l’espansione ad est, ma problemi serissimi sono sorti ad ovest, segno evidente dell’esaurimento di quella spinta unionista su cui tanto confidavano le oligarchie del continente.

Certo, a guidare la Brexit sarà il liberista Boris Johnson. Ma ciò è dipeso dal fatto che alla chiarezza del suo decisivo slogan — get brexit done — si è contrapposto il ponziopilatismo di Corbyn proprio sul decisivo punto del rispetto dell’esito del voto popolare di tre anni fa. In questo quadro, lo stesso programma di Corbyn – per quanto apprezzabile e positivo per diversi aspetti – è risultato astratto e velleitario, dato che non ci voleva molto a capire la sua totale irrealizzabilità nella cornice dell’Unione europea.

La sconfitta laburista non è stata dunque il frutto di un destino cinico e baro, bensì la diretta conseguenza delle contraddizioni e delle scelte della sua leadership, incapace di vedere come il nodo della Brexit sarebbe stato quello decisivo, quello che avrebbe determinato una vera polarizzazione tra le classi. Sta di fatto che mentre i laburisti hanno vinto nei ricchissimi quartieri londinesi di Chelsea e Kensington, essi hanno perso nelle più povere zone (oggi largamente deindustrializzate) del nord Inghilterra, quelle dove un tempo facevano il pieno di voti. Quelle dove già nel 2016 il leave aveva ottenuto percentuali altissime.

Ma la Brexit parla anche a noi. Parla ai popoli dell’intera Unione, ed in particolare a quelli che (come il nostro) soffrono maggiormente l’oppressione eurista. La Brexit ci parla della forza della volontà popolare, della praticabilità di un percorso di liberazione, della necessità di percorrerlo senza indugio. 

E’ un segnale che Liberiamo l’Italia intende cogliere fino in fondo. La via dell’uscita dalla gabbia europea non sarà certo facile, ed è necessario aprire un dibattito su come percorrerla concretamente nel nostro Paese, ma è quella che dobbiamo intraprendere. Contro l’euro-dittatura, per un’alternativa antiliberista, per applicare finalmente la Costituzione del 1948. 

Coordinamento nazionaledi Liberiamo l’Italia
18 dicembre 2019

COS'È DAVVERO LA SIRIA DI ASSAD? di A. Vinco

[ giovedì 19 dicembre 2019 ]



Nel sanguinoso conflitto siriano convergono moltepli fattori: sociali, geopolitici (regionali e internazionali) ed anche religiosi. Una certa vulgata tende a far credere che il regime di Assad sia un esempio di laicità in stile occidentale. Vero è invece — vedi anche la Cosituzione del 2012 — che esso si considera islamico a pieno titolo. Nulla si può capire del conflitto siriano ove di sottovalutasse la centralità dell'aspetto religioso, lo scontro fratricida tra frazioni dell'Islam (quella che gli stessi musulmani chiamano Fitna). Pur non condividendo tutto quanto sostiene l'autore — che in questo caso polemizza con una testata web della comunità sunnita italiana —, volentieri pubblichiamo.

*   *   *

La Luce, significativo referente online italiano di talune importanti correnti del mondo islamico, di recente ha messo in rete un pezzo — Perché l'estrema destra è innamorata di Assad — con cui per delegittimare il Ba’th siriano si tirano in ballo le presunte radici fasciste del movimento baathista socialista per la resurrezione araba; segni trasparenti ed evidenti di una certa comunanza ideologica tra il fascismo e il baathismo siriano sarebbero non solo i rapporti espliciti che il Governo guidato da Bashar Al Asad tiene con le varie frazioni della destra radicale mondiale ma ancor più i vari volontari neofascisti accorsi nei ranghi delle Forze armate arabe siriane. 

