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martedì 8 ottobre 2019

QUALE INTERNAZIONALISMO? di Thomas Fazi

[ martedì 8 ottobre 2019 ]

Il capitale oggi è rappresentano soprattutto da uni e zeri su un computer che si spostano alla velocità della luce da un punto all’altro del mondo, mentre il lavoro è rappresentato da esseri umani in carne e ossa la cui vita è per definizione relativamente stanziale, cioè legata a un determinato territorio e a una specifica comunità. In questo senso mi fa sempre sorridere quando sento parlare di “internazionalizzazione delle lotte” e altri slogan simili. È ovvio che sia auspicabile un’interazione e una collaborazione tra i lavoratori di diversi paesi, ma quello di pensare che la risposta all’internazionalizzazione del capitale fosse “l’internazionalizzazione delle lotte” — o più banalmente “l’internazionalizzazione della democrazia” — ha rappresentato un abbaglio di portata storica per la sinistra occidentale.

Pensare di poter competere con il capitale a livello internazionale è semplicemente assurdo, nella misura in cui questo presupporrebbe la costruzione di istituzioni politiche democratiche globali capaci di governare i processi capitalistici a livello, appunto, mondiale. Ma si tratta di una pia illusione. L’esempio dell’UE dimostra come sia impossibile costruire strumenti di controllo democratico anche solo a livello regionale, figurarsi a livello globale, e come anzi i processi di sovranazionalizzazione — o di mondializzazione che dir si voglia, con cui non intendiamo semplicemente l’internazionalizzazione dei processi produttivi ma la creazione di strutture, organismi e agenzie sovranazionali, di cui l’UE è l’esempio più lampante — abbiano avuto come obiettivo precisamente quello di scardinare le democrazie nazionali e dunque di ridurre la capacità dei cittadini di controllare e regolare il capitale. 

Il fatto che la sinistra, con poche eccezioni, abbia avallato — e continui ad avallare — questi processi in nome di un astratto “cosmopolitismo” rappresenta una delle grandi tragedie del nostro tempo.

Bisogna dunque ripartire dall’ovvietà per cui il conflitto capitale-lavoro non è e non potrà mai essere uno scontro tra due “internazionalismi”, o meglio tra due globalismi, quello del capitale e quello del lavoro, ma assume inevitabilmente la forma di uno scontro tra la logica intrinsecamente globale dell’accumulazione capitalistica da un lato e la logica intrinsecamente territoriale del lavoro dall’altro. 
Per citare David Harvey:
«il conflitto assume inevitabilmente la forma dello scontro fra flussi del capitale e luoghi dell’autoproduzione dei mondi vitali». 
È per questo che innumerevoli lotte sociali e di classe si combattono attorno alla formazione dei luoghi, i quali 
«sono i paesaggi dove si svolge la vita quotidiana, si stabiliscono i rapporti affettivi e le solidarietà sociali e dove si costruiscono le soggettività politiche e i significati simbolici».
Da ciò ne consegue che l’obiezione più ricorrente al “sovranismo di sinistra” — ossia quella secondo cui, nel contesto dell’attuale sistema capitalistico globalizzato, qualunque tentativo di un singolo Stato di resistere alla logica capitalistica sarebbe velleitario — risulta del tutto infondata a mio avviso: al contrario, ancora oggi lo Stato nazionale è l’unico strumento capace di resistere all’illimitata estensione geografica del dominio capitalistico, non solo per il fatto di essere democratizzabile, a differenza delle istituzioni sovranazionali, ma anche per il fatto di essere espressione di una specifica comunità territoriale, e dunque di permettere ai vari popoli e alle varie comunità di resistere al dominio capitalistico secondo le proprie modalità e specificità. 

Questo non implica affatto l’abbandono di una prospettiva internazionalista, ma vuol dire avere ben chiara la distinzione tra cosmopolitismo di sinistra — cioè l’idea per cui la lotta di classe si rivela in ultima istanza lo strumento per realizzare il trionfo dell’individuo razionale universale, indipendentemente dalle sue radici culturali, storiche ecc. — e reale internazionalismo, che dovrebbe invece fondarsi sulla relazione fra comunità diverse che si riconoscono reciprocamente quali portatrici di forme di vita legittime.

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venerdì 2 agosto 2019

LE ORIGINI NAZISTE DELL'UNIONE EUROPEA di Thomas Fazi

[ venerdì 2 agosto 2019]

C'è chi pensa che la chimera dell'Unità europea sia per sua natura progressista.
Falso. Negli anni ci siamo occupati più volte di demistificare il "Manifesto di Ventotene", quindi disvelare certe origini naziste dell'idea di Unione europea.
Thomas Fazi ci rinfresca la memoria...



Oggi, in seguito alla nomina di Boris Johnson a nuovo primo ministro britannico, molti stanno riprendendo una sua celebre intervista del 2016 in cui affermò che l'Unione europea sta perseguendo un obiettivo simile a quello di Hitler nella creazione di un sovrastato europeo.

Detta così, può sembrare un'assurdità.

In verità, come spiego in Sovranità o barbarie, l'affermazione di Johnson non è così lontana dalla realtà.

È opinione comune che il moderno pensiero federalista nasca dalle ceneri della seconda guerra mondiale. Ma le teorie federaliste risalgono a ben prima del conflitto mondiale e persino lo stesso federalismo “antifascista” di Spinelli presenta inquietanti elementi di contiguità con le teorie che ispirarono quel conflitto e in antitesi alle quali, secondo la vulgata, si sarebbe sviluppato il pensiero federalista.

L’ideologia europeista, antisovranista e sovranazionalista – e il sogno dell’unificazione economico-politica del continente – erano infatti aspetti centrali della stessa filosofia nazifascista, nelle sue molteplici varianti, nonché della propaganda hitleriana.

Come scrive lo storico inglese John Laughland, autore di un corposo volume sul tema, “non solo i nazisti, ma anche i fascisti e i loro collaboratori in giro per l’Europa, hanno fatto ampio uso dell’ideologia federalista ed europeista per giustificare le loro aggressioni”. Ciò potrebbe meravigliare. È opinione comune, infatti, che i nazifascisti, in quanto ultrasciovinisti e imperialisti, esaltassero lo Stato-nazione e la sovranità nazionale; in verità, osserva Laughland, “essi nutrivano una profonda avversione per la sovranità nazionale; non solo, come può sembrare ovvio, per quella delle altre nazioni, ma per il concetto stesso”.

Il rifiuto della sovranità nazionale è molto esplicito nel pensiero nazifascista; fatto ancor più interessante, tale rifiuto si fondava sulle stesse argomentazioni dei federalisti odierni. Uno dei principali punti in comune dell’europeismo nazifascista tanto con l’europeismo spinelliano quanto con quello odierno era l’idea secondo cui gli Stati-nazione conducono inevitabilmente alla guerra e che dunque la presenza di una moltitudine di “piccole patrie” sul continente europeo fosse un elemento foriero di instabilità.

Solo l’unificazione economico-politica del continente su basi federali avrebbe posto fine agli egoismi nazionali e permesso all’Europa di assumere un ruolo di guida nel mondo.

L’europeismo nazifascista, non diversamente dall’europeismo attuale, aveva anche forti caratteristiche morali e spirituali, secondo cui l’Europa, in quanto civiltà superiore, doveva ergersi a guida delle altre. Come dichiarò Benito Mussolini nel 1933: “L’Europa potrebbe nuovamente mettersi alla testa del mondo civilizzato se riuscisse a dotarsi di un certo grado di unità politica”. Così scriveva invece Vidkun Quisling, fondatore del partito fascista norvegese e noto collaboratore del regime nazista, nel 1942: "Dobbiamo creare un’Europa che non sprechi il proprio sangue e la propria forza in conflitti distruttivi, ma formi una compatta unità. In questo modo essa diventerà più ricca, più forte e più civile, e recupererà il suo antico rango nel mondo. Tensioni nazionali e grette gelosie perderanno ogni significato in un’Europa liberamente organizzata su basi federali. Lo sviluppo politico del mondo passa inevitabilmente attraverso formazione di più vaste sfere politiche ed economiche".

