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lunedì 13 febbraio 2017

DIREZIONE PD: VINCE RENZI, SI VOTA A GIUGNO di Piemme

[ 14 febbraio ]

Come tutti i giornalisti che si occupano della cronachetta politica italiana, in particolare dello psicodramma ai piani alti del Partito democratico, ho seguito con attenzione la riunione della direzione del Pd. Noto tuttavia che i commentatori si soffermano sui dettagli, ma non vanno al cuore, alla sostanza. Ci provo.

Un'opinione sul dibattito politico? Lì c'è poca roba. Certo, han capito tutti, anche Renzi, che la batosta del 4 dicembre è stata una vera e propria Caporetto; certo, nessuno di loro ha dubbi sull'avvenuto divorzio tra essi e la stragrande maggioranza degli italiani. Proposte serie? Zero carbonella. Un progetto nuovo per far pace col popolo? Niente di niente. La solita brodaglia riscaldata. La globalizzazione va difesa, l'Unione europea va difesa, l'euro va difeso. Bastano alcune "manutenzioni" —parole di Bersani.

Tenetevi sulla seggiola: il solo che è andato al punto, che ha dimostrato di avere il polso della situazione, che ha lanciato un autentico grido d'allarme per il rischio di una rivolta sociale imminente è stato il chiacchierato, ma arguto e ficcante quanti altri mai, Vincenzo De Luca.

Le differenze sulle terapie sono sulle virgole. Quindi, con Renzi o senza, non è azzardato affermare che notabili e dignitari piddini vanno dritti verso il suicidio.

Ma su cosa si stanno allora accapigliando, fino a paventare la scissione, renziani e minoranze di "sinistra" (si fa per dire). Sulla gestione del partito, attraverso il quale si controlla la stanza dei bottoni, si sta al potere e si distribuiscono poltrone prebende e strapuntini.
Per questo la ciccia, alle spalle dei discorsi e dei paroloni, stava solo su un punto: passa o no l'idea di Renzi di votare prima possibile, cioè a giugno?

Ebbene, la direzione approvando a larga maggioranza la mozione renziana (107 voti), contro quella della minoranza (12 voti), ha praticamente deciso che si dovrà andare a votare a giugno.

Attenti! Non troverete una sola parola nella mozione approvata che parli di elezioni. I renziani hanno la lingua biforcuta. La mozione dice solo che si va a passo di corsa verso il congresso del partito. Questa decisione sarà vidimata dall'Assemblea nazionale, dove Renzi ha una maggioranza non meno schiacciante, che si svolgerà la settimana prossima. Quando questo congresso? probabilmente entro la fine di aprile. Ergo: c'è tutto il tempo per andare a votare a giugno.

Si dirà: ma non è mica sicuro che Renzi abbia i numeri in Parlamento per sfiduciare il governo Gentiloni! Vero. Ostacolo tuttavia facilmente aggirabile. Come? con le dimissioni, sua sponte, di Gentiloni medesimo, che non a caso è stato messo lì da Renzi.

Poi, scusate, che forse il Parlamento dei peones è il luogo dove si decidono le cose serie? Ovvio che no, più ancora che durante la prima repubblica infatti, e in barba alle battute di Renzi, decidono i "caminetti", ovvero logge e consorterie partitiche, quindi quella che ha il pallino in mano, la piddina.

Mi chiederete: ma come, Renzi è così scemo da non capire che alle elezioni prenderà un'altra batosta? Non penso sia così scemo, penso che non abbia altra scelta. Anzitutto perché se si votasse l'anno prossimo lui ci arriverebbe bollito. Penso anche un'altra cosa, penso che la sua posizione offensiva e spavalda abbia nel Paese più consensi che quella nebulosa e sconnessa della minoranza —anche perché essa appare ed è, contrariamente a quanto alcuni sinistrati vogliono pensare, molto più conforme ai desiderata delle élite oligarchiche.

Poi è chiaro che c'è della astuzia nella accelerazione di Renzi: lui uno straccio di apparato nazionale pronto alla sfida elettorale ce l'ha. Ed ha una maggioranza tale nel Pd che potrà comporre le liste elettorali per offrire ai suoi nemici interni solo qualche strapuntino. Ove essi rifiutassero non resta loro che la scissione e metter su una casa in quattro e quattr'otto. Uno svantaggio non da poco, anzi da molto.














lunedì 21 settembre 2015

GRECIA: LA VERA SFIDA PER UNITÀ POPOLARE di Controcorrente*

[22 settembre ]

«Il risultato delle elezioni di domenica non rappresenta una sorpresa. 
Esplode l’astensione in un popolo che aveva creduto alle promesse di Tsipras e si è ritrovato di fronte alla sottoscrizione di un memorandum peggiore di quelli avallati dai governi precedenti. 
Ma Syriza e ANEL, pur perdendo voti, mantengono percentuali analoghe a quelle di gennaio e si preparano a formare un nuovo governo. 

