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martedì 18 febbraio 2020

L'EUROPA, l'ISLAM E IL POSTO DELL'ITALIA di Angelo Vinco


"Scontro di civiltà": clicca per ingrandire
Riceviamo e pubblichiamo


E’ evidente, nella nuova fase di turbolenze geopolitiche, l’impreparazione e la marginalità delle fazioni di destra e sinistra cosiddette antagoniste o sovraniste o non saprei come definire. Da parte neofascista riemerge l’antica ossessione della salvezza della civiltà europea, da parte neo-marxista la strategia sociale incardinata sull’operaismo messianico germanizzante, per quanto declinata in una modalità che presuntuosamente viene considerata all’altezza dei tempi.

lunedì 10 febbraio 2020

CHI C'È DIETRO AL CORONAVIRUS

Sulla vicenda del CoronaVirus pubblicammo lo scorso 28 gennaio l'intervento di un lettore: TERRORISMO BIOCHIMICO E GUERRA IBRIDA.
Di contro alla tesi ufficiale egli torna a difendere la sua tesi che si tratta in verità di una «azione di guerra Anglosassone messa in moto dall’avanguardia operativa MI6, che custodisce e attua i piani strategici dello Stato profondo occidentale più di quanto lo sappia fare la americana CIA».

Il lettore non porta a favore della sua tesi alcuna evidenza, il suo ragionamento è del tutto congetturale — metodo inconfondibile  dei "complottisti". Pubblichiamo pur senza condividere.

sabato 8 febbraio 2020

FOLIGNO: INCONTRO CON GIULIETTO CHIESA

VENTI DI GUERRA
IRAN, LIBIA, SIRIA, YEMEN. UCRAINA...
 «L'ITALIA RIPUDIA LA GUERRA COME STRUMENTO DI OFFESA ALLA LIBERTà DEGLI ALTRI POPOLI».
Oggi a Foligno, alle ore 17:00, presso l'Albergo Le Mura, incontro pubblico con Giulietto Chiesa.
L'incontro è promosso da Futuro Collettivo a da Liberiamo l'Italia

martedì 28 gennaio 2020

TERRORISMO BIOCHIMICO E LA GUERRA IBRIDA


C'è dell'altro dietro al Coronavirus?

Come i nostri lettori sanno bene non siamo adusi al "complottismo". Tuttavia, ci pare doveroso pubblicare questa opinione giuntaci stamattina in redazione.


 *  *  *
Corona virus: terrorismo biochimico e azione di guerra angloamericana

martedì 14 gennaio 2020

COS'È E DOVE VA L'IRAN di A. Vinco

Potenza imperialista persiana o Stato rivoluzionario?


Un significativo pezzo dello stimatissimo amico Moreno Pasquinelli merita alcune precisazioni. 


Facendosi, almeno a nostro avviso, interprete di talune linee politiche del Nazionalismo sociale panarabo a centralità irakena, Moreno ritiene che la via strategica sovra-nazionale

lunedì 13 gennaio 2020

CHE GUERRA È QUESTA? di Moreno Pasquinelli

Libia solo per il petrolio?

 
C'è molto di più. E' Maurizio Molinari che su LA STAMPA  di oggi segnala come il Paese sia un campo di battaglia geopolitico, in particolare:

«Le milizie di al-Serraji possono contare su armi e militari della Turchia, mentre, sul fronte opposto i maggiori contributi bellici arrivano da Emirati Arabi ed Egitto. E' uno scontro non solo di potere ma soprattutto religioso perché si contrappongono visioni concorrenti dell'Islam sunnita. Per Ankara la Fratellanza Musulmana è la più pura espressione dell'Islam politico mentre per Il Cairo e Abu Dhabi si tratta di pericolosi terroristi».

venerdì 10 gennaio 2020

L'IRAN E LA GUERRA ASIMMETRICA (ANTIMPERIALISTA) di A. Vinco

Imaagine icastica: Suleimani abbraccia l'Imam Hussein presente Khomeini
Riceviamo e volentieri pubblichiamo

«La Scienza nucleare è benefica ma dal momento che non è stata associata all'Amore per l'umanità e per gli Oppressi, ha portato ai peggiori disastri contro l'ordine divino. L'Iran ha la capacità di sviluppare le bombe nucleari, ma lo abbiamo evitato e continueremo a evitarlo con fermezza e coraggio, poichè costruire e conservare bombe nucleari, come usarle, è haram, è proibito dalla Fede islamica».
(Seyyed Alì Khamenei, Guida Suprema della Rivoluzione Iraniana)

mercoledì 8 gennaio 2020

SE GUERRA HA DA ESSERE...

Comunicato n. 1/2020 del Comitato Centrale di P101 

Fuori gli imperialisti dal Medio oriente!


La criminale uccisione del generale Qassem Soleimani segna un salto di qualità nella politica aggressiva dell’imperialismo americano in Medio oriente. Dopo la rottura dell’accordo sul nucleare, l’imposizione di pesanti sanzioni, è questo l’ultimo scalino di un’escalation contro l’Iran che potrebbe condurre alla guerra.

domenica 5 gennaio 2020

LA REAZIONE DELL' IRAN di A. Vinco

Come nel giorno dell'Ashura, nelle manifestazioni in memoria di Soleimani 
viene sventolata la bandiera rossa che ricorda il martirio l’Imam Hussein, nipote del Profeta.

SOLLEVAZIONE aveva ospitato almeno due interventi che avevano previsto con quasi un anno di anticipo la crisi geopolitica in cui siamo precipitati (QUI e QUI).

sabato 4 gennaio 2020

AMODÈ, TU VUO FA L'AMERICANO di Sandokan

Il gravissimo atto terroristico con cui è stato ammazzato il generale iraniano Qasem Soleimani ha sollevato in ogni angolo del mondo ogni sorta di condanna. L'esecuzione mirata, per la sua gravità politica e per la modalità moralmente indegna, ha invece ricevuto l'encomio di Israele e, qui da noi, del sovranista da strapazzo Matteo Salvini. Quest'ultimo ha scritto un tweet talmente ignomignoso che nessuno è stato tanto scemo da andargli dietro. Uno, di pappagallo, Salvini l'ha invece trovato, e risponde al nome di Francesco Amodeo.

venerdì 3 gennaio 2020

SOLEIMANI: A FUTURA MEMORIA

Qui accanto l'ignobile post con cui Matteo Salvini, sulla sua pagina facebook, alle ore 13:15, ha celebrato l'atto di terrorismo di stato con cui gli americani hanno ucciso Soleimani, una delle prominenti figure della Repubblica islamica dell'Iran.

