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mercoledì 23 marzo 2016

ASSOCIAZIONE RICONQUISTARE LA SOVRANITÀ di Moreno Pasquinelli

[ 23 marzo ]

Alcuni nostri lettori sanno di cosa parliamo. I più non sanno invece cosa sia l'Associazione Riconquistare la Sovranità (ARS). 

L'anno che va dall'autunno del 2011 all'autunno 2012, sull'onda delle crisi greca e italiana, sorsero come funghi gruppetti che scoprirono che l'Unione europea e l'euro erano un problema e che la soluzione fosse riconsegnare al Paese la sua piena sovranità, monetaria ed economica. Vi fu chi fece allora un censimento e ne contò una cinquantina. 

Figli del loro tempo, la gran maggioranza di essi, si consideravano "né di destra né di sinistra", assumevano il paradigma del pensiero unico neoliberale, ovvero la "fine delle ideologie" e tra queste, anzitutto, del marxismo. Un fenomeno che negli anni '90 sarebbe stato definito "estremismo di centro", un prodotto ideologico di scarto ma precipitato di un enorme processo sociale: la pauperizzazione traumatica e la discesa nel rango sociale di un ceto medio che fino al giorno prima, in larga parte, si immedesimava nel sistema, se non proprio nel berlusconismo. 

Dal mito individualistico e tipicamente latino del "fai da te", il piccolo borghese tradito faceva il salto mortale, l'inversione ad U: si invocava ora l'intervento salvifico e tout azimut dello Stato. Aleggiava il puzzo del noto aforisma mussoliniano: «Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato». Sembrava compirsi il miracolo di una pseudo-patriottica transustanziazione: l'amalgama tra rottami fascisti, eredi del togliattismo staliniano, discendenti della Democrazia Cristiana, nostalgici del craxismo: tutti assieme nell'afflato "sovranista".

Era una bolla e come tutte le bolle destinata a scoppiare.

Se è esplosa nel giro di un anno o poco più non è tuttavia, come pensano certi amici, solo per cause endogene —rozzezza politica, pressapochismo culturale, economicismo, megalomania di certi personaggi— ma pure per potenti cause esogene. Il 2013 è stato l'anno della folgorante avanzata elettorale dei Cinque Stelle, poi di quella del salvinismo —due fenomeni che hanno risucchiato lo spazio dei gruppi "sovranisti". E' poi sopraggiunto, come segno di un malessere reale in seno ai dominanti, il renzismo. Fenomeni enormi che i "sovranisti" non sono stati in grado di capire, che hanno sottostimato, che hanno addirittura snobbato —ed infine esorcizzato (tranne il salvinismo a cui numerosi "sovranisti" hanno abboccato) come macchinazioni del potere.

L'ARS ha rappresentato il distillato chimicamente puro di questa pappetta "sovranista" post-ideologica, transessuale, interclassista. L'ARS ha fatto del trasversalismo politico e del mito non solo della Costituzione, ma della "Prima Repubblica" —che quella Costituzione ha in verità sostanzialmente disatteso—le sue due cifre principali, addirittura identitarie. 

Ci occupammo di ARS in almeno due occasioni [qui: Sovranismi di destra, di sinistra... e di centro, e qui: Quelli che i diritti civili no], nei quali appunto tentavamo di cogliere quali fossero i limiti politici e teorici essenziali del gruppo.

Grazie alla tenacia e alla abilità mimetica del suo gruppo fondatore, ARS è riuscita a sopravvivere alla moria generale, raccattando anzi qua e là, assieme a persone per bene, questo o quel pesce spiaggiato. Ora ci dicono che ARS ha subito una scissione pesante, anche se non nei numeri, perché è verticale, dato che ha coinvolto la sua stessa direzione. Uno scoppio... a scoppio ritardato.