La scelta di andare al voto prima che gli effetti delle misure del terzo memorandum si manifestino in tutta la loro durezza e che i consensi del governo crollino, ha pagato. 

D’altra parte Nèa Demokratìa, l’unico avversario insidioso per Tsipras non è riuscita ad approfittare dei suoi passi falsi, travolta anche sul piano dell’immagine dagli scandali finanziari emersi proprio pochi giorni dopo lo scioglimento del Governo. 
Sul fronte dell’opposizione i comunisti mantengono il 5,5%; avanza, ma non esplode (come loro stessi avevano previsto) Alba Dorata e manca di poco il quorum del 3% Unità Popolare, la scissione di sinistra di Syriza, che paga il fatto di essere una forza appena costituitasi, ma anche che l’elettorato più a sinistra è verosimilmente quello più deluso e che ha più ingrossato le file dell’astensionismo.

Ancora una volta viene confermato che le elezioni, più che un mezzo per cambiare le cose sono uno strumento che fotografa la situazione oggettiva, gli stati d’animo e i rapporti di forza. Così come era illusorio pensare che la vittoria elettorale di Tsipras, senza un movimento di lotta alle spalle, potesse castigare l’Europa, allo stesso modo era improbabile che le elezioni di domenica potessero castigare Tsipras in assenza di una mobilitazione significativa contro le sue politiche. 

Unità Popolare oggi si trova di fronte a un bivio. 
Essere rimasta fuori dal Parlamento le impone di scegliere tra provare a diventare l’anima della lotta contro i tagli e le privatizzazioni (e un’alternativa all’estrema destra) oppure condannarsi all’inutilità sociale. Per certi versi la sconfitta elettorale ha il pregio di impedirle di aggirare il problema. E’ lo stesso nodo che dovranno sciogliere Podemos in Spagna e i seguaci di Corbyn in Gran Bretagna e che la sinistra italiana, impantanata nella palude del cretinismo parlamentare e nella rincorsa a questo o quel modello importato dall’estero, sembra totalmente incapace di affrontare. Vendola ha dichiarato che la vittoria di Tsipras è ‘una scossa per l’Europa’, ma sta di fatto che stavolta dall’Italia non è partita nessuna Brigata Kalimera.

ELEZIONI IN GRECIA: T.I.N.A. HA VINTO UN'ALTRA VOLTA

[ 21 settembre ]

[ Nella foto: Tsipras e Kammenos festeggiano, per il rotto della cuffia la loro coalizione ce l'ha fatta]

Più sotto la tagliente dichiarazione di Varoufakis all'uscita dal seggio.

La vera vincitrice, in Grecia, è stata la rassegnazione. E la rassegnazione, di norma, premia  l'astensione ed il "male minore". Tsipras ha ottenuto il  35% dei voti, ma con una percentuale dei votanti scesa dal 64% di gennaio al 51 di oggi. Tsipras festeggia ma la fiducia di cui gode ancora (e siamo sicuri per poco, poiché ora dovrà tenere fede ai patti siglati con la troika) è quella di una minoranza ben più esigua
essendo, il 35% del 51, meno del 20% dell'intero corpo elettorale.
E siccome rassegnazione e astensione si sono rivelati i tratti salienti di questa tornata elettorale, di converso, sono restate al palo le forze che hanno condannato come una "capitolazione umiliante" la firma del "terzo memorandum", chiamando dunque a punire le forze che lo hanno sottoscritto, SYRIZA in testa.

Unità Popolare (siamo, mentre scriviamo, ore 00:30 del 21 settembre, all'86% delle schede scrutinate) sembra, seppure per un soffio, non riuscire nemmeno a superare lo sbarramento del 3%. Una sconfitta, se si considera che la speranza dei compagni era quella di oltrepassare di slancio questa soglia.

Ci sarà tempo per analisi più approfondite, per seguire cosa per vedere come questa sconfitta (salvo sorprese che vengano dai seggi ancora non scrutinati) si riverbererà in Unità Popolare, per capire quali siano le ragioni, anche soggettive, della batosta. Stupisce, al netto della crescita dell'astensione (+12%), che i risultati siano una fotocopia di quelle di gennaio, malgrado tutto il trambusto dei mesi scorsi.

I beccamorti ora esulteranno. Con Tsipras tirano un bel sospiro di sollievo l'eurocrazia e gli euristi di varia razza: "Tutto va bene Madama la marchesa, gli anti-euro hanno fatto fiasco". T.I.N.A. (there is not alternative) vince un'altra volta.

