lunedì 19 agosto 2019

I BARBARI, GLI OTTIMATI E IL GRANDE INCIUCIO

[ lunedì 19 agosto 2019 ]


Infinite sono le cose che ci dividono da Ernesto Galli Della Loggia. Egli è un liberale, noi per niente. Non tutti i liberali sono tuttavia accecati dall'ideologia.
Così, mentre il GRANDE INCIUCIO prende forma, segnaliamo ai lettori quanto egli scrive sul CORRIERE DELLA SERA di oggi...


* OTTIMATI. In origine influenzavano la vita politica romana, essendo la gestione della Res Publica appannaggio soltanto di quella ristretta cerchia di nobili che avevano le possibilità e la cultura per dedicarsi alla politica. In seguito alla Secessione dell'Aventino, però, le classi popolari e piccolo e medio borghesi riuscirono a ritagliarsi una fetta di potere, da esercitare mediante loro rappresentanti: i tribuni della plebemagistrati dotati di potere legislativo (per esempio il diritto di veto su qualsiasi legge o decreto del Senato), nonché di auctoritas, ovvero l'autorità morale. Inoltre erano conferiti della sanctitas, ossia la sacra inviolabilità della loro persona, che rendeva ogni atto sovversivo, finalizzato a danneggiarli materialmente o fisicamente, un delitto gravissimo. Per rispondere a questa organizzazione politica del popolo, anche i patrizi romani si allearono tra di loro nel movimento politico degli "optimates" (it. "ottimi", "nobili"), cioè il partito aristocratico.

*  *  *

OTTIMATI CONTRO I BARBARI

di Ernesto Galli Della Loggia


E così abbiamo i Barbari in casa, almeno a quanto dice l’Italia per bene, educata e rispettosa di tutte le etichette, l’Italia degli Ottimati. La quale ha scoperto che accanto a lei ma assai diversa da lei vive un’altra Italia: un Paese maleducato, sudaticcio, incolto, ignaro di cosa siano il «bene pubblico», la Costituzione e la London School, un Paese che detesta Greta e le Ong, frequenta spiagge troppo affollate e che quindi proprio per questo vota Lega o anche 5Stelle. L’Italia barbara, appunto.

Personalmente vedo le cose in modo alquanto diverso. Ma se stanno davvero così allora però sorge inevitabilmente una domanda: mentre i «Barbari» cominciavano a dilagare, che cosa facevano gli altri, gli Ottimati? Quali battaglie ingaggiavano per proteggere la cittadella democratica? Quali difese approntavano? Non si direbbero particolarmente memorabili le prime né granché efficaci le seconde, visti i risultati. Viene insomma da pensare che parlare di «Barbari», evocando con tale parola l’idea di una forza selvaggia e soverchiante, di una spinta incontenibile, serva oggi ai suddetti Ottimati più che altro per nascondere la propria diserzione dal campo di battaglia: la propria incapacità divenuta oggettiva complicità con il nemico. L’invasione insomma poteva benissimo essere fermata. Bastava combattere. Capire quando bisognava farlo.

Sarebbe bastato ad esempio fare delle riforme della scuola diverse da quelle approvate per tanti anni. Al di là delle apparenze approvate da Destra e Sinistra insieme, entrambe convinte che la scuola dovesse servire alla società e a preparare al mercato del lavoro. Entrambe d’accordo nel riempirla di scartoffie e di burocrazia, di lavagne digitali, di famiglie saccenti, di democraticismi demagogici, di «successo formativo» obbligatorio, di circolari insulse in anglo italiano. Per tenere lontano i «Barbari» forse sarebbe bastato a suo tempo lasciare nei programmi la storia e la geografia invece di ridurre entrambe ai minimi termini o di cancellarle del tutto. Forse sarebbe bastato insistere con qualche riassunto, con qualche mezzo canto della Divina Commedia mandato a memoria, con qualche ora di matematica in più e qualche gita scolastica a Barcellona in meno. E sarebbe bastato anche che qualcuno dei tanti intellettuali che oggi soltanto scoprono il disastro accaduto avessero impiegato un po’ di tempo a occuparsi della scuola del proprio Paese anche cinque o dieci anni fa, spingendosi magari, dio non voglia, fino a fare le bucce a qualche ministro dell’istruzione Pd. Peccato che agli Ottimati, ai Buoni per definizione, quel campo di battaglia però allora non interessasse, non si accorgessero di quanto lì stava accadendo.

Gli Ottimati, la classe dirigente italiana — quella com’è noto assolutamente ligia alle regole nonché sempre avvedutissima — non aveva tempo allora per certe cose. E così poi, per dirne un’altra ancora, mentre i «Barbari» crescevano e ad esempio riunivano le loro schiere sotto le bandiere del federalismo secessionista, del dileggio verso Roma ladrona e l’unità nazionale in nome del localismo filoborbonico e del «vaffa» alla casta e al Parlamento, anche stavolta l’attenzione degli Ottimati era rivolta altrove. A riformare il titolo V della Costituzione, ad esempio: come dire a fornire ai «Barbari» la migliore delle munizioni. E infatti adesso quelli, forti guarda un po’ proprio della riforma suddetta, pretendono di accrescere smisuratamente il proprio potere nei territori dove già comandano, mettendo le mani su tutto il possibile a cominciare dalla scuola, rifiutandosi di contribuire a qualunque spesa che non sia la loro, e così via barbareggiando.

Da tempo insomma l’onda nemica cresceva, ma gli Ottimati non si sa dove fossero e che cosa facessero. Avrebbero potuto, per dirne qualcuna, cercare di far pagare le tasse agli evasori, impedire che nelle carceri finissero solo i poveracci, cancellare l’obbrobrio correntizio del Csm, far diminuire di almeno un milione il debito invece di farlo crescere di continuo, avrebbero potuto assumere cento ispettori del lavoro (licenziando cento portaborse) per ripulire le campagne pugliesi e calabresi dai proprietari negrieri. Avrebbero potuto tentare mille cose per fermare la «barbarie» montante: chessò, inventarsi un programma anche minimo d’integrazione per gli immigrati, ridiscutere il trattato di Dublino — loro che sanno come si sta in Europa — oppure pensarci due volte prima di firmare il contratto di concessione con la società Autostrade, e magari, visto che c’erano, dare pure una controllata a qualche viadotto qua e là per la Penisola. Avrebbero potuto…. Se lo avessero fatto oggi di sicuro ci sarebbe in giro qualche «barbaro» in meno.

Perché i barbari esistono davvero, sia chiaro, non vorrei che si pensasse il contrario. L’Italia sta effettivamente imbarbarendosi. Ciò che però mi sembra contrario alla verità è l’attribuzione di tale barbarie a una sola parte politica, alla solita Italia degli altri, all’Italia che «non ci piace». Inaccettabile è il gioco dello scaricabarile di cui la classe dirigente italiana è specialista da sempre, e che si sta ripetendo puntualmente anche questa volta chiamandosi fuori come al solito ogni volta che il Paese è costretto a fare i conti (che quasi sempre non tornano) con il proprio modo d’essere, con la propria storia.

L’Italia barbara esiste, ma è ben più vasta di questo o quell’elettorato. E’ il Paese che sta perdendo il senso delle regole e si sta abituando a violarle quasi tutte, che non ha più rispetto per ciò che è importante e degno, che non crede più nelle leggi e nella giustizia, che non ha più fiducia nell’autorità perché avverte la sostanziale mancanza di capacità di controllo da parte di quella cosa che un tempo si chiamava Stato. E’ il Paese che non legge, che passa le ore con lo smartphone in mano, che si sta convincendo che la politica sia qualcosa a metà tra una televendita e un’intervista di Barbara d’Urso. E’ l’Italia su cui gli Ottimati, in massima parte per la loro propria responsabilità, hanno perduto ogni egemonia, non sapendo dare a questa le nuove forme e i nuovi contenuti che dopo la grande frattura del 1992-94 sarebbero stati necessari. L’Italia di una classe dirigente che ancora illudersi di poter dirigere qualcosa.


