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lunedì 11 gennaio 2016

DA DOVE VIENE LO STATO ISLAMICO (IS) ?

[ 11 gennaio ]

Il mondo, com'è evidente, è pieno di complessità. Questa aumenta nelle fasi di transizione, o di passaggio da un'epoca all'altra —come quella, appunto, che l'umanità sta attraversando. Molti sono gli attori, grandi e piccoli, che si agitano sulla scena mondiale. 
Comprendere la complessità, tanto più in momenti di passaggio è, per la ragione, ardua impresa, tanto più perché consolidati schemi interpretativi si dimostrano insufficienti e c'è bisogno di nuovi paradigmi.
Complessità è percepita come caos, ed il caos evoca l'ignoto. Davanti all'ignoto i "semplici" si ricorrono a spiegazioni di brutale semplificazione che sono consolatori ma nulla spiegano. E' il caso del "complottismo", delle varie teorie sulla "cospirazione".


IL CALIFFATO, OVVERO L’ARROCCO SUNNITA IN SIRAQ
di Giovanni Parigi

Lo Stato Islamico affonda le radici nell’insorgenza antiamericana conseguente alla liquidazione del regime baatista. Le scelte di Mālikī, che hanno favorito gli sciiti a danno dei sunniti, hanno contribuito al successo di al-Baġdādī. Il nesso con i sunniti siriani.

«Ecco, la scintilla è stata accesa in Iraq e, a Dio piacendo, le sue fiamme
Arderanno sinchè non bruceranno le armate crociate a Dābiq».
Abū Mu‘ṣa al-Zārqawi, 11/9/2004

1. ‘IZZAT IBRĀHĪM AL-DŪRĪ ERA IL RE DI FIORI nel celebre mazzo di carte dei most-wanted dagli americani. Nella foto appariva sornione, quasi sorridente sotto i suoi celeberrimi baffoni rossi, mentre faceva un saluto militare all’inglese.
Al-Dūrī era certamente una figura poliedrica. Nato vicino a Tikrit, condivideva con Saddam lo stesso ambiente tribale. Diventato generale dell’Esercito, era anche vicepresidente del Comando del Consiglio rivoluzionario iracheno, organo apicale del partito Ba‘ṯ. Tra i vari incarichi, dopo la prima guerra del Golfo ebbe anche il delicato compito di guidare la Ḥamla al-Īmāniyya, ovvero la campagna per il Ritorno alla Fede. Infatti il regime, scosso alle fondamenta da Desert Storm e dalle seguenti rivolte sciite e curde, per rinsaldare le file giocò la carta del patronaggio religioso sunnita, avviando una politica di reislamizzazione della società e delle istituzioni. In altri termini, con la campagna della Fede fu concessa maggior libertà religiosa ai sunniti. Nel frattempo il regime reprimeva violentemente la popolazione sciita, colpendone duramente anche il clero.
Caduto il regime, al-Dūrī sfruttò contatti, armi e denaro messi da parte e trasformò la confraternita sufi cui apparteneva in una milizia antiamericana, l’Armata degli uomini dell’ordine Naqšbandī. Molto carismatico, al seguito della esecuzione di Saddam, nel 2007 fu nominato leader del partito Ba‘ṯ ormai clandestino.

IZZAT IBRĀHĪM AL-DŪRĪ 
Durante gli anni dell’embargo, al- Dūrī era stato anche al vertice dei traffici illeciti e di contrabbando condotti dal regime, tanto da essere il mediatore di fiducia in quelli condotti dai figli di Saddam e dal figlio del presidente siriano Ḥāfiẓ al-Asad. In particolare, avrebbe fatto fortuna sovrintendendo al contrabbando di petrolio tra i due paesi durante gli anni dell’embargo. Inoltre, questa posizione gli avrebbe permesso di stringere legami non solo con le bande criminali attive nel settore, ma anche con le tribù siriane e irachene a cavallo tra i due paesi. Durante la sua latitanza, si rifugiò in Siria coperto da connivenze politiche e tribali. Infatti, dopo la caduta del regime in Siria avevano trovato rifugio migliaia di irachene compromessi col regime del ra’īs. La frontiera tracciata cento anni fa da Sykes e Picot tra i due paesi non aveva tagliato i profondi vincoli tribali, di religione e di cultura delle popolazioni arabe sunnite dell’Est siriano e dell’Ovest iracheno. Dal lato siriano le province di Ḥasaka, Dayr al-Zawr, e parte di Ḥimṣ e Raqqa, da quello iracheno Anbār, Ninive, Ṣalāḥ al-Dīn e parte di Diyālā costituiscono un blocco omogeneo di popolazione sunnita, di origine rurale e cultura beduina, dove si intrecciano legami tribali, economici e storici. Le conseguenze inaspettate dellle «primavere arabe» hanno poi cementato ulteriormente l’identità di quest’area, definita con azzeccato neologismo Siraq: sia a Bagdad che a Damasco il conflitto era settario e vedeva il potere centrale opprimere i sunniti.

2. Le radici dello Stato Islamico (Is) risalgono all’arrivo in Iraq di Abū Mu‘ṣab al-Zarqāwī e all’inizio delle operazioni terroristiche del suo gruppo Ğamā‘at al-Tawḥīd wa ’l Ğihād. Affiliatosi ad al-Qā‘ida nel 2004, rinominò il suo movimento al-Qā‘ida in Iraq e a suon di attentati e decapitazioni cercò di scatenare la guerra civile tra sciiti e sunniti iracheni, sinché non fu ucciso nel 2006. L’insuccesso di al-Zarqāwī fu principalmente causato dal fatto di non essere riuscito a ibridare la sua organizzazione con la società locale, così rimanendo sempre un corpo estraneo. Tant’è che al momento della sua morte, complice la brutalità degli attacchi contro la popolazione, il gruppo islamista era isolato.
Abū Mu‘ṣab al-Zarqāwi
È in queste circostanze che, nel 2007, gli americani vanno alla riscossa: la New Way Forward annunciata da Bush e guidata da Petraeus vede l’arrivo di nuove truppe Usa, che si concentrano sul rapporto e sulla protezione della popolazione. Questo cambio di strategia comporta che le milizie tribali che componevano l’insorgenza sunnita cambino casacca, complice anche il soldo, o meglio, il dollaro americano. In tal modo i gruppi armati delle province sunnite diventano filogovernativi ed entrano nel Movimento del risveglio sunnita, la Saḥwa. L’insorgenza è ai minimi termini. Nel frattempo, il progressivo inserimento dei partiti sunniti nell’arco parlamentare sembra aprire la strada a una soluzione politica della crisi. Al-Mālikī, eletto primo ministro nel 2006, con le pressioni iraniane e le armi riesce poi a sedare le milizie del mercuriale Muqtadā al-Ṣadr, cooptandolo nel gioco politico. A questo punto, a opporsi al governo rimangono solo disarticolate bande di jihadisti irriducibili e nostalgici baatisti, che in buona parte finiscono uccisi o ad affollare le carceri irachene. Dunque, nonostante le ambigue politiche del governo, la comunità sunnita e i suoi politici sembrano aver trovato un ruolo nello Stato e un’alternativa alla lotta armata.