Sulla stessa linea anche Alberto de Stefani, ministro del Tesoro e delle Finanze di Mussolini dal 1922 al 1925: "I risultati di un eccessivo nazionalismo e degli smembramenti territoriali sono nell’esperienza di tutti. L’unica speranza di pace è in un processo che da una parte rispetti l’inalienabile, fondamentale patrimonio di ogni nazione ma, dall’altra, lo moderi e lo subordini a una politica continentale. [...] Le nazionalità non costituiscono una solida base per il progettato nuovo ordine, a causa della loro molteplicità e della loro tradizionale intransigenza".

Analogamente, nel 1943 lo stesso Hitler dichiarò che “il disordine delle piccole nazioni” e “l’anacronistica divisione dell’Europa in singoli Stati” andavano liquidati. Lo scopo della lotta nazista era quello di creare un’Europa unita. A tal fine, i singoli paesi europei dovevano essere disposti “a subordinare i propri interessi a quelli della Comunità europea”: parola di Walther Funk, ministro per gli Affari economici del terzo Reich dal 1937 al 1945.

Soggiace a questa idea degli Stati come forieri di caos e anarchia una visione “organicista” delle relazioni sia sociali (tra classi) che internazionali (tra paesi) – che accomuna l’europeismo nazifascista, quello antifascista di Spinelli e quello progressista odierno –, secondo la quale qualunque conflitto va sublimato all’interno di un “unicum” superiore, sia a livello di politica interna che di politica internazionale.

Secondo il fascista De Stefani, infatti, uno dei vantaggi della federazione europea sarebbe stato di “non [...] essere soggetta alle variazioni delle politiche locali” caratteristiche dei regimi democratici nazionali. È precisamente la stessa visione espressa nel Manifesto di Ventotene, secondo cui uno dei principali demeriti degli Stati nazionali di cui si auspica il superamento sarebbe quello di aver “già così profondamente pianificato le proprie rispettive economie che la questione centrale diverrebbe ben presto quella di sapere quale gruppo di interessi economici, cioè quale classe, dovrebbe detenere le leve di comando del piano”.

In altre parole, per Spinelli come per De Stefani, il problema dello Stato nazionale è la radicalizzazione/polarizzazione del conflitto di classe che esso, nella sua forma democratico-costituzionale, rende possibile; conflitto di classe che, invece, verrebbe sterilizzato e spoliticizzato all’interno di uno Stato sovranazionale, come teorizzato anche da Hayek. In questo senso, la federazione europea era vista, sia dai fascisti che da Spinelli, come un mezzo per contrastare l’influenza dei partiti comunisti in Europa. Il Manifesto di Ventotene non lascia dubbi a riguardo: “Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo in senso rivoluzionario, ma già il fallimento del rinnovamento europeo”.

A livello internazionale, l’organicismo federalista si traduce nell’idea – evidentemente fallace – secondo cui tutti gli Stati europei sarebbero accomunati da medesimi interessi, da cui il termine “comunità di destino”, caro alla letteratura europeista: se tutti i cittadini, come sostiene la teoria organicista, condividono gli stessi interessi, perché lo stesso non dovrebbe valere anche per le nazioni? Va da sé che nella narrazione federalista i due livelli, quello domestico e quello internazionale, sono strettamente collegati: il “nuovo ordine europeo” richiede(va) l’armonizzazione/sterilizzazione dei conflitti tanto a livello sociale quanto a livello economico-militare.

Un altro punto di contatto tra l’europeismo liberal-progressista – tanto nella sua versione storica quanto nella sua vulgata contemporanea – e l’europeismo nazifascista è l’idea che la sovranità nazionale, oltre ad essere intrinsecamente destabilizzante, sia/fosse da considerarsi un concetto superato, obsoleto.
Secondo i principali teorici nazifascisti, la crescente interdipendenza economica tra paesi, il progresso tecnologico (soprattutto nel campo delle telecomunicazioni) e lo sviluppo di nuove reti di trasporto rendevano anacronistico il concetto stesso di sovranità nazionale. La tecnologia dei trasporti e delle telecomunicazioni sta accorciando le distanze tra i popoli – diceva Goebbels nel 1940 – e questo condurrà inevitabilmente all’integrazione europea.

Come scriveva Camillo Pellizzi, uno dei principali intellettuali fascisti dell’epoca: “Nessuna singola nazione europea può sperare oggi, e ancor meno in futuro, di competere nelle questioni militari, economiche o culturali con le grandi forze che stanno nascendo o già esistono all’infuori dell’Europa”. Per questa ragione sia i fascisti che i nazisti ritenevano che “lo sviluppo verso unità più grandi” fosse economicamente inevitabile.

Ritroviamo queste teorie anche nei testi federalisti di un liberale come Einaudi, scritti verso la fine del secondo conflitto mondiale. In "Per una federazione economica europea" (1943), Einaudi teorizza l’obbligo di muovere verso forme di organizzazione sovranazionale per gli stessi identici motivi addotti dai nazisti: progresso tecnologico, diffusione di nuovi mezzi di trasporto, ecc.:

"Accanto alla tenacia con cui i popoli, piccoli e grandi, anelano a conservare ed a perfezionare la propria autonomia spirituale culturale e politica, ecco le opposte tendenze dell’economia verso l’unità non tanto dei grandi spazi quanto del mondo intiero. Non solo i piccoli Stati, ma persino i grandi sono economicamente divenuti anacronistici ed assurdi".

Einaudi addirittura arriva a considerare le guerre di aggressione nazifasciste come la conseguenza della “necessità storica” di superare gli Stati nazionali (come teorizzato dagli stessi nazisti d’altronde), piuttosto che come la conseguenza perversa di un’ideologia che teorizzava tale presunta necessità, smentita dalla storia:

"Il mondo economico va verso l’unificazione; e se i vincoli artificiosi ritardatari frapposti dai governi dei piccoli Stati moderni – tutti gli Stati, anche quelli estesissimi, sono piccoli dinnanzi alle forze tecniche ed economiche che in un attimo fanno comunicare gli uomini da Roma a Tokio, da Washington a Londra, da Sidney a San Francisco, da Città del Capo a Stoccolma – non saranno tolti di mezzo con volontari accordi, essi saranno aboliti attraverso fiumi di sangue a profitto di quel popolo il quale inventerà e saprà usare i mezzi per assoggettare a sé gli altri. Le guerre del 1914-18 e del 1939-45 sono state la tragica manifestazione della necessità storica della unificazione economica del mondo".

L’idea, cara tanto ai liberali quanto ai fascisti dell’epoca, secondo cui nell’epoca moderna gli Stati nazionali erano destinati a essere rimpiazzati (o schiacciati) dalle “macroregioni” deve molto alle teorie del celebre economista tedesco Friedrich List. Quest’ultimo teorizzava che per resistere alle pressioni esercitate dalle potenze esterne e per competere adeguatamente con esse sui mercati mondiali, l’Europa doveva fondersi in un’unica unità economica, sotto la “direzione” della Germania. Le teorie di List furono poi riprese dai primi teorici geopolitici di inizio Novecento (tedeschi anch’essi) – come Karl Haushofer e Carl Schmitt –, che elaborarono i concetti di Lebensraum (“spazio vitale”) e di Grossraum (“grande spazio”), poi ripresi dai nazisti, che proponevano di riportare la Germania alla sua centralità mondiale, dotandola appunto di un suo “spazio vitale” a livello continentale. A tal fine, come detto, i nazisti proponevano la creazione di un nuovo ordine economico che ponesse fine, una volta per tutte, alla “balcanizzazione economica dell’Europa”.

Qui le similitudini tra l’europeismo nazifascista e quello contemporaneo si fanno veramente sorprendenti. I nazisti, infatti, elaborarono dei piani di integrazione/unificazione economica dell’Europa incredibilmente dettagliati che presentano sorprendenti affinità con l’Unione europea dei giorni nostri. Nel 1940, per esempio, Hermann Göring, presidente del Reichstag, presentò un piano dettagliato per “l’unificazione economica su vasta scala dell’Europa”. Esso includeva un’unione doganale, un mercato unico e l’istituzione di cambi fissi tra paesi, “nell’ottica della creazione di un’unione monetaria europea”.