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domenica 18 agosto 2019

I DIECI PASSI FALSI DI MATTEO SALVINI di Mario Ajello

[ domenica 18 agosto 2019 ]

«Lei non può immaginare quanto io non sia irremovibile nelle mie idee». 

Se Matteo Salvini parlasse con le battute di Ennio Flaiano, potrebbe dire questo di se stesso. La girandola delle parole — dal voglio «pieni poteri» a «il mio telefono è sempre acceso» — è il corrispettivo dei passi falsi del Cosiddetto Capitano, che sono 10. E hanno portato per ora a questo: il capo leghista è senza governo e senza elezioni. Magari è tutto recuperabile, ma i 10 sbagli sono un macigno non facile da smaltire e che complica, non solo per Salvini, l’andamento della crisi.

IL RUOLO DELLE CAMERE


Il vicepremier ha sottovalutato la funzione del Parlamento in un Repubblica parlamentare. Dove in ultima istanza tocca all’aula - e in quella del Senato il fino ad allora invincibile Matteo è stato sconfitto sul calendario - esprimersi. A riprova che non è vero che il governo opprime e sopprime il ruolo del Parlamento.

LA FORZA DEL BOSTIK


Non ha valutato fino in fondo Salvini quanto sia estrema e disperata la voglia di deputati e senatori di non andare a casa. Eppure, proprio lui ha usato l’immagine del bostik, l’altro giorno nel discorso a Palazzo Madama, e avrebbe dovuto sapere che la super-colla non si squaglia di fronte a chi con il 17 per cento dei voti (il 37 il Carroccio lo ha solo nei sondaggi) vorrebbe che l’83 per cento del Parlamento si auto-eliminasse.

LO SBAGLIO DEL CONDUCATOR


Non ha sfruttato la disponibilità del presidente Mattarella a dare le elezioni nel momento in cui le avrebbe probabilmente ottenute. Ossia nei tempi utili a mettere a riparo la manovra economica. Non ha calcolato Salvini, nel suo temporeggiare, che ci sarebbe stato l’imbuto d’autunno. E la sovrapposizione tra legge di bilancio e urne è diventata l’arma politica di tutti gli altri per incartare Matteo che ha fatto il conducator. 

EURO-MIOPIA


E’ mancato un esame attento, quello che forse avrebbe dovuto consigliare prudenza, sul cambiamento della fisionomia di Conte. Il quale ha saputo inserirsi nel gioco europeo, entrando nella partita sull’elezione della presidente von der Leyen, e così si è rafforzato.

IL CALCOLO MANCATO SUI DEM


Ha creduto che il Pd fosse solo Zingaretti. E non ha calcolato che Renzi potesse infilarsi nella partita e proporsi come uno sparigliatore pericoloso. Insomma, oltre a Berlusconi che ora pretende da lui 50 posti sicuri in lista e 4 ministri se mai si farà il governo di centrodestra, Salvini ha resuscitato l’altro Matteo. Il capo leghista aveva o immaginava di avere un accordo con il segretario del Pd per votare, Renzi ha scombinato i piani e Salvini è rimasto di sasso. Prendendosi anche le critiche di Giorgia Meloni.

L’ANTIPASTO SNOBBATO


Poteva prevedere, prima di scatenare l’affondo, che sarebbe scattato il patto tra Pd e Cinque stelle, in quanto era stato anticipato e diventato operativo tra a Strasburgo e Bruxelles con il voto congiunto per la van der Leyen. L’«inciucio» dei grillini con il progressismo e il popolarismo europeisti e con quelli che il Carroccio considera i «poteri forti della tecnocrazia» continentale è una delle ragioni che ha spinto Salvini allo spericolato strappo con Conte. Precludendosi tra l’altro la possibilità di far diventare un leghista commissario Ue.

I REGALI NON SI FANNO


Matteo ha resuscitato i Cinque stelle (e gli ha addirittura aperto due forni: oltre a quello di via Bellerio, quello del Nazareno) e la bomba elettorale è scoppiata nelle mani di chi l’ha lanciata più che sulla testa di chi ne era il bersaglio. Ora M5S potrebbe fare quel governone o governissimo che Salvini chiama «lo sciagurato patto della mangiatoia e dell’invasione» (di clandestini). E se questo esecutivo in fieri diventasse una cosa seria e durevole, per la Lega potrebbe non bastare la retorica del Palazzo contro il popolo.

LA TRAPPOLA DEI SONDAGGI


Guai a credere che possa bastare la spinta dei sondaggi e quella del Papeete per vincere una partita politica. E che le dirette social e il loro successo, declinante secondo i dati più recenti, possano ero sostituire la fatica dell’impegno quotidiano degli incontri e delle telefonate - anche se «il mio telefono è sempre acceso» - con gli altri leader e con tutti quegli esponenti del mondo istituzionale che, nella gestione e soluzione di una crisi di governo, conta molto di più della gente che applaude e che grida «non mollare» e «vai avanti».

IL SOLIPSISMO


Non ha rotto subito dopo le Europee - o anche prima come gli dicevano Giorgetti e gli faceva capire il mondo produttivo del Nord e la Lega modello Zaia - quando Salvini era davvero sulla cresta dell’onda e non c’erano l’affanno della legge finanziaria incombente e neppure la vicenda dei rubli.

LA STORIA SERVE


Matteo studiava storia all’università ma poi ha abbandonato e se l’è dimenticata. Quando Badoglio abbandonò Mussolini (quello vero), Togliatti appoggiò il suo governo. Quindi doveva immaginare Salvini che il Pd non avrebbe fatto troppo le pulci a Conte, a Di Maio, alla Trenta e a Toninelli. Anzi, no questo punto numero 10 non vale. Perché quella era politica vera in una fase tragica della storia, mentre qui sembra di stare alla sagra estiva del dilettantismo e al grottesco al potere. Anzi alla consolle.

* Fonte: IL MESSAGGERO del 17 agosto 2019

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sabato 17 agosto 2019

PER UNA CRITICA DEL POPULISMO: LACLAU (6) di Mauro Pasquinelli

Ernesto Laclau e Chantal Mouffe
[ sabato 17 agosto 2019 ]

Pubblichiamo la sesta parte del contributo teorico di Mauro Pasquinelli. 

Inutile ricordare che pubblicare un contributo non significa che la redazione lo condivida. In questo caso la Redazione condivide nella sostanza la critica svolta al pensiero di Ernesto Laclau.

QUI la prima parte, QUI la seconda, QUI la terza, QUI la quarta, QUI la quinta.



*  *  *

POPULISMI SENZA POPOLO(sesta e ultima parte)


di Pasquinelli Mauro


Ernesto Laclau e il populismo come significante vuoto



Ernest Laclau è stato forse il più grande teorico del populismo a sinistra, come Alain de Benoist lo è a destra. La riflessione di Laclau, trae spunto dai concetti espressi  da Antonio Gramsci su egemonia e blocco sociale ma alla fine li declina in senso riformistico e democraticistico, depurandoli di ogni dialettica Schmithiana amico-nemico e di ogni approdo marxista-rivoluzionario.