In realtà, quando le truppe americane lasciano l’Iraq alla fine del 2011, l’equilibrio del paese è solo apparente. Infatti al-Mālikī, liberatosi degli americani ma non degli iraniani e delle pressioni del blocco sciita che lo sostiene, pencola tra tentazioni autocratiche e una pericolosa politica settaria. Partiti e movimenti sunniti sono indeboliti e soppressi, i politici sono spesso uccisi o incarcerati, mentre le province sunnite ricevono ben pochi fondi e investimenti dallo Stato centrale. Le province sunnite ricevono ben pochi fondi e investimenti dallo Stato centrale. La comunità sunnita si ritrova di nuovo emarginata, ripudiata da uno Stato che de facto è controllato da milizie sciite e politici filo-iraniani. La Saḥwa, simbolo dell’orgoglio sunnita, scompare: il governo di Maliki smette di pagare le milizie tribali, senza peraltro averle mai definitivamente istituzionalizzate o incluse nelle forze di sicurezza.
Dunque è col prematuro ritiro americano che il vento della guerra civile ricomincia a soffiare sulle braci irachene solo che ora il Medio Oriente è completamente stravolto dalla «primavera araba». A soli due mesi di distanza dal ritiro da Baghdad dell’ultimo marine, in Tunisia, Yemen, Libia ed Egitto le rivolte portano al crollo dei regimi. È però la guerra civile siriana a costituire il contraccolpo più forte e destabilizzante per l’Iraq.

All’inizio, il quadro è chiaro: «al-Ša‘b yurīd isqāṭ al-niẓām», ovvero «il popolo vuole la caduta del regime». Solo che poi le cose si complicano. Innanzitutto i moderati filo-occidentali si rivelano fragili militarmente e inconsistenti politicamente; secondariamente il regime ottiene l’appoggio iraniano e di Ḥizbullāh, per poi oggi essere salvato per la collottola dall’intervento russo; terzo, ben presto entrano nell’arena siriana anche i qaidisti. E sono proprio i jihadisti a cambiare le regole del gioco. Infatti col loro intervento da rivolta popolare la tentata rivoluzione siriana si trasforma nella ennesima guerra settaria medioorientale. Complice di questa deriva è anche il regime stesso. Infatti, l’azzardo  - peraltro riuscito – con cui al-Asad si è salvato è stato quello di giocare in attacco contro l’opposizione moderata, indebolendola, e di limitarsi a giocare in difesa contro le forze jihadiste. Scomodando Sergio Leone, potremmo dire che il Brutto, ovvero il regime, fa fuori il Bello, ovvero l’opposizione filo-occidentale, per costringere la comunità internazionale a dover scegliere tra lui e il Cattivo, ovvero i jihadisti. E questa scelta, per l’Occidente, è praticamente obbligata.
La guerra civile siriana sin dall’inizio rappresenta un’opportunità strategica irrinunciabile per i movimenti jihadisti, in quanto offre le condizioni per il jihād e per la nascita di un emirato: popolazione sunnita in rivolta, territori fuori controllo, armi. Soprattutto però c’è un nemico empio, il regime dei nuṣayrī,[1] con i suoi alleati rāfida,[2] contro cui lanciare il jihād. Il network di al-Qā‘ida si attiva ed è inevitabile che sia proprio dall’Iraq che arrivi il primo emiro, Abū Muhammad al-Ğawlanī, che fonda Ğabhat al-Nuṣra. In breve, questa milizia si impone come principale forza jihadista e comincia a inglobare numerose altre milizie minori nonché ad attrarre i primi foreign fighters. Nel 2013 quando i rapporti tra al-Qā‘ida e l’Is precipitano, al-Ğawlanī si schiera con al-Ẓawāhirī e al-Nuṣra si pone in conflitto aperto con lo Stato Islamico. Ma è ormai tardi: di lì a poco l’Is gli ruberà la scena. E agli inizi del 2014 gli strapperà con le armi Raqqa, futura capitale del «califfato».
Miliziani sciiti iracheni

3. A questo punto torniamo all’ineffabile ‘Izzat al-Dūrī e alle affollate carceri irachene. Dopo la morte di al-Zarqāwī, il movimento jihadista iracheno – sotto pressione e sulla difensiva – è più volte decapitato. Dopo Ayyūb al-Maṣrī e Abū ‘Umar al-Baġdādī, entrambi uccisi, nel 2010 viene eletto Abū Bakr al-Baġdādī, ovvero il futuro «califfo». È sunnita, è iracheno e ha un dottorato in studi islamici, ma soprattutto è un jihadista della prima ora e per questo è stato anche in carcere a Camp Bucca, prigioniero degli americani. Ed è proprio il carcere a fungere da perverso moltiplicatore di forze per i jihadisti iracheni. Questi in cella si trovano fianco a fianco con gli altri grandi protagonisti della insorgenza, ovvero gli ex baatisti. Anche se con diverse accezioni, sono accomunati dal medesimo nemico e dalla medesima religione, sono legati da trasversali vincoli tribali e affratellati dalla vita di clandestinità e di carcere. Dunque il carcere funge da catalizzatore tra le principali componenti dell’insorgenza: nazionalisti, baatisti e islamisti.
Per quanto ambigui e conflittuali, i primi legami tra islamisti e baatisti erano iniziati a metà degli anni Novanta, con la campagna per il Ritorno alla Fede, guidata da al-Dūrī. Poi, con l’attacco americano nel 2003, il regime fa appello a tutte le sue risorse. Si intensificano i contatti tra il network delle due anime della insorgenza irachena, ovvero la rete clandestina baatista composta soprattutto dalle milizie dei Fidā’iyyū Ṣaddām, e gli islamisti, a cominciare dai salafiti di Ansar al-Islam. Il tutto sotto l’egida di al-Dūrī, primula rossa della resistenza antigovernativa. [3] 
Lo scopo degli ex baatisti era di manipolare e sfruttare gli islamisti, trasformandoli in una sorta di «cavallo di Troia» con cui far deragliare il processo di riconciliazione nazionale avviato da Washington.