Ce ne da conto Fiorenzo Fraioli, che ha partecipato alla riunione dei fuoriusciti. Una "scissione antropologica", la definisce il Fraioli. E spiega che oltre alla pittoresca apologia dello Stato Islamico (sì, sì, proprio dell'avanzante islamismo takfirita) sistematicamente compiuta dal principale dirigente di ARS, i fuoriusciti con il loro gesto hanno voluto condannare i suoi «... modi autoritari, l'eccesso di protagonismo, la totale incapacità di ascolto, la nessuna disponibilità alla mediazione». Questioni di.. governance, direbbero i liberisti, di regime interno nel nostro vocabolario.

E' comprensibile, e perfino giustificabile abbandonare una setta, tanto più se alla sua testa c'è un padre padrone che tiranneggia e fa il bello ed il cattivo tempo. Che questa rivolta "antropologica" contro metodi paternalisti e autoritari sia tuttavia sufficiente per fondarci un qualcosa di più solido e elevato noi ne dubitiamo. Non sulle affinità antropologiche ma su solide basi politiche si fonda un'organizzazione. Ma questo i fuoriusciti sembrano sospettarlo dato che (ahimé) leggiamo:
«Tuttavia, a parte il problema ISIS, non sono emerse nel corso della discussione altri forti elementi di dissenso politico. Anzi, quando nella parte finale dell'incontro si è passati a discutere del "che fare", l'opinione unanime è stata quella di continuare la stessa battaglia politica di ARS, sebbene in una nuova costituenda associazione che adotti metodi e prassi radicalmente diverse».
Vorremmo sbagliarci ma qui, se le parole hanno un senso, si esce da ARS per rifondare ARS. ARS 2.0. Tradotto in politichese: ci si libera di D'Andrea per tenersi il d'andreismo.
Il buon giorno si vede dal mattino, verrebbe da dire.
L'esperienza ci insegna tuttavia che certe rotture, una volta compiutesi, possono aprirsi ad esiti più profondi e radicali, ovvero tendono ad andare alla radice. E la frattura, per quanto manifestatasi come alterità  "antropologica" , non tarderà a manifestarsi nella sua natura politica e teorica.







mercoledì 2 dicembre 2015

SOVRANISMO SÌ, MA NON IN SALSA FASCISTA di Fiorenzo Fraioli

[ 2 dicembre ]

C'eravamo già occupati dell'Associazione Riconquistare la sovranità (ARS), mettendone in evidenza tutte le ambiguità ideologiche.
Qualcuno considerò la nostra critica immotivata se non infondata. Il tempo è galantuomo.
E' un fatto che dietro alla bandiera del "sovranismo" si nascondono in molti, tra cui diversi gruppuscoli neofascisti, non solo Casa Pound. Ed è un altro fatto che in ARS, dietro alla ostentata difesa della Costituzione c'è chi, apertamente, manifesta nostalgie per il regime fascista. QUI, ad esempio, si fa una inquietante apologia del mussolinismo.
Recentemente il presidente di ARS è giunto a fare l'elogio se non proprio l'esaltazione di un losco personaggio il quale —dopo aver sostenuto il colpo di stato monarchico che destituì Giolitti e fece entrare l'Italia in guerra— portò in dote al fascismo nascente l'appoggio (ed i quattrini) della destra più reazionaria e imperialista. Di chi si parla? Di Enrico Corradini. 
Il fattaccio non è sfuggito a Fraioli.

«In nome dell'amicizia si possono sopportare molte cose, perfino tacendo quando invece si dovrebbe parlare. E' quello che ho fatto per quasi un anno e mezzo, da quando, nell'estate del 2014, uscii dall'ARS. Anche in quell'occasione mi comportai come avevo già fatto in un'occasione precedente, il litigio con Bagnai, tacendo e rifuggendo la polemica per così lungo tempo che in molti scambiarono questo atteggiamento per debolezza. Lo stesso ho fatto successivamente, quando sono entrato in conflitto di idee con un altro caro amico: ho preferito tacere per lungo tempo, e ancora mi taccio, per non esacerbare i rapporti.

