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domenica 16 aprile 2017

IL LIMBO DEL DEF DI GENTILONI di Leonardo Mazzei

[ 17 aprile ]


Cosa ci dice il DEF (Documento di Economia e Finanza) 2017 presentato nei giorni scorsi dal governo? Ci dice in sostanza una cosa sola: l'Italia, e la politica economica del governo, sono in una specie di limbo che non avrà fine prima della conclusione del ciclo elettorale che inizierà in Francia domenica prossima, proseguirà in Germania a settembre, e si concluderà proprio nel nostro Paese verosimilmente nel febbraio 2018.
Quello di Gentiloni è dunque il DEF della massima incertezza, perché nessuno in realtà può dire come sarà messa l'UE nei prossimi mesi. Basta pensare ai possibili scenari post-elettorali in Francia per rendersene conto.


Tanta incertezza ha consigliato il massimo di prudenza agli estensori del DEF. Prudenza che si traduce in una sorta di doppio binario comunicativo. Da un lato la piena, totale, inossidabile adesione ai dogmi euristi; dall'altro la prosecuzione della linea degli "spazi di flessibilità". Sui dogmi ovviamente non si scherza, sulla flessibilità come sempre si spera. 

Il senso del DEF è davvero tutto qui. Nel testo si ritrovano le litanie di sempre sulla bellezza delle liberalizzazioni, delle privatizzazioni, della riduzione della spesa pubblica, senza peraltro mai spiegare come mai questa linea in voga da decenni abbia solo prodotto, in definitiva, la più grave crisi degli ultimi ottant'anni. 

Sui dati macroeconomici, che sono poi il cuore di questi documenti programmatici, si cerca di dire che le cose vanno bene - «l'economia italiana si è avviata su un sentiero di graduale ripresa», si legge - cercando di far credere che questa strada dei piccoli passi sia quella giusta. Ma di quali passi si parla? Innanzitutto del Pil, cresciuto - dopo la perdita di 9 punti dal 2008 al 2013 - dello 0,1% nel 2014, dello 0,8% nel 2015, dello 0,9% nel 2016. Insomma, non si è ancora recuperato un quinto di quella perdita e già si vorrebbe cantare vittoria!

Ma la cosa più interessante è la previsione per i prossimi anni, dove si indicano tassi di crescita inchiodati tra l'1 e l'l,1,1% fino al 2020. Ora, siccome è ben noto come queste previsioni siano sempre improntate al dovere d'ufficio dell'ottimismo, non è difficile capire che la realtà che ci aspetta si chiama, nel migliore dei casi, stagnazione.

Abbiamo già detto della piena osservanza dei dogmi euristi. Vediamo in concreto quel che risulta dal quadro programmatico indicato nel DEF. Il rapporto deficit/Pil, ridottosi dello 0,3% nel 2015 come nel 2016, e previsto in identica diminuzione nel 2017, vedrebbe triplicarsi questo taglio (dal 2,1 all'1,2%) nel 2018, per poi accelerare allo 0,2% nel 2019, fino al mitico zero del 2020.

Tutto ciò per rispettare le pazzesche regole del fiscal compact, la cui follia è ben rappresentata da un'altra serie di numeretti contenuti nel documento firmato dal duo Gentiloni-Padoan, quelli relativi agli avanzi primari. Qui il percorso indicato prevede di passare dal +1,5% del Pil del 2016, all'1,7% del 2017, al 2,5% del 2018, al 3,5% del 2019, al 3,8% del 2020. Detto in soldoni, si punta ad arrivare ad un avanzo primario (entrate meno uscite) di ben 65 miliardi annui!

Il bello è che il governo ammette ormai apertamente che le manovre restrittive finiscono per deprimere l'economia, ma non può fare a meno di proseguire sulla strada imposta da Bruxelles. E sull'avanzo primario, non contento del record italiano dell'ultimo ventennio, si arriva a volerlo incrementare del 253%! Complimenti.

Questo almeno sulla carta, perché in realtà si vorrebbe tentare un percorso assai più morbido, tipo quello degli ultimi tre anni, ma proprio non si ha il coraggio di dirlo, tantomeno di pretenderlo. Dunque, alla fine, tutto dipenderà dai padroni tedeschi. I quali agiranno in base ai propri interessi ed alla loro strategia, alla luce dell'evolversi della crisi dell'Unione.  