L’unificazione monetaria giocava un ruolo assolutamente centrale nei piani dei nazisti: essa, infatti, sarebbe stata lo strumento che avrebbe garantito ai tedeschi la dominazione surrettizia di questa nuova area economica, in quanto il marco, come valuta di riferimento, “avrebbe assunto un ruolo dominante nella politica valutaria europea”. I piani nazisti per l’integrazione economica dell’Europa erano tanto politici quanto economici. Come disse Heinrich Hunke, presidente della federazione degli industriali di Berlino, nel 1942: “La necessità di un ordine politico per la cooperazione economica dei popoli è riconosciuta”. L’obiettivo, per Hunke e per il regime più in generale, era l’abolizione delle frontiere fra Stati e la creazione di una “unione politica” sotto l’egemonia tedesca.

Questi sono solo alcuni esempi dell’inquietante filo rosso che lega l’europeismo nazifascista degli anni Trenta e Quaranta a quello democratico del dopoguerra. Entrambi hanno un avversario comune, lo Stato nazionale, in cui vedono una minaccia per la pace e un regime troppo angusto per la moderna economia globalizzata.

Con ciò, ovviamente, non si vuole sostenere che gli europeisti di oggi siano nazifascisti, né che l’Unione europea possa considerarsi tale. Il punto, piuttosto, è un altro: evidenziare le implicazioni autoritarie e antidemocratiche dell’ideologia antisovranista e mostrare l’infondatezza di una presunta dicotomia tra nazionalismo ed europeismo; spesso e volentieri, infatti, le due cose vanno a braccetto (come nel caso della Germania di oggi).


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venerdì 17 maggio 2019

NON SOPRAVVIVEREMO FUORI DALLA U.E.? di Thomas Fazi

[ 17 maggio 2019 ]


L'Unione europea non è riformabile



La prima cosa da dire [sull'Unione europea, ndr] è che c’è poco da scegliere. O meglio, la scelta non è se uscire dall’UE o se riformare l’UE, per il semplice fatto che quest’ultima opzione non è praticabile.
L’UE è strutturata in maniera tale da non essere riformabile, perlomeno non nel senso che auspicano gli integrazionisti di sinistra, cioè nella direzione di una riforma dell’UE in senso democratico e progressivo/sociale, men che meno nella direzione di un vero e proprio Stato federale sul modello degli Stati Uniti o dell’Australia.
Come disse il compianto Luciano Gallino poco prima di morire: «Nessuna realistica modifica dell’euro sarà possibile», in quanto esso è stato progettato «quale camicia di forza volta a impedire ogni politica sociale progressista, e le camicie di forza, vista la funzione per cui sono state create, non accettano modifiche “democratiche”».
Basti pensare che per “riformare i trattati” è necessaria l’unanimità di tutti e 28 gli Stati membri dell’UE. In altre parole, sarebbe necessario che in tutti e 28 i paesi dell’UE salissero al potere dei governi progressisti che condividono le stesse prospettive di riforma “di sinistra” dell’euro. Ora, non bisogna essere particolarmente pessimisti per capire perché questo non accadrà mai.
E non accadrà mai innanzitutto perché le condizioni economiche, politiche, sociali, ecc. che si registrano nei diversi Stati sono estremamente eterogenee: ci sono paesi che registrano tassi di disoccupazione estremamente bassi (come la Germania) e paesi come il nostro che registrano tassi di disoccupazione altissimi; ci sono paesi che crescono e paesi che non crescono, ecc.
E la ragione non è che ci sono paesi virtuosi e paesi che non virtuosi, come vorrebbe la narrazione dominante: la ragione è che l’architettura dell’eurozona va bene per alcuni paesi – nella fattispecie i paesi che hanno storicamente una forte propensione all’export: vedi appunto la Germania — e non va bene per altri, come il nostro, che invece storicamente sono molto più dipendenti dalla domanda interna.


Squilibri congeniti

Detta in altre parole: gli interessi di noi italiani — e in particolare gli interessi dei lavoratori italiani — non sono gli stessi interessi dei lavoratori tedeschi. Questa è la realtà dei fatti: hai voglia a parlare di “internazionalismo”, come insiste a fare la sinistra europeista.
Come scrive Fritz Scharpf, ex direttore del Max-Planck-Institute
«L’impatto economico dell’attuale regime dell’euro è fondamentalmente asimmetrico. È modellato sulle precondizioni strutturali e sugli interessi economici dei paesi del nord, mentre è in conflitto con le condizioni strutturali delle economie dei paesi del sud, che si vedono così condannati a lunghi periodi di declino, stagnazione o bassa crescita».
Ma questa non è una peculiarità dell’eurozona. Questo è tipico di tutte le unioni monetarie ed economiche: poiché i paesi, come è normale che siano, hanno diverse strutture economiche — ma non solo: hanno pratiche sociali, istituzionali, ecc. diverse —, l’unione monetaria o economica finisce sempre per privilegiare un certo modello — di solito quello dei paesi dominanti: nel nostro caso la Germania — a scapito di altri.
Questo succede anche all’interno degli Stati nazionali: basti pensare agli squilibri che si registrano in Italia tra regioni del nord e regioni del sud. La differenza fondamentale è che negli Stati nazionali — cioè nelle federazioni compiute — questi squilibri sono compensati da trasferimenti perequativi (fiscali e di altro tipo) da parte delle regioni più ricche e da parte dello Stato centrale.
Che è esattamente quello che non c’è — e non ci sarà, almeno non nel futuro prossimo — in Europa. È assolutamente impensabile, infatti, che nel breve-medio termine la Germania accetti un sistema di trasferimenti fiscali permanenti nei confronti degli Stati più poveri della periferia. Chiunque conosce un minimo la Germania ed il dibattito tedesco sa che è così.
E non perché la Germania sia “cattiva”, ma perché non sussistono — non sono mai sussistite e non sussisteranno nel futuro prossimo — le condizioni per una reale statualità europea: per la trasformazione cioè dell’UE in uno Stato democratico sovranazionale. E la ragione di fondo, a prescindere delle questioni più aritmetiche di cui parlavo prima, è che la democrazia — come si evince dal termine stesso — si fonda necessariamente su un demos sottostante: cioè su una comunità politica — che solitamente si contraddistingue per un linguaggio, una cultura, una storia, un sistema normativo comuni e relativamente omogenei, ecc. — i cui membri si sentono sufficientemente uniti non solo da sottostare a un processo democratico e dunque da accettare la legittimità del volere della maggioranza, ma anche e soprattutto da accettare di impegnarsi in prassi solidaristiche quali appunti le politiche redistributive tra classi e/o regione.


Uscire dal sistema


In una parola, senza demos non può esistere democrazia, men che meno una democrazia sociale, cioè solidaristica. E oggi, checché ne dicano i federalisti, un demos europeo semplicemente non esiste: non solo parliamo lingue diverse, ma abbiamo prassi sociali, culturali, ecc. molto diversi.
Dunque oggi — come ieri — la democrazia è possibile solo al livello nazionale perché solo il livello nazionale storicamente è stato in grado di creare le condizioni per l’emergere di un demos. Questo non vuol dire che non possa emergere in futuro un demos europeo, ma proprio la storia della formazione degli Stati nazionali ci insegna che questi sono processi molto lunghi e complessi che richiedono secoli — e da noi il processo è a malapena iniziato.
E questo alcuni dei primi teorizzatori dell’UE — come per esempio Hayek, uno dei padri del neoliberismo — lo sapevano benissimo e anzi ne auspicavano la creazione proprio per questo motivo, cioè proprio perché sapevano che la diversità di interessi presenti all’interno dell’unione avrebbe reso impossibile il tipo di intervento pubblico nell’economia e di politiche redistributive (che osteggiavano) che invece sono possibili all’interno dello Stato nazionale, che presenta una maggiore omogeneità interna.
Dunque, per ricollegarmi a quello che dicevo all’inizio, non si tratta di scegliere tra riformare l’UE o uscire dall’UE. Si tratta di scegliere tra rimanere nell’UE a grandi linee così com’è ora — con tutto quello che comporta in termini non solo di costi economici e sociali ma anche in termini di una ormai sempre più evidente sospensione della democrazia — o uscire dal sistema (in particolare dall’euro ma a mio avviso anche dalla stessa UE) e recuperare quel minimo di autonomia economica e politica — e dunque di democrazia — necessaria per poter tornare a immaginare un futuro diverso dal presente. Cioè per rimettere in moto le lancette della storia. Questa è la scelta che abbiamo di fronte. Tertium non datur.
E anche qua io sono d’accordo sempre con Luciano Gallino, che poco prima di morire era giunto alla conclusione che «il costo economico, politico e sociale delle sovranità perdute a causa dell’euro supera il costo di uscirne». E se guardiamo a quanto ammonta quel conto, è difficile dargli torto.
Ora, per quanto riguarda la possibilità o meno di uno Stato di “sopravvivere” fuori dall’UE, bisogna distinguere tra due livelli: il primo è l’impatto che avrebbe l’uscita nel breve termine; il secondo è la possibilità o meno per uno Stato di sopravvivere nel “mare magnum della globalizzazione” – secondo un’accezione diffusa – fuori dall’UE.
Per quanto riguarda l’impatto di breve termine, è ovvio che ci sarebbe un costo. Ma è anche chiaro a mio avviso che la cosa sarebbe gestibile a livello tecnico. Senza entrare nei dettagli, ricordiamoci che la storia è piena di unioni monetarie che si sono disfatte (basti pensare all’Unione Sovietica, alla Jugoslavia o all’unione monetaria cecoslovacca) così come di paesi che hanno abbandonato unilateralmente delle unioni monetarie (per esempio diversi paesi africani nel corso degli anni hanno abbandonato il franco CFA, l’unione monetaria imposta dalla Francia alle sue ex colonie). E spesso l’hanno fatto in condizioni molto più deboli e tecnologicamente arretrate di quanto non lo sia l’Italia oggi.
Basti pensare al fatto che la stragrande maggioranza delle transazioni e del “denaro” circolante oggi sono digitali; dunque, non ci sarebbe bisogno di stampare e di distribuire alle banche vagonate di banconote da un giorno all’altro, ma in un primo tempo si potrebbe introdurre una nuova valuta a livello digitale. Dunque la cosa è tecnicamente fattibile, anche se ovviamente ci sarebbero dei costi, alcuni dei quali non sono quantificabili perché dipendono da fattori esogeni che sono al di fuori del controllo del paese uscente.