Tuttavia, e non sembri consolatorio, ride bene chi ride ultimo. Nessuno desidererebbe stare nei panni di Tsipras, nelle condizioni di un governatore dalle mani legate di un paese sotto libertà vigilata, dovendo applicare politiche non solo antipopolari ma destinate, come lucidamente sostiene Varoufakis, al totale fallimento.

Un fatto è certo, il popolo greco, che con il suo referendum si era posto al centro dell'attenzione generale e che con la vittoria del "NO" aveva suscitato tante speranze, scomparirà per un po' di tempo dal centro della scena. Centro che ora si sposta necessariamente più ad Occidente.
Dalle nostre parti.


sabato 19 settembre 2015

VAROUFAKIS: "VOTERÒ PER UNITÀ POPOLARE" (Fassina no)

[ 19 settembre ]

In un breve comunicato stampa Yanis Varoufakis ha detto che le elezioni che si svolgeranno domani in Grecia servono a due cose principalmente: "ad annullare gli effetti del NO al referendum del 5 luglio, e quindi a legittimare la capitolazione compiuta dal govenro Tsipras".

Ha quindi annunciato che ai greci che hanno votato NO e che non accettano la resa ignomignosa compiuta dal governo di SYRIZA non restano, giustamente, che due opzioni: votare per Unità Popolare (LAE, Laikí Enótita, il movimento nato dalla scissione di SYRIZA) oppure per il Partito comunista (Kke).
Poi precisa che egli voterà per Unità Popolare, ed in particolare,  dato che è candidata nel suo collegio, per la compagna Nadia Valavani.
Una presa di posizione coraggiosa, coerente, che ci auguriamo aiuterà Unità Popolare a superare lo sbarramento elettorale ed anzi ad ottenere un significativo successo.

Non altrettanto possiamo purtroppo dire di Stefano Fassina il quale, con un doppio salto mortale, logico prima ancora che politico, invita a votare per SYRIZA.
Sul sito di Fassina possiamo infatti leggere:
«Nonostante le prospettive economiche e politiche della Grecia siano state segnate nella drammatica notte dell’Eurogruppo del 12-13 luglio scorso e poi tradotte in un insostenibile Memorandum, il risultato delle elezioni di domenica prossima non è irrilevante.
La vittoria di Nuova Democrazia comprometterebbe anche l’offensiva anti-corruzione e anti-evasione avviata dal Governo Tsipras e metterebbe a rischio gli interventi umanitari introdotti. Il popolo greco con il voto può evitare la restaurazione».
Che dire? Cascano le braccia ... 

"Offensiva anti-corruzione e anti-evasione avviata dal Governo Tsipras"... ma di che diavolo si sta parlando?
Lotta all'evasione e alla corruzione sono proprio le due foglie di fico ideologiche con cui la troika tenta di giustificare la macelleria sociale implicita nel "terzo memorandum", e dietro la quale spera di nascondersi il capitolardo Tsipras.

Fassina paga evidentemente pegno per restare a bordo del TITANIC arcobalenico con Sel e Prc, che erano ieri ad Atene nella Brigata kalimera per spalleggiare Tsipras —il quale si è guardato bene da invitare i suoi rappresentanti sul palco nel comizio finale di ieri sera, ha preferito loro, ancora una volta, Pablo Iglesias

Fassina dovrà decidersi: se sale a bordo del TITANIC eurista con Sel e Prc, come può nello stesso tempo andare a braccetto con Varoufakis, Lafontaine e Melanchon che, pur con tutti i limiti del caso, puntano ad un "piano B" di uscita dall'euro?

martedì 5 maggio 2015

L'UOMO SÒLA AL COMANDO di Renato Brunetta

[ 5 maggio ]

Ieri, prevedendo la vittoria di Renzi, Piemme scriveva: «Dentro la crisi sistemica un ciclo politico e istituzionale si chiude, un altro si apre. Il panorama politico subirà grandi mutamenti, un "fronte del rifiuto", un'ampio e trasversale schieramento d'opposizione sorgerà». [Il fronte del rifiuto]. Sentite cosa scrive il berlusconide Brunetta.


«Vi spiego perché l'approvazione dell'Italicum segna la fine del Pd e la fine della legislatura

Le cronache di questi tristi giorni parlamentari ci hanno raccontato una realtà che solo parzialmente è emersa sui giornali e sui media: Matteo Renzi è solo. Come non lo era mai stato sin d’ora. Il presidente del Consiglio ha scelto la strada dello scontro frontale contro l’opposizione, seppur responsabile come Forza Italia, e contro la sua minoranza interna.