Condividiamo quanto scritto in proposito dal nostro Fabio Frati:
«Salvini, il servo dei sionisti e della Nato, il "sovranista in ginocchio", si

L'ULTIMO CRIMINE AMERICANO

Qasem Soleimani (sinistra) con Abu Mahdi al-Muhandis a Tehran nel 2017

Ucciso il generale Soleimani


Non c’è bisogno di condividere ogni passo della politica estera regionale della Repubblica Islamica dell’Iran per condannare fermamente il micidiale attacco missilistico con cui gli Stati Uniti hanno ucciso questa mattina in Iraq il generale Qassem Soleimani, capo del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie (Forza Gerusalemme), vicinissimo alla Guida suprema Ali Khamenei.

lunedì 9 dicembre 2019

QASIM SOLEIMANI E IL DESTINO DELL'IRAN di A. Vinco

[ lunedì 9 dicembre 2019 ]

Riceviamo a volentieri pubblichiamo



E’ molto difficile scrivere di Qasim Soleimani. Il tema va affrontato con delicatezza e devozione, non esistendo oggi una figura che nella sua Azione con così nobile impulso morale riassuma con un semplice sguardo una visione del mondo e dell’uomo. Leonid Ivashov, militare russo di altissima scuola e esperienza, attuale presidente dell’Accademia geopolitica di Mosca, ha di recente definito Soleimani il simbolo mondiale della libertà e della resistenza contro i poteri materialistici di questa terra. La Guida Suprema, Seyyed Alì Khamenei, lo considera “il martire vivente della Rivoluzione” nella linea più avanzata del fuoco antimperialista, laddove vita e morte sono ormai sul medesimo piano ed ogni minuto in più di vita è solo un dono che lui fa a tutti gli oppressi della terra, in modo particolare a quelli Palestinesi. L’ultimo tentativo, del “fronte imperialistico arabo-ebreo” di eliminarlo, è dell’ottobre 2019.

Lui ha già superato in molti casi e situazioni la soglia della morte, ma ha deciso di rimanere sulla terra per servire l’umanità: i poveri, gli oppressi, i malati e le vittime del terrorismo. Il suo desiderio di martirio è estinto quotidianamente a vantaggio di un grande progetto globale basato sulla tolleranza per il sacrificio, per la sofferenza, per il dolore e dunque sull’Amore.
L'emblema dell'IRCG (Forza Quds o Sepah)


Qasim non è un militare, ma un autentico uomo politico di vedute mondiali ed universali, lo stratega della Rivoluzione. Il suo approccio ai problemi spaziali o marittimi riguardanti il nomos della terra è quello tipico dello statista che non sacrifica affatto la dimensione ideale a quella realistica contingente. Questo non significa che Soleimani ami giocare con le vite dei suoi soldati come questo fosse un divertissement; tutt’altro, la devozione della truppa verso il generale iraniano ricorda quella che i mujaheddin afghani del Fronte Unito riservavano al comandante Massud, che fu, quest’ultimo, in stretta relazione politica operativa con Soleimani dal 1981 fino ai suoi ultimi giorni di vita. Quando verso la fine degli anni ’90 notò che l’impulso originario della Rivoluzione si stava spegnendo, al punto che molti valenti commilitoni della prima ora dell’Imam Khomeini non pensavano che al commercio internazionale o ad abbassare il prezzo dei cocomeri e dei pistacchi, Qasim riportò all’ordine del giorno i motivi rivoluzionari per i quali una intera generazione aveva combattuto e aveva dato il sangue. 


L’essenza della Rivoluzione del ‘79 fu metafisica ed universale; il popolo iraniano, nella concezione di Soleimani, non poteva abdicare alla sua missione escatologica cedendo alle sirene della normalizzazione nazionalistico-borghese. Esaurita e realizzata la prima fase, con l’annientamento del bipolarismo globale di Yalta, il Nostro incarna la strategia della seconda fase rivoluzionaria. La prima fase internazionale ed universale fu contrassegnata dalla strategia del né Usa né Urss e dell’unità dell’ecumene islamica contro gli imperialismi. La resistenza popolare contro la “Guerra Imposta” e contro l’imperialismo sovietico in Afghanistan concretizzò la vittoria dell’Iran islamico e la fine di Yalta. La seconda fase si è aperta con la netta rottura strategica rispetto al nazionalcapitalismo egoista e borghese dei Khatami o dei Rafsanjani da un lato, al neonazionalismo persiano dall’altro. Entrambi modelli “cinesi” di importazione basati sulla modernizzazione scientifica tecnologica, l’uno più borghese e liberista, l’altro più populista e capitalista di stato, ma entrambi fondati sul precetto “Prima l’Iran” e con la centralità del politico statale sull’economico. 

Soleimani, viceversa, riportando al centro da soldato di Ruhollah Khomeini la spada dell’Islam e il sangue di Hosayn, agisce: “Prima Al Quds”. Nessuna correlazione politica vi può essere tra il riformismo liberalnazionalista di Rohuani e l’universalismo rivoluzionario, politico-metafisico di Qasim Soleimani. Il JCPOA del luglio 2015 fu considerato da subito dal Nostro una nuova versione del trattato di Turkmenchay del 1828, trattato con cui l’impero persiano perse i suoi territori settentrionali in favore dell’impero russo. Questa volta era l’imperialismo sionista occidentale di Obama a minacciare in prima istanza l’Iran travestendosi da agnello, visto che decenni di assedio e guerre frontali non erano state sufficienti a debellare lo spirito di resistenza dei soldati e del popolo antimperialista. Nonostante avesse intuito immediatamente il raggiro imperialista anglosionista sull’Iran, nonostante i fatti gli daranno ragione, nonostante lui sia il testamento vivente del messaggio rivoluzionario antimperialista di Imam Khomeini, il generale delle IRGC non cede al personalismo o all’ego, non crea una sua fazione elitaria, ma continua a servire lealmente e totalmente la Guida Suprema e la Repubblica islamica dell’Iran. 
Tikrit, Iraq: reparti iraniani di al-Quds sono stati decisivi per
sconfiggere lo Stato Islamico e i guerriglieri del Baath iracheno


“L’esercito islamico dell’Iran è stato scelto per liberare Gerusalemme dai miscredenti sionisti” (Imam Khomeini). Da qui è ripartito Qasim Soleimani , contrastando la normalizzazione interna, che significa indifferenza verso i fratelli oppressi della Palestina e dello Yemen. E questa è la linea rossa tracciata dal generale, la frontiera sacrale e politica da cui non si può trascendere. Così è rinata dopo la normalizzazione degli anni ‘90, grazie ad Al Quds, la Resistenza globale e planetaria al Sionismo e alle forze dell’Arroganza globale. Cosa gridavano i nazionalisti di destra o i modernizzatori di sinistra, entrambi sovvertitori e devianti, nelle strade di Tehran nord? “La mia casa è l’Iran, non è Gaza né lo Yemen!”. Ma non è possibile de-mondializzare e de-globalizzare il Risveglio rivoluzionario e lo spirito del ’79. Non è possibile l’islamonazionalismo o l’Islam rivoluzionario in un solo paese, la Repubblica islamica precipiterebbe in una fase di neo-kemalismo conservatore o neo-mossadeqismo occidentale, in un momento in cui la stessa Turchia ripudia queste fallimentari esperienze storiche. 


La Repubblica islamica, considerata dal saggio analista putiniano Il Saker uno Stato libero e sovrano più di quanto lo siano Cina e Russia e il più grande punto di contraddizione per l’anglosionismo imperiale, è l’Asse della Resistenza e viceversa. Soleimani, taciturno e schivo, refrattario alle interviste e alle telecamere, nel luglio 2018 ha ammonito le élite sioniste americane, ha ammonito Donald Trump, dichiarando che l’Iran “è la nazione del martirio, la nazione di imam Hosayn”. Migliaia e migliaia di reparti specializzati dell’Al Quds stanno aspettando da anni e anni che la minaccia dell’attacco di civiltà occidentale diretto all’Iran prenda finalmente corpo. “La carovana di Hosayn si sta muovendo, un’altra Karbala ci aspetta. Il mondo terreno è solo una parte della creazione. E’ importante anche ciò che sta oltre, il mondo eterno, divino, il regno dello splendore” (Imam Khomeini, durante i primi momenti della “guerra imposta” in un suo discorso ai Basiji). I sionisti israeliani, nonostante lo schiacciante potere finanziario e culturale in occidente, senza la sponda militare del Pentagono non vanno da nessuna parte, abbaiano ma non mordono.