Sta di fatto che, con la campagna per la Fede, il «contrabbandiere di Stato» aveva celebrato il matrimonio tra le élite Ba‘ṯ e gli islamisti sunniti. I figli di questo insano connubio nasceranno quasi un decennio dopo nelle carceri. E sono proprio i salafiti-baatisti che oggi costituiscono la leadership dell’Is.
Dunque, ex sostenitori di Saddam e jihadisti diventano le due facce della stessa diabolica moneta, che però fa fatica a circolare nel paese apparentemente pacificato dal surge e dalla  Ṣaḥwa. Col ritiro americano, le cose cambiano: le carceri si svuotano, la Ṣaḥwa è smobilitata, il governo emargina i sunniti e il golem salafita-baatista alza la testa. La dote portata dai baatisti ai movimenti armati islamisti è infatti ricchissima, ma tre elementi sono essenziali: la rete di connivenze maturata in più di trent’anni di dittatura, l’expertise militare, amministrativa, finanziaria e logistica portata dagli ex quadri e funzionari del regime, oltre all’appoggio di quei clan tribali sunniti che per decenni erano stati reclutati in blocco nelle unità più fedeli al regime. È proprio tra ex ufficiali della Guardia repubblicana speciale, come l’ex tenente colonnello Abū Muslim al-Turkmānī, o alti ufficiali dell’Istiḫbārāt [4] come Abū Ayman al-‘Irāqī o generali dell’Esercito come Abū ‘Alī al-Anbārī, tutti radicalizzati in carcere, che lo Stato Islamico recluta i suoi leader più abili. Per inciso, il ruolo di numero due dell’Is è stato rivestito da due ex saddamisti come al-Turkmānī - poi ucciso – e al-Anbārī. Il ruolo dei baatisti è però fortissimo anche tra i governatori, gli emiri e i membri della šūrā [5] dello Stato Islamico; ad esempio, i governatori del «califfato» a Mosul e a Tikrīt sono due ex generali di Saddam.

C’è però un ulteriore passaggio da evidenziare. Molti degli appartenenti al deposto regime passati allo Stato Islamico sono di tribù che gli erano tradizionalmente fedeli, come i Ğubūrī e i Dulaymī. Inoltre, molti degli ufficiali baatisti erano al contempo anche sceicchi di queste tribù. A questo punto, è evidente che l’Is è «Iraqi-friendly», riuscendo dove al-Zarqāwī aveva fallito. Il movimento è «glocal»: attira volontari stranieri, ma non è percepito come alieno dalla popolazione, poiché vertici e quadri intermedi sono quasi tutti iracheni. Secondariamente, l’Is parte sin dalla nascita con un discreto supporto popolare, quello dei clan sunniti da cui provengono sceicchi ed ex militari legati al movimento.

La leadership irachena e i legami con alcuni clan non spiegano come nell’estate del 2014 l’Is travolga ogni resistenza e arrivi a controllare un territorio che si estende quasi dalla periferia di Baghdad ad alcune zone di Aleppo, compresa Mosul, la seconda città dell’Iraq.
Se cerchiamo un’immagine simbolo di questo successo dobbiamo guardare a quanto avvenuto l’anno prima: è quella delle tendopoli di protesta contro il governo comparse nelle città sunnite. I manifestanti chiedevano due cose, ovvero la lotta alla corruzione e un miglioramento delle condizioni dei sunniti, in termini di servizi pubblici, rappresentanza politica e ruolo nelle Forze armate e di sicurezza. Mālikī rispose con le armi e ci furono anche dei morti. Questa chiusura costò cara non solo al premier, ma a tutto il paese. Mālikī aveva tradito ogni aspettativa sunnita, scardinando il fragile equilibrio ereditato dagli americani e portando il paese ad una crisi etnica e settaria. Se in politica interna aveva represso ed emarginato i sunniti, a livello internazionale non era riuscito a mantenere un equilibrio tra le pressioni iraniane e le aspettative dei paesi arabi del Golfo, sbilanciandosi troppo verso Teheran. Inoltre, Mālikī era arrivato a porsi in rotta di collisione con l’ayatollah Sistani, autorevole e limpido interprete dell’animo profondo del paese, che lo «scomunicò» con una fatwā.
In questo contesto, fu facile per l’Is conquistare in pochi anni il favore delle popolazioni sunnite di Iraq e Siria, e in pochi mesi quasi un terzo dell’Iraq, dopo aver già sotto controllo quasi metà Siria. Così il Siraq sunnita e tribale è diventato il cuore di tenebra mediorientale dove si è annidato lo Stato Islamico. E non è affatto un caso che le zone irachene cadute in mano all’organizzazione in larga parte coincidano, se non eccedano, quelle del Triangolo sunnita, roccaforte di Saddam. Era poi naturale che l’Is riuscisse a saldare questo triangolo con le contigue province sunnite siriane, dove correligionari e abnā’ al-‛ašiīra [6] erano in guerra con un regime empio, oppressivo e filoiraniano.
Peraltro, a favorire lo Stato Islamico sono state anche due macrodinamiche in atto in tutto il Medio Oriente: la crescente radicalizzazione religiosa e le polarizzazioni politiche conseguenti al confronto strategico tra il blocco sunnita, guidato dall’Arabia Saudita, e quello sciita, guidato dell’Iran.
In altri termini, lo Stato Islamico ha riempito il vuoto di istituzioni statali delegittimate se non apertamente ostili, e ha fornito ai sunniti l’unica alternativa politica al momento esistente. Non a caso, l’Is cerca di presentarsi come un modello di governo antitetico alla corruzione e all’inefficienza di Baghdad e di Damasco.
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4. L’attuale premier iracheno al-‛Ibadī ha mangiato la foglia. E ha fatto delle riforme e della lotta alla corruzione i suoi cavalli di battaglia. Sinora ha attuato misure più che altro simboliche, come la riduzione degli stipendi ai politici o la riduzione dei ministeri; inoltre sono stati spiccati mandati di arresto per corruzione contro un ministro e si parla di eliminare la Zona verde, vista come una torre d’avorio dalla popolazione.