Renzi, pur di rottamare i capi storici del Pd, ha deciso di far fuori il Partito democratico stesso, e con il medesimo disegno egemonico sta ammazzando il Parlamento, la legislatura, la buona fede degli italiani. Sta ammazzando persino la funzione super partes della presidenza della Repubblica, che appare piegata, spiace davvero dirlo, alle esigenze di Palazzo Chigi più che a quelle del Paese.

Al Quirinale c’è decisamente un inquilino più che un padrone di casa. Il padrone è visibilmente chi l’ha scelto in solitudine. Ora si capisce perché era così decisiva la scelta condivisa del Capo dello Stato? E non c’è affatto contraddizione tra l’originaria adesione di Forza Italia persino a questo orrendo Italicum avendo per garanzia un arbitro scelto insieme? Altro che patto indicibile, come ha sbadatamente detto qualcuno.

Il problema è che quanto Renzi ha messo in atto in questa assurda settimana somiglia terribilmente al fascismo. Non è per forza un insulto. E’ una costatazione storica. La legge Acerbo fu votata con il medesimo clima. Anche allora fu appoggiata da una parte dei centristi. Persino a quel tempo figure nobili come Benedetto Croce ritennero benvenuta una ventata di decisionismo, confidando fosse qualcosa di transitorio. Transitorio è stato il ventennio, in fin dei conti. Ma vorremmo francamente evitarlo.

Per fortuna, ora in molti, per un soprassalto di coscienza, concordano sul nostro giudizio di pericolo altissimo, di un punto di non ritorno. E un moto di sana ribellione attraversa oggi, sembra, l’opinione pubblica. Anche chi aveva assecondato gli atteggiamenti peronistici di Renzi, considerandoli dati caratteriali minori, ora si accorge che quest’“uomo solo al comando” lo è al costo inaccettabile di demolire la democrazia parlamentare, intesa da lui come una seccaggine che rallenta i suoi disegni di modernizzatore.

Modernizzazione per altro rimasta a slogan, l’unica sua attività, per passare a una fase pre-moderna, quella dell’assolutismo da Duca Valentino. Ricordiamo a Renzi che però, abilissimo nel conquistare l’Italia applicando l’unica morale del proprio dominio, finì sconfitto, per ragioni impensabili: un problema gastrointestinale, quella che Machiavelli chiamava “fortuna”.

Ora ce l’ha. Ma è una fortuna pallida. Il vento gira. Soprattutto i popoli si ribellano. Non a caso anche i sondaggi registrano un suo calo di popolarità. Il problema è che – siccome il rignanese non è certo sciocco – lo capisce anche lui. E tutto fa credere che con un colpo di decreto annullerà la clausola che sposta l’applicazione della nuova legge elettorale al 2016 per andare subito al voto con l’Italicum/Dittatorellum.

Sarà forse per questo che la solitudine del segretario del Pd e presidente del Consiglio è percepita da chiunque abbia un minimo di vivacità che lo distingua dal conformismo medio. Con Renzi stanno i numeri, ma sono numeri amorfi, numeri esito di una resa, di una rinuncia alle proprie ragioni. La solitudine del capo di una massa innaturale, rallegrata dall’illusione di un successo duraturo.

Se a qualcuno non piace il paragone con il fascismo, a causa dell’indubbia superiorità intellettuale del romagnolo Mussolini sul fiorentino Renzi, possiamo spostarci anche in Asia. La decimazione voluta con tutte le forze dal segretario del Pd, che ha costretto a un atto di dignità i fondatori della Ditta imponendo una fiducia che aveva il sapore della sfiducia verso di loro. Renzi sapeva che aveva la forza del ricatto del voto, e tutti tengono famiglia.

C’è qualcosa da trattamento cinese contro la Banda dei Quattro. Al posto di Jiang Qing, vedova di Mao, Zhang Chunqiao, Yao Wenyuan e Wang Hongwen, ecco Bersani, Letta, Epifani e Speranza. Chi pensa diverso è umiliato persino da battute infami. Così va il mondo. E rendiamo onore ai coraggiosi dinosauri e ai giovani cuccioli, abbandonati dai loro stessi compagni di minoranza.

Nello stesso tempo riteniamo che quella di Renzi sia una non vittoria, una vittoria di Pirro. La violenza imposta al Parlamento impedisce con ogni evidenza che si possa tornare a una normale dialettica. Non esiste dialogo possibile tra il violentatore recidivo niente affatto pentito, anzi sempre più tracotante, e la Camera stuprata. Non c’è margine di recupero.

Renzi ha deciso in un sol colpo di far fuori i suoi vecchi amici, di uccidere il Partito democratico, di porre fine alla legislatura. Nulla sarà più come prima. Il premier ha scelto di dar sfogo alla sua insaziabile bulimia di potere andando contro l’Italia e contro i cittadini. Siamo certi, lo speriamo vivamente, che il conto non tarderà a farsi attendere. Ne va della democrazia nel nostro Paese, ne va della libertà, ne va della vita delle nostre istituzioni.