La storia del movimento baathista non si può riassumere in questo articolo, che ha in realtà tutt’altra finalità, non possiamo però, quantomeno, ignorare la complessiva milizia politica dei due fondatori del primo nucleo del Ba’th. Ebbene, entrambi, sia Din al-Bitar, sia Michel ‘Aflaq sconfessarono sia la sinistra filomarxista di Salah Jadid come non realmente baathista, sia il Governo di Hafiz al-Asad quale figlio illegittimo dell’ideologia baathista panaraba. Viceversa, il giudizio di entrambi, soprattutto del secondo, verso il Ba’th irakeno guidato da Sadam Husayn fu assai positivo; in occasione della morte di ‘Aflaq, nel 1989, fu celebrata per ordine del presidente irakeno una solenne cerimonia di stato e venne appositamente progettata una tomba per colui, appunto ‘Aflaq, che Saddam Husayn definì in più casi il suo maestro spirituale e politico. 



Chiunque abbia un poco frequentato la storia e la letteratura politica del Grande Medio Oriente degli ultimi decenni sa bene che dietro alla prima fase dell’ideologia saddamista vi è una certa ideologia medio-sovietica, potremmo dire kruscioviana, piuttosto che fascista. Non sappiamo se sia vero quanto scrisse il New York Times del 7 dicembre 2005 [1], sappiamo però, come sostiene del resto Hamid Majid Moussa, segretario generale del Partito Comunista irakeno, che la lotta di frazione tra saddamisti baathisti e comunisti iracheni fu una sorta di lotta interna tra fazioni regionali e “confessionali” in seno ad uno stesso organismo ideologico. Ed infatti, se l’alleanza tra il Governo siriano di Hafiz al-Asad e l’Urss fu improntata all’abile tatticismo del primo che seguì sempre un modello geopolitico tercerista (come mostrerà la sua attiva posizione filoTehran, dunque antisovietica, nella guerra Ira-Irak), quella tra l’Irak e l’Urss presentò a nostro parere caratteri strategici anche alla luce della struttura sociale del Governo saddamista. In più casi, alla presenza di dirigenti sovietici, Saddam Husayn si vantò di possedere le Opere complete di Lenin e di non ignorare i fondamentali dell’economia marxista. Ciò per affermare che l’identificazione tra baathismo statale e fascismo è quantomeno una forzatura. 

Premesso che, con Trotsky [2], in caso di guerra conrro l’imperialismo sionista-americano dovremmo sostenere la Siria anche ove il regime fosse fascista, riteniamo che non sia un buon metodo giudicare la struttura sociale e la natura ideologica di uno Stato solamente in base al sostegno internazionale di cui gode. Possiamo portare l’esempio del conflitto delle Malvinas (1982) o quello dei Troubles nordirlandesi o anche quello dell’Intifada del 1987: in tutti questi casi le fazioni maggioritarie di destra radicale e sinistra radicale si trovarono più o meno nelle medesime posizioni geopolitiche. Da ciò cosa ne deriva? Che queste guerre antimperialiste fossero tutte ideologicamente fasciste? Certo che no.


Inoltre, il Partito Comunista siriano di Ammar Baghdash, presente nel parlamento con diversi rappresentanti assieme al Partito Comunista unificato, sostiene attivamente, per quanto criticamente, la Siria di Assad considerandola una forza progressista e semi-rivoluzionaria contro un blocco globale reazionario e supercapitalista. Dunque: fascista anche il Partito Comunista siriano? Fascista il noto sostegno che migliaia di Comunisti da tutto il mondo, dalla Svezia all’America Latina, hanno pubblicamente e culturalmente dato al Presidente Bashar al Asad? 

Certo, non siamo noi a negare che verso alcuni comunisti siriani vi sono state, da parte di Assad padre e figlio, fasi di durissima persecuzione [3], ma anche questo non sarebbe sufficiente per dare del fascista ad Assad. Se volessimo usare il suddetto criterio, dovremmo considerare fascisti anche Putin e Xi Jinping. 