Sulla visione dell’Argentino Laclau ha influito molto il fenomeno del peronismo, che nel 900 è assurto ad archetipo del populismo ideale, come il mussolinismo lo è stato del fascismo. Sappiamo che sul peronismo la sinistra argentina si divise drammaticamente tra due componenti contrapposte, una [di matrice trotskysta, NdR] che offrì il proprio sostegno al governo Peron, cogliendo in esso una anima antimperialista e l’altra, facente capo allo [staliniano, NdR] Partito comunista argentino, che l’ha sempre osteggiato, tratteggiandolo come fenomeno semi-fascista e bonapartista. 

Per Laclau [ che iniziò la sua militanza politica con una delle diverse correnti trotskyste argentine, NdR], che esalta a più riprese l’autonomia del politico come il nostro Mario Tronti, non esiste la società senza il politico. 
«Senza nodi egemonici —scrive Davide Tarizzo nella introduzione a La ragione populista —, il campo sociale semplicemente si dissolve, si disgrega, scompare: niente più pratiche sociali, niente più domande sociali, niente di niente a cui si possa affibbiare l’aggettivo di sociale. Ciò significa che noi viviamo pure oggi, consapevoli o meno che ne siamo, sotto l’ombrello protettivo di qualche formazione egemonica. Laclau ha chiamato questa formazione egemonica regime neoliberale….. Foucault l’ha battezzata biopolitica».
Facendo propria la critica gramsciana a certi esiti deterministici del pensiero marxista, e sottolineando l’inadeguatezza dei concetti originari del marxismo otto-novecentesco di proletariato e classe, Laclau scopre la centralità e positività del concetto di populismo, in quanto unico ambito in cui le classi povere possono disputare l’egemonia al regime neo-liberale.

Interpolando la sua riflessione con le tesi psicanalitiche di Lacan,  per Laclau il populismo è innanzitutto un concetto neutro, un significante vuoto. Significante vuoto non significa tabula rasa, un fenomeno politico senza significato, ma una dimensione simbolica che grazie alla sua vuotezza è in grado di assorbire molteplici elementi che altrimenti avrebbero difficoltà a stare insieme, e che unificandoli vanno a formare una macro-identità collettiva chiamata popolo.  

La domanda sociale può partire da un singolo gruppo (per esempio rivendicazione di più alloggi popolari, o di più lavoro, o di reddito di cittadinanza). Se essa viene accolta dal sistema la domanda trova una offerta e si estingue. Se non viene accolta si ha l’esclusione politica di quei soggetti, esclusione che attiva un processo di riconoscimento della condizione comune, un principio di creazione di identità collettiva. 

Se la domanda, per quanto condivisa all’interno del gruppo, rimane isolata, per Laclau si tratta di semplice domanda sociale. Ma se ci sarà un accumulo di domande inevase e una forza politica capace di unificarle si avrà l’attivazione di una domanda popolare, e l’evoluzione verso una configurazione populista. E’ quella che Laclau chiama catena equivalenziale.

Popolo può essere visto sia come demos  (corpo politico), sia come etnos (entità etnico nazionale religiosa), sia come plebe (massa di poveri e diseredati). Il popolo per Laclau assurge alla sua dimensione più elevata come demos. Il populismo in quanto forma suprema della costituzione del popolo come demos e quindi come soggetto storico, diventa l’atto politico per eccellenza. In questo senso la “ragione populista” equivale alla ragione politica, e il suo sprezzante rifiuto è un rifiuto del politico tout court.

Per me che vengo da una tradizione marxista di pensiero è abbastanza facile trovare i pregi e  il vulnus della concezione Laclauiana. 

Il pregio è nel perfezionamento della teoria gramsciana dell’egemonia. Il vulnus è averne provocato una torsione ancor più democraticistica, dopo che il togliattismo ne aveva già fatto la base del suo riformismo gradualista.

Il Politico, la sovrastruttura in Laclau diventa l’elemento centrale e la struttura quello secondario. Sparisce dall’orizzonte politico ogni utopia della realizzazione della società senza classi e senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo. 

La divisione sociale e l’antagonismo tra le classi non possono essere sradicati, ma solo attutiti. La democrazia rappresentativa diventa l’arena esclusiva dove le forze politiche si disputano l’egemonia, in una dimensione totalmente agonistica del politico, dove il nemico di classe viene riclassificato come avversario e il fine del politico populista, in una lotta di posizione che non è più guerra in senso gramsciano, è spostare le frontiere della divisione, facendole avanzare dopo aver unificato le domande sociali in una catena equivalenziale. 

Ma la storia non è un gioco di monopoli. L’esperienza di Salvador Allende lo dimostra. Se ti spingi troppo oltre una certa frontiera devi esser pronto alla guerra totale. Cosa che ha fatto il castrismo, il leninismo, il maoismo, vincendola, ma non il peronismo, il cui leader maximo fu prima accompagnato cortesemente in esilio e poi richiamato in patria dalle stesse classi dominanti che lo avevano tollerato al potere.

(Fine)

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A CHI SERVE DAVVERO IL TAGLIO DEI PARLAMENTARI di Mario Monforte

[ sabato 17 agosto 2019]

Torneremo sulla proposta di (nuovo) cambiamento della Costituzione (
modifica gli articoli 56, 57), in particolare il dimezzamento del numero dei parlamentari, proposto prima dal Pd renziano ora dai 5 Stelle.
Basti dire che da sempre è un cavallo di battaglia — Atro che "democrazia diretta" !— dei poteri forti che chiedono meno democrazia e una verticalizzazione della catena di comando. 


*  *  *

«Mi fa piacere di sentire anche altri (come Amodeo e altri ancora) attaccano il “cavallo di battaglia” dei 5S sul “taglio di 345 parlamentari”. 


Siamo in pochi, ma è meglio che essere soli. 

1) Che questo sia un provvedimento che bloccherebbe lo status attuale del parlamento per almeno un anno (ma forse anche piú) è chiaro (anche se non viene chiarito, né dai 5S né dagli altri né dai media); 

2) che venga sostenuto (a parole o meno, o stando zitti) da tutte le forze politiche è la prova a contrariis che è solo una trovata demagogica, che serve a “strizzare” ancor piú l’oligarchia legislativa ed esecutiva; 

3) che “in sé e per sé”, dato che si accetta il vigente regime liberale a oligarchia elettivo-rappresentativa (spacciandolo per «democrazia»), sia un modo di accentramento oligarchico, quindi ulteriormente contrario alla democrazia, è un dato di fatto (per chiunque lo voglia davvero vedere, senza celarsi dietro ciarle varie, come quella sul «risparmio», per cui basterebbe ridurre a un decimo la retribuzione, allargando, nel contempo, il numero dei «rappresentanti»). 

E tutto ciò la dice lunga, sia in generale sul complesso delle forze, tendenze, posizioni, politiche esistenti, sia in particolare sul livello e di analisi, e di comprensione, e di fattività politica, del M5S — almeno di quello “ufficiale”».


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venerdì 16 agosto 2019

COSE MAI VISTE...

[ venerdì 16 agosto 2019 ]


Chi segue il nostro blog sa come la pensiamo. Il 7 agosto quando Salvini la spuntava (purtroppo) sul TAV e però minacciava sfracelli, titolavamo SIAMO ALLA FRUTTA

Poi lo sfracello c'è stato e subito abbiamo scritto che SALVINI HA FATTO UNA GRANDE CAZZATA.
non perché egli si fosse infilato in cul de sac (ce ne importerebbe poco), bensì poiché con la sua mossa ha aperto un'autostrada al "GOVERNO URSULA".
Altro che "alla frutta"! Salvini, pur dimostrare che si è pentito e per "ricucire" con 5 stelle, avrebbe fatto circolare la notizia bomba che sarebbe pronto a resuscitare il governo giallo-verde(blu?) con Di Maio Presidente del Consiglio.