Insomma, se da un lato la narrazione dell'«austerità che fa bene all'economia» è ormai solo un ricordo del passato, dall'altro si sa solo aggrapparsi al classico «Io speriamo che me la cavo» del famoso bambino napoletano.

Che il DEF gentiloniano sia sostanzialmente falso ce lo dice nientemeno che il governativo a prescindere Corriere della Sera, il cui titolo «Un Def “finto” in attesa della trattativa Ue. Per ora resta il deficit 2018 all’1,2%. Ma il governo punta a salire al 2%», proprio non lascia spazio a dubbi.

Naturalmente, in questa banale osservazione sulla inattendibilità delle cifre del DEF c'è un'implicita critica rigorista al compromesso raggiunto a Palazzo Chigi. Critica resa più esplicita nell'articolo di Guido Tabellini sul Sole 24 Ore di ieri. Tabellini, come si conviene al giornale dei padroni del vapore, vorrebbe la botte piena e la moglie ubriaca. Egli riconosce sì che crescita ed austerità non vanno troppo d'accordo, ma insiste sui tagli alla spesa e - soprattutto - sulla necessità di finanziare la riduzione dei contributi sociali con l'aumento della tassazione diretta e indiretta. Dunque, scattino pure gli aumenti dell'IVA delle cosiddette "clausole di salvaguardia", che invece il governo punta a disinnescare,  purché servano a ridurre i contributi a lorsignori.

Non solo. Tabellini troverebbe positivo a tal fine pure l'aumento della tassazione diretta, cioè dell'Irpef. E qui incontra la graziosa "dimenticanza" del successore di Renzi. Mentre il Bomba aveva promesso, nell'ordine, il taglio delle tasse sulla casa (Imu), poi di quelle sulle aziende (Ires ed Irap), per arrivare infine alla tassa sul reddito delle persone fisiche (Irpef), il DEF 2017 cancella del tutto la riduzione di quest'ultima tassa. Dunque, mentre anche i proprietari di ville e castelli hanno avuto i loro benefici fiscali, come pure l'hanno avuto le aziende, ai lavoratori non resterà invece che pagare l'Irpef come sempre. Se non addirittura qualcosa di più, come sembrerebbe auspicare l'ineffabile Tabellini.

Prima di chiudere è il caso di spendere qualche riga su un altro punto sul quale si era accesa una discussione anche all'interno dello stesso governo, quello delle privatizzazioni. Anche su questo terreno, come su quello dell'avanzo primario, l'Italia ha stabilito negli anni passati il record mondiale del settore. Ci siamo occupati dei risultati catastrofici di questa politica in un altro articolo e non ci torniamo sopra. Ma oltre ai disastri economici e sociali prodotti, è chiaro che l'aver privatizzato (e spesso svenduto) a più non posso negli anni passati, fa sì che oggi non ci sia rimasto molto a disposizione della follia privatizzatrice.

E tuttavia, al fine di abbattere il debito, Renzi si era impegnato a realizzare nuove privatizzazioni al ritmo annuo dello 0,5% del Pil (circa 8 miliardi di euro), mentre oggi Gentiloni abbassa la stima allo 0,3%, pari a circa 5 miliardi. Ma che il meccanismo delle privatizzazioni si vada in qualche modo inceppando è dimostrato dalla modalità con la quale si prevede di realizzarle nel prossimo futuro. «Troveremo modi e canali, anche originali, per gestire questo aspetto», ha detto il ministro dell'Economia. Secondo quel che scrive tra gli altri La Stampa: «La soluzione creativa cui fa riferimento Padoan è più che altro un gioco di prestigio: il governo sta studiando la cessione alla Cassa depositi e prestiti di alcune delle quote in suo possesso fra Eni, Enel, Poste e Leonardo. Il piano è stato ribattezzato "Capricorno" e servirà a tenere a bada il mostro del debito». 

Ora, siccome l'azionista di maggioranza (82,77%) della Cassa depositi e prestiti è il ministero dell'Economia, è chiaro che lo scopo dell'operazione è di tipo meramente contabile. Anche il tema delle privatizzazioni sta entrando dunque in un limbo tutto da scoprire? E' presto per dirlo, ma forse è anche da questi particolari che si può notare la crisi dell'impianto neoliberista.