Vi è corruzione borghese, vi è materialismo, vi è desiderio di benessere anche in Iran, ci ricorda Alberto Negri. E’ normale, passati 40 anni da una Rivoluzione che ha anzitutto educato il popolo alla sopportazione del dolore e del sacrificio per i fratelli oppressi in ogni parte del mondo, oltre ogni differenza religiosa o ideologica; storicamente, con ciclica regolarità, a momenti di grande espansionismo ideologico rivoluzionario seguono momenti di ripiegamento. La saggezza di uno statista rivoluzionario è allora quella di non arretrare nello pseudo-tatticismo o nella ritirata strategica ma radicalizzare l’espansione sovranazionale con il supporto di una avanguardia che sia emanazione diretta dell’ideologia rivoluzionaria originaria. Vi è quindi, nonostante ciò, una rivoluzione politica e culturale in marcia, che non pare essersi arrestata. 



Richard Haas, presidente del Council on Foreign Relations, ha in più casi parlato, dalla guerra siriana a oggi, con Assad e il Baath siriano non sconfitti, di un tramonto dell’era sionista americana in Medio Oriente. Secondo E. Primakov, rilevante geopolitico russo sovietico, chi possiede le chiavi mediorientali possiede il potere globale. Al Quds di Soleimani ha quindi saputo condurre la sfida strategica al nemico di civiltà nella fase di ripiegamento tattico post-rivoluzionario; per tale motivo, oggi in Iran Soleimani è una scuola di pensiero e azione che va ben oltre la sua figura di statista e eroe di stato. E’ una coscienza spirituale e morale la quale, con ogni probabilità, sopravvivrà allo stesso “martire vivente della Rivoluzione”.

mercoledì 13 novembre 2019

YEMEN: PUNTA AVANZATA DELLA GUERRA ANTIMPERIALISTA di Angelo Vinco

[ mercoledì 13 novembre 2019 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 
Dopo la vittoria politica di Bashar Al Asad e del fronte della Resistenza socialnazionale siriana, lo Yemen è divenuto il punto più avanzato del fronte dei resistenti.


Nasrallah, segretario generale dell’Hezbollah, ha detto di recente che il fuoco della questione palestinese è tenuto in vita dalla Rivoluzione antisaudita yemenita guidata da Ansar Allah (Partito di Dio nato nel 1992 in riferimento alla Sura 3:52 riguardo ai discepoli di Gesù in Islam), fronte patriottico e sociale di liberazione antimperialista e non confessionale o etnico, e gli stessi quotidiani israeliani, da Haaretz a Jerusalem Post, hanno rilevato nell’agosto 2019 che l’arretramento saudita in Yemen è una pessima notizia per i sionisti, con possibili effetti di destabilizzazione interna per la società civile israeliana. 

Sono moltissimi, infatti, i volontari sunniti della Resistenza palestinese — da Hamas alla Jihad palestinese passando per vari militanti del Fronte popolare — attivi a fianco della Rivoluzione yemenita, alcuni tra loro peraltro son stati torturati e uccisi dalle forze militari reazionarie saudite o emiratine (recente il caso tragico di Salim Ahmed Ma’arouf). 

E’ semplicistico e potrebbe essere fuorviante parlare esclusivamente di Huthi dello Yemen del Nord o di clan confessionale zaydita sciita da integrare in una fantomatica “mezzaluna sciita”, poiché all’originario nucleo zaydita si integreranno poi frazioni antimperialiste arabe che
combattenti houthi
anteporranno la strategia della liberazione al resto; siamo in presenza, perciò, di un esercito popolare rivoluzionario che è sotto feroce attacco concentrico saudita e sionista dal 2015. La vittoria della Controrivoluzione saudita o emiratina in Yemen avrebbe infatti significato la liquidazione della causa palestinese: Gerusalemme capitale del sionismo globale, affermazione del blocco reazionario arabo a trazione sionista, accerchiamento dell’Iran sciita. 


L’attacco agli impianti petroliferi sauditi, realizzato dai rivoluzionari yemeniti nel settembre 2019 in coincidenza con le elezioni israeliane, ha posto di contro al centro dell’attenzione mondiale la spregiudicatezza strategica, la determinazione e l’arte della deterrenza antimperialiste del Partito di Dio. Il movimento Huthi deriva il proprio nome dall’omonima famiglia originaria del governatorato di Sa’da, che confina con l’Arabia Saudita e in cui sono scaricate le tensioni di frontiera, e di rito sciita zaydita che appartenendo all’èlite dei Seyyed rivendica una discendenza diretta dal profeta Maometto. 


Il conflitto armato ha avuto inizio nel 2003, quando l’azione antimperialista ed antioccidentale del Partito di Dio prese piede nella Moschea Saleh, nella capitale San’a, dopo la preghiera collettiva del venerdì a causa dell’invasione americana dell’Iraq. Circa 1000 militanti del partito di Dio o Gioventù Credente vennero arrestati e il presidente Ali Abd Allah Saleh invitò Husayn al Huthi ad un incontro nella capitale yemenita, ma quest’ultimo rifiutò il chiarimento. Divampò così il conflitto, quando agli inizi del 2004 Saleh, egli stesso zaydita ben si noti, con la complicità statunitense e israeliana, inviò forze governative per arrestare Husayn: l’arresto non fu portato a termine a causa della rivolta popolare organizzata dal Partito di Dio, ma Husayn fu però ucciso il 10 settembre 2004. 

La rivolta antimperialista, basata sulla classica guerra di guerriglia, proseguì ininterrottamente sino al fragile accordo del 2010. 

Con la rinascita universale araba denominata “primavere arabe” o ancora meglio Risveglio islamico globale, la rivolta yemenita si radicalizza in tutto il paese come partito degli Oppressi e dei diseredati. La Rivoluzione Yemenita, guidata ora da Mohammed Alì al-Huthi, presidente del Comitato rivoluzionario e dalla guida politica Salih Habra, iniziava così ad espandersi a macchia d’olio battendosi su tutta la linea sia contro gli jihadisti secessionisti qaidisti nel governatorato di Al-Baidhah (1), sia contro i filogovernativi di obbedienza saudita e occidentale. 

Il 20 gennaio 2015 i rivoluzionari yemeniti conquistano il palazzo presidenziale di San’a ed il presidente, sunnita, ‘Abd Rabbih Mansur Hadi, che si trova nel palazzo, durante l’assalto riesce a mettersi in salvo e poi si dimette trasferendosi ad Aden. Nonostante sia delegittimato e isolato, la comunità internazionale, su diktat statunitense, continua a considerare arbitrariamente Hadi presidente del paese. 

L’interventismo saudita architettato dal nuovo monarca Salman e dal figlio Mohammed bon Salman (MBS) ministro della difesa, prima discontinuo, entra da allora direttamente in scena, con impressionante continuità in Yemen, con una terribile e furiosa tattica di bombardamenti su civili. Ne nascerà una tragedia umanitaria di dimensioni colossali che mette i brividi. Lo Yemen, che già prima del 2010 aveva visto la nutrita presenza di vari campi profughi di civili Huthi che fuggivano dalle bombe occidentali dell’aviazione saudita ed anche di somali in fuga dal Corno d’Africa, dal 2015 vedrà impennare in modo esponenziale la mortalità e le mutilazioni infantili. 