Prima si sfila dalla maggioranza convinto della immediata caduta del governo (che non c'è stata, anche perché non ha ritirato i suoi ministri), e altrettanto certo di elezioni immediate (che dati tutti i fattori in gioco risultano altamente improbabili). 
Dopo queste clamorose pugnalate al governo ed ai 5stelle tira fuori la bidonata (che il nostro, pensate un po', immaginava fosse un colpo di genio!) per cui era pronto a votare la riduzione dei parlamentari (sciagurata proposta dei pentastellati e vecchio cavallo di
battaglia di Renzi che implica l'ennesimo sbrego della Costituzione) e quindi andare subito al voto.
Oltreché mossa da serpente a sonagli inaccettabile costituzionalmente, come gli ha fatto notare informalmente il Quirinale.
Dulcis in fundo, l'ultimo colpo di scena:  "Luigi, facciamo finta che non è successo niente, tu diventi Presidente del Consiglio e si va avanti".

Vogliamo pensare che sia una fake news, poiché fosse vera dovremmo concludere che Salvini abbia bisogno di un bravo psicanalista. 

Di Maio ha risposto nisba, che "la frittata è fatta". Atro che frittata qui le uova si sono infatti sfracellate tra le mani del grande chef Matteo Salvini e della sua squadra di cucinieri da strapazzo.

Tuttavia a questa nuova cazzata stanno abboccando in diversi, tra cui l'amico Diego Fusaro che molto a caldo (troppo) ha dichiarato questa mattina:

«Benissimo se la Lega riapre ai 5Stelle e si torna alla saldatura gialloverde. Ora i 5Stelle prendano atto che Salvini ha capito di aver commesso un errore e non commettano lo stesso errore. La sola speranza è il governo gialloverde, populista e sovranista, antiliberista e che ponga al centro la sovranità dello Stato nazionale, tenendo fuori il vecchio liquame della sinistra fucsia e della destra liberista. È la sola via per tutelare l'interesse nazionale e per reagire all'interesse della global class dominante che dice più Europa, più mercato, più globalizzazione».
Capiamo che questa crisi di governo, essendo un colossale pasticcio, abbia spiazzato tanti (FASSINA CHE ADDIRITTURA SI AUGURA UN GOVERNO DI LEGISLATURA COL PD!), che ci sia cascato anche Fusaro....

Il governo giallo-verde è morto, schiacciato sotto le sue stesse macerie, ovvero dai suoi errori, dalla sua mancanza di coraggio, dai suoi compromessi, dai suoi zig-zag. Dopo i voltafaccia clamorosi dei 5 Stelle (ultimo lo scandaloso voto per la Von Der Leyen), il colpo di grazia, su pressione di Giorgetti e dei colonnelli padani, glielo ha dato Salvini.

Non risorgerà questo governo, e con questa dipartita è stato fatto a pezzi quello che abbiamo chiamato "campo populista", ovvero un blocco sociale che malgrado tutti si suoi limiti aveva messo all'angolo le forze oligarchiche ed eurocratiche. Che ora gongolano e cercheranno la rivincita...

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HONG KONG: LA RIVOLTA REAZIONARIA

[ venerdì 16 agosto 2019]

Hong Kong è paralizzata da settimane da una rivolta che ci viene descritta come meravigliosa ed i suoi protagonisti come eroi della democrazia, mentre d'altra parte le autorità cinesi sono dipinete come autoritarie e criminali.

Provate ad immaginare cosa accadere nel liberale Occidente se solo si tentasse di bloccare un grande aeroporto internazionale...
Ma cosa vogliono i manifestanti? E quali reali interessi difendono? L'esposizione della Union Jack (la bandiera inglese) la dice lunga. Erano belli i tempi in cui eravamo una colonia britannica e Hong Kong il più grande paradiso fiscale dell'Asia, nonché porto franco delle mafie globali...



*  *  *

Hong Kong, la storia che non leggerete


di Pino Arlacchi

Non riportare mai la versione dell’altra parte in campo e limitarsi a ripetere la stessa storiella, senza il minimo approfondimento, sono diventate le regole seguite dai media mainstream nel trattare i fatti internazionali. Che si tratti di Cina, Venezuela, guerre, massacri e catastrofi, ogni volta che si deve informare si ricorre a una formuletta preconfezionata. Che coincide regolarmente con gli interessi dei proprietari dei mezzi di comunicazione, dei governi occidentali e dello 0,1% che tenta di governare le cose del mondo.

Per rompere questa corruzione mediatica, che svuota di senso il discorso democratico e ci mette nelle mani di una plutocrazia sempre piú ristretta, occorre immergersi nel caos delle fonti alternative di informazione o fondare giornali indipendenti. Oppure essere dei premi Nobel come Paul Krugman. Il quale si può permettere dalle colonne del «New York Times» di elencare le forme attraverso cui lo 0,1% distorce a proprio vantaggi le priorità pubbliche. E produce, aggiungiamo noi, la comunicazione ipersemplificata, falsa e omissiva di cui siamo vittime. Ecco la lista di Krugman: 1) Corruzione hard: mazzette di soldi a politici e giornalisti. 2) Corruzione soft. Cioè “porte girevoli” tra governo e business, compensi per giri di conferenze, membership di club esclusivi. 3) Contributi elettorali. 4) Definizione dell’agenda politica attraverso la proprietà dei media e dei think tank, in modo da far prevalere priorità che fanno spesso a pugni con la ragionevolezza e il bene comune (P. Krugman, «NYT», 22.6.2019). Quando lo 0,1% decide che un paese va attaccato — o perché privo di armi nucleari e ricco di risorse naturali, o perché in grado di competere sul piano economico e geopolitico, o perché attestato su posizioni ostili alla finanza neoliberale, o per una combinazione di questi motivi — scatta un assalto coordinato al suo governo. Le altre priorità di politica estera scompaiono, e parte la crociata mediatica. Poiché viviamo in un’epoca di diffusa avversione alla guerra, il pretesto preferito per aggredire un paese è diventato quello umanitario e della violazione dei diritti umani. La corruzione mediatica ha di recente preso di mira la Cina, attraverso la disinformazione sulle proteste che avvengono a Hong Kong in queste settimane presentate come manifestazioni di difesa delle libertà politiche dei cittadini da un trattato di estradizione che consentirebbe alla Cina di prelevare da Hong Kong i dissidenti per imprigionarli nella madrepatria.



Non una parola viene sprecata per ricordare: a) che Hong Kong fa parte della Cina stessa dal 1997 dopo essere stata per oltre un secolo colonia inglese in conseguenza delle guerre vinte dalla Gran Bretagna nell’Ottocento in nome della libertà di vendere l’oppio a milioni di tossicodipendenti cinesi; b) che la Cina ha rispettato le istituzioni democratiche introdotte a Hong Kong dagli inglesi all’ultimo minuto prima della loro dipartita; c) che la maggioranza degli elettori della città sono pro -Cina e che i partiti anticinesi continuano a perdere consensi; d) che il trattato riguarda i reati comuni sopra i 7 anni di carcere (omicidi, rapine, stupri, etc.) puniti in entrambi i sistemi; e) che la Cina lamenta il fatto che Hong Kong ha firmato solo 20 trattati di estradizione con paesi esteri ed è diventata perciò un ricettacolo della delinquenza cinese e internazionale di ogni risma: dagli assassini di alto bordo ai contrabbandieri, dai politici corrotti ai mega-truffatori finanziari che risiedono sul posto imboscando il loro malloppo (Hong Kong è ancora uno dei massimi paradisi fiscali) - a proposito di quest’ultimo punto, è stato a Hong Kong che, da vicepresidente della commissione antimafia, il sottoscritto ha trovato le tracce, nel 1995, di qualche soldino depositato per conto di Bettino Craxi; f) che il vero problema che sta alla base del disagio degli abitanti di Hong Kong è il suo declino come centro finanziario rispetto alla crescita impetuosa della madrepatria e della zona confinante di Shenzhen dopo il 1997 - crescita dovuta allo sviluppo di una vasta industria manifatturiera che sta agli antipodi della finanza semi-criminale di Hong Kong, scavalcata ampiamente, tra l’altro, nella sua componente legale, dalle Borse di Shanghai e di Guangzhou.