Concludiamo, tornando ad un'osservazione di carattere più generale sul DEF. Quel che possiamo dire è che si tratta di un documento in perfetta continuità con la linea liberista ed eurista dell'ultimo quarto di secolo, ma pensato più che altro ai fini della navigazione politica dei prossimi mesi. Navigazione verso le elezioni all'interno, navigazione nelle burrascose acque europee all'esterno.

Non è dunque un documento da prendersi troppo sul serio riguardo al quadro macroeconomico che disegna. Ed il fatto che ciò venga tranquillamente ammesso anche negli ambienti governativi è il segno di quanto siano confuse le cose nel campo dei dominanti. E di quanto sia incerto il futuro di quell'Unione Europea che è la destinataria del compitino redatto dal ministro Padoan.

mercoledì 8 marzo 2017

RENZI E GENTILONI SE NE DEVONO ANDARE di P101

[ 8 marzo ]
Lo “scandalo Consip” non è un semplice episodio giudiziario tra i tanti che portano periodicamente a galla la corruzione nel mondo degli affari e della politica. La vicenda della “centrale degli acquisti” è qualcosa di ben più consistente, visto che – oltre al coinvolgimento familiare – mette al centro della scena il cuore del “Giglio magico” che ha accompagnato l’ascesa di Renzi fin dagli inizi.
Al di là dagli sviluppi dell’inchiesta, quel che conta è il dato politico: la narrazione renziana, basata sul mito del “nuovo” e della “giovinezza”, è ormai al capolinea. L’ex segretario del Pd mantiene una sua forza nel partito, ma nei centri del potere economico, che finora l’hanno appoggiato, chiara è la necessità di nuove soluzioni politiche.
La verità è che – a dispetto di quanti dicevano che nulla sarebbe cambiato – il referendum del 4 dicembre ha terremotato il sistema politico, ed in particolare il suo perno centrale: il Pd. Prima è saltato il governo Renzi, poi il suo partito si è scisso, infine la bufera giudiziaria di questi giorni.
Non è ancora chiaro con quali mosse il blocco dominante cercherà di uscire da questa situazione. Per adesso la scelta è quella di prendere tempo, congelando intanto governo e parlamento fino alla fine della legislatura. E’ grave come questa volontà delle forze dominanti non venga oggi minimamente contrastata dalle opposizioni parlamentari.
Proprio per questo chi si batte per un’alternativa politica, per un governo popolare d’emergenza che sappia mettere in sicurezza il paese, portandolo fuori dalla gabbia eurocratica, deve avere le idee chiare: Renzi e Gentiloni se ne devono andare subito, la parola dev’essere restituita agli elettori.
L’attuale parlamento, eletto con una legge dichiarata incostituzionale, con il record assoluto di cambi di casacca nel corso della legislatura, sconfessato da un referendum popolare che ne ha bocciato l’atto più significativo, è ormai palesemente illegittimo sotto ogni punto di vista.
Lo stesso discorso vale per un governo nato in assoluta continuità con quello battuto nelle urne, privo di una maggioranza nel Paese, popolato da personaggi appartenenti al gruppo di potere renziano oggi sotto inchiesta.
Bisogna farla finita subito con questo governo e con questo parlamento. La pervicacia con la quale l’attuale casta politica resta aggrappata al potere non può essere tollerata oltre. Il disegno delle classi dominanti di prendere tempo per preparare nuove soluzioni antidemocratiche va fermato.
Senza dubbio la spinta più forte al rinvio del voto al 2018 viene dai palazzi dell’oligarchia eurista, ben consapevoli della loro impopolarità. E’ da lì che arriva il più forte attacco alla democrazia, la volontà di ridurre l’Italia in una condizione di tipo greco. E’ da lì che si vorrebbe risolvere la questione del governo di Roma insediandovi al più presto la Troika.
Per dire no a questa pretesa degli oligarchi:
Cacciamo per sempre dal potere la banda renziana!
Via il governo Gentiloni-Padoan!
Nuove elezioni subito!
Consiglio nazionale Programma 101 (P101)

sabato 4 febbraio 2017

NUOVA (PATETICA) CAPITOLAZIONE ITALIANA di Emmezeta

[ 4 febbraio]

La pittoresca retromarcia del governo Gentiloan: l'Italia pagherà (e subito) il "conto di Renzi"

Ma che figura! E che rapidità! Il "conto di Renzi" verrà saldato per intero e senza indugio. Del resto gli amici sono amici. Ed i compagni di merende del Bomba proprio non se la sono sentita di scontrarsi con Bruxelles.