Nell'interesse del popolo lavoratore


E poi c’è un altro punto: in politica raramente ci sono scelte che beneficiano tutti indistintamente. Ogni decisione politica ed economica tende ad avere degli effetti redistributivi che vanno a beneficio di alcune classi e a scapito di altre classi. Dunque la domanda che ognuno dovrebbe porsi non è se sia nell’interesse “dell’Italia” o meno uscire dall’euro, ma se sia nell’interesse mio in quanto lavoratore precario, in quanto disoccupato, in quanto persona che fatica arrivare a fine mese, in quanto classe lavoratrice, recuperare quelle leve economiche necessarie per rilanciare gli investimenti, la produzione e l’occupazione. Diverso è il discorso, per esempio, se avete un bel gruzzolo di risparmi in banca o se possedete titoli di Stato italiani. In quel caso sicuramente subireste una perdita netta.
Dunque è importare adottare una prospettiva di classe in queste cose. Così come l’euro non ha fatto male a tutti – e anzi c’è chi ci ha guadagnato molto: in particolare le classi parassitiche, i rentier, ma anche i grandi capitalisti –, allo stesso modo uscire dall’euro non farebbe male a tutti e non beneficerebbe tutti.
Dunque la prima domanda che uno dovrebbe porsi è: «A qualche classe appartengo io?». E sulla base di quello valutare l’auspicabilità o meno di un’uscita.
Questo per quanto riguarda l’impatto di breve. Per quanto riguarda invece l’idea stessa che un paese non possa sopravvivere fuori dall’UE, mi pare che qui si tracimi nel campo della pura ideologia: basta infatti guardarsi intorno per vedere centinaia di paesi – di ogni tipo: grandi, piccoli, medi, sviluppati, emergenti, democratici, autoritari, ecc. – che se la cavano benissimo fuori dall’UE e anzi in molti casi se la cavano molto meglio dei paesi dell’eurozona.
Per limitarci all’Europa, non mi pare che l’Islanda, la Norvegia, la Svezia, la Svizzera, ecc. siano in preda a carestie, more, invasioni di cavallette e altre piaghe di questo tipo; anzi, come sappiamo bene, sono tutti paesi che in media se la passano meglio dei paesi dell’eurozona.
Dunque l’idea che l’Italia — una delle prime dieci economie al mondo — non potrebbe “farcela” fuori dall’UE è un’affermazione semplicemente ridicola. Il problema semmai è psicologico: anni e anni di autoflagellazione — spesso e volentieri fomentata ad arte — ci hanno convinto di non essere in grado di autogovernarci, di avere bisogno del “vincolo esterno” dell’Europa per non sprofondare nella barbarie, ecc.
Ma si tratta, appunto, di un problema psicologico. Basti pensare che prima di Maastricht —  dunque di prima di aderire all’UE — l’Italia se la passava molto meglio di oggi. Dunque, a meno di non pensare che in questi trent’anni sia avvenuta una trasformazione antropologica tale da averci reso dei minus habens, è evidente che il problema è perlopiù di natura psicologica. Abbiamo tutte le capacità tecniche, intellettuali, morali per ricostruire il paese. Dobbiamo solo convincercene.
Più in generale, comunque, è del tutto fallace l’idea che oggi staremmo assistendo al declino — se non addirittura alla morte — degli Stati-nazione. Semmai è vero l’esatto contrario.
E a proposito dell’argomentazione per cui l’Italia avrebbe bisogno dell’UE per non essere “schiacciata” dai nuovi giganti dell’economia mondiale come la Cina, vi invito a leggere ciò che scriveva il Financial Times qualche settimana fa: che se oggi tutti i paesi europei — inclusa l’Italia — spalancano le porte agli investimenti cinesi è perché l’Europa non investe: non investono gli Stati, in virtù degli assurdi vincoli di bilancio europei, ma non investono neanche le istituzioni dell’UE.
Dunque, l’Europa, lungi dal proteggerci da questi potenze, ci espone alla loro mercé. Sentite per esempio cosa dice Alberto Bradanini, ambasciatore a pechino tra il 2013 e il 2015, quindi non esattamente un radicale: 
«L’Italia potrà avere qualche beneficio da un’interlocuzione con la Cina se, dopo aver recuperato la propria sovranità monetaria, saprà avviare una politica economica degna di questo nome, riavviando il tessuto industriale ridottosi del 20 per cento nell’ultimo decennio e investendo massicciamente su innovazione e ricerca. In assenza di ciò, l’Italia è destinata a raccogliere solo poche briciole dal dialogo con la Cina, sia in seno che al di fuori del progetto Belt and Road».
Chiaro? Dunque, per concludere, non solo l’Italia può farcela fuori dall’euro, ma, come dice Bradanini, può farcela *solo* fuori dall’euro.

* Fonte: MarxXXI

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mercoledì 8 novembre 2017

SOVRANITÀ NAZIONALE E NEOLIBERISMO di Thomas Fazi e William Mitchell

[ 8 novembre 2017 ]

"Everything You Know About Neoliberalism Is Wrong", tutto ciò che sapete sul neoliberismo è sbagliato. Qual'è il fulcro del ragionamento di Thomas Fazi e William Mitchell? E' che le evidenze empiriche smentiscono la vulgata neoliberista secondo cui, oramai, gli Stati nazionali conterebbero poco o nulla, e che sarebbero i mercati, motu proprio, a conformare l'ordine di cose esistenti. Tesi falsa, secondo gli autori, visto che sarebbero invece proprio gli Stati, con le loro élite politiche, a guidare ed a indirizzare i processi di globalizzazione liberista — qui sta, aggiungiamo noi, la caratteristica peculiare dell'ordoliberismo di matrice tedesca. Le sinistre, a loro volta supponendo come ineluttabile (e auspicabile) il deperimento delle sovranità nazionali sarebbero cadute con tutti e due i piedi nella trappola ideologica neoliberista. Gli autori concludono quindi che la riconquista delle sovranità nazionali e statuali non è solo preferibile, è nell'ordine delle cose, se davvero si vuole uscire dal marasma liberista ed immaginare un'altra società, democratica e popolare.
Questo articolo è la recensione del libro Reclaiming the State: A Progressive Vision of Sovereignty for a Post-Neoliberal World, che ci auguriamo venga presto pubblicato anche in Italia.