Forza Italia è pronta a guidare un referendum abrogativo per cancellare l’avventura di Renzi con il suo abominio di legge elettorale: la lotta continua!»

* Fonte:  IL FOGLIO, 3 maggio 2015

giovedì 16 aprile 2015

PARTITO DEMOCRATICO: #LA VOLTABUONA? di Piemme

[ 16 aprile ]

Dopo essere stata artefice di ogni sorta di malefatte —l'elenco sarebbe sterminato: ricordiamo, dopo i governi Monti e Letta, sole le ultime due: l'avallo dei mesi scorsi al Jobs Act e quello alla "riforma costituzionale" in senso presidezialistico— una spompata e divisa sinistra piddina dichiara che i tempi "delle ritirate sono finite, che è l'ora del combattimento". 

Siccome a pronunciare queste parole è Bersani, i più, con Crozza, ritengono che l'ennesima capitolazione è scontata.
Noi non ne saremmo così sicuri.

Il 1 ottobre scorso Leonardo Mazzei, alle porte dei decisivi passaggi sul Jobs Act e della riforma della Costituzione, scriveva:
«E' ben difficile che una scissione possa essere evitata. Questa non è certa, né possiamo conoscerne i tempi. E tuttavia è probabile, dato che Renzi la vuole, spingendo la cosiddetta «vecchia guardia», rappresentata dal duo D'Alema-Bersani, ad un aut-aut che suona sostanzialmente così: o vi arrendete o ve ne andate. Difficile che scelgano la resa, anche se la scelta finale dipenderà da tanti fattori.
Il prossimo passaggio, assai più delicato della scontata direzione di ieri, avverrà al Senato, dove la maggioranza governativa ha numeri abbastanza stretti. Quanti senatori della minoranza Pd opteranno alla fine per il no? Al momento nessuno lo sa. 
In teoria ci sono tre possibilità: 1) la maggioranza tiene magari con qualche modesta defezione, 2) il governo va sotto, 3) la delega passa ma con i voti determinanti della destra.
Nel secondo e nel terzo caso avremmo la crisi di governo, che porterebbe abbastanza rapidamente alle elezioni. Già, ma con quale legge? Ecco che ben si capisce la fretta dei renziani ad accelerare i tempi dell'approvazione della super-truffa denominata «Italicum». Per loro l'ideale sarebbe andare alle elezioni nella prossima primavera con la nuova legge iper-maggioritaria. Ma gli altri glielo consentiranno?» [IL PD VERSO LA SCISSIONE?]
Il redde rationem sembra essere l'Italicum, la legge elettorale truffa targata Renzi-Berlusconi. Fassina afferma che questa è la goccia che fa traboccare il vaso, che con l'Italicum [QUI una nostra scheda su questo mostro di legge elettorale] si seppellisce l'ordinamento costituzionale e si va dritti nel presidenzialismo. Vero. Ma se il vaso è già pieno, tutti voi, dirigenti e deputati del Pd, ne portate la responsabilità. Lo sventramento della Costituzione viene da lontano, sin dall'abolizione del sistema proporzionale (Referendum Segni del 1991) seguito dai referendum anti-proporzionali dei radicali del 1993, la Bicamerale D'Alema del 1997...

Se il Pd è stato l'architrave di tutti o quasi questi passaggi truffaldini è perché gli veniva chiesto dai suoi padroni, dalle classi dominanti neoliberiste ed euriste, che da molto tempo lavoravano dietro le quinte per smantellare il sistema democratico (seppur borghese) per sostituirlo con la cosiddetta "governance", ovvero il predominio politico assoluto delle conventicole da loro sponsorizzate. Se il potere sta a Bruxelles e Francoforte, il governo deve fungere da esecutore ed il parlamento nazionale un organismo svuotato di ogni prerogativa che deve solo ratificare decisioni prese ben più in alto.

Se ora una scissione è davvero possibile è perché Renzi non accetta nessun compromesso, perché in vista delle elezioni avrà l'ultima parola sulla composizione delle liste e vorrà fare un repulisti di tutti i disobbedienti.

Cuperlo invoca un compromesso e chiede: "ma se le elezioni sono nel 2018 perché tanta fretta di chiudere la vicenda"?