Il bello è che all'arrivo della letterina della Commissione europea il duo Gentiloni-Padoan (Gentiloan) aveva annunciato fuoco e fiamme: loro non avrebbero mai ceduto a quella richiesta, di manovre neanche a parlarne visto che erano alle prese con terremoti e slavine.

A Bruxelles si erano leggermente incazzati, dato che quei due decimali di riduzione del deficit richiesti (pari a 3,4 miliardi) erano stati concordati ad ottobre con il loro principale, quello che doveva stravincere il referendum e saldare il conto subito dopo.

Cedere all'istante dev'essere sembrato a quel duo comunque disdicevole, ma in quanto a provare a resistere non ci hanno mai pensato sul serio. Ecco cosa scrivevamo due settimane fa:
«Ora il governo fotocopia di Gentiloni non sa come venirne a capo. Dire troppo platealmente "signorsì" equivarrebbe ad una clamorosa figuraccia sia per l'attuale esecutivo che per quello precedente. Sarebbe come ammettere il trucchetto di aver abbellito la Legge di bilancio solo a scopo propagandistico. D'altra parte dire invece "signornò" non appare affatto più semplice. Primo, perché ci vorrebbe almeno un briciolo di quel coraggio che notoriamente chi non ce l'ha (guardate la faccia di Gentiloni e valutate...) non può darselo. Secondo, perché in quel caso a Bruxelles sembrano decisi ad avviare la cosiddetta "procedura d'infrazione", per poi arrivare magari ad una bella multa all'Italia».

E' andata così in scena una finta resistenza che neanche Renzi avrebbe tanto malamente inscenato. Pensate che l'opposizione di Gentiloan ad una manovra correttiva è durata ben 16 giorni, dal 17 gennaio (giorno dell'arrivo della lettera al governo) al 2 febbraio (giorno della dichiarazione di resa pronunciata da Padoan al Senato). Sedici giorni... Non esattamente un'eternità per trasformare un'irremovibile "no" in un pieno ed indiscusso "sì".


La tecnocrazia eurista ovviamente ringrazia. «Accogliamo con favore l'impegno politico espresso dal ministro Padoan di adottare misure perché l'Italia torni ad essere rispettosa dei suoi impegni di bilancio», ha detto compiaciuto il falco Dombrovskis che della Commissione è vice-presidente.

E così tanti saluti ai terremotati ed alla promessa di non piegarsi all'UE. Chi vuol farsi due risate clicchiqui per richiamare alla memoria quel che il governo diceva a metà gennaio.

Adesso ci si chiede dove verranno presi i soldi. Per cercare di salvarsi la faccia si parla ovviamente di lotta all'evasione fiscale, ma i 3,4 miliardi arriveranno principalmente da ulteriori tagli alla spesa (sapremo solo più avanti a chi toccherà stavolta) ed al solito aumento delle tasse. Ma siccome la parola "tasse" è assai antipatica, si preferisce parlare solo di "accise" sui carburanti. Come se queste non fossero tasse, mentre non solo lo sono ma sono pure tra le più odiose, dato che colpiscono in maniera indiscriminata e senza alcuna progressività chi si reca alla pompa di benzina.

Tassa odiosa, ma anche già elevatissima, visto che in Italia è già superiore di 22,2 centesimi al litro rispetto alla media europea. Perché allora andranno proprio a colpire lì? Ma perché sperano di non dare troppo nell'occhio. Con il caos dei prezzi liberalizzati, chi saprà alla fine da cosa sarà dipeso l'ennesimo aumento di benzina e gasolio?