Diciamolo: nell’economia internazionale odierna, sempre più complessa e interdipendente, la sovranità nazionale è diventata irrilevante. La crescente globalizzazione economica ha reso i singoli Stati sempre più impotenti nei confronti delle forze del mercato. L’internazionalizzazione della finanza e la sempre maggiore importanza delle multinazionali hanno eroso la capacità dei singoli stati di perseguire autonomamente delle proprie politiche sociali ed economiche —in particolare quelle di tipo progressista— e di assicurare la prosperità ai propri popoli. Pertanto, la nostra unica speranza di conseguire qualsiasi cambiamento significativo è che i paesi “mettano insieme” le loro sovranità e le trasferiscano ad istituzioni sovranazionali (come l’Unione europea) che siano abbastanza grandi e potenti da far ascoltare la loro voce,
riconquistando così a livello sovranazionale la sovranità persa a livello nazionale. In altre parole, per preservare la loro sovranità “reale”, gli stati devono limitare la loro sovranità formale. Se questi argomenti vi suonano familiari (e persuasivi), è perché li abbiamo ascoltati per decenni. I progressisti spesso sottolineano come il neoliberalismo abbia comportato (e comporti) una “riduzione”, uno “svuotamento” o un “esaurimento” dello stato, concetto che a sua volta ha alimentato l’idea che oggi lo stato sia “sopraffatto” dal mercato. Questo è comprensibile, considerando che la filosofia politica ed economica di ideologi di avanguardia come Margaret Thatcher e Ronald Reagan ha sottolineato la riduzione dell’intervento pubblico, il libero mercato e la libertà d’impresa. Questo è riassunto bene dalla famosa frase di Reagan: “Il governo non è la soluzione al nostro problema; il governo è il problema“.

Questo, però, non rappresenta la realtà degli ultimi decenni. Un rapido sguardo al tasso di spesa pubblica nei paesi OCSE, ad esempio, dimostra che la riduzione della dimensione dello Stato in percentuale al PIL è stata scarsa o nulla; caso mai, c’è stata una tendenza all’aumento (l’unica vera eccezione è l’Europa post-2008). Anche i presunti governi neoliberali —come quelli di Thatcher e Reagan— non hanno ridotto la loro spesa pubblica e anzi sono stati associati a disavanzi relativamente elevati. Come osservato da Miguel Centeno e Joseph Cohen, «i dati disponibili suggeriscono che le politiche e i cambiamenti macroeconomici realizzati nel quadro del regime politico neoliberale siano più complessi di quanto spesso si supponga». Innanzitutto, il punto fondamentale è che i principali paesi capitalisti non sono stati caratterizzati da una riduzione dello Stato. Nei fatti è vero il contrario. Anche se il neoliberalismo come ideologia deriva dal desiderio di ridurre il ruolo dello Stato, il neoliberalismo come realtà politico-economica ha prodotto apparati statali sempre più potenti, interventisti e sempre più vasti —addirittura autoritari.

L’attuazione del neoliberalismo ha comportato un ampio e permanente intervento statale, tra cui: la liberalizzazione dei mercati delle merci e dei capitali, la privatizzazione delle risorse e dei servizi sociali, la deregolamentazione degli affari e dei mercati finanziari in particolare, la riduzione dei diritti dei lavoratori (in primo luogo, il diritto alla contrattazione collettiva) e, più in generale, la repressione dell’attivismo sindacale, l’abbassamento delle imposte sulla ricchezza e sul capitale, a scapito delle classi medie e dei lavoratori, l’abbandono dei programmi sociali, e così via. 

Queste politiche sono state sistematicamente perseguite in tutto l’Occidente (e imposte ai paesi in via di sviluppo) con una determinazione senza precedenti e con il sostegno di tutte le principali istituzioni internazionali e dei partiti politici. In questo senso,
Thomas Fazi
l’ideologia neoliberale, almeno nella sua veste ufficiale anti-statale, dovrebbe essere considerata poco più che un comodo alibi per quello che è stato ed è sostanzialmente un progetto politico dello stato, diretto a consegnare le leve di comando della politica economica “nelle mani del capitale e soprattutto degli interessi finanziari“, scrive Stephen Gill. 
Il capitale oggi resta dipendente dallo stato come lo era nel “Keynesismo” —per la repressione delle classi lavoratrici, il salvataggio delle grandi imprese che altrimenti sarebbero fallite, aprire i mercati esteri, ecc. Nei mesi e negli anni successivi al crash finanziario del 2007-2009, la continuità della dipendenza dallo Stato da parte del capitale —e del capitalismo— nell’epoca del neoliberalismo è diventata evidente, dato che i governi degli Stati Uniti e dell’Europa, e altrove, hanno salvato le rispettive istituzioni finanziarie a colpi di trilioni di euro/dollari. In Europa, a seguito dello scoppio della cosiddetta “crisi dell’euro” nel 2010, tutto questo si è accompagnato ad un attacco su più fronti al modello sociale ed economico europeo del dopoguerra, finalizzato alla ristrutturazione e alla riorganizzazione delle società e delle economie europee nella direzione più favorevole al capitale.

Tuttavia, la nozione (sbagliata) che il neoliberalismo comporti una riduzione dello Stato continua a rimanere nella retorica della sinistra. Concetto ulteriormente confermato dall’idea che lo stato sia stato reso impotente dalle forze della globalizzazione. L’opinione più diffusa ritiene che la globalizzazione e l’internazionalizzazione della finanza abbiano posto fine all’era degli Stati nazionali e alla loro capacità di perseguire politiche non conformi ai diktat del capitale globale. 
Ma l’affermazione che la sovranità nazionale sia realmente giunta alla fine dei suoi giorni è confermata dai fatti? L’affermazione che la fase attuale del capitalismo mini alle fondamenta la possibilità di sopravvivenza dello Stato nazione spesso si riferisce al famoso trilemma dell’economista di Harvard Dani Rodrik. Alcuni anni fa, Rodrik ha descritto un suo teorema, noto come il “teorema dell’impossibilità”, che afferma che «la democrazia, la sovranità nazionale e l’integrazione economica globale sono reciprocamente incompatibili: possiamo combinare due a scelta delle tre, ma non avere tutte e tre contemporaneamente nella loro pienezza» : in parole semplici, poiché gli Stati nazione impongono costi di transazione, se si vuole una vera integrazione economica internazionale, bisogna essere pronti a rinunciare alla sovranità nazionale (creando un sistema di federalismo regionale/globale, per far coincidere l’ambito della politica democratica con l’ambito dei mercati globali).

Nel corso degli anni, le forze politiche trasversali all’intero spettro elettorale hanno abilmente utilizzato il trilemma di Rodrik per presentare le politiche neoliberali —che implicano sia una riduzione della democrazia partecipativa che della sovranità nazionale— come “il prezzo inevitabile da pagare per la globalizzazione“. Anche coloro che a sinistra pretendono di opporsi al neoliberalismo spesso invocano il teorema dell’impossibilità per giustificare la tesi che lo stato nazionale sia “finito”. Ma questo non è ciò che Rodrik intendeva. Contrariamente all’opinione comune, egli riconosce che l’integrazione economica internazionale è ben lungi dall’essere “reale”; infatti, essa rimane
William Mitchell
“notevolmente limitata”. Anche nel nostro presunto mondo globalizzato, nonostante la fioritura delle imprese e delle catene di approvvigionamento globali, esiste ancora una significativa incertezza del tasso di cambio; ci sono ancora grandi differenze culturali e linguistiche che escludono la piena mobilità delle risorse attraverso le frontiere nazionali, come dimostra il fatto che i paesi industriali avanzati presentano in genere una forte “preferenza nazionale” (home bias); vi è ancora una forte correlazione tra i tassi di investimento nazionali e i tassi di risparmio nazionali; vi sono ancora gravi restrizioni alla mobilità internazionale del lavoro; e i flussi di capitali tra popoli ricchi e poveri risultano notevolmente inferiori rispetto a quelli previsti dai modelli teorici. Gli stessi argomenti possono essere portati avanti anche oggi (quasi 20 anni dopo la pubblicazione dell’articolo di Rodrik). Pertanto, il trilemma è vero da un punto di vista teorico, ma ha poca attinenza con la realtà, a parte funzionare da strumento politico o da profezia autoavverante.