C'è però un limite, oltre il quale tacere non è più possibile. Accadde con Bagnai, succede di nuovo oggi con l'amico Stefano D'Andrea (SdA nel seguito). Farlo significherebbe non chiarire a sufficienza la distanza ideale che ormai esiste tra alcune posizioni di SdA e la mia visione delle cose. L'occasione è la pubblicazione di uno suo scritto su Appello al Popolo, dal titolo “Antesignani in tempi oscuri della grande riscossa”.

Nell'articolo SdA scrive: 
«Se dovessi citare un caso italiano di movimento politico-culturale sorto “dal basso”, ma non popolare, bensì borghese, come era naturale ai primi del novecento, movimento portato avanti con capacità, determinazione, pazienza, da un gruppo, che aveva la guida in una specifica personalità, e che tuttavia fondo’ un’associazione dopo sette anni dalla costituzione, associazione che dopo altri tredici confluì in un partito, più popolare, che avrebbe avuto il potere per venti anni (qui si prescinde totalmente dal merito delle idee), direi che esso è il movimento nazionalista di Enrico Corradini. Non a caso, il capo di quel partito che tenne il potere per venti anni defini’ quel gruppo “antesignani in tempi oscuri della grande riscossa”». 
SdA sta parlando di Enrico Corradini, un agitatore politico (e scrittore fallito) tra i
Enrico Corradini
principali artefici della nascita e sviluppo del nazionalismo. I "tempi oscuri" di cui parla "il capo di quel partito che tenne il potere per venti anni" sono l'età giolittiana, durante la quale furono legiferate norme in favore di anziani, infortunati e invalidi, norme per la protezione di donne e bambini, l'istruzione elementare obbligatoria fino a 12 anni, il diritto al riposo settimanale, provvidenze assistenziali, l'indennità parlamentare, migliori retribuzioni, norme in favore delle condizioni igienico-sanitarie. Il diritto di voto fu esteso a tutti i cittadini di sesso maschile, e venne avviata un'imponente politica di opere pubbliche, in particolare nei trasporti. La società italiana conobbe un periodo di forte crescita economica, di aumento della pace sociale e di crescita della partecipazione alla vita democratica. Infine Giolitti non abbandonò mai una linea di separazione tra Stato e Chiesa, nonostante le aperture nei confronti del mondo cattolico ("Il principio nostro è questo, che lo Stato e la Chiesa sono due parallele che non si debbono incontrare mai" - Giolitti 1904).

Tutto ciò suscitò la reazione dei settori più reazionari, che vedevano minacciata una supremazia secolare che non era stata intaccata nei primi decenni dall'unità d'Italia. Ad essi le idee dei nazionalisti, Corradini in testa, fornirono il supporto ideologico per la difesa degli interessi minacciati. Il nazionalismo italiano non fu un movimento "dal basso", ma un fenomeno che maturò negli ambienti culturali della borghesia, al quale non mancarono, non appena riuscì a raggiungere un minimo di consistenza, gli appoggi politici e finanziari della grande borghesia, inquieta per il riformismo giolittiano, e dei settori più retrivi del cattolicesimo. Già nel 1913 il Corradini tentò, fallendo, di essere eletto in Parlamento grazie all'appoggio dei cattolici, ma ciò non gli impedì, un anno dopo, di essere uno strenuo sostenitore dell'entrata in guerra contro la cattolicissima Austria, in quanto «ci sono nazioni proletarie come ci sono classi proletarie; nazioni, cioè, le cui condizioni di vita sono con svantaggio sottoposte a quelle di altre nazioni, tali quali le classi ... L'Italia è una nazione materialmente e moralmente proletaria" - Enrico Corradini in "Classi proletarie: socialismo, nazioni proletarie: nazionalismo"»