Il paese ha bisogno di riforme ben più incisive – e controverse – a partire dall’approvazione della legge sulla Guardia nazionale e dalla revisione di quella sulla debaatificazione, più altre misure per ricomporre la frattura settaria, riconciliarsi coi curdi e debellare l’Is.
Il problema è che al-‛Ibadī non ha la forza politica per imporle, perché ciò significherebbe rivedere i rapporti settari e indebolire partiti e movimenti sciiti, ovvero gli stessi che formalmente lo appoggiano. In particolare i politici sciiti – al- Mālikī in testa – temono che i tentativi di al-‛Ibadī di riequilibrare gli assetti del potere portino alla liquidazione delle milizie sciite, longa manus dei vari partiti. Gli sforzi di al-‛Ibadī sono concentrati sul rafforzamento delle Forze armate. In tale direzione trova un forte appoggio occidentale, inviso all’Iran. In altri termini, mentre il premier punta sull’esercito per rafforzare lo Stato e dare spazio anche ai sunniti, partiti e movimenti filoiraniani come la Organizzazione Badr e la Ahl al-Ḥaqq premono per dare riconoscimento istituzionale alle milizie sciite dell’Ḥašd ša‛bī, addestrate dai pasdaran iraniani.

Lo scorso 2 novembre, accusandolo di aver travalicato i limiti costituzionali con alcune sue iniziative, il parlamento ha revocato il mandato di al-‛Ibadī per l’attuazione delle promesse riforme. Peraltro, il confronto tra al-‛Ibadī e i partiti sciiti intransigenti è fortemente polarizzato soprattutto sul piano della politica estera. I rappresentanti sciiti, infatti, dopo la recente creazione di un centro di intelligence congiunto tra Iran, Iraq e Russia, premono per una sempre maggiore influenza di Mosca in Iraq. In definitiva il rischio è che al-‛Ibadī, sebbene abbia il supporto dell’ayatollah al-Sistānī, di buona parte della popolazione e degli Stati Uniti, finisca per essere isolato politicamente, e non riesca ad attuare alcuna riforma. E senza riforme, ovvero senza l’alternativa di una uscita di sicurezza, i sunniti continueranno a precipitare nel tetro tunnel dello Stato Islamico.
In conclusione, il vero game changer nell’attuale scenario mesopotamico sono ancora una volta le comunità sunnite, forse le uniche ad avere la capacità per sconfiggere l’Is. Ma per questo occorre offrirgli un incentivo politico e un aiuto militare. Dopotutto, il «califfato» è nato in Iraq ed è in Iraq che deve morire.


* Fonte: Limes

NOTE

[1] Termine dispregiativo con cui vengono chiamatigli alauiti.
[2] Termine dispregiativo, a valenza religiosa, con cui vengono chiamati gli sciiti.
[3] Sfruttando la rete di resistenza preparata da Saddam alla vigilia dell’attacco americano, ‘Izzat al-Dūrī divenne uno dei principali pupari della insurgency; addirittura pare abbia fornito appoggi anche a Ğabhat al-Nuṣra in Siria, mentre la sua milizia Naqšbandī si unì allo Stato Islamico nella conquista di Tikrīt.
[4] Servizio segreto del regime di Saddam.
[5] Organo consultivo dello Stato Islamico
[6] «Figli della (stessa) tribù», termine che indica i legami tibali.

sabato 4 aprile 2015

MEDIO ORIENTE IN FIAMME (l'ordine nel caos) di Leonardo Mazzei

[ 4 aprile ]

Breve premessa. Mentre scrivevamo questo articolo - dedicato ai tanti sviluppi di quella che chiamiamo Grande Guerra Mediorientale - è arrivata la notizia dell'accordo di Losanna sul nucleare iraniano. Un fatto che potrebbe avere conseguenze geopolitiche di primaria importanza ed un impatto non secondario sui diversi fronti di questa stessa guerra. Su questo torneremo a breve con un articolo specifico.


1. Il Medio Oriente in fiamme

Yarmouk (Damasco), Idlib, Tikrit, Aden: cosa unisce queste città? Certo, in tutte si parla l'arabo e si venera Allah. Ma ora, basta leggere i giornali di ieri, hanno un'altra cosa in comune: in tutte queste città si combatte aspramente, con il cambio della bandiera - magari solo provvisorio - di che le controlla. Quattro battaglie solo nelle ultime 48 ore: un'istantanea da cogliere al volo per cercare di capire qualcosa di più della Grande Guerra Mediorientale che ormai si dispiega apertamente in 4 paesi (Siria, Iraq, Yemen, Libia) ma che ne coinvolge almeno un'altra dozzina.

Per avere un'idea della portata del conflitto in corso, basta pensare alle distanze. Tra Idlib, nel nord ovest della Siria, ed Aden, all'estremità meridionale dello Yemen, ci sono 2.750 chilometri. Grosso modo la distanza che separa Roma da Mosca.

Che questa sia una guerra senza precedenti in Medio Oriente è fuori dubbio. Lo è per il numero dei paesi coinvolti, per gli eserciti (regolari e irregolari) sul terreno, per la vastità dei territori contesi, per la durata del conflitto in alcuni contesti (Siria e Libia in particolare), per gli interessi strategici in gioco (petrolio, ma non solo), per le potenze regionali in campo (Arabia Saudita, Turchia, Iran, Egitto), per il ruolo dell'imperialismo americano e di Israele, per il numero delle vittime e per i milioni di profughi. Ma lo è ancor di più per l'assoluta centralità della fitna, la guerra religiosa che oppone gli sciiti ai sunniti.

Tutto ciò è, od almeno dovrebbe essere, chiaro. Assai meno semplice è la lettura del conflitto, dato che non vi sono solo due schieramenti e che ogni fronte ha le sue peculiari dinamiche, ogni paese i suoi particolari interessi. Lo stesso gioco delle alleanze è a geometria variabile, tanto che se volessimo rappresentarle su una carta, alla Limes per intenderci, ne verrebbe fuori una sorta di disordinata ragnatela difficile da interpretare.


2. I fatti degli ultimi giorni


Abbiamo parlato di 4 città simbolo. Città che rappresentano vicende nelle quali il "particolare" ci parla del "generale". Entriamo allora nel dettaglio, procedendo da nord verso sud.