L’Occidente fa affari d’oro con sauditi ed emiratini, arma la cosiddetta “coalizione araba” a trazione sionista-statunitense ma al tempo stesso, seppur a fasi alterne, gli organi di informazione europeistica e vaticana grondano, evidentemente, di ipocrita retorica sulle stragi di bambini Huthi in Yemen. Lo Yemen è la Nazione delle stragi legittime e degli infanticidi del supercapitalismo imperialista. Legittime, agli occhi di tutto il mondo occidentale, perché l’Iran, che sostiene attivamente dal 2015 i rivoluzionari yemeniti, deve essere annientato e abbattuto nel suo espansionismo difensivista antisanzionista ed antimperialista. 

La politica saudita ha sempre puntato ad avere sulla propria soglia uno Yemen debolissimo, sfruttando le reti tribali e il separatismo sudista, per esercitare il controllo assoluto sul governo di Saleh, un maestro di funambolici tatticismi ai limiti dell’assurdo e del suicidio politico. La frammentazione religiosa, come detto, è relativa e secondaria. Saleh, zaydita e “nordista” convinto, è stato il regista delle sei guerre sporche (dirty wars) contro gli Huthi dal 2004 al 2010; una volta allontanato dal potere non ha però esitato a stringere alleanze con i suoi antichi nemici per rovesciare il “sudista” Hadi. 

Il ruolo iraniano, in un paese sovrarmato come quello yemenita, in cui vi sono sei fucili automatici per ogni maschio adulto, era del tutto relativo prima dell’interventismo stragista saudita; in seguito all’assalto saudita, benedetto dagli Usa di Obama prima di Trump poi e quindi da Israele nel tentativo di stabilizzare una Nato mediorientale antipersiana, diviene però mirato e saggiato alla luce della tradizionale arte della difesa della Repubblica iraniana ed islamica. Lo Yemen fu infatti la tomba dei turchi, costretti a limitare il loro controllo sulle aree delle costa ed al compromesso con l’imamato sciita, sostenuto dalle grandi confederazioni tribali del Nord. Nel 1918, con il crollo dell’impero ottomano, l’imamato colmò il vuoto di potere, espandendosi nelle aree controllate dai turchi, arrivando sino ai confini con i protettorati britannici, sorti dal 1839 attorno ad Aden e estesi nel Sud-Est. Il patto militare-tribale-repubblicano, così lo storico Stephen W. Day professore al Rollings College in Winter Park (The future Structure of the Yemeni State, 14 Aug 2019) definisce il compromesso che ha chiuso la guerra civile a trazione nordista dal 1990 con l’unificazione dei due Yemen, è stato esteso al Sud con un generale processo di centralizzazione politica. Gli incentivi sono stati rappresentati dalla rendita petrolifera e dalle entrate derivanti dalle rimesse dei lavoratori emigrati, assieme all’uso dell’apparato militare e statale, per consolidare la centralità di San’a. Il sistema tribale si è fondato su una imprenditoria reticolare di natura capitalistica clanica subordinata alle petromonarchie del Golfo; circa seimila su dieci mila sceicchi tribali yemeniti sarebbero direttamente finanziati da Ryad. Il patto subimperialista con Ryad del capitalismo clanico interno non regge però più e il fallimento strategico di MBS sembra rivelarlo. Dopo il fulmineo attacco antimperialista del Partito di Dio e degli Oppressi del settembre 2019, che spiazza il modernissimo ed elaboratissimo sistema di difesa tecnologico saudita, il Generale Soleimani ha definito il patto volontarista ed antimperialista tra l’Ansar Allah yemenita e le Forze Quds persiane come il patto dei seguaci del martirio di Karbala dell’imam Hosayn. (2) 

NOTE

1)
      Il secessionismo qaidista è particolarmente forte nel Sud. La storia del Sud secessionista nel Novecento meriterebbe una trattazione a se, e non è detto che non ci si torni su, anche perché strettamente correlata alla storia stesso del “comunismo storico” con le sue lotte di frazione. ‘Abdul Hameed Bakier, esperto di intelligence specializzato in antiterrorismo, sostiene che il secessionismo del Sud sarebbe sostenuto da Al Qaeda e dai salafiti con il pretesto di “aiutare gli abitanti del Sud per evitare che tornino ad essere comunisti”. Isil svolgerebbe invece, in Yemen, il lavoro sporco di milizia mercenaria filosaudita e dunque filosionista e filoccidentale. Significativo il fatto che molti ex militanti baathisti iracheni della famosa rete Al Douri, trapiantati in Yemen dopo l’invasione americana, sarebbero filoIsil.
2)      https://www.memri.org/tv/irgc-quds-force-commander-qasem-soleimani-yemeni-drone-attacks-imam-hussein-path-abqaiq-khurais

domenica 10 novembre 2019

ÉLITE, POPOLO, RIVOLUZIONE di A.V.

[ domenica 10 novembre 2019 ]

Abbiamo ricevuto, e pubblichiamo, questa critica all'articolo di Moreno Pasquinelli LOTTA DI CLASSE E RIVOLUZIONI COLORATE. Essa tira in ballo, tra le altre questioni: (1) la funzione storica delle élite e quella dei popoli o, se si preferisce il rapporto tra "avanguardia e masse" e (2) le cause scatenanti delle rivoluzioni; (3) il concetto di "rivoluzione colorata" i di "false flag". 
Ci torneremo su...

[ Tutte le foto nell'articolo sono della grande sollevazione popolare che ha scosso l'Iraq il mese scorso ]


*  *  *

ÉLITE, POPOLO, RIVOLUZIONE 

Per una critica teorica al populismo socialdemocratico di M. Pasquinelli

di A.V.

Il teoricamente importante articolo di M. Pasquinelli su “Lotta di Classe e Rivoluzione Colorate” si dipana sciogliendo tre nodi.


a) La crisi strategica della plutocrazia neo-liberista conduce inevitabilmente alla rivolta sociale; Pasquinelli, sebbene citi il teorema della “Rivoluzione Colorata”, finisce per concludere implicitamente che la rivolta sociale di popoli incolleriti sarebbe il soggetto in atto.
b) Nonostante taluni difetti teoretici lo storicismo marxista sarebbe nel giusto: è la Lotta di Classe l’essenza del movimento storico.
c) Le elite strategiche geopolitiche, per quanto siano storicamente presenti nel tentativo di orientare la direzione delle rivolte, non incarnerebbero da un certo punto in avanti lo spirito del tempo. Il popolo e la marcia sociale di questo stesso avranno ragione di ogni differente tentativo strategico, in questo caso delle “Rivoluzioni Colorate” delle elite atlantiche. Pasquinelli conclude citando gli esempi delle recenti rivoluzioni arabe e quello libanese e iracheno.


Rivoluzione Colorata è rivoluzione o è guerra ibrida imperialista?


La vera e propria Rivoluzione Colorata nasce storicamente nel contesto della guerra jugoslava. A guidarla fu il famoso “Otpor!”, dal serbo Resistenza. Il movimento Otpor ebbe originariamente una dimensione sociale e politica basata sulla non violenza e sulla resistenza passiva. L’elite del movimento di Resistenza venne però addestrata dall’MI6 britannico, l’obiettivo era quello di delegittimare il governo socialista e patriottico di Slobodan Milosevic. Dopo la caduta del leader serbo, effettivamente portata a casa da “Otpor!”, la figlia del socialista serbo Marija Milosevic rilasciò una importante intervista in cui tratteggiò la storia della “Resistenza serba” al nuovo Patriottismo serbo rappresentato dal Governo Milosevic. Rilevò il ruolo centrale di varie intelligence occidentali, MI6 in prima linea. La Rivoluzione Colorata è solitamente non violenta, concentra ideologicamente la propaganda su un humus preciso e simbolico, inclusivo e non esclusivo, come avverrà nella prima Rivoluzione Colorata ucraina (2004). La “rivoluzione” ucraina del 2014 non è invece, a nostro avviso, un modello di rivoluzione colorata. Fu una autentica insurrezione armata il cui motivo ideologico, esclusivista e esplicitamente razzista, fu lo sciovinismo ucraino russofobo. Motivi sociali e economici, per quanto presenti, finirono in secondo piano. Fu originariamente una insurrezione eurofila e atlantista? 