Più in generale, come spieghiamo nel nostro nuovo libro “Riconquistare lo Stato: una visione progressista della sovranità nazionale per un mondo post-neoliberale“, la globalizzazione, anche nella sua forma neoliberale, non è stata (non è) il risultato di qualche dinamica intrinseca al capitale o all’innovazione tecnologica che inevitabilmente comporta una riduzione del potere statale, come spesso viene affermato. Al contrario, è stato (è) un processo che è stato (è) attivamente creato e promosso dagli stati. Tutti gli elementi che noi associamo alla globalizzazione neoliberale —delocalizzazione, deindustrializzazione, libera circolazione delle merci e del capitale, ecc.— sono stati (sono), in molti casi, il risultato di scelte fatte dai governi. Più in generale, gli stati continuano a svolgere un ruolo cruciale nella promozione, nell’attuazione e nel sostegno di un quadro internazionale neoliberale, nonché nello stabilire le condizioni interne che consentano al meglio l’accumulazione globale. Allo stesso tempo, non si può negare che per molti aspetti —la capacità di promuovere le industrie locali nei confronti di quelle straniere, gestire il disavanzo di bilancio, gestire l’emissione di moneta, imporre dazi e tassazione, regolamentare l’importazione e l’esportazione di beni e di capitali, ecc.— la sovranità economica, comprese le economie capitalistiche avanzate, oggi è più sottoposta a vincoli che nel passato.

In larga misura, tuttavia, questo è il risultato di una limitazione deliberata e consapevole dei poteri sovrani statali da parte delle élite nazionali, attraverso un processo conosciuto come depoliticizzazione. Le varie politiche adottate dai governi occidentali a tal fine includono: (i) ridurre il potere dei parlamenti rispetto all’esecutivo e rendere i rappresentanti sempre meno rappresentativi (ad esempio passando dai sistemi parlamentari proporzionali a quelli maggioritari); ii) rendere le banche centrali formalmente indipendenti dai governi; (iii) adottare “l’obiettivo dell’inflazione” —un approccio che sottolinea la bassa inflazione come obiettivo primario della politica monetaria, escludendo altri obiettivi politici, come la piena occupazione— come obiettivo dominante delle politiche della banca centrale; (iv) adottare politiche economiche
Dani Rodrik
vincolate a delle regole —sulla spesa pubblica, sul debito in percentuale del PIL, sulla concorrenza, ecc, limitando così quello che i politici possono fare per rispettare il mandato dei loro elettori; v) subordinare i settori della spesa pubblica al controllo di tesoreria; vi) ri-adozione di sistemi di cambio fissi, come l’euro, che limitano severamente la capacità dei governi di esercitare un controllo sulla politica economica; (vii) limitare la capacità dei governi di porre delle regole nell’interesse pubblico, mediante i cosiddetti meccanismi di ISDS (mecanismi di risoluzione delle controversie tra investitori e stati), oggi inclusi nella maggior parte dei trattati di investimento bilaterali (di cui oltre 4.000 operativi) e accordi commerciali regionali (come il FTAA e il TPP); e, soprattutto, (viii) cedere le prerogative nazionali alle istituzioni sovranazionali e alle burocrazie sovra-statali come l’UE.

La ragione per cui i governi hanno scelto di “legarsi le mani” sono ovvie: come dimostra il caso europeo, la creazione di “vincoli esterni” autoimposti ha permesso ai politici nazionali di ridurre i costi politici della transizione neoliberale —che chiaramente comporta l’attuazione di politiche impopolari— “gettando le colpe” sulle regole istituzionalizzate e le istituzioni “indipendenti” o internazionali, che a loro volta sono state presentate come risultato inevitabile della nuova, dura, realtà della globalizzazione, preservando così le politiche macroeconomiche dalla contestazione popolare. La guerra alla sovranità è stata in sostanza una guerra alla democrazia. Questo processo è stato portato alle sue conclusioni più estreme nell’Europa occidentale, dove il   (1992) ha incorporato il neoliberalismo nel tessuto sociale dell’UE, effettivamente mettendo fuori legge le politiche “keynesiane”, che erano state dominanti negli ultimi decenni.

Data la guerra del neoliberalismo contro la sovranità e gli effetti nefasti della depoliticizzazione, non dovrebbe sorprendere che “la sovranità sia diventata il punto fondamentale della politica contemporanea“, come nota Paolo Gerbaudo. Allo stesso modo, è naturale che la rivolta contro il neoliberalismo assuma innanzitutto la forma di richieste di ripoliticizzazione dei processi decisionali nazionali —vale a dire, di un controllo più democratico sulla politica (e soprattutto sui flussi globali distruttivi scatenati dal neoliberalismo), che necessariamente può essere esercitato solo a livello nazionale, in assenza di efficaci meccanismi sovranazionali di rappresentanza. L’UE non è ovviamente un’eccezione: in realtà, essa è (correttamente) considerata da molti come l’incarnazione del dominio tecnocratico e dell’allontanamento elitario dalle masse, come dimostrato dal voto per la Brexit e dal diffuso euroscetticismo che pervade il continente. 

In questo senso, come sosteniamo nel libro, la gente di sinistra non dovrebbe vedere la Brexit —e più in generale l’attuale crisi dell’Unione europea e dell’unione monetaria— come un motivo di disperazione, ma piuttosto come un’occasione unica per abbracciare (di nuovo) una visione progressista ed emancipatoria della sovranità nazionale, per respingere la camicia di forza neoliberale dell’UE ed attuare una vera e propria piattaforma socialdemocratica (che sarebbe impossibile all’interno dell’UE, per non parlare all’interno della zona euro). Per far ciò, tuttavia, bisogna accettare il fatto che lo Stato sovrano, lungi dall’essere impotente, ha ancora le risorse per un controllo democratico dell’economia e delle finanze di una nazione —che la lotta per la sovranità nazionale è, in definitiva, una lotta per la democrazia. Questo non deve avvenire a scapito della cooperazione europea. Al contrario, consentire ai governi di massimizzare il benessere dei loro cittadini, potrebbe e dovrebbe costituire la base di un rinnovato progetto europeo, basato sulla cooperazione multilaterale tra Stati sovrani.

* Fonte: Social Europe
** Traduzione: Voci dall'estero

giovedì 19 gennaio 2017

DEFLAZIONE: CHI LA VUOLE? E PERCHÉ? di Thomas Fazi

[ 19 gennaio ]

L’Istat ha recentemente certificato che il 2016 è stato per l’Italia il primo anno di deflazione dal 1959. Nell’anno appena terminato, i prezzi hanno registrato una variazione negativa dello 0,1 per centro rispetto al 2015. Era dal 1959, quando la flessione fu dello 0,4 per cento, che non accadeva. Ciò che a prima vista potrebbe apparire come una manna dal cielo in tempo di crisi – beni e servizi a prezzi più accessibili, ottimo no? – è invece la cartina di tornasole della crisi profondissima in cui versa il nostro paese, quella che il governatore della Banca d’Italia ha recentemente definito «la recessione più profonda e duratura nella storia d’Italia».

La deflazione – con la quale s’intende una caduta generalizzata dei prezzi – è causata dal crollo della domanda aggregata e in particolar modo dei consumi, che infatti in Italia sono tornati ai livelli di trent’anni fa. A questo le imprese reagiscono riducendo il personale e tagliando i salari nonché, appunto, i prezzi. Il che, ovviamente, non fa che deprimere ulteriormente la domanda. E così via, in una spirale distruttiva da cui, una volta entrati, è molto difficile uscire. Quali siano le conseguenze sull’economia reale lo ha spiegato bene Giovanni Vecchi, professore di economia politica all’Università di Roma Tor Vergata, sulle colonne di Repubblica: «Aumentano le diseguaglianze sociali e viene penalizzato chi è indebitato, che sia una famiglia o un’impresa. L’economia così invece di crescere va indietro. E sono i più poveri e quelli che vivono di lavoro a pagare il prezzo più alto».