La conquista di Idlib (Siria) da parte del fronte qaedista
Idlib è una città di 157mila abitanti, nel nord-ovest della Siria, non lontana da Aleppo ed a soli 30 chilometri dal confine turco. Il governatorato di Idlib è particolarmente popoloso, contando più di due milioni di abitanti. Da ieri l'altro la città è sotto il controllo di Al Nusra, che insieme ad altre forze islamiste (tra cui Ahrar al-Sham), ha preso la città alle truppe governative. Idlib è il secondo capoluogo di provincia perso dall'esercito di Assad, dopo Raqqa. Anche quest'ultima città era stata conquistata dalle milizie qaediste di Al Nusra, ma queste l'hanno poi dovuta cedere ai "concorrenti" dell'Isis. Ora i due principali network jihadisti hanno una loro "capitale", simboli importanti della loro lotta al governo di Damasco in una guerra che dura ormai da oltre 4 anni.

Il fronte anti-Isis riprende, almeno parzialmente, il controllo di Tikrit (Iraq) 

Tikrit è una città di 146mila abitanti, posizionata lungo il corso del Tigri a soli 140 chilometri a nord di Baghdad. E' il capoluogo del governatorato di Salah al-Din, ed è nota per aver dato i natali a Saddam Hussein. «Abbiamo liberato Tikrit dall'Isis», ha dichiarato ieri il capo del governo iracheno Haider al-Abadi. Il quale ha però dovuto ammettere che le sue forze al momento controllano solo la parte meridionale e quella occidentale della città. Un risultato non proprio esaltante dopo un attacco in corso da un mese. Ancora più significativa la dichiarazione politica del premier di Baghdad: «L'operazione per la liberazione di Tikrit sta procedendo con lo sforzo comune di esercito, polizia, milizie popolari, forze tribali e abitanti della città con la copertura aerea dell'aviazione militare irachena assieme a quella della coalizione internazionale». Il problema è che quella coalizione è guidata dagli Stati Uniti, i cui bombardieri continuano a colpire le postazioni dell'Isis che ancora controllano il 60% della città. Una specie di alleanza contro natura tra gli sciiti appoggiati dall'Iran e gli imperialisti americani, quelli che nello stesso momento stanno appoggiando logisticamente i tremendi bombardamenti della coalizione sunnita, a guida saudita, contro le forze degli Houthi nello Yemen. Una situazione che turba non poco i miliziani sciiti che hanno contribuito in maniera decisiva alla (parziale) riconquista di Tikrit. «Possiamo ripulire Tikrit da soli» dicono, ma intanto i jet a stelle e strisce sono lì sopra di loro a colpire il comune nemico.

Yarmouk (Damasco) nelle mani dell'Isis
Yarmouk è un grande campo profughi palestinese alla periferia sud di Damasco, ma da tempo si è trasformato di fatto in un normale sobborgo a pochissimi chilometri dal centro della capitale siriana. Prima dell'inizio della guerra vivevano a Yarmouk 160mila persone. Da tempo, dopo che è stato ridotto ad un cumulo di macerie, gli abitanti sono soltanto 18mila. A Yarmouk vigeva una fragile tregua, sotto l'assedio delle truppe di Assad, mentre il "campo" era già controllato sostanzialmente da milizie antigovernative. Ora è tra queste - l'Isis da un lato ed il gruppo palestinese Aknaf Beit al Maqdis (vicino ad Hamas ed alla Fratellanza Musulmana) dall'altro - che è scoppiato il conflitto. Le forze dell'Isis, alle quali si sarebbero aggiunti nell'occasione anche miliziani di al Nusra, avrebbero preso adesso il controllo pressoché totale dell'area. Certo, Yarmouk è soltanto un pezzo della periferia della metropoli siriana, un pezzo che Assad aveva di fatto già perso. Ma resta il fatto che la bandiera dell'Isis sventola ora a pochissimi chilometri dai palazzi del governo siriano.

Gli sciiti zayditi Houthi avanzano nel centro di Aden
Aden, 590mila abitanti, è la seconda città dello Yemen. Fino all'unificazione del Paese è stata la capitale della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen. La città è in una posizione strategica, con il suo porto a poca distanza dallo stretto di Bab el-Mandeb, che mette in comunicazione l'Oceano Indiano con il Mar Rosso sulla rotta del Canale di Suez. Ad Aden si è rifugiato l'ex presidente Hadi, costretto ad abbandonare Sana'a dall'avanzata degli Houthi. I quali, incredibilmente, nonostante i massicci bombardamenti aerei della coalizione a guida saudita, sono entrati con i loro carri armati nel centralissimo quartiere di Khor Maksar. Ormai le vittime dei bombardamenti - tantissimi i civili - si contano a centinaia. I caccia di Ryad colpiscono infatti ogni notte, accompagnati dall'appoggio dell'intelligence americana e dal complice silenzio dei media occidentali. A dispetto di tutto ciò gli Houthi, alleatisi nell'occasione con i militari rimasti fedeli al vecchio dittatore Saleh, sembrano resistere all'attacco dal cielo. Mentre sul terreno la loro avanzata deve fronteggiare anche le non disprezzabili forze dell'Aqap (al Qaeda nella Penisola Araba) che paiono essersi schierate con l'Arabia Saudita. Una conferma assai significativa della polarizzazione religiosa tra sciiti e sunniti, che sembra prevalere sulle differenze politiche tra i vari soggetti in campo. Tutto questo nonostante che lo zaydismo (la tendenza sciita in cui si riconoscono gli Houthi) rappresenti la corrente sciita più vicina ai sunniti.


3. La centralità della fitna


In quello che sembra un inestricabile labirinto in cui si svolge la guerra di tutti contro tutti, alcuni punti fermi sono infatti facilmente rintracciabili. Il primo sta appunto nella fitna, la guerra di religione tra sciiti e sunniti.

Certo, le differenze non mancano in nessuno dei due campi. Sicuramente solo una piccola parte dei sunniti condivide la visione integralista dei takfiri dell'Isis; mentre sull'altro lato una cosa sono gli zayditi dello Yemen, un'altra gli sciiti duodecimani nettamente prevalenti in Iran, Iraq e Libano, altra cosa ancora gli alawiti siriani. E tuttavia, nonostante queste differenze, la polarizzazione tra le due tendenze principali in cui si divide l'islam è l'elemento centrale - che non vuol dire l'unico - che accomuna le guerre in corso in Siria, Iraq e Yemen.