L'idea, sostenuta dal Corradini, che esista uno "sfruttamento di classe semplice", operato dalla borghesia ai danni del proletariato in ciascun paese, e uno "sfruttamento di classe composto", che si verifica sul piano internazionale e si concretizza nell'opposizione tra nazioni ricche e nazioni povere, è il nucleo della narrazione nazionalista, la quale si fonda sull'assunzione della concorrenza come valore assoluto, sia che questa si svolga nell'ambito della competizione tra capitali, sia nella guerra tra le nazioni. La conseguenza di questo ordine di idee era che le nazioni povere come l'Italia dovessero dotarsi di una forte statualità, intesa però come strumento per la guerra verso l'esterno attraverso cui assicurare alla nazione le risorse necessarie all'aumento della sua potenza. Inutile aggiungere che, per Corradini e i nazionalisti, lo Stato doveva essere posto sotto la guida di una forte borghesia nazionale. Nulla a che vedere con l'idea sovranista, per la quale è il lavoro la vera e unica fonte della ricchezza di un popolo, e la giusta distribuzione di questa operata dallo Stato democratico.
Corradini ricordato da un gruppo neofascista


La chiosa di SdA ("qui si prescinde totalmente dal merito delle idee") non basta a fugare, neppure lontanamente, la perplessità. Non è la prima volta che SdA esprime pubblicamente idee e concetti discutibili, ma finora avevo taciuto per amicizia. Credo che la misura sia colma, ed è questa la ragione di questo scritto. Il sovranismo non ha nulla a che vedere con il nazionalismo espresso dal Corradini e dai suoi accoliti, sebbene esistano certamente diverse declinazioni del significato di questo termine. Fu proprio per evitare ogni possibile confusione che, qualche anno fa, discutendo con lo stesso SdA, si convenne di coniare e introdurre nel lessico politico la parola "sovranismo", nell'attesa e nella speranza che "nazionalismo" tornasse ad avere un'accezione più democratica. Sta accadendo invece il contrario: le due parole vengono, sempre più, sovrapposte, generando così confusione.

Il fatto che il fondatore e principale esponente di un'associazione politica che si definisce "sovranista", nell'argomentare la necessità della nascita di movimenti dal basso faccia riferimento alla vicenda del nazionalismo italiano, e in particolare a Enrico Corradini, è cosa che lascia stupefatti per il suo carico di ambiguità. Non tanto e non solo per il fatto che il nazionalismo non fu un movimento dal basso, bensì borghese (come riconosce lo stesso SdA) e reazionario (come dimentica di ricordare SdA), ma perché l'accostamento dell'idea sovranista al nazionalismo denuncia una strategia comunicativa che lascia spazio ad una sola e netta alternativa: o SdA non sa comunicare, oppure SdA fa un discorso peloso. E cioè un discorso che mira esclusivamente al proprio tornaconto».

* Fonte: Ego della Rete

mercoledì 20 maggio 2015

A QUELLI CHE I DIRITTI CIVILI... NO di Moreno Pasquinelli

[ 20 maggio ]

L’Associazione Riconquistare la Sovranità (ARS) celebrerà il 7 giugno la sua IV assemblea nazionale, facciamo i migliori auguri agli amici dell’ARS, coi quali condividiamo, se non i medesimi ideali sociali, l’obbiettivo strategico di riconsegnare al nostro Paese, per il bene del popolo lavoratore, piena sovranità politica, economica e monetaria.
Avemmo già modo di occuparci di ARS [Sovranismi di sinistra, di destra … e di centro.]

Riteniamo quanto meno singolare che in vista di un Assemblea nazionale di un solo giorno, con tutte le enormi questioni in ballo a causa della  gravissima crisi sociale e delle decisioni gravissime del governo Renzi (Jobs act, Italicum, sbudellamento della Costituzione, distruzione della scuola pubblica, rispetto del pareggio di bilancio, scippo ai danni di milioni di pensionati, ecc.), uno dei punti principali in discussione sarà quello dei cosiddetti “diritti civili”. QUI il documento, a firma di Stefano D’Andrea e Giampiero Marano, votato all’unanimità dal Comitato Direttivo.
 Tanto più singolare visto che il documento si conclude in lapidario sostenendo che occorre : «Rifiutare la categoria dei diritti civili».