Come nota Vecchi, la deflazione ha un effetto collaterale potenzialmente catastrofico: in uno scenario deflazionistico diventa sempre più difficile per le famiglie e le imprese far fronte ai debiti, perché i prezzi e i redditi calano ma il valore nominale del debito rimane inalterato (e dunque il suo valore reale aumenta). Questo – sommato alle imprese che sono costrette a chiudere: in Italia sono più di 100mila le imprese che sono fallite dall’inizio della crisi – fa ovviamente lievitare le sofferenze bancarie, ossia i crediti erogati a soggetti che sono poi diventati insolventi (o inesistenti), mettendo in crisi il settore bancario. L’Italia è una caso esemplare: l’ammontare delle sofferenze bancarie italiane è oggi pari all’incredibile somma di 360 miliardi di euro circa. Tra gli istituti più colpiti figurano, com’è noto, il Monte dei Paschi di Siena e altre banche “storiche”, per tenere a galla le quali il governo ha recentemente stanziato – in un’operazione tutt’altro che limpida – ben 20 miliardi di euro.

Nota infine Guglielmo Forges Davanzati che «il principale effetto generato dalla caduta dei prezzi consiste nel ridistribuire reddito a beneficio dei percettori di rendite finanziarie (in quanto creditori) e di imprese esportatrici, dal momento che queste possono avvantaggiarsi della deflazione per recuperare quote di mercato nel commercio internazionale». Tutto questo, come abbiamo detto, ha origine nel crollo della domanda interna verificatosi in Italia negli ultimi anni. E non poteva essere altrimenti, dopo sei anni di austerità fiscale(riduzione della domanda pubblica), svalutazione interna (riduzione dei salari e dunque della domanda privata) e “riforme strutturali” in salsa europea (riduzione delle tutele dei lavoratori, vedasi Jobs Act e affini), e più in generale dopo vent’anni di “convergenza” verso i criteri (intrinsecamente deflattivi) di Maastricht[1].

Che queste politiche avrebbero determinato una depressione della domanda aggregata (e dunque dell’inflazione, con pesanti ricadute sull’economia nel suo complesso) era ovvio, giacché la riduzione della domanda – al fine, seconda la narrazione ufficiale, di ridurre il disavanzo di partite correnti dei paesi della periferia e rendere queste economie più competitive – era (ed è) precisamente lo scopo di queste politiche. Come dichiarò Mario Monti in un’intervista alla CNN: «Stiamo effettivamente distruggendo la domanda interna attraverso il consolidamento fiscale».

Non si è trattato di un errore di percorso, insomma, ma di una strategia deliberata. Non a caso l’economista britannico Mark Blyth definisce l’austerità fiscale e salariale una forma di «deflazione volontaria» (“svalutazione interna” e “deflazione interna” sono infatti sinonimi). Allo stesso modo, era altrettanto ovvio che la politica di quantitative easing della Bce non avrebbe avuto pressoché alcun impatto sull’economia reale e di certo non sarebbe riuscita a compensare gli effetti depressivi delle politiche di austerità.

Basta dare una rapida scorsa all’evoluzione delle retribuzioni in Europa negli ultimi anni per rendersi conto degli effetti drammatici di questa “cura letale”. Secondo dati dell’OCSE elaborati da Jan Zilinsky, tra il 2007 e il 2014 il reddito da lavoro (e dunque il potere d’acquisto) del lavoratore medio è diminuito del 50 per cento in Grecia, del 30 per cento in Spagna, del 19 per cento in Portogallo e del 14 per cento in Italia. Per i lavoratori a basso reddito le cose sono andate ancora peggio: -70 per cento in Grecia e Spagna, -60 per cento in Portogallo, -35 per cento in Italia[2]. E poi ci si sorprende che l’inflazione cali, fino a lasciare il posto alla deflazione?

Fanno dunque sorridere – per non dire altro – le lacrime di coccodrillo di quei commentatori che hanno taciuto sulle politiche messe in campo negli ultimi anni (quando non le hanno entusiasticamente sostenute) e ora chiedono al governo di «intervenire» per combattere la deflazione, come se questa fosse l’effetto di una calamità naturale o al massimo dell’“inazione” del governo, e non il risultato di politiche che avevano come obiettivo esattamente quello di ottenere la deflazione (interna) attraverso la svalutazione salariale. Obiettivo che possiamo considerare pienamente centrato e di cui il governo sembra andare alquanto fiero, tanto che una recente brochure del Ministero dello Sviluppo Economico invitava gli stranieri a investire in Italia proprio in virtù degli stipendi più bassi della media europea.

Che sia chiaro: le cosiddette riforme strutturali, rivolte soprattutto all’eliminazione delle “rigidità del mercato del lavoro” e alla riduzione della contrattazione collettiva – di cui le manifestazioni più lampanti in Italia sono stati il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18 – sono parte integrante di questa strategia di svalutazione interna. È fin troppo evidente, infatti, che una maggiore flessibilità e precarizzazione del lavoro – che favorisce contratti precari, riduce le tutele sul lavoro e facilita i licenziamenti – permette alle aziende di esercitare una maggiore pressione al ribasso sui salari, deprimendo ulteriormente la domanda[3]. Persino un osservatore solitamente pacato come Gad Lerner al tempo della discussione intorno al Jobs Act ipotizzò che la riforma fosse «un passaggio preliminare mirato al drenaggio di altre risorse dalle buste paga dei lavoratori» e più precisamente «a una decurtazione complessiva dei redditi da lavoro dipendente», all’interno di un più ampio «ridisegno complessivo del nostro sistema economico».

Nota l’economista francese Michel Husson che le trasformazioni che sono avvenute sul mercato del lavoro in Italia e altrove negli ultimi anni «non sono il prodotto di sviluppi spontanei» ma sono il risultato dell’attuazione di riforme strutturali relative all’organizzazione dei mercati del lavoro il cui «obiettivo è decentralizzare al massimo la contrattazione collettiva per avvicinarla il più possibile alle realtà delle imprese e aggiustare la progressione dei salari ai risultati di redditività di ogni singola impresa». Offrire alle imprese maggiore facilità di licenziamento rappresenta un elemento cruciale – anch’esso pienamente realizzato – di questa strategia.

Un’indagine sui salari condotta dalla Banca centrale europea mostra infatti come il 10 per cento dei datori di lavoro europei trovi più facile “regolare l’occupazione” oggi di quanto non lo fosse nel 2010. Come si può vedere nel seguente grafico, questa percentuale è particolarmente elevata (30 per cento o più) nei paesi più colpiti da queste riforme come la Grecia, la Spagna e il Portogallo. Per quanto riguarda l’Italia, solo un mese fa l’Osservatorio sul precariato dell’Inps riportava che i licenziamenti disciplinari dall’entrata in vigore del Jobs Act sono aumentati del 28 per cento.

Dal breve quadro che abbiamo tratteggiato emerge con chiarezza come la deflazione – in Italia e altrove – non sia un incidente di percorso quanto piuttosto un obiettivo che è stato perseguito con lucidità e coerenza da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Non crederemo davvero che ora saranno quegli stessi governi a tirarci fuori dal disastro che hanno pianificato a tavolino?

NOTE

1. Già nel lontano 1978 Luigi Spaventa, al tempo deputato indipendente eletto nelle liste del Pci, previde con straordinaria lucidità le conseguenze dell’imminente ingresso dell’Italia nello SME, precursore dell’euro: «Quest’area monetaria rischia oggi di configurarsi come un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese sviluppo dell’occupazione e del reddito. Infatti non sembra mutato l’obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna».

2. Il dato si riferisce sia al lavoro salariato che al lavoro autonomo, per cui è probabile che il dato sia parzialmente “falsato” da un aumento vertiginoso del lavoro nero tra i lavoratori autonomi.

3. Vent’anni di ricerche empiriche hanno dimostrato che non esiste nessuna correlazione positiva tra flessibilizzazione del mercato del lavoro e crescita economica ed occupazionale. E l’Italia ne è la dimostrazione evidente: a partire dalla legge Treu del 1997, sono state approvate nel nostro paese ben nove riforme del mercato del lavoro, di cui sette negli ultimi sette anni, col risultato che oggi l’Ocse riconosce all’Italia il pregio di essere il paese che ha maggiormente flessibilizzato il mercato del lavoro tra i paesi industrializzati. A tal proposito è opportuno notare che l’Italia è il paese europeo in cui i salari reali sono cresciuti di meno dai primi anni novanta ad oggi, determinando una consistente riduzione della quota dei salari sul Pil.