Una parte degli abitanti di Hong Kong, perciò, coltiva il sogno di un ritorno al passato che preservi uno status di hub finanziario che per la Cina ha perso rilevanza. E che non è sintonia con le politiche di Pechino volte a favorire l’economia reale a scapito della finanza privata. Ma è una storia non facile da raccontare. Lo 0,1% preferisce far passare una storiella piú sbrigativa, con il tiranno Xi Jinping da un lato e gli eroi della democrazia liberale dall’altro.

* Fonte: Il Fatto Quotidiano, 18,07.2019

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giovedì 15 agosto 2019

TUTTO IL POTERE A BAGNAI? NO, NO, A GIORGETTI di Emmezeta

[ giovedì 15 agosto 2019]


Sono tanti i commentatori che ancora si interrogano sul vero scopo della crisi voluta da Salvini. Elezioni subito ammazza tutti, dicono i fans. Volontà di scansare la responsabilità delle Legge di Bilancio, dicono maligni i cultori dell’austerità come medicina sociale. Semplice manovra per ottenere un rimpasto, secondo alcuni maldestri minimalisti.
La cosa migliore è dare allora la parola al diretto interessato. Il quale così chiarisce
«Quello a cui penso io? È un governo con Giancarlo Giorgetti ministro dell’Economia. Questo è quello che voglio e per cui lavoro». Accidenti, roba hard: «Tutto il potere a Giorgetti». 
Che audacia il Salvini!


Ma, come direbbe il redivivo di Rignano, Giorgetti chi?
Che sia l’ex sindaco di Cazzago Brabbia, cugino del banchiere Ponzellini, probabilmente interesserà a pochi. Che sia l’uomo dei potentati economici del Nord, quello che parla con Draghi ed inciucia con Mattarella qualcosa di più già ci dice del personaggio.

Ma Giorgetti è anche colui che stroncò sul nascere l’idea dei mini-Bot, dopo che il parlamento li aveva approvati. Più che stroncato, semplicemente deriso il suo ideatore:
«C’è ancora chi crede a Borghi? Ma vi sembrano verosimili i mini-Bot? Se si potessero fare, li farebbero tutti». 
Così liquidò la questione sulle pagine del Sole 24 Ore, facendo chiaramente intendere chi comanda nella Lega su certe cose.

Bene, oggi è su questo personaggio che dovrebbero riporre le speranze gli italiani, specie quelli che vorrebbero liberarsi dalle grinfie euriste? Secondo il Salvini-pensiero sì. 

In verità, l’intervista del leader della Lega al Corsera di ieri pare più che altro lo sproloquio di un pugile suonato, dove si legge perfino che: 
«Noi dialoghiamo con tutti quelli che la pensano come noi». 
Insomma, uno sforzo titanico. 

Nell’intervista Salvini insiste sull’assurdità di voler tagliare il numero dei parlamentari per poi andare al voto il giorno dopo. Non si può fare per ragioni costituzionali, ma chissenefrega. 

Quel che però più gli preme è l’attacco, in perfetto stile confindustriale, al Reddito di cittadinanza. 
«Sarà doveroso verificare il reddito di cittadinanza. Ci arrivano centinaia di segnalazioni, molte delle quali a me personalmente, da parte di imprenditori che quest’anno non riescono ad assumere i lavoratori che avevano l’anno scorso». 
Insomma, non ridete, Salvini sarebbe preoccupato dal lavoro in nero di chi fa piccoli lavoretti dopo aver incassato il "Reddito di Cittadinanza".

Tutti sanno che se il Reddito di cittadinanza non ha funzionato è per i troppi paletti che i vincoli di Bruxelles hanno imposto e che il governo Conte ha accettato. Per i leghisti invece il problema è opposto. In troppi — pensate un po’ — lo avrebbero avuto senza averne diritto: addirittura il 70% secondo il viceministro dell’Economia, il leghista Garavaglia. Davvero non c’è bisogno di alcun commento. 

Ma torniamo al salvatore Giorgetti, nelle parole di Salvini: 
«Io voglio fare una manovra importante e coraggiosa con una persona di cui si fida il mondo come Giorgetti». 
Il mondo, quale mondo? Quello della finanza e degli eurocrati evidentemente. Insomma, lo dico per certi sinceri sovranisti, l’uomo del miracolo salviniano sarebbe nientemeno che il grigio (anche nel senso di oscuro) Giorgetti, mica i Bagnai o i Borghi.

Il bello è che il Giorgetti è quello che ora va dicendo che Salvini ha sbagliato i tempi

Accidenti che macchina da guerra, quella della Lega! Capisco che ci sia ancora chi si illude che Salvini voglia uscire dall’euro, per intanto sarebbe già molto se uscisse da Twitter. 

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martedì 13 agosto 2019

IL POPULISMO IN GENERALE E QUELLO DI SALVINI di Moreno Pasquinelli

[mercoledì 14 agosto 2019]




Da alcuni anni, anzitutto dopo la sorprendente ascesa al trono di Trump, non c'è giorno in cui i media globali, anzitutto liberali e di rito politicamente corretto, non discettino sul "populismo". 


Abbiamo così visto il fior fiore dell'intellighènzia di regime cimentarsi sul tema, chiedersi cosa il populismo sia e dove vada a parare. La categoria di populismo è diventata così onnicomprensiva, un passepartout per aprire porte ad ogni latitudine: populisti Trump e Sanders, Le Pen e Maduro, Orban e Corbyn, Putin e Erdogan, Mélenchon e Farage, Grillo e Salvini, Podemos e l'AFD tedesca, la Kirchner peronista e Bolsonaro. Fiumi di inchiostro, tanta fuffa, univoco il risultato: scomunica del populismo come fenomeno funesto, illiberale e totalitario. 
Le sinistre transgeniche d'ogni razza e latitudine hanno accettato questa narrazione.  Chi a sinistra era stato colpito dall'anatema del populismo (Mélenchon, Corbyn o Iglesias) ha ben presto compiuto il rito dell'abiura rientrando nei ranghi del politicamente corretto.

LA MALEDIZIONE DI LACLAU


Minoritarie propaggini colte di questa sinistra hanno invece tentato di affrontare il fenomeno populista, andando alla sua genesi, alla sua polimorfica natura, alla sua fenomenologia. 