No. Qui Pasquinelli (che ho visto in precedenti articoli sostiene comunque saggiamente i russofili ucraini) ha in parte ragione. Chi conosce la storia ucraina, sa che il nazionalismo razzista e antirusso ucraino non è stato creato dall’MI6, così come, facendo un altro esempio, il forte antisionismo grande-russo non venne creato di punto in bianco dall’Ochrana ai primi del '900 e dovette infatti essere reintegrato nella stessa ideologia di regime dell’Urss, sebbene non fosse inizialmente previsto. I vari movimenti nazionalisti ucraini hanno finito inevitabilmente, pur non essendo questo probabilmente nelle intenzioni originarie, per gravitare nel campo dell’imperialismo occidentale-sionista divenendone a tutti gli effetti braccio armato. L’insurrezione armata di una elite ultranazionalistica e russofoba addestrata ha trasformato l’iniziale Rivoluzione Colorata di milioni di manifestanti in un chiaro evento di guerra ibrida imperialista russofoba e occidentalista. Le azioni di guerra non ortodossa (strage del 20 febbraio coordinata dall’ambasciata Usa di Kiev) hanno accelerato la vittoria dell’insurrezione russofobica, non l’hanno però predeterminata. Altro esempio, a tal proposito, è la tentata insurrezione armata dei sionisti di Guaidò in Venezuela di pochi mesi fa. In questo caso, il pronto intervento di reparti operativi inviati dal Cremlino ha messo in fuga gli insorti antivenezuelani. A differenza del regime di Victor Janukovyc, il governo neo-chavista di Maduro gode di un importante e sostanziale consenso popolare, in questo caso, dunque, l’intervento russo era politicamente giustificato e legittimato. Da questi eventi si comprende che non si sfugge né si può sfuggire al conflitto o al confronto tattico e strategico tra elite globali imperialiste (sioniste americane e probabilmente cinesi), imperiali (putiniane), democratiche antimperialiste (persiane e fronte della Resistenza "sciita"). Se l'Ottocento fu in parte il secolo delle scosse sociali che non si seppero saldare con l'elite politica; se il Novecento fu il secolo in cui l'elite politica seppe guidare il movimento; il secolo attuale sarà il secolo dello scontro e del conflitto tra elite globali. 

La Lotta di Classe come sostanza del movimento sociale storico?


Qui non si tratta di essere marxisti o antimarxisti, ma di osservare il movimento storico novecentesco. La storia contemporanea novecentesca non ha conosciuto lotta di classe che si sia realizzata in rivoluzione politica. Come sostiene Martov in un fondamentale studio, sottovalutato, Leninismo fu l’elite militare (spesso e volentieri antioperaista) al potere, non fu di certo classismo operaistico (1); Maoismo fu rivoluzione nazionale dei ceti contadini e di piccoli commercianti; Castrismo fu allo stesso modo elite militare al potere e così di seguito. Dunque fa bene Pasquinelli a precisare che l’Operaio non è la quintessenza di un quid metafisico e trascendentale. Nonostante questo, risulta forzato considerare ogni moto sociale di per sé diveniristico e potenzialmente ribellistico; la storia ha infatti mostrato che è dalla guerra che si sviluppa solitamente un movimento sociale rivoluzionario che trova sistematicamente anche l’elite politica che sappia orientarne nella giusta direzione l’impulso principale. La storia del Novecento lo mostra per chi vuole vederlo e la chiudiamo dunque qui. Pasquinelli infine si tradisce. Scrive che la rivolta di Hong Kong è reazionaria e filoimperialista. Questo mostra bene, come sopra puntualizzavamo, che è l'elite politica (in tal caso filobritannica), non il moto sociale originario, a dare un colore e un carattere alla rivolta. Dobbiamo però portare come caso a parte la Rivoluzione Iraniana del ’79, secondo vari interpreti la Rivoluzione più imponente e decisiva del secolo passato, che effettivamente non si è sviluppata da una guerra e sembrerebbe frutto di un primordiale movimento sociale. Abbiamo quindi modo di ricollegarci alle stesse recenti rivoluzioni arabe.


Primavera araba e Risveglio globale Islamico 


Il popolo iraniano, con una civilizzazione millenaria superiore a quella occidentale, non ha potuto partecipare alle Due Guerre Mondiali. Il regime taghuti degli anni ’40 dello scorso secolo, pavido e corrotto, arrivò anche a accettare supinamente l’umiliazione superimperialista anglosovietica del 1941 pur di continuare a regnare sulla pelle dei lavoratori iraniani e del nascente ceto medio. Cosa ispirò politicamente l’imam negli anni ’60 nel suo progetto di Governo Islamico antioccidentale? L’imam, secondo talune testimonianze di studenti di Qom, fu particolarmente e benevolmente colpito dalla rivoluzione anticolonialista algerina. Khomeini, un patriota iraniano strategicamente nemico di Yalta e del superimperialismo sionista, considerò il movimento anticolonialista algerino nel suo elemento di continuità strategica con il movimento delle masse musulmane nella Seconda Guerra Mondiale. Il popolo musulmano non aveva ancora donato all'umanità la sua azione rispetto al secondo conflitto mondiale di cui fu con Gerusalemme occupata la prima vittima storica. La Rivoluzione Iraniana fu perciò, in netta continuità di tendenza con i motivi principali della Seconda Guerra Mondiale, azione di alta strategia politica e geopolitica. Il messaggio globale della Rivoluzione fu infatti anzitutto contro Yalta, “né Oriente né Occidente, Nazione Iraniana e popolo globale musulmano”; il vecchio e reazionario mondo di Yalta, che l’Iran dileguerà, rispose imponendo 10 anni di “Guerra Imposta” con più di un milione di morti (in gran parte adolescenti e giovanissimi) alla gente persiana, ma la Repubblica islamica resistette. Evidentemente, il messaggio di imam Khomeini essendo un messaggio rivoluzionario e democratico, l’ayatollah si è infatti rivolto al tempo stesso alla Nazione Iraniana e all’intera umma islamica e a tutti gli oppressi di ogni razza, religione e sesso, ha posto le basi, ben più di un Castro o di un Mandela o di un Giap, per un Risveglio universale, in particolare di quei popoli islamici sottomessi a regimi filoccidentali filosionisti taghuti. 