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Il "signorsì" di Gentiloan conferma dunque, ed in maniera plateale, l'attuale miseria della classe dirigente italiana. Che è misera perché non ha il minimo coraggio di assumersi le proprie responsabilità, ed è doppiamente misera nel suo servilismo verso la tecnocrazia eurista.

mercoledì 18 gennaio 2017

IL CONTO DI RENZI (E QUELLO DELL'EURO) di Emmezeta

[ 18 gennaio ]

Come volevasi dimostrare i nodi stanno venendo al pettine. Prima le banche, adesso la richiesta europea di una manovra correttiva da 3,4 miliardi. Poi arriverà il conto più grosso: rimanda, rimanda, non si sa bene come il governo vorrà disinnescare per il 2018 la "clausola di salvaguardia" sottoscritta con l'UE, la bellezza di 19,5 miliardi annui da ricavare da un maxi-aumento dell'IVA dal 22 al 25%.

Il recupero di due decimali di pil sul deficit 2017 (dal 2,4% previsto dal governo, al 2,2% chiesto dalla Commissione) a Bruxelles lo chiamano apertamente il "conto di Renzi". Un conto che gli eurocrati avevano lasciato in sospeso solo per favorire il "sì" al referendum. Poi, passata la festa (che peraltro per lorsignori festa non è stata), gabbato lo Santo. Ed il conto è arrivato.

Ora il governo fotocopia di Gentiloni non sa come venirne a capo. Dire troppo platealmente "signorsì" equivarrebbe ad una clamorosa figuraccia sia per l'attuale esecutivo che per quello precedente. Sarebbe come ammettere il trucchetto di aver abbellito la Legge di bilancio solo a scopo propagandistico. D'altra parte dire invece "signornò" non appare affatto più semplice. Primo, perché ci vorrebbe almeno un briciolo di quel coraggio che notoriamente chi non ce l'ha (guardate la faccia di Gentiloni e valutate...) non può darselo. Secondo, perché in quel caso a Bruxelles sembrano decisi ad avviare la cosiddetta "procedura d'infrazione", per poi arrivare magari ad una bella multa all'Italia.

Insomma, le furbate di Renzi, fatte di rinvii, clausole straordinarie, "riforme" vendute come miracolose, sgomitate per strappare qualche zerovirgola, sono davvero arrivate al capolinea. E questo per due motivi: all'interno la fragorosa sconfitta del disegno controriformatore sancita dal voto del 4 dicembre; all'esterno la necessità della dirigenza eurista (tedesca in particolare) di mostrare il ghigno di chi niente concede in vista delle elezioni dell'autunno prossimo in Germania.

Fin qui la partita sul "conto di Renzi", che se non altro ci parla una volta di più dell'irresponsabilità e dell'avventurismo del soggetto in questione. Ma c'è ovviamente qualcosa di più. E questo qualcosa di più si chiama euro.

Il fatto è che austerità, stagnazione, moneta unica e sopraffazione da parte dei padroni tedeschi sono tutte facce dello stesso problema.

In assenza di un'unica politica fiscale e di bilancio, l'euro non può reggere senza che si raggiunga almeno la convergenza dei debiti. Lo strumento all'uopo pensato è il fiscal compact. Ma il fiscal compact proprio non funziona, perché l'ulteriore scellerata austerità che richiederebbe fa a pugni con l'esigenza di provare almeno ad uscire dalla stagnazione. Tutto ciò è fin troppo evidente, e l'Unione Europea è ormai diventato il luogo dove si trattano i modi per svicolare alle regole che essa stessa si è data (la famosa "flessibilità"). Il problema è che gli interessi si fanno sempre più divergenti. Ad un blocco tedesco che punta alla disciplina di bilancio costi quel che costi, si contrappongono sempre più chiaramente gli interessi dei paesi dell'area mediterranea che questa disciplina non possono accettarla, pena la completa distruzione delle proprie economie.

In questo quadro il caso italiano è senza dubbio quello decisivo. E la risposta alla richiesta della nuova manovra da 3,4 miliardi sarà una sorta di cartina di tornasole su quel che bolle in pentola nel sempre più manifesto processo di disgregazione dell'Unione Europea.

Alla lettera ufficiale della Commissione arrivata ieri al Ministero dell'Economia (ma la notizia è nota da giorni) non c'è ancora risposta. Gentiloni avrebbe espresso un certo "disappunto", mentre Padoan ha detto che "la priorità rimane la crescita". E' chiaro come il governo proverà ad attenuare il problema, cercando di rimandare il tutto ad impegni più rigorosi nel DEF di aprile, senza quindi mettere ora mano (entro febbraio, sembrerebbe chiedere Bruxelles) ad un decreto legge con nuovi tagli e/o maggiori tasse.