In Siria, il regime di Assad, che si appoggia fondamentalmente sulla minoritaria comunità alawita, gode dell'appoggio dell'Iran e di quello dell'Hezbollah libanese. Viceversa, tra le forze antigovernative, troviamo - come si è già detto - sia componenti jiahdiste pur se in concorrenza tra loro (Isis e al-Nusra), sia settori più tradizionali sul piano religioso (grosso modo riconducibili alla Fratellanza Musulmana) e politicamente assai vicini alla Turchia.

In Iraq - come si è visto parlando della battaglia di Tikrit - a fianco delle truppe governative combattono diverse milizie sciite, tra le quali l'Hezbollah iracheno. Il tutto con il pieno sostegno di Teheran. Dall'altra parte non è un mistero per nessuno che i miliziani dell'Isis godano spesso dell'appoggio di comunità sunnite che niente hanno a che vedere con le loro concezioni religiose. Senza questo sostegno - spiegabile con la totale avversione al governo di Baghdad - non si comprenderebbe, ad esempio, la facile conquista di una città come Mosul.

Sullo Yemen abbiamo già detto della scelta di campo filo-saudita delle forze qaediste presenti. Ma ancor più significativa è la composizione della coalizione internazionale sunnita, dentro la quale convivono paesi apertamente filo-occidentali come l'Arabia Saudita, membri della Nato come la Turchia ed un paese come il Sudan considerato uno "Stato canaglia" dagli USA. Contraddizioni non piccole, ricompostesi nell'occasione contro il comune nemico sciita (ed ovviamente iraniano).

In questo quadro schematico fa ovviamente eccezione la Libia, data l'assenza degli sciiti nel paese. In Libia (leggi QUI) lo scontro è tra il governo di Tobruk, che raccoglie le forze anti-islamiste e filo-occidentali, con il pieno sostegno (anche militare) di Egitto, Arabia Saudita ed Emirati, ed il governo di Tripoli, costituito dalla coalizione denominatasi "Alba Libica", appoggiata dalla Fratellanza Musulmana, dalla Turchia e dal Qatar. Terzo incomodo, come noto, l'Isis, che controlla le città di Derna e Sirte.


4. Il ruolo delle potenze regionali


Il secondo punto fermo riguarda gli interessi delle 4 potenze regionali in campo, tutte protese alla conquista di un ruolo egemone nell'area, e tutte coinvolte nei vari fronti della guerra in corso. Tre di esse (Arabia Saudita, Turchia ed Egitto) appartengono al campo sunnita, una (l'Iran) a quello sciita.

L'Arabia Saudita e il suo asse strategico con Israele

Come noto, l'Arabia Saudita dispone di enormi mezzi economici derivanti dalla rendita petrolifera. Grazie a questi mezzi la monarchia di Ryad ha dato il via, ormai da anni, ad un gigantesco programma di riarmo. Adesso, anche grazie alle nuove armi acquistate prevalentemente dagli USA, i sauditi vogliono pesare di più in tutto lo scenario mediorientale. Il loro nemico principale è l'Iran, del quale temono la crescita di influenza nel confinante Iraq. Il loro grande alleato è attualmente l'Egitto di al-Sisi, il cui golpe del 2013 hanno foraggiato in abbondanza. Alleati minori dei sauditi sono gli Emirati ed il Bahrain, ormai diventato di fatto un protettorato controllato da Ryad. Ma quel che caratterizza ancor di più la politica dei sauditi è la saldatura strategica che hanno stabilito con Israele. Anche in questo caso il collante è rappresentato dall'identica ossessione anti-iraniana, che porta questi due paesi a forzare costantemente, in senso guerrafondaio, la stessa politica mediorientale degli Stati Uniti. Nella guerra in corso l'Arabia Saudita combatte direttamente nello Yemen ed appoggia i suoi alleati in Siria ed in Libia, mentre è assai meno influente sulla situazione irachena.

Il ruolo attuale di una Turchia indebolita

Il peso della Turchia non è più quello di qualche anno fa. E tuttavia Ankara continua a contare non poco nel quadro regionale. La politica "neo-ottomana" teorizzata dall'attuale premier Davutoglu, quella dei "problemi zero con i vicini", che riteneva di potersi basare sul soft power di una potenza economica emergente è fallita. Ed il luogo di questo fallimento si chiama Siria, il cui conflitto ha fatto di un leader amico (Assad) un nemico da eliminare a tutti i costi. La Turchia è stata anche la prima vittima, sul piano internazionale, del golpe egiziano. Le posizioni di Ankara si sono dunque indebolite negli ultimi anni. Questo non significa che le ambizioni neo-ottomane siano ormai una cosa del passato, ma esse devono oggi fare i conti con l'imprevisto della Grande Guerra Mediorientale, che costringe la Turchia ad una tattica più prudente ed attendista. Come abbiamo già detto, il governo Davutoglu (in alleanza con il Qatar) appoggia in Libia il governo di Tripoli e partecipa alla coalizione anti-Houthi nello Yemen, mentre i suoi alleati in Siria hanno oggi una forza piuttosto limitata.

L'Egitto di al-Sisi, un golpista che vorrebbe diventare il "nuovo Faraone"

Notoriamente l'Egitto, anche in virtù del suo peso demografico, aspira da sempre ad un ruolo guida dell'intero mondo arabo. Un ruolo che ai tempi di Nasser gli fu in larga parte riconosciuto. Oggi, dopo la rivoluzione democratica che cacciò nel 2011 Mubarak, dopo il fallimento del governo della Fratellanza Musulmana, sfociato nella restaurazione del 2013, il generale al-Sisi rispolvera le ambizioni di sempre. Lo fa verso ovest, in Libia, anche con l'intervento militare diretto contro il governo di Tripoli e contro le milizie dell'Isis. Lo fa verso est, partecipando all'aggressione militare contro lo Yemen.