Domanda da un milione di dollari. Non sarà che la fretta di Renzi, anche a patto di spaccare il Pd, nasconde la recondita volontà (la crisi continua a mordere ed il suo consenso è in discesa) di portare gli italiani alle urne molto presto?
Scrivevo il 12 marzo scorso:
«Anche questo golpe [la "riforma" costituzionale] è passato col voto favorevole della cosiddetta "sinistra" del Pd la quale annuncia che sarà l'ultima volta, che se non cambia la legge elettorale "Italicum" uscirà dalla maggioranza e forse dal partito stesso. Che pena! Questi cannibali, dopo aver partecipato a sbranare la Costituzione, ora bisticciano su come vanno ripartiti i brandelli. 
Renzi ha lasciato intendere anche questa volta, visto che tutti i sondaggi lo confortano, che in caso di imboscate e brutti scherzi, di ingovernabilità del parlamento, porterà tutti quanti i "nominati" alle elezioni anticipate». [IL "PARTITO DELLA NAZIONE"]







martedì 21 ottobre 2014

RENZI, LE ELEZIONI ANTICIPATE, I SOVRANISTI di Moreno Pasquinelli

21 ottobre. 

«C'è bisogno di darsi una mossa, qui e ora. Di riunirsi attorno ad un tavolo, di raggiungere un accordo, e quindi lanciare la proposta di una lista elettorale unitaria e programmaticamente forte. Una proposta che guardi a quanto sta accadendo non solo a sinistra, ma pure nel Movimento Cinque Stelle nel Partito democratico, ed anche in altri settori politici antiliberisti che han compreso che non basta fare opposizione al renzismo, che qui o l'Italia riconquista la sovranità o muore».

Chiediamoci: quale sarà il quadro politico nei prossimi mesi? Avremo stabilità o instabilità? Le tensioni in seno all'Unione europea si affievoliranno o si accentueranno? La "Finanziaria" passerà il vaglio della Commissione europea? E i sindacati si metteranno di traverso al governo? Questo avrà vita facile in Parlamento? Avremo pace o conflitto sociale? Il Partito democratico resterà unito o si spaccherà? E cosa accadrà a Forza Italia e ala Ncd?

Risposta: ritengo che l'instabilità, in seno all'Unione europea, in seno ai palazzi italiani e nel Paese, si accrescerà; che la pasticciata ma liberista Legge di stabilità dovrà superare un percorso ad ostacoli plurimi; che i sindacati saranno costretti a mobilitare la loro base sociale; che difficilmente, contrariamente a quanto Renzi afferma, la nuova legge elettorale in stile fascista Italicum sarà approvata dalle camere entro dicembre. Ritengo infine molto probabile la scissione del Partito democratico.

Renzi aveva detto che non aspirava a fare il segretario del Pd. Ha mentito. Che non avrebbe defenestrato Letta. Ha mentito. Che mai avrebbe fatto il Presidente del consiglio senza passare dalle elezioni. Ha mentito. Tre indizi fanno una prova: Matteo Renzi è un politico bugiardo e infido. Se assicura che vuole portare a termine la Legislatura è molto probabile che si stia preparando alla sfida elettorale anticipata.

Scrive questa mattina su Repubblica Goffredo De Marchis
«Puntare al 51 per cento. O avvicinarsi molto, che avrebbe lo stesso effetto. Uno studio che gira tra i corridoi del Senato ha testato le proiezioni di un voto con la legge elettorale attualmente in vigore, ovvero il Consultellum: proporzionale puro con le preferenze e sbarramenti piuttosto alti. I risultati sono sorprendenti. Basterebbe ottenere un risultato intorno al 44-45 per cento (che gli sbarramenti favorirebbero) per avere la maggioranza sia a Montecitorio sia a Palazzo Madama. Il Pd, grazie al 40,8 delle Europee, è già abbastanza vicino. Un allargamento ai pezzi della sinistra di Sel e ai centristi di Scelta civica lo lancerebbe verso il traguardo. "Quei numeri sono alla nostra portata", ripete Renzi ai fedelissimi.
Da questo punto di vista e ascoltate le parole del premier-segretario, molti degli esponenti della direzione Pd si sono convinti che tutto sembra muoversi verso le elezioni anticipate la prossima primavera. Su questo il premier avrebbe sondato il terreno presso Forza Italia».
Sono credibili questa indiscrezioni giornalistiche? Penso di sì. 

Nel conto vanno tenuti diversi elementi. Partiamo da quello psicologico. Renzi non è solo un bugiardo patentato, ha la sfrontatezza di uno scaltro giocatore d'azzardo. Non gli basta essere Re del Pd, né essere "Primo ministro". Egli vuole di più, è un megalomane che vuole passare alla storia. Vive un momento magico, sa che esso non potrà durare a lungo.