Di qui la riscoperta delle riflessioni teoriche di Enesto Laclau e Chantal Mouffe.  Qui avveniva tuttavia un fatto deprecabile: il più radicale congedo dalla tradizione teorica marxiana era direttamente proporzionale al vacuo funambolismo teorico.
Laclau, soprattutto quello della "seconda fase", porta una responsabilità enorme per questo smarrimento intellettualistico. Modo e rapporti di produzione relegati a "costrutti soggettivi"; le leggi antagonistiche del sistema capitalistico rifiutate come ipostasi metafisiche; il rifiuto di ogni teleologia e filosofia della storia sostituito dal "tutto contingente"; il determinismo sostituito dal più deciso indeterminismo; l'autonomia del Politico trasformata nella secessione del Politico dall'economico-sociale; il discorso di Gramsci sulla filosofia della praxis e sull'egemonia recuperato scaltramente per giustificare il più radicale empirismo. Abbiamo così avuto un risultato paradossale: la pretesa relativizzazione della verità rovesciata in una vera e propria ontologia del casuale. Il populismo, da fenomeno specifico e concreto, trasformato nell'unica luce per squarciare la notte della politica... per alla fine scoprire che le vacche erano tutte grigie.

Un caso recente di intrappolamento nella bolla intellettualistica del laclauismo c'è stato fornito dall'amico Diego Melegari — L'anatra-coniglio della nazione "a sinistra". Il breve saggio, elagante fino ad essere barocco, è la plastica dimostrazione che non si esce dalla palude teoricista di Laclau senza sbarazzarsi dei suoi enunciati e della sua cattiva filosofia politica.
Prima essenziale considerazione: non esiste il populismo come categoria onnicomprensiva, cioè astratta dal contesto che lo partorisce, ci sono invece i populismi.
Conta dunque analizzare e capire i concreti fenomeni populisti. E siccome l'Italia è stato e resta il principale laboratorio politico dell'Occidente liberal-capitalistico, abbiamo proprio noi il prezioso vantaggio di avere un punto di osservazione privilegiato. Da questa "analisi concreta della situazione concreta" si può semmai tentare di individuare certe costanti e caratteristiche generali.

LO STRANO CASO DELLA LEGA NORD


Ci fu, subito dopo la seconda guerra mondiale e il crollo del fascismo, L'Uomo Qualunque di Giannini. Un caso da manuale di populismo, che tuttavia era destinato a dileguarsi presto, seppellito dalla radicale polarizzazione sinistra-destra, forma simbolico-politica della contrapposizione sociale e di classe —  a sua volta rafforzata dalla divisione del mondo in blocchi geopolitici contrapposti.
Potessimo estendere il caso italiano dovremmo dedurre una prima legge generale: il fenomeno populista non diviene mai di massa in condizioni di alta conflittualità di classe e di polarizzazione politica, tanto più ove il movimento operaio si articola in combattivi e potenti partiti e sindacati.
Ed infatti il populismo, nella forma della Lega Lombarda di Umberto Bossi, sorge negli anni '80, come conseguenza (1) del disfacimento della formazione sociale fordista causata dall'avvento della finanziarizzazione neoliberista e (2) della conseguente decomposizione del movimento operaio italiano. 

Ma la folgorante ascesa della Lega di Bossi nella regione più industrializzata d'Italia non sarebbe diventata fenomeno di massa senza tre grandissimi fattori storico-politici altrettanto correlati: (1) l'implosione dell'URSS, ovvero il più grande terremoto geopolitico del '900; (2) la selvaggia avanzata della globalizzazione con la relativa apertura del mercato interno italiano ai concorrenti esteri — spacciata come progressista e inarrestabile; (3) l'accelerazione (dopo Maastricht) del processo di costruzione dell'Unione europea che minava alle fondamenta la solidità dell'Italia come Stato-Nazione.

Ebbe cioè bisogno, l'ascesa del populismo bossiano, del combinato disposto di un disfacimento del tessuto sociale, di un terremoto geopolitico e, sul piano dell'immaginario collettivo, che si chiudesse un intero ciclo sociale, storico e politico. Per la precisione ebbe bisogno che tramontasse l'idea grandiosa di un'alternativa socialista di sistema. L'irruzione dell'inchiesta denominata "Mani pulite" o "tangentopoli" (prima metà degli anni '90), il crollo della vecchia casta politica nazionale apparentemente causata dalla congenita corruzione sistemica, fornì alla Lega di Bossi un'ulteriore e formidabile arma per catalizzare il fortissimo malcontento sociale e morale, per dargli un nuovo orizzonte di senso.
Da quanto detto, e al netto delle peculiarità, si può ricavare la seconda legge generale che sottostà all'emersione del fenomeno populista: una crisi duplice che ha aperto un nuovo spazio politico: da una parte quella della destra storica dominante (il declino della sua egemonia politica) e, dall'altra, quella della sinistra che appariva come il suo avversario.
Occorreva però a Bossi un nuovo mito identitario e fondativo, ciò che avvenne issando la bandiera del secessionismo lombardo (infarcito addirittura di ancestrali quanto improbabili reminiscenze celtiche) giustificato da un sotto-mito, quello del produttivismo lavorista di rito ambrosianoUn simbolismo che in nome della dell'ethnos e della prossimità territoriale come principale fattore di coesione comunitaria, serviva ad amalgamare i più diversi strati sociali (di qui una certa xenofobia); non solo piccola borghesia e proletariato ma pure la media borghesia. Bossi fu abile nel convogliare il rancore di chi si sentiva in basso contro chi stava in alto. Dove l'alto non era la potente borghesia liberista, di cui cercava in verità l'avallo, bensì la "casta politica romana". Ma con la centralità di Roma era messa sotto accusa, come un artificiale costrutto ideologico, la stessa identità nazionale italiana. Al posto della nazione Italia "Lombardia nazione". 
Qui s'affaccia una terza legge generale che caratterizza il fenomeno populista: esso non può sorgere, tantomeno può sfondare, senza un proprio simbolismo identitario, senza un proprio mito fondativo (che sia di nuovo o vecchio conio), con cui pretende di presentarsi non solo al di là della destra e della sinistra, ma contro entrambi, ovvero riciclando idee dell'una e dell'altra.
E come storicamente ogni fenomeno che nasce e si sviluppa in Lombardia è destinato ad espandersi, anche i leghismo dilagò in tutto il Nord, anzitutto in Veneto. Dalla Lombardia nazione si passò presto alla "Padania nazione", dalla Lega Lombarda alla Lega Nord.
Dietro all'antitalianismo simbolico degli anni '90 c'era un fortissimo antistatalismo di segno liberista ma spiccatamente antifascista, con lo sguardo tutto rivolto alla nascente Unione europea a trazione tedesca.

Ma come la lunga storia italiana dimostra, dalla rivolta della antica Pataria in poi, tutto ciò che sorge a Milano punta a conquistare subito il potere a Roma. Bossi, liberatosi  dell'ideologo secessionista Gianfranco Miglio, dopo alcuni zig-zag, finisce per allearsi stabilmente con Berlusconi ovvero il vero collettore del vecchio ciarpame politico romano della Prima Repubblica ed ex-fascista. Come tutto ciò che giunge a Roma finisce per corrompersi e degenerare, anche la Lega Nord iniziò a decomporsi. Da movimento populista territoriale divenne presto un asse portante della "Seconda Repubblica", una stampella di quello sciagurato regime che condurrà il Paese al disastro storico dell'euro. Esito che faceva premio al primigenio impulso anti-nazionale della Lega.
Siamo quindi a quella che potremmo chiamare la quarta legge generale che caratterizza il fenomeno populista: ove non riesca ad agguantare il potere sull'onda della sua ascesa esso è condannato, non solo a compiere repentini zig-zag ma ad essere incorporato dell'élite medesima come propria protesi politica.
Qui è necessario aprire due parentesi.