Varie correnti del “neofascismo” mondiale sono arrivate a considerare Putin non solo il salvatore della Russia ma addirittura il potenziale restauratore della rinascita morale occidentale e, nel recente conflitto del Donbass, abbiamo non a caso visto accorrere volontari fascisti anche a fianco della comunità russofona aggredita, non solo di Kiev. Quanto alla Cina “rossa”, vari quotidiani e riviste americane — subito riprese immancabilmente da L’Espresso  — QUI e QUI — hanno ben veduto di caratterizzare la strategia cinese in Italia come salvaguardata da una presunta rete eurasiatica filofascista. 

Ciò che viceversa siamo portati a pensare è che La Luce abbia finito per abboccare o peggio voglia propagare una certa mendace propaganda dei sostenitori occidentali del Ba’th siriano, ossia che quest’ultimo sarebbe laico, progressista nel senso che gli occidentali danno ai termini e dunque quasi o completamente anti-islamico e islamofobo. 



Ebbene, ciò, come sanno bene gli amici de La Luce, non corrisponde affatto al vero. Non bastasse la piena ed ortodossa appartenenza dell’alawismo al puro Islam [4], riconosciuta nel 1985 anche da Imam Khomeyni (pace su di Lui), o ancora prima dall’eroe arabo Hajj Amin al-Husayni — noto come il Gran Muftì di Gerusalemme — negli anni Trenta dello scorso secolo, non possiamo né vogliamo sorvolare sul fatto che a fianco delle Forze armate arabe siriane non vi sono solo un gruppuscolo di fascisti europei volontari ma anche fedeli mussulmani provenienti da Afghanistan, Pakistan, Indonesia, Turchia, Niger, Iran, Palestina: in prima linea contro il terrorismo, il sionismo e il takfirismo. 

Tutto questo ci permette di negare alla radice le fatwa dei vari teologi hanbaliti che invitano allo sterminio degli alawiti come peggiori, quanto ad eresia, di cristiani e ebrei; la spiritualità nusairita-alawita, su cui eventualmente torneremo con uno articolo specifico, è invece connessa alla gnoseologia sciita e la sua stessa visione cosmologica, chiarisce Henry Corbin, è decisamente affine a quella tradizionale dell’Iran zoroastriano ed islamico. L’accusa di eresia all’alawismo, l’invito alla pulizia religiosa mediante sterminio di alawiti smaschera la logica frontale annientamento politico degli islamici antimperialisti che varie frazioni dell’Islam reazionario, alleato con il Sionismo e con gli imperialisti occidentali, stanno portando avanti dal 2010 ad ora. 

Vorremmo ricordare che da quasi dieci anni Israele bombarda postazioni militari dell’Esercito siriano un giorno sì e l’altro pure. Del resto, identificare lo Stato sociale siriano con la setta alawita è scorretto, in quanto lo Stato siriano è alawita in quanto islamico, islamico in quanto alawita. Nella Costituzione baathista, approvata il 27 febbraio 2012 con Referendum Popolare, il che conferma del resto l’essenza democratico plebiscitaria e presidenzialistica del Governo di Bashar, nell’articolo 3 è stabilito tra i principi fondamentali che il Presidente deve appartenere alla religione islamica, che la dottrina giuridica islamica è fonte principale della legislazione, che i culti sono tutti rispettati e legittimi purché non contravvengano o sovvertano la centralità della dottrina islamica. Lo stesso si può dire riguardo all’orientamento centrale dell’ideologia statalista del precedente Governo di Hafiz. 