La dimensione sociale, in riferimento al Fronte mondiale degli oppressi rappresentato dall’imam, non ha una sua autonomia in questo contesto, ma è subordinata o viaggia di pari passo con la logica morale e politica della classe dirigente rivoluzionaria che accoglie le rivendicazioni universali dei diseredati e degli umili. Sia la Guida Suprema Seyyed Ali Khamenei sia la precedente presidenza Ahmadinejad hanno immediatamente accostato le cosiddette primavere arabe al Risveglio globale Islamico, in continuità diretta con il ’79; addirittura la cerchia di Ahmadinejad con un giudizio che sembrò accettato dalla Guida sostenne che la scintilla a Piazza Tahrir si accese tra le masse oppresse quando lo spirito del Mahdi illuminò le folle presentandosi lì in veste spirituale (2). Quanto più lontano vi possa essere dalla lettura pseudo-democratica (in realtà profondamente aristocratica) marxista e/o liberale delle masse che si mettono in moto solo perché spinte dalla fame, dallo stomaco o dal primitivo bisogno sociale. D’altra parte il quadro di sovversione e destabilizzazione finalmente aperto dalle cosiddette primavere arabe nel Grande Medio Oriente se manda in frantumi, come ben spiega il Pasquinelli, ogni grottesca ipotesi complottista, basterebbe pensare alla eroica Rivoluzione Yemenita e alla seconda Rivoluzione baathista interna nella Siria di Bashar al Asad o a quanto sta avvenendo in Libano e in Iraq dove lo sciismo antisionista scavalca quello ufficiale, dissolve allo stesso modo il populismo socialdemocratico del Pasquinelli: dallo Yemen al Libano sono le elite “progressiste” politico-militari provenienti dal movimento di massa, non staccate da questo come fu nel caso di un certo nazionalismo panarabista e del kemalismo occidentalista, consolidatesi e formatesi sul campo, a contrastare colpo su colpo la guerra mondiale ibrida dell’imperialismo e del sionismo: il popolo senza l’elite sciita antimperialista non troverebbe via d’uscita e rischierebbe di fare la fine del mercenariato curdo-arabo filosionista e filosaudita arruolato dal “re di Prussia”. 


Non vi è spazio quindi per una generica e mistificatrice "sollevazione sociale delle classi subalterne", tale lettura è fuorviante, ma unicamente per storiche azioni di resistenza antimperialista di fronte alla guerra ibrida o classica che le elite imperialiste sioniste, francesi e anglosassoni hanno imposto da più di un secolo, e continuano ad imporre, nel Grande Medio Oriente. Gli eventi attuali di Libano e Iraq chiariranno agli scettici la posta in gioco. 

Note

1) Sul bolscevismo come movimento non operaistico, si rimanda a: https://www.viella.it/libro/9788833131177 <https://www.viella.it/libro/9788833131177>

2) Collegando la primavera araba alla lotta antimperialista islamica, la Guida espose le quattro aspirazioni di base: far rivivere l’onore nazionale, dopo decenni di dominio tirannico filoccidentale; ricercare la giustizia sociale e uno sviluppo economico rispettoso dell’identità islamica; resistere all’influenza culturale del capitalismo occidentale e del “governo fantoccio sionista” di Israele, stato crociato estraneo alla cultura mediterranea e del Vicino Oriente. La Guida invitò i sinceri rivoluzionari mussulmani a contrastare i piani dei “nemici esterni” e delle Potenze Arroganti (Nato, Usa, Gb, Francia, Germania, Italia) il cui fine principale era sabotare il Risveglio globale islamico. La conferenza internazionale sul Risveglio islamico di Tehran venne non a caso boicottata, assieme ad occidentali e sionisti, dalle varie Fratellanze mussulmane del Cairo e di Istanbul.

giovedì 24 ottobre 2019

KURDISTAN: CHI LA FA L'ASPETTI

Quando Pentagono e curdi delle YPG camminavano fianco a fianco
[ giovedì 24 ottobre 2019 ]
La drammatica vicenda storica del popolo curdo ha origini lontane. 
Recita un antico e terribile proverbio arabo:«Tre calamità vi sono al mondo: le locuste, i topi e i curdi».
Approfittando del vuoto lasciato dall'implosione dello stato siriano, dilaniato da una guerra civile ben presto diventato campo di battaglia tra potenze regionali e mondiali, le minoranze curde delle zone del nord-est della Siria confinanti con la Turchia — area in cui vivono anche arabi ed assiri —, si sono ben presto autorganizzate de facto giungendo costituendo un loro stato. 
All'inizio del 2015 il braccio armato dei curdi, le Unità di Difesa Popolare (YPG), respingono a Kobane l'assedio dello Stato Islamico. Subito dopo avviene la svolta strategica. Con le YPG come spina dorsale nell'autunno del 2015 viene fondato il fronte delle Forze Democratiche Siriane (SDF). Le SDF diventano presto una longa manus degli USA nella guerra per annientare il nemico pubblico numero uno: lo Stato Islamico. E' grazie a YPG e SDF, sostenute dal poderoso supporto aereo, logistico e finanziario nordamericano, che venne lanciata l'offensiva finale di sterminio contro lo Stato Islamico, conclusasi con la conquista di Raqqa (letteralmente rasa al suolo dai bombardamenti yankee) nell'ottobre 2017. Impossibile dimenticare: in tutto l'Occidente salivano smodati peana per "l'eroica vittoria curda sui tagliagole islamisti".
Si sapeva che la Turchia non avrebbe tollerato a lungo questo equilibrio di forze.
Eccoci dunque all'oggi. L'offensiva turca per occupare una lunga striscia di territorio siriano di confine per espellere le forze curde affinché sia possibile, come attesta l'articolo più sotto, una colossale operazione di rimpiazzo etnico. Operazione, è sotto gli occhi di tutti, avallata non solo da russi e americani, ma pure dal governo di Assad.
I curdi, per l'ennesima volta, lasciati a se stessi. Solo Israele e l'Unione europea gridano allo scandalo e dicono di restare a loro fianco.


*  *  *


SIRIA, LA GRANDE SPARTIZIONE E' INIZIATA
Con Putin garante e Trump a rimorchio.
In morte del sogno curdo


di Umberto Degiovannangeli


Tradimenti e deportazione. L’Onu ridotto a spettatore inerme. La Nato che non muove foglia per non irritare Ankara. Trump che annuncia di aver deciso di togliere le sanzioni imposte alla Turchia il giorno dell’inizio dell’invasione in Siria. L’Unione Europea latitante. Uno Stato membro delle Nazioni Unite che si vede di fatto amputata una parte di territorio che resterà nelle mani turche con la Russia come garante.

Le cifre in ballo dicono molto sulle intenzioni del progetto: stanziare 3,5 milioni di persone in un’area di 32 km per 450 significa modificare completamente la demografia, la società, la cultura di quei luoghi. Sintesi della capitolazione della comunità internazionale e delle sue istanze rappresentative sul fronte siriano. Dove a dettar legge sono i contraenti del “patto di Sochi”: il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, e il suo omologo turco Recep Tayyp Erdogan. Il primo che sarà garante della spartizione dei pozzi petroliferi del Roiava con Bashar al-Assad e l’alleato iraniano. La morsa si è chiusa attorno ai curdi siriani. Il presidente siriano “sostiene pienamente” i risultati dell’incontro tra Putin ed Erdogan a Sochi. Lo afferma il portavoce del presidente russo, Dmitry Peskov, parlando con i giornalisti. A detta di Peskov, Assad ha anche assicurato la disponibilità “delle guardie di frontiera siriane di pattugliare insieme alla polizia militare russa il