Vedremo. Quel che è certo è lo smarrimento che si coglie nella classe dirigente italiana. E pensare che i due decimali di pil in questione sono pressoché niente rispetto ad altri tre problemi che si annunciano all'orizzonte: 1. gli interventi pubblici per fare fronte alla crisi bancaria (non c'è solo Mps); 2. il prossimo rapporto europeo sul debito, che potrebbe portare ad un'altra "procedura d'infrazione"; 3. l'enorme lascito della "clausola di salvaguardia" per il 2018, con in ballo (come già detto all'inizio) un aumento dell'IVA di 19,5 miliardi annui.

Insomma, se il "conto di Renzi" è arrivato, facendo definitivamente giustizia delle stupidaggini del Bomba, quello dell'euro —che il Paese paga da quando vi è entrato— sta giungendo alle sue conseguenze ultime e letali.

Il tempo stavolta stringe davvero: o la rapida uscita dalla gabbia europea; o il commissariamento sine die del nostro Paese, al servizio di quali interessi è cosa nota.
Chi ne è consapevole agisca di conseguenza.

martedì 13 dicembre 2016

MOBILITAZIONE GENERALE CONTRO IL GOVERNO DEL "SÌ" di P101

[ 13 dicembre ]

A passo di corsa Gentiloni si presenta oggi in Parlamento per chiedere la fiducia ed entrare in carica. Che peste lo colga! 

12 ministri su 18 sono gli stessi di quello precedente schiantatosi il 4 dicembre, per di più la Boschi, l'artefice dello scasso bocciato dagli italiani, addirittura promossa in un posto chiave come vice presidente del Consiglio. Il segnale inviato a chi comanda davvero (la plutocrazia finanziaria e bancaria, il grande capitalismo globalista) non poteva essere più chiaro: "ce ne freghiamo di quel che pensa e vuole la maggioranza dei cittadini". Nulla cambia quindi: la stanza dei bottoni è blindata, occupata da servi fidati.

Non solo giusto ma sacrosanto, in queste condizioni, che le opposizioni, e tra questa la sola che conti davvero, quella del Movimento 5 Stelle, non partecipino al rito farsesco dell'intronazione del governo Gentiloni.

Che Renzi e la sua cricca vogliano andare ad elezioni in primavera, certo dopo avere varato una legge elettorale fatta su misura per conservare il potere, è evidente, e per questo hanno imbottito l'Esecutivo di propri lacchè. Che si vada effettivamente al voto a giugno, tuttavia, è da vedere. Chi comanda davvero (e chi comanda davvero non si presenta alle elezioni) vorrebbe fare le scarpe a Renzi, portando la legislatura alla sua fine naturale del febbraio 2018 e quindi votare fra un anno e mezzo. Ai poteri forti serve tempo, tempo per architettare un piano onde evitare che il governo vada in mano alle opposizioni, leggi M5S e suoi eventuali alleati.
facce da culo....

La decisione dei Cinque Stelle di disertare il Parlamento, di lasciare nudo il Re, va quindi nella giusta direzione: dimostra che non ci si muove a rimorchio della guerra per bande che dilania il Palazzo.

Prima ancora del 4 dicembre, certi di una forte vittoria del NO ma anche che gli sconfitti, malgrado le sicure dimissioni di Renzi, avrebbero fatto di tutto per restare al potere —quindi riservandosi la facoltà di imporre una legge elettorale truccata— noi suggerivamo alle opposizioni parlamentari l'Aventino, ovvero di uscire dal Parlamento, non per un giorno solo, ma stabilmente. Proponevamo un'azione non solo simbolica contundente, allo scopo di suscitare una forte mobilitazione popolare per sabotare l'azione eversiva dei servi usciti sconfitti dal referendum, per dare quindi seguito alla domanda di sovranità popolare espressasi nelle urne il 4 dicembre.

Le cose pare stiano andando proprio in questa direzione: il Movimento 5 Stelle non solo ha proposto per oggi e domani "un Flash Mob per la Democrazia dove a parlare e ad essere ascoltati saranno i cittadini", ha annunciato «Entro il 24 gennaio organizzeremo una grande manifestazione per la dignità dei cittadini. Domani partirà il countdown. È ora di applicare l'articolo 1 della Costituzione che abbiamo difeso: la sovranità appartiene al popolo!»