I tanti fronti dell'Iran e l'accordo sul nucleare di Losanna
Le ambizioni regionali dell'Iran riposano da sempre su tre fattori: le dimensioni del paese, le sue ricchezze energetiche, l'essere il punto di riferimento obbligato di tutte le comunità sciite. La sostituzione del combattivo Ahmadinejad con il nuovo presidente Rohani, decisamente più gradito dall'occidente, non ha cambiato più di tanto la politica di Teheran nell'area. L'Iran sostiene attivamente, anche sul piano militare, i governi di Damasco e Baghdad, come pure (almeno politicamente) i ribelli Houthi nello Yemen. Ma l'Iran appoggia anche Hezbollah in Libano e pure (benché sunnita) Hamas in Palestina. Da qui l'ossessione israeliana contro Teheran. Mentre manteneva le sue posizioni nella regione, il governo iraniano ha cercato in tutti i modi di arrivare ad un accordo sul proprio piano nucleare, in modo di giungere ad una revoca delle sanzioni imposte dall'occidente. E proprio mentre scrivevamo questo articolo è arrivata la notizia che a Losanna, dove da tempo si svolgevano le lunghissime trattative, è stato raggiunto un "accordo quadro" sulla questione. Non ci soffermiamo qui, per ragioni di spazio, sul contenuto dell'accordo, che si configura sostanzialmente come uno scambio tra la rinuncia dell'Iran al nucleare in cambio della fine delle sanzioni e - cosa forse più importante - di un riconoscimento politico dell'Iran a 37 anni dalla rivoluzione khomeinista. Senza dubbio questo accordo avrà le sue ricadute sulla guerra in corso, in quale misura ce lo dirà solo il tempo.


5. Il caso dello Yemen: appoggio alla resistenza degli Houthi contro l'aggressione saudita


Soffermiamoci ora brevemente sul caso dello Yemen, la cui vicenda merita in questo momento un'attenzione speciale, non solo per la recentissima escalation del conflitto, ma anche per la particolare conformazione delle forze in campo.

Abbiamo già visto come le varie potenze regionali siano presenti nei diversi conflitti nazionali. Ma mentre in Siria, Libia ed Iraq lo fanno sostanzialmente tramite i propri alleati locali, in Yemen siamo di fronte ad una vera e propria aggressione esterna, ad opera di una coalizione numerosa, agguerritissima e ben armata. Una coalizione che per ora si "limita" ai bombardamenti aerei, ma che certo non esclude affatto la possibilità di un'azione terrestre.

Mentre negli altri paesi la natura del conflitto è prevalentemente interna - anche se non dobbiamo certo dimenticare la criminale aggressione della Nato alla Libia del 2011, così come non dobbiamo mai stancarci di denunciare come la crisi irachena sia di fatto un lascito velenoso della guerra e dell'occupazione dell'Iraq ad opera degli americani e dei loro alleati - quella in corso nello Yemen è a tutti gli effetti un'aggressione militare esterna, che ha l'unico scopo di fare di quel paese una sorta di protettorato saudita.

Per questi motivi, come antimperialisti, nel mentre denunciamo la gravità dei bombardamenti in corso, esprimiamo il nostro pieno appoggio alla resistenza dei guerriglieri Houthi ed alla loro lotta per uno Yemen libero ed indipendente.


6. L'imperialismo americano ed Israele: due strategie e due interessi non sempre coincidenti


Finora abbiamo parlato soltanto dei protagonisti "locali" della guerra in corso, ma è evidente che bisogna allargare lo sguardo. Tralasciamo qui ruolo ed interessi, che pure ci sono, di altre potenze come la Cina e la Russia. E tralasciamo anche l'Unione Europea, o meglio gli Stati dell'UE, più che altro interessati al destino della Libia, visto che quel paese è considerato dagli Stati Uniti come di secondaria importanza. Occupiamoci invece della strategia di due protagonisti ben più interni alle complesse dinamiche del conflitto in corso: la superpotenza americana e l'unica potenza nucleare del Medio Oriente, cioè Israele.

USA ed Israele sono notoriamente alleati molto stretti, ma come si conviene nelle migliori alleanze non sempre interessi e strategie combaciano alla perfezione. Gli Stati Uniti di Obama, usciti dalla scottatura delle guerre di Bush, in primis quella irachena, hanno cercato in questi anni altre strade per esercitare il loro dominio, senza per questo rinunciare all'intervento militare diretto, come si è visto nel 2011 in Libia, nei raid aerei (spesso condotti con i droni) contro al Qaeda nello Yemen, ed in quelli contro l'Isis in Siria ed Iraq. Contro il Califfato la Casa Bianca ha stretto un'alleanza con Teheran in Iraq, mentre manda segnali aperturisti allo stesso Assad. Israele vede questa politica come fumo negli occhi. Dal punto di vista dello Stato ebraico l'Iran resta il nemico principale, come le prime violentissime reazioni di Netanyahu all'accordo di Losanna confermano. E non è certo un mistero che Obama avrebbe preferito la sconfitta di quest'ultimo nelle recenti elezioni israeliane (leggi QUI).

Da cosa dipendono queste divergenze tra Israele e Stati Uniti? Certamente esse hanno origine nella diversa visuale di Washington e Tel Aviv. Se la Casa Bianca agisce, sia pure in un mondo che tende al multipolarismo, come centro di comando dell'unica superpotenza davvero globale, i governanti israeliani badano anzitutto al loro vicinato. Se gli Usa hanno necessariamente una visione di medio-lungo periodo, Israele si concentra intanto sui nemici che oggi considera come i più pericolosi.

Da queste diverse visuali scaturisce il diverso atteggiamento verso Teheran. Mentre Israele vorrebbe il ridimensionamento immediato dell'Iran, gli Stati Uniti puntano alla stabilità dell'area, diciamo più realisticamente alla "massima stabilità ragionevolmente possibile" in una regione per tanti motivi strutturalmente instabile. Gli USA non vogliono che l'Iran diventi una potenza in grado di esercitare una forte egemonia regionale, ma neppure vogliono che lo diventi l'Arabia Saudita. Quest'ultima rimane un'alleata di Washington, ma i motivi di frizione non mancano: non ultimo la scelta saudita di far crollare il prezzo del petrolio per mettere in difficoltà i produttori americani di "shale oil".

Questa politica americana non è certo una novità, si pensi all'atteggiamento tenuto durante la guerra Iran-Iraq (1980-1988). Negli 8 lunghi anni di quel sanguinosissimo conflitto gli Stati Uniti appoggiarono prima l'Iraq di Saddam Hussein (sostenuto allora dall'Arabia Saudita), poi l'Iran khomeinista ed infine, quando le truppe di Teheran stavano sfondando a sud, di nuovo l'Iraq. Schizofrenia? No, strategia abilmente calibrata onde impedire il costituirsi di una vera potenza regionale. Strategia riuscita, dato che i due paesi uscirono entrambi malconci da un conflitto senza vincitori. Nulla di strano, dunque, che oggi a Washington ci riprovino, badando intanto al contenimento dei due contendenti più coinvolti nei tanti fronti del conflitto attuale: l'Iraq e l'Arabia Saudita.