* Fonte: EuNews il 9/1/2017 e Senso Comune

mercoledì 18 maggio 2016

I LIMITI DELLA POLITICA MONETARIA: LA BCE PUÒ CONTROLLARE LE INSOLVENZE NON L'INFLAZIONE di Emiliano Brancaccio e Thomas Fazi

[ 18 maggio ]

Le politiche monetarie “non convenzionali” non stanno dando i risultati sperati. Il quantitative easing, così come le manovre tese a portare i tassi d’interesse nominali verso lo zero o addirittura a livelli negativi, non appaiono in grado di sospingere l’inflazione e la crescita del PIL verso il loro sentiero “normale”, né sembrano capaci di allontanare le principali economie avanzate dal precipizio della deflazione. L’Unione monetaria europea è in questo senso un caso esemplare. La BCE ha abbattuto il costo del denaro e ha accresciuto la liquidità in circolazione in una misura impensabile prima dell’inizio della crisi. Ciò nonostante, l’inflazione dell’eurozona è addirittura tornata in territorio negativo e non vi è certezza sulla possibilità che arrivi almeno ad azzerarsi alla fine dell’anno.

In questo scenario, da più parti hanno iniziato a diffondersi dubbi sul modo convenzionale in cui viene interpretato il ruolo dei banchieri centrali. Alcuni commentatori sostengono che dopo la “grande recessione” iniziata nel 2008 le autorità monetarie dovrebbero ampliare ulteriormente gli strumenti d’intervento e soprattutto dovrebbero smetterla di perseguire di obiettivi rigidi d’inflazione per puntare invece verso target più flessibili, come ad esempio una data crescita del reddito nominale.

Fuori e dentro le istituzioni, i segnali di interesse verso tali proposte non mancano. A ben guardare, tuttavia, questo modo di affrontare il problema della inefficacia delle politiche monetarie presenta un grave limite. Sia che si adottino i vecchi obiettivi d’inflazione sia che si scelgano target più flessibili, le ricette suggerite continuano a basarsi sul vecchio assunto monetarista secondo cui le banche centrali sarebbero in grado, in un modo o nell’altro, di controllare la spesa aggregata. Non viene neanche presa in considerazione la possibilità che gli strumenti delle banche centrali, più o meno convenzionali, non siano in grado di controllare la spesa aggregata e quindi, in generale, non consentano di perseguire nessuno degli obiettivi che si prefiggono, che si tratti di inflazione o anche di reddito nominale.

Un articolo di prossima pubblicazione sul Journal of Post-Keynesian Economicsfornisce nuovi elementi a sostegno della tesi secondo cui le banche centrali, in generale, non sono in grado di governare la spesa aggregata (Brancaccio, Fontana, Lopreite, Realfonzo 2015). Utilizzando un modello VAR con dati trimestrali per l’area euro tra il 1999 e il 2013, gli autori hanno indagato sull’esistenza o meno di relazioni statistiche tra l’andamento del tasso d’interesse di mercato o dei tassi di rifinanziamento della BCE, da un lato, e la dinamica del reddito nominale intorno al suo trend di lungo periodo, dall’altro.

L’analisi empirica ha mostrato che gli scostamenti del reddito nominale dal trend non sono influenzati dai movimenti dei tassi di interesse: in particolare, la riduzione del costo del denaro non sembra in alcun modo favorire un recupero del reddito nominale verso il suo andamento tendenziale di lungo periodo. A quanto pare, dunque, governando i tassi d’interesse il banchiere centrale non è in grado di controllare la spesa aggregata e quindi non può incidere efficacemente sull’andamento della produzione, dell’occupazione, del reddito nominale, e tantomeno dell’inflazione. L’evidenza, in effetti, contrasta con tutte le interpretazioni convenzionali dell’operato delle banche centrali, dalla famigerata “regola di Taylor” alle più recenti regole fondate su un “target di reddito nominale”.

L’analisi empirica ha evidenziato pure che gli scostamenti del reddito nominale effettivo dal suo trend di lungo periodo influenzano l’andamento del tasso d’interesse: per esempio, a una crescita del reddito più blanda rispetto al trend corrisponde una riduzione dei tassi d’interesse, e viceversa. Questo risultato sembra supportare un’interpretazione del ruolo della banca centrale le cui origini risalgono al celebre Lombard Street di Walter Bagehot, e che è stata poi ripresa e sviluppata da vari studiosi di orientamento critico.

Questo filone di ricerca alternativo suggerisce che il ruolo effettivo del banchiere centrale è più complesso di quello che gli viene solitamente attribuito: esso consiste nel regolare la solvibilità delle unità economiche e più in generale la stabilità finanziaria del sistema. L’autorità monetaria, cioè, muoverebbe i tassi d’interesse nella stessa direzione del reddito nominale non certo per tentare di governare quest’ultimo, che è fuori dalla sua portata, ma allo scopo non meno rilevante di controllare la differenza tra reddito e onere del debito, in modo da tenere a bada la dinamica dei fallimenti, delle bancarotte e delle liquidazioni del capitale.

Secondo questa visione, il banchiere centrale agisce come “regolatore” di un conflitto tra capitali solvibili, capaci di accumulare profitti superiori al servizio del debito, e capitali in perdita e dunque potenzialmente insolventi. Tale conflitto è inoltre tanto più violento quanto più restrittiva sia la politica fiscale del governo, che riduce i redditi nominali medi e colloca quindi un numero maggiore di unità economiche sotto la linea dell’insolvenza. Dati gli orientamenti delle politiche di bilancio, dunque, il modo in cui la banca centrale manovra il tasso d’interesse rispetto al reddito nominale medio influisce sul ritmo delle insolvenze e sulla connessa “centralizzazione” dei capitali: vale a dire, sulle liquidazioni dei capitali più deboli e sul loro progressivo assorbimento ad opera dei capitali più forti (Brancaccio e Fontana 2015).

Questa diversa interpretazione della politica monetaria consente di guardare sotto un’altra luce anche l’attuale scenario dell’eurozona. Con politiche di bilancio pubblico votate all’austerity, in vari paesi la crescita nominale del reddito resta troppo bassa, situandosi spesso al di sotto dei tassi d’interesse di mercato. Ciò significa che l’attuale politica monetaria della BCE non è in grado di frenare la tendenza europea alla centralizzazione, ossia alle liquidazioni dei capitali situati nelle aree periferiche e alla loro eventuale acquisizione da parte di capitali presenti in Germania e nelle zone caratterizzate da migliori andamenti macroeconomici.

Questa tendenza è ben documentata dalla drammatica divaricazione tra i tassi di insolvenza delle imprese europee (Creditreform 2016). Tra il 2007 ed il 2015 la Germania ha segnato una riduzione delle insolvenze delle imprese a un ritmo medio del 3 percento all’anno. Al contrario, nello stesso periodo Spagna, Portogallo e Italia hanno fatto registrare una violenta crescita delle insolvenze, con incrementi medi rispettivamente del 37, del 21 e del 16 percento all’anno. Negli ultimi tempi in Spagna si è assistito a un calo dei fallimenti, che tuttavia non consente nemmeno di avvicinarsi alla situazione ante-crisi. In Italia il quadro non migliora, mentre in Portogallo nell’ultimo anno si registra addirittura un ulteriore aggravamento delle bancarotte. Si tratta di una forbice senza precedenti, che oltretutto si ripercuote sugli andamenti dei bilanci delle banche dei diversi paesi dell’Unione, creando i presupposti per nuove, asimmetriche crisi bancarie.

È dunque illusorio pensare che la BCE, da sola, sia in grado di contrastare la deflazione. La sua politica monetaria, piuttosto, influisce sulle insolvenze e sulle liquidazioni dei capitali, che tuttora colpiscono in modo asimmetrico i paesi membri dell’Unione. Anziché attardarsi su target d’inflazione impossibili, è su quest’ultimo problema che il dibattito di politica monetaria dovrebbe maggiormente concentrarsi.

* Fonte: Econopoly - Il Sole 24 ore



Bibliografia

Brancaccio, E., Fontana, G. (2015). ‘Solvency rule’ and capital centralisation in a monetary union, Cambridge Journal of Economics, advance access online, 29 October.

Brancaccio, E., Fontana, G., Lopreite, M., Realfonzo, R. (2015). Monetary Policy Rules and Directions of Causality: A test for the Euro Area, Journal of Post Keynesian Economics, 38 (4).

Creditreform (2016), Unternehmensinsolvenzen in Europa, Jahr 15/16.

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