La guerra di Stato contro la Fratellanza Musulmana — vero che la Costituzizone siriana condanna a morte l'appartenenza a questa organizzazione [5]—, che puntava alla conquista della Siria e all’eliminazione del Ba’th, può essere a nostro parere già letta come una guerra politica di fazione e geopolitica contro le monarchie arabe reazionarie, ma non come lotta neokemalista islamofoba. Inoltre, essendo anche qui fedeli al metodo di Trotsky, noi giudichiamo la sostanza di uno Stato dalla sua politica estera: per quanto non riteniamo l’assadismo un che di rivoluzionario, non lo possiamo nemmeno considerare controrivoluzionario. La linea totalmente e assolutamente filoiraniana, di fiera fraternità geopolitica con la Rivoluzionaria islamica dell’Iran prima, con l’Hezbollah libanese e la palestinese Jihad islamica poi, ci induce a considerare comunque con una certa serietà il Governo baathista siriano, ben oltre gli stereotipi propagandistici dei marxisti dogmatici o neofascisti d’occidente, tutti intenti a riempirsi la bocca di parole come laicité o secolarismo ogni istante che ai nostri giorni non significano più nulla. Esiste il fronte degli oppressi e il fronte degli oppressori come sostiene la Guida Suprema Seyyed Alì Khamenei, esiste il "Grande Medio Oriente allargato" quale frontiera centrale di civiltà e di lotta politica; partire da qui, per tentare di capire da quale parte si situa Damasco con la sua dirigenza è la condizione necessaria e primaria di ogni analisi che voglia realmente essere antioccidentale e antimperialista. 

Dove sono gli Oppressi? Dove sono gli Oppressori? Questo il grande insegnamento rivoluzionario di Imam Khomeyni, il rivoluzionario del ‘900. Non ci interessa dove sono i fascisti o gli antifascisti, gli islamici americani e gli antislamici. Oppressi e oppressori. Bashar al Assad e Asma Assad, in trincea dal 2010, bombardati quasi quotidianamente da anni dall’entità sionista, vittime dell’isteria razzista e arabofoba di Obama e Trump, sono il fronte degli Oppressi o degli oppressori globali? 



NOTE



[1] Il rais iracheno brandendo il Corano di fronte agli inquisitori americani che lo stavano processando, avrebbe affermato: “Io sono Sadam Husayn. Sulla scia di Mussolini, resisterò all’occupazione americana sino alla fine, poiché questo è Sadam Husayn, l’uomo che seguirà il percorso di Mussolini”


[2] «Ne abbiamo un esempio semplice ed evidente. Il Brasile regna oggi un regime semifascista che qualunque rivoluzionario può solo odiare. Supponiamo, però che domani l’Inghilterra entri in conflitto militare con il Brasile. Da che parte si schiererà la classe operaia in questo conflitto? In tal caso, io personalmente, starei con il Brasile “fascista” contro la “democratica” Gran Bretagna. Perché? Perché non si tratterebbe di un conflitto tra democrazia e fascismo. Se l’Inghilterra vincesse si installerebbe un altro fascista a Rio de Janeiro che incatenerebbe doppiamente il Brasile. Se al contrario trionfasse il Brasile, la coscienza nazionale e democratica di questo paese e condurre al rovesciamento della dittatura di Vargas. Allo stesso tempo, la sconfitta dell’Inghilterra assesterebbe un colpo all’imperialismo britannico e darebbe impulso al movimento rivoluzionario del proletariato inglese. Bisogna proprio aver la testa vuota per ridurre gli antagonismi e i conflitti militari mondiali alla lotta tra fascismo e democrazia. Bisogna imparare a saper distinguere sotto tutte le loro maschere gli sfruttatori, gli schiavisti e i ladroni!»

Lev Trotsky 
La lotta antimperialista è la chiave di volta della liberazione
Socialist Appeal, 5 novembre 1938.

[3] In particolare verso il'estrema sinistra marxista organizzata nel Partito d'Azione Comunista 

[4] Sull'alawismo vedi “KITAB AL MAJMU” – UN FALSO LIBRO PER FAR ODIARE GLI ALAWITI

[5]  Nota della Redazione: La Fratellanza Musulmana, che aveva avviato una lotta armata contro il regime, organizzando attacchi, ecc., è stata  oggetto di una repressione molto forte (vedi il massacro di Hama durante il quale il centro della città fu raso al suolo), in particolare nel 1981-82 (tra 10.000 e 25.000 morti). L'appartenenza al movimento rimane punita con la morte ancora oggi

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