Noi saremo a fianco del Movimento 5 Stelle, nella preparazione di questa mobilitazione che dovrà essere grande, pacifica ma combattiva. Tutte le forze sociali e politiche democratiche che hanno contribuito alla vittoria del NO, debbono fare altrettanto. Ci dicono: "Ma l'Aventino andò a finire male, il fascismo ebbe la meglio". Vero, non dovremo commettere lo stesso errore degli antifascisti di allora, che invece di fare appello alla mobilitazione popolare, fecero affidamento sul Re affinché fosse lui a togliere di mezzo Mussolini.

Davanti alla arroganza e protervia dei poteri forti non resta al popolo che la protesta!

E' nelle piazze che esso dovrà dimostrare di essere sovrano, è nelle piazze che dovrà prendere forma quello che abbiamo chiamato "BLOCCO COSTITUZIONALE", nella prospettiva di prendere in mano le redini del Paese.

Consiglio Nazionale di Programma 101
12 dicembre 2016

lunedì 12 dicembre 2016

LEGGE TRUFFA 2.0: COSA BOLLE IN PENTOLA di Leonardo Mazzei

[ 12 dicembre ]
Quello di Gentiloni è un vero «governo di scopo». Lo scopo? Fare finta che il voto del 4 dicembre non ci sia stato, prendere tempo per assorbire la scoppola dei venti milioni di NO, sbarrare la strada ad M5S con una nuova legge truffa
Mentre scrivo non si conosce ancora la lista dei ministri, tutto sommato un particolare secondario ai fini di un giudizio su quel che sta accadendo.

Nei palazzi del potere si è lavorato sodo in questi giorni. La parola d'ordine è "stabilità". Peccato sia quella stessa "stabilità" che ha provocato il terremoto referendario, segno della potente attivazione di una faglia sociale che si pensava di poter tenere sotto controllo.

E così a Renzi succederà un renziano apparentemente senza troppe pretese. Un grigio personaggio dell'establishment, che alcuni vorrebbero si autonomizzasse da chi lo ha messo lì, giusto per arrivare al mitico 2018.

Riuscirà questa manovra della grande pancia "dorotea" del sistema politico ed istituzionale? Molti pensano di sì, anche in virtù della necessità di prender tempo da parte dell'intero blocco dominante. Personalmente sarei più cauto, perché il gruppo di potere renziano è ancora potente, e dal suo punto di vista il 2018 è pericolosamente lontano.

Ma il caos è grande anche nei palazzi che contano. Aspettiamo perciò i prossimi giorni per un giudizio più compiuto sulle contraddizioni del campo avversario. Affrontiamo piuttosto un'altra questione, sulla quale quel campo è invece compatto: quella del tentativo di partorire un'ennesima legge elettorale truffa. Se l'Italicum era stato palesemente pensato come legge ad partitum (per favorire il Pd), oggi si cerca di sostituirlo con una pacchiana legge contra partitum(per impedire che M5S vada al governo).

L'operazione non è semplicissima, perché notoriamente non tutte le ciambelle riescono col buco, come proprio l'incredibile vicenda dell'Italicum dimostra. A proposito, ma si è mai vista una legge elettorale sostituita da un altra senza essere mai stata applicata? Chissà, faremo delle ricerche, ma mi sa tanto che il Bomba abbia stabilito un record da Guinness dei primati.

Mentre nel mondo delle persone normali gli autori di un capolavoro di tal fatta dovrebbero andare a nascondersi almeno per un po', in quello dei potenti gli stessi autori della porcata n° 1, chiamata Italicum, stanno già trescando per disegnare una porcata n° 2 che sia all'altezza della prima. Il nome della prossima genialata non è ancora noto, ma di certo i cultori del latinorumsono già all'opera.

Qualche giorno fa alcuni organi di stampa hanno provato  a definire il tentativo in corso come un sistema elettorale semi-proporzionale. Il trucco è fin troppo manifesto: un sistema è proporzionale o non lo è. Se invece è "semi-proporzionale" vuol dire soltanto che è maggioritario, anche se non è ancora chiaro in quale misura vorrà e/o potrà esserlo.