Un giudizio inequivocabile, la cui natura apodittica non muta quando si aggiunge in modo furbesco che si dovrà “affrontare lo studio separato di ogni questione se e quando, giunto in Parlamento, se ne presenterà l’occasione” riconoscendo poi “agli iscritti il diritto di maturare con autonomia la propria opinione”. Sorvoliamo sullo zuccherino della “libertà di coscienza”. E’ sintomatica l’idea che un dato problema sociale acquisisca dignità politica solo quando entra nell’agenda del Legislatore. Qui è implicito il dogma proprio del positivismo giuridico, della supremazia assoluta della volontà statuale, del primato della costituzione formale su quella materiale. Vorremmo far notare che il diritto invece, come l’hegeliana nottola di Minerva, segue e quindi registra post festum le trasformazioni sociali, quali che esse siano.

Il documento esordisce con una premessa disarmante:
«La categoria dei diritti civili è una delle più ideologiche che esistano. Essa tenda a scindere la comunità in due fazioni: da un lato coloro che sono favorevoli ai diritti civili, dall’altro coloro che sono contrari».
Che sciocchezza!
Questo astruso ragionamento, con il pretesto di condannare l’ideologia, ci propina il mito più ideologico che esista: quello dell’unità della “comunità nazionale” come un valore sacro, metastorico, al di sopra degli antagonismi sociali e delle lotte politiche. Ogni società non è solo divisa in classi sociali con interessi diversi ed anche contrapposti, è divisa da identità, visioni del mondo, differenti appartenenze politiche, culturali e religiose. Quindi segnata dalla lotta incessante… “tra fazioni”, la quale muta non solo le consuetudini ed i costumi ma le stesse relazioni fra classi e gruppi.
Tanto per fare un esempio che ci pare stia a cuore anche ad ARS, oggi gli italiani sono divisi tra chi ritiene sia giusto stare nell’Unione euro(pea) e chi ritiene il contrario. Che forse noi dovremmo, per la gioia degli euristi, tacere e cessare di batterci per la sovranità politica e monetaria perché questo “scinde la comunità in due fazioni”?

Poco più avanti il documento lascia intendere che i “diritti civili” siano solo “diritti cosmetici”, quisquiglie, aria fritta; comunque “secondari rispetto ai diritti sociali”.

Per restare ai diritti civili, forse che ARS non avrebbe partecipato al referendum del maggio 1974 che diede agli italiani il diritto al divorzio? Allora la “comunità” era più divisa che mai e lo scontro tra opposte visioni della famiglia e della vita era al calor bianco. Non pensa ARS che la conquista del diritto al divorzio e quindi la sconfitta della Dc e delle destre reazionarie e fasciste fu un evento di grande e positivo valore?
Che giudizio avrebbe dato infine ARS della legge del 1978 che legalizzò l’aborto? Che era un “diritto ideologico” che “scindeva la comunità”? E quindi, come avrebbe votato nel maggio 1981 quando, su iniziativa del mondo democristiano e ciellino, si svolse il referendum per abrogare quella legge?

L’errore, al netto della vacua astrattezza del documento e dell’ampolloso linguaggio giuridico, è di principio ed è molto serio. 

ARS sembra muovere da un sofisma teorico. Esso consiste nel porre una differenza di tipo qualitativo, se non addirittura un’opposizione, tra diritti sociali, diritti politici, diritti democratici, diritti umani e “diritti civili”. Questa distinzione/opposizione, semmai fosse legittima sul piano della logica giuridico-formale, non esiste nella concreta e dinamica realtà sociale.

Che forse quello al divorzio, dato che riguardava la vita concreta di milioni di cittadini, non era anche un diritto sociale? Che forse il movimento dei neri negli anni ’50 e ’60 negli Stati Uniti contro la segregazione razziale o quello contro l’apartheid in Sudafrica (simboli per antonomasia di battaglie per i diritti civili) non rivendicavano fondamentali diritti sociali e, oseremmo dire, di classe? Che forse ARS, per la gioia dei razzisti, li avrebbe condannati perché divisivi della “comunità nazionale”?