E qui veniamo al secondo decisivo elemento: la situazione economica del paese.
Come ha ben spiegato Mazzei la Finanziaria renzo-padoana non riuscirà a immettere un segno più davanti al Pil. La situazione economica globale, europea in primis, congiura verso una nuova stretta recessiva. 
Che fine farebbe il consenso "stellare" di cui Renzi gode oggi se a metà del 2015 l'Italia sarà ancora in recessione? Se i capitalisti tratterranno i quatttrini loro devoluti con l'abbattimento dell'Irap? Se le assunzioni in massa non ci saranno malgrado il taglio per tre anni dei contributi per chi assume a "tempo indeterminato"? Se i consumi non ripartiranno malgrado gli 80 euro e la possibilità di mettere il Tfr in busta paga?
Per adesioni: info@sinistracontroeuro.it

Renzi sa bene che questo consenso verrà polverizzato, che dalle stelle precipiterà nelle stalle. Ed ecco che nella sua testa si fa strada l'idea di andare alle elezioni anticipate per capitalizzare in tempo utile il vantaggio di cui ancora gode.

In questo senso l'eventuale guerriglia parlamentare, le resistenze corporative alle sue "riforme", l'ostilità sindacale e fin'anche  il "casino sociale", potrebbero fargli gioco.

Possiamo immaginare quale sarà la musica che suonerà, il refrain, l'appello che farà agli elettori: "Ce l'ho messa tutta, ma non mi hanno lasciato cambiare l'Italia. Aiutatemi a rottamare una volta per tutte i conservatori e ripulire un Parlamento che rende il paese ingovernabile".
E' nelle corde del personaggio andare verso il redde rationem, che userà tra l'altro per seppellire definitivamente il Pd, dando i natali al cosiddetto mostro o "Partito unico o della nazione".

Depone a favore della scelta di accelerare i tempi lo stesso quadro politico: Forza italia è allo sbando, l'Ncd messo ancora peggio, gli avversari interni del Partito democratico, divisi e incerti. Perché dare ai suoi avversari nonché ai suoi incerti alleati il tempo di organizzarsi per fargli la pelle?

Guardiamo ora il campo delle opposizioni ufficiali. Solo la Lega nord di Salvini ha il vento in poppa. Il Movimento Cinque Stelle è invece in gravi ambasce. Della lista Tsipras, come avevamo previsto, non resta che l'ombra. Sel e Rifondazione agonizzano, divise tra chi vuole buttarsi con il Pd renziano e chi aspetta Godot-Landini, tra filo-unionisti e euro-scettici.

E qui veniamo alla nota dolente del variegato microcosmo dei cosiddetti movimenti "sovranisti". In barba ai discorsi sulla "scomparsa della dicotomia tra destra e sinistra", esso è invece diviso al suo interno proprio tra una destra e una sinistra. Sperare di unire queste "anime" in un unitario soggetto politico, come più volte abbiamo spiegato, è una pia illusione. Che un domani sia necessario formare una vasta alleanza sovranista anti-euro, un Comitato di liberazione nazionale, non è solo una speranza, diverrà una necessità. Ma questo riguarda il domani, non l'oggi.

E l'oggi pone ai "sovranisti" la domanda se essi saranno in grado di giocare la partita che Renzi molto probabilmente vorrà far giocare al Paese, quella dell'accelerazione verso elezioni anticipate. 

A destra il campo no-euro è già presidiato: la Lega nord, Fratelli d'Italia (con le sua appendici della Destra sociale di Storace, Forza nuova e Casa Pound). I gruppetti di destra che si agitano nel campo sovranista e anti-euro, nel caso che Renzi ci porti alle urne presto, come han fatto alle europee, ubbidiranno al loro impulso reazionario primordiale e si arruoleranno in servizio permanente effettivo con la Lega o i post-fascisti.

La domanda  di cui sopra è quindi posta ai "sovranisti di sinistra", intendendo tutte le correnti e le associazioni fedeli alla Costituzione ed ai principi democratici, che difendono gli interessi del popolo lavoratore e che non sosterranno mai una qualsiasi "uscita dall'euro", né liberista né lepenista.

Io ritengo che essi potrebbero giocare, in vista delle eventuali elezioni anticipate un ruolo, addirittura importante. Possono essere il lievito per comporre una coalizione (si badi, non un partito, ma una coalizione nella forma di lista elettorale) che potrebbe ottenere un consenso significativo. Essi possono e debbono dar vita presto ad un polo, un polo politico e programmatico, che getti nell'arena politica la proposta politica di cui essi soltanto possono farsi portatori.

C'è bisogno di darsi una mossa, qui e ora. Di riunirsi attorno ad un tavolo, di raggiungere un accordo, e quindi lanciare la proposta di una lista elettorale unitaria e programmaticamente forte. Una proposta che guardi a quanto sta accadendo non solo a sinistra, ma pure nel Movimento Cinque Stelle nel Partito democratico, ed anche in altri settori politici antiliberisti che han compreso che non basta fare opposizione al renzismo, che qui o l'Italia riconquista la sovranità o muore.


mercoledì 23 luglio 2014

E SE RENZI ANDASSE A SBATTERE? di Piemme

23 luglio. Renzi si sta forse impiccando con la sua stessa corda. Questa corda è simboleggiata dalla fretta con cui vuole scassare la Costituzione eliminando il Senato per farne, cesaristicamente, un organismo fantoccio. 