Ma la parola "maggioritario" è oggi meno pronunciabile di un tempo, ecco perché si ricorre allora a definizioni così vaghe.

Dietro a questa nebulosità lessicale c'è però un concetto ben chiaro: lorsignori faranno di tutto per partorire la legge più sfavorevole che si possa immaginare per M5S. Una legge che possa invece favorire un futuro governo Pd-Forza Italia. Il "semi-proporzionale" di cui si parla sarebbe infatti il frutto dell'accordo, tanto segreto da farne scrivere tutti i giornali, tra Renzi e Berlusconi. Insomma, una sorta di Patto del Nazareno 2.0.

Ma come vorranno confezionare l'ennesimo imbroglio? Al punto in cui siamo arrivati non c'è molta scelta: il ballottaggio no perché è rimasto il bicameralismo e comunque potrebbe avvantaggiare M5S; il premio di maggioranza forse nemmeno, perché ci sarà magari la bocciatura della Consulta e comunque non offrirebbe certezze al pari del ballottaggio.

Che resta dunque? Ma che diamine! Resta la riesumazione della legge che porta il nome di colui che sta al Quirinale, cioè il Mattarellum del 1993. Da rivedere e correggere, beninteso, ma da quel che si vocifera lo schema sarà quello. Naturalmente chi scrive ha soltanto le informazioni di pubblico dominio, ma vedrete che cercheranno di andare a parare proprio lì.

Dal punto di vista della casta (intesa correttamente in senso lato, non solo come assieme di un ceto politico avvinghiato al potere) una riproposizione di un neo-Mattarellum è l'ideale. Vediamo rapidamente il perché.

In primo luogo, un sistema basato sui collegi uninominali è di per se maggioritario senza per questo ricadere platealmente nelle sentenze di incostituzionalità sui premi di maggioranza. Concettualmente è un'aberrazione, dato che l'effetto di disproporzionalità potrebbe anche essere maggiore, ma senza dubbio così ci verrebbe venduto dal corale canto dei media che ben conosciamo.

In secondo luogo, e qui c'è la ciccia, il voto in collegi uninominali favorisce i partiti più radicati nel potere locale, che possono mettere così in campo - in una partita estremamente personalizzata - i loro boss, con le loro promesse e le loro clientele. Inutile dire chi favorisce un tale sistema. Ancor più facile comprendere come M5S ne verrebbe penalizzato.

In terzo luogo, quel sistema favorirebbe la rinascita delle coalizioni. Come farle rinascere, infatti, senza il collante del premio di maggioranza nazionale? Semplice, con un premio di maggioranza collegio per collegio. Questo trucchetto torna comodo non solo per isolare i Cinque Stelle, ma anche per dividere le altre opposizioni. Torna ad esempio molto comodo a Berlusconi (ma anche a Renzi) per spaccare la Lega tra la tendenza lepenista di Salvini e quella accomodante del duo Bossi-Maroni.

In quarto luogo, un sistema siffatto consente di aggirare il nodo delle preferenze, che non piacciono né a Renzi né a Berlusconi. I parlamentari verrebbero infatti eletti in parte direttamente nei collegi uninominali (quindi senza preferenze), ed in parte in liste bloccate (anch'esse senza preferenze) preposte ad un recupero proporzionale da quantificare.

Fermiamoci qui sugli aspetti tecnici ed andiamo al dunque: è mai possibile tollerare un simile tentativo? 

E' mai possibile che la valanga di NO del 4 dicembre possa venire aggirata da un simile imbroglio? Quel che è certo è che ci proveranno. Il governo Gentiloni è lì per questo.

E il popolo del NO? Non solo gli elettori, ma i comitati e tutti quanti si sono impegnati nella campagna elettorale, cosa intendono fare?

Stare a guardare non è possibile. M5S ha annunciato la mobilitazione ed un possibile ricorso a forme aventiniane di protesta. Noi da tempo diciamo che occorre votare subito, e che se ciò verrà impedito occorre lasciare soli in parlamento gli autori di questo sopruso. Aventino dunque, come gesto clamoroso in grado di marcare l'abisso che separa l'arroganza delle èlite dai bisogni del popolo.

La lotta dunque continua e la mobilitazione deve scattare da subito. Altro non c'è da dire.

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