Siccome i dirigenti di ARS non fanno che parlare della Costituzione italiana, considerandola (a torto) una specie di Talmud, dovrebbero farsi una ripassatina, soffermandosi in particolare sugli articoli che vanno dal 13 al 28, che non a caso i costituenti hanno titolato “rapporti civili”. Si tratta, nella più classica delle tradizioni democratiche, dei diritti inviolabili non solo del cittadino, ma della persona. E sono in piena sintonia con la Dichiarazione universale dei diritti umani firmata nel dicembre del 1948. Rileggere anche questa non può fare che bene.

Non meno singolare che il documento di ARS in questione, si soffermi a lungo sul matrimonio e il diritto di famiglia. Leggiamo:
«Ciò che stupisce quando viene posta la questione delle unioni civili è l’invocazione di una concezione falsa e assurda del matrimonio come fattispecie dalla quale discenderebbero diritti. Ma il matrimonio è [invece] il regno dei doveri».
Segue l’elenco puntiglioso di questi doveri.
E’ difficile sfuggire alla sensazione di essere in presenza di una difesa maldestra dell’idea cattolica della sacralità del matrimonio quindi della famiglia (patriarcale). Certi preti argomentano in maniera molto più critica e ponderata.
Poco dopo arriva la fatidica e non meno contorta domanda:
«si deve riconoscere il potere di contrarre vincoli e doveri personali e identici a quelli che discendono dal matrimonio anche a persone dello stesso sesso?»
Uno si aspetterebbe da un documento d’indirizzo politico, tanto più perché sottoposto al giudizio di un’assemblea nazionale una risposta chiara, ma la risposta non c’è. Date le premesse si evince tuttavia che la direzione di ARS è contraria a consegnare ad una coppia dello stesso sesso “il potere di contrarre vincoli e doveri personali” propri del matrimonio eterosessuale. Ci chiediamo: ammesso e non concesso che “il matrimonio sia il regno dei doveri” [e non anche relazione che conferisce dei diritti], perché mai proibire, ad una coppia dello stesso sesso di contrarre, se lo vuole, le obbligazioni ed i doveri stabiliti dalla legge?

Gli estensori del documento, come detto, non danno alcuna risposta che abbia un qualche senso giuridico. Si può solo evincere che sotto sotto, nuovamente, c’è un’idea sacrale del matrimonio e della famiglia. Idea cristiana si dirà. A noi pare che quanto concepiscono i dirigenti di ARS, ci riferiamo alla loro idea di diritto tutta schiacciata sui doveri, sia molto più vicina alla sharia dei musulmani i quali, al contrario dei cristiani, affermano che non c’è alcuna distinzione tra gli aspetti giuridici e quelli religiosi, perciò ritengono che non possa e non debba esserci alcuna distinzione tra norme religiose, norme civili e norme politiche. L’islam è infatti, notoriamente, una religione nomocratica, dove ogni elemento della vita sociale e civile è compreso in essa, visto che il Corano, essendo la rivelazione definitiva, contiene le soluzioni perfette non solo ai problemi di fede, ma anche a quelli etici e di condotta sociale.

L’analogia con l’islam può sembrare eccessiva. E sia. Ma qual è dunque il fondamento teorico implicito nella concezione del diritto e dello Stato di diritto di ARS? La troviamo in Giuseppe Mazzini.
Sempre su questo blog ebbi modo di scrivere:
«Stefano D'Andrea, per farla breve, sarebbe stato certamente con Mazzini contro Marx. E segue infatti lo statolatra Mazzini (tutto sommato teocratico e spiritualista)  nel fra precedere i doveri ai diritti».
Da Mazzini ARS prende la concezione spiritualistica dello Stato, da cui discende l’idea del primato categorico dei doveri (sanciti e sanzionati dalla legge) sui diritti della persona, idea che, com’è noto, attraverso Giovanni Gentile e Alfredo Rocco, divenne il fondamento della dottrina giuridica fascista.
Giovanni Gentile