7. La mediorientale "Guerra dei trent'anni"

Ci siamo fin qui sforzati di tracciare un quadro, il più comprensibile possibile. Ma è del tutto evidente come, dentro ad alcune coordinate di fondo, sia entrata in gioco una molteplicità di soggetti non facilmente riconducibili ad un unico schema. Si pensi, ad esempio, alla partita dei curdi iracheni e di quelli siriani, per non parlare del significato profondo dell'emersione del fenomeno jihadista, che trova oggi nell'Isis la sua massima espressione.

Scriveva Moreno Pasquinelli (leggi QUI) nell'agosto scorso:
«Quello in atto in Medio oriente è solo l’inizio di un sconquasso geopolitico di portata storica e globale, l’equivalente della “nostra”  Guerra dei trent’anni. Stanno definitivamente saltando in aria gli assetti dell’intera regione, figli della spartizione delle spoglie dell’Impero ottomano compiuta dalle potenze coloniali inglese e francese (Accordi Sykes-Picot del maggio 1916). Usando questa chiave di lettura possono essere decodificate e comprese le mosse dei diversi attori che calcano la scena mediorientale: le potenze internazionali, gli USA in primis (di cui Israele è in ultima istanza una protesi), Russia e Cina; e quelle regionali: Iran, Arabia Saudita, Egitto,Turchia».

Ecco, quel che bisogna capire è la portata e l'ampiezza del conflitto. Dalla sua Grande Guerra il Medio Oriente non uscirà uguale a prima. Insieme a tanti governi, cambieranno i confini disegnati dai colonialisti, e cambieranno di certo i rapporti di forza interni alla regione. E se un giorno vi sarà una mediorientale Pace di Westfalia, che ponga finalmente termine alle guerre di religione, questa non potrà che sancire i cambiamenti prodotti dall'attuale conflitto.


8. Dedica finale all'idiozia del complottismo


Prima di concludere ci sia concesso di dedicare qualche riga ai complottisti. Una categoria parecchio attiva sul web, che a volte lascia le scie chimiche per dedicarsi al Medio Oriente, con risultati davvero esilaranti.

Da una parte verrebbe anche da comprenderli. Le vicende mediorientali sono così intricate, che una bella semplificazione non può che far piacere alle anime semplici. Da qui un certo successo ed una messe di luoghi comuni non facili da estirpare.

Ma facciamola breve. Secondo la vulgata che va per la maggiore l'Isis, al Qaeda e l'integralismo islamico in genere sarebbero soltanto una creatura dell'inventiva degli "strateghi del caos". Che in tanti vogliano rendere onore ad una siffatta strategia imperialista con il sacrificio della propria vita, dovrebbe già far scattare qualche dubbio, o almeno smuovere lievemente la tendenziale pigrizia neuronale di certi soggetti.

Ma ovviamente non è così. La specialità dei complottisti è appunto quella di spiegare la storia universale con i complotti. Dei quali, loro, sanno ovviamente quasi tutto. Seguiamoli dunque nel loro ragionamento, secondo il quale Isis ed affini sarebbero soltanto una creatura saudita ed americana, nonché, ovviamente, sionista. Dunque avremmo un fronte unico che andrebbe da Abu Bakr al-Baghdadi, ad al Qaeda, a tutte le milizie sunnite, a tutti gli stati sunniti (escluso, si badi, il "laico" Egitto di al-Sisi) fino ad Israele ed alla Casa Bianca. Dall'altra parte resterebbe l'Iran, la Siria di Assad, Hezbollah e le milizie sciite in genere.

Certo, una storia così è più facile da raccontare. Ma quanto corrisponde alla realtà? Attenzione, nessuno nega che sauditi ed americani abbiano ad un certo punto inciuciato in qualche modo con l'integralismo islamico per utilizzarlo contro Assad, ma questo significa che sono ancora alleati? Nessuno ricorda più com'è finita la storia del sostegno americano agli islamisti afghani in funzione antisovietica? E nessuno ricorda quanto siano mutevoli e complesse le alleanze nella storia? Nessuno che si ricordi del patto Molotov-Ribbentrop?

Ma torniamo ad oggi e al Medio Oriente, con alcuni esempi (certo non esaustivi) delle incongruenze del racconto complottista.

Partiamo dall'Egitto. Per molti a "sinistra" un governo laico da applaudire: reprime la Fratellanza Musulmana e tanto basterebbe. Di più, bombarda gli islamisti in Libia, e qui gli applausi si fanno scroscianti. Dunque l'Egitto starebbe contro il blocco sunnita? Non sembrerebbe proprio a giudicare dalla stretta alleanza con i sauditi ed ancor di più dalla partecipazione attiva ai bombardamenti della coalizione sunnita sullo Yemen.

Approdiamo in Siria, dove il fronte sunnita (abbiamo visto a Yarmouk) si combatte aspramente al proprio interno. Non solo, si combattono tra di loro anche i pretesi "fantocci" dell'Isis e di al-Nusra: che strane creature quelle partorite da certi complotti!

Ai complottisti sembrerà strano, ma lo stesso scontro - tutto nel campo sunnita - sta devastando da tempo la Libia. E per giunta mette contro la coppia turco-qatariota contro quella saudita-emiratina. Forse non si saranno intesi bene mentre complottavano insieme, chissà.

Ed in Iraq, che dire dell'intervento americano a sostegno delle forze sciite. E cosa dire di quello contro l'Isis in Siria? Certo, tutto ciò fa a cazzotti con quel che avviene nello Yemen, dove anche al Qaeda - fino a poco tempo fa colpita duramente dai droni USA - sta dalla parte della coalizione appoggiata da Washington. Noi abbiamo cercato di spiegare il perché di queste apparenti contraddizioni, ma certo non pretendiamo che lo capiscano i complottisti.

In conclusione, e senza offesa per nessuno, il complottismo è davvero la scienza degli sciocchi. Non che non esistano i complotti e i lati oscuri della storia. Ma essi vanno sempre letti dentro alle dinamiche generali che la muovono. Naturalmente, queste semplici considerazioni non convinceranno mai gli astutissimi adepti della scienza complottologica, ma ogni tanto qualcosina gli andrà pur fatto notare. O no? 

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