Poi vuole che sia approvata la nuova legge elettorale Italicum, che abbiamo definito peggiore della Legge Acerbo del novembre 1923 e che nell'aprile successivo consentì al Listone Mussolini una schiacciante vittoria. "Migliore" quella fascista perché: ove nessuna forza avesse superato il 25% nessuno avrebbe conquistato il premio di maggioranza i seggi sarebbero stati ripartiti proporzionalmente fra tutti; perché ammetteva il voto di preferenza; perché non c'erano sbarramenti espliciti; infine perché c'era un collegio unico nazionale e quindi un voto valeva un voto in qualsiasi zona del Paese.

Andando al succo: se il disegno concepito da Renzi e Berlusconi dovesse realizzarsi piomberemmo in una Repubblica segnata (1) dallo strapotere dell'Esecutivo e dove il legislativo sarebbe ostaggio del governo e (2) dal silenziamento delle forze d'opposizione, tanto più se davvero antagoniste.

Con lo sfrontato appoggio del golpista Napolitano l'Esecutivo Renzi vuole far approvare il Ddl costituzionale di riforma del Senato e del Titolo V entro l'8 agosto. Problema: ci sono la bellezza di 7.850 emendamenti. Per cui è stato imposto al Senato che da lunedì prossimo le sedute si terranno dalle ore 9 alle 24, compresi sabato e domenica. 

La sfrontatezza di questo atto d'imperio la dice lunga su quel che rischia Renzi. Stefano Folli su Il Sole 24 Ore dichiara giustamente che ove l'ostruzionismo delle opposizioni riuscisse a bloccare il suo schiacciasassi, Renzi subirebbe "una sconfitta memorabile".

Renzi lo sa, per questo minaccia di "mandare tutti a casa" ricorrendo al voto anticipato con liste confezionate, ciò malgrado si voti con la legge elettorale venuta fuori dalla sentenza della Corte costituzionale ("Consultellum") che rischia di prolungare l'anarchia politica e istituzionale.

Come mai tanta sicumera? Perché mai lo spaccone fiorentino è tanto sicuro di spuntarla? "Perché i tacchini non amano il Natale", si afferma. Dove i tacchini sono la grande maggioranza degli attuali parlamentari i quali, sapendo che non saranno rieletti, alla fine, pur di difendere i loro privilegi, non faranno morire in anticipo la Legislatura.

Quest'elemento c'è, ma non è detto che risulti quello principale. Se si considera la dimensione dell'offensiva Renziana vien fuori che lo scontro politico è davvero dirimente e difficilmente componibile. Quest'offensiva è anzitutto interna al Partito democratico: Renzi vuole il controllo pieno del partito sbarazzandosi finalmente dei suoi avversari. L'offensiva è poi rivolta verso le Camere, che non gli sono obbedienti e per questo vuole un repulisti. La terza posta in palio dell'offensiva è il più profondo mutamento in senso autoritario dell'ordinamento istituzionale dalla nascita della repubblica. 


I sondaggi dicono a Renzi che la sua popolarità è alta. Una popolarità fragile, che potrebbe scendere in picchiata a causa della disastrosa situazione economica. Con un Pil oscillante attorno allo zero e un debito pubblico cresciuto di 100 miliardi nei primi cinque mesi dell'anno, con i conti sballati, la "manovra" lacrime e sangue da 25 e passa miliardi diventa inevitabile. Paralisi istituzionale più palude economica potrebbero quindi spingere Renzi a portare il Paese alle urne prima che la "luna di miele" con gli italiani evapori.... 
A novembre si vota per il rinnovo del Consiglio regionale dell'Emilia-Romagna.

In Italia non si sa mai, certi inciuci potrebbero partorire accordi anche all'ultimo secondo. Come andrà a finire lo vedremo la sera dell'8 agosto.

La situazione si fa, o meglio resta, interessante.

Aveva visto giusto Leonardo Mazzei quando, il 30 maggio scorso, subito dopo le elezioni europee, di contro a certi impressionisti che vaticinavano del prossimo "ventennio renziano", parlava invece di "Resistibile ascesa di Matteo Renzi".

Vero è che i tacchini non amano il Natale, ma... anche i tacchini s'incazzano, e potrebbero, messi davanti al rischio di lasciarci le penne, trascinare il loro carnefice in un olocausto collettivo.

Fosse così verrebbe da dire: Viva i tacchini! Viva la Casta che conduce Renzi all'autorottamazione.



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