Non è un segreto quanto il fascismo venerasse Mazzini. C’è Mazzini nella famosa formula “Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”, pronunciata da Mussolini il 28 ottobre 1925, mentre strangolava gli ultimi brandello dello Stato di diritto ed emanava le “fascistissime “Leggi eccezionali” e fondava la dittatura.
Nel liquidare quel poco di democrazia rimasta Mussolini si appoggiava infatti al Padre della Patria Giuseppe Mazzini, alla sua condanna dei diritti individuali e civili come dissolutori della coesione nazionale, alla sua visione mistica dello Stato e organicistica della Nazione (l’effige di Mazzini compariva nelle banconote della Repubblica sociale italiana). Idee che Mazzini scolpì nel suo noto saggio del 1860 I Doveri dell’uomo.
«Colla teoria dei diritti possiamo insorgere e rovesciare gli ostacoli; ma non fondare forte e durevole l'armonia di tutti gli elementi che compongono la Nazione. Colla teoria della felicità, del benessere dato per oggetto primo alla vita, noi formeremo uomini egoisti, adoratori della materia, che porteranno le vecchie passioni nell'ordine nuovo e lo corromperanno pochi mesi dopo. Si tratta dunque di trovare un principio educatore superiore a siffatta teoria che guidi gli uomini al meglio, che insegni loro la costanza nel sacrificio, che li vincoli ai loro fratelli senza farli dipendenti dall'idea d'un solo o dalla forza di tutti. E questo principio è il DOVERE. Bisogna convincere gli uomini ch'essi, figli tutti d'un solo Dio, hanno ad essere qui in terra esecutori d'una sola Legge —che ognuno d'essi, deve vivere, non per sé, ma per gli altri— che lo scopo della loro vita non è quello di essere più o meno felici, ma di rendere sé stessi e gli altri migliori —che il combattere l' ingiustizia e l'errore a beneficio dei loro fratelli, e dovunque si trova, è non solamente diritto, ma dovere: dovere da non negligersi senza colpa— dovere di tutta la vita».
L’idea che i diritti appartengano anzitutto allo Stato e alla comunità, mentre al singolo cittadino appartengano solo doveri (verso lo Stato appunto) è inaccettabile.
E’ certo che il cittadino di qualsivoglia comunità, abbia degli obblighi verso lo Stato e dei doveri verso l’intera comunità. Ma esso è, al contempo, in quanto persona umana prima ancora che come soggetto giuridico, portatore di diritti di libertà. Diritti di libertà che i
Giuseppe Mazzini
 cittadini debbono far valere anche contro ogni intrusione pervasiva della macchina statale la quale, dietro alla metafisica dei doveri, tende per sua stessa natura, a far prevalere i suoi propri diritti su quelli dei cittadini e delle forze sociali oppresse.

L’equivoco, se così si può chiamare, consiste nel porre una meccanica equivalenza tra comunità e Stato. Oggi lo Stato non è affatto espressione della comunità, non è, ammesso che possa mai esistere, uno “Stato di tutto il popolo”, esso è piuttosto una protesi e un’arma delle élite e delle classi dominanti.


Il fatto che queste classi dominanti, attraverso il Legislatore, riconoscano diritti a determinate minoranze, anche ove ciò risponda alla logica di auto preservazione della loro egemonia, anche ove tale riconoscimento risponda alla necessità dei dominanti di apparire come paladini della libertà, non deve indurci nell’errore di voltare le spalle a chi quei diritti di eguaglianza esige. 

Si può e si deve denunciare la strumentalità del potere, non negare diritti di libertà di questo o quel gruppo di cittadini, ovviamente a condizione che tali diritti non siano lesivi dei diritti e della libertà altrui. Non ci sembra che concedere agli omosessuali il diritto di contrarre matrimonio sia lesivo di una qualche altrui libertà. E ciò dovrebbe tanto più valere per chi sostiene che il matrimonio sarebbe il "regno dei doveri".

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