(1) Davanti all'irrompere della Lega né le sinistre maggioritarie né l'estrema sinistra  osarono sollevare, contro il secessionismo leghista, la bandiera patriottica  e democratica dell'unità nazionale. Avanzavano allora il cosmpolitismo catto-liberale e l'europeismo, l'idea che la nazione ("padana" o italiana) fosse un'anticaglia della storia, perciò condannata al trapasso. L'estrema sinistra, del tutto spiazzata, rispose al leghismo con la stessa musica, solo declinando il cosmpolitismo in un astratto internazionalismo  anticapitalista. Formazioni minoritarie (Voce Operaia tra queste), prigioniere del mito operaista —la stessa FIOM riconosceva che la maggioranza dei suoi iscritti nell'Italia del Nord votava per la Lega — tentarono il dialogo tattico con la Lega in funzione antisistemica, sulla base del paradigma che tutto ciò che minava il nemico principale, allora lo "stato imperialista italiano", portava acqua al mulino della rivoluzione. 
(2) Molto si è discettato se il miliardario milanese Berlusconi sia stato un populista. Ne aveva le fattezze ma non lo era per niente. Egli ha solo usato la maschera populista. Lungi dall'essere il risultato di una spinta sociale e popolare nuova, esso era un fenomeno cosmetico con cui il vecchio ciarpame politico dominante si andava riciclando. Un  camuffamento trasformista per nascondere ai cittadini quali fossero gli interessi reali che difendeva: potenti settori della borghesia italiana e della sua vecchia casta politica. 

LA METEORA GRILLINA


Nel frattempo dilagava il rancore popolare verso il regime della "Seconda repubblica", il disprezzo generale verso i suoi due pilastri del centro-destra e del centro-sinistra. Questa indignazione generale attendeva di essere raccolta. E venne raccolta infatti dal carismatico comico genovese Beppe Grillo, già notissimo e amato da molti per la sua verve polemica contro la casta dei malfattori politici di regime. Nella più classica delle metodologie populiste e non senza una potente copertura mediatica, il Vaffanculo Day dell'8 settembre 2007 ebbe un successo strepitoso. Due anni dopo l'Associazione "Amici di Beppe Grillo" si trasformò nel Movimento 5 Stelle. Iniziava così una marcia folgorante che sfocerà nel grande successo elettorale del febbraio 2013 — 25,55% dei voti, pari a 8,7 milioni di elettori. Fino al vero e proprio trionfo, dopo la terribile terapia austeritaria targata Mario Monti-Pd, nelle elezioni del 4 marzo 2018, quando il Movimento diventa di gran lunga il primo partito italiano superando il 32% dei consensi — primo partito tra i giovani,  gli operai ed i disoccupati.



Che populismo era quello grillino? Esso non si limitava alla lotta contro "la casta", coniugava forti istanze democratiche e repubblicane a rivendicazioni di giustizia sociale, il rifiuto dell'austerità liberista e un ecologismo radicale con, infine, posizioni in politica estera di tipo pacifista ed anche antimperialista e una condanna aperta dell'euro. Il tutto però entro una ferrea cornice di legalitarismo di marca liberale che mai faceva appello alla mobilitazione diretta dei cittadini — quindi il mantra del partito liquido tutto imperniato sul web. Si trattava evidentemente di un "populismo di sinistra". Questo dicemmo subito, sottolineando il suo aspetto progressivo e di rottura. Di contro le sinistre liberali e radicali, in ossequio alla fede politicamente corretta, rifiutarono ogni alleanza bollando anzi Grillo e il M5S come un movimento populista di destra, reazionario. D'altra parte una certa estrema sinistra, a dimostrazione di non aver capito un'acca del "momento populista", frignava e denunciava lo "interclassismo" di Grillo, l'assenza di riferimenti "di classe", non senza condannare come "fascista in sé e per sé" la leadership carismatica.


Esula da questo breve saggio, dato che l'oggetto è Salvini e la sua Lega, un'analisi approfondita del fenomeno del Grillismo e del Movimento 5 Stelle. Basti dire che l'uscita di scena del comico e la dipartita di Gianroberto Casaleggio, quindi il passaggio della direzione nelle mani del cerchio magico raccolto attorno a Luigi Di Maio, hanno corrisposto ad una svolta moderata, all'abbandono della radicalità originaria. Svolta accentuatasi con la formazione del governo capeggiato da Giuseppe Conte (1 giugno 2018). Un governo non solo giallo-verde ma con i segugi di Mattarella nei ministeri chiave. Arriviamo così al tracollo elettorale in occasione delle elezioni europee del maggio di quest'anno: milioni di voti persi verso il non voto e verso la Lega di Salvini (che balzerà dal 17% a oltre il 30%). La disfatta elettorale è stato il prezzo che il Movimento ha pagato per questa sua svolta moderata, per una campagna elettorale insipiente ed europeista, mentre, al contrario, Salvini radicalizzava i suoi messaggi, non solo su sicurezza e immigrazione ma anche verso l'Unione europea. Invece di correggere il tiro e di sfidare Salvini sul terreno che conta e su cui è più debole (liberismo o keynesismo sul piano delle misure economiche e sociali?), la conventicola di Di Maio ha scelto addirittura di votare come Presidente della Commissione europea la Von Der Leyen (16 luglio). Era la conferma, anzi la consacrazione solenne dell'ingresso del M5S nel campo eurocratico.

Non ci stupisce quindi che il Movimento — dopo l'improvvida e funesta mossa di Salvini di rovesciare il governo Conte per andare ad elezioni anticipate subito —, pur di evitare il voto, ha scelto di andare incontro ai desiderata dell'eurocrazia e dalla Confindustria, accettando di formare un governo assieme al Pd. E' un'altra conferma del passaggio del M5S dal campo populista a quello liberaloide dei poteri forti.

Questo esito deplorevole ci consente di vedere oggi sotto la sua giusta luce quanto accadde dieci ani fa, nel luglio del 2009, quando Beppe Grillo chiese di tesserarsi al PD e quindi di candidarsi alle sue primarie per competere alla carica di segretario nazionale. Oggi Grillo fa appello a "fermare i barbari", ovvero Salvini. Forse non è solo una mossa tattica disperata, forse è il segnale che il M5S si presta a conformare col Partito democratico e i liberali europeisti un vero e proprio blocco politico di potere come palingenesi del vecchio centro-sinistra, ridando così vita all'assetto sistemico bipolare, con Salvini a capo di un nuovo centro-destra.

IL PARRICIDIO 



Ma torniamo a Matteo Salvini. Leghista della prima ora (dopo aver frequentato da giovanissimo, come del resto come Bossi e Maroni, l'estrema sinistra), consigliere comunale, poi direttore di Radio Padania Libera, quindi europarlamentare, è stato uno dei colonnelli di Bossi. 

Dopo il penoso scandalo che travolgerà quest'ultimo e che aveva fatto schiantare la Lega Nord, i notabili nordisti della Lega sceglieranno lui per la rinascita del partito. Salvini farà molto di più, non solo compirà il miracolo della resurrezione ma porterà la nuova Lega a diventare primo partito nazionale. Per farlo ha dovuto compiere tuttavia il più grande dei sacrifici, il parricidio. Con una spettacolare operazione politica, dal corpaccione della Lega nordista farà sorgere la nuova Lega "nazionalista". 
Sotto i nostri occhi è avvenuto una specie di mistero eucaristico: la la carne e il sangue della vecchia Lega Nord diventati il vino e il pane della nuova Lega nazionale. Se prima era "Padania nazione" ora è "prima gli italiani" e "sovranità". Da un piccolo ethnos ad uno ben più grande.
Salvini si spingerà molto più avanti, facendo della Lega una forza politica "no euro" allo scopo di occupare, e ci riuscirà scalzando l'M5S, l'amplissimo spazio politico euroscettico e no-euro, quindi raccattando qua e là come gregari intellettuali e militanti dell'area sovranista.