Rojava: le zone controllate dalle YPG nel giugno 2015
confine” tra Siria e Turchia. Tali affermazioni, dice il portavoce del Cremlino, sono state fatte nel corso di una telefonata che Putin ha avuto con Assad per informarlo dei contenuti del Memorandum sottoscritto al vertice di Sochi. Durante il colloquio, avvenuto su iniziativa russa, il capo del Cremlino ha anche informato Assad che la “principale priorità consiste nel restaurare l’integrità territoriale della Siria e di rafforzare gli sforzi di natura politica”. Il regime di Damasco, prenderà il controllo del nord del Paese con la benedizione di Mosca, che funge da garante per Ankara rispetto alle mosse del presidente Bashar al -Assad. Un ruolo di garante che si manifesterà nel rinnovato impegno della Russia a garantire la prosecuzione dell’accordo di Adana, con cui il padre di Bashar, Hafez, nel 1998 si impegnò a impedire attacchi dei curdi del Pkk alla Turchia dal proprio territorio (Ypg è considerata l’ala siriana del Pkk e la contiguità tra le due organizzazioni è per Ankara un dato di fatto)

Un’intesa, quella tra Russia, governo siriano e turco, che esclude come già annunciato il quarto soggetto in campo, le milizie e la popolazione curda, e rappresenta la diretta conseguenza della stretta di mano in dieci punti raggiunta ieri a Sochi tra Erdogan e Putin. La Turchia continuerà a mantenere il controllo di un territorio di 120 km di estensione e 30 di profondità, compreso tra le città di Tel Abyad (ovest) e Ras Al Ayn (est) sottratto a Ypg con l’offensiva “Fonte di pace” delle scorse settimane. A partire dalle 12 di oggi militari russi e siriani controlleranno l’effettivo abbandono della safe zone da parte dei miliziani Ypg, entro 150 ore al di fuori dalla suddetta area, destinata a rimanere sotto il controllo di Ankara. Mosca si è impegnata a garantire l’abbandono totale dei miliziani Ypg della città di Tal Rifat, ma soprattutto di Manbij. Quest’ultima si trova fuori dalla “safe zone”, a ovest dell’Eufrate ed è da sempre un centro che la Turchia ha insistito con gli Usa negli ultimi anni perché fosse abbandonato da Ypg. Pattugliamenti congiunti Russia-Turchia sono invece previsti per una profondità di 10 km, a est e ovest del territorio tra Tel Abyad e Ras Al Ayn sotto il controllo dell’esercito di Ankara, lungo tutto il confine turco, con esclusione della città di Qamishli. Un’azione congiunta per la quale sarà
Un terzo della Siria: le zone sotto controllo YPG nel 2019
costituito un meccanismo di coordinamento permanente. Il fine condiviso da Erdogan e Assad è lo sradicamento dei curdi e la loro sostituzione forzata coi profughi siriani, che curdi non sono, ma che verrebbero stabilizzati in quella striscia di territorio denominato “zona di sicurezza”, adiacente al confine tra Turchia e Siria. Il che, tradotto in denaro, significa 27 miliardi di dollari per costruire villaggi, moschee, ospedali e scuole, ovvero un tentativo di ripresa economica per un Paese in gravissima crisi. Tutto questo operando una mastodontica sostituzione demografica, che porterebbe due milioni di profughi siriani in una striscia di terra al confine con la Turchia, fino ad allora abitata storicamente dai Curdi. Due milioni di profughi costretti a tornare nella terra da cui sono fuggiti perché perseguitati dal feroce regime di Assad, e centinaia di migliaia di curdi sparsi non si sa dove e perseguitati ancora una volta per la propria ambizione alla libertà, all’essere un popolo. Quella che si sta per avviare è una enorme operazione forzata di “sostituzione etnica”.

E’ l’arabizzazione del Rojava. E’ la disintegrazione di un modello, oltre che di un territorio, Le conseguenze dell’accordo si sono già viste a Ginevra: un uomo di etnia curda si è dato fuoco di fronte alla sede dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati(Unhcr). Il manifestante, un 30enne che vive in Germania, si è cosparso di benzina nel cortile dell’Unhcr, tra Rue de Montbrillant e Avenue de France. I soccorsi lo hanno trasferito in elicottero al Chuv di Losanna, un ospedale specializzato nel trattamento dei grandi ustionati. Nel frattempo, sempre l’infaticabile portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha affermato che gli Stati Uniti hanno “abbandonato” i loro alleati curdi in Siria lasciandoli affrontare da soli l’offensiva turca. “Gli Stati Uniti sono stati gli alleati più stretti dei curdi. Eppure li hanno abbandonati, essenzialmente li hanno traditi e ora preferiscono mantenere i curdi al confine. In pratica, li costringono a combattere i turchi”, sentenzia il portavoce, citato dall’agenzia di stampa Sputnik. Secondo Peskov, è “ovvio” che, se i curdi non si ritireranno dalla cosiddetta zona sicura al confine, le guardie di frontiera siriane e la polizia militare russa dovrebbero lasciare l’area. In questo caso, i restanti gruppi curdi, ha affermato, verrebbero “annientati” dall’esercito turco. “I due più grandi Paesi al mondo”, Usa e Russia, hanno riconosciuto la “legittimità” dell’operazione Fonte di Pace lanciata dalla Turchia nel nord-est della Siria e gli accordi raggiunti da Ankara con le due potenze sono “successi politici”. A rivendicarli è il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, in un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa Anadolu. In merito all’accordo raggiunto ieri a Sochi, il capo della diplomazia di Ankara ha sottolineato che se le forze turche individueranno “elementi terroristici nell’area dell’operazione Fonte di Pace, li neutralizzeranno”. Secondo Cavusoglu, l’azione della Turchia ha impedito la nascita di uno “Stato terrorista” nel nord della Siria. Il ministro ha quindi definito l’operazione una “svolta” per il futuro del Paese arabo.

La striscia di occupazione turca
Una forzatura trionfalistica? Niente affatto. Perché ad esultare per la realizzazione della “safe zone” è lo stesso inquilino della Casa Bianca. Trump ha definito un “grande successo” la creazione di una zona di sicurezza in Siria”. “Grande successo al confine tra Turchia e Siria, creato zona di sicurezza!”, ha twittato il presidente Usa, secondo cui” Il cessate il fuoco ha retto e le missioni di combattimento sono finite”, ha scritto su Twitter il presidente degli Stati Uniti. Inoltre, “i curdi sono al sicuro e hanno lavorato molto bene con noi”. E “al sicuro” sono stati definiti anche i prigionieri dell’Isis catturati. Ed è solo l’antipasto. The Donald dà appuntamento ai giornalista sul prato della Casa Bianca per provare a trasformare un tradimento in una vittoria: “Il cessate il fuoco tiene, credo che la tregua sarà permanente”, per questo le sanzioni alla Turchia “saranno revocate, annuncia Trump, rivendicando come ”questo risultato sia stato creato da noi, non da altre nazioni″. “Ho chiesto al segretario del Tesoro – dichiara il tycoon - di revocare tutte le sanzioni imposte il 14 ottobre in risposta all’offensiva della Turchia”. “Questa mattina - ha reso noto il presidente - il governo turco ha informato la mia amministrazione che fermerà i combattimenti e l’offensiva in Siria e renderà il cessate il fuoco permanente. E credo lo sarà”. Così, ha continuato nella sua dichiarazione dalla Diplomatic Reception Room, “le sanzioni saranno revocate a meno che non succeda qualcosa della quale non siamo felici”. “Ci aspettiamo che la Turchia rispetti i suoi impegni riguardo all’Isis”, aggiunge, rivendicando “il grande lavoro fatto, abbiamo risparmiato migliaia di vite”.