Il minestrone sovranista era poi condito con quattro ingredienti pesanti: la linea dura (ai limiti della xenofobia) sull'immigrazione, un sicuritarismo spinto, ovvero l'idea dello stato forte; il richiamo anti-berogliano ai valori del cattolicesimo conservatore, quindi, sul piano economico, una fortissima impronta al contempo, anti-austeritaria e liberista. Non avrebbe infine sfondato Salvini — dopo il successo elettorale del marzo 2018 (17% dei voti) quello delle europee di quest'anno (32%) con tanto di sfondamento nelle tradizionale roccaforti "rosse" e nel Mezzogiorno — se, nel momento in cui prendeva in mano la Lega, la crisi sistemica (organica avrebbe detto Gramsci), non avesse toccato il suo apice, gettando molti settori popolari nella disperazione, senza l'impoverimento della piccola borghesia, senza la distruzione di decine di migliaia di piccole e anche medie aziende. Senza dunque la tragica parentesi del governo Monti.
Qui abbiamo la quinta legge che contraddistingue il fenomeno populista: esso può imporsi sull'onda di una di crisi sistemica, e quindi indicando un comune nemico del popolo (senza questo nemico nessuna operazione di accorpamento avrebbe successo), nel nostro caso un blocco di nemici, ma tutti facenti capo ad una élite plutocratica mondialista che trama per umiliare il popolo italiano, per fare del Paese una colonia meticcia.
Dove sta, vi chiederete, il populismo. Sta anzitutto nel leader medesimo, nella maestria con cui Salvini ha saputo raccogliere e mettere assieme le più diverse e contraddittorie pulsioni sociali e ideali: da quelle democratiche a quelle alla sicurezza sbirresca, da quelle liberiste a quelle stataliste, da quelle improntate alla venerazione dei prodigi della tecnoscienza alle strizzate d'occhi ai freevax. Operazione sincretistica che non sarebbe riuscita senza il suo carisma personale. Egli ha raccolto non solo il testimone di Bossi ma pure quello di Beppe Grillo, che fu, come detto, il primo a riportare in auge il populismo, riuscendo a miscelare il diavolo con l'Acqua santa. L'uscita dalla ribalta di Grillo — col passaggio di consegne ad un gruppo di mezze tacche moderate raccolto attorno a Di Maio —, è stata indispensabile allo sfondamento di Salvini, gli ha aperto le porte del suo successo.
Possiamo quindi indicare la sesta legge del fenomeno populista. Non basta che il capo sia carismatico, il suo carisma deve essere accompagnato dalle qualità che contraddistinguono l'uomo politico di razza: non solo spregiudicatezza e astuzia, ma la capacità di offrirsi al popolo che sta sotto come colui che non solo lo ascolta, ma ne ricompone le disjecta membra, che ne fa un corpo organico con sé medesimo come cervello e guida.


V'è infine una settima legge che contraddistingue il fenomeno populista. Per affermarsi esso ha bisogno non solo della crisi della sinistra, non solo che questa sia passata con l'élite liberale. Il fatto è che con questo passaggio è avvenuto un fatto simbolico determinante: la sinistra ha preferito lo spazio immaginario del privato (con tanto di fuga in una dimensione morale e spirituale new age) a spese dello spazio pubblico, la difesa dei diritti civili di esigue minoranze a spese di quelli sociali di larghe masse pauperizzate. Questo spostamento non ha solo concimato il populismo, ha alimentato quello di destra, e qui ci spieghiamo la bandiera della sicurezza e dello stato forte. Una risposta politica reazionaria ad un domanda sociale legittima, quella di porre fine al caos, sociale e morale, della globalizzazione liberista.

IL DESTINO DI SALVINI


Ogni populismo ha tuttavia no uno ma diversi punti deboli, e tutti, non sembri un paradosso, stanno proprio nei suoi punti di forza.

Il primo punto debole: più è ampia e assortita la sua collezione di istanze sociali, più diventa debole la sua capacità di tenuta nel tempo. La possibilità di tenere assieme istanze contraddittorie dipende sì dalla perspicacia del capo carismatico, ma dipende anzitutto dalle circostanze sociali e politiche, endogene ed esogene, per loro natura mutevoli. Non parliamo solo di circostanze oggettive, economiche e sociali, ma pure politiche. Nel caso di specie di Salvini molte sono le istanze oppositive, ma la principale, quella esplosiva è che sotto la recente corteccia nazionalista sopravvive forte la pulsione nordista a sganciarsi dal resto del Paese per candidare dunque il lombardo-veneto a fare parte del club dei ricchi della Unione europea (ammesso e non concesso che questa campi ancora)

Il secondo punto debole: Salvini è un maestro nello stabilire una connessione emotiva col suo popolo. Per essere amato dai suoi seguaci ha accettato di apparire come una vera e propria bestia nera delle élite oligarchiche e dei poteri forti. Egli si è fatto prendere talmente la mano da questo entusiasmo popolare che di fatto ha trasformato la Lega, da partito solido in un ectoplasma in cui, sentita una ristretta cerchia di colonnelli, decide tutto lui. Così facendo ha sostanzialmente liquidato le strutture territoriali di partito, affidandosi a ras locali e trasformando i militanti in replicanti, chiudendo così i canali di trasmissione dal basso vero l'alto. In questa condizioni di quasi autismo politico, il leader maximo rischia di perdere il contatto con tutto ciò di reale che non sia il mondo degli osanna e dei peana, rischiando quindi di commettere errori tattici e politici gravissimi.

Il terzo punto debole: la psicologia conta, e molto nella lotta politica. Più un capo populista accresce il proprio consenso più rischia di essere ottenebrato dalle vertigini del successo, di montarsi la testa, di cadere infine vittima del delirio di onnipotenza. E ciò che pensiamo spieghi quello che rischia essere il più grave errore politico della sua carriera: la decisione di far cadere ex abrupto ed in un momento sbagliato il governo Conte, di cui di fatto deteneva la golden share. Ove Salvini non ottenesse le elezioni, questo si rivelerebbe un errore per lui fatale che potrebbe segnare l'inizio del suo declino.


Post scriptum

Per dare un giudizio definitivo sulla natura del "salvinismo" aiuta considerare la sua politica estera. Il suo filo-putinismo non deve trarre in inganno. Su tutte le zone dello scacchiere mondiale Salvini si è posizionato sul lato della barricata opposto alla Russia — lontani sono i tempi in cui la Lega di Bossi, nel 1999, si schierò a favore della Serbia nella sua guerra di autodifesa contro la NATO. Il nostro non ha solo ostentato la sua ammirazione per Trump, ha inneggiato apertamente, e non solo perché vittima di una viscerale islamofobia, ad Israele ed alla sua élite sionista, lanciando strali contro l'Iran. Nella crisi venezuelana si è quindi schierato col tentativo di golpe di Guaidò, mentre ha tessuto le lodi del brasiliano Bolsonaro. Questo spesso in contrasto con le posizioni dell'alleato di governo a 5 Stelle. Per quanto concerne il "sovranismo", ovvero il giudizio sull'Unione europea, egli, stretto tra la frazione giorgettiana e nordista e quella cosiddetta "sovranista", Salvini ha cercato di salvare capra e cavoli, rimodulando la posizione no-euro con uno smodato  "altreuropeismo": "andiamo a Bruxelles per cambiare la Ue dall'interno". Nel Parlamento europeo ha dato vita ad un gruppo con diverse formazioni nazionaliste di destra (Identità e Democrazia) ma senza l'osannato Orban, un'accozzaglia destinata ad avere vita breve.





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