Un piccolo numero di soldati Usa resterà in Siria nell’area dove c’è il petrolio e si deciderà in futuro cosa fare col petrolio, ha poi aggiunto. Ma quel “qualcosa” del quale “non essere felici” è già avvenuto. Quanto alle coraggiose combattenti curde che tanto avevano emozionato l’Occidente, come marchio d’infamia per una Europa incapace di andare oltre parole di condanna e uno stop tardivo e parziale alla vendita di armi alla Turchia, valga un video agghiacciante, che circola in rete. “Questa è una delle vostre puttane. Ora è sotto i nostri piedi”. Il video dell’infamia, rilanciato da analisti
internazionali come Mutlu Civirolu, mostra un gruppo di uomini appartenente alle fazioni supportate dalla Turchia, esultare per l’uccisione di una combattente curda tra Kobane e Tal Abyad. Il gruppo, in particolare, è quello di Faylaq Majid, coinvolto nella battaglia nella regione di Idlib contro il regime di Bashar al-Assad e alleato di milizie jihadiste come quella di Tahrir al-Sham e Ahrar al-Sham L’identità della milizia è rivelata, nel filmato dagli stessi aguzzini, e confermata dai ricercatori del Rojava Information Center. Milizie assoldate da Erdogan, con il sostegno di Putin e l’avallo di Trump. La vergogna si è consumata. Il cerchio si è chiuso. La “grande spartizione” può iniziare.

* Fonte: Huffington Post



mercoledì 16 ottobre 2019

LA SIRIA, LA RUSSIA E IL TRAMONTO DELLA NATO di Alberto Negri

I combattenti dell'ESL (Esercito Siriano Libero),
ovvero gli ascari dell'esercito turco nella battaglia
per cacciare i curdi dal Nord della Siria
[ mercoledì 16 ottobre 2019 ]

IN UNA SETTIMANA IL MONDO è CAMBIATO

di Alberto Negri



In una settimana il mondo è cambiato: è arrivato il Capo, quello vero. Questa non è una guerra come le altre: il mondo uscito dal crollo del muro di Berlino nell’89 è cambiato ancora una volta. In pochi giorni sono stati bruciati 30 anni di storia, forse li ha guadagnati Putin diventato il vero co-gestore della politica internazionale.

Mentre gli Usa rinunciavano a proteggere i curdi, la loro «fanteria» contro il Califfato. Le truppe russe ora colmano il vuoto lasciato dagli Stati uniti e fanno interposizione tra i due Raìs, Assad ed Erdogan, e i curdi. Un sincronismo quasi perfetto da apparire concordato.

LA RUSSIA vede davanti a sé un obiettivo: stabilire che niente sarà più fatto contro gli interessi di Mosca. Non ci sarà più un altro Kosovo (’99), non ci dovrà più essere neppure un’altra Libia (2011) e nemmeno rivoluzioni «colorate», Venezuela compreso. Quanto all’allargamento futuro della Nato, l’atlantismo, nemico giurato della Russia, sembra sul viale del tramonto. Il fatto più evidente è che la Turchia ha disgregato un’Alleanza che da 70 anni sembrava la più solida del mondo. Erdogan ha sbeffeggiato gli appelli di Trump, dell’Europa e del segretario Nato Stoltenberg, ormai uno stralunato e imbarazzante commesso viaggiatore. Si tratta di un evento epocale: gli americani che avevano nei curdi i loro maggiori alleati nella lotta all’Isis li hanno abbandonati per non scontrarsi con la Turchia, membro della Nato dal 1953, che ospita 24 basi e i missili puntati contro Mosca e Teheran.

UNA SITUAZIONE assurda. In queste condizioni la Nato non ha più senso, a meno che non venga radicalmente riformata.Cosa non semplice, non si può dare un calcio alla Turchia come con la finale 2020 di Champions a Istanbul, l’unica vera sanzione che forse sarà attuata davvero. La Turchia viene cooptata nel fronte occidentale negli anni Cinquanta per fare da antemurale all’Unione Sovietica, cioè a quel mondo comunista che veniva ritenuto il nemico più micidiale. E ora Erdogan, che usa i jihadisti contro curdi ma anche contro l’Occidente e ricatta l’Europa con i profughi, è diventato l’avversario più pericoloso.

NON SOLO: Putin, che con l’Iran sostiene Assad, è l’unico che può frenare Erdogan o negoziare con lui non da perdente ma da protagonista serio su cose serie come Idlib, il Rojava, il futuro della Siria, il sistema anti-missile S-400, il nucleare, il gas russo di cui Ankara è il maggiore acquirente. Certo, come scriveva lunedì sul manifesto Manlio Dinucci, è dura ammettere che si è rivoltato contro un alleato in cui la Nato ha investito 5 miliardi di dollari e che rappresenta un succulento mercato bellico occidentale.

MA TECNICAMENTE la Nato non ci serve più a niente visto gli Usa hanno rinunciato al loro ruolo di guida dell’Ovest: in poche parole Trump non solo ha abbandonato i curdi ma anche l’Europa e il Medio Oriente in mano alla Russia, l’unico stato che oggi fa vincere le guerre e non abbandona gli alleati. Tanto è vero che Putin è andato in Arabia Saudita a rassicurare Riad di fronte all’Iran, alleato di Mosca in Siria.

L’unica notizia positiva per gli americani, riportata dal Wall Street Journal, è che stanno vendendo ai sauditi delle centrali nucleari.

L’importante per Trump, in fondo, è fatturare. Per gli Usa Europa e Medio Oriente non sono più strategici: sono mercati dove vendere armi e infrastrutture militari, mercenari compresi che presto useremo anche noi al posto dei soldatini di cioccolata.

I PIÙ STUPIDI sono i sauditi del principe assassino Mohammed bin Salman cui Trump ha venduto armi per 100 miliardi di dollari e sono stati colpiti in casa da un attacco che ha ridotto di metà la produzione petrolifera. Ma queste armi non servono a nulla perché gli imbelli sauditi stanno perdendo in Yemen contro gli sciiti Houthi appoggiati da Teheran. E quindi abbracciano anche Putin.

MA AVEVATE creduto veramente che gli Stati Uniti fossero ancora disposti a morire per i curdi, gli arabi o gli europei? Dopo i fallimenti dell’Afghanistan e dell’Iraq, a Washington nessuno vuole morire per la nostra sicurezza. Non la pensa così solo Trump. Anche Obama nel 2011 si era ritirato dall’Iraq lasciando il Paese nel caos e poi in mano al Califfato. La guerra all’Isis agli americani non è costata neppure un morto Usa: sono stati uccisi invece 11mila curdi.

Se Erdogan ci ricatta, Trump ci prende in giro sanguinosamente. I jihadisti europei scappano dalla carceri curde? Se li volete andate a prenderveli, dice Trump. Più chiaro di così.

Ma i sepolcri imbiancati che governano l’Europa dicono una stupidaggine dietro l’altra. Per esempio decretano l’embargo di armi contro la Turchia. Peccato che siamo proprio noi con Leonardo-Finmeccanica a costruire le armi in Turchia: per esempio i magnifici elicotteri Mangusta dell’Agusta-Westland.

EPPURE eravamo così felici quando incassavamo dai turchi: commesse e posti di lavoro, che cosa vuoi di più? Alcuni vorrebbero mettere sanzioni ad Ankara. Ebbene il 70% dei prestiti delle aziende turche sono con banche europee e sono centinaia se non migliaia le società delocalizzate in Turchia: volete boicottare la pasta Barilla o Benetton adesso?

* Fonte: il manifesto del 16 ottobre 2019

Agli europei il Nuovo Mondo, senza una Nato vera, senza legge e senza mediazioni, ma pieno di contraddizioni e con Putin al comando, è piombato addosso come un treno in corsa. E ora il tempo è